Aprile è il più crudele dei mesi

Mai come ora azzeccato il verso di TS Eliot. Riaprono le scuole, non bar e ristoranti. Obblighi per i No Vax. Draghi convince. Salvini irritato. Letta e Grillo in risalita. Più bare e meno culle

Chissà che cosa ci aveva visto il grande poeta Thomas Stern Eliot, quando scrisse quel misterioso e profondo verso: “Aprile è il più crudele dei mesi”. Rischia di esserlo davvero anche per noi, quest’anno. Il prossimo sarà infatti il mese decisivo nella grande partita sui vaccini, le settimane su cui in prospettiva ci giochiamo l’estate. Nell’unico spiraglio di miglioramento sui contagi che si è aperto, si è infatti deciso di tentare il ritorno in presenza a scuola, anche in zona rossa, bar e ristoranti invece resteranno chiusi fino a fine aprile.

Il Consiglio europeo durato due giorni e finito ieri non ha partorito grandi decisioni. Continua il braccio di ferro sui vaccini fabbricati in Europa ed è in piedi la trattativa con gli inglesi. Ci sono circa 10 milioni di dosi di vaccini in più di quelli previsti che andranno assegnati ai vari Stati. La prossima settimana a Bruxelles si divideranno pani e pesci. Ma cambierà pochino. Dovrebbero invece arrivare nuovi consistenti quantitativi dall’americana Johnson & Johnson già nel mese di aprile. Ci contiamo. Mario Draghi è tornato a parlare, rispondendo a tutte le domande dei giornalisti. Efficace e convincente, anche ieri. Ogni tanto molto diretto: “L’impressione è che le case farmaceutiche si siano venduti vaccini due o tre volte”, tutti hanno pensato ad AstraZeneca. Ha spiegato che si tornerà a scuola anche in zona rossa. Il Governo preme su questo e vuole convincere i Presidenti di Regione. Ha confermato, come ieri qui avevamo anticipato, che si sta studiando una nuova legge, forse un decreto, per gli operatori sanitari in corsia che non si vogliono vaccinare. A Salvini che chiede le riaperture, il presidente ha risposto in modo pragmatico: dipende dai contagi.

Intanto continua la polemica dei Presidenti di Regione, alcuni dei quali obiettivamente in grande affanno, primo fra tutti Giani in Toscana, e altri in polemica diretta con Roma. Vincenzo De Luca ha annunciato che si è assicurato per la Campania il vaccino Sputnik, Draghi ha frenato gli entusiasmi ricordando che bisogna stare attenti ai contratti che si stipulano. Mentre Speranza ha detto che mancano ancora le autorizzazioni dell’Ema e dell’Aifa. Serra pizzica De Luca su Repubblica. Un tema sconvolgente è quello messo in evidenza dall’ultima indagine Istat: la popolazione italiana è diminuita nell’ultimo anno in modo drammatico. È come se fosse sparita un’intera città come Firenze. Sul fronte della politica dei partiti, sono attivi Letta e Grillo mentre i sondaggi di Pagnoncelli per una volta danno ossigeno proprio a PD e 5 Stelle. La prossima notte dormiremo un’ora in meno. Perché da domenica scatta l’ora legale (“panico tra i socialisti”, era la vecchia battuta del Grillo comico). Non ci crederete ma anche su questo tema, c’è un pasticcio europeo. La Ue voleva regolamentare ma poi ogni Paese ha cercato di fare a modo suo. Ultima lettura da non perdere sui giornali: l’intervista a Papa Francesco su quella camminata solitaria, un anno fa, a Piazza san Pietro. Dodici mesi dopo, siamo ancora in Quaresima. Vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera va in negativo per spiegare le ultime decisioni del Governo: L’Italia non riapre per un mese. Il Messaggero guarda invece il bicchiere mezzo pieno, è il caso di dirlo, e convoca i turisti a Roma: Bar e locali, si riapre a maggio. Il Mattino sottolinea lo scontro nel Governo, la Lega avrebbe voluto maggiori riaperture: Divieti, scintille Draghi-Salvini. E anche La Stampa nota come Draghi apre le scuole e zittisce Salvini. A proposito di scuola, gioco di parole de Il Manifesto, che cita Giulio Cesare: La Dad non è tratta. Il Quotidiano Nazionale cerca di confortarci, con la parola degli esperti: Gli analisti: contagi zero in giugno. Mentre Repubblica va sull’annuncio che riguarda gli operatori sanitari No Vax: Draghi: chi cura i malati obbligato a vaccinarsi. Il Secolo XIX, il giornale di Lavagna titola: Draghi: serve un decreto contro i no vax in corsia. Sui dati dell’Istat punta Il Sole 24 Ore: Italia stretta dal declino demografico 746mila morti e solo 404mila nati, mentre Avvenire mette nero su bianco la promessa del Governo sull’assegno unico per le famiglie: Draghi paga l’assegno. Di cose giudiziarie si occupa Il Giornale che intervista Silvio Berlusconi: «Giustizia malata, fermiamo i veleni» Libero che se la prende con la Raggi: Le buche di Roma ne uccidono 30 all’anno. Mentre Il Fatto se la prende con i leghisti della Regione Lombardia: C’è la Gdf, il leghista cancella tutte le chat. Ogni mattina un titolista di Belpietro ha il problema di citare il nome del nostro Ministro della Salute nel titolo. Qualsiasi cosa accada nel mondo. Oggi La Verità sceglie: DRAGHI È STATO CONTAGIATO DA SPERANZA. Forza colleghi, vi siamo vicini. Come diceva un vecchio caporedattore: “Una volta che hai chiara la linea, ci appendi le notizie”. Come i salami.  

