Anche l'Italia è stata fregata?

Il Manifesto rivela che l'Anglosfera ha penalizzato anche la Fincantieri. Non solo la Francia. Terza puntata per la loggia Ungheria. 500mila firme per la cannabis. 6 miliardi l'evasione sulla casa

Doveva essere il giorno della grande marcia popolare contro il Green pass. Invece c’erano i soliti due gatti  per le strade delle città italiane. La sensazione è che giornali e tv mettano sullo stesso piano una piccola minoranza e la stragrande maggioranza degli italiani, per alimentare allarmi e polemiche. Solo per aumentare vendite e ascolti. Prima o poi questo strabismo informativo distruggerà definitivamente la residua credibilità del nostro giornalismo. Ieri sono invece scesi in piazza in 25mila a Firenze in solidarietà con i lavoratori licenziati dalla GKN ed erano diecimila per il comizio elettorale della Meloni a Roma. Tanto per dare qualche numero di eventi davvero partecipati.

Alberto Negri sul Manifesto rivela un fatto clamoroso: non solo la Francia è stata penalizzata dalla nuova alleanza della Anglosfera, Usa-Gb-Australia, anche l’Italia sarebbe stata oggetto di una revoca di contratto con la Fincantieri. Dovevamo vendere delle fregate, che ora saranno invece fornite dagli inglesi (con diversi anni di ritardo). Il ritiro degli ambasciatori francesi rischia di essere destabilizzante alla vigilia dell’Assemblea Onu a New York.

Tante altre notizie dall’Italia. Sono state raggiunte le 500mila firme per il referendum sull’uso della cannabis. Mentre il centro destra è in crisi a Milano. Sallusti sul caso della Loggia Ungheria è colpito dal silenzio dei giornaloni e sostiene: “Se certi giornali tacciono è solo perché qualche cosa di vero in questa brutta storia c'è e si sta tentando di non farlo emergere”. Giusto, ma che cosa non si vorrebbe far uscire fuori? 24 ore dopo il “caso Palombelli” rivela un vizio tipico del nostro dibattito. Si vuole capire davvero che cosa vuol dire l’altro? O si cristallizza un’espressione, magari infelice, solo per dare addosso all’interlocutore? Grave poi se questo atteggiamento non viene da un odiatore da social, ma da un’editorialista o da una rappresentante delle istituzioni.

Il Sole 24 Ore dice che “tra Imu e affitti in nero l’evasione supera i 6 miliardi”, forse al di là delle polemiche è difficile che una riforma del fisco eviti questo capitolo. Vedremo.   

È finita la terza settimana di Grande Balzo in avanti della Versione: domani vi aspetto puntuali alla consegna della rassegna, garantita dal lunedì al venerdì entro le 8 di mattina. Alla fine di questo mese tireremo le somme, fatemi sapere se lo sforzo è apprezzato (intanto grazie a chi mi ha scritto!!!). Vi ricordo anche la possibilità di scaricare gli articoli integrali in pdf. Trovate il link alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito quello che vi interessa perché il file resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete arretrati.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Non c’è un tema unico oggi: è la classica domenica in ordine sparso per direttori di giornali e titolisti. La Repubblica celebra il boom delle nuove prenotazioni: Vaccini, effetto Green Pass. Mentre La Stampa sottolinea la contrarietà del segretario della Cgil: Bollette, sconto da 4 miliardi. Landini: Green Pass, non cedo. Il Mattino: Così il Pass rilancia l’economia e Il Messaggero: «Con il Pass crescita al 7%» rilanciano l’ottimismo del ministro Brunetta. Il Corriere della Sera si concentra sullo smart working: Lavoro da casa, si cambia. Si occupano del rientro in classe, dopo la prima settimana, Il Domani: Contagi a scuola, il governo deve rendere pubblici i dati. E il Fatto che rimpiange l’Azzolina: Bianchi già bocciato: tanta Dad pochi prof. Sul referendum che chiede la liberalizzazione delle droghe leggere ci sono Il Giornale: Spinello libero, Paese drogato. E il Quotidiano Nazionale: Mezzo milione di firme per la cannabis. Il Manifesto dà conto della manifestazione di Firenze in solidarietà coi licenziati della GKN: Catena umana. Mentre il Sole 24 Ore ricorda: Casa, l’evasione supera i 6 miliardi. La Verità è sempre contro la campagna di Figliuolo: Doppio allarme sui vaccini ai piccoli. Ma in Italia vogliono tirare dritto. Mentre Libero non si capacita che gli altri giornali non diano peso alla Loggia Ungheria: Lo scandalo sbianchettato. Straccia la notizia. Avvenire dà notizia della catastrofe umanitaria dei profughi del Myanmar: Tragedia birmana.

IL GREEN PASS SPINGE LE VACCINAZIONI

L’obbligo del Green pass per i lavoratori scatterà dal 15 ottobre ma già se ne vedono gli effetti. Michele Bocci per il Corriere della Sera.

«La campagna vaccinale dà un colpo di coda. Dalla Lombardia alla Sicilia si assiste a una crescita più o meno ampia della domanda, che in certi casi raddoppia o addirittura triplica. La notizia del Green Pass obbligatorio a partire dal 15 ottobre per lavorare ha fatto crescere nel giro di due giorni sia le prenotazioni ai sistemi informatici delle Regioni sia le presentazioni dirette agli hub, ai quali quasi ovunque ormai si accede senza appuntamento. «A livello nazionale si è verificato un incremento generalizzato delle prenotazioni di prime dosi tra il 20% e il 40% rispetto alla scorsa settimana - spiegano dalla struttura commissariale del generale Francesco Figliuolo - Inoltre, nella giornata odierna (ieri, ndr) si è riscontrato un aumento del 35% di prime dosi rispetto alla stessa ora di sabato scorso». Su quanto valga la stretta voluta dal governo in fatto di coperture al momento si possono fare ipotesi. Dentro allo stesso esecutivo si stima che grazie alla nuova misura le coperture potrebbero crescere di un 3% o addirittura di un 5%. Significa fare tra 1,6 e 2,7 milioni di dosi in più. Ci si avvicinerebbe quindi più velocemente a quel 90% di copertura degli italiani con più di 12 anni che è diventato un nuovo obiettivo a causa della variante Delta. Adesso sono circa l'82% coloro che hanno fatto almeno una dose (compreso chi ha concluso il ciclo con una sola iniezione perché ha fatto Johnson& Johnson o aveva avuto l'infezione). Mancano circa 4 milioni di persone per raggiungere l'agognato 90% (che poi andrà confermato con i richiami, oggi al 76%). Se si guarda alle dosi giornaliere la crescita è contenuta ma c'è. Venerdì sono state somministrate circa 65mila prime dosi contro 55mila del giorno prima. Di solito, nelle settimane precedenti, il numero calava con l'avvicinarsi del fine settimana. A giudicare da quello che succede nelle Regioni, però, nei prossimi giorni si potrebbe vedere una crescita anche più marcata. Una delle realtà che ha sentito di più l'effetto Green Pass è la Lombardia. La media delle prenotazioni a partire dal 6 settembre era intorno alle 6mila. Anche mercoledì scorso il dato era quello. Giovedì, quando c'è stata l'ufficialità sulle nuove disposizioni alla fine del Consiglio dei ministri, il dato è salito a 15mila, venerdì è arrivato oltre i 18mila, cioè è triplicato. E ieri, rispetto alle 5mila prenotazioni degli altri sabati di settembre, si è visto quasi un raddoppio. Si tratta di persone che si presenteranno agli hub vaccinali nei prossimi giorni. Intanto ieri qualcosa si è già mosso, grazie agli accessi diretti, anche nei centri prenotazioni, che di sabato hanno fatto più prime dosi degli altri giorni della settimana (circa 11mila contro 8mila). Nel Lazio invece l'impatto, almeno per ora, non è stato dirompente. Secondo l'assessore alla Salute Alessio d'Amato, la crescita è stata del 10%. Più netto il cambiamento in Emilia-Romagna, che in un giorno ha visto raddoppiare le prenotazioni, passate da 4 a 8mila. La Toscana ha fatto anche di più. Venerdì le richieste di appuntamento al sito regionale sono state 3.200, cioè il quadruplo di quelle avanzate nei giorni precedenti. La Regione privilegia l'accesso diretto e ieri da alcuni hub, come il fiorentino Mandela Forum, segnalavano il doppio delle somministrazioni rispetto ai giorni precedenti. In Piemonte, a Torino, sempre dai centri di prenotazione, segnalano un 30% in più di persone che si sono recate a vaccinarsi rispetto ai sabati precedenti. Infine in Sicilia, sempre venerdì, hanno visto un incremento delle prenotazioni del 50% se paragonate ai primi giorni della settimana. Sono cioè state 1.200 contro 800. I dati sono ancora parziali e comunque sono molto più bassi di quelli registrati a cavallo tra agosto e settembre, quando si facevano anche più di 100mila dosi al giorno. Però sembra segnata una nuova tendenza. Più durerà, più in alto arriverà la copertura degli italiani».

