Anagni, lo schiaffo viene da Bruxelles

La Von der Leyen solleva il caso dei 29 milioni di dosi nel Lazio alla vigilia del vertice. Draghi critica le Regioni. Marcucci molla. Il Vaticano taglia gli stipendi. Mattarella ricorda Dante.

Proviamo a capirci qualcosa. Sui giornali c’è sempre tutto, basta trovarlo. Oggi inizia un importante vertice europeo, cui parteciperà ad un certo punto anche Biden. Che cosa c’è sul tavolo? La più straordinaria crisi del nostro continente dalla Seconda Guerra mondiale. La pandemia ci ha portato anche questo. Siamo l’unica parte molto sviluppata del mondo che non è riuscita a rendersi autonoma nella creazione e produzione del vaccino anti Covid. Lo hanno fatto Usa, Inghilterra, Russia, Cuba e Cina… noi no. Così oggi gli europei sono indietro, indietro nella vaccinazione di massa e quindi nella ripresa alla vita. Sociale ed economica. Non solo, la burocrazia di Bruxelles, e gli Stati membri, hanno fatto molti errori. L’estate scorsa —oggi ne parla La Stampa, ieri era toccato alla Verità— diversi Paesi, fra cui l’Italia, non hanno comprato ingenti dosi di vaccini messi sul tavolo da Pfizer e Moderna. Germania a parte. Ognuno con la sua strategia: i francesi pensavano ancora di farsi il vaccino in proprio, gli olandesi trafficavano con gli inglesi (della Brexit) sotto banco e anche noi pensavamo, per via dello stabilimento di Pomezia, di essere co -produttori del vaccino di Oxford, vaccino fra l’altro molto meno caro. Si è privilegiato AstraZeneca. Quello che poi è accaduto lo sapete. L’Europa adesso cerca di correre ai ripari. Dunque ciò che è capitato ieri entra in questo quadro: Bruxelles, in vista della negoziazione con la Gran Bretagna e con le varie aziende, AstraZeneca in primis, ha sollevato un polverone su 29 milioni di dosi stoccate ad Anagni. Mettendo con le spalle al muro, oltre agli inglesi, olandesi e belgi. Basterà? Per fortuna ci sarà anche Biden al vertice, che con la sua presenza spingerà gli Stati e le Big Pharma a far uscire l’Europa dalla crisi.

Intanto Draghi polemizza con le Regioni, che fanno aspettare gli anziani, andando in ordine sparso. I Governatori si sono offesi, un po’ come Bertolaso che ha mollato a metà la diretta con la Cartolano di SkyTg24. I nervi saltano facilmente, in questo periodo. È capitato anche alla Merkel che, dopo la Moratti, ha chiesto anche lei scusa. C’è sempre da stupirsi. Chissà per quali coincidenze astrali oggi, 25 marzo, il Medio Evo ci sembra di colpo così vicino. Lo schiaffo di Anagni, la celebrazione di Dante a 700 anni dalla sua morte, e sullo sfondo la peste del Covid 19. Peste che non sarà quella di Boccaccio ma che, pur modernissima, ci appare a tratti molto antica. Il Capo dello Stato Mattarella ricorda il “sommo poeta” in una doppia paginata del Corriere. Tutta da leggere. Intanto vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

I due fronti del nostro Presidente del Consiglio sono l’Europa e le Regioni. Poi c’è la storia di Anagni, ma pochi ci credono. Tutti o quasi sono sul tema della campagna vaccinale. Il Corriere della Sera sintetizza: Regioni, l’affondo di Draghi. Mentre Avvenire mette fra virgolette la pesante accusa: «Trascurati gli anziani». Stesso concetto del Messaggero: «Caos regioni, anziani trascurati». Fotocopia anche il Mattino di Napoli: «Vaccini, anziani trascurati». Per Il Giornale: Draghi alza la voce. Il Quotidiano Nazionale va sul positivo e annuncia: Ci vaccineranno fino a mezzanotte. La Repubblica tiene la linea dell’attenzione internazionale: Vaccini, Draghi spinge la Ue: più contratti con Big Pharma. La Stampa sceglie il caso di Anagni, che pure in serata si era sgonfiato: Dosi nascoste, bufera su AstraZeneca. Il Manifesto gioca con l’inizio del nome del vaccino: DisAstra. Libero “traduce” il caso Anagni in una spiegazione indignata: Produciamo vaccini e li vendiamo ad altri. La Verità prosegue nelle critiche a Bruxelles: La Ue perde la faccia e rischia di farci perdere pure i vaccini. Il Domani torna giustamente sul ruolo della funzionaria UE Gallina: La negoziatrice Ue sui vaccini nasconde gli incontri con le lobby. Mentre Il Fatto di Travaglio ogni giorno tifa contro il Governo: A furia di accelerare Draghi s’è ingrippato. Voce fuori dal coro Il Sole 24 Ore che riporta un’intenzione del ministro leghista: Giorgetti: «Rete unica, basta stallo. Ora una decisione in tempi brevi».


VACCINI 1, LO SCHIAFFO DI ANAGNI

La città, in provincia di Frosinone, fu nel Trecento teatro dell’aggressione al Papa da parte dei francesi, con l’aiuto dei Colonna. Ieri tutta l’Europa è tornata a parlare di Anagni. Ma questa volta lo schiaffo è solo d’immagine, rischia di essere degli inglesi di AstraZeneca un po’ a tutti gli europei, agli italiani in particolare. Così almeno lo ha vissuto la von der Leyen, che secondo il racconto fatto da Draghi in Parlamento, telefona sabato scorso e dà l’allarme, il nostro Presidente del Consiglio manda i Nas. Ecco la cronaca del Messaggero.   

