2 giugno, nuovo inizio

Festa della Repubblica con i buoni numeri della ripresa economica. Draghi ci punta. Conte vince il round contro Casaleggio. Parla Mr. B mentre Salvini distribuisce rosari. Il Papa riforma il Codice

Oggi si celebrano 75 anni dal referendum in cui gli italiani scelsero la Repubblica. Ricorrenza che coincide con dati economici incoraggianti, diffusi dall’Istat proprio in queste ore. La ripresa è più forte del previsto e porta finalmente l'Italia fuori dalla recessione. Numeri positivi anche per l'occupazione, con la Borsa sui livelli pre-Covid e pre-Lehman (la crisi del 2018). Mario Draghi ha sottolineato la voglia di ripresa e di unità del Paese nella sua prima visita ufficiale in Emilia. Ottimismo anche dalla campagna vaccinale: dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 484 mila 12 somministrazioni. Figliuolo confida che a giugno ci sarà la “spallata decisiva”, visto che devono arrivare altri venti milioni di dosi.

Sul fronte politico va sottolineata la prima vittoria di Giuseppe Conte nella lunga contesa con Casaleggio. Il Garante ha dato cinque giorni di tempo a Rousseau per fornire gli elenchi degli iscritti ai dirigenti del Movimento. Conte si sente già in sella: “Si parte”, ha detto. Nel centro destra nessun accordo neanche ieri sui candidati sindaci e nuova intervista, dopo un lungo silenzio, di Silvio Berlusconi al Giornale. Mr. B si dice “rattristato” dall’iniziativa di Toti-Brugnaro.

Matteo Salvini, direbbe il sociologo Franco Garelli, è un “cattolico culturale”: distribuisce rosari ai colleghi. Involontariamente comica la cerimonia romana del tutto laica (con tanto di banda e fasce tricolori) di inaugurazione di una nuova targa dedicata a Carlo Azeglio Ciampi: sul marmo all’ultimo si è visto che c’era scritto “Azelio” e dunque non è stata scoperta. Gramellini e Ceccarelli si paragonano con l’episodio.

Fra i casi giudiziari fa ancora discutere la liberazione del killer di mafia Giovanni Brusca, dopo 25 anni di detenzione. Mentre la Gip di Verbania non ha resistito: ha parlato anche lei, difendendo le sue decisioni. Papa Francesco ha varato una modifica del sesto libro del Diritto canonico. In questo caso, per riformare la giustizia è bastata una Costituzione apostolica. Potesse farlo anche la Cartabia… Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Festa del 2 giugno, all’insegna dell’ottimismo. Il Corriere della Sera titola fra virgolette, sintetizzando Draghi: «L’Italia ha voglia di ripartire». Il Sole 24 Ore spiega la sostanza: Pil oltre le attese, recessione superata. La Borsa torna ai livelli pre Covid. Il Messaggero vede però fra i ragazzi voglia di assistenzialismo: Pil e lavoro, segnali di ripresa. Ma i giovani: meglio il Reddito. La Stampa legge il discorso del presidente del Consiglio in chiave di dialogo sociale: Draghi, appello ai sindacati «Ognuno faccia la sua parte». Mentre Repubblica insiste sulla chance che il Paese ha di fronte: Draghi: la ripresa c’è non possiamo più sbagliare. A ricordare i problemi del meridione, Il Mattino: Sud, la voragine lavoro. Ritornati a trent’anni fa. Avvenire celebra l’anniversario raccontando gli esempi civili premiati da Mattarella: 75 anni di Repubblica, ecco i veri volti d’Italia. Festeggia, per una volta, Il Fatto: Casaleggio sconfitto Conte: “Ora si parte”. Per Il Manifesto: La rivoluzione non Rousseau, ma il gioco di parole è meno immediato del solito. Anche Il Giornale ha la sua celebrazione di famiglia, con il ritorno di Silvio in campo: Silenzio, parla Berlusconi. Il Quotidiano Nazionale insiste solitario sul caso della pachistana scomparsa a Novellara: Nel paese di Saman: era un fantasma. Italia Oggi promette sul fronte evasione: Gdf, le indagini raddoppiano. Mentre La Verità è ancora polemica sulle riaperture: Speranza sfregia pure le vacanze. «Al ristorante? Al massimo in 4». Ancora polemiche sulla scarcerazione del killer di Capaci. Libero: Brusca ci ha fregato. La Sicilia: Brusca lex, sed lex.  

IL 2 GIUGNO DELLA RIPRESA

75 anni di Repubblica festeggiati con l’ottimismo dei dati economici forniti dall’Istat. La cronaca del Corriere di Enrico Marro.

«Il rimbalzo dell'economia, dopo la più grave crisi dall'Unità d'Italia, è cominciato. E con una forza un po' superiore alle attese. Tanto che, per una volta, abbiamo fatto meglio di Germania e Francia. Questo dicono i dati diffusi ieri dall'Istat sul prodotto interno lordo e sull'occupazione. L'istituto di statistica ha corretto al rialzo le stime preliminari del 30 aprile scorso sul Pil del primo trimestre 2021 e la buona notizia è che si è passati dal segno meno al segno più, ovvero dal -0,4% rispetto all'ultimo trimestre del 2020 al +0,1%, contro il -0,1% della Francia e il -1,8% della Germania (restiamo lontani però dal +1,6% degli Stati Uniti). Un piccolo segnale, d'accordo, ma che fa ben sperare rispetto alla possibilità di superare quest' anno la crescita stimata dal governo al 4,5%. Lo stesso Istat segnala che la «crescita acquisita», quella cioè che si avrebbe se la dinamica del prodotto interno lordo fosse pari a zero nel resto dell'anno, è del 2,6%. Ma tutti i centri previsionali stimano un progressivo aumento della crescita nei prossimi tre trimestri, ovviamente confidando nel progressivo ritorno alla normalità post-covid. Anche i dati provenienti dal mercato del lavoro confermano una cauta ripresa, segnando ad aprile oltre 120mila occupati in più rispetto a gennaio (+20 mila nei confronti di marzo). Anche qui il rimbalzo è appena all'inizio, trattandosi per lo più di posti a tempo determinato (+96mila in aprile, mentre quelli stabili e gli autonomi sono calati) i primi a recuperare ora che l'economia volge al meglio così come sono stati i primi a scendere quando le cose si erano messe male; senza considerare che, rispetto all'inizio della pandemia (febbraio 2020), si contano pur sempre più di 800mila occupati in meno (anche se il dato è "gonfiato", rispetto alle rilevazioni compiute fino allo scorso anno, dal fatto che ora le persone in cassa integrazione da oltre tre mesi, per via dei nuovi standard Eurostat, non vengono più conteggiate tra gli occupati, ma tra gli inattivi). Comunque, osserva lo stesso Istat, sono ormai tre mesi che l'occupazione è in ripresa e ad aprile è proseguito il calo degli inattivi (-138mila) e c'è stato un aumento delle persone in cerca di lavoro (+ 870 mila in un anno). La disoccupazione è così salita al 10,7%, ma il dato viene appunto letto in chiave positiva. Alla luce di questi segnali, è il momento di unire le forze e remare tutti dalla stessa parte. Questo l'appello che arriva dai vertici delle istituzioni.». 