Roberto Mania per Repubblica intervista Maurizio Landini, segretario della CGIL, che continua a chiedere tamponi gratis per i lavoratori:

«Vaccinarsi tutti senza dover pagare per lavorare», dice Maurizio Landini, segretario generale della Cgil dopo che il governo ha reso obbligatorio il Green Pass per tutti i lavoratori i quali, se non vaccinati, dovranno pagarsi il tampone. Ma il leader sindacale chiede a Draghi anche di cambiare metodo: «Basta incontri in cui ci informa su quello che ha già deciso. Noi vogliamo confrontarci». Landini, lei non voleva il Green Pass obbligatorio per lavorare, e ci sarà; non voleva le sanzioni per i lavoratori privi di certificato verde, e ci saranno; voleva il costo dei tamponi gratis e invece i lavoratori dovranno pagarseli. Perché il governo ha scelto un'altra strada? «Guardi, noi sindacati continuiamo a pensare che il provvedimento migliore è quello di rendere obbligatorio il vaccino per tutti i cittadini, non solo per i lavoratori. Siamo convinti che il diritto alla salute della collettività venga prima di qualunque altra cosa. È proprio con questa stessa logica che un anno e mezzo fa abbiamo messo la salute e la sicurezza, con i protocolli sottoscritti con le imprese, prima del valore dei profitti. Noi ci auguriamo che la scelta del governo sul Green Pass spinga le persone a vaccinarsi, resta, tuttavia, una contraddizione: l'obbligatorietà del certificato verde non vuol dire che sia obbligatorio vaccinarsi, basta presentare il tampone, dunque resta la libertà anche di non vaccinarsi. Ma allora imporre un costo per esercitare il diritto al lavoro in un Paese con bassi salari è sbagliato e rischia di essere controproducente rispetto all'obiettivo dichiarato». (…)  «Il decreto non è stato ancora pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Non è ancora chiaro cosa accadrà nelle aziende con meno di 15 dipendenti. Ma non sappiamo nemmeno cosa succederà per gli imprenditori: loro controllano i dipendenti e a loro chi li controlla? Nessuno? Comunque il sindacato ha ottenuto che non ci fossero licenziamenti per i lavoratori senza certificato, che non ci fossero demansionamenti ed è stato deciso anche il ripristino del trattamento economico per malattia nel caso di quarantena». Non teme il potere di controllo delle imprese sui lavoratori? «Io continuo a pensare che il tema vero sia come si sconfigge il virus. L'obbligatorietà del vaccino sarebbe stato un passo importante. Ma il governo non è riuscito a farlo perché non ha saputo fare sintesi all'interno della sua maggioranza. Questo è il punto, e questo scarica i problemi sul sindacato e sulle imprese. Aggiungo che c'è una seria questione di metodo. Il confronto con le parti sociali il governo lo deve realizzare prima di prendere le decisioni con la sua maggioranza».

GKN, A FIRENZE CORTEO PACIFICO E ORDINATO

Doveva essere la giornata del milione di persone in piazza contro il Green Pass, invece a protestare contro il certificato verde c’erano i soliti quattro gatti, mentre Firenze è stata invasa da un corteo pacifico di 25 mila persone per gli organizzatori, 15 mila persone per la Questura. In solidarietà coi 422 licenziati della GKN di Campi Bisenzio. La cronaca del Manifesto.

«Doveva piovere e non è piovuto. Ma almeno 25mila gocce sono cadute ugualmente, sotto il sole settembrino, sulle strade di Firenze. E se ogni tempesta, come ricordava Lorenzo 'Tekoser' Orsetti, nasce da una singola goccia, per la resistenza operaia delle tute blu Gkn c'è ancora speranza. Nonostante la chiusura totale da parte della multinazionale controllata dal fondo finanziario Melrose, che ha avviato la liquidazione della fabbrica di Campi Bisenzio. Nonostante il silenzio del governo Draghi su questa e tante altre chiusure di stabilimenti industriali. Nonostante l'abulia della politica «ufficiale», incapace di dar corpo a leggi che contrastino il dumping del lavoro (e delle regole fiscali, solo per fare un altro esempio) all'interno dell'Ue. Ma, come evidenziato sulla t-shirt di uno dei manifestanti che hanno pacificamente invaso la città, «Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso». Il corteo autorganizzato dalla Rsu e dal Collettivo di fabbrica è diventato strada facendo sempre più imponente, tanto che ci sono voluti tre quarti d'ora per vederlo sfilare fra piazza Indipendenza e piazza San Marco. In testa le bandiere partigiane della Brigata Sinigaglia e dell'Anpi Oltrarno e di Campi Bisenzio, protagoniste della liberazione della città dal nazifascismo nel 1944. Come a cementare il legame fra chi contribuì alla riconquista della democrazia, e chi sta lottando per vederne confermati i cardini costituzionali. Subito dietro l'ormai celebre striscione «Insorgiamo». E poi un fiume di donne e uomini di ogni età. Con una larga prevalenza di giovani; poi di lavoratori delle altre fabbriche che rischiano la chiusura; delle formazioni politiche della variegata, frantumata, litigiosa eppure ancora vitale sinistra del paese; di un sindacato confederale presente con la Cgil e la Uil, e di un sindacato di base anch' esso sparso in tanti rivoli ma compattamente in corteo, dai Cobas all'Usb, dalla Cub all'Sgb. «Sono qui perché bisogna ripartire dal lavoro e dai lavoratori spiega Milena che si è fatta 200 chilometri di strada per venire a Firenze - il lavoro è la questione fondamentale oggi in Italia». Il marito Gianluca, che sta vivendo sulla sua pelle con la chiusura della Sol il dramma senza fine delle Acciaierie di Piombino, puntualizza: «La solidarietà generalizzata, quella del 'toccano uno toccano tutti', è l'unica arma che abbiamo. Quando manca questo legame fra la città e i lavoratori, allora perdiamo». «Fino a che ce ne sarà», canta il corteo circumnavigando la Fortezza da Basso, mentre il servizio d'ordine degli stessi operai Gkn cerca di evitare la tracimazione dei manifestanti fuori dal percorso stabilito, tanto è massiccia la partecipazione. L'organizzazione è comunque impeccabile, anche grazie agli sforzi congiunti dell'amministrazione comunale, delle stesse forze dell'ordine e delle forze sindacali, Fiom Cgil di Firenze in testa. Sotto gli occhi di Francesca Re David passano i primi striscioni delle Rsu Fiom, in testa - non per caso - l'Embraco di Torino e la Whirlpool di Napoli. «Lottiamo da quattro anni - ricorda Ugo Bolognesi della Embraco - la multinazionale giapponese che ci ha comprato e chiuso ci ha anche boicottato un progetto alternativo per continuare a lavorare. Un progetto poi affossato dal ministro Giorgetti, dopo patti firmati con gli enti locali e la stessa prefettura. Ecco perché siamo qui». Come Raffaele Romano e le altre tute blu della Whirlpool di Napoli: «Siamo nella stessa situazione dei compagni della Gkn - aggiunge - e quando il lavoro diventa un privilegio e non un diritto, vuol dire che c'è qualcosa di profondamente sbagliato in questo paese». Fra i cento striscioni Fiom delle fabbriche (bergamasche e bresciane in evidenza, e la Sammontana di Empoli e la Nuovo Pignone a far gli onori da casa), spicca quello della «Rimaflow, fabbrica recuperata».

ANCHE L’ITALIA TAGLIATA FUORI DALL’ANGLOSFERA

Caso sottomarini. Sale ancora la tensione a livello internazionale dopo il clamoroso ritiro degli ambasciatori francesi da Usa e Australia. Roberto Fabbri sul Giornale fa il punto su una crisi che rischia di diventare molto ingombrante alla vigilia dell’assemblea Onu.