RIAPERTURE: SCUOLE SUBITO, A MAGGIO I LOCALI

Consiglio europeo, cabina di regia e Consiglio dei Ministri. E alla fine arriva la conferenza stampa in cui Draghi traccia la linea: avanti con le vaccinazioni, scuole aperte fino alle medie anche in zona rossa, per i locali, bar e ristoranti, chiusura fino a fine aprile. Ma come matura questa decisione? Il retroscena di Repubblica è a firma di Tommaso Ciriaco e Carmelo Lopapa:

«Mario Draghi ascolta in silenzio. Poi stronca con poche parole le speranze aperturiste della Lega. «Sono un economista, leggo i numeri. E vi dico che l'economia non riparte se riapriamo bar e ristoranti, ma nel frattempo incrociamo una terza ondata. Riparte solo se facciamo i vaccini». Non che il premier sia "chiusurista" a prescindere, anzi: fino a 72 ore fa pensava di reintrodurre il regime del giallo. Poi ha studiato i grafici. Ha parlato con Macron, che in Francia vive ore drammatiche per la pandemia. «Il minimo di margine che abbiamo - è la sua conclusione, comunicata ai ministri riuniti per la cabina di regia - lo mettiamo sulla scuola, che riaprirà in zona rossa». L'ex banchiere boccia insomma la richiesta leghista di tornare alle zone gialle. Impone il decreto fino al 30 aprile, confermando l'arancione nazionale (e basandolo sui dati di queste ore, non sulla speranza di una flessione futura). Ma siccome il pressing di Matteo Salvini è fortissimo e si spinge fino alla minaccia informale di non far presentare i ministri della Lega in cdm, il capo del governo concede una promessa: «Seguiremo l'andamento dei numeri giorno per giorno. Se nel corso di aprile dovessero migliorare, valuteremo l'alleggerimento della stretta». Significa ipotizzare anche un decreto ponte che ritocchi le restrizioni. E dire che Giancarlo Giorgetti si era presentato con il mandato di strappare riaperture. Ci prova, insiste, ma anche lui deve capitolare di fronte alla realtà degli ultimi tre giorni: «Se i dati sono questi», allarga le braccia. La curva, in effetti, balla da 72 ore attorno ai 24 mila casi giornalieri. «Troppi - rileva il premier - Non dobbiamo compromettere la campagna vaccinale». A quel punto il numero due della Lega vira. E sposa la linea di Maria Stella Gelmini, che fin dall'inizio chiede altro. «Concentriamoci sui ristori - propone - in modo che siano contestuali alle chiusure e selettivi». Lo saranno, rendendo necessario un altro scostamento di bilancio che arriverà prima del previsto, tra il 7 e il 10 aprile».

All’orizzonte c’è un’estate normale, o quasi. Lo fa capire il Presidente dell’ISS Silvio Brusaferro, che spiega: nello spiraglio che si è aperto, puntiamo sulla scuola.  

«In questa fase la curva dell'epidemia mostra finalmente segnali di decrescita. Abbiamo guadagnato uno spazio per riaprire qualcosa ed è la scuola. Continuiamo così per guadagnare altri spazi». Silvio Brusaferro presidente dell'Istituto superiore di sanità, portavoce del Comitato tecnico scientifico (Cts), usa una formula soft che, tradotta, potrebbe essere letta così. Se vogliamo rimandare i ragazzi in classe bisogna rinunciare al resto. Quali sono le evidenze scientifiche recenti a favore di quello che lei definisce un investimento? «La scuola è sempre stata una priorità non solo in Italia. Anche l'Oms ha attivato un tavolo di lavoro su questo tema. In situazioni in cui l'incidenza è elevata si deve ricorrere alla didattica a distanza, però rendere possibile ai ragazzi il ritorno sui banchi è l'obiettivo principale. Un elemento importante è l'età. Nelle fasce più giovani l'infezione circola meno e c'è minore rischio di trasmissione agli adulti. È un argomento di dibattito a livello internazionale. Gli studi ci dicono che sono importanti le misure di prevenzione nella didattica in presenza e che per evitare l'aumento dell'incidenza serve uno stretto controllo sulle attività che girano attorno alla scuola, prima e dopo». Allora perché le scuole sono rientrare nel pacchetto dei divieti introdotti il 2 marzo? «La situazione epidemica era diversa. Ora ci sono i segnali che la curva possa cominciare a scendere nelle prossime settimane, non dimenticando mai che fondamentali restano la sorveglianza e i controlli, non ci stancheremo mai di ripeterlo». E poi? «A questo si aggiunge la vaccinazione del personale scolastico. Un ulteriore fattore favorevole a una riapertura permanente. Si spera di non dover più tornare indietro». È sempre in piedi l'ipotesi di sottoporre gli alunni ogni settimana ai nuovi test salivari, di facile esecuzione e rapida risposta? «Stanno emergendo test diagnostici sempre nuovi ma prima vanno validati sul campo e inseriti in programmi specifici. Alcune regioni hanno cominciato con studi pilota. È presto per decidere, servono maggiori evidenze per capire quale potrebbe essere l'impatto di questi strumenti. È un progetto su cui lavorare, aspettiamo i dati». (…) Perché mantenere le restrizioni attuali per tutto aprile? «I numeri parlano da soli. L'occupazione dei posti letto nelle terapie intensive è cresciuto dal 36 al 39%, come conseguenza dell'aumento dei casi. La soglia da non superare è del 30%». Perché abolire le zone gialle? «Colpa delle varianti. Quella inglese ha una maggiore trasmissibilità e quindi richiede misure rafforzate per poter essere contrastata efficacemente». Meglio non sognare le vacanze? «Andiamo verso la stagione calda dove sarà più facile restare all'aperto e questo favorirà il rallentamento della trasmissione, sempre mantenendo distanziamento, mascherina e igiene delle mani. Possiamo però pensare a periodi di vacanza dove potremmo concederci qualche libertà in più facendo tesoro della lezione imparata la scorsa estate, vissuta un po' troppo allegramente». In che direzione si va? «Grazie a un numero sempre crescente di vaccinati diventerà importante sorvegliare con attenzione le varianti del Sars-CoV-2 attraverso un programma di sequenziamento. La prossima settimana uscirà il terzo studio sui nuovi ceppi. È uno scenario con cui convivere a lungo». 

Sul Messaggero Luca Ricolfi va controcorrente e si pone la domanda: perché l’Italia è stato il Paese meno in grado di contrastare la pandemia? Perché da noi, secondo Ricolfi, il lockdown è stato interpretato all’italiana. In mondo cialtrone. Insomma non è stato un vero lockdown. Ecco un passo del suo ragionamento:

«Spiace doverlo ammettere, ma è inevitabile concludere che quel che ci differenza dai Paesi che stanno efficacemente contrastando l'epidemia non è né il ritardo della campagna vaccinale né la diffusione delle varianti, ma sono le nostre politiche e i nostri comportamenti. In che senso? In due sensi. Primo, non abbiamo fatto e continuiamo a non fare le molte cose che potrebbero servire a contrastare il virus senza lockdown, dalla messa in sicurezza di scuole e trasporti pubblici alle politiche di sorveglianza attiva. Secondo, il nostro lockdown reso inevitabile dall'inerzia del governo Conte non è un vero lockdown. Se, usando i dati di mobilità resi pubblici da Google, proviamo a misurare il grado di confinamento effettivamente messo in atto nei vari Paesi, scopriamo che nei mesi critici di gennaio e febbraio siamo rimasti a casa circa la metà del tempo dell'Irlanda. Non solo, ma se facciamo una graduatoria dei Paesi in base al grado di rispetto del lockdown troviamo ai primi posti precisamente coloro che più hanno avuto successo nel contrastare l'epidemia: Irlanda, Portogallo, Regno Unito, Sudafrica, Canada, Israele. In questa graduatoria l'Italia è solo 21ª (su 36 nazioni). Detto altrimenti, l'andamento dell'epidemia nelle società avanzate è strettamente connesso al rispetto delle misure di confinamento, specie nei mesi critici di dicembre-gennaio-febbraio. Né le cose vanno in modo sostanzialmente diverso se, anziché guardare ai comportamenti della popolazione, ci rivolgiamo ai provvedimenti adottati dalle autorità politico-sanitarie. Una comparazione sistematica fra Paesi mostra che la misura più efficace nel contenere l'epidemia è stata la chiusura più o meno totale delle scuole, seguita dalla limitazione degli spostamenti sui trasporti pubblici: la capacità di contenimento dell'epidemia migliora man mano che le chiusure delle scuole diventano più sistematiche e generalizzate. Questo, purtroppo, dicono i dati se li si analizza senza pregiudizi (cosa sempre più difficile, stante la spinta bipartisan alle riaperture). Dobbiamo concludere che il lockdown è l'unica strada? No, il lockdown non solo non è l'unica strada, ma è la strada sbagliata. Il lockdown è semplicemente l'arma dei governi inerti, che a un certo punto se lo ritrovano come unica arma disponibile perché - prima - non hanno fatto nulla o quasi nulla di quel che avrebbero dovuto fare. È quel che è successo a noi in autunno (ai tempi della seconda ondata), ed è risuccesso quest' anno, quando non avendo di nuovo fatto nulla ci siamo esposti alla terza. E ora? Ora è tardi, perché nel governo la linea del lockdown breve ma durissimo, invano caldeggiata da Walter Ricciardi (consulente del ministro Speranza) fin da ottobre scorso, è stata definitivamente sconfitta, a favore di una linea del tipo «apriamo appena possibile», che tradotto in pratica significa: apriamo appena c'è abbastanza posto negli ospedali e nelle terapie intensive per accogliere i nuovi malati. (…) Possiamo, almeno questa volta, sperare che si faccia finalmente qualcosa, e che lo si faccia in tempo?».

BASTA NOVAX IN CORSIA

Chi aveva letto questa Versione, l’aveva capito con anticipo. Il Governo sta studiando una legge per regolamentare il diritto costituzionale di non farsi il vaccino per chi opera in corsia, a contatto coi pazienti. L’episodio accaduto a Lavagna, in Liguria, (infermiere No Vax che contagia decine di degenti dell’ospedale) deve restare un caso isolato. Anche se oggi il Messaggero riferisce di un caso analogo in una RSA del Lazio. Allo stesso tempo si lavora anche sullo “scudo penale” per i vaccinatori. Giovanni Bianconi sul Corriere

«L'obbligo dovrebbe evitare che chi non vuole vaccinarsi contribuisca alla diffusione del virus negli ospedali o altri luoghi a rischio. Non riguarderà tutto il personale medico o sanitario, ma solo quello a diretto contatto con i pazienti; se un dottore svolge funzioni amministrative, per esempio il direttore di una Asl, non subirà conseguenze nel caso dovesse rifiutare la dose. Per contro, se un medico o un infermiere che lavora in corsia o in ambulatorio non volesse sottoporsi alla vaccinazione, gli sarà offerta la possibilità di cambiare impiego: in qualche ufficio, a svolgere mansioni amministrative o altre attività che lo tengano lontano da soggetti a rischio perché già bisognosi di cure. Solo in caso di ulteriore rifiuto si incorrerebbe nelle sanzioni, ancora da definire. Certamente amministrative e relative al rapporto di lavoro, dalla sospensione all'interdizione, a meno che il rifiuto non determini altri reati che prevedano conseguenze penali. L'obbligo di vaccinazione non è un inedito assoluto. Esiste già, ad esempio, per l'iscrizione dei bambini a scuola e nel 2018 una sentenza della Corte costituzionale l'ha dichiarato legittimo, respingendo le eccezioni sollevate dalla Regione Veneto. In quel caso la Consulta, con un provvedimento redatto proprio dall'attuale ministra della Giustizia Marta Cartabia, stabilì che anche il principio costituzionale secondo cui «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario» può avere dei limiti; e non solo perché lo stesso articolo 32 aggiunge «se non per disposizione di legge» che non violino «i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Quel diritto va bilanciato con altri, ugualmente garantiti. Come ha sostenuto la Corte, un trattamento obbligatorio è legittimo «se è diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri». (…) Sullo «scudo penale» che possa evitare indagini e processi ai somministratori di vaccini, il problema da risolvere sembra un po' più complicato. L'intenzione è di lasciare la punibilità per la sola «colpa grave» di eventuali responsabili di danni ai vaccinati, ma per stabilire ciò sarebbe in ogni caso necessario avviare un'inchiesta penale, e dunque indagare gli eventuali indiziati. Sia pure in vista di un proscioglimento. È una questione di procedure e di garanzie, per tutti, come s' è già visto con la riforma della legittima difesa: per stabilire che la vittima di un'aggressione abbia agito nei limiti della legge è comunque necessaria l'indagine. Con questa consapevolezza, nei giorni scorsi il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi ha comunicato ai procuratori generali di tutto il Paese che per gli accertamenti preliminari sui vaccini c'è una struttura dell'Agenzia italiana del farmaco e del Cts a disposizione dei magistrati, da cui attingere «direttamente e riservatamente» le informazioni generali utili alle attività giudiziarie. Un tentativo di evitare iniziative clamorose che possano avere ripercussioni negative sulla campagna vaccinale, affinché le mosse dei pubblici ministeri siano efficaci ma anche proporzionate ai singoli casi. Indipendentemente da eventuali, e sempre relativi, «scudi penali».

DE LUCA SI ASSICURA LO SPUTNIK, COME ZINGA

Botta e risposta, a distanza, fra il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, e Mario Draghi. De Luca ha annunciato di aver acquistato per i cittadini campani uno stock di vaccini Sputnik. Mentre, con una certa dose di understatement il Presidente del Consiglio ha osservato: starei attento a fare questi contratti.

«La questione vaccini sconsiglia fughe in avanti, fa capire il presidente Draghi quando in conferenza stampa apre il capitolo Sputnik: «Qui c'è in gioco la salute, la vita, la morte, e noi dobbiamo sempre cercare il coordinamento europeo». E dall'Europa arriva la notizia che la produzione del vaccino russo potrà essere al massimo «di 55 milioni di dosi». Inoltre «non è stata ancora presentata formale domanda all'Ema, che non si prevede si pronunci prima di tre o quattro mesi». Ciò vuol dire che «se va bene il vaccino sarebbe disponibile nella seconda parte dell'anno». Quindi, conclude il premier, «starei attento a fare questi contratti». (…) De Luca spiega di aver chiuso un accordo «che diventerà operativo immediatamente dopo l'approvazione di Ema o di Aifa», e che prevede l'arrivo in Campania di un quantitativo di vaccino tale da poter «immunizzare quattro milioni e mezzo di cittadini». Perché, aggiunge, «il nostro obiettivo è completare l'immunizzazione entro l'autunno, ma dobbiamo fare sessantamila somministrazioni al giorno, e a oggi non abbiamo i quantitativi necessari». Come se non avesse appena ascoltato le parole del capo del governo, De Luca dice che in Campania «ci stiamo muovendo sulla linea indicata da Draghi: se non abbiamo risposte dall'Ue, andremo avanti anche da soli per la parte aggiuntiva». E chiude promettendo generosità: «Noi investiamo risorse della Regione. Ma, una volta coperte le esigenze dei nostri concittadini, metteremo a disposizione di tutto il Paese la quantità restante. Intendiamo muoverci in un contesto di solidarietà nazionale».

Michele Serra su Repubblica commenta l’annuncio di Vincenzo De Luca:

«Darei non so che cosa per vedere la faccia di Draghi (compreso il sonoro) quando ha saputo che il presidente della Campania, De Luca, ha comperato a Mosca tot dosi di vaccino russo, di sua iniziativa. Non si sa se le abbia ordinate su Amazon. (…) In ogni modo, come si usa dire, l'importante è la salute. Auguriamo dunque alla variegata compagine delle Regioni italiane (i cui presidenti, non si sa perché, si fregiano del titolo onorifico di governatore) un successo univoco ed esteso, sia esso dovuto a punture russe, inglesi, americane, cubane, presto anche italiane, per gli amanti del nazional-popolare. Per il turismo in crisi, lancio l'idea di un vax-tour nelle diverse Regioni italiane, scegliendo dove e come pungersi a seconda delle preferenze, beninteso in abbinamento con musei e gastronomia. Straordinaria la varietà di proposte del nostro territorio: sartù di riso, vaccino russo e ceramiche di Capodimonte a Napoli, a Milano Pfizer Day, design e finger food, a Bologna tortellini, gita sui colli e AstraZeneca delle Coop. Siamo un Paese meraviglioso.». 

LETTA MANNARO ANCHE NEI SONDAGGI

Corre ancora Enrico Letta e dopo aver visto Conte, Speranza e Calenda, incontra le Sardine e annuncia che dovrà incontrare Matteo Renzi.  

«Non si ferma Enrico Letta. E neanche si risparmia qualche soddisfazione. Quando a metà pomeriggio Italia viva diffonde una nota a dir poco singolare - «Per il momento non ci sono stati contatti tra Letta e Renzi: il segretario del Pd ha evitato di chiamare il leader di Iv che però fa sapere di non avere alcun problema sulla questione » - al Nazareno si sciolgono in un sorriso. «Per la verità Enrico non ha sentito neanche Bonelli e Fratoianni», sibilano. Ovvero i Verdi e Sinistra italiana che in quanto a percentuali, è il perfido sottinteso, stanno su per giù ai livelli del partito guidato dal senatore di Rignano. Probabilmente indispettivo dall'agenda lettiana: il "carissimo nemico" non solo ha già incontrato Conte, Speranza e Calenda, partner privilegiati del nuovo Ulivo che ha in mente, ma al mattino si è pure intrattenuto per oltre due ore con le Sardine e nel pomeriggio con gli iscritti della sua sezione di Testaccio, mentre oggi sbarcherà virtualmente a casa di Renzi, collegato in streaming con i segretari di tutti i circoli fiorentini. Una sfida diretta all'ex segretario che lo sfrattò da palazzo Chigi, lanciata senza avergli neppure fissato un appuntamento. Questo non significa che il faccia a faccia non ci sarà, prima o poi. «Lo incontrerò e parleremo di che tipo di futuro costruire per la sinistra», spiega a sera Letta, ospite a Otto e mezzo. Con un'avvertenza, però: «Noi vogliamo costruire un'alleanza di centrosinistra con i 5S, con cui abbiamo governato bene», perché «se andiamo soli, noi regaliamo l'Italia a Salvini e Meloni». Perciò, insiste, «dobbiamo fare una coalizione con chi ci è più vicino, un'alleanza tra partiti che si rispettano, ma con l'ambizione di avere la leadership. Poi individueremo la modalità per decidere il candidato premier, e dipenderà anche dalla legge elettorale». È «più determinato» che mai, Letta. «Ho imparato tante cose», risponde a Lilli Gruber che lo stuzzica sulla sua inedita cattiveria».

Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera offre il suo sondaggio di fine mese sull’andamento dei partiti e dei leader. Oggi la notizia è che PD e 5Stelle crescono. Letta e Conte sono due leader che piacciono ai rispettivi bacini di elettori. Il centrodestra resta stabile. Interessante nell’analisi di Pagnoncelli è il paradosso di Conte: con lui alla leadership, il Movimento si riprende e cresce mentre lui perde personalmente consenso. Non c’è più il Conte Dracula che succhia i voti del PD. Ha avuto ragione Grillo?

 «Alcune considerazioni riguardanti il Pd e il M5S. Dopo le inattese dimissioni di Zingaretti si apre una stagione nuova per il Pd: le prime decisioni del neosegretario Letta in termini di identità e nuove proposte, come pure le scelte riguardanti i vice, la segreteria e il cambio dei capigruppo sembrano rappresentare elementi di discontinuità, tuttavia la crescita di consensi sembra premiare più il segretario che il partito, quasi a significare che permane una sospensione di giudizio in attesa di verificare se alle intenzioni dichiarate seguiranno i fatti. Far ritornare al voto gli elettori delusi che hanno voltato le spalle al partito richiede tempo, soprattutto per vincere lo scetticismo nei confronti di una forza politica che appare molto divisa e ha cambiato 8 segretari nei suoi 13 anni di vita. Da ultimo il M5S. La prospettiva che l'ex premier possa assumere la leadership del Movimento determina una crescita negli orientamenti di voto e contemporaneamente un calo di consensi per Conte. La contraddizione è solo apparente: infatti, se da un lato puntare su di lui alimenta l'aspettativa di ricomporre le profonde divisioni interne e sembra attrarre nuovi elettori, dall'altro l'avvicinamento di Conte al M5S gli aliena una parte dell'apprezzamento precedentemente acquisito presso coloro che ne apprezzavano il profilo istituzionale. Insomma, più Conte assume un ruolo politico e più rischia di perdere consenso personale perché si trasforma in avversario». 

GRILLO APPARE FRA I SUOI CON CINGOLANI

L’Elevato è apparso. Ha convocato i parlamentari in un’Assemblea congiunta, facendosi, nel pomeriggio, trovare a fianco il neo ministro della Transizione Ecologica Cingolani. Luca De Carolis sul Fatto racconta la paradossale riunione, in cui Grillo torna ad essere padre-padrone del Movimento.

«Il Garante appare sullo schermo brandendo il simulacro di un cervello, perché innanzitutto è un teatrante. "Il pianeta sta morendo". Ma il Beppe Grillo che in un venerdì pomeriggio indottrina via Web i parlamentari del M5S, convocati in assemblea congiunta, è soprattutto un paradosso. Ragiona di futuro, di 2050, di transizione ecologica ma ai suoi parla come faceva tanto tempo fa, quando ostentava il ruolo di padre-padrone del Movimento. "Io sono l'Elevato, voi dei miracolati, vi ho preso che eravate nulla" ride, per dissimulare la botta. "Studiate, siate preparati" esorta. "Per un po' basta con i talk show, con le trasmissioni pollaio" ribadisce, ed è ancora repertorio dei vecchi tempi, del 2013 o giù di lì. "Ci tratta da ragazzini" borbotta qualche 5Stelle. Ma il pomeriggio si dilata, quasi esplode. Perché Grillo dapprima pare aprire alla cancellazione del vincolo dei due mandati: "Non tutti son soddisfatti e resteranno, due mandati, un mandato ma dobbiamo andare avanti e al 2050". Parole che colpiscono, tutti. Forse qualcuno glielo fa notare. E allora il fondatore (ri)chiude: "I due mandati sono un pilastro fisso, l'ho detto anche a Giuseppe Conte". E la carezza - "non abbandoneremo chi è al secondo mandato" - non placa i mal di pancia: diffusi, evidenti. Figurarsi quando il fondatore ventila un'intesa con Davide Casaleggio: "Con Rousseau credo che troveremo un accordo per cambiare lo Statuto, ci siederemo per capire". E altro che causa. Ergo, l'opposto di ciò che reclamano tanti big e moltissimi parlamentari, i "miracolati". Ma a Grillo di sigle e bandiere non interessa più granché. "Sogno che tutti i partiti si mescolino" declama. "Dobbiamo diventare meticci - insiste - far sì che gli altri parlino dei nostri temi". Parole da Elevato. Anche se ora ci sarebbe anche un "Supremo", sempre per dirla come lui. Cioè il tecnico che Grillo ha voluto come ministro proprio alla Transizione ecologica, quel Roberto Cingolani che i post del M5S avevano celebrato il quinto ministro del Movimento, anche se lui di certo non è un grillino. Però è proprio Cingolani a introdurre l'assemblea telematica. Ufficialmente convocata per "la presentazione del corso a cura del professore Marco Morosini sulla transizione ecologica". (…) Però gli eletti notano soprattutto il Grillo che loda, ancora, Draghi: "Non è un banchiere senza sentimenti, è uno che vede la povertà. Ha mantenuto la parola sulla transizione e sul reddito di cittadinanza". E d'altronde "il reddito universale sarà la mia battaglia finale" giura il Garante. Il resto, cioè quasi tutto, lo dovrà fare il capo prossimo venturo, Giuseppe Conte. "Conte è meraviglioso, il futuro è con lui e con il centrosinistra. È una grande occasione" celebra Grillo».

CALA LA POPOLAZIONE, COME SE FOSSE SCOMPARSA FIRENZE

Avvenire dedica spazio all’ultima rilevazione dell’Istat sul bilancio fra morti e nascite, che ha fatto segnare un triste record: la popolazione italiana è diminuita di quasi 400 mila unità. Come se fosse sparita una città come Firenze. Scrive Fulvio Fulvi.

«Solo 404mila nati nel 2020, oltre 746mila decessi nell'anno del Covid. Mai così tante vittime dal 1945 Si conferma l'inverno demografico in atto, con dati mai visti dai tempi dell'Unità d'Italia nel 1861 In soli dodici mesi quasi 16mila nascite in meno, 112mila decessi in più, matrimoni e movimenti migratori in forte calo. Al 31 dicembre 2020 la popolazione residente in Italia è diminuita di circa 384mila unità rispetto all'inizio dello stesso anno. È come se una città della grandezza di Firenze fosse stata cancellata dalla cartina geografica della Penisola. Il declino demografico in atto dal 2015 nel nostro Paese, con una significativa riduzione delle nascite - sono state nell'anno in cui è scoppiata la pandemia 404.104 - che perdura da circa trent' anni, sembra dunque inarrestabile anche se è stato il diffondersi del Covid-19, questa volta, ad accelerare la discesa della curva verso minimi storici. Le cifre diffuse ieri dal rapporto dell'Istat, parlano chiaro: alla fine dell'anno scorso i cittadini italiani erano 59 milioni e 257mila, cioè lo 0,6% in meno del 2019, mentre la quota in negativo dei nuovi nati su base annua è stata del 3,8%.».

Alessandro Rosina, ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano, scrive un pezzo magistrale sul Sole 24 Ore – unico quotidiano stamattina ad aprire su questo tema – nel quale sottolinea come il crollo della popolazione italiana e la mancata crescita siano la grande questione politica rimossa dell’Italia. (Con l’occasione segnaliamo che oggi pomeriggio dalle 14,30 ci sarà on line il Festival per la Giornata della vita nascente, con tanti ospiti presentati da Beatrice Fazi). Ecco Rosina:

«È dalla recessione del 2008, arrivando fino all'impatto della pandemia, che collezioniamo record negativi per la demografia del nostro Paese. Siamo scesi al livello più basso di nascite di sempre; abbiamo più che dimezzato il livello del baby boom; per la prima volta la popolazione è in declino; siamo entrati in fase di continua riduzione delle potenziali madri e delle fasce centrali lavorative. È, allora, forse arrivato il tempo di chiedersi perché questo grande tema continuiamo ad affrontarlo con toni di forte preoccupazione quando vengono pubblicati ogni anno nuovi dati negativi, per poi lasciarlo scivolare ai margini del dibattito pubblico e dell'azione politica. È diventata la grande questione rimossa del nostro Paese. (…) Esiste però un'ultima possibilità per scongiurare lo scenario peggiore, che può arrivare dalla combinazione dell'azione di Next Generation Eu e Family act, ovvero tra un solido piano di investimento sulle opportunità formative e professionali delle nuove generazioni integrato con politiche familiari di sostegno e promozione delle scelte di vita che impegnano positivamente verso il futuro. Ma è una scommessa che parte già persa se il Pnrr (il Recovery Plan ndr) non mette la questione demografica al centro delle sfide del Paese, e se il primo passo del Family act - l'assegno unico e universale, rimasto in lunga attesa al Senato - parte tardi rispetto agli effetti prodotti dalla crisi e si limita a riordinare le misure esistenti senza produrre una differenza sostanziale per le famiglie con figli di un ceto medio sempre più vulnerabile».

Elsa Fornero, economista e già ministra con Monti, interviene su La Stampa e suggerisce due misure immediate: aiutare la scuola e sostenere la famiglia con l’assegno unico.

«Occorre il coraggio di capovolgere l'approccio e di favorire ciò che può rendere meno fragile il futuro. La scuola, anzitutto. Da quanto tempo l'Italia non ha un governo per cui la scuola è, in modo visibile e misurabile, una vera priorità? Eppure sappiamo tutti che nei confronti internazionali dei risultati scolastici, ci collochiamo spesso in posizioni che certo non fanno onore al Paese di Dante. Conosciamo il problema della dispersione scolastica ed è angosciante pensare all'ulteriore peggioramento indotto dal Covid. Sappiamo di avere una percentuale di laureati tra le più basse in Europa e anche che i nostri laureati fanno più fatica di altri a trovare un lavoro. Eppure nella destinazione della spesa pubblica la scuola viene sempre dopo. Occorre poi una vera politica per la famiglia. Bene ha fatto il precedente governo a introdurre l'assegno unico per i figli (merito alla Ministra Bonetti!) e speriamo che non ci siano ritardi nella sua applicazione. Adesso però bisogna procedere speditamente, con servizi per l'infanzia, organizzazione di cure per le persone fragili, aiuti alle madri che lavorano, tassazione alleggerita del lavoro della donna, affinché esso non sia sempre il primo sacrificabile, così che due redditi consentano a una famiglia di guardare al futuro con una certa serenità. Misure concrete non sogni ad occhi aperti con le quali la demografia, e con essa l'economia, non torneranno subito «virtuose» ma potranno almeno arrestare il declino».  

IL PAPA SUL SAGRATO DI SAN PIETRO

È passato un anno da quella scena indimenticabile. Il Papa da solo, davanti alla Basilica, nella Roma resa deserta dalla pandemia e dal lockdown. A distanza di dodici mesi Francesco torna a riflettere su quel gesto e lo fa in un’intervista di Lucio Adrián Ruiz, doppia paginata sull’Avvenire di oggi, tutta da leggere, contenuta in un libro ora in vendita. Ruiz è un monsignore del dicastero vaticano della comunicazione. Ecco solo lo spunto iniziale del colloquio.

«Si raccoglie in silenzio e guarda le immagini del 27 marzo rivivