A Salvini piace giallo

Polemica sulle riaperture fra Lega e Draghi. Corsa al vaccino italiano. Via lo stalker dal Ministero. La Madia chiede verità. Parla un No Vax pentito. Il mondo sconvolto dall'ex Birmania.

Il rosso è relativo, sostiene il medico “chiusurista” (copyright Borghi) Cartabellotta. (Tiziano Ferro non c’entra). Salvini vorrebbe passare col giallo. O meglio in giallo. I colori di fine marzo sono la discussione su divieti e riaperture. Ma il Parlamento, ad un certo punto di questa terribile crisi, ha deciso che i colori, in altre parole i divieti, non potevano essere lasciati nelle mani dei politici e i partiti hanno fatto un passo indietro. Le cose prima non andavano proprio bene. Draghi in Senato lo ha ricordato a tutti. I cronisti hanno bocca buona e hanno scarsa memoria ma a noi resta bene impressa la prima conferenza stampa di Domenico Arcuri sui vaccini in Italia, in cui si presentò proponendo 300 punti di somministrazione. 300 in tutta Italia. Avremmo finito nel 2050, tanto caro a Grillo. Draghi è stato secco in Parlamento: «L'accelerazione è visibile nei dati: nelle prime tre settimane di marzo la media giornaliera delle somministrazioni è stata più del doppio che nei due mesi precedenti».

Poi c’è il fronte europeo, forse il più importante in questa drammatica partita: abbiamo scoperto, grazie all’audizione del funzionario UE che ha fatto gli acquisti per conto dell’Europa dalle Case farmaceutiche, l’italiana Sandra Gallina, che il precedente Governo italiano non ha comprato le dosi messe sul tavolo dai Big Pharma. Non abbiamo (ancora) un vaccino italiano, non ci siamo resi autonomi. Le statistiche ci assegnano la palma di Paese in Europa in cui ci sono state più vittime e non siamo un modello da seguire nella lotta alla pandemia. L’Italia è finita al 40esimo posto su 53 Paesi, con un volo in picchiata di 11 posizioni nella speciale classifica di Bloomberg che misura la resistenza alla pandemia. Siamo scesi più in basso di Paesi come Pakistan e Portogallo, e abbiamo superato di poco Grecia e Iran. Finito il primo lockdown, la scorsa estate c’erano mesi per agire. Vi ricordate quando il virus era “clinicamente morto”? Era vero, o quasi. Ebbene allora si sarebbe dovuto lavorare preparandosi sul tracciamento, sui trasporti, sulla scuola. Invece, banchi a rotelle. Sul Domani, questa mattina, c’è un’inchiesta ben dettagliata sulle responsabilità del nostro passato Governo a proposito dell’esplosione della pandemia a Bergamo. E non è che le Regioni, in mano ai partiti, in primis la Lega, non siano esenti da gravissime carenze ed inefficienze. La Lombardia di Fontana, come la Toscana di Giani. Lo spettacolo del loro andare in ordine sparso negli ultimi giorni, col risultato degli over 80 non ancora messi in sicurezza, è stato sconfortante. Abbiamo ancora 8 milioni di anziani da immunizzare.

Sono discorsi duri da fare, e infatti i giornali spesso li fanno fra le righe, o per caso, e siamo purtroppo tutti consapevoli di una cosa: non è affatto detto che Draghi sia la soluzione giusta. Non è l’uomo della Provvidenza, non è il salvatore della patria. Ed è comprensibile che la Lega cerchi di fare gli interessi del suo elettorato, stremato dalla crisi. Come è naturale che cerchino di raccontarla in maniera diversa i nostalgici alla Travaglio e molti nel Pd e nei 5 Stelle, i quali sembrano solo aspettare la conferma che Draghi fa le stesse cose di Conte. Non ci possiamo permettere i toni da crociata, le certezze granitiche, gli ultimatum. Nel bene e nel male, ancora per qualche mese, come sanno dall’inizio i vari leader, sarà Draghi a prendere le decisioni. Speriamo che la campagna vaccinale ci faccia uscire da questo incubo nazionale, non abbiamo alternative. Poi si tornerà a dividersi e gareggiare fra partiti. Letta e Conte sono leader più forti e credibili dei loro predecessori. Il Centro destra deve ancora trovare una declinazione conservatrice e liberale, europeista, che lo faccia uscire in modo credibile e stabile dal populismo e dal sovranismo. Anche partiti e coalizioni hanno bisogno di questo tempo di tregua.   

Per il resto oggi sui giornali ci sono ancora polemiche sulla legge che si sta preparando per proteggere i pazienti dall’eventuale contagio di personale sanitario che scelga di non vaccinarsi. Un altro giurista, Giovanni Maria Flick, si schiera a favore di un provvedimento. Mentre Belpietro difende la causa dei No Vax in corsia. Si parla di scuola (che riapre) e di teatro (ancora chiuso). Nel Pd scoppia il caso Madia, imbarazzante per i dirigenti alla Camera. Nei 5 Stelle il caso del doppio mandato, che toglie il sonno ai parlamentari grillini. Dall’estero due storie impressionanti: il cargo che blocca il Canale di Suez e il sangue dell’ex Birmania, martoriata dai militari del golpe. Vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Anche stamattina La Verità ci regala un titolo di prima, che contiene il nome del Ministro della Salute, anche se la metafora stradale è brillante: IL SEMAFORO ROTTO DI SPERANZA . Sono i colori a segnare la polemica fra Salvini e Draghi. Per il Corriere della Sera: È tensione sulle riaperture. Libero è entusiasta del Capitano: Draghi chiude tutto non il becco a Salvini. La Stampa torna sul confronto tra Roma e i poteri locali: Draghi, altolà alle Regioni sui lockdown e lo Sputnik. Il Fatto decide di puntare i riflettori sul caso Lombardia: Vaccini, l’appalto flop alla ditta delle tangenti. Mentre Il Messaggero intervista Speranza che promette: «Estate con il pass vaccinale». La Repubblica spera nel futuro e nell’autonomia nazionale: Corsa al vaccino italiano. Quotidiano nazionale si sofferma sulle cure: Anticorpi e varianti, guida ai vaccini. L’unico quotidiano a ricordarsi che ieri i teatri avrebbero dovuto riaprire è il Manifesto: Sipario garantito. Il Domani propone un’inchiesta sulle responsabilità del passato Governo: I silenzi di Conte e Speranza sul verbale segreto che li smentisce. Sui temi economici Avvenire torna sul sostegno per la crescita: Famiglia, l’assegno solo il primo passo. Mentre Il Sole 24 Ore analizza le conseguenze della pandemia per le imprese: Smart working, resta per 5,3 milioni. Per le aziende è lo scudo anti Covid. Di giustizia si occupa Il Giornale ma con un’inchiesta specifica, quella sul favoreggiamento agli sbarchi: Le carte che incastrano la lobby pro migranti.