«All'indomani del clamoroso richiamo in patria degli ambasciatori francesi dagli Stati Uniti e dall'Australia, è sempre più evidente che in ballo c'è molto di più della rottura di un contratto per la fornitura di sottomarini, per quanto lucrosissimo. A rendere indigeribile a Emmanuel Macron la «pugnalata nella schiena» (così è stata definita da fonti governative di Parigi) sono soprattutto i modi usati nei confronti della Francia, il «comportamento inaccettabile verso un alleato» da parte di Joe Biden e non solo. Le umiliazioni non piacciono a nessuno, meno che mai a un Presidente che punta molto sull'immagine internazionale e che sta anche giocando una difficile partita per la sua rielezione all'Eliseo nella prossima primavera. La rabbia di Macron fa più notizia nel mondo di quella del collega cinese Xi Jinping per la correlata nascita della triplice alleanza «Aukus» tra Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna, e questo dimostra forse un po' di visione sfuocata da parte dei media internazionali. Resta il fatto che una lite così accesa nello schieramento occidentale non è cosa di tutti i giorni, ed è lecito chiedersi quale via si sceglierà per risolverla. Politici e diplomazie sono già al lavoro: Biden va ripetendo che la Francia è «un alleato vitale degli Stati Uniti» e il suo Dipartimento di Stato suggerisce a Parigi di affrontare la questione la prossima settimana all'Onu. Da parte sua, il premier australiano Scott Morrison si rammarica del ritiro dell'ambasciatore francese da Canberra, ma assicura (smentendo così Parigi) che l'ipotesi di una rottura del contratto era stata fatta presente ai francesi per tempo. E i francesi fanno sapere di non voler essere comunque esclusi dalla partita strategica nel Pacifico, dove tra l'altro sono territorialmente presenti in Polinesia e nella Nuova Caledonia, assai prossima all'Australia: con loro, insomma, si dovrà negoziare. In questa querelle c'è anche molto gioco delle parti. Vediamo un po' di retroscena. La Francia e la stessa Unione Europea lamentano di essere state tenute all'oscuro dell'Aukus, e non hanno torto: i media inglesi ricostruiscono che è stato Morrison già a inizio anno a contattare Londra per farsi aiutare a difendersi dalla Cina sempre più minacciosa, e che solo in seguito lui e Johnson presero contatto con Biden. L'intesa fu cementata al G7 dello scorso giugno in Cornovaglia, tacendola accuratamente ai francesi e non solo. Al tempo stesso, però, esiste dal punto di vista americano un problema di affidabilità degli alleati europei. Seguendo la linea già tracciata da Donald Trump, Biden ha ben chiarito loro che l'Indo-Pacifico diventa prioritario per Washington, che all'Europa chiede sostegno fattivo per contenere la Cina. Ed ecco che solo da Londra arriva un sì senza mezze misure all'invio di navi da guerra nel Mar Cinese Meridionale, mentre quello della Germania viene condizionato al rispetto di limiti territoriali pretesi da Pechino. Biden ha preso nota e ha fatto le sue scelte: il nocciolo duro delle sue alleanze è quello di lingua inglese».

Alberto Negri sul Manifesto rivela un aspetto clamoroso della crisi, che coinvolge anche il nostro Paese. L’anglosfera avrebbe penalizzato anche la Fincantieri per la mancata vendita di fregate italiane.

«L' ”anglosfera”, il patto Aukus Usa-Uk-Australia, ha sollevato le ire della Cina e colpito duro la Francia che ha ritirato i suoi ambasciatori a Washington e Canberra. I francesi dicono di essere stati tenuti all'oscuro della cancellazione della fornitura. Una fornitura da 56 miliardi di euro di sommergibili nucleari del Naval Group ma in realtà c'era già stato un campanello d'allarme: all'inizio dell'estate anche gli italiani era stati fregati alla grande dagli australiani. E proprio sulla maxi-fornitura di fregate Fremm alla marina australiana della statale Fincantieri, un progetto di cui sono partner anche i francesi di Naval Group. Insomma la fregatura è doppia. Una storia interessante - taciuta dal governo e dai media nazionali perché le fregature non piacciono a nessuno - che rivela il livello di competizione tra gli europei e il complesso militar-industriale dell'«anglosfera» che con il patto Aukus - la Nato del Pacifico - lanciato da Biden-Johnson-Morrison vuole mettere alle corde la Cina. Ecco come è saltata in giugno la più grande commessa navale italiana degli ultimi decenni, quella all'Australia, per nove fregate, valore complessivo di circa 23 miliardi di euro. La commessa è stata vinta dall'inglese Bae Systems, superando altri due concorrenti, la Fincantieri e la spagnola Novantia. Si è così infranto il sogno di vendere navi italiane che in realtà nascono da una collaborazione italo-francese. Una scelta politica più che tecnica e per questo ancora più bruciante. Dal confronto fra la proposta vincitrice e quella italiana è emerso soprattutto un aspetto: le fregate inglesi sono ancora in fase di progettazione e saranno disponibili solo al termine del prossimo decennio, mentre le fregate italiane sono già operative e sperimentate, cosa che avrebbe permesso agli australiani di avere le prime navi in pochi anni. Gli australiani hanno scommesso su una nave valida sulla carta, invece che su una che si è già dimostrata efficace. Una decisione che non può essere giustificata sul piano tecnico e operativo: le Fremm italo-francesi - sottolinea lo Iai, l'Istituto affari internazionali - sono le più avanzate unità in servizio nel mondo. Non solo, la Fincantieri aveva previsto investimenti diretti in Australia per la costruzione delle navi e un ampio coinvolgimento dei fornitori locali. Pur di vincere questa commessa il sistema-Paese si era speso come non mai. Era stata organizzata una specifica crociera di una Fremm della marina e la visita in Australia di una delegazione governativa - militare, diplomatica e industriale - culminata con l'arrivo del ministro della difesa e poi di quello degli esteri. Per l'Italia la perdita della commessa navale australiana, che sembrava cosa fatta, è stata una delusione cocente. Battuti da un modello di fregata inglese che sta solo sulla carta. Se è vero che in campo navale una scelta è destinata a condizionare i piani militari nazionali per trent' anni, significa che l'Italia (nel caso delle fregate anche la Francia come partner Fincantieri) non è stata ritenuta abbastanza affidabile. Uno smacco. E infatti tra diplomatici, militari e industriali italiani è sorta, dietro le quinte, una discussione vivace e avvelenata per l'usuale rimpallo delle responsabilità, seguita da un assordante silenzio per non amplificare troppo l'insuccesso. Sopire e troncare, troncare e sopire... in puro stile manzoniano. Una scelta anche ovvia: le fregate Fremm, che abbiamo già venduto all'Egitto di al-Sisi e al Qatar, Fincantieri vorrebbe piazzarle anche ad Arabia saudita e Marocco. L'area di espansione e influenza del complesso militar-industriale europeo, non solo italiano, secondo i piani dell'«anglosfera» dovrebbe limitarsi, tranne qualche eccezione, al Mediterraneo, al Golfo e all'Africa, ma non al Pacifico che è il quadrante strategico di elezione degli Usa. Questo è uno dei messaggi del patto Aukus. E proprio nel momento in cui l'Ue giovedì ha lanciato una nuova strategia nell'Indo-Pacifico, il primo tassello di un progetto chiamato Global Gateway con il quale i Ventisette vogliono firmare accordi internazionali che vadano ben oltre il commercio, in campo industriale, digitale, della connettività e, guarda caso, nella «sicurezza marittima». «La coltellata alla schiena» di cui parla il ministro degli esteri francese Le Drian a proposito del patto Aukus è l'inizio di una grande partita geopolitica che da una parte ha come obiettivo esercitare pressioni sulla Cina ma dall'altro pure ridefinire le aree di espansione militare ed economica in un mondo che investe l'Eurasia e il Pacifico. Gli Stati uniti vogliono lasciare le briciole anche agli alleati e insieme qualche trappola che tenga impegnati amici e nemici, dall'Afghanistan all'Iraq da cui si ritirano alla fine dell'anno per fare posto alla Nato. Ci lasciano vent' anni di disastri, di guerre, milioni di morti civili e profughi, un'eterna destabilizzazione, il caos: e neppure una percentuale sugli utili del complesso militar-industriale. I francesi, e certo non per sdegno pacifista, protestano, non noi, come al solito allineati e coperti».

UNGHERIA, TERZA PUNTATA

Terza puntata, sul Fatto di Marco Travaglio, della pubblicazione dei verbali di interrogatorio dell’avvocato Amara. Amara tira in ballo qui altri nomi.  

«Continuiamo la pubblicazione di alcuni stralci - selezionati in ordine cronologico e per rilevanza dei ruoli pubblici - degli interrogatori resi dinanzi ai pm della Procura di Milano, Laura Pedio e Paolo Storari, da Piero Amara, ex legale esterno dell'Eni, già condannato per corruzione e ora indagato per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Amara è l'unico indagato tra i nomi che leggerete e la sua versione (che ha già provocato da due giorni l'annuncio di decine di denunce per calunnia) è tuttora al vaglio dei magistrati inquirenti.