«Ad Anagni, in Ciociaria, ci sono ben 29 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca. Vale a dire circa il triplo di quanto consegnato nella Penisola fino ad oggi, anche considerando le fiale Pfizer-BionTech e Moderna. Un quantitativo sufficiente a vaccinare quasi un italiano su 4, ma destinato a lasciare la Penisola a breve. Sedici milioni di queste dosi infatti, secondo l'azienda anglo-svedese, sono in procinto di partire alla volta del loro polo logistico in Belgio per poi essere distribuite in tutta la Ue. Ben 13 milioni invece partiranno per altri lidi, in quanto destinate ai 190 Paesi del Covax, ovvero il pool d'acquisti messo in piedi dall'OMS per rifornire di vaccini anche le nazioni più povere. Fatto sta che si tratta di uno stock enorme di cui però l'Ue, che in totale ha ricevuto da AstraZeneca solo 29,9 milioni di dosi rispetto ai 120 milioni pattuiti per questo primo trimestre, sostiene di non sapere nulla. Anzi, secondo alcuni, avrebbe anche maturato il sospetto che quei vaccini fossero nascosti - in opposizione al divieto assoluto di esportazione potenziato dalla Commissione proprio ieri - perché destinati al Regno Unito. In realtà, nonostante l'allarme, come hanno chiarito l'azienda e il governo, non ci sarebbe nulla da temere. Le dosi in questione, al momento non potrebbero essere utilizzate nell'Unione perché lo stabilimento che ha prodotto il contenuto delle fiale sembrerebbe essere quello che AstraZeneca ha ad Halix, a Leida, nei Paesi Bassi. Un sito produttivo che la Ue non ha ancora autorizzato e che fino ad oggi ha prodotto proprio per il Regno Unito. Tuttavia l'approvazione arriverà a giorni, ed è per questo che le fiale si troverebbero stoccate in Italia, in attesa di superare gli ultimi controlli di qualità e raggiungere il Belgio per poi essere distribuite nel Vecchio Continente. Un finto giallo quindi, che però conduce ad una manciata di chilometri da Roma. Più precisamente ad Anagni, in provincia di Frosinone, all'interno dello stabilimento della Catalent, la multinazionale che da contoterzista infiala e inscatola il farmaco. Lì, come conferma anche una fonte all'interno dell'azienda, si trovano le 29 milioni di dosi. Tutt' altro che nascoste però, semplicemente sono in attesa di partire. Anzi, ora si trovano sotto l'attenta custodia delle autorità italiane come ha chiarito Mario Draghi in Parlamento. È infatti toccato proprio al premier ieri ricostruire - e sgonfiare in parte - la vicenda. L'ex numero uno della Bce, alla Camera dei Deputati, ha infatti chiarito di aver ricevuto «sabato sera una telefonata dal presidente della commissione europea». Ursula Von der Leyen ha segnalato a Draghi «alcuni lotti che non tornavano nei conti della Commissione e che sarebbero stati giacenti presso lo stabilimento della Catalent di Anagni, che infiala i vaccini. Mi si suggeriva di ordinare un'ispezione». Così la sera stessa, di concerto con il ministro Speranza, Chigi ha deciso di inviare i Nas, che «hanno identificato i lotti in eccesso». Tutti sono così stati bloccati in attesa di ulteriori verifiche e solo due, sono invece partiti alla volta del Belgio. «Da dove andranno lì non lo so - ha concluso Draghi - ma la sorveglianza continua per i lotti rimanenti».».

Repubblica va alla fonte e parla direttamente col direttore dello stabilimento Catalent di Anagni, la chimica Barbara Sambuco. Catalent è una multinazionale che si occupa dell’infialamento per conto di AstraZeneca. Dalle sue parole si capisce che i vaccini non sono fermi nei frigoriferi per un rallentamento immotivato. Ma per subire controlli obbligatori che possono arrivare anche a 18 giorni.   

«Sono arrivati sabato sera. Hanno passato la notte qui. Sono andati via martedì sera » spiega Barbara Sambuco, la direttrice dello stabilimento. «Non hanno trovato irregolarità. Il vaccino è fermo nei refrigeratori in attesa che siano completati i controlli». È una quantità enorme, 10 volte quel che l'Italia ha ricevuto finora da AstraZeneca. Perché l'attesa? «Per noi 2,9 milioni di fiale non sono tante. Si tratta di due settimane di produzione. Dopo essere stato infialato, il vaccino è sottoposto a controlli che, per quanto ci riguarda, possono durare fino a 18 giorni». Che controlli? «Chimici e di sterilità. Dobbiamo essere sicuri che le fiale non contengano microrganismi. Ne prendiamo alcune a campione e le lasciamo incubare per almeno 15 giorni. Se a quel punto non si sono formati microbi, siamo sicuri che siano sterili». Poi potete distribuire le dosi? «Ci sono anche i controlli di AstraZeneca sulla materia prima». Cioè? «Noi riceviamo la materia prima dai vari stabilimenti di AstraZeneca, la infialiamo ed eseguiamo i test sul contenuto finale. In parallelo AstraZeneca porta avanti altri controlli di qualità sulla materia prima, che hanno bisogno di due o tre mesi. Quando arrivano i risultati, AstraZeneca ci dà il via libera e i vaccini possono lasciare Anagni». Dove vanno? «In due centri di distribuzione in Belgio. Da lì partono per la loro destinazione finale». Ma se i vaccini sono destinati al di fuori dell'Ue, perché siete voi a chiedere il permesso all'export? «Sono le norme europee. Noi siamo lo stabilimento di manifattura. Spetta a noi mandare una pec alla Farnesina e chiedere il via libera all'export. Ma solo su richiesta di AstraZeneca». Lo avete chiesto per queste dosi? «No, lo facciamo se Astra Zeneca ce lo chiede. Siamo solo esecutori». Quando rilascerete le fiale? «Dipende, quando saranno terminati i controlli». Dove si trovano gli stabilimenti che vi inviano la materia prima? «In tutto il mondo. Letteralmente».