La visita di Mario Draghi in Emilia è stata la sua prima uscita pubblica al di fuori della capitale e il presidente del Consiglio ha sfruttato l’occasione per centrare le sue parole sull’Italia che ha voglia di ripartire, rinnovando un appello all’unità. Marco Galluzzo dal Corriere.

«La definisce «una gita». Ma nel senso che gli ha trasmesso buon umore, lo ha fatto evadere dal tour de force delle riforme, uscire da Palazzo Chigi, toccare con mano il sentimento del Paese produttivo, di due centri di eccellenza. Prima di leggere il discorso scritto Mario Draghi parla a braccio e comunica così la sua soddisfazione: «È la prima volta che esco da Roma da quando la pandemia ha cominciato ad attenuarsi e quello che si percepisce è un sollievo, un entusiasmo, una voglia non solo di ricominciare ma di sprigionare le proprie energie produttive e imprenditoriali, una propria visione del mondo che veramente dà conforto. Non vi siete mai fermati, ma oggi i vostri numeri - dice rivolto agli imprenditori del settore ceramico - sono impressionanti, così come la chiarezza con cui avete elencato le cose che il governo deve fare, un governo che deve creare il clima per investire, produrre e guardare al futuro». Toccherà anche ad altre imprese, altri simboli dell'Italia che esporta, investe, scala le classifiche mondiali della manifattura. È possibile che sia la prima tappa di un tour della fiducia, nel suo staff lo considerano plausibile. La scelta per il momento cade sul Tecnopolo di Bologna e sul distretto ceramico di Sassuolo. In entrambi i casi si tratta di esempi significativi, fra i tanti, di «una stagione di ripresa», che occorre «rendere duratura e sostenibile». E per questo «serve un'Italia unita nel desiderio di tornare a crescere e credere nel suo futuro», rimarca il capo del governo in uno dei passaggi centrali del discorso. (…)  Per la prima volta lo stile asciutto del capo del governo si abbina ad un pizzico di retorica: in questo momento tutto è necessario per trasmettere fiducia. «Questa Italia è viva, forte, e ha tanta voglia di ripartire». Dopo i mesi duri della pandemia «abbiamo davanti una fase nuova, di ripresa, su cui costruire un Paese più giusto e più moderno. E liberare le energie che sono rimaste ferme in questi anni». Il premier ricorda le parole del Governatore della Banca d'Italia, pronunciate lunedì scorso, rimarca che «l'attività produttiva nel Paese si rafforza, gli indici di fiducia delle imprese sono ai massimi da oltre tre anni, gli imprenditori pianificano investimenti, segno che sono tornati a essere ottimisti. Le famiglie sono per ora un po' più caute, ma anche qui ci sono forti segnali di miglioramento». Insomma un quadro roseo, con l'Ocse che ha rivisto al rialzo le previsioni sul Pil, merito anche dei tanti «distretti produttivi nazionali come il vostro, che in questi mesi difficili hanno sostenuto l'economia e oggi sono protagonisti della ripresa. Qui si produce circa il 90% della ceramica italiana - dice a Fiorano -. Nel primo trimestre di quest' anno, questa industria è cresciuta di quasi il 9%, molto di più della produzione manifatturiera. Ed è un leader nel mondo: la produzione italiana di ceramica viene esportata per l'85%, per un valore di oltre 4,5 miliardi di euro, e copre circa un terzo del commercio internazionale del prodotto». Un esempio di forza e anche resilienza».

Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, dedica il fondo proprio al sentimento di ripresa nazionale che cade nella giornata di festa della Repubblica.

«Tre quarti di secolo fa la storia d'Italia è ricominciata. Con la riconquista anche formale della libertà e la piena realizzazione della democrazia. Votarono tutti gli italiani e tutte le italiane in quel 2 di giugno del 1946. Ed era la prima volta che accadeva. Votavano dopo la notte nera della dittatura fascista e l'incubo di una guerra folle che, infine, si era fatta terribile guerra civile. E non ebbero paura di scegliere una via del tutto nuova. Sarebbe stato scritto di lì a poco in Costituzione, ma era già chiaro che da quel giorno non più un re (in solitudine o all'ombra di un duce), bensì il popolo sarebbe stato 'sovrano' e non come massa indistinta e preda potenziale del retore e uomo forte di turno, ma come fonte collettiva, meglio comunitaria, del potere di fare i governi e di scrivere le leggi. Si chiama democrazia parlamentare e ha ricostruito l'Italia, l'ha fatta crescere e l'ha fatta resistere anche alle peggiori trame, a tristi tradimenti, ad ambizioni arroganti e a calcoli mediocri. Lo sappiamo: 75 anni fa non s' è iniziata la migliore delle storie possibili. Ma è una gran bella storia. Che ha radice nell'intelligenza e nella fede di leader che seppero rappresentare e guidare in direzione libera e sicura un popolo 'inquadrato' per un ventennio da un regime totalitario che aveva fatto della nostra terra una patria dell'illibertà, del bellicismo e del razzismo e infine l'aveva ridotta in macerie. È la nostra storia. Ci ha condotto a questo presente, complicato eppure vitale. E in essa è custodito il germe del futuro che possiamo generare e che dobbiamo preparare. Quel germe è l'appartenenza solidale che non cancella le diversità, ma dà loro senso comune e bene comune. Quel germe è la concittadinanza, che in sé non basta a sanare le disuguaglianze, le esclusioni e gli errori commessi dai singoli, ma è premessa indispensabile per il loro superamento. Quel germe è la retta coscienza, che impedisce di depredare o dilapidare il patrimonio condiviso e chiama non solo a reclamare diritti, ma a esercitare doveri. Quel germe è la tenacia dell'onestà e della competenza, che non fa notizia e sembra non esaltare nessuno, ma si oppone alle mafiosità, custodisce l'essenziale e porta frutto. Quel germe è il cuore stesso della Repubblica, laico e credente. Ed è l'insieme dei suoi volti puliti e veri. Che sono tantissimi. (…) La Repubblica siamo noi. E chi sbraita che è solo retorica non se la merita. Ma noi meritiamocela, e meritiamoci l'unità che dobbiamo continuare a fare». 