14 dicembre 2019 Amara: "Tornando ad una narrazione cronologica del mio rapporto con l'associazione Ungheria indico il 2014 come un anno cruciale. Intanto io mi ero da poco trasferito a Roma dove ho avuto modo di scoprire che le relazioni dell'associazione Ungheria avevano dimensioni ben più ampie di quelle che fino a quel momento avevo conosciuto. In quell'anno ci furono tre fatti per me rilevanti. Era in corso (tra gennaio e giugno) la vicenda relativa al procedimento disciplinare nei confronti di Maurizio Musco. Ho già riferito che ci tenevo moltissimo che il provvedimento cautelare adottato in sede disciplinare nei confronti di Musco fosse revocato. A tal fine mi spesi moltissimo con Vietti (Michele, ex vicepresidente del Csm, ndr) il quale mi garantì il buon esito del procedimento, dicendomi che in Commissione disciplinare se ne sarebbe occupato Annibale Marini, associato in Ungheria e da me personalmente conosciuto in questa occasione. In quello stesso periodo mi adoperavo per la nomina ad amministratore delegato di Eni di Descalzi (Claudio, ndr) che venne effettivamente nominato insieme a Emma Marcegaglia come presidente. Come ho già riferito, la Marcegaglia era molto vicina a Paola Severino e la Severino voleva che Musco (che aveva indagato su una società della Marcegaglia) fosse trasferito. Mi trovai nella condizione di dover abbandonare Musco su richiesta di Vietti il quale mi disse che la Severino aderiva anche lei all'associazione Ungheria. Fu questo uno dei casi in cui l'interesse dell'associazione prevalse sul mio rapporto personale con Musco. A seguito delle tensioni con la Severino e della nomina della Marcegaglia come presidente dell'Eni ebbi il timore di poter essere estromesso dagli incarichi che avevo ricevuto da Eni. Fu in quel periodo che chiesi a Granata (Claudio, dirigente Eni, ndr) garanzie e lui mi disse di non preoccuparmi, che avremmo trovato una soluzione. La soluzione fu quella che vi ho descritto e cioè la spartizione degli incarichi più importanti in Eni tra me e la Severino. Nello stesso anno a ottobre ho saputo da Vietti che Denis Verdini era un associato di Ungheria e mi sono manifestato a lui. Fino a quel momento i nostri rapporti erano stati mediati da Saverio Romano , politico siciliano". 15 dicembre 2019 Come ho riferito ho saputo dell'appartenenza di Armanna (Vincenzo, ex dirigente Eni, ndr) ad Ungheria da Luigi Bisignani. Bisignani me ne parlò nel 2016 quando Armanna era già 'gestito' dall'Eni. All'epoca Bisignani stava valutando la possibilità di chiedere il rito abbreviato nel procedimento cosiddetto Nigeria. Parlammo di Armanna, io gli dissi che ormai era gestito dall'Eni e che sarebbe saltata l'ipotesi della corruzione internazionale perché Armanna avrebbe negato l'esistenza di pubblici ufficiali stranieri. Bisignani mi disse allora che Armanna aveva fatto parte dell'associazione Ungheria ma che era stato posato già nel 2015, in quanto ritenuto non controllabile e in questo senso inaffidabile. Mi disse che la ragione per la quale Armanna era stato posato era riconducibile al comportamento che aveva tenuto sia nella vicenda Eni che in altre vicende che riguardavano i suoi rapporti con Bisignani. Mi invitò pertanto a fare attenzione. Non ho condiviso con Armanna alcuna operazione di Ungheria. Non ho rivelato ad Armanna la mia appartenenza ad Ungheria, almeno così ricordo. Ho raccontato certamente ad Armanna le attività che stavo compiendo al Csm per ostacolare l'attività della Procura di Milano (candidatura di Amato a Procuratore di Milano ed esposto nei confronti di De Pasquale). Armanna mi ha riferito di far parte di una associazione che ritengo fosse Ungheria o per lo meno era in parte sovrapponibile a questa. Mi riferisco in particolare a rapporti con servizi segreti italiani di cui lui mi ha parlato e che - per quanto a mia conoscenza - sono riconducibili al contesto di Ungheria. In ogni caso non mi ha mai detto esplicitamente di far parte di questa associazione».

Libero diretto da Alessandro Sallusti, che ha scritto con l’ex del Csm Palamara il libro denuncia su “Il sistema”, non riesce a farsi una ragione del silenzio sulla stampa. Perché la pubblicazione dei verbali sulla loggia Ungheria non scatena un putiferio? Perché i grandi giornali non ne parlano?

«Chissà perché quando atti giudiziari sensibili riguardano gli amici e gli amici degli amici scatta una gigantesca operazione di autocensura. Ieri né il Corriere della Sera, né La Repubblica né La Stampa hanno pubblicato una sola riga sui verbali in cui il faccendiere Amara delinea l'esistenza di una loggia segreta, la Loggia Ungheria, e fa i nomi di magistrati, politici e importanti uomini dello Stato che ne farebbero parte. Premesso che nulla è accertato, per cui potrebbe trattarsi di una millanteria in tutto o in parte, la notizia c'è eccome visto che proprio su quelle carte imboscate per due anni sono stati indagati a vario titolo il capo della procura di Milano Francesco Greco e magistrati di calibro tra i quali Piercamillo Davigo. Strano davvero questo silenzio, per di più da parte di testate che non hanno mai lesinato a fare paginate di documenti giudiziari ben prima che la veridicità del loro contenuto venisse vagliata e confermata dalle autorità giudiziarie. Ricordo, per fare un esempio, la pubblicazione delle centinaia di intercettazioni del caso Ruby che riguardavano il presidente del Consiglio in carica Silvio Berlusconi (poi assolto, ma il fango ormai era girato), ricordo decine di articolesse su una presunta Loggia, la P3, subito spacciata per grande scandalo solo perché coinvolgeva Denis Verdini allora pezzo grosso di Forza Italia (ovviamente poi assolto). Insomma, con i nemici politici dell'informazione si può fare carne di porco, con gli amici potenti, soprattutto se magistrati, le notizie sono tali solo se confermate in terzo grado di giudizio. A me questa storia della Loggia Ungheria puzza assai, ma meglio andare a vederci chiaro che girarsi dall'altra parte. A maggior ragione se chi svicola sono quei giornali che negli ultimi anni sono stati megafoni acritici, e quindi complici, delle peggio schifezze commesse da quel sistema deviato magistrati-giornalisti che in nome della giustizia ha dirottato più e più volte il corso della democrazia. Se certi giornali tacciono è solo perché qualche cosa di vero in questa brutta storia c'è e si sta tentando di non farlo emergere. Ci vorrebbe un Gabibbo, solo che qui non siamo a "Striscia la notizia" ma a "Straccia la notizia", programma non sottotitolato per bensì realizzato da non udenti». 

LA PALOMBELLI A FORUM E L’ODIO IN RETE

A proposito di maestri del pensiero in rete, Barbara Palombelli è stata inchiodata polemicamente per ore su un aggettivo infelice pronunciato in tv ,“esasperante”, riguardo all’atteggiamento di alcune donne vittime di violenza. Grazie a quella sola parola è stata presentata come una persona che voleva giustificare la violenza contro le donne. Nonostante i suoi ripetuti chiarimenti, critiche e insulti sono continuati. 24 ore dopo, a bufera in parte sedimentata, Palombelli risponde. Giovanna Cavalli sul Corriere.  

«Non ci sta a farsi condannare per direttissima dal feroce tribunale dei social, Barbara Palombelli. Travolta dalle polemiche, via web e non solo, dopo le sue parole sui femminicidi durante Lo sportello di Forum su Rete4. «A volte è lecito domandarsi se questi uomini erano completamente fuori di testa oppure c'è stato un comportamento esasperante, aggressivo, anche dall'altra parte» ragionava, introducendo il caso del giorno, una lite tra moglie e marito. I più però l'hanno interpretata come una maldestra giustificazione della violenza domestica. E in poche ore la giornalista è stata bersagliata da proteste, richieste di scuse pubbliche, insulti e reprimende, anche di politici. Adesso però Barbara Palombelli contrattacca, minacciando azioni legali a tutto spiano. «Sono stata vittima di una diffamazione senza precedenti» accusa su Twitter. «Il mio nome, accostato all'istigazione della violenza sulle donne. Non posso accettare una simile aggressione ingiustificata e superficiale. Tutti coloro che si sono resi protagonisti di questa palese falsità ne risponderanno in tribunale». Nel frattempo «aspetto le scuse dei rappresentanti delle istituzioni che non si sono documentati sui fatti prima di emettere sentenze via web. E continuerò a porre domande, anche scomode, perché è il mio mestiere. La diffamazione è un reato e io credo nella giustizia». La conduttrice riteneva di avere già chiarito a Quarto Grado, Rete4 : «Chiedo scusa se qualcuno sentendo quella frase ha pensato che potessi essere complice di chi commette un delitto, il mio era un discorso diverso. Sono sempre stata in prima linea contro la violenza sulle donne. Nessuna rabbia può giustificare un omicidio». Premesso che «è stata una frase non solo infelice, ma profondamente sbagliata perché proviene da una personalità che ha grande visibilità», Mara Carfagna, ministro per il Sud, la difende: «Conosco Barbara Palombelli e la solidità del suo impegno contro il femminicidio. Mi sento di escludere che abbia voluto addirittura offrire un alibi a chi si macchia di crimini così atroci». Non la assolve invece Elena Bonetti, ministra per le Pari opportunità: «La violenza contro le donne non può trovare mai nessuna motivazione e così va raccontata». Nemmeno Giorgio Gori, sindaco di Bergamo: «L'errore è stato trattare l'uxoricidio come una causa di Forum , con presunte ragioni dell'accusa e della difesa».

