2 giorni per i 5 Stelle

Conte si prende ancora 48 ore prima di rompere con Grillo. Vuole che l'Elevato chieda scusa. La variante Delta frena il "liberi tutti". I sindacati, in tre piazze, chiedono lavoro e giustizia sociale

Le prossime ore sono decisive per il futuro dei 5 Stelle. Troveranno Grillo e Conte un accordo in extremis? Pochi ci contano. Al di là dell’esito finale, per tutti noi c’è una questione di fondo che riguarda la convivenza democratica: caduta la collaborazione con Casaleggio e la visione, forse utopica ma innovativa, di una democrazia digitale che faceva esprimere il consenso dal basso, qual è il modello di democrazia interna? Bisogna riconoscere che i 5 Stelle in questi anni hanno fatto passi da gigante nella strada di una “costituzionalizzazione” della loro protesta. Passi importanti in cui Giuseppe Conte ha svolto un ruolo certo non secondario. A volte sembra ancora mancare la libertà del dibattito interno, la trasparenza nelle decisioni. Alle tentazioni verticistiche dell’Elevato sembra a tratti contrapporsi il “metodo ungherese” dell’ex Premier. Metodo che pesa come un macigno, anche se mai nessuno scrive o parla della misteriosa Loggia Ungheria. E tuttavia è chiaro quello a cui ci si riferisce. Libertà di espressione nel Movimento e trasparenza nei processi decisionali sono l’ultima tappa che i 5 Stelle devono percorrere, nonostante il momento drammatico. Per il bene della democrazia in Italia.

La variante Delta intanto preoccupa gli scienziati. I dati dell’Italia tornata in bianco (presto riaprono anche le discoteche) sono ottimi. Ma quelli che si proiettano sul futuro fanno temere per la crescita della variante Delta. È importante sottolineare che al contagio sono esposti soprattutto i non vaccinati e coloro che hanno fatto solo la prima dose. Per fortuna già il 30 per cento degli italiani hanno fatto prima e seconda dose. La campagna vaccinale prosegue spedita. Nuovo dato record di somministrazioni nelle ultime 24 ore: dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 616 mila 206 iniezioni. Figliuolo ricorda: vanno vaccinati i 200 mila del personale della scuola, che mancano ancora all’appello.

Oggi manifestazione dei sindacati in tre città: Firenze, Torino e Bari. Mentre stasera gioca la Nazionale agli Europei di calcio. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

La variante Grillo e la variante Delta. Estate anomala anche nei titoli di apertura dei giornali. Avvenire attribuisce all’Europa la preoccupazione: Ue: allarme Delta. Mentre il Corriere della Sera è sicuro: Così cresce la variante Delta. Il Quotidiano Nazionale già vede possibili nuovi divieti: Variante Delta, l’incubo zone rosse. Si concentrano sulla campagna di Figliuolo, Il Mattino: Vaccini, arrivano le ferie crollano le prenotazioni. E il Messaggero: Meno vaccini, l’Italia rallenta. Sempre un po’ allarmista anche La Stampa: Variante Delta, allarme Ue. Torna l’ipotesi zone rosse. Mentre La Verità protesta, annunciando: Vogliono già richiuderci in casa. Il contrordine per Libero provoca un corto circuito linguistico con il nome della testata: Liberi ma anche no. Dello psico dramma fra Grillo e Conte si occupano Il Fatto: 5 Stelle, 2 giorni per non morire. Il Giornale che vede già chiusa la partita: La resa di Conte. E la Repubblica anch’essa pessimista: Conte: con i 5S è finita. Il Manifesto ricorda la manifestazione dei sindacati oggi in tre piazze: L’opposizione. Il Sole 24 Ore fa il punto sul boom azionario Usa: Wall Street, settimana record, spinta da banche, inflazione e piano Biden. Il Domani è ancora sulle vicende del Ddl Zan, fotomontaggio con papa Francesco e colori dell’arcobaleno: Orgoglio e pregiudizi.

CONTE TENTATO DI MOLLARE

Ultimatum di 48 ore. Giuseppe Conte si è preso il fine settimana per riflettere: se Grillo non chiederà scusa per certe affermazioni pronunciate su di lui, getterà la spugna. Claudio Bozza per il Corriere:

«Il Movimento Cinque Stelle è a un passo dall'implosione. Uno showdown che, per di più, rischia di innescare un effetto domino sugli equilibri della maggioranza che sostiene il governo. Tant' è, compresa la drammaticità della crisi, che diversi parlamentari del Pd (e non solo), pallottoliere alla mano, si sono messi a fare i conti sulla tenuta con, senza, e solo con una parte di pentastellati che rimarrebbero fedeli a Draghi. Dopo il blitz di Beppe Grillo che ha sparato alzo zero contro Giuseppe Conte («Sono il garante, non un cogl...»), ora l'ex premier è a un passo dall'addio, costretto all'extrema ratio proprio dal «visionario» (così si è autodefinito Grillo) che gli aveva consentito di rimanere protagonista con un secondo governo, aprendo con un colpo di scena agli ex acerrimi nemici del Pd. Il quadro è talmente lacerato che, ieri, è sceso in campo Luigi Di Maio: «Mai come adesso serve compattezza all'interno del movimento. Dialoghiamo con il massimo impegno e lavoriamo per unire». Un drammatico tentativo di mediazione a cui il ministro degli Esteri, ed ex capo politico grillino, è stato costretto, pur essendo nota la poca sintonia con Conte. Il nuovo Movimento è quindi appeso a un filo. Dopo il «vaffa» di Grillo, già oggi o al massimo lunedì, l'ex premier terrà una conferenza stampa per fare chiarezza. E a questo punto, dopo il raffreddamento delle ultime 48 ore, Conte potrebbe fare tabula rasa per fondare un partito tutto suo, o addirittura potrebbe lasciare la politica e tornare in cattedra da giurista. In serata i ministri Cinque Stelle del governo Draghi si sono riuniti in una sorta di «gabinetto di guerra» per cercare uno spiraglio, poi mai affiorato. E prima ancora, i fedelissimi di Conte si erano ritrovati nella casa del professore nel cuore di Roma. Attorno al tavolo ci sono la vicepresidente del Senato Paola Taverna, il ministro Stefano Patuanelli ed Ettore Licheri. Quest' ultimo, capogruppo a Palazzo Madama, arrivando al vertice ostenta ottimismo: «Se è tutto finito? No, dai...Siamo dentro un confronto fisiologico. Stiamo scrivendo un nuovo soggetto politico. Certamente non è facile. Dateci tempo». Tre ore dopo, i «tre moschettieri» contiani escono dal vertice a testa bassa e con le bocche cucite. Segno che pure l'ennesimo tentativo di mediazione con «Beppe» era appena naufragato. (…) Davide Casaleggio, presidente di Rousseau e figlio del fondatore M5S, Gianroberto è risoluto: «Credo ci siano due visioni diverse del Movimento che stanno emergendo. Perché tengono segreto lo statuto? Mi sembra un'organizzazione più basata su modelli partitici del 900 che su un movimento».