VACCINI 2, IL VERTICE UE CON BIDEN

Dunque lo “schiaffo di Anagni” è stato confezionato a Bruxelles. Parte da una telefonata della von der Leyen e arriva alla vigilia del vertice europeo. Non è un caso. I 29 milioni di vaccini fermi nel Lazio diventano la premessa ad un accordo con gli inglesi sulle regole reciproche da rispettare e costituiscono una straordinaria pressione verso l’azienda Astrazeneca. E verso i Paesi, che in nome del libero mercato non vorrebbero decidere nei prossimi due giorni regole e obblighi per i Big Pharma. Un esempio? L’ambiguità degli olandesi, che producono vaccini AstraZeneca in una loro azienda senza autorizzazione Ema. Marco Bresolin da Bruxelles per La Stampa.

«Erano state proprio Italia, Francia, Paesi Bassi e Germania a lanciare «l'alleanza per il vaccino» e a negoziare il primo contratto con AstraZeneca. «Insieme ai ministri della Salute di Germania, Francia e Olanda - annunciò il 13 giugno in una nota il ministro della Salute - ho sottoscritto un contratto con AstraZeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea». Quel contratto è stato poi finalizzato a livello Ue il 27 agosto, dopo la costituzione del team negoziale composto dalla Commissione e dai rappresentanti di 7 Stati membri. Ma anche nei mesi successivi il farmaco di Oxford, che l'Italia considerava anche un po' "suo" per via della collaborazione con l'Irbm di Pomezia, è risultato essere il preferito dalla maggior parte dei Paesi Ue. Molto più economico rispetto ai concorrenti e facile da gestire logisticamente per via della temperatura di conservazione, aveva tutte le caratteristiche per essere il vaccino da comprare. L'altro giorno, durante un'audizione al Parlamento Ue, Sandra Gallina ha raccontato che le trattative in autunno si sono rivelate più complicate del previsto. Non tanto quelle con le Big Pharma, ma quelle tra i 27 al tavolo di Bruxelles. Sì, perché per alcuni vaccini si è scatenata una gara a rifiutarli. Quelli di Pfizer/BioNTech e di Moderna, in particolare, giudicati troppo cari. «All'epoca il trend tra molti Stati era di acquistare meno dosi rispetto a quelle loro assegnate in rapporto alla popolazione» ha spiegato Gallina, che ha guidato il team negoziale per conto della Commissione. E senza l'intervento degli Stati che si sono impegnati a comprare i vaccini rifiutati dagli altri (Germania e Danimarca in primis) «oggi non avremmo quei contratti» perché le case farmaceutiche non erano disposte a scendere sotto un volume minimo. L'Italia ha acquistato le dosi che le spettavano, non una di più e non una di meno. La storia degli ultimi mesi ha dimostrato che AstraZeneca si è rivelata una scommessa persa: il ritardo nella presentazione del dossier all'Ema; il taglio delle forniture annunciato in più riprese; le dichiarazioni dell'amministratore delegato, Pascal Soriot, che ha ammesso la corsia preferenziale per il Regno Unito; e infine l'opaca gestione della produzione nello stabilimento olandese di Halix, non ancora autorizzato dall'Ema, ma pronto a sfornare dosi per i britannici. Sulla vicenda legata ai dubbi per la sicurezza del vaccino, che ha avuto conseguenze devastanti sulla fiducia dell'opinione pubblica, le responsabilità sono invece tutte imputabili ai governi che hanno deciso la sospensione. Anche se il silenzio dell'azienda si è fatto sentire. Nei giorni scorsi la Commissione ha inviato una lettera di diffida ad AstraZeneca, primo atto formale di una battaglia legale che l'Ue vorrebbe a tutti i costi evitare.

Tommaso Ciriaco su Repubblica spiega bene i due obiettivi di Draghi alla vigilia del vertice europeo. Il primo: nuove regole sull’export e sui movimenti di vaccini. Il secondo: nuovi approvvigionamenti e magari contratti per altri quantitativi di vaccini, con Biden “facilitatore” con gli Stati europei e col mercato delle multinazionali. 