Aldo Grasso sulla prima pagina del Corriere non entra nel merito della polemica sulla Palombelli, ma scrive comunque di odio in rete, commentando la notizia che Loretta Goggi ha lasciato internet.

«Il nostro odio ci svela, più di ogni altro sentimento. Loretta Goggi ha chiuso per sempre con internet dopo aver ricevuto una bordata di insulti per la sua esibizione in un programma tv: offese, astio, odio. Una professionista dello spettacolo può anche mettere in conto una serata storta, ma non l'odio. Perché odiare Loretta Goggi? Perché non può difendersi? Non scopro nulla di nuovo: l'hate speech sta diventando la cifra che più caratterizza il linguaggio dei social, è la «passion predominante» del web. L'odiatore collettivo si sente protetto dall'anonimato, dall'abuso di profili fake, dalla peculiarità espressiva del mezzo, da una sorta di immunità virtuale. Spesso, però, questo linguaggio o linciaggio tracima in altri media e l'odio attecchisce con sorprendente vitalità, in un gorgo di deriva emulativa. Sembra che la regola non scritta della rete sia questa: non importa chi odiare, l'importante è odiare qualcuno. Ci saranno ragioni psichiche o sociali per spiegare questo sentimento (non c'è odio senza odio verso sé stessi?) e la sua diffusione online. Colpa del web o dell'animo umano? Nel «Viaggio al termine della notte» (Corbaccio, p. 134) Céline scrive: «Quando l'odio degli uomini non comporta alcun rischio, la loro stupidità si convince presto, i motivi arrivano da soli». Correva l'anno 1932».

BERNARDO A MILANO MEDITA IL RITIRO

Centro destra in difficoltà a Milano, in vista delle elezioni del 3 e 4 ottobre. Il candidato civico Luca Bernardo ha addirittura ipotizzato di ritirarsi dalla gara. Pierpaolo Lio per il Corriere.

«La ruspa questa volta l'ha manovrata Vittorio Feltri. E con un'intervista al Fatto Quotidiano la scaglia però a tutta velocità sul campo alleato. Ma a scatenare il vero terremoto è Luca Bernardo, il pediatra-candidato sindaco milanese che alla vigilia della volata verso il primo turno minaccia: «Tirate fuori i soldi, o lascio», è la sintesi degli audio da resa dei conti inviati ai partiti del centrodestra. «Non può essere che sia io a pagare tutta la campagna elettorale». Lo sfogo corre sulla chat con i coordinatori locali della coalizione. Ed è condito dall'ultimatum. «È sabato, e ad oggi non è arrivato nulla in termini di sostegno di fundraising da parte vostra - è l'ultimo vocale recapitato da Bernardo ieri mattina, dopo una prima versione di venerdì -. Se entro lunedì pomeriggio non ci sarà nulla sul conto, martedì mattina, ore 10, vi aspetto alla conferenza stampa per dire che mi ritiro dalla campagna elettorale. Così non si può andare avanti». La somma concordata si aggira sui 50 mila euro a partito, ma le ultime notizie danno in arrivo solo un assegno (parziale) della Lega, che con Salvini si schiera subito al fianco del frontman scelto per sfidare Beppe Sala: «Ha ragione, non può essere lasciato solo. La Lega c'è. Spero che anche tutto il centrodestra ci sia, perché qualcuno ogni tanto lo vedo un po' distratto». Bernardo proverà poi a spiegarsi. «Ovviamente non mi ritiro», è la rassicurazione contenuta nell'ennesimo vocale - questa volta diretto a i sostenitori - spuntato in serata. Riduce tutto a «normale dialettica»: «Tanto rumore per nulla. I toni sono stati più decisi per velocizzare le burocrazie dei partiti già molto impegnate giustamente nelle proprie corse», si giustifica. Comunque sia, messaggio ricevuto. Tutte le forze confermano «massimo impegno» in una nota congiunta. E promettono: «Nelle prossime due settimane metteremo in campo ogni sforzo per sensibilizzare i milanesi al voto e per convincerli a cambiare guida della città» La pazza giornata del centrodestra era però iniziata con la carica a testa bassa di Feltri. Zero diplomazia, il direttore editoriale di Libero e capolista di Fratelli d'Italia a Milano tira dritto. Sulla Lega, e anche su Bernardo, dato da Feltri già per sconfitto. È la scintilla che fa deflagrare un derby interno che ormai da tempo aveva raggiunto la soglia critica. Salvini? «In confusione». Il centrodestra? «Una coalizione del c...». La partita milanese? «Già persa». Bernardo? «Non all'altezza». E già che ci siamo, ci sta pure un «su Quota 100 Elsa Fornero aveva ragione». È l'ultimo capitolo della sfida ingaggiata dal partito di Giorgia Meloni, che sogna il sorpasso sull'alleato, anche a «casa» Salvini, per la leadership nel centrodestra. Le parole di Feltri scatenano un putiferio. La leader di FdI prova a stemperare: «Tutti conoscono Feltri e la sua libertà, noi l'abbiamo candidato da indipendente, è abituato a dire quello che pensa - spiega Giorgia Meloni - e non sarò io a dirgli di non farlo. Questa sua libertà credo sia un valore aggiunto ma non condivido alcune cose che ha detto, ad esempio che Bernardo sia un candidato debole». Alla Lega non basta. «Io parlo del futuro di Milano, spiace che qualcuno perda tempo», commenta Salvini. E quel qualcuno «è un privilegiato che non ha problemi economici», prosegue: «Ha mancato di rispetto a milioni di lavoratori. Conto che sia stato un appannamento momentaneo». Per i leghisti il punto più critico è il passaggio sulle pensioni. E Giorgia Meloni prova a chiarire: «Con Feltri non sono d'accordo sul tema Fornero e Quota 100. Sono pronta a difendere Quota 100 e spero che lo facciano anche gli altri, che l'hanno voluta e stanno con il governo Draghi e nel centrodestra».

REFERENDUM SULLA CANNABIS

Velocissima la raccolta delle firme in remoto per il referendum sull’uso della cannabis. Le firme sono già 500mila. Paolo Foschi sul Corriere della sera.

«Il referendum per legalizzare la produzione di cannabis per uso personale, a meno di sorprese, si farà. In meno di una settimana sono state raccolte le 500 mila firme necessarie, ma è già polemica con il Pd ancora in posizione di attesa e la Lega già contraria. Il comitato promotore ha annunciato che in una sola settimana è stata raggiunta la soglia di adesioni prevista dalla legge, «adesso però serve un ulteriore 15% per essere certi di poter consegnare il referendum in Cassazione il 30 settembre». Il traguardo è stato reso possibile dalle nuove norme che permettono di aderire con la firma digitale, procedura che richiede pochi secondi, semplificando così la raccolta, tanto che Matteo Renzi, leader di Italia viva, pur riconoscendo l'importanza della partecipazione, ha sottolineato i possibili effetti negativi, perché «non deve passare il principio del referendum sul green pass ad esempio o che tutto passi fuori dal Parlamento». Il quesito referendario, promosso dall'associazione Luca Coscioni, dai Radicali, da +Europa, da diversi partiti della sinistra e da numerose altre associazioni, propone la depenalizzazione e l'eliminazione delle sanzioni amministrative per chi coltiva cannabis e sostanze simili per uso personale. Verrebbe così meno anche la sospensione della patente prevista per chi produce cannabis, anche se resterebbe per chi si mette alla guida dopo averla assunta (la sanzione infatti è prevista dal Codice della strada che non è toccato dal referendum, che invece interviene esclusivamente sul Testo unico sulle sostanze stupefacenti, Dpr 309 del 1990). Se il quesito sarà ritenuto ammissibile dalla Corte costituzionale, il referendum si potrebbe tenere nella prossima primavera. «Le 500 mila firme sono una spinta significativa per abbandonare politiche che arricchiscono le mafie, intasano i tribunali e tolgono energie alle forze dell'ordine. È l'occasione per affrontare il tema delle droghe, della sicurezza e della salute con ragionevolezza e attenzione ai fatti e alla scienza, deponendo le armi dell'ideologia e della violenza di Stato» ha commentato Marco Cappato, componente del comitato promotore. Il Pd resta su una posizione attendista: «L'iniziativa è di altri, rifletteremo» ha dichiarato Enrico Letta due giorni fa al Corriere , mentre Matteo Orfini, dopo aver comunicato la propria adesione individuale, ha auspicato «l'appoggio del Partito democratico». Matteo Salvini, leader della Lega, si è detto invece contrario: «Rispetto la democrazia e qualunque proposta, io non firmo e non firmerei perché per me la droga è sempre morte e sempre una sconfitta». Elio Vito, deputato di Forza Italia che ha aderito alla campagna attirando molte critiche da esponenti del suo partito, ha parlato di «risultato straordinario», mentre per Maurizio Gasparri, senatore azzurro, «non saranno 500mila firme a fermare la nostra battaglia per la vita e contro la droga libera, la stragrande maggioranza degli italiani conosce bene i rischi che si corrono».