RIAPERTURE: LA LEGA CONTRO DRAGHI

Dunque sui colori e il futuro delle riaperture si è consumato uno scontro fra Salvini e Draghi. Non tanto da far pensare ad una vera rottura, ma certo il dissidio è molto forte. Alberto Mattioli ricapitola la giornata di ieri su La Stampa:

 «Matteo Salvini non molla. È convinto che nel Paese cresca l'insofferenza per la clausura e insiste perché sia allentata prima possibile. Contesta la scelta di lasciare chiuso tutto fino alla fine di aprile. Così, sul tema delle riaperture, la Lega di governo si trasforma in Lega di lotta. Su Facebook, Salvini affida la sua posizione a una delle sue tipiche domande retoriche: «Se dopo Pasqua, fra dieci giorni, la situazione sanitaria in tante città italiane sarà tornata tranquilla e sotto controllo, secondo voi sarà giusto riaprire bar, ristoranti, scuole, palestre, teatri, centri sportivi e tutte le attività che possono essere riavviate in sicurezza? Secondo me sì». E poi la consueta invocazione: «Correre con vaccini e terapie domiciliari, e appena possibile riaprire in sicurezza: il sostegno più utile e importante è tornare al lavoro». Però dalla Lega fanno subito sapere che i rapporti fra il capitano e Mario Draghi «sono sempre cordiali e collaborativi». E precisano che il partito è compatto e si aspetta risultati. Insomma, in casa Lega sono convinti che quella sulle riaperture non sia una battaglia già persa. La mediazione per ridurre i tempi del lockdown è affidata al grande tessitore, Giancarlo Giorgetti. Se Draghi tira dritto per la sua strada, i partiti della maggioranza cercando di differenziarsi come possono. Quindi all'ennesima presa di posizione aperturista di Salvini si è immediatamente contrapposta quella prudenziale di Enrico Letta. È un'altra costante. Appena eletto, il neosegretario del Pd ha subito iniziato a martellare sulla Lega e anche ieri, dal Forum Ambrosetti, ha replicato a Salvini senza nominarlo: «Non bisogna generare aspettative che poi finiscono per essere frustrate. Ecco perché l'accompagnamento della politica e l'unità del Paese intorno al governo Draghi sono particolarmente significative». E poi la stoccata: «Noi diciamo no alle polemiche».

Sul Corriere della Sera Francesco Verderami in un retroscena riporta l’umore di Palazzo Chigi. Le cose che si dicono fra i collaboratori di Draghi. Lo schema di pensiero è sempre quello: i partiti hanno il diritto di dire la loro ma poi la sintesi la fa il Presidente del Consiglio.  

«La coabitazione non è un problema per Draghi, nel senso che il premier comprende le esigenze dei partiti, i giochi dei leader, il fatto che tengano famiglia. A patto che le loro iniziative non danneggino l'azione di governo. «E se si può fare qualcosa per venire loro incontro, bene», aveva spiegato a un ministro l'altra settimana, dopo il tira e molla sul condono delle cartelle esattoriali chiesto da Salvini: «Poi però, quando mi formo un'idea ed è un'idea netta, allora l'importante è non cedere. La buona politica dev' essere fatta seguendo le convinzioni». E Draghi si è convinto che insistere con le chiusure serva a riaprire prima il Paese «salvaguardando la salute dei cittadini e la ripresa dell'economia». Chissà se in questi giorni gli sarà tornato in mente quel «consiglio non richiesto» che la Meloni gli offrì prima di congedarsi alle consultazioni: «Presidente, definisca a monte il limite che i partiti della sua maggioranza non dovranno superare. Altrimenti inizieranno a tirarla da una parte all'altra». Draghi sorrise e ringraziò. Prevedeva in fondo quel che un autorevole esponente del suo governo oggi descrive così: «Da una parte c'è Salvini che pensa di poter avere lo stesso approccio di quando stava nel Conte I e dettava i tempi del governo. Dall'altra c'è il Pd che anche nella nuova gestione mostra ancora i segni della sindrome della vedovanza. Si vede che non hanno capito...». E per farsi capire Draghi, che nelle prime settimane aveva soprasseduto, ha cambiato atteggiamento. L'altro ieri ha risposto con fermezza al capo del Carroccio che insisteva sulla linea delle riaperture. Ma lo stesso metro l'aveva già utilizzato con Pd e M5S, per smontare la tesi con cui i due partiti tentano di equiparare il suo gabinetto a quello precedente. E di porlo in linea di continuità. Un'operazione politica ostile a Draghi che persiste, come testimoniano le parole pronunciate dall'ex ministro Boccia - fedelissimo di Conte - che ora fa parte della segreteria di Letta: «Le riaperture saranno decise in base ai dati dei contagi. Finalmente l'ha detto Draghi. Perché quando lo diceva Conte, Salvini non capiva. Mi auguro che dopo Draghi, che è in linea con Conte...». Palazzo Chigi attende di verificare quanto andrà avanti questa manovra mediatica ormai scoperta, al punto che nel suo discorso in Parlamento - alla vigilia del vertice europea - il premier aveva inviato un messaggio al leader del Pd e ai dirigenti grillini. Parlando della campagna vaccinale, Draghi aveva sottolineato come «il governo è all'opera per compensare i ritardi di questi mesi». Cioè i ritardi prodotti da Conte».