«Mario Draghi si prepara al suo secondo Consiglio europeo avendo chiara la strategia: esercitare una pressione spasmodica su Ursula von der Leyen. Con due obiettivi. Innanzitutto garantire l'applicazione rigorosa delle nuove regole per l'export sui vaccini. E, soprattutto, spingere l'Europa a siglare nuovi contratti con Big pharma. È un progetto delicato, complesso. Passa dal rafforzamento del rapporto tra le multinazionali e le aziende europee capaci di produrre le dosi. E ha bisogno del sostegno di Joe Biden. Per realizzare l'impresa, serve infatti che il presidente degli Stati Uniti vesta i panni del "facilitatore" di intese che - è bene ricordarlo - sono commerciali e dunque regolate dal libero mercato. L'esito della missione di Draghi non è scontato. Non può esserlo. Lo sa anche il premier, che alla vigilia non ha nascosto alcune preoccupazioni. Pesano dinamiche geopolitiche. Interessi nazionali contrapposti. E spinte commerciali che rischiano di trovare un sfogo nel corso del Consiglio di oggi. (…) Ecco il secondo obiettivo strategico del premier: spingere von der Leyen a marcare stretto le multinazionali. «Noi - ribadirà di fronte ai leader - pretendiamo il rispetto dei contratti». Dove non è garantita "reciprocità" nelle esportazioni vaccinali, allora la posizione di Bruxelles dovrà essere «inflessibile». Nel mirino c'è ovviamente Astrazeneca, che meno di tutti - almeno finora - ha rispettato i contratti. La decisione di Bruxelles di irrigidire le norme sull'export è frutto proprio della triangolazione tra le principali Cancellerie. Non che il risultato possa da solo soddisfare il premier italiano, sia chiaro. A Palazzo Chigi la preoccupazione resta, viste le consegne sempre balbettanti del primo trimestre e l'approccio un po' troppo soft a lungo tenuto dalla Commissione. In questo senso, la vicenda delle dosi del vaccino anglo svedese stipate nello stabilimento di Anagni e destinate al Belgio è lì a testimoniare che il problema incombe. A Bruxelles, Draghi chiederà allora di "vigilare" anche su quelle fiale, per evitare che lascino il territorio belga dirette oltre i confini europei. Servono segnali chiari da parte dell'Unione. Un vero e proprio «messaggio di fiducia» che compensi «la grande delusione dei cittadini europei» per una partenza al rallentatore della campagna vaccinale. «Non so se ci sono stati errori - ammette Draghi - . Ma la Commissione si è difesa. Ora le cose vanno meglio, il commissario Breton è bravissimo. Dobbiamo guardare ai segni positivi all'orizzonte». Sperando che basti.».

LE REGIONI INDIETRO? I GOVERNATORI SI OFENDONO

Ieri mattina al Senato, illustrando la posizione del Governo in vista del Consiglio Europeo, il presidente del Consiglio ha criticato le Regioni, dicendo che sono emerse “differenze difficili da accettare”. Alcune Regioni, non seguendo le indicazioni del Ministero della Salute, hanno trascurato “i loro anziani in favore di gruppi che hanno forza contrattuale”. I Presidenti di Regione non l’hanno presa bene. Sul Giornale lo racconta Patricia Tagliaferri.  

«Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli Venezia Giulia, rivendica gli sforzi che stanno facendo le amministrazioni nonostante le difficoltà. E non gradisce l'affondo del premier. «La continua umiliazione delle tante persone che si stanno impegnando per portare avanti questa campagna e per mettere in sicurezza i cittadini non può più essere accettata», dice. Neanche il collega Giovanni Toti, in Liguria, incassa in silenzio le osservazioni di Draghi. Nella sua Regione il 25,8% degli anziani ha già ricevuto la prima somministrazione e non ci sta a giocare «a scarica barile». «Dire che il governo centrale non abbia colpe sull'andamento della somministrazione dei vaccini mi sembra autoassolutorio. La maggior parte delle Regioni - attacca Toti - ha fatto quello che doveva fare e ad essere onesti le categorie prioritarie sono state inventate dal precedente esecutivo perché non sapevano a chi dare AstraZeneca». Nessuna dichiarazione ufficiale dai vertici della sanità lombarda, reduce dal caso Aria. Il Pirellone punta a completare le inoculazioni agli over 80 dopo Pasqua, poi toccherà ai più fragili. «Intendiamo mettere in sicurezza i cittadini più a rischio prima di procedere alla vaccinazione massiva», spiega l'assessore al Welfare, Letizia Moratti. Parla con i fatti il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, tra le Regioni che corrono di più con i vaccini, tanto che da venerdì si parte con le somministrazioni anche di notte. Il governatore del Veneto, Luca Zaia, rivendica invece di rispettare l'agenda e di procedere in base alle dosi a disposizione. «Se avessimo vaccini e vaccinatori all'infinito avremmo tutto il Veneto già nei centri vaccinali», dice sottolineando la sequenza di «annunci e controannunci, mancati invii e intoppi» che hanno caratterizzato il piano. (…) Per l'Emilia Romagna, un'altra delle Regioni che va spedita con le somministrazioni agli ultraottantenni, tanto da prevedere di finire la categoria entro metà aprile, il problema è la disponibilità delle dosi. Responsabilità delle aziende farmaceutiche che non rispettano i contratti, per il governatore e presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini. (…). Anche le Marche sono in linea con le priorità stabilite dal piano, ma il presidente Francesco Aquaroli auspica «l'arrivo di un numero maggiore di vaccini per poter intensificare la campagna», che procede a un buon ritmo, avendo già somministrato la prima dose al 30,6% degli over 80. Le parole di Draghi hanno avuto un effetto immediato in Umbria, dove il commissario straordinario regionale per l'emergenza, Massimo D'Angelo, ha sospeso le prenotazioni per tutte le categorie dei servizi essenziali. Da ora in poi, ci si atterrà alle priorità indicate dal ministero della Salute. Anche la Sicilia respinge l'ipotesi che si stiano trascurando gli anziani o i fragili: tutto procede secondo i piani, non trascurando alcun target. Idem in Sardegna, seppur in coda alla classifica».