REFERENDUM SUL GREEN PASS?

Febbre referendaria anche per abolire le misure anti-Covid. Il Fatto segnala un Carlo Freccero “incontenibile” nel nascente comitato per il referendum contro il Green Pass.

«Boom. La prima giornata è iniziata col botto, a sentire quelli del comitato promotore. Che non se l'aspettavano e invece, ecco qua: il sito è andato in palla per sovraccarico di accessi, 5-600 mila utenti collegati per vedere se è davvero possibile con un clic spazzare via il green pass sottoscrivendo il referendum per abolirlo. Ma ciò che più impressiona Olga Milanese, avvocato a Salerno e coordinatrice della campagna di raccolta firme, sono state le richieste di collaborazione: diecimila persone circa si sono messe a disposizione per la causa. Che dunque pare promettere bene anche se il tempo è poco e quindi oltre ai tradizionali banchetti si spera di raccogliere il grosso delle firme che servono, 500 mila, attraverso la procedura telematica. "Ci vogliono cinque minuti per scaricare il documento informatico e apporre la firma digitale", dice l'avvocato Milanese per niente spaventata che qualcuno, tipo Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia o Matteo Salvini contrari al certificato verde, finisca per mettere il cappello sull'iniziativa. Anzi, magari: la raccolta firme pare giusto l'occasione per capire chi fa sul serio e chi sbraita soltanto. "Chi è davvero contro il green pass si attivi per raggiungere lo scopo. La nostra è un'iniziativa spontanea, di popolo. Non abbiamo dietro nessuno. Speriamo che ci sia una risposta positiva e che soprattutto la politica inizi ad ascoltare i cittadini". Per ora però nessun contatto tra il comitato promotore del referendum per dire no al green pass e la politica. Pure oggi in piazza: la Meloni a Roma per dire che il certificato "è arma di distrazione per non parlare delle cose non fatte per mettere in sicurezza l'Italia". Ma lei è all'opposizione. Che dice Matteo Salvini che invece è maggioranza? Dichiarazioni di lotta e di governo. "Non puoi chiedere il green pass per andare a bere il caffè in piazza a Nerviano e poi far sbarcare 40 mila immigrati senza muovere un dito, senza regole e senza limiti" dice nel Milanese salvo poi aggiungere: "non ci sono state frizioni con il presidente del Consiglio, Mario Draghi, sull'estensione del green pass, ma sarà la storia a dire se questo green pass serviva o no. Io aspetto e non commento". Darà una mano sul referendum per abolirlo? Improbabile. Ma intanto la raccolta firme è stata avviata e al comitato promotore c'è ottimismo. Carlo Freccero che ne fa parte è carico a pallettoni: "L'ultima volta che mi sono interessato di politica è stato cinque anni fa durante il dibattito per la riforma della Costituzione, voluta fortemente da Renzi. Fu un'esperienza positiva e per molti versi entusiasmante. La nostra Costituzione era sotto attacco da parte delle élite economiche internazionali". Che a sentir lui, ci provano sempre a metterla fuori gioco la Costituzione. "Il movimento che si sta formando contro il green pass ha preso la mossa dai ricatti subiti dai cittadini sui luoghi di lavoro. Si tratta di violazioni gravissime dell'articolo 3 che vieta ogni discriminazione. Perché di fronte a questo provvedimento non c'è la stessa reazione di allora? La tv e i giornali sono impegnati in un massiccio sforzo di propaganda basata sulla paura: è bastato trasferire l'attenzione su questo per ottenere quel consenso che sul piano politico non era possibile conseguire". Insomma tra la paura della morte e la Costituzione non c'è partita. Freccero è incontenibile e s' accora, il discorso inevitabilmente si allarga. Fortuna vuole che non guardi le agenzie: c'è Renzi che parla proprio dei referendum, restituiti a nuova vita grazie alla firma digitale: "È una svolta politica importante foriera di elementi positivi ma anche negativi. Non deve passare il principio del referendum sul green pass ad esempio o che tutto passi fuori dal Parlamento. Mettere fuori i partiti dalle grandi decisioni della politica significa che il maitre à penser diventa Fedez"».

FALLISCE LA MARCIA DEGLI ULTRÀ PRO TRUMP

Altra manifestazione andata quasi deserta quella di ieri a Washington a favore degli assalitori di Capitol Hill. Massimo Gaggi per il Corriere.

«Washington in stato d'assedio, il Campidoglio isolato dietro una barriera di reticolati e filo spinato, centinaia di poliziotti della capitale mobilitati, 1.600 agenti di rinforzo da altre città, 100 militari della Guardia nazionale. E centinaia di giornalisti venuti a raccontare la protesta organizzata da un ex collaboratore delle campagne elettorali di Trump. Si temevano nuove violenze, ma al dunque nel prato della manifestazione «Justice for J6», in favore dei 610 incriminati per l'insurrezione del 6 gennaio (60 dei quali ancora detenuti) sono arrivati non più di 4-500 persone, almeno per la metà reporter. È l'esito che in molti si attendevano visto che, a differenza del 6 gennaio, quando ci fu il tentativo di bloccare la proclamazione della vittoria elettorale di Joe Biden, con lo stesso Mike Pence vice di Trump alla Casa Bianca, costretto a rifugiarsi negli scantinati per sfuggire alla furia del fan dell'allora presidente, stavolta il Congresso era deserto alla fine di una settimana senza lavori parlamentari in calendario. Reazione eccessiva di un apparato di sicurezza ancora sotto choc per essersi fatto cogliere di sorpresa a gennaio? Probabilmente sì, ma bisogna tenere conto di quanto profondamente è cambiato lo scenario politico e dell'ordine pubblico in un Paese nel quale la maggioranza degli elettori repubblicani crede che Trump sia stato privato fraudolentemente della sua vittoria elettorale. E nel quale, secondo un sondaggio dell'università di Chicago, un americano su 10 ritiene legittimo tentare di restituire lo scettro del comando a Trump, anche con l'uso della forza. Sondaggio da non prendere per oro colato (è stato usato un campione piuttosto limitato) ma significativo. Per le forze di sicurezza quella di ieri è stata un'occasione di addestramento: prepararsi ad affrontare un rischio - quello di improvvisi eventi insurrezionali interni - mai preso in considerazione in passato e per il quale 8 mesi fa la polizia del Congresso e quella della città si erano dimostrate completamente impreparate. Mentre anche la Guardia nazionale, una volta richiesto il suo intervento, era scesa in campo in ritardo. Anche stavolta nell'organizzazione non tutto è filato liscio. Una nuova richiesta di intervento della Guardia Nazionale da parte della polizia è stata contestata e poi ritirata e sostituita con quella di schierare un numero limitato di militari armati solo di sfollagente per sorvegliare gli ingressi degli edifici pubblici. E l'organizzazione della difesa del Congresso è stata rimessa in discussione da un comitato del quale fa parte anche un architetto che, si è scoperto, ha voce in capitolo. In piazza, comunque, tutto è filato liscio: gli organizzatori hanno precisato che chiedono la liberazione e il proscioglimento solo di chi è semplicemente entrato in Congresso senza commettere atti violenti. Secondo loro la repressione nei confronti della protesta di estrema destra del 6 gennaio è stata molto più dura di quella di altri disordini alimentati dalla sinistra radicale, come quelli contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Un'equivalenza difficile da sostenere, visto che nelle altre proteste non si era mai arrivati a invadere l'edifico che è il cuore della democrazia americana».

VIETATA LA SCUOLA PER LE RAGAZZE DI KABUL

Come Malala, la giovane attivista pachistana diventata premio Nobel per la sua battaglia a favore dell’educazione delle giovani donne, anche le ragazze (e le insegnanti) di Kabul rischiano di essere discriminate e costrette con la violenza a non frequentare la scuola. È l’Afghanistan dei Talebani. Ecco le testimonianze raccolte da Paolo Brera su Repubblica.