Non vedeva l’ora Claudio Borghi di scagliarsi contro Mario Draghi. Una vita passata nella Lega a dire che Draghi l’europeo era il Diavolo e poi Salvini aveva chiesto di votarlo… Insieme all’altro economista della Lega Alberto Bagnai erano stati vittima finora di un terribile “contrordine compagni”. Ora Draghi e Salvini sono su sponde opposte a proposito delle riaperture. E Borghi attacca, non gli pare vero. 

«Claudio Borghi, la Lega deve votare contro il decreto se il governo non prevede aperture nelle città e nelle regioni con i contagi "sotto controllo"? Credo proprio di sì. Davvero mettereste in difficoltà Draghi?Mi piacerebbe che ci fosse una approfondita discussione su decisioni che toccano la vita di milioni di italiani. Invece è tutto demandato ai tecnici, nelle cui cabine di regia non si raggiunge nemmeno l'unanimità, a cominciare dal metodo di calcolo del Rt. Cosa chiede? Vorrei che la decisione fosse politica. I numeri alla base delle decisioni non sono univoci. I cittadini hanno eletto me come loro rappresentante, e quindi provvedimenti così rilevanti devono passare attraverso il Parlamento. Ma lei cosa farebbe?La cosa migliore sarebbe spazzare via la cabina di regia per riportare la decisione nelle commissioni parlamentari. È formata da tecnici del Ministero della salute e delle regioni. Non c'è neanche un parlamentare. È deluso da Draghi? No, però aveva esordito ribadendo la centralità delle Camere. Invece per ora fa ancora un po' come Conte. Ci sono studi secondo i quali non è vero che i ristoranti aperti producono più contagi. Sarebbe bello poterne discutere».

Vittorio Feltri su Libero si eccita all’idea che la Lega possa uscire dalla maggioranza e loda Matteo Salvini, usando l’epiteto più affettuoso: il Capitano.

«Scusa Capitano, non ti sei accorto di essere prigioniero di fighetti buoni a nulla e capaci di tutto? Al di là di questo, che non è un dettaglio, mi complimento con te: hai battibeccato con Draghi reclamando il diritto dei cittadini di campare in libertà, sia pure vigilata. Dal momento che hai la forza di ribellarti, fai un passo avanti, anzi indietro, e manda al diavolo i compari dell'esecutivo, così poi ci facciamo due risate».

LA CORSA AL VACCINO ITALIANO

Di vaccini avremo bisogno per molto tempo. Il virus muterà ancora e forse toccherà affrontare una seconda campagna vaccinale nel giro di un anno. Meglio prepararsi anche industrialmente. Il Governo spinge per il vaccino italiano, che ci renderebbe autonomi. Fanno il punto su Repubblica Michele Bocci e Elena Dusi.

«ReiThera e Takis sono due piccole biotech vicine di casa a Castel Romano, 20 chilometri a sud della capitale. Gsk è una multinazionale con stabilimento a Rosia, in provincia di Siena. Strade diverse. Ma entrambe portano al vaccino made in Italy. ReiThera, la più avanzata, è alla fase due dei test. Takis alla fase uno. A Gsk pensa il Ministero della Salute per avviare una collaborazione che potrebbe darci le dosi a inizio 2022. Da Siena non confermano, ma si dicono disposti a collaborare. La multinazionale collabora con Sanofi e Medicago, alle quali darà un adiuvante per il loro vaccino. Ma lavora anche con Curevac per produrre due vaccini a Rna nel suo stabilimento in Belgio. Uno sarebbe efficace anche contro le varianti del coronavirus. A Rosia c'è il più grande stabilimento per i vaccini nel nostro Paese: fornisce dosi contro la meningite a tutto il mondo. Un'ipotesi è aiutare l'azienda, anche economicamente a realizzare una nuova linea produttiva per il Covid. Con gli investimenti, l'Italia si assicurerebbe una quota di dosi extra rispetto alla suddivisione tra i Paesi europei. Però bisogna muoversi per superare la concorrenza di altri due paesi del continente che vorrebbero la produzione sul loro territorio. A Castel Romano intanto oltre 300 volontari su 900 sono stati arruolati per i test di ReiThera in soli dieci giorni. A fine maggio si capirà se la produzione di anticorpi neutralizzanti è robusta e se servono una o due dosi. Poi si scatterà con la fase tre, quella finale, con alcune decine di migliaia di volontari. Ci si aspetta che il vaccino sia disponibile a ottobre».

Nino Cartabellotta sul Corriere della Sera spiega da medico il punto della situazione. Il suo Gimbe, Gruppo italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze, offre statistiche e analisi. Dice, senza citare Tiziano Ferro, “il rosso è relativo”. Gli ultimi lockdown hanno poco effetto, perché sono stati all’acqua di rose.