Marco Travaglio sul Fatto, al di là delle ripetute critiche ai colleghi, troppo elogiativi nei confronti del Governo, e alle continue nostalgie del buon Arcuri, pensa che il Presidente del Consiglio sia di fronte ad una doppia difficoltà: le Regioni da una parte e i Big Pharma dall’altra. Straordinario però il silenzio totale del Fatto sul tema, sollevato ieri da La Verità e oggi confermato da La Stampa, che proprio il Governo Conte non avrebbe comprato i vaccini Pfizer e Moderna, quando erano stati “rifiutati da altri Paesi” in sede europea.  

«Sui vaccini, il problema è noto: ne arrivano pochi; e i medici rispondono alle Asl, che dipendono dalle Regioni. Quindi il mantra del "cambio di passo" perché "Draghi accelera", "accentra", "striglia le Regioni", "mobilita i farmacisti", "schiera l'esercito", "vaccina nelle aziende" è un pessimo servizio alla verità, ma pure a lui. Accentrare non può, salvo abolire le Regioni con una riforma costituzionale (tempo minimo un anno): può raccomandare ai presidenti di fare i bravi e seguire le linee guida del governo. Accelerare è un bel verbo per titoli di giornale e di tg, ma se Big Pharma ci tiene in pugno grazie agli euroaccordi-capestro e molte Regioni sono un casino, bisogna solo sperare che col tempo le cose migliorino (quando Arcuri lasciò, 210 mila vaccinati al giorno; l'altroieri 218 mila)».

CHIUSURE, LA MERKEL CI RIPENSA E CHIEDE SCUSA

Anche le Cancelliere di ferro hanno un’anima. Fra le tante conseguenze inaspettate della pandemia c’è stata l’incrinatura dell’immagine di Angela Merkel. In passato aveva pianto in pubblico per il disastro del Covid, ieri è tornata su una sua decisione di lockdown, chiedendo scusa. Paolo Valentino sul Corriere della Sera.

«Contrordine. Il governo tedesco ha revocato il lockdown duro deciso appena 24 ore prima per i giorni della Pasqua. In una drammatica dichiarazione al Paese, Angela Merkel si è assunta la piena responsabilità per quello che ha definito «un errore solo e soltanto mio». È un atto di coraggio e di onestà politica, ma anche l'ammissione di un fallimento che segnala la debolezza strutturale della cancelliera, giunta a fine mandato e sempre più «anatra zoppa». Merkel si è detta «profondamente dispiaciuta» per la confusione e le incertezze causate dall'annuncio e ha chiesto «perdono alle cittadine e ai cittadini tedeschi». All'origine del clamoroso ripensamento, ha spiegato, ci sono state le troppe questioni irrisolte sulla praticabilità della misura, che prevedeva un blocco totale della vita in Germania tra il 1° e il 5 aprile, quando perfino i negozi alimentari avrebbero dovuto chiudere, tranne alla vigilia della Pasqua. Pensato «con le migliori intenzioni», nel tentativo di fermare quella che Merkel aveva definito come una «nuova pandemia», il lockdown era stato deciso troppo in fretta e senza un'adeguata preparazione delle misure di accompagnamento necessarie. «Volevamo assolutamente frenare la terza ondata della pandemia, ma l'idea della pausa di Pasqua era sbagliata. C'erano buoni motivi, ma non era praticabile in così breve tempo, semmai lo sia in assoluto visto che i costi superano i benefici». Dopo la sua dichiarazione Merkel si è recata al Bundestag per rispondere alle domande dei parlamentari. «La strada è dura e irta di ostacoli, ma il virus perderà la sua carica di paura e insieme lo sconfiggeremo» (…) Nei mesi scorsi, per responsabilità del governo ma soprattutto per colpa dei Länder, si è arenata la campagna di vaccinazione, non è stata varata un'efficace strategia dei test rapidi, non è mai andato a regime il piano di fare due tamponi la settimana in tutte le scuole, non è stato fatto alcuno studio su quali aspetti della vita sociale siano potenzialmente più pericolosi per la diffusione del virus. In più i premier regionali non hanno mai veramente accettato il coordinamento centrale, preferendo sempre fare a modo loro, opponendosi spesso alle misure, anche ignorando le indicazioni della comunità scientifica. Secondo la Bild Zeitung, in questo momento al vertice della Germania «non c'è piano, non c'è idea, non c'è coraggio». La situazione pandemica in Germania resta inquietante, con la campagna di vaccinazione in stallo (solo il 9% della popolazione ha ricevuto una prima dose)».

CONTE E LETTA APRONO IL CANTIERE, MARCUCCI MOLLA

Su Repubblica Giovanna Vitale ed Emanuele Lauria offrono un retroscena sul faccia a faccia Conte-Letta. Si apre il “cantiere” dell’alleanza, come lo ha definito il leader dei 5Stelle, ma le criticità non mancano. La prima si chiama Virginia Raggi, la seconda è la legge elettorale, Letta rilancia il maggioritario, i 5 Stelle spingono per il proporzionale.