Anche oggi durissimo Marco Travaglio, direttore del Fatto, che dà ancora a Grillo la possibilità di “rimediare” al “disastro” combinato. Altrimenti Conte farà da sé.  

 «Nel 1997, dopo tre anni di direzione del Giornale al posto di Indro Montanelli, Vittorio Feltri se ne va. E Berlusconi (Silvio, non Paolo, sedicente editore) offre la direzione al cofondatore del quotidiano: Enzo Bettiza. Il quale accetta per qualche minuto, finché scopre che sarà direttore per finta, perché quello vero è Maurizio Belpietro. (…) La stessa mossa berlusconiana ha tentato Grillo per i 5Stelle, immaginando che Conte avrebbe accettato di fare il re travicello, il pennacchio tira-voti, il fiore o la pochette all'occhiello, mentre Beppe avrebbe seguitato a comandare con la lucidità che ultimamente gli è propria. Infatti ha suggerito a Conte, che si avvaleva di consiglieri come la Mazzucato, di "studiare cos' è il M5S" dopo aver consegnato la tessera onoraria a Draghi e a Cingolani, che invece cos' è il M5S lo sanno bene, infatti si circondano di liberisti e antiambientalisti. Ora Conte, come Bettiza, non potrà che respingere la proposta indecente. E Grillo dovrà farla a qualcun altro. Ma chi potrà accettarla? Non certo un big in grado di recuperare o almeno mantenere i voti: al massimo un coglione, un servo sciocco a caccia di medagliette -patacca. E, senza un capo politico degno di questo nome, i 5Stelle defungeranno a breve. E lasceranno orfani milioni di elettori che costringeranno Conte, volente o nolente, a dare loro una casa. Delle due l'una: o Grillo si accorge del disastro che ha combinato e rimedia finché è in tempo; o tutto può accadere. Anche che, nel processo di omologazione ai suoi acerrimi nemici, lanci un anatema alla Fassino: "Se Conte vuol fare politica, fondi un partito e vediamo quanti voti prende"». 

Marco Imarisio sul Corriere della Sera non si sorprende che Grillo abbia prodotto l’ennesimo vaffa, questa volta nei confronti di Conte.

«Ma tu guarda che sorpresa, e chi se lo sarebbe mai aspettato. L'ultimo «vaffa» lo ha preso Giuseppe Conte, che appena due settimane fa era stato definito «un caro amico», oltre che il futuro del M5S. Ieri Beppe Grillo aveva detto di essere disponibile a incontrare l'ex presidente del Consiglio in mattinata, e così doveva essere. Per lui era tutto a posto, non gli sembrava certo di aver detto nulla di grave. Quando ha saputo della replica di Conte alle sue frasi, registrata dal Fatto quotidiano , è salito furibondo a prendere il trolley, destinazione Genova. La telefonata di un senatore votato al sacrificio e alla trattativa si è conclusa nell'atrio con la sonora esclamazione che lo ha reso celebre nel mondo. Fine della storia, per lui. Nella sua testa, è lui ad essere stato offeso, non l'altro. Grillo si sta comportando da Grillo, nient' altro che questo. Il Movimento non può avere un capo politico dotato di poteri reali, perché ha già un padrone, che si considera l'unità di misura della sua creatura. Non esiste deroga sentimentale a una regola che il comico genovese sente scritta sulla pelle. C'è una lunga lista di amori veri, non matrimoni di convenienza, bruciati sul rogo del partito personale, da parte di un uomo che si sente onnipotente rispetto all'opera che definisce la sua intera esistenza all'alba dei 73 anni, che compirà tra poco meno di un mese. Poteva non saperlo il mite consigliere comunale di Ferrara Valentino Tavolazzi, che Grillo definiva «mente sopraffina e futuro del Movimento». Il poveretto si illuse di poterla usare, la mente sopraffina, e aderì a un convegno organizzato da alcuni militanti dove si pensava di poter parlare appunto del futuro, senza capire che a decidere delle proprietà private sono solo i padroni. Nel marzo del 2012, Tavolazzi divenne il primo espulso del M5S, umiliato da un post del suo idolo che lo rimproverava di non aver mai capito nulla. Poteva non saperlo Giovanni Favia, amatissimo consigliere regionale dell'Emilia-Romagna, che Grillo arrivò a definire suo «giovane alter ego» per poi sbranarlo con un video dove espelleva lui e altri militanti, che si concludeva con un garbato giro di parole. Chi non è d'accordo con me, se ne può andare fuori dai c diceva l'Elevato con una espressione spiritata poi rivista soltanto nel celebre video in difesa del figlio Ciro. A mandarlo fuori di testa, quella volta, era stata proprio la messa in discussione del principio assoluto della sua autorità. La violenza con cui aveva reagito, e il modo in cui era stato tritato ed espulso la «grande promessa» del M5S, raccontavano già tutto di quel che sarebbe stata la parabola, anche umana, del Movimento. Con tutto il rispetto per sue peripezie politiche, ma Giuseppe Conte, esattamente, dove pensava di essere finito? Cosa immaginava che avrebbe potuto essere, se non questo? Bastava chiedere».

Ma la base? Che cosa dice la base del Movimento? Il Fatto racconta di essere sommerso da lettere e messaggi di lettori. Che la pensano come il direttore del giornale: Grillo è impazzito, Conte deve comunque guidare un partito, sia pure il “piccolo Leu”. Ma poi ammette: i Meet Up, cioè i 5 Stelle organizzati, stanno con Grillo. Lorenzo Giarrelli.