«La generazione cancellata sono queste scarpe da ginnastica rosa che spuntano a mezzogiorno sotto la tenda sdrucita, tesa per creare una stanzetta riservata nel piccolo ristorante Mandawi. A pochi metri dalla calca del mercato che si affaccia sulle sponde del Kabul - la fiumana di liquami e spazzatura che attraversa il centro della capitale afghana - pranza una tavolata di sorelle insieme a papà e mamma. I fratelli non ci sono: per loro, per i maschi, ieri mattina è iniziata la scuola. Dall'altra parte della cortina c'è il triclinio con quattro talebani a gambe conserte, con barbe e fucili, con riso e pagnotte. Le ragazze di Kabul, quelle non così piccole da frequentare le elementari, sono barricate in casa. Per strada sono poche, diffidenti, accompagnate: «Sono tristissima, sono a pezzi. Oggi è un giorno maledetto, noi siamo il futuro dell'Afghanistan, ma se i talebani non ci lasciano andare a scuola come potremo far crescere il nostro Paese?». Reema, 16 anni, fa spesa tra le bancarelle dei tessuti insieme al padre e alle sorelle: «Niente foto», intima il papà lasciandole però qualche minuto per rispondere. Dopo il cambio di regime era inevitabile che ci fossero ritardi nella macchina complessa dell'istruzione, così nessuno aveva detto nulla quando erano tornati in classe solo i bambini delle elementari, con qualche novità nelle regole: maschi e femmine insieme solo fino al terzo grado, poi in aule separate fino al sesto. Ma la stangata alle ragazze afghane è arrivata quando finalmente i talebani hanno annunciato la riapertura delle scuole superiori. Venerdì il ministero dell'Istruzione ha diramato una nota chiedendo a insegnanti e studenti maschi di tornare immediatamente in classe, a partire da ieri e in tutto il Paese, ma non ha speso una sola parola sulla sorte delle studentesse e delle docenti. «Sono a casa, aspetto ordini - dice Vassia, una professoressa - e non abbiamo la più pallida idea di quando torneremo a lavorare. Non ne posso più, vorrei andarmene anche io da questo Paese, così è troppo dura. Da quando è finita la scuola non ho più visto i miei ragazzi, e sinceramente non ho molta fiducia che potrò rivederli». «Dobbiamo ribellarci - dice Palwasha, che ha 17 anni e troppi sogni nel cassetto per lasciare che le buttino via la chiave - La gente deve tornare in piazza a protestare, deve sostenere le richieste delle donne perché arrivino ai leader talebani. Se la mia famiglia me lo consentirà ci andrò anche io, stavolta». Per cancellare un diritto fondamentale con due righe d'inchiostro, i talebani non se ne sono neppure presi la responsabilità. Non hanno detto che le studentesse non debbano tornare a scuola, né che le insegnanti non debbano insegnare: non le hanno nominate, senza chiarire se sia una scelta definitiva o un rientro posticipato. Il precedente non è benaugurante: nel '96, quando presero il potere e governarono per la prima volta, dissero che si trattava di una decisione "temporanea": le ragazze restarono a casa per cinque anni, finché non furono cacciati. «Ho cinque sorelle e un fratello - dice Palwasha - e siamo tutti a casa: lui è troppo piccolo, noi femmine. Assurdo, io voglio continuare a studiare, ma siamo tutti convinti che i talebani non ci lasceranno mai più riprendere la scuola, vi rendete conto? ». Marwa, 16 anni, sente sulle spalle tutto il peso del mondo: «Quando sono arrivati loro, i talebani, ho capito che per me era finita. Non ci potrò andare mai più, a scuola. Non ho più alcuna fiducia nel mio futuro, penso che la mia vita sia davvero finita qui. E cosa possiamo fare? Le frontiere sono chiuse, non possiamo neppure scappare. Non ho accesso a internet, le mie compagne e le mie amiche non le vedo più, non posso uscire di casa perché abbiamo paura Se ci siamo incontrati, adesso, è solo perché mamma mi sta accompagnando dal dottore». Anche Zainab, 15 anni, che raggiungiamo al telefono, è disperata: «Hanno distrutto tutti i miei sogni, ho paura per il mio futuro e per la mia vita. E ho una gran paura anche di loro, dei talebani». Ma l'onda della disperazione comincia ad alimentare nuove proteste. Studentesse e attiviste pubblicano foto in cui sollevano cartelli di rivolta: «Se uccidete la scuola, uccidete noi».

MYANMAR, CRISI UMANITARIA

In questi giorni trentamila birmani della regione centrale di Magwe sono costretti a trovare rifugio dagli scontri tra esercito e forze di difesa popolare. Sarebbero almeno 250mila gli sfollati etnici. Stefano Vecchia per Avvenire.

«Possiamo aspettarci una crisi umanitaria di cui vediamo già i segnali. Se riusciremo ad avere cibo e aiuti a sufficienza i Karen in fuga non dovranno espatriare. Quello che noi in cooperazione con la Karen National Union cerchiamo di fare è fermare la fuga già iniziata verso la Thailandia, di convincere gli sfollati a restare nella giungla o sulle montagne, ma comunque sulla loro terra», testimonia David Eubank, statunitense, da una ventina d'anni a capo di una organizzazione umanitaria, Free Burma Rangers, in cui ha applicato la sua determinazione e la sua esperienza di ex militare. Dalla foresta conferma come «le intenzioni dei militari non sono cambiate in 70 anni e il loro proposito resta di dominare le etnie e le loro risorse. Credo che la situazione possa peggiorare perché il regime sta rafforzando la presenza armata nelle terre delle minoranze». Un rischio, quello di una crisi umanitaria di grandi proporzioni che inevitabilmente coinvolgerebbe Paesi confinanti o limitrofi (Thailandia ma anche Cina, India, Bangladesh e Malaysia) evidenziato anche da organizzazioni internazionali e diplomazie. Mentre in questi giorni almeno 30mila birmani della regione centrale di Magwe sono costretti a trovare rifugio dai combattimenti tra esercito e forze di difesa popolare, in molte aree abitate dalle minoranze che disegnano quasi tutti i confini terrestri del Myanmar è in corso un movimento di espulsione delle popolazioni dai loro villaggi per aprire nuovi "corridoi" utili agli spostamenti di truppe e agli interessi anche economici delle forze armate, ma anche per terrorizzare la popolazione civile e piegarne la resistenza. Sarebbero almeno 250mila finora gli sfollati, ma se il numero è incerto, sicure sono le loro difficoltà. Riconosciute e accolte anche dalla Chiesa cattolica attraverso la Caritas birmana (Karuna) e iniziative locali. Una Chiesa che tra le minoranze ha radici salde e antiche e che sta pagando un prezzo, sia alla sua «diversità» in un contesto che fatte salve alcune aree è perlopiù buddhista, sia per il sostegno che sta portando agli abitanti in condizioni di bisogno senza distinzione di fede. L'occupazione e profanazione da parte dei soldati della chiesa di San Giovanni (e della vicina chiesa battista) a Chat, nello Stato Chin, il 31 agosto, è solo l'ultimo caso ma sono decine di edifici di culto invasi e requisiti dai militari e vi sono anche cattolici tra gli uccisi o feriti durante le operazioni di soccorso agli sfollati. In qualche modo la presenza, con varia consistenza, di battezzati tra le minoranze etniche li rende, agli occhi dei militari, simpatizzanti, se non apertamente conniventi con la reazione al regime che va intensificandosi e estendendosi, con il rischio che altri possano vivere l'esperienza dei musulmani Rohingya, espulsi con la forza e ora profughi in quasi un milione in Bangladesh. Per loro, ancora recentemente Save the Children ha chiesto alla comunità internazionale di trovare una soluzione a lungo termine che affronti le cause profonde della situazione e consenta un ritorno sicuro, dignitoso e volontario in Myanmar non appena sarà possibile, senza però mancare di chiedere conto agli autori delle violenze contro questa etnia, gli stessi che dallo scorso febbraio hanno ripreso il potere con un golpe trovandosi di fronte a una resistenza estesa e inattesa. Alla richiesta di associarsi in un fronte comune avanzato dal governo di unità nazionale in esilio, hanno risposto anche diversi tra gruppi etnici che insieme sommano il 30 per cento dei 54 milioni di abitanti del Myanmar. La loro è una forza armata complessiva, si stima, di 80mila uomini che potrebbe dare un contributo essenziale a un esercito federale impegnato in quella «responsabilità di proteggere», riconosciuta internazionalmente per contrastare i crimini contro l'umanità, ma come coordinare efficacemente le deboli forze del governo-ombra con le iniziative di autodifesa popolare sorte in città e villaggi contro i rastrellamenti e le violenze dei soldati, con le milizie etniche, una ventina, che continuano finora a operare nei territori di competenza, colpendo obiettivi strategici con la motivazione di proteggere la popolazione civile? La situazione resta fluida. Dieci dei gruppi firmatari dell'Accordo per il cessate il fuoco nazionale nel 2015 hanno annunciato la sospensione delle trattative con i generali, mentre le milizie Chin, Karen, Kachin, Rakhine, Shan, Kayah e altre hanno iniziato limitate attività offensive che sarebbero costate ai militari centinaia di morti. Gli ultimi scontri a Mongko, nello Stato di Shan, dove i ribelli hanno ucciso 23 soldati governativi al confine con la Cina. Altri venti militari fedeli al regime sono morti ieri in agguati a Yangon e nella regione centrale di Magway».

CARO BOLLETTE, 3 MILIARDI NON BASTANO

Romano Prodi sul Messaggero torna sul rincaro choc delle bollette energetiche, previsto per il prossimo trimestre. Il governo potrebbe stanziare 3 miliardi, ma il problema in prospettiva resta.