«Alle amministrative non possiamo permetterci il lusso di non presentarci uniti ovunque». A un certo punto della chiacchierata i due ex premier si guardano negli occhi e condividono un obiettivo: niente alleanze a macchia di leopardo, il cantiere della nuova coalizione deve porre come fondamenta una vittoria al debutto elettorale nelle grandi città. «Altrimenti sarà dura proseguire insieme alle Politiche», è il ragionamento su cui si trovano d'accordo. Non è un passaggio scontato, quello che Enrico Letta e Giuseppe Conte consumano alle undici del mattino, mentre anche nella sede dell'Arel, che è la "seconda casa" del segretario pd, giungono gli echi della battaglia del Campidoglio, dove i consiglieri dem vogliono sfiduciare la sindaca Virginia Raggi. Un autentico cruccio per entrambi, la prima cittadina di Roma, il granello di sabbia capace di inceppare la "gioiosa macchina da guerra" che si intende costruire: un centrosinistra largo, da Calenda a Fratoianni, con il Pd al centro e il Movimento in asse. Da testare sul campo più importante che c'è: la Capitale d'Italia. Dove servirebbe un candidato unico, non dividersi in tre pezzi, tanti quanti sono oggi i potenziali competitor di una possibile coalizione. Nicola Zingaretti è il sogno, l'uomo che non ha mai perso un'elezione. Irremovibile al momento, ma da qui a ottobre c'è tempo: la speranza è convincerlo, alla fine. «Chi va da solo è meno efficace», scandisce Conte, accomunato all'altro capo partito dallo strano status di debuttante nel nuovo ruolo ed ex inquilino di Palazzo Chigi, sfrattati dalla stessa mano: quella di Matteo Renzi. E quando, dopo lunga riflessione sul da farsi, Letta decide di postare su Twitter la foto dell'incontro, in tanti pensano a una cartolina per l'ex Rottamatore, che dal canto suo fa sapere, ruvido, che l'incontro con il redivivo Enrico non è ancora programmato. Nelle pieghe della conversazione durata circa un'ora - un'apertura dedicata all'emergenza Covid, fra vaccinazioni e Recovery - ci sono altri punti di concordia: ad esempio sull'esigenza di portare avanti insieme alcune riforme in Parlamento, dalla sfiducia costruttiva alla norma anti- trasformisti che penalizza i cambi di casacca. Letta ne parlerà, nel pomeriggio, anche alla presidente del Senato. Restano sullo sfondo, pressoché inespresse, le divergenze. Che pure ci sono. A partire da quelle sulla legge elettorale, che il segretario pd vuole in senso maggioritario e i 5S di stampo proporzionale. Ma ci sarà modo di parlarne, adesso è l'ora delle consonanze. Di definire con chiarezza schema di gioco e regole di ingaggio».

Con un’intervista al Corriere della Sera, Andrea Marcucci racconta la decisione di mollare l’incarico di capogruppo al Senato, che ha iniziato a ricoprire tre anni fa.

 «Lei spesso è stato indicato da una parte del Partito democratico come una sorta di quinta colonna renziana. «Ho avuto la sensazione che dietro questa accusa ci fosse il rammarico di qualcuno perché io non me ne sono andato. Del resto, nel Pd c'è chi ha teorizzato che l'area riformista, liberale e progressista non dovesse essere rappresentata internamente ma dovesse essere rappresentata da Italia viva. Goffredo Bettini lo ha teorizzato e magari non lo ha fatto a titolo personale. Io penso, al contrario, che il posto dell'area riformista sia il Pd. Chi mi accusava di essere troppo amico di Renzi in realtà ce l'aveva con i riformisti e con chi li rappresenta avendo l'idea di un Pd che guarda indietro al Pds». Si è chiesto per quale ragione non sia stato cambiato anche Brando Benifei, il capogruppo europeo? «Questa è una domanda che ho fatto a Letta e lui ha dato la sua spiegazione che mi ha solo parzialmente soddisfatto». Quale spiegazione le ha dato? «Che lì le dinamiche sono diverse: ci sono due ruoli apicali e uno lo ricopre Simona Bonafè, l'altro Benifei». Senatore Marcucci, lei ha avuto un incontro di quaranta minuti con Enrico Letta martedì: come funziona un colloquio tra un pisano e un lucchese? «Diciamo che per definizione è estremamente complicato. La storia non ci aiuta, però siamo uomini di mondo, guardiamo avanti e cerchiamo degli accordi». Lei ha parlato di metodo sbagliato. In che senso? «Nel senso che la questione di genere non si risolve dicendo che il partito rimane in mano agli uomini, il governo ha tutti ministri uomini e quindi alle donne si danno i gruppi parlamentari. Non è un modo corretto di approccio alla parità di genere. Credo che si debba essere coerenti, conseguenti e uniformi su tutti i fronti. Detto questo, c'è il valore simbolico di alcuni gesti, perciò ho fatto un passo indietro. Non ho subìto diktat da parte di nessuno perché ritengo che l'autonomia sia sacra, perciò abbiamo lavorato all'interno del gruppo su una candidatura che fosse espressione delle sensibilità più rappresentate tra i senatori e abbiamo scelto un nome autorevole, che non fosse dettato dall'esterno, come quello di Simona Malpezzi». 

Con Repubblica parla anche l’esponente più in vista di Italia Viva, dopo lo stesso Renzi, Maria Elena Boschi. Il suo messaggio è indirizzato al Nazareno: Letta, apprezzato perché meno subalterno, non pensi di escluderci dalla coalizione.  