«Qualcuno rimane fedele al fondatore, a cui s' aggrappa per scongiurare la trasformazione nel "Movimento Democratico". Ma la maggior parte degli attivisti 5Stelle, in queste ore, restano increduli di fronte a quella che si ritiene una sorta di autodistruzione del Movimento. A opera di quel Beppe Grillo da cui partì tutto e che ora non ci sta a farsi da parte, nonostante sia stato lui stesso ad aver chiesto a Giuseppe Conte di diventare leader politico della sua creatura. Da due giorni, i profili social del Movimento riflettono lo sgomento della base. I commenti più apprezzati criticano Grillo. C'è Roberta Bortolotti, per esempio: "Con le uscite di Grillo non si prevede un futuro sereno". Barbara Cinel articola meglio: "Grillo è una scheggia impazzita, estremamente narciso e poco lucido. Perdere Conte è follia. Spero che Conte venga ingaggiato da Leu, il più sano dei partiti in questo frangente, anche se il più piccolo. Almeno saprei cosa votare alle future elezioni". E sotto un post contro Matteo Salvini e Giorgia Meloni, la replica di Ciro Principe è amara: "Bravi! Voi nel frattempo continuate a litigare che alle prossime elezioni vedremo uno di loro come presidente del Consiglio". Anche la email del nostro giornale (segreteria@ilfattoquotidiano.it) raccoglie parecchie critiche da elettori delusi dei 5 Stelle. Giuseppe Castaldo spiega: "Appare ormai chiaro che il Garante si sia dato due compiti: il primo, portare il Movimento all'irrilevanza politica (mi riferisco all'entrata e alle modalità di entrata nel governo Draghi); il secondo, costringere Conte a ritirare la sua disponibilità al ruolo di capo politico e fare in tal modo un immenso regalo all'establishment". Pietro Landori chiede a Grillo un passo indietro: "Caro Beppe, sei stato grande per tutto quello che hai fatto però adesso passa il testimone a una persona degnissima". Lidia Tarenzi è d'accordo: "Non riesco a capire il momento in cui Grillo ha deragliato verso una strada che inevitabilmente porterà allo sgretolamento del Movimento. Conte ha tutte le qualità per prendere questo Movimento e portarlo verso un partito o movimento nuovo, moderno e adatto ai tempi. Solo con lui i 5S possono non solo recuperare gli elettori persi ma conquistarne di nuovi perché è rispettato e amato sia a destra, che a sinistra e al centro". Dura anche Patrizia Cozzolino: "La mia impressione è che se Grillo seguita a interferire con l'irrinunciabile processo rifondativo che impegna Conte ormai da molti mesi (troppi), finirà col danneggiare non solo il M5S ma anche l'intera opposizione alla prevedibile ammucchiata dei restauratori e gattopardi, cui già stiamo tristemente assistendo". Qualche voce più ottimista arriva invece dai Meet Up in giro per l'Italia. Paola Pizzighini, attivista milanese, è preoccupata "dai tempi lunghi", ma non dalla mancanza di un'intesa tra Conte e Grillo: "Sono dinamiche che succedono ovunque, ma quando accadono da noi fanno più scandalo. Credo che Grillo e Conte siano perfettamente complementari e possano lavorare insieme". Piero Puozzo, militante di Aosta, riconosce il periodo di "incertezza e incredulità", ma si schiera col fondatore: "Dice bene Grillo quando ricorda a Conte che deve studiare cosa è il M5S. Gli attivisti sono molto divisi. Alcuni aspettano la decisione sui due mandati, ultimo baluardo della 'grillità'. Se salta questa regola, sarà il partito di Conte, il Movimento democratico". Voci simili arrivano dalla Toscana, dove alcuni dei Meet Up più attivi spiegano al Fatto "di aver poco apprezzato la fuga in avanti di Conte", che "ha presentato le candidature per le Amministrative senza neanche aspettare l'investitura", e temono soprattutto, come in effetti emerge da molti colloqui con sostenitori grillini della prima ora, "la deroga al vincolo dei due mandati". Motivi che però nessuno pensava potessero portare a una rottura così profonda»..

Bruno Vespa sul Quotidiano nazionale spezza una lancia per Conte: difficile per chi ha preso il caffè con la Merkel, obbedire a Grillo come uno scolaretto. Allo stesso tempo ricorda che l’unico leader dei 5 Stelle che si è conquistato notevole credibilità politica e non solo per l’esercizio del potere è Luigi Di Maio.

«Uno che ha preso il caffè con la Merkel e dato del tu, come usa oggi, a capi di Stato e di governo non può essere trattato come uno studente che riteneva di aver acquisito la maturità e scopre che per ogni decisione dovrebbe aspettare sempre il giudizio del professore. Un capo - del M5s o di qualsiasi altro partito - ha il diritto all'ultima parole. L'altro ieri Conte ha scoperto che questa spetterebbe all'Elevato. In questo senso bisogna prendere atto che il M5s è insieme con la Santa Sede l'unica monarchia assoluta d'Occidente. Una parte del Movimento - specie i senatori - spingono perché Conte, se rompesse con Grillo, faccia una sua lista alle prossime elezioni. Le difficoltà sono enormi e i sondaggi spesso ingannano. Ma la tentazione è forte. E' un discorso interessato, quello dei senatori, perché un gruppetto avrebbe la possibilità di sopravvivere alla mannaia del secondo turno che risparmierebbe (con buon senso) una dozzina di Elevatini. Ma sono ore di grande confusione ed è presto per fare previsioni a mente fredda. Il personaggio più lucido della compagnia è Luigi Di Maio. Uscito dal nostro primo colloquio per un libro del 2013, ebbi l'impressione che quel ragazzo arrivato alla vice presidenza della Camera a 27 anni avesse qualche scheggia del Dna di Andreotti. In otto anni le schegge si sono irrobustite. Preso atto che la leadership di un partito complicato come il M5s è incompatibile con il ministero degli Esteri, Di Maio si è dimesso da capo politico un anno e mezzo fa e da allora mangia pop corn assistendo al rosolamento del povero Crimi, allo scontro tra Conte e Casaleggio e alla sostanziale implosione del Movimento. Adesso bisogna ricostruirlo. Fino a ieri questo compito sembrava assegnato a Conte . Ma se Conte mollasse, l'Elevato chiamerebbe Di Maio sommerso di complimenti, mentre sull'ex premier piovevano insulti. Il lettore ha capito che in questa fase è inutile chiedersi quale sarà la linea politica del nuovo M5s, ammesso che sia davvero nuovo». 