VACCINI, LA “SPALLATA DECISIVA”

Ottimismo anche sul fronte della campagna vaccinale. Il mese di giugno dovrebbe essere quello cruciale. Fabio Savelli sul Corriere:

«Quasi quattro italiani su dieci, tra i vaccinabili, hanno ricevuto almeno una dose: circa 23 milioni. A ciclo completo uno su cinque: 12,1 milioni. Ieri sono partite anche le farmacie, in prevalenza col preparato J&J. Stasera le Regioni aprono le prenotazioni a tutte le fasce d'età - avviando la campagna massiva - mentre è in arrivo un carico di tre milioni di dosi Pfizer, il più ingente finora. È «la spallata decisiva - dice il commissario Francesco Figliuolo - perché sono in arrivo a giugno 20 milioni di dosi». L'immunità di gregge - ambizione di settembre - si scontrerà però da ora in poi con la mancata obbligatorietà dell'adesione alla campagna. Da domani si comincerà a capire il tasso di risposta dei più giovani, la fascia tra i 16 e i 29 anni. Quella potenzialmente più restia alle inoculazioni, perché meno a rischio col Covid nella percezione e nella realtà. Si tratta però di una platea decisiva per mettere in sicurezza la collettività: parliamo di 8,3 milioni di giovani, a cui aggiungere gli oltre 2,3 milioni di ragazzi tra i 12 e i 15 anni, fascia d'età che ha appena appreso di poter vaccinarsi con Pfizer dopo l'ok dell'Aifa. Vaccinando tutti il virus perde forza, grado di trasmissibilità, quindi capacità di contagiare: è utile che tutti facciano la loro parte. Domani cominceranno anche le aziende».

L’Europa frena ancora sulla sospensione dei brevetti, anche se teoricamente condivide l’idea dei vaccini per tutti. Frena, nonostante Biden, nonostante Draghi. Perché? Il Manifesto pubblica un articolo illuminante sulle capacità delle Big Pharma di influenzare Bruxelles.

«L'industria farmaceutica ha un notevole potere di indirizzo sulle scelte dei politici europei grazie a un investimento di almeno 36 milioni di euro nel 2020 e all'azione di non meno di 290 lobbysti di professione di stanza permanente a Bruxelles. Come specifica lo stesso Osservatorio, si tratta molto probabilmente di una sottostima. Non tutte le aziende infatti aggiornano con regolarità il "registro della trasparenza", cioè la banca dati europea che elenca i gruppi di interesse attivi presso l'Unione europea e i loro finanziatori. La Pfizer, ad esempio, secondo il gruppo è ferma alle dichiarazioni del 2019 e non ha ancora aggiornato il registro con i dati del 2020. Inoltre, spiega l'osservatorio, «nel Registro della Trasparenza ci sono diversi coni d'ombra. Ad esempio, il finanziamento da parte delle aziende farmaceutiche a favore dei think tank e delle associazioni di pazienti rimane in gran parte nascosto, poiché queste organizzazioni non devono dichiarare le loro fonti di finanziamento». Inchieste e rapporti hanno rivelato come anche le associazioni di pazienti attive a livello europeo siano in realtà largamente finanziati dalle aziende farmaceutiche. Il potere di influenza delle lobby è ampio e documentato, spesso grazie alla goffaggine degli stessi politici. La lettera aperta con cui un gruppo di parlamentari europei (in gran parte italiani) ha scritto alla Commissione Ue contro la moratoria sui brevetti riprende parola per parola un analogo appello del Consumer Choice Center, think tank con sedi a Washington e Bruxelles, ufficialmente rappresentante degli interessi dei "consumatori" ma largamente sussidiato dall'industria farmaceutica e non. E se l'ex-premier svedese Carl Bildt si è recentemente detto contrario a avviare una vertenza legale contro AstraZeneca per le mancate forniture di vaccini, forse è anche perché lavora - senza dirlo troppo in giro - per la Kreab, una società di consulenza impegnata nell'attività di lobbying che ha proprio AstraZeneca tra i suoi migliori clienti. Tra le organizzazioni che non hanno ancora assolto i propri obblighi di trasparenza, dichiarando le attività di lobbying svolte a Bruxelles, oltre a Pfizer ci sono nomi importanti come Johnson & Johnson, Abbot e la nostra Farmindustria, l'associazione delle imprese farmaceutiche italiane (così come l'organizzazione consorella greca). La lacuna che ci riguarda non è secondaria: con un controvalore di oltre 32 miliardi di euro, l'Italia contende alla Germania il ruolo di paese leader nella produzione farmaceutica nell'Unione europea».