«Quali margini ci sono ancora per costruire una coalizione larga di centrosinistra? «Iv ha appena lanciato una grande iniziativa, la Primavera delle idee, e fino a giugno lavoreremo per mettere insieme proposte, progetti e sogni. Un contributo per costruire un'alleanza riformista contro estremismi, sovranismi, populismi. Vedremo se il Pd di Letta sarà fedele all'impostazione riformista che il segretario ha teorizzato». Alle prossime amministrative Italia Viva si terrà mani libere per le alleanze? È possibile che sostenga candidati (magari civici, come a Torino) appoggiati anche dal centrodestra? «Noi facciamo parte di un'alleanza nella quale ci piacerebbe essere coinvolti di più. A Torino o Bologna o Napoli vedrei bene un candidato o una candidata di Italia Viva. Se poi qualcuno vuole farci fuori dalla coalizione dovrebbe dircelo, non alimentare voci su una nostra inesistente fuga verso la destra». Nel Pd imperversa la battaglia sulla questione di genere. È una battaglia vera, quella di Letta, o come pensano i suoi avversari, le donne vengono usate strumentalmente per cambiare gli equilibri interni? «Credo che la battaglia sia giusta, ma mi dispiace per Marcucci e Delrio, con i quali ho lavorato molto bene. Il governo Renzi è stato l'unico con parità di genere e siamo il solo partito ad applicarla in pieno. Il Pd ultimamente ha valorizzato quasi sempre solo uomini, come coi tre ministri del nuovo governo. Quindi Letta fa bene a porre il tema. Il sospetto della strumentalità viene a chi fa parte del Pd, non ci riguarda. Chissà se saranno candidate tante donne fin dalle prossime elezioni suppletive e amministrative».

BOLDRINI PROVA A DIFENDERSI

Ieri avevamo dato spazio alla polemica del Fatto sulla Boldrini anti femminile, con il seguito entusiasta di Giornale e Libero. Oggi le diamo diritto di replica. Per rispondere ha scelto Repubblica.

«I giornali di destra titolano: "La Boldrini non versa la liquidazione alla colf". «Figuriamoci, l'ho già pagata. Questi giornali mi definiscono "aguzzina", "padrona" "maschilista". È macchina del fango. Alla Camera anche alcune colleghe di destra mi hanno espresso solidarietà». La sua ex collaboratrice parlamentare si è licenziata perché lei le avrebbe negato lo smart working. «Ho conosciuto Roberta in campagna elettorale. È molto appassionata di politica e mi ha chiesto di entrare nella mia squadra. Abita a Lodi, con i tre figli. Le ho detto: "Sei sicura di potercela fare, facendo la spola con Roma?". "Ci tengo", mi ha detto». Che contratto aveva? «Part time. Rimaneva a Roma tre giorni. Ha lavorato benissimo, facendo tanti sacrifici, perché con lo stipendio da 1300-1400 euro doveva coprire anche le spese. Poi è arrivato il Covid e da febbraio a maggio ha lavorato da casa, perché eravamo in zona rossa». Quando ha chiesto di poter proseguire con lo smart working? «A maggio. Voleva lavorare ancora da casa, perché era insorto un problema con il figlio. Le ho fatto presente che sarebbe stato complicato vista la complessità del lavoro da svolgere. Il mio ufficio ha ritmi serrati, avevo bisogno che fosse presente a Roma almeno alcuni giorni. Roberta ha capito. Abbiamo deciso di dividere le nostre strade. Ci siamo salutate con un abbraccio commosso». Roberta ora racconta un'altra storia. «Sono colpita e dispiaciuta dal suo risentimento». Lei le ha chiesto di andare in farmacia e di ritirare le giacche dal sarto? «Sì, ma era nei patti. Sapeva che avevo anche delle esigenze personali». Roberta sostiene il contrario. «Con me non si è mai lamentata. Vivo sola, mia figlia è all'estero, non mi muovo in autonomia avendo una tutela». Le prenotava anche il parrucchiere? «Può essere capitato. Si occupava anche delle visite mediche. Gestiva la mia agenda e riusciva così a incastrare questi impegni con quelli pubblici». (…)  Ha un carattere difficile? «Sono una persona esigente. Ma lo sono anche con me stessa. Posso essere dura, ma sempre rispettando la dignità dei collaboratori». (…) La sua immagine di paladina dei diritti delle donne ne uscirà ammaccata? «Non credo. Da anni sono oggetto di campagne di odio. Ci hanno fatto anche le tesi di laurea». Questa storia lei la chiama una campagna di odio? «Il modo in cui la storia è stata trattata dalla stampa di destra sì. C'è una parte della società che non digerisce le donne assertive e fa di tutto per azzopparle. Non mi farò intimidire». 

VATICANO, TAGLI AGLI STIPENDI

Papa Francesco ha deciso una spending review nella Città del Vaticano. Lo ha scritto in un “motu proprio”, parlando della necessità di “misure riguardanti le retribuzioni del personale”. Insomma, è deciso. Verranno tagliati del 10 per cento gli stipendi dei Cardinali e, a scendere, di tutti gli altri superiori ed ecclesiastici. Ne scrive Gianni Cardinale (quantomai nomen omen) su Avvenire.

«Taglio del 10% nella retribuzione dei cardinali, dell'8% in quella degli altri superiori - con alcune limitazioni - e del 3% in quella dei dipendenti chierici e religiosi/e. Nonché blocco degli scatti biennali per tutti, laici compresi, ad eccezione però dei livelli più bassi. Lo ha deciso papa Francesco con un motu proprio emanato ieri sul contenimento della spesa per il personale della Santa Sede, del Governatorato e di altri enti collegati. Nel testo si spiega che «un futuro sostenibile economicamente richiede oggi, fra altre decisioni, di adottare anche misure riguardanti le retribuzioni del personale». Misure giustificate dal «disavanzo che da diversi anni caratterizza la gestione economica della Santa Sede», aggravato a seguito «dell'emergenza sanitaria determinata dalla diffusione del Covid-19, che ha inciso negativamente su tutte le fonti di ricavo della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano». Misure comunque prese «secondo criteri di proporzionalità e progressività» e «con la finalità di salvaguardare gli attuali posti di lavoro».