VARIANTE DELTA, ESPOSTO CHI HA FATTO SOLO LA PRIMA DOSE

Ieri, come di consueto al venerdì, è stato fatto il punto sull’epidemia. I dati sono buoni, se non ottimi. Con due rischi che si affacciano sull’estate: la variante Delta che potrebbe portare a nuove zone rosse localizzate e la mancanza di vaccini per luglio, come denunciano le Regioni. Giovanni Panettiere per il Quotidiano nazionale:

«Cresce l'incidenza della variante Delta anche in Italia dove aumentano i focolai dell'ultimo ceppo sequenziato di Covid-19, ma si teme per la campagna vaccinale, con le Regioni (Lazio e Piemonte in testa) a lanciare allarmi sulla carenza di dosi previste per luglio. Un combinato disposto preoccupante, considerando che il Comitato tecnico scientifico non esclude il ripristino di zone rosse e mette in guardia sull'effettiva copertura dei vaccini: «Una sola somministrazione non copre adeguatamente dalla variante Delta - ha spiegato in tv il presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Cts, Franco Locatelli -. Va completato il ciclo vaccinale, perché la mutazione solleva preoccupazioni in quanto è più contagiosa e può provocare patologie significative nei soggetti non vaccinati o in chi ha una sola dose». Quanto è diffusa la variante delta? Stando agli ultimi dati dell'Istituto superiore di sanità, in Italia è ancora la mutazione Alfa, denominata anche inglese in ragione del Paese in cui è stata isolata la prima volta, quella più diffusa. Ha una percentuale del 74,9% sul totale dei nuovi casi individuati. Tuttavia, sebbene i numeri di giugno non siano ancora consolidati, dalle prime segnalazioni di sequenziamenti eseguiti, si segnala un aumento dei casi di varianti Delta e Kappa, la cosiddetta indiana e un suo sottotipo: queste passano dal 4,2% di maggio al 16,8% di giugno (dati estratti al 21 del mese). «Dai numeri - chiarisce Anna Teresa Palamara, direttrice del Dipartimento Malattie infettive dell'Iss - emerge un quadro in rapida evoluzione che conferma come anche nel nostro Paese, al pari del resto d'Europa, la variante Delta del virus stia diventando prevalente». 

Buone notizie per gli amanti delle discoteche. Fabrizio Caccia per il Corriere.

«Habemus disco. Grazie ai dati epidemiologici in costante miglioramento, ecco che ieri sera il Comitato tecnico scientifico (Cts), che da sempre affianca il governo nella lotta alla pandemia, ha fissato le condizioni di sicurezza per riaprire presto anche le discoteche. Una decisione che il popolo della notte attendeva con ansia. I locali, però, potranno aprire solo in zona bianca e si potrà ballare solo all'aperto. Entrerà solo chi ha il green pass e la capienza massima sarà del 50%, dipendenti compresi. Il Cts, però, non si è espresso sui tempi: deciderà il governo. Tempi brevi, comunque: «Già lunedì chiederemo di fissare la data», ha detto il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti. Ma prima si dovrà lavorare ai protocolli per rendere operative le condizioni del Cts: una volta approvati, si stabilirà la data. Si parla del 3 o del 10 luglio. Di sicuro, i due sottosegretari alla Salute, Pierpaolo Sileri e Andrea Costa, non hanno fatto mistero di propendere già per la prima decade del mese prossimo. Del resto, le condizioni ci sono. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ieri sera ha twittato: «A partire da lunedì tutta l'Italia sarà in zona bianca. Ma servono ancora cautela e prudenza, la battaglia non è vinta».

IL PD TALEBANO: DDL ZAN E APPELLO CONTRO I PROF

Nonostante i chiarimenti del Segretario di Stato vaticano, Enrico Letta va avanti. Non vuole toccare il DDL Zan neanche per una virgola. Per Repubblica è lo stesso Alessandro Zan, autore della legge, ad escludere ogni dialogo. Non conta l’appello di personalità progressiste, le critiche delle femministe di Se non ora quando, i dubbi di tanti senatori. La logica è talebana: prendere o lasciare. Discutere disturba il manovratore. Nel caso l’azzardo in Senato non riuscisse, tutti pronti a stracciarsi le vesti per dire che non si è voluto difendere i diritti delle minoranze LGBT discriminate. Giovanna Casadio per Repubblica:

«Non sono credente, ma ho avuto una educazione cattolica e da ragazzo ero dell'Azione cattolica e leggevo i Vangeli in Chiesa. Il fatto di essere gay e vedere che la Chiesa non mi accettava, mi ha allontanato». Alessandro Zan, deputato dem e attivista lgbt, da cui prende il nome la legge contro l'omotransfobia, dice di rispettare le posizioni cattoliche. Ma non le strumentalizzazioni, né «le invasioni di campo senza precedenti del Vaticano». Zan, perché il disegno di legge che porta il suo nome non si può cambiare? Non crede che con alcune modifiche possa avere una maggioranza sicura? «Non ho mai detto, né dico che la legge non si possa cambiare. Il Senato ha la sua autonomia. Ma alla Camera abbiamo fatto oltre un anno di lavoro, di mediazione e di confronto, con emendamenti e discussioni, raccogliendo preoccupazioni e dubbi». Anche dei cattolici? «Anche». Lei è cattolico? «Non sono credente, ma ho avuto una educazione cattolica, da ragazzo ero dell'Azione cattolica e leggevo in Chiesa. Il fatto di essere gay e vedere che la Chiesa non mi accettava, mi ha allontanato». Però le ragioni dei cattolici non è disposto ad ascoltarle? «Non è vero. Abbiamo già modificato l'articolo 4 del ddl per chiarire, ove mai ce ne fosse stato bisogno, il pluralismo delle idee e la libertà delle scelte. Se un parroco in una chiesa dice che gli omosessuali sono tutti peccatori, nessuno mai potrà sanzionare questa espressione. Se uno oggi dice "gli ebrei devono morire" scatta la legge Mancino per istigazione all'odio religioso. Ma se afferma "i gay devono morire", silenzio». C'è un vulnus per quanto riguarda la libertà delle scuole cattoliche? «L'articolo 7 non impone dei percorsi: c'è una offerta formativa che sta nel patto di corresponsabilità sui progetti condivisi tra scuola e famiglia. A nessuna scuola può essere imposto di inserire ciò che non vuole». L'indicazione della "identità di genere" nell'articolo 1, tuttavia non si tocca? «Serve solo a proteggere le vittime di violenza e per fornire al giudice il movente che ha determinato quella aggressione o discriminazione». Quindi all'accusa di coartare la libertà religiosa e alle critiche anche di alcune femministe come risponde? «C'è nella legge una assoluta garanzia. Abbiamo esteso la legge Mancino che contrasta l'odio religioso e razziale. Salvini e la destra con il loro ddl fanno passi indietro e utilizzano la legge contro l'omofobia per depotenziare la Mancino». Preferisce che il ddl Zan sia impallinato nel voto segreto, invece che cercare consenso più ampio? «Se le modifiche creano disparità di trattamento, non ci sto. La paura che una legge naufraghi nel voto segreto c'è sempre, ma se la maggioranza che l'ha votata alla Camera tiene - da Pd a M5S, renziani, sinistra, autonomie e liberal di Forza Italia allora va in porto».

Forse per attirare i consensi 5 Stelle in libera uscita si profila una stagione di intolleranza a sinistra? Antonio Polito sul Corriere della sera legge così l’appello contro i  professori liberisti coinvolti nel governo Draghi.

«C’è l'appello di un nutrito gruppo di economisti italiani che vorrebbero togliere a due loro colleghi l'incarico di consulenti del governo per ciò che professano, accusandoli di essere «portatori di una visione economica estremista, caratterizzata dalla fiducia incondizionata nella capacità dei mercati di risolvere autonomamente qualsiasi problema economico e sociale». In una parola - tappate le orecchie ai bambini - di essere «liberisti». (…) I firmatari dell'appello non sono fascisti giapponesi, ma bensì orgogliosi esponenti della sinistra italiana, ed è proprio in quanto tali che vogliono far fuori i due «ultrà liberisti» intrufolatisi nelle strutture pubbliche. Bisogna però ammettere che da molti anni non vedevamo usato a fini di discriminazione professionale l'argomento dell'orientamento culturale. Il che è tanto più singolare da parte di un'area politica che è in primo piano nella battaglia per eliminare ogni altra forma di discriminazione, di razza, di genere o di religione. Ed è tanto più preoccupante perché avviene in un Paese che ha nel suo passato una lunga e triste storia di «appelli» di intellettuali capaci di innescare o favorire pericolose campagne di odio ideologico. Per fortuna non siamo più al tempo in cui additare al pubblico ludibrio un economista poteva costargli la vita (l'ultima volta è successo a Marco Biagi). Ma ciò non toglie che bisogna tenere la guardia alta contro gli ostracismi basati sull'orientamento scientifico degli studiosi. La mamma dei cretini è infatti sempre incinta. I firmatari dell'appello potrebbero rispondere che loro non questionano le idee dei due consulenti, (si tratta di Riccardo Puglisi e Carlo Stagnaro); ma che il loro intento è di segnalare che «l'appartenenza a think-tank liberisti» (dove «think» ancora una volta sta per «pensare») rende impossibile per i due occuparsi di quell'«intervento pubblico in economia» che sono soliti criticare; come se fossero preti cui è richiesto di avere fede nella transustanziazione per poter officiare messa. Vedremo dunque presto campagne contro l'assunzione di pacifisti al ministero della Difesa, o di cacciatori a quello dell'Ambiente? Intendiamoci: le critiche sulla competenza e l'expertise dei prescelti sono sempre legittime, specie quando vengono da così titolati accademici. Ma l'uso dell'appello pubblico ci dice che lo scopo vero è un altro, ed è politico. Altrimenti i due «reprobi» non sarebbero stati meritevoli di tanto clamore, visto il ruolo marginale cui sono stati chiamati: faranno i consulenti per un dipartimento di consulenza di un comitato di coordinamento, e in un ambito esterno alla struttura che gestisce il Recovery. Del resto la presenza nel pacchetto di mischia di autorevoli esponenti del Pd conferma il carattere politico dell'attacco. Fu il vicesegretario di quel partito, Giuseppe Provenzano, pure lui economista, ad aprire per primo il fuoco contro i due «ultrà liberisti», colpevoli di aver «passato una vita a infangare su Twitter la spesa pubblica». E tra i firmatari dell'appello figura Emanuele Felice, responsabile economia nella segreteria Zingaretti. È probabile insomma che l'episodio sia un ennesimo sintomo del disturbo di digestione del governo Draghi che affligge una parte cospicua del Pd e delle sue correnti esterne e interne, dal tardodalemismo al bettinismo, apertamente nostalgiche dell'era Conte. Non è in ogni caso rassicurante. Così come non è rassicurante che nell'appello pubblico gli economisti non facciano i nomi dei bersagli. Sarà perché, come la Chiesa, condannano il peccato e non i peccatori? O forse perché vogliono dar loro un'ultima possibilità di redenzione attraverso una pubblica abiura delle idee precedenti?».

Antonio Socci su Libero si chiede: ma dove sono finiti i cattolici del Pd?   

 «È una situazione nuova per il Pd. Nel partito che doveva unire due anime opposte, quella comunista del Pci e quella "cattolico democratica" della Sinistra diccì, non c'è più traccia di cultura cattolica. E non si vede al suo interno neanche quella cultura liberale e socialista che rifiuta indottrinamenti, bavagli, dogmi e pedagogie di Stato. C'è solo quella (post) comunista diventata radical -chic. Tutto il Pd ormai professa l'ideologia soffocante del "politicamente corretto". Augusto Del Noce aveva previsto negli anni Settanta che il Pci sarebbe diventato un «partito radicale di massa», ma lui intravedeva anzitutto una resa del Pci all'ideologia tecnocratica delle élite nichiliste e anticristiane d'occidente, cosa che è effettivamente avvenuta. Quindi qualcosa di diverso dal Partito Radicale che conosciamo. Nel Pd c'è oggi molto giacobinismo laicista e anticattolico, ma non si vede la parte libertaria della cultura radicale: il garantismo sulla giustizia e l'apertura al dialogo sempre con tutti, senza criminalizzazione dell'avversario e senza bavagli. Non a caso il Ddl Zan, su cui Enrico Letta si ostina a rifiutare qualsiasi dialogo, volendo imporlo «così com' è» (per portare a casa una sua vittoria personale) è stato criticato anche dal segretario del Partito Radicale, Maurizio Turco: «Se parli del ddl Zan e di quella roba lì, chi è che non è d'accordo contro l'omofobia? Ma se lo vai a leggere il ddl Zan, la cosa è diversa... Io continuo a pensare che la repressione sessuale non si supera con la repressione penale». (…) Eppure perfino un "mangiapreti" storico come Piergiorgio Odifreddi comprende la nota della Chiesa che il Pd lettiano non vuol considerare («il Vaticano ha semplicemente sollevato un dubbio di incostituzionalità, com' è nel suo pieno diritto, confermato implicitamente da Draghi»). Odifreddi dice che nel merito «non ha tutti i torti». Aggiunge: «La legge decreterebbe una cesura tra la percezione psicologica di un individuo e la sua realtà fisiologica: la prima dev' essere naturalmente tutelata e difesa, perché ciascuno ha diritto di avere le opinioni e i sentimenti che desidera, ma la seconda non può semplicemente essere negata o rimossa, perché anche i fatti hanno i loro diritti... Nessuno si sogna di negare a un ottantenne il diritto di sentirsi un ventenne, o viceversa, ma questo non significa che allora dobbiamo tutti dire, o addirittura insegnare nelle scuole, che non esistono l'età biologica o il tempo, e che non possiamo misurarli». Il Pd rischia dunque di essere in guerra anche con la realtà e la razionalità. Non solo con la Chiesa. Fra i Vescovi oggi c'è l'amarezza di constatare che il Pd - che molti vedevano con favore - diventa sempre più «un partito ideologicamente anticattolico».

IN 3 PIAZZE PER IL LAVORO E LA GIUSTIZIA SOCIALE

Giornata di mobilitazione nazionale del sindacato in tre piazze italiane che chiederanno: lavoro, coesione e giustizia sociale. Bari, Torino e Firenze. In quest’ultima città parlerà il segretario della Cisl Luigi Sbarra, intervistato oggi dal Manifesto.  

«Bisogna disinnescare questa bomba ad orologeria. Dobbiamo far ripartire il Paese dagli investimenti, non dai licenziamenti. Impegniamoci insieme per concertare un grande patto sociale per rilanciare crescita e occupazione, garantire coesione, ridurre le diseguaglianze. I vostri incontri con i gruppi parlamentari hanno prodotto qualche passo avanti?Dalla conversione del decreto Sostegni bis quali emendamenti chiedete siano approvati? «Tutti i gruppi parlamentari hanno condiviso l'allarme che abbiamo lanciato. È necessario rafforzare le misure di sostegno al reddito: Rem, Naspi, indennità stagionale, contratto di rioccupazione, contratti di solidarietà. Bisogna evitare poi una nuova ondata di licenziamenti che si aggiungerebbe al milione e passa di posti che già abbiamo perso. L'aspetto singolare di questa vicenda è che molti degli stessi partiti che sostengono il governo e che approvano i provvedimenti in Consiglio dei Ministri hanno presentato emendamenti per prolungare il blocco, anche sino alla fine dell'anno. È la prova di un corto circuito politico, un pasticcio che si poteva evitare con un vero confronto con il sindacato». Voi tradizionalmente come Cisl siete per il dialogo con il governo. Ora però sembra aprirsi una fase nuova dove il protagonismo di Draghi - vedasi anche le nomine degli economisti per controllare il Pnrr - si sta allargando. «Guardi, non ci spaventano né il protagonismo di Draghi, né le nomine di consulenti o economisti. Il tema vero è il rapporto che il governo vuole avere con il sindacato. Noi abbiano fatto quattro importanti intese con Draghi su pubblico impiego, scuola, protocolli sicurezza e piano vaccinazione, subappalti. Questo è il metodo giusto che bisogna riprendere con responsabilità. Anche i governi più autorevoli hanno bisogno della mediazione sociale per ricostruire il paese dopo questa terribile pandemia. L'uomo solo al comando non ha mai funzionato».

CENTRODESTRA A MILANO, BERLUSCONI VUOLE LUPI

Psicodramma anche nel centro destra per la scelta del candidato sindaco di Milano. Marco Cremonesi sul Corriere della Sera spiega che Berlusconi vorrebbe a tutti i costi Maurizio Lupi. Ma Salvini non sarebbe d’accordo:

«Per Tajani, «se non ci saranno candidati di area civica, dovremo per forza candidare politici. E se si dovesse candidare un politico, certamente Lupi sarebbe il miglior candidato possibile». Ma per Salvini transigere su questo significherebbe derogare a un'impostazione che aveva dato lui stesso: «Visto che abbiamo scelto di allargare il raggio della coalizione in tutta Italia con candidati civici, credo che la strada debba essere quella: Milano è famosa nel mondo per la sua capacità di fare impresa e per il volontariato, una delle persone che ho incontrato in questi giorni mette insieme queste due caratteristiche al meglio». Il nome, Salvini non lo scuce («È una questione di rispetto nei confronti degli alleati») ma restringe un po' l'identikit dei giorni scorsi: «È una persona di assoluto spessore che da milanese vorrei come sindaco domattina. Non solo unisce il mondo dell'insegnamento a quello dell'impresa e all'attenzione al sociale ma, a differenza di Sala, ha idee e voglia di fare». Di lui si sa che «ha due lauree, ha insegnato e insegna in due prestigiose università, non vive in piazza Duomo ma alla periferia nord di Milano». Unico difetto, scherza Salvini, «non è milanista. Riequilibriamo io e Berlusconi». Ma non teme che tra gli alleati si possa tirare al bersaglio sul suo candidato? «Su Roma io avevo le mie idee ma ho accettato il giudizio di altri. Sono certo che sarà così anche per Milano». La speranza del leader leghista è «quella di dare a Milano subito una squadra. A Roma abbiamo presentato un ticket, a Milano mi piacerebbe mettere in campo personalità che iniziano a lavorare da subito». Inclusi i candidati sindaci di cui si è parlato in queste settimane? «Inclusi. Mi è piaciuta molto questa disponibilità, posso anticipare che anche Albertini è d'accordo». Per quanto riguarda la campagna elettorale milanese, due cose sono certe. Salvini sarà candidato (e con lui il viceministro Alessandro Morelli, l'eurodeputata Silvia Sardone, l'assessore regionale Gian Marco Senna e il capogruppo Massimiliano Bastoni), al contrario di Silvio Berlusconi. A cui, come ha spiegato Tajani, «i medici hanno prescritto un periodo di convalescenza»)».

FRANCIA E GERMANIA SCONFITTE IN EUROPA

Fallimento della coppia Merkel-Macron. I due hanno cercato di convincere gli altri 25 Capi di Stato e di Governo della necessità di un incontro diretto con Putin. Ma il Consiglio europeo, conclusosi ieri, ha bocciato la loro proposta. Fatto importante, non solo perché rafforza l’impressione del declino politico personale di due leader vicini al passo d’addio (Merkel lascia, Macron ha sondaggi melanconici per le prossime presidenziali). Ma perché sottolinea, in prospettiva, l’importanza del ruolo di Draghi in Europa. Beda Romano sul Sole 24 Ore:

«Arranca il tentativo dell'Unione di darsi una politica estera nei confronti della Russia che sia costruttiva e strutturata. L'idea franco-tedesca di aprire un dialogo al vertice con Mosca ha scatenato tensioni tra i Ventisette nel summit di due giorni che si è concluso ieri qui a Bruxelles. La Germania e la Francia si sono ripromesse di continuare a negoziare con i loro partner, ritenendo impensabile che una Europa che si vuole sovrana non abbia contatti diretti con il presidente Vladimir Putin. Le conclusioni del summit confermano la recente proposta della Commissione europea di lavorare su due fronti. Da un lato, dotarsi di una panoplia di misure per rispondere alle provocazioni russe. Dall'altro, individuare filiere di cooperazione con il grande vicino a Est, pur di andare oltre il confronto in cagnesco. Nel comunicato finale, i Ventisette citano alcuni settori: il clima, l'ambiente, la salute così come le aree di crisi in Siria e in Libia. A ridosso del vertice di questa settimana, la Francia e la Germania hanno voluto mettere sul tavolo anche l'idea di un incontro al vertice tra Unione europea e Russia. La proposta ha avvelenato il clima tra i capi di Stato e di governo nelle loro discussioni. Molti governi, tra cui le repubbliche baltiche, la Polonia, l'Olanda e la Svezia, si sono opposti per principio a un summit con il presidente Putin (si veda Il Sole/24 Ore di ieri). «Il Consiglio europeo esplorerà i formati e le condizioni del dialogo con la Russia», si legge nelle conclusioni. Analizzava ieri un diplomatico: «La discussione ha ricreato le tensioni che eravamo riusciti a ricomporre quattro settimane fa nel vertice europeo di maggio. Da questo punto di vista, il quadro si è complicato». Rimane da capire come e quando queste tensioni potranno essere nuovamente ricomposte. Durante una conferenza stampa dopo il vertice, la stampa tedesca ha incalzato la cancelliera Angela Merkel. Alcuni giornalisti le hanno chiesto se l'iniziativa franco-tedesca non fosse stata mal preparata, e in fondo espressione di una certa arroganza. «Credo che dobbiamo trovare un formato attraverso il quale dialogare con il presidente Vladimir Putin - ha risposto la signora Merkel -. Anche durante la Guerra Fredda questi canali esistevano». Ha poi aggiunto: «Sono consapevole di quanto accadde nel 2014 (l'annessione della Crimea che tanto ha impaurito gli ex satelliti sovietici, ndr). Al tempo stesso, parliamo spesso di sovranità europea e di autonomia strategica: come non immaginare un incontro simile a quello che hanno avuto a Ginevra la settimana scorsa il presidente americano Joe Biden e lo stesso Vladimir Putin in modo da difendere i nostri interessi ed esprimerci con una voce sola». (…) Dello stesso avviso è stato Emmanuel Macron. «Le discussioni sono normali, non tutti abbiamo la stessa storia. Sono lieto però che siamo usciti da una logica solo reattiva nei confronti della Russia: rispondere a aggressioni e provocazioni con le sanzioni è una logica inefficace», ha notato il Presidente francese, aggiungendo all'indirizzo dei Paesi piccoli: «Non sono ossessionato da un summit a 27. Per quanto mi riguarda, non ho bisogno di un vertice europeo per vedere il presidente Putin». Il premier polacco Mateusz Morawiecki ha riassunto in questi termini la sua posizione (e quella degli altri Governi contrari): «La Polonia ha rifiutato la proposta tedesca perché crediamo che rafforzerebbe il presidente Putin invece di punire una politica aggressiva». Ciò detto, Parigi e Berlino, con l'appoggio di altri Paesi tra cui l'Italia, hanno forse istillato il dubbio nei partner su come affrontare il vicino russo. Da Mosca, intanto, il Cremlino ha accolto «con disappunto» l'esito interlocutorio del vertice». 

MIGRANTI, 8 MINUTI DOPO TRE ANNI

Era tre anni che non si parlava ufficialmente di migranti al Consiglio europeo, a cui partecipano i capi di Stato e di Governo dei 27 Paesi dell’Unione. Draghi è riuscito a far mettere all’ordine del giorno l’argomento, ma poi la discussione è durata pochissimo. Duro il commento di Maurizio Ambrosini per Avvenire.