LA TARGA IN MARMO TRADISCE LA RAGGI

Una cerimonia d’inaugurazione che non arriva alla fine per colpa di una scritta incisa sul marmo con un errore fatale. Barbara Fiammeri scrive la cronaca per Il Sole 24 ore:

«C'erano tutti. Dal Capo dello Stato Sergio Mattarella, ai presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Elisabetta Casellati. E c'era naturalmente la padrona di casa: la sindaca Virginia Raggi. Insomma quel che si dice una platea da grandi occasioni. Anche il meteo si era messo a disposizione con uno splendido sole attenuato dal solito ponentino. L'evento del resto lo imponeva: una piazza intitolata a Carlo Azeglio Ciampi, sul Lungotevere vicino alla Bocca della verità. Con il passare dei minuti però gli ospiti, accomodati di fronte alla targa nascosta dalla bandiera giallorossa (i colori di Roma), hanno cominciato a chiedersi perché la cerimonia non cominciasse. Forse qualcuno in realtà l'aveva già capito, osservando la scritta che si intravedeva dietro la stoffa. Fatto sta che a un certo punto dagli altoparlanti è stato comunicato che non si sarebbe potuto procedere a scoprire la targa perché «scheggiata pesantemente». Ne sarebbe poi arrivata una nuova. Una "giustificazione" che alla fine si è rivelata una penosa bugia: la targa non era infatti scheggiata, era sbagliata. Avevano scritto Azelio anziché Azeglio. A chi l'ha composta non è stata tagliata la mano dalla famosa Bocca di Santa Maria in Cosmedin davanti alla quale, prima del Covid, decine di turisti si mettevano ordinatamente in fila per la foto di rito. Qualche sanzione certo arriverà. Per ora a pagare il prezzo più alto è la sindaca Raggi. Anche perché siamo in campagna elettorale (in autunno si vota anche a Roma) e ai suoi avversari non è parso vero di poter infierire».

Se ne occupa anche Massimo Gramellini nella sua rubrica sulla prima pagina del Corriere.

«Gentile dipendente dell'Ufficio Gestione Appalti di Installazione e Manutenzione Targhe Toponomastiche del Comune di Roma (per gli amici UGAIMTTCR), vorrei esprimerle la solidarietà che meritano i capri espiatori. Come nessuno sa meglio di Lei, ieri era in programma l'inaugurazione di largo Carlo Azeglio Ciampi. C'erano tutti: la banda, l'inno e il Presidente, che avrebbe dovuto scoprire una targa. Dico «avrebbe», perché in realtà l'unica scoperta è stata che sulla targa ad Azeglio mancava la «g», e Sergio Mattarella è tornato al Quirinale prima che la togliessero anche a lui, facendolo diventare ancora più Serio di quanto non sia. Per nascondere la gigantesca figura di palta, il Comune di Roma annunciava urbi et orbi (soprattutto orbi) che la targa si era scheggiata. E mentre, in uno slancio di originalità, un collaboratore della Raggi insinuava la tesi del complotto per screditare la sindaca, ordito di sicuro dalla Crusca, un'indagine interna individuava il colpevole dello sfondone: Lei, che adesso rischia sanzioni disciplinari e il trasferimento ad altri uffici dove non sia richiesta la conoscenza di tutte le consonanti. Gentile dipendente, mi rifiuto di credere che abbia agito da solo. Dietro quell'Azelio ci sono almeno dieci passaggi burocratici con relativi timbri e non è giusto che uno paghi per tutti. Si penta, denunci i suoi complici, li rimandi in prima elementare. Riceverà un premio, gliel'assicuro. A Brusca lo hanno dato, e per cose ben più gravi».

Non poteva mancare l’ironia trasteverina di Filippo Ceccarelli su Repubblica:

 «La commedia fantozziana sale di tono, il copione alla Salce o alla Neri Parenti ci mette la classica banda dei vigili urbani che comincia a suonare, parapà- parapà, mentre la pratica artistica ed eversiva del détournement comincia a fare il suo effetto: scarto di senso e disorientamento fra i presenti. Sennonché nel frattempo i numerosissimi zeloti del Raggio magico a cinque stelle (in vista delle elezioni l'apparato di comunicazione del Campidoglio è cresciuto fino a disporre di 97 collaboratori ben pagati) prima hanno pensato bene di incartare la targa in un drappo giallorosso, che però è trasparente, e poi si sono inventati - dopo l'inno di Mameli lo fanno pure dire al microfono a un poveraccio di dirigente - che durante il trasporto o il montaggio questa benedetta targa si è comunque e "gravemente scheggiata". Ma nessuno ci crede - rendendo il tutto più grave e divertente di qualsiasi conclamata approssimazione cialtrona. Sotto un bel sole, ai piedi dell'Aventino, la cerimonia ansima, incespica, sbanda come un ubriaco verso una conclusione purchessia. Dopo l'inno all'Europa - perepè - e alcune parole di circostanza pronunciate non si capisce bene da chi e perché, Mattarella prende cappello, si alza, saluta i figli di Ciampi e se ne va. Siccome oltre che una persona responsabile, è un signore, non dice nulla. L'espressione di Raggi, d'altra parte, è schermata e insieme salvata dalla mascherina. Quando tutto è finito, nell'area deserta, arriva la targa giusta. In serata, nelle chat, si manifesta la pista dell'errore di battitura e del mancato controllo delle bozze. Sulla base dell'esperienza, è del tutto plausibile che al più tardi domani verrà individuato un capro espiatorio, meglio se di infimo livello - sempre che non si tratti di guerra psichica debordiana. Carlo Azeglio Ciampi era senz' altro un uomo spiritoso, ma nessuno è in grado di accertare se si sarebbe fatto due risate. Era soprattutto una persona seria, virtù piuttosto rara anche fra i potenti. Non suoni retorico, ma non se lo meritava».

VINTO IL PRIMO ROUND: IL GARANTE CONTRO ROUSSEAU

È stato emesso un provvedimento del Garante che intima a Casaleggio di dare l’elenco degli iscritti ai dirigenti del Movimento 5 Stelle. Entro cinque giorni. Punto a favore della guida, anche formale, di Giuseppe Conte. Luca De Carolis e Lorenzo Giarrelli sul Fatto:

«Il Garante atteso dai Cinque Stelle come l'oracolo ha dato il suo responso, spiegando che sì, "l'associazione Rousseau dovrà consegnare al Movimento entro cinque giorni i dati degli iscritti". E Giuseppe Conte, il rifondatore che non riesce a diventare capo perché senza dati non possono eleggerlo, subito celebra: "Il provvedimento fa chiarezza e spazza via ogni pretesto, ora si parte". Tradotto, l'ex premier ora vuole andare dritto, con votazioni nel giro di pochi giorni su una nuova piattaforma per eleggere un nuovo capo (se stesso) e una segreteria, e approvare un nuovo Statuto. A ruota, seguiranno una convention per i nuovi 5Stelle e un tour dell'ex premier per l'Italia. E se i dati non arrivassero? "Ci sarebbero conseguenze penali" mostrano i denti dal M5S . Ma lì fuori c'è ancora Davide Casaleggio, l'Erede, per cui la guerra non è finita. Non può finire così, per lui che chiedeva soldi e riconoscimenti in cambio degli elenchi. Perché questa sarebbe una resa. Così il patron di Rousseau avverte: "Gli scogli sono vicini". Fuor di metafora, è pronto a ricorrere al tribunale civile e ad altre strategie di battaglia, per portare Conte e il M5S nella palude delle carte bollate. E al di là dell'esito, la rifondazione con l'avvocato a capo di tutto potrebbe scivolare ancora via, per settimane o mesi. "Davide non si rassegna", è il commento preoccupato di tanti grillini nel martedì che poteva risolvere tutto. Ma lo scenario è ancora incerto, friabile. E la decisione del Garante della Privacy, arrivata ieri come anticipato dal Fatto, potrebbe diventare soltanto una tappa di uno scontro infinito. Non è un caso che Luigi Di Maio commenti solo a pomeriggio inoltrato, con sillabe che chiedono pace: "Il M5S è in evoluzione, verso un nuovo Movimento con Giuseppe Conte al timone. Dobbiamo guardare al futuro con una visione chiara: confrontandoci, ma sempre in maniera costruttiva". D'altronde la trattativa con Milano si era riaperta, nel fine settimana. "C'eravamo quasi", sospira uno dei mediatori. Con Casaleggio pronto ad accettare 250mila euro invece dei 450mila euro reclamati dagli eletti per i mancati versamenti degli ultimi mesi. E invece il tavolo si è arenato, un po' per l'avvicinarsi del pronunciamento del Garante e un po' perché - sibilano fonti del Movimento - "Conte non avrebbe potuto accettare ingerenze politiche" e "farsi ricattare da Rousseau" avrebbe minato in partenza "la credibilità del nuovo percorso". L'avvocato e Crimi vogliono chiudere. E ieri lo hanno ribadito in vari colloqui: "Con Davide non si può trattare". Ma dentro il M5S c'è chi spinge ancora per una trattativa "perché così rischiamo di non uscirne più". Di certo per adesso c'è solo la decisione del Garante. E la sostanza è chiara: "Il Garante ordina all'Associazione Rousseau, responsabile del trattamento dei dati degli iscritti al Movimento 5 Stelle" di consegnare "al predetto Movimento, nelle forme e secondo le modalità indicate dallo stesso, tutti i dati personali degli iscritti". In questo momento però per Casaleggio ogni cavillo è un appiglio buono per proseguire la melina. (…) Ma in questo scenario è altamente probabile che si finisca in tribunale. E si capirà in fretta, perché a Casaleggio restano solo 4 giorni per uscire dallo stallo, termine oltre il quale si esporrebbe a gravi rischi penali. Mentre il Movimento ha fretta, stretto tra la necessità di darsi una nuova organizzazione politica e alcuni problemi materiali, come l'autenticazione delle liste per le prossime amministrative di ottobre. "Però è tutto complicato", rumina un big. Mentre dai 5 Stelle raccontano di un'altra grana: gli avvocati e notai che hanno lavorato gratis per il Movimento in questi anni potrebbero chiedere soldi per le loro prestazioni. "Nessuno gli ha fatto firmare nulla, neppure delle scritture private", scuote la testa un veterano. Perché la notte potrebbe essere ancora lunga».

Su Repubblica Matteo Pucciarelli dice che ora la “tentazione” di Giuseppe Conte, conquistata la leadership, è quella “di smarcarsi da Draghi”

«Ora che l'arrivo di Giuseppe Conte a capo del M5S sembra davvero a un passo, la corazzata diventata piccolo natante dopo tre anni di governo di cui uno e mezzo senza un leader legittimato, può tornare a navigare con meno incertezza. Non sarà più il Movimento dai toni sguaiati di una volta, ma l'intenzione dell'ex capo del governo è quella di farlo tornare ad alzare la voce, anche e soprattutto nell'esecutivo di Mario Draghi. C'è una data da tener d'occhio: 3 agosto. In piena estate infatti comincia il semestre bianco prima dell'elezione del presidente della Repubblica, periodo nel quale è assicurata la stabilità della legislatura. Sei mesi in parte di campagna elettorale, ci sono le amministrative a Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna tra metà settembre e metà ottobre. Sei mesi nei quali poter tornare protagonisti, poi, nella partita per il Colle. Dopodiché, chi può garantire che i 5 Stelle restino al governo? Chi può garantire che non si torni al voto con un anno di anticipo? Per questo motivo tra i parlamentari e non solo i sentimenti sono ambivalenti: da un lato Conte è considerato l'unico uomo in grado di risollevare le sorti del M5S, gli indici di gradimento sulla sua persona sono lì a dimostrarlo; dall'altro la medicina può comportare il rischio di tornare a casa prima del tempo».

CENTRODESTRA: PARLA MR B, FUMATA NERA SUI SINDACI

Intervistona fiume di Silvio Berlusconi sul Giornale. Sostegno a Draghi, molte osservazioni sulla politica estera, economica e fiscale, con una difesa dell’abolizione della tassa di successione, ma i ragionamenti alla fine finiscono sul centrodestra.