 «Purtroppo il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, quando ha parlato dei sorprendenti aumenti del prezzo dell'energia, ha detto la verità. Già ne abbiamo avuto prova dal 1° luglio con il rincaro della bolletta del gas del 15,3% e di quella elettrica del 9,9%. Aumento dimezzato, rispetto al 20% previsto, grazie a un intervento del governo che ha stanziato a questo proposito 1,2 miliardi di euro. Il governo sembra voler intervenire di nuovo, impegnando 3 miliardi di euro, per attenuare gli aumenti previsti dal 1° ottobre, stimati intorno al 30% nel caso del gas e al 40% per l'elettricità, relativamente alla componente energia della bolletta. Il tutto sta avvenendo in un momento in cui l'economia mondiale ha iniziato la ripresa dopo la pandemia, ma non ha ancora raggiunto il livello precedente al Covid. Il prezzo del petrolio è cresciuto del 45% da inizio anno, nonostante molti grandi consumatori, a partire dal trasporto aereo, non siano ancora arrivati al livello di domanda pre pandemia. Il prezzo del gas è addirittura impazzito: oggi supera i 23 dollari per Mil Btu contro i 6 dollari di inizio anno. Se questo già avviene, non possiamo certo aspettarci un ritorno ai prezzi precedenti quando, come tutti auspichiamo, la ripresa economica avrà compiuto ulteriori progressi e la domanda aumenterà. I prezzi sono saliti perché si prevede un duraturo squilibrio fra la domanda e l'offerta a causa del crollo degli investimenti negli idrocarburi, mentre le nuove fonti di energia non riescono a supplire alle prospettive di questo futuro squilibrio. (…) È tuttavia certo che i costi che abbiamo di fronte e dei quali Cingolani ci ha opportunamente avvertito, non sono socialmente sopportabili anche perché colpiscono con particolare violenza le categorie più povere, non certo in grado di installare sul tetto della loro casa gli impianti che producono energia da riversare in rete. (…) Una politica energetica più efficace deve fare ricorso a una nuova cooperazione internazionale, aiutando la transizione energetica nei Paesi dove le tecnologie sono più arretrate, moltiplicando le spese di ricerca e le conoscenze scientifiche sulle cause dell'inquinamento e sugli strumenti più efficaci per combatterlo. La cooperazione internazionale non può ridursi, come oggi avviene, nel proporre obiettivi comuni, ma nell'agire insieme. Per quanto riguarda l'Italia, abbiamo di fronte a noi una serie di vincoli aggiuntivi che rendono ancora più difficile il complicato cammino verso la neutralità energetica. In primo luogo, essendo gravato da un debito notoriamente pesante, il nostro Stato non può certo aumentare gli 11 miliardi di sussidi che i consumatori pagano annualmente per sostenere le energie rinnovabili. In secondo luogo importiamo quasi tutto il gas dall'estero e stiamo bloccando le pur modeste produzioni italiane. Infine vogliamo giustamente limitare la nostra immissione di anidride carbonica nell'atmosfera e impediamo di sotterrarne almeno una parte. Tutte queste riflessioni, non certo rivolte a rallentare la transizione energetica, rispondono a un doppio obiettivo: rendere chiaro che essa deve essere socialmente sopportabile e sottolineare il fatto che non può fondarsi solo sulle energie alternative oggi conosciute, ma anche su radicali innovazioni nella scienza, nella tecnologia e nelle collaborazioni internazionali».

Bisogna dare atto al Sole 24 Ore di essere stato il primo giornale a dare notizia che una nuova tassazione sulla casa poteva entrare nella riforma del Fisco. Anche la Versione lo fece notare. Da lì si è sviluppata una polemica nella maggioranza. Oggi Il Sole, di nuovo con Trovati e Mobli, analizza i dati sull’evasione in campo immobiliare. Dati ben presenti a chi sta studiando la riforma.

«Non c'è solo la sperequazione fra case di pregio giudicate povere dal fisco e case popolari trattate male dalla tassazione ad alimentare il progetto del Governo di inserire un capitolo dedicato al catasto nella delega fiscale. Alla base di questa scelta, anticipata sul Sole 24 Ore il 14 settembre scorso e ora al centro di uno scontro politico nella maggioranza, c'è anche una componente importante del nuovo sforzo di lotta all'evasione che percorre tutta la delega in arrivo. Perché, anche se il mattone è "immobile" e ben visibile, le sue tasse non sono indenni dalla malattia del mancato gettito che caratterizza tutto il fisco italiano. Lo confermano i numeri elaborati ogni anno dal ministero dell'Economia per misurare la distanza che separa le entrate fiscali teoriche, calcolate sulla base del valore degli imponibili, e i soldi che entrano realmente nelle casse degli enti titolari dei differenti prelievi. Si tratta del «tax gap», che nel caso delle imposte immobiliari vale 5,83 miliardi all'anno. Ma il buco vola oltre i 6 miliardi se si somma l'evasione delle «case fantasma», totalmente sconosciute al Fisco. La radiografia di queste imposte sfumate è contenuta nel Rapporto annuale sull'economia sommersa allegato alla Nadef (la nota aggiuntiva del Def ndr), in cui è dettagliata anche la graduatoria delle tasse che pagano il prezzo più alto sull'altare del sommerso. A guidare la classifica è inevitabilmente la regina delle imposte immobiliari: l'Imu, che se fosse pagata regolarmente da tutti porterebbe nelle casse di Comuni e Stato 4,869 miliardi in più ogni anno. Si tratta della differenza tra l'Imu teorica con l'aliquota base del 7,6 per mille, che per le stime Mef ammonterebbe a oltre 18,8 miliardi, e l'Imu effettiva ad aliquota standard, che si ferma a 13,9 miliardi. Nel conto entrano poi i 266 milioni di Tax Gap della Tasi e i 695 milioni di mancata Irpef per le locazioni non dichiarate dai proprietari. In termini percentuali, il tax gap dell'Imu indica una propensione all'evasione del 25,8%, una media nazionale figlia però di valori molto diversificati sul territorio. In Emilia-Romagna per esempio si ferma al 15%, mentre in Calabria vola al 46,3%. Tanta distanza si spiega con l'incrocio di due fattori: i diversi livelli di efficienza della macchina amministrativa, che determinano la capacità di accertare l'imponibile e riscuotere le imposte, e le ondate migratorie che hanno determinato l'abbandono di tanti immobili al Sud. Questo patrimonio, anche se lasciato a se stesso, però esiste. E convive con proprietà utilizzate anche in locazione, a volte abusive, che producono ricchezza senza passare alla cassa. Sul tema l'agenzia delle Entrate già da qualche anno ha avviato i controlli con l'aerofotogrammetria: i risultati sovrapposti alle mappe catastali hanno trasformato in certezza il sospetto di una vasta area oscura del parco immobiliare - gli ultimi dati disponibili parlano di 2 milioni di particelle non dichiarate con circa 1,2 milioni di unità immobiliari in più - e hanno alimentato il progetto di fissare nella delega un principio che renda strutturale questa caccia alle case fantasma. Lo snodo anti evasione rappresenta la parte della riforma del catasto fin qui più al riparo dalla battaglia politica, che si concentra sulle altre tre direttrici in discussione: l'aggiornamento delle rendite catastali, chiesto espressamente dalla Commissione Ue come ricorda anche il Pnrr, l'addio ai vani castali come unità di misura del fisco da sostituire con i metri quadrati e la semplificazione delle categorie per dividere gli immobili nelle tre grandi famiglie di «ordinari», «speciali» e «beni culturali». L'obiettivo è di armonizzare progressivamente, con un aumento graduale mai superiore all'1% annuo, i valori fiscali a quelli di mercato. Una mossa che andrebbe accompagnata da una riduzione proporzionale delle aliquote per evitare di gonfiare ulteriormente un carico fiscale già esploso con l'Imu. Proprio questo è l'aspetto più esplosivo sul piano politico perché la promessa della «invarianza di gettito», in una riforma che dunque redistribuirebbe la pressione fiscale senza aumentarla, è considerata un miraggio da larga parte dei partiti. Che non ci tengono a intestarsi un aumento delle tasse, per di più mentre la legislatura imbocca le ultime curve prima delle elezioni. Di qui le resistenze trasversali incontrate finora dal Governo, che però appare intenzionato a inserire comunque in delega qualche principio cardine sul catasto: per ragioni di equità e per l'impossibilità di ignorare le indicazioni inserite dalle regole Ue nei parametri di valutazione dei Recovery plan nazionali. Sulla riforma fiscale, comunque, la tensione nella maggioranza resta alta, come dimostrano le ultime dichiarazioni prima di Matteo Salvini che dice: «Per aumentare le tasse bastava Monti», e poi di Federico Fornaro, capogruppo alla Camera di Leu, secondo cui la riforma del catasto è ineludibile se si vuole un fisco equo. Una tensione che può ora può mettere in dubbio l'approdo al Consiglio dei ministri di giovedì prossimo della delega fiscale già rinviata una volta». 

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