MATTARELLA: DANTE “ITALIANO E UNIVERSALE”

I settecento anni dalla morte di Dante Alighieri sono l’occasione per un’intervista di Marzio Breda del Corriere della Sera al Presidente Sergio Mattarella. Mattarella, che ha fatto studi umanistici, esalta la figura del “sommo poeta”, vero inventore della lingua e dunque dell’identità italiana. E lo indica ancora come fonte d’ispirazione.

«Signor Presidente, un anno fa, annunciando questo anniversario, lei disse che «figure come quella di Dante vanno esaminate sotto la luce dell'universalità più che dell'attualità». Ma anche oggi parrebbe inevitabile citare l'invettiva che scaturisce dopo l'incontro con Sordello: «Ahi serva Italia, di dolore ostello». (…) «Nel discorso dello scorso ottobre, ho parlato dell'universalità di Dante. Cioè della sua capacità di trascendere il suo tempo e di fornire indicazioni, messaggi e insegnamenti validi per sempre. Dante è stato punto di riferimento e di ispirazione per generazioni di italiani a prescindere dalle specifiche situazioni di secoli ed epoche differenti. Pensiamo, per esempio, alla riscoperta da parte dei romantici, al vero e proprio "culto" civile di cui fu oggetto durante Risorgimento o all'esaltazione retorica che ne fece il fascismo. Proprio la sua fortuna lungo l'arco del tempo dovrebbe indurci a riflettere di più sul lascito - artistico, culturale, morale, quindi unificante - del sommo poeta». E qual è il cuore di questo lascito, secondo lei? «Io credo che l'universalità e, insieme, la bellezza di Dante vadano ricercate proprio nella particolare attitudine di penetrare nel profondo nell'animo umano, descrivendone in modo coinvolgente moti, sentimenti, emozioni. I vizi che Dante descrive - la tendenza al peccato, secondo la sua concezione filosofica e religiosa - sono gli stessi dall'inizio della storia dell'uomo: avidità, smania di potere, violenza, cupidigia... La Commedia ci attrae, ci affascina, ci interroga ancora oggi perché ci parla di noi. Dell'essenza più profonda dell'uomo, fatta di debolezze, cadute, nobiltà e generosità. Basta pensare ai tanti passi della Divina Commedia entrati nel lessico quotidiano e che utilizziamo senza sapere, sovente, che provengono dai suoi versi... Dante ha fermissimi convincimenti religiosi che lo obbligano a conformarsi completamente al disegno e alla giustizia di Dio. Nondimeno, durante quello straordinario viaggio che è la Divina Commedia, di fronte alle anime di dannati o di beati, l'autore non si spoglia mai del sentimento - umanissimo - della compassione. Credo che in questo dilemma, straordinariamente impegnativo, tra giustizia e compassione, vada forse oggi ricercato uno dei lasciti più importanti della lezione dantesca». Tuttavia, oscillando tra disperazione e speranza, Dante non trascura le virtù degli italiani. Per esempio la grande umanità e capacità di operare il bene persino in condizioni di avversità. E questo connaturato «capitale sociale» richiama tante cronache di solidarietà di questo duro anno di pandemia... Un anno che qualcuno ha paragonato all'Inferno dantesco. «Gli aspri contrasti civili che segnarono il travagliato cammino di Dante propongono il valore della persona, il valore della donna, centrale in tutta la sua poetica, richiamano lo struggimento e il senso della Patria, allargandone però via via i confini, affermando il suo essere anche matrigna con riferimento alla condanna all'esilio. Dante non ritiene elemento vincolante la mera comune appartenenza per nascita a uno Stato, a un Signore. I suoi orizzonti, pur nell'amarezza della lontananza obbligata dal luogo natio, risiedono piuttosto nella coscienza di appartenere a una cultura in divenire che trascende quei confini e si esprimerà, nei secoli, nella aspirazione al riconoscimento di una comune identità. Di qui il suo sottolineare le virtù degli italiani, il riconoscimento della loro ineludibile vocazione alla costruzione di un destino condiviso. Per venire alla parte finale della sua domanda, non so quanto possiamo paragonare la pandemia all'Inferno dantesco. Certo, alcune scene drammatiche che abbiamo visto e vissuto, come la fila di camion con le bare in partenza da Bergamo, avrebbero bisogno della sua immensa capacità descrittiva. Esulando per un attimo da Dante, ribadisco che in questa emergenza abbiamo tutti riscoperto, al di là di tanti e ingiusti luoghi comuni, il grande patrimonio di virtù civiche - solidarietà, altruismo, abnegazione - che appartiene da sempre alla nostra gente». Come nasce una identità italiana, in un contesto politico e istituzionale frammentato? (…) Presidente, ha detto all'inizio che il gioco dell'attualizzazione non le piace. Però c'è un aspetto della vita del poeta che potrebbe insegnare qualcosa ai politici di oggi? «Vale per chi è impegnato in politica, ma vale per tutti: la sua coerenza. Sappiamo quanto a Dante sia pesato l'esilio dalla sua Firenze, la nostalgia per la sua città». (…) Non si può svendere la coscienza per la sopravvivenza: è questa la lezione che dovremmo trarre da quella scelta di Dante? «Il suo senso della giustizia, la sua concezione morale gli impongono di rifiutare. L'interesse personale, la fine del doloroso esilio, non viene barattato con il cedimento delle proprie convinzioni etiche. Non si tratta di moralismo o di superbia e neppure di legittimo orgoglio. Dante è mosso dalla convinzione, altamente morale, che andare contro la propria coscienza renderebbe effimero il risultato eventualmente ottenuto».