«Se nel 1994 le avessero detto che un giorno avrebbe governato con gli eredi del Pci e dei dipietristi, non ci avrebbe creduto. Le fa effetto? «In effetti è un'anomalia, destinata a durare fino a quando l'emergenza non potrà dirsi davvero superata. Poi la politica tornerà a far emergere le naturali distinzioni. Mi auguro che quando si tornerà alle naturali distinzioni si potrà farlo con il rispetto reciproco doveroso in una democrazia matura». Finora Forza Italia nella maggioranza sta svolgendo un'opera di mediazione e moderazione, è soddisfatto di quando ottenuto finora dai suoi ministri? «Assolutamente sì, direi che sono fra i migliori del governo Draghi. La nostra capodelegazione Mariastella Gelmini e gli altri ministri e sottosegretari stanno lavorando con serietà, senza clamori ma con efficacia, per consolidare l'azione dell'esecutivo con le idee e i programmi di Forza Italia. Al tempo stesso, gestiscono con sicura competenza dicasteri decisivi per fare ripartire l'Italia. Per esempio quello del Mezzogiorno affidato a Mara Carfagna». Salvini ha detto che non si faranno le riforme di fisco e giustizia perché le distanze con la sinistra sono incolmabili. Cosa deve fare questo governo? «Salvini ha evidenziato una difficoltà che evidentemente esiste: se con la sinistra siamo avversari politici da trent' anni chiaramente ci sono delle questioni di fondo molto importanti che ci dividono. Però questo governo deve fare cose importanti anche in materia di giustizia e di fisco: senza, non si esce dalla crisi. E portare fuori il Paese dalla crisi è il grande compito di questo governo. E poi, senza queste riforme, non si prenderebbero neppure i miliardi del Recovery Plan». L'economia è la vera sfida dopo il virus. Pensa sia arrivato finalmente il tempo di abbattere burocrazia e assistenzialismo e sostituirli con più lavoro e un fisco che rimetta gli stipendi nelle tasche degli italiani? «La riforma burocratica è essenziale e il nostro Renato Brunetta se ne sta occupando con la bravura e la passione che tutti gli riconoscono. E la questione fiscale rimane il tema decisivo per il futuro del Paese». Forza Italia nacque proprio chiedendo «meno tasse per tutti»... «... e questo è il momento di rilanciare questa grande battaglia. Nei giorni scorsi abbiamo presentato un grande progetto di riforma fiscale, perché se l'Italia esce dall'emergenza sanitaria grazie ai vaccini, non esce dall'emergenza economica se non ripartono l'occupazione e i consumi e se le aziende non tornano a fare utili. Tutto questo non accadrà mai se il 60% della ricchezza prodotta viene incamerato dallo Stato con le tasse. Siamo consapevoli del fatto che con questo governo non potremo realizzare per intero la riforma fiscale che noi vorremmo, con la flat tax ad un'aliquota molto bassa. Però rilanceremo con forza la battaglia sulle tasse anche raccogliendo le firme nei gazebo in tutt' Italia per la nostra proposta di riforma fiscale». (…) Presidente, perché tante tensioni nel centrodestra alle comunali? È vero che nessuno vuole più fare il sindaco? «Non ci sono tensioni, c'è un paziente lavoro per individuare i candidati migliori. Non è una gara a chi arriva primo. È vero però che è difficile trovare candidati se li cerchiamo come li vogliamo noi: non mestieranti della politica, ma persone che con la loro storia personale abbiano dimostrato capacità di lavoro, serietà, concretezza, esperienza da mettere al servizio della collettività». Che ne pensa dell'operazione Brugnaro-Toti? «Mi ha rattristato, perché fa l'opposto di quello che sarebbe necessario: unire le forze per rilanciare una grande area liberale, cattolica, europeista, garantista, di governo del Paese. Questo è anche per il futuro il ruolo insostituibile di Forza Italia. Tutti i tentativi di frammentazione accaduti finora hanno avuto vita breve e nessuna prospettiva politica. Non capisco perché questa volta dovrebbe essere diverso. Per noi cambia poco, ma mi dispiace che alcuni amici parlamentari di Forza Italia si siano prestati ad una delle tante operazioni di palazzo, senza seguito nel Paese, che non li porterà da nessuna parte».

Due cronisti, Capurso e Di Matteo, ricostruiscono per La Stampa l’ennesimo vertice senza esito dei leader di centro destra.  

«Il vertice decisivo sarà la prossima settimana, anche questa volta. Il nuovo tavolo dei leader del centrodestra non riesce a produrre un accordo sui candidati a Roma, Milano e Bologna, e anzi - raccontano - nonostante i rosari di Fatima portati in dono da Salvini, non sono mancati i momenti di tensione durante l'ora e mezzo di riunione. Solo i nomi di Paolo Damilano a Torino e di Catello Maresca a Napoli sembrano ormai definiti, ma per le altre grandi città al voto ci vorranno ancora giorni. E siccome «l'accordo va chiuso in una logica di "pacchetto"», spiega uno dei partecipanti al vertice, tutto è rimandato di nuovo alla prossima settimana, quando - assicura il leader della Lega - si chiuderà l'intesa. Su Milano, in particolare, Matteo Salvini mantiene coperte le sue carte, «non vuole bruciare il nome che ha», spiegano dalla Lega. Mentre a Roma si profila una sorta di ballottaggio tra l'avvocato Enrico Michetti, sostenuto con energia da Giorgia Meloni, e l'ex magistrata Simonetta Matone, preferita dalla Lega e da Forza Italia. Di sicuro ieri gli animi si sono scaldati. Raccontano che a un certo punto è dovuto intervenire Salvini per riportare la calma tra Giancarlo Giorgetti e Antonio Tajani: di fronte ai veti incrociati sui candidati "civici", il ministro dello Sviluppo economico avrebbe buttato là l'idea di affidare la scelta ai «partiti più grandi», cioè Lega e Fdi. Soluzione poco gradita al numero due di Fi, che avrebbe replicato: «Non parlavi in questo modo quando Fi era al 25% e la Lega al 4%...». Su Roma, poi, la discussione è stata piuttosto accesa, riferiscono. Innanzitutto è stato studiato il sondaggio commissionato dai leader del centrodestra e che attribuirebbe alla Matone maggiore popolarità presso i romani. Il nome di Maurizio Gasparri, proposto a un certo punto da Forza Italia, ha trovato il "no" netto della Meloni. Ma è soprattutto su Michetti che la discussione si è incagliata (…) Secondo Lega e Fdi, però, una soluzione di compromesso potrebbe essere la Matone candidata sindaco, con Michetti vice e Vittorio Sgarbi assessore alla cultura. Anche perché c'è chi non esclude che la Meloni stia solo alzando il prezzo per poi chiedere la candidatura alla guida della regione Lazio. Per Bologna, infine, si continua a fare il nome di Andrea Cangini».

SALVINI REGALA I ROSARI

Sul Corriere della Sera Marco Cremonesi dedica un approfondimento alla ritrovata devozione mariana di Matteo Salvini:

«Matteo Salvini è tornato dal Portogallo con alcuni «souvenir». Inattesi, ma non del tutto. Al santuario di Fatima ha infatti acquistato un buon numero di rosari. Per regalarli, uno ciascuno, a tutti i leader del centrodestra. Non si pensi a un atto semplicemente beneaugurante. Il leader leghista è infatti rimasto assai colpito dalla sua visita al luogo di devozione: «È uno dei santuari più sacri per tutto il mondo cristiano. E in questo momento in cui tutti siamo chiamati a ricostruire dopo la pandemia, è necessario farlo agganciandosi a dai valori». La visita sembra aver ridato a Salvini la spinta religiosa che venne resa pubblica in piazza del Duomo a Milano, nell'ormai lontano febbraio 2018. Che avvenne proprio esibendo un rosario, e proprio citando il Cuore immacolato di Maria: e cioè, la devozione adottata da papa Pio XII su richiesta di Suor Lúcia di Fatima, una dei tre pastori testimoni delle apparizioni mariane del 1917. Il segretario leghista è andato nel luogo di culto in compagnia di André Ventura, il leader del partito portoghese Chega!, di cui Salvini era stato ospite il giorno prima. Con lui, a fare da guida, anche un italiano che da tempo vive a Fatima e che si è offerto attraverso un sms arrivato sul cellulare di Salvini proprio mentre stava spostandosi da Coimbra a Fatima. Grazie al numero di telefono fornito da un sacerdote romano che organizza pellegrinaggi nei luoghi di devozione. E infatti Salvini annuncia: «La prossima tappa del mio pellegrinaggio ideale sarà Medjugorje». Quando? «Il prima possibile». Poi, il segretario leghista ha acceso tre ceri: «Due per i miei figli, un terzo per gli italiani». Il rapporto di Salvini con la religione è argomento assai controverso. Fino alle dichiarazioni pubbliche del 2018, il capo leghista non era affatto noto per lo slancio mistico. Molti lo ritengono però innescato da Lorenzo Fontana, già ministro alla Famiglia nel primo governo Conte. A far discutere, però, è una certa tendenza di Salvini a mescolare sacro e profano, l'ultraterreno con l'assolutamente terreno. A Fatima, per esempio, il leader del Carroccio ha esordito: «Per me è una gioia stare qui: ho consacrato la salute, la serenità del mio popolo, degli italiani, al cuore immacolato di Maria. Questo è un luogo sacro: per me non esiste politica, non esiste lavoro senza valori, senza fede». Secondo Salvini «l'Europa è nata qui, su questi valori può crescere, può guarire, può prosperare». Prima di spingersi anche un tantino oltre: «Dico al centrodestra che uniti si vince. Anche questo tempio della fede lo dice: se ognuno va per suo conto si perdono energie e valori. Penso che un'unione del centrodestra in Italia e in Europa sia il migliore modo per rimettere al centro la famiglia, il lavoro, le radici, la bellezza, la cultura».

ANCORA POLEMICHE SU BRUSCA IN LIBERTÀ

C’è ancora grande spazio sui giornali riservato alle polemiche sulla libertà ritrovata di Giovanni Brusca, dopo 25 anni di detenzione. Alessandro Sallusti scrive un commento sulla prima pagina di Libero.

«Giovanni Brusca, uno dei più feroci assassini nella storia della mafia - oltre cento omicidi, un bambino sciolto nell'acido e la strage in cui morirono Giovanni Falcone e la sua scorta - è tornato libero dopo soli 24 anni di carcere. E in molti a dire: è avvenuto "in punta di legge" quindi va bene. No, non va per nulla bene, al massimo si può sostenere che è "inevitabile", cosa diversa dal "giusto". È "inevitabile" perché con quel mostro-macellaio lo Stato a suo tempo fece un patto del diavolo del tipo "tu parli e io sarò clemente", cioè avvenne una trattativa stato-mafia sia pure ad personam. Ovvio che uno Stato i patti li debba mantenere, e magari lo facesse tutti i giorni con lo stesso millimetrico rigore anche con i cittadini onesti oltre che con i criminali mafiosi, ma resta il fatto che Giovanni Brusca libero è uno schiaffone agli italiani di quelli che fanno veramente male. Ci ha fregato, il Brusca, tra tentativi di depistaggio, reticenze e mezze verità soprattutto sui suoi nemici dei clan rivali e mai sui compari veri. Come tanti anni fa ci fregarono i terroristi che si rifugiarono in Francia camuffati da perseguitati politici nonostante assassini conclamati e che ancora oggi, nonostante i recenti annunci, se la godono in quel di Parigi. Casi diversi, si dirà. Certo, il primo sfrutta i vantaggi della giustizia premiale riservata ai pentiti (leggi sconto di pena), i secondi la latitanza protetta dalla dottrina Mitterrand. Ma il risultato è identico: chi ha fatto carne di porco della democrazia, chi ha ucciso il giudice Giovanni Falcone e il commissario Luigi Calabresi è in libertà e nessuno può farci nulla. Io per carità resto garantista. Ma non mi ci arriva il cervello a comprendere che più la fai grossa meno la paghi».

Francesco la Licata de la Stampa ha chiesto ad un altro pentito storico dei clan mafiosi, Gaspare Mutolo, di dire la sua su Giovanni Brusca:

«Giovanni Brusca, insomma, per un lungo periodo - almeno a sentire Mutolo - non aveva fatto parlare di sé. Viene alla ribalta alla fine degli Anni '80, quando comincia lo sterminio dei corleonesi che azzera la mafia palermitana: quasi una pulizia etnica portata avanti da gruppi di fuoco di grande spessore criminale. E neppure allora si impone all'attenzione generale. «Quando i corleonesi fanno le stragi - ricorda Mutolo - dentro Cosa nostra si comincia a delineare la personalità di Giovanni Brusca. Le voci correvano, si cominciava a sapere cosa avevano raccontato i neo pentiti Di Matteo (il padre del piccolo Giuseppe ndr) e La Barbera. E si delineava l'importanza di Brusca nella politica stragista di Totò Riina». Così il primogenito di don Bernardo diventa il killer più temuto e odiato, anche dentro Cosa nostra. E' indicativo il fatto che in molti comincino a chiamarlo "u verru", cioè il maiale riproduttore che gode in mezzo al fango. Poi si scoperchiò l'ignobile storia di Giuseppe Di Matteo. Non era mai avvenuto che nelle vendette trasversali e nelle storie degli scontri tra famiglie mafiose si fosse arrivato a coinvolgere i bambini, considerati sacri (almeno a parole, visto che nei fatti non era proprio così) da una legge non scritta di Cosa nostra. «Per questo motivo - racconta Mutolo - ci siamo molto meravigliati quando abbiamo saputo che Brusca aveva fatto richiesta di collaborare ed entrare nel programma di protezione». Chi si è stupito? «Mi trovavo con Masino Buscetta - riprende - nella sua casa sul lago di Bracciano e commentavamo che mai gli sarebbe stato concesso di entrare nel programma di protezione. E invece la sua richiesta fu accettata. Allora abbiamo deciso di protestare, ma senza eccessivo clamore. Sapevamo di essere intercettati e ci siamo chiamati al telefono esponendo in modo abbastanza deciso i motivi del nostro dissenso, in modo che chi doveva sapere sapesse». Quindi è contrario alla liberazione di Brusca? «Col sentimento sì, col cervello dico semplicemente che è stata applicata una legge dello Stato che, come dice la signora Maria Falcone, fu voluta dal giudice morto per noi. Io dico che, ora, da libero, Brusca dovrà legittimare la sua scelta di cambiamento. Io sono cambiato, specialmente dopo la morte di mia moglie, e sono cambiato quando ho visto le vedove, le mamme e i figli di tanti morti ammazzati, sfilare sulle sedie dei testimoni al maxiprocesso. Ho sentito più volte Brusca giustificare la sua violenza con la scusa che si era in guerra. Ecco quando lui abbandonerà questo alibi e non troverà più giustificazioni a quegli orrori forse sarà davvero cambiato».

FUNIVIA, PARLA LA GIP: “IL SISTEMA DÀ GARANZIE”

Dopo il fiume di parole della Pm, la Gip di Verbania non ha resistito. Ha parlato anche lei. Ai cronisti ha ricordato che siamo in democrazia e che dovrebbero essere felici se il sistema è garantista e non forcaiolo. La cronaca sul Fatto:

«"Dovete essere felici di vivere in uno Stato dove il sistema fa giustizia o è una garanzia, invece sembra che non siate felici. L'Italia è un Paese democratico". Sono le parole del giudice per le indagini preliminari Donatella Banci Buonamici, a due giorni dalle scarcerazioni di due dei tre indagati per la strage del Mottarone. Uno sfogo davanti ai giornalisti, che la assediavano da giorni dopo la svolta clamorosa di sabato notte, quando il gip ha smontato le misure richieste dalla Procura di Verbania e rimandato a casa il direttore d'esercizio della funivia di Stresa, Enrico Perocchio, e il proprietario della concessionaria, Luigi Nerini (assistiti dagli avvocati Andrea Da Prato e Pasquale Pantano). Entrambi erano stati accusati da Gabriele Tadini, il capo servizio che ha ammesso di aver disattivato i freni d'emergenza, inserendo i cosiddetti forchettoni. Per lui (difeso dall'avvocato Marcello Perillo) sono stati concessi i domiciliari. "Il pericolo di fuga non esisteva - ha precisato ancora il magistrato -. Non ho ritenuto per due persone la sussistenza di gravi indizi, non perché non abbia creduto a uno, ma perché ho ritenuto non riscontrata la chiamata in correità". Nel frattempo negli ultimi giorni, si sono moltiplicati online i post di foto e video che mostrano le cabine trasportare passeggeri con i forchettoni inseriti, anche negli anni passati. Documentazione acquisita anche dagli inquirenti, che stanno cercando di capire se la disattivazione dei sistemi d'emergenza fosse una pratica abituale: "Ce ne vuole prima che si rompa una fune traente o una testa fusa", sono le parole riferite da Tadini a uno dei suoi sottoposti. Invece, è proprio quello che è successo. E ora saranno i periti a dover dare una risposta alla domanda principale: perché si è rotto quel cavo? Ieri sul monte Mottarone si è svolto un sopralluogo della commissione d'indagine nominata dal Ministero. E il difensore di Tadini ha ufficializzato la nomina di due consulenti, Riccardo Falco e Andrea Gruttadauria». 

IL PAPA RIFORMA IL DIRITTO CANONICO

Con una costituzione apostolica, papa Francesco modifica il libro VI del codice di diritto canonico. Fra le altre cose, l'abuso di minori da delitto contro gli obblighi speciali dei chierici diventa delitto contro la dignità della persona. Mimmo Muolo su Avvenire:

«Anche un Padre che sia pieno di carità e di misericordia si deve impegnare «a raddrizzare ciò che talvolta diventa storto». Le parole del Papa nella costituzione apostolica Pascite Gregem Dei, con la quale è stato modificato il libro VI del Codice di Diritto Canonico, possono essere assunte come guida alla comprensione di una riforma penale chiamata appunto a coniugare l'azione misericordiosa della Chiesa, la protezione di chi ha subito un danno e anche la correzione del colpevole. «In passato - scrive infatti il Pontefice -, ha causato molti danni la mancata percezione dell'intimo rapporto esistente nella Chiesa tra l'esercizio della carità e il ricorso alla disciplina sanzionatoria». E un simile modo di pensare ha creato «in molti casi scandalo e confusione tra i fedeli». Quali sono dunque le principali novità del testo, che sostituisce quello del Codice del 1983 e che tuttavia entrerà in vigore dall'8 dicembre di quest' anno («affinché tutti possano agevolmente comprendere a fondo le disposizioni di cui si tratta», come scrive Francesco)? Nella conferenza stampa di ieri il segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, il vescovo Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru, ha spiegato che sono stati incorporati in questo libro del Codice reati tipizzati in questi ultimi anni in leggi speciali, come la tentata ordinazione di donne; la registrazione delle confessioni; la consacrazione con fine sacrilego delle specie eucaristiche. E inoltre sono state reintrodotte alcune fattispecie presenti nel Codex del 1917 che non vennero accolte nel 1983. Ad esempio, la corruzione in atti di ufficio, l'amministrazione di sacramenti a soggetti cui è proibito amministrarli; l'occultamento all'autorità legittima di eventuali irregolarità o censure in ordine alla ricezione degli ordini sacri. Importante è anche il cambiamento che riguarda la pedofilia. Il reato di abuso di minori è ora inquadrato non all'interno dei reati contro gli obblighi speciali dei chierici, bensì come reato commesso contro la dignità della persona».