«I governi dell'Ue non riescono a definire una nuova politica dell'asilo, e più complessivamente di gestione dell'immigrazione. Al tema hanno dedicato, a quanto risulta, otto minuti nell'ultimo vertice. In questa impasse, la linea su cui convergono consiste nel ribadire e rafforzare l'esternalizzazione delle frontiere. Su impulso tedesco si rinnoveranno gli accordi con la Turchia. Si prevedono nove miliardi di spesa. Anche sul versante Sud si vorrebbe incrementare la medesima po-litica, già ispiratrice degli accordi con la Libia del governo Gentiloni-Minniti e di altri simili, come quello con il Niger. Qui la promessa è di otto miliardi aggiuntivi. Questa politica, spesso giustificata con la chiusura dei governi del blocco di Visegrad, è in realtà assai più condivisa. Lo stesso Mario Draghi, purtroppo, l'ha convintamente sposata in occasione del suo ultimo incontro con Angela Merkel. Oltre all'indignazione morale per l'indifferenza verso le vittime di questa cinica impostazione, già espressa con vigore dal direttore di questo giornale pochi giorni fa, alcuni rilievi di fatto consentono di affermare che si tratta di un passo sbagliato. Anzitutto, non è vero che l'Ue sta sopportando flussi ingenti e incontrollabili di richiedenti asilo. Nel 2020 hanno chiesto asilo nell'Unione Europea circa 416.600 persone, oltre 200.000 in meno rispetto al dato 2019 (631.300). Soprattutto, si tratta di un terzo rispetto al picco toccato nel 2015-2016, quando il dato aveva raggiunto rispettivamente 1.321.000 e 1.259.000 casi. Saremmo in realtà in un momento favorevole per costruire nuove soluzioni, al riparo da urgenze impellenti. Lo stesso piano von der Leyen del settembre scorso insiste invece sui rimpatri (citati 88 volte) e sugli accordi con i Paesi esterni, come principale strategia dell'Ue sull'argomento. In secondo luogo, l'Italia non è affatto in prima linea, come si continua a ripetere acriticamente nel nostro ristretto cortile. Ha ricevuto nel 2020 21.200 domande di asilo (39% in meno rispetto al 2019), e si situa al quinto posto nell'Ue dopo la Germania (102.500), la Spagna (86.400, per effetto soprattutto degli arrivi dal Venezuela), la Francia (81.800) e la Grecia (37.900). Anche considerando i casi accumulati nel corso degli anni, siamo sotto la media dell'Europa Occidentale. Secondo l'Unhcr, a fine 2019 il nostro Paese accoglieva 3,4 tra rifugiati e richiedenti asilo ogni 1.000 abitanti, contro circa 25 della Svezia, 18 di Malta, 15 dell'Austria, 14 della Germania, 6 di Danimarca, Grecia e Francia. Le convenzioni di Dublino andrebbero riviste, perché impongono obblighi di accoglienza disuguali ai governi nazionali, ma non perché l'Italia sia particolarmente penalizzata. In terzo luogo, come italiani ed europei stiamo piegando la promozione dello sviluppo e la cooperazione internazionale all'obiettivo del controllo dei confini. I governi interessati ricevono fondi a patto che collaborino nel fermare i migranti, comprese donne, famiglie con bambini, persone in fuga da guerre e repressioni. Per di più, chiamiamo sviluppo l'acquisto di armamenti e il finanziamento di centri di detenzione. Ma anche quando si parla di affrontare le cause profonde delle migrazioni, si finge di ignorare un dato: lo sviluppo rallenta l'emigrazione solo nel lungo periodo. Nel breve termine si associa con un aumento delle partenze, perché sale il numero delle persone che accedono alle risorse per partire, crescono le aspirazioni, cresce l'istruzione, che a sua volta incentiva la partenza verso Paesi dove un titolo di studio rende di più. Si deve sostenere lo sviluppo dei popoli, ma non far credere che questo serva a contenere le migrazioni nei prossimi vent' anni. Infine, c'è il dazio politico da pagare. Non solo gli accordi mettono di fatto l'Ue in una posizione subalterna rispetto agli Erdogan con cui si scende a patti, ma la stessa immagine dell'Europa come il faro dei diritti umani nel mondo si macchia di una pesante ipocrisia: forse accoglieremo i perseguitati, ma prima facciamo di tutto per impedire loro di arrivare alle nostre frontiere e chiedere protezione. Non è questa l'Europa sognata dai padri fondatori».

LA NAZIONALE STA IN PIEDI, NON PREGA

Stasera c’è Italia-Austria ai campionati europei di calcio, i nostri giocatori non si metteranno in ginocchio prima della partita. Vittorio Feltri sulla prima pagina di Libero approva la decisione e inneggia ai calciatori di pelle nera, come Lukaku e l’amato Zapata, attaccante della sua Atalanta.

«In questi giorni è scoppiata la polemica più vacua che si possa immaginare. Quotidiani e notiziari televisivi sono stati costretti ad occuparsene. Mi riferisco al fatto che prima della partita del campionato europeo di football fra il Galles e l'Italia si è assistito a una pantomima curiosa e abbastanza ridicola. I giocatori nordici prima del fischio di inizio si sono inginocchiati sul campo in segno di solidarietà al movimento Black Lives Matter, che si batte contro il razzismo, benché questo non ci sia in Europa come si evince dalla circostanza che la maggior parte delle compagini calcistiche sia imbottita di formidabili atleti di pelle nera, tutti applauditi, idolatrati, ammirati ed esaltati. Due casi esemplari nel nostro Paese: il belga Lukaku dell'Inter vincitrice dello scudetto è considerato a Milano, dal popolo nerazzurro, una divinità da portare in trionfo per via dei grappoli di gol che abitualmente segna con facilità irrisoria. Il dettaglio che sia scuro come la pece non importa un accidente a nessuno. Anzi, lo rende simpatico. Nell'Atalanta il centravanti si chiama Zapata, un volto che sembra di carbone, una punta di rara bravura e di alto rendimento che infiamma i bergamaschi letteralmente innamorati del campione. Ci sarebbe un altro calciatore nero, giocava anni fa nel Milan, Weah, il quale faceva impazzire i tifosi per la sua potenza unita a raffinata tecnica. Una figura emblematica di antirazzismo, dato che le folle lo consideravano un mito. Posto che qualunque studioso di antropologia afferma che le razze non esistono nell'umanità, di conseguenza il razzismo può solo fiorire nella testa di alcuni citrulli». 

Massimo Gramellini nel suo “Caffè” sulla prima pagina del Corriere della Sera si chiede: ma perché si inginocchiano? Per pregare, come in chiesa. Ditelo al Letta mangiapreti, che potrebbe essere un gesto non troppo laico…  

«E dopo avere trascorso la settimana a chiedermi se l'inginocchiarsi dei calciatori fosse un atto ribelle o conformista, retorico o sincero, il venerdì spunta un ragazzino e mi chiede a bruciapelo: perché si inginocchiano? «Ma son domande da farsi?» e intanto comincio a googlare come un pazzo alla ricerca di una spiegazione decente. «L'inginocchiarsi è un'usanza persiana introdotta in Occidente da Alessandro Magno». Meglio prendere tempo. «Mi comporterò alla stregua di un filosofo e ti spiegherò che cosa NON significa inginocchiarsi». (Intanto continuo a googlare). «Cominciamo col dire che, al contrario di quello che alcuni hanno scritto, l'umiliazione dell'uomo bianco non c'entra niente: infatti si inginocchiano anche i neri. Non è nemmeno, e ci mancherebbe, la rievocazione del poliziotto che soffocò George Floyd, tenendogli il ginocchio premuto sul collo per nove minuti e mezzo» «Allora perché lo fanno?». «Perché perché (finalmente l'ho trovato!), ma ovviamente perché intendono ribadire il gesto con cui nel 2016 un campione di football commemorò allo stadio le vittime afroamericane della polizia. Lui, a sua volta, aveva tratto ispirazione da Martin Luther King, che dopo un'ondata di arresti nel 1965, essendo un pastore, pensò bene di piegare un ginocchio in mezzo alla strada e mettersi a pregare». «I calciatori in ginocchio pregano contro il razzismo?». «In un certo senso, sì». «E se i nostri restassero in piedi?» «Vorrebbe dire che si sentono una Nazionale laica».