«Quindi non siamo così vicini all'uscita dal tunnel? «Lo eravamo all'inizio della scorsa estate, dopo il lockdown severo da marzo a maggio, quando fu adottata la strategia della soppressione del virus: a fine luglio 2020 rimanevano 41 pazienti in terapia intensiva e a quel punto si poteva tracciare, isolare, circoscrivere di molto il rischio di una ripresa pandemica. Purtroppo è andata diversamente e un'estate fuori controllo ci ha ripresentato il conto. La strategia che stiamo adottando in questi mesi, tenuto conto anche della stanchezza degli italiani, è quella della mitigazione, cioè delle regioni che cambiano colore a seconda degli indici di contagio. Ma è diverso dalle chiusure rigide. Anche nelle zone più esposte, il rosso è relativo, le città non sono vuote per niente, comunque funziona, a patto di non mollare troppo presto. Se dopo Pasqua si riaprisse tutto, torneremmo alla casella di partenza». Eppure circola forte la speranza che stia per finire. «È una speranza più che comprensibile ma irragionevole, alimentata da teorie antiscientifiche, coltivate per ragioni politiche. Non è vero, anzi è gravemente falso, che bastino le terapie domiciliari o che le norme restrittive siano inefficaci. È una narrazione pericolosa, che aiuta il virus ma non il Paese. Non c'è un interruttore con la funzione: stop Covid. E non c'è nessuno che possa dire quando finirà, quando si tornerà come prima. Mio fratello da ragazzo mi aveva soprannominato Cph, che programmi hai, un acronimo. Non lo userebbe più. È un tempo da vivere nel breve». Però adesso ci sono i vaccini. «Un'arma certamente potentissima, anche se non si sa con certezza quanto può durare la copertura: si stima tra gli 8 e i 9 mesi. Comunque, vaccinare il più in fretta possibile i fragili è un fattore che dà speranza. Immagini un mixer di quelli da discoteca: se si alza il volume dei vaccini, si può abbassare la necessità dei divieti. Un secondo fattore positivo è la stagionalità: all'aria aperta, le possibilità di contagio si abbassano. Non c'entra il caldo che ammazza il virus, una fesseria; meglio fuori che chiusi in casa, in modo da limitare le infezioni intra-familiari». Draghi ha annunciato che il governo intende riaprire le scuole fino alla prima media subito dopo Pasqua. Lei ha conosciuto il nuovo premier? «No, né lui né il suo predecessore Conte. In ogni caso, la decisione sulle scuole fa parte delle scelte che la politica può e deve fare. Però la coperta è corta. Se rimetti in circolazione qualche milione di bambini, cosa legittima, poi devi compensare il rischio di questa apertura con altre chiusure. Ma questo Draghi dimostra di saperlo molto bene. Per fare ripartire l'Italia, la prima condizione è sconfiggere la pandemia. Infatti si sta muovendo con tutta la sua influenza per fare blocco con l'Europa sul rifornimento dei vaccini».  

OK ALLA LEGGE PER FLICK. UN EX NO VAX: “NON SIAMO PECORE”

Il Giornale intervista Giovanni Maria Flick, giurista, ex presidente della Corte ed ex Ministro, sulla legge allo studio del Governo per introdurre l’obbligo di vaccino per chi lavora in corsia. La sua posizione è molto netta.

«Servirà una legge, non un Dcpm o un altro strumento più sbrigativo: ma l'obbligo di vaccinarsi contro il Covid-19 «è perfettamente compatibile con la Costituzione». A spiegarlo al Giornale è Giovanni Maria Flick, che della Corte Costituzionale è stato presidente dopo avere fatto il ministro della Giustizia. Altrettanto certo, spiega, è il diritto a chi dovesse subire dei danni dal vaccino a vedersi indennizzato dallo Stato: «L'obbligo di vaccino è una forma di solidarietà del singolo verso la collettività. Reciprocamente lo Stato deve essere solidale con il singolo nel caso che incontri a causa dell'obbligo delle conseguenze che lo danneggiano». La Costituzione dice che nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari contro la sua volontà. Perché il vaccino dovrebbe fare eccezione? «La Costituzione è stata scritta quando si era appena usciti dalla tragedia degli esperimenti pseudoscientifici nazisti, dalla soppressione dei disabili. Su questi temi era ovvio che ci fosse una sensibilità particolare. Ma recentemente per due volte, nel 2017 e nel 2018, la Consulta ha stabilito che dalla raccomandazione del vaccino si può passare all'obbligo quando serve a tutelare la collettività. É indubitabile che oggi la situazione sia questa, quindi l'obbligo ci sta, il problema semmai sono le sanzioni». Senza le sanzioni, l'obbligo rimane lettera morta. «Ci vogliono, ma devono essere proporzionate e ragionevoli». Il licenziamento per chi si rifiuta di vaccinarsi è ragionevole? «Una persona che non accetta il vaccino può non essere ritenuta in condizioni di svolgere attività che svolgeva prima, per esempio a contatto con i malati o gli anziani. Vanno previste sanzioni specifiche che possono portare a una modifica del rapporto di lavoro o alla sua cessazione se non c'è la possibilità di adire il dipendente ad altre mansioni». 

Giuliano Foschini su Repubblica raccoglie la testimonianza di un No Vax che si è pentito:

«Ero un antivaccinista convinto». No vax. «Il capo dei no vax mi chiamavano». E poi? «E poi ho capito che dicevo un sacco di stupidaggini. E oggi sono andato a vaccinarmi». Paolo Viviano è un signore di Barletta. Di mestiere fa l'autista. Per la Asl. Ha guidato ambulanze, auto mediche, oggi trasporta farmaci nei reparti. Anche quelli Covid. E non aveva alcuna intenzione di vaccinarsi. Ieri mattina ha fatto invece la prima dose. «Sono sempre stato molto scettico, in generale, sui vaccini. Perché penso, anzi pensavo, che rappresentassero un modo per le cause farmaceutiche di arricchirsi». La sua pagina Facebook è esemplificativa. Lei quasi giornalmente, fino a poco giorni fa, pubblicava articoli e video no vax. «Perché pensavo dicessero la verità». Il 21 marzo ha rilanciato un post di Sara Cunial, la deputata no vax. Un sedicente parroco diceva a proposito dei vaccini: "Con il pretesto di prevenire una malattia il cui tasso di letalità è stimato attorno allo 0.3%, esige veri e propri sacrifici umani di inaudita efferatezza I veri interessi non sono di natura sanitaria, ma finanziaria". «Pensavo avesse ragione. Ora sono convinto che tutte quelle cose sono delle cavolate. E mi dispiace averle in qualche modo rilanciate. Spero di non aver convinto nessuno». (…) In realtà con i vaccini la vita gliela salvano. «Le cose bisogna spiegarle. E non trattare le persone come pecore. Di questo continuo a essere convinto». Insistiamo: quando ha cambiato idea? «Quando mi sono guardato attorno. Quando ho visto le terapie intensive così piene, quando ho visto ragazzi di 40 anni arrancare senza respiro. Quando i miei amici medici, o infermieri, mi hanno raccontato, ogni mattina, che le rianimazioni scoppiano e che ci sono persone, senza alcuna patologia pregressa, che non riescono a stare in piedi perché non hanno più fiato. Ecco, tutto questo non poteva essere un complotto. Era la verità. E io ce l'avevo davanti agli occhi. Ho avuto paura». Se non si fosse vaccinato avrebbe rischiato anche di non lavorare. «Questo, sono sincero, non ha inciso più di tanto. Il medico competente, il dottor Sivo, che oggi mi ha vaccinato, mi faceva la corte (ndr, sorride) dall'inizio della campagna. Hanno chiamato tutti quelli, pochi, come me, che non avevano aderito alla campagna di vaccinazione. Mi ha spiegato. E ho capito che aveva ragione». A dire cosa? «Che vaccinarsi era necessario: come cittadino. Come lavoratore. E poi avevo anche una responsabilità di padre». Prego? «Mio figlio è un operatore socio sanitario, lavora qui. Per di più in un reparto Covid. E anche lui, vedendo le mie perplessità, aveva deciso di non vaccinarsi». E poi? «Oggi ci siamo vaccinati insieme».

Su La Verità Francesco Borgonovo si schiera contro la legge che cerca di limitare i danni provocati dagli operatori sanitari. Sembra avere molta simpatia per i No Vax e nessuna, ma proprio nessuna, per gli infettati in corsia. Che si sono messi nelle mani della Salute pubblica.

«Certo, la maggioranza degli esperti sembra concordare sul fatto che le probabilità di spargere il contagio vengano ridotte dal vaccino, ma sono in parecchi a confermare che anche gli immunizzati possano infettare gli altri. Non a caso tutti gli scienziati - compreso il dottor Jonathan Van Tam, consulente del governo britannico - continuano a invitare la popolazione (vaccinati compresi) a utilizzare le protezioni. Capite bene che, in questo quadro, imporre l'inoculazione forzata ai sanitari o a chiunque altro risulta parecchio complicato e pone serie problematiche anche a livello costituzionale. Come ci si comporterà nei riguardi degli operatori sanitari che rifiutano il siero? Verrà previsto il licenziamento? Può darsi, ma su quali basi? Di nuovo, la questione è la stessa: come si fa a dimostrare che è stato il proverbiale No vax a infettare qualcuno invece del vaccinato che può comunque contagiare?».

VIVA LA SCUOLA, VIVA IL TEATRO

Pochi se lo ricordavano ma la data di ieri, il 27 marzo, era stata quella fissata dal ministro Franceschini per la riapertura dei Teatri prima delle nuove chiusure imposte dalle varianti. Nello stesso giorno ci sono state manifestazioni di protesta davanti a teatri di mezza Italia: dall’Argentina a Roma al Piccolo di Milano. Lo racconta Giovanna Branca sul Manifesto.

«Nell'assemblea romana davanti al Teatro Argentina lo «sguardo» di lavoratrici e lavoratori autorganizzati dello spettacolo - raccolti dalla Rete InterSindacale Professionist* spettacolo e cultura - è rivolto a Milano, Napoli e Padova dove sono cominciate le occupazioni dei teatri: a Milano è il Piccolo Teatro Grassi occupato ieri mattina, a Napoli il Teatro Mercadante - che si collega in streaming con la piazza romana -, a Padova il Teatro Verdi occupato la scorsa settimana mentre a Venezia i lavoratori bloccano il Ponte della Libertà con i loro bauli. E negli interventi della giornata il pensiero va all'«esempio della Francia», dove a partire dal 4 marzo - data dell'occupazione dell'Odeon a Parigi - sono ora più di novanta le strutture teatrali occupate in tutto il Paese, diventate presidi permanenti di confronto e protesta. Nella Giornata internazionale del Teatro indicata neanche un mese fa da Franceschini come la data simbolica delle riaperture. «La grave emergenza sanitaria non ha consentito la riapertura di teatri e cinema già prevista nelle zone gialle, essendo purtroppo tutta Italia in zona rossa o arancione», ha detto ieri il ministro (…) Ancora una volta, si insiste sulla necessità di un tavolo interministeriale che apra un dialogo con i lavoratori: non solo il Mibac ma il Ministero dello sviluppo economico e del lavoro, interlocutori necessari per la riforma strutturale del settore che ne affronti le storture rese evidenti dalla pandemia».

Sul dibattito attorno alla scuola, nell’imminenza della sua riapertura, ci scrive Luca Doria, educatore e coordinatore di comunità educative per minori.

«Parto dalla riflessione di Draghi di ieri: il problema del contagio non è dato dalla scuola in se stessa ma dalle attività parascolastiche, dove i giovani sono in contesti incontrollati e incontrollabili (come ad esempio il trasporto o l’uscita di scuola o l’aggregazione nei parchi). Quindi se la scuola non fosse solo contenitore nozionistico, ma comprendesse attività sociale ed educativa, forse sarebbe anche molto ma molto più utile in tempo di pandemia. La DAD ci ha mostrato che anzi è proprio la scuola nozionistica che non ha più alcun senso. La vita sociale della scuola invece è necessaria ed è anzi cruciale contro la dispersione, per l’orientamento dei ragazzi, la loro educazione civica, contro l’abbandono delle famiglie e non sto parlando solo di casi drammatici... Ripensiamo la scuola come contenitore di umanità, occasione anche di lavoro. Penso all’esperienza di Cometa, la cooperativa di Como, che è un sistema di attività di accoglienza, sostegno, educazione e formazione al lavoro per bambini e ragazzi in situazioni difficili. È fondamentale il “far fare”, l’andare a bottega. Ma anche retribuire chi lavora, e quindi sia i garzoni sia chi li accoglie. Accedere al mondo del lavoro ed essere retribuiti sin da giovani credo (da umile osservatore) sia utile per rimettere in moto i consumi, per incentivare all’autonomia e all’uscita di casa dei giovani, per permettere a due ventenni che vogliano mettere su famiglia di poterlo fare, per togliere dalle grinfie della criminalità i più giovani. Oggi la scuola fa quello che può, serve che respiri di più, che evolva dal profondo, adeguando il sistema attuale ai tempi che sono evoluti più velocemente».  

STALKER MINISTERIALE

A proposito di scuola e istruzione, c’è una polemica che coinvolge il Ministero di Viale Trastevere. Aldo Grasso nella rubrica domenicale sulla prima pagina del Corriere si occupa dello stalker della ex ministra Azzolina ingaggiato come consulente dal suo successore al Ministero dell’Istruzione. Ora Bianchi gli ha revocato l’incarico.

«Meglio tardi che mai. Il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi ha dato mandato all'amministrazione di procedere alla revoca dell'incarico assegnato al prof Pasquale Vespa, il presunto stalker dell'ex ministra Lucia Azzolina. Era stata la stessa Azzolina a denunciare il fatto: «Apprendo che il sottosegretario della Lega Rossano Sasso ha un nuovo collaboratore al ministero. Si chiama Pasquale Vespa: è un docente imputato in un procedimento penale per diffamazione reiterata a mezzo stampa e minacce gravi. Vespa ha trascorso gli ultimi due anni della sua vita ad insultarmi pubblicamente... Minacciarmi di morte. Un cyberbullo, a tutti gli effetti». Vespa aveva pubblicato un filmato contenente una foto dell'Azzolina e un frame tratto da un film horror con sangue, mostri e streghe che terminava con la frase «da disoccupati saremo il vostro peggiore incubo». E poi aveva pubblicato su Facebook alcuni post, il cui contenuto l'ex ministra definisce volgare e sessista. Per questo era stato denunciato. Ovviamente è giusto che la magistratura faccia il suo corso, ma pare che al Ministero (che è pur sempre dell'Istruzione) un po' troppi abbiano fatto orecchie da mercanti alla nomina di Vespa. Dall'istruzione alla distruzione il passo è fulmineo, quanto la puntura di un imenottero».

LA PD MADIA: MA COSÌ SCELGONO I MASCHI

Giovanna Vitale su Repubblica racconta la polemica che sta avvelenando la scelta del nuovo capo gruppo dei Dem alla Camera. Sarà una donna, ma nella gara fra Madia e Serracchiani ci sono scorrettezze, almeno secondo la prima. Che ha scritto una lettera.   

«Uomini che manovrano le donne. E donne che si prestano, pur di centrare l'obiettivo. Nel Pd - accusa Marianna Madia - è sempre la stessa storia. Altro che «sana competizione» invocata come segno di vitalità dal segretario Enrico Letta. A decidere incarichi e ruoli femminili, nel principale partito di centrosinistra, sarebbero come di consueto i capicorrente, maschi ovviamente. È accaduto giovedì con l'avvicendamento tutto interno agli ex renziani tra Andrea Marcucci e Simona Malpezzi alla guida dei senatori, rivendicato da Base riformista con tanto di card firmata sui social. Si potrebbe ripetere alla Camera martedì, quando i deputati dovranno eleggere la nuova capogruppo. Ovvero Debora Serracchiani, la presidente della commissione Lavoro appartenente alla stessa area dell'uscente Graziano Delrio, che giusto l'altro ieri ha incassato il via libera risolutivo dei parlamentari di Guerini-Lotti. Un'insopportabile combine, per la sfidante Madia. Che ieri ha scritto ai colleghi una lunga lettera per denunciare il gioco sporco di chi avrebbe dovuto restare super partes e invece è sceso in campo per sostenere la corsa della sua protégé. Trasformando così «quello che poteva essere un confronto sano tra persone che si stimano» in «una cooptazione mascherata». A provarlo, l'accordo raggiunto venerdì sera tra Delrio e Base riformista (con il placet di Franceschini) per nominare vicecapogruppo vicario Piero De Luca, il figlio del governatore campano vicino a Lotti. Col risultato di far salire a tre, record assoluto, il numero dei vice. «La verità rende liberi», esordisce Madia nella sua e-mail, spiegando di voler parlare «con chiarezza» per svelare i risvolti di una gara che ritiene truccata. «È stato proprio Delrio a chiedermi di mettermi in gioco con la mia candidatura insieme a quella della mia amica stimata Debora Serracchiani». (…) Una ricostruzione subito respinta al mittente. «Non posso credere che intenda riferirsi a me come una persona cooptabile», s' infuria Serracchiani: «L'autonomia è stata sempre la cifra della mia storia personale e politica». Altrettanto netto Delrio: «Ritengo di non meritare accuse di manovre non trasparenti o di potere. Certe parole mi feriscono perché non corrispondono alla realtà». Perciò «confrontiamoci senza retropensieri», rilancia Serracchiani. Ma è facile per chi sa di avere la vittoria in tasca. A Madia lo hanno detto in tanti: ritirati, è meglio. Lei però non ci pensa. Darà battaglia fino all'ultimo: contro l'ipocrisia di una sfida, vera solo sulla carta».

RIVOLTA PARLAMENTARE CONTRO GRILLO

I parlamentari 5 Stelle non hanno gradito l’ultima uscita di Beppe Grillo che ha parlato alla loro Assemblea. La storia del limite del doppio mandato che resta un “pilastro” del Movimento ha suscitato molte perplessità. Ora l’Elevato rischia una sfiducia nei fatti e Conte non vuole essere travolto insieme a lui. Così almeno sostiene il giornale di Travaglio, il quale a sua volta non ha mai nascosto di considerare l’ex comico “bollito”. Luca De Carolis su Il Fatto:

«Qualcuno, forse un po' troppo ottimista o forse semplicemente ferrato in matematica, ha già fatto il conto: 80 mila euro in più. Sono quelli che un parlamentare Cinque Stelle che decidesse di smetterla con restituzioni, rinunce alle indennità di carica e benefit vari, metterebbe in tasca da qui alla fine naturale della legislatura, nel 2023. E in tanti se li stanno facendo, questi conti, ora che Beppe Grillo ha detto che "il pilastro" dello stop dopo due mandati non si può buttare giù. E tanto vale, per quel centinaio di deputati e senatori a cui hanno chiarito che questo è l'ultimo giro, cercare di consolarsi in altra maniera. "L'esodo era già cominciato - racconta una fonte -, ora questa decisione è devastante, può succedere di tutto: di momenti di confusione ne abbiamo avuti tanti, ma questa volta è l'inferno vero". Ce l'hanno con Grillo, prima di tutto. Perché ritengono che la sparata sul limite dei due mandati - arrivata, a freddo, durante una call con gli eletti cui ha partecipato anche il ministro Cingolani - non sia stata meditata a sufficienza: "È completamente bollito - dicono a proposito del fondatore - e non capisce che questa regola adesso non serve a niente, anzi, invoglia i dubbiosi a lasciare il Movimento". Esattamente il contrario di quello che si aspetta Giuseppe Conte, che sta elaborando da settimane il progetto di rifondazione dei Cinque Stelle e che aveva fatto appello ai tanti parlamentari in crisi: "Aspettate, non uscite: fatemi trovare ancora qualcuno quando arriverò". Non passa giorno, da quando M5S ha detto sì al governo Draghi, che non ci sia una defezione, alla Camera o al Senato. E il timore è che la mannaia calata dal garante acceleri irrimediabilmente il processo già in atto (…) La scadenza di fine mese, che inizialmente era stata fissata per la consegna del "nuovo" M5S, è ormai slittata. Se ne parla come minimo dopo Pasqua, quando Conte incontrerà alcuni rappresentanti del Movimento per presentare (e, sperano, eventualmente emendare) il progetto di rifondazione grillina che verrà poi sottoposto al voto degli iscritti, probabilmente via email. Può Conte reggere quest' onda d'urto? "Non lo sa nessuno", rispondono sconfortati perfino i suoi fedelissimi. Segno che la situazione è talmente fuori controllo da non poter dare garanzie a nessuno: "Conte non può sostenere la linea di Grillo - ripetono dal Movimento - altrimenti rimane da solo"».

UNA COSTA CONCORDIA NEL CANALE DI SUEZ

È una storia incredibile quella della grande portacontainer che si è incagliata nel canale di Suez, una storia che sembra d’altri tempi. Il commercio internazionale è terremotato, miliardi sono finiti in fumo e il traffico delle navi cargo sul Capo di Buona Speranza sembra Milano alla vigilia di Natale, quando non c’era la pandemia. Repubblica ha inviato sul Canale Pietro Del Re, che offre ai lettori il suo reportage. Uno stralcio:

«Finalmente (…) vediamo stagliarsi la massa coloratissima dell'Ever Given. Ricorda una grossa balena spiaggiata, ed è immensa anche rispetto agli edifici più massicci di quest' hinterland nilotico. Ma siamo ancora troppo distanti dalla Ever Given per capire quello che le sta accadendo attorno, e cioè per seguire gli sforzi dei potenti rimorchiatori che cercano di disincagliarla e quelli delle gru che scavano sotto la sua poppa e la sua prua incastrate nella sabbia. Risaliamo in macchina. Dopo altri venti minuti di malmessi tratturi arriviamo in un punto davvero vicino alla porta-container. Oltre alla sua sproporzionata imponenza, nella poverissima campagna in cui s' è arenata, dove il mezzo di trasporto più comune è il carretto trainato da un somaro, dove i ragazzini vanno in giro scalzi e dove le case non hanno né elettricità né acqua corrente, la nave appare soprattutto molto incongrua. I contadini che di questa stagione raccolgono canne e giunchi per fabbricarne stuoie e spargano letame sui loro poveri orticelli si curano appena di quel bastimento carico di ogni bendidio, dove i container possono racchiudere decine di migliaia di pezzi di ricambio per potenti auto ibride, di smartphone di ultima generazione o di sofisticate apparecchiature biomediche. Per loro, la Ever Given è uno dei tanti giganti del mare che vedono navigare in queste acque verdastre a ogni ora del giorno e della notte. «Ma rispetto alle altre navi, questa ha avuto la sfortuna di trovarsi qui all'inizio della settimana, quando tirava un vento infernale», ci dirà nel pomeriggio Hamed, proprietario di un forno dove panifica deliziose focacce. «I suoi proprietari dovrebbero prendersela con il generale Al-Sisi. Infatti, sarebbe bastato allargare il nuovo Canale per evitare l'incidente, invece di vantarsi, come fece nel 2015, appena ultimato quest' ultimo tratto, del fatto che "gli egiziani facevano un regalo al mondo". Il generale s' è invece comportato come un tirchio, nonostante i tanti miliardi di dollari che ogni anno gli entrano in tasca grazie al Canale».

IL SANGUE DEL MYANMAR

Ci sono giornate, come quella di ieri in Myanmar, l’ex Birmania, sotto un golpe militare da due mesi, che chiedono la ragion d’essere dell’Onu, delle diplomazie, dei vari G7 o G20… Il mondo non può essere indifferente, non può tentennare. La cronaca di Paolo Salom sul Corriere.

«Una giornata di sangue come mai se ne erano viste dal colpo di Stato del 1° febbraio scorso in Myanmar, l'ex Birmania. Ma anche una giornata surreale, con la capitale Naypyidaw impegnata a celebrare la festa delle Forze Armate - l'anniversario dell'insurrezione contro i giapponesi iniziata il 27 marzo 1945 - come se il Paese non fosse sull'orlo di una catastrofe dalle conseguenze inimmaginabili. Ieri la distanza siderale tra la casta dei generali e il resto della popolazione è apparsa in tutta la sua incongruenza. Da una parte soldati in alta uniforme, carri armati risplendenti sotto il sole tropicale, la banda che suona l'inno nazionale mentre le truppe segnano il passo in una coreografia studiata, dove persino gli pneumatici dei veicoli sono stati verniciati di un bianco immacolato. Dall'altra, ovvero in quasi tutte le città (almeno quaranta), altri militari erano al contempo impegnati a sparare contro i loro stessi cittadini, disarmati, che continuano con grande coraggio a chiedere la fine del regime militare, il ritorno alla democrazia e la liberazione di Aung San Suu Kyi e di tutti gli altri prigionieri politici arrestati finora. La televisione di Stato lo aveva detto senza mezzi termini nelle ore precedenti: «Non uscite di casa, genitori assicuratevi che i vostri figli non si uniscano ai rivoltosi, potrebbero essere colpiti alla testa o alla schiena». Così è stato. L'asfalto cotto dal sole si è bagnato del rosso vivo del sangue di decine di uomini, donne, giovani. Persino bambini. Il bilancio parla di oltre cento morti (400 dall'inizio delle proteste). Di una bimba di un anno colpita a un occhio da un proiettile di gomma mentre giocava nel suo giardino. Di un bambino di quattro anni e una bimba di 13 uccisi nelle loro case da proiettili indirizzati senza criterio contro le case nei quartieri giudicati «ribelli»: ovvero tutti. Le reazioni internazionali sono state immediate e durissime».

VERITÀ E FAKE NEWS

Sul Foglio in edicola da ieri mattina c’è una riflessione del filosofo Costantino Esposito, che vale la pena di segnalare (titolo Sorpresa, Dio non è morto). Anche in questa rassegna domenicale è emerso il tema, sempre più cruciale di questi tempi, della verità e delle fake news: dal medico Cartabellotta al No vax pentito, fino alla lettera di Marianna Madia ai compagni di partito. Esposito, che ha scritto un libro sul nichilismo, ne parla con Matteo Matzuzzi.

«Il problema della verità è un altro indicatore significativo dell'ambiguità del nichilismo. C'è stato un tempo in cui la verità risultava a molti un peso ingombrante o un'imbarazzante pretesa per le società democratiche avanzate. Il timore era che ammettere una verità certa costituisse un impedimento a vivere le sfide di una convivenza' plurale ', e che bisognasse rinunciare al pesante bagaglio metafisico-o perlomeno privatizzarlo e renderlo ininfluente nella sfera pubblica - per poter realizzare una costruzione comune. (…) Questa posizione sembra trascurare, o meglio mimetizzare, il bisogno che tutti abbiamo di riconoscere il vero della nostra vita, pur avendo riferimenti e magari certezze diverse. Non si tratta dunque di difendere o propagare la propria verità (in tal caso temerei anch' io il fondamentalismo e lo scontro di posizioni), ma di verificarla noi per primi, vagliando criticamente la sua corrispondenza ai problemi del vivere. E paradossalmente il vero si verifica non censurando, ma proprio favorendo il confronto e il dialogo con altre posizioni. Pensare che affermando la 'verità' si minaccerebbe la libertà degli altri attori in gioco nella società e il pluralismo delle scelte, significa dimenticare che se c'è verità, essa ha in sé la forza di comunicarsi, di attrarre, di generare fiducia: insomma essa non teme la libertà ma si affida proprio alla libertà. Il problema si è riacceso negli ultimi anni, allorché molti di coloro che avevano dichiarato inopportuno o scorretto il riferimento alla verità e all'identità nel discorso pubblico, sono tornati a invocare il diritto e il dovere della verità come reazione all'uso politico distorto e tendenzioso delle fake news da parte di regimi odi gruppi populisti e autoritari (e non solo di essi). Quando la verità viene distorta ad arte per scopi di potere non è più possibile affermare semplicemente che non esiste alcuna verità certa, ma solo interpretazioni di parte. D'altro canto anche le nostre interpretazioni devono chiedersi continuamente se tendono al vero, cioè se tengono conto -tendenzialmente, appunto- di tutti i fattori in gioco e se sono disponibili a correggersi o a cambiare accettando con libertà la sfida imprevista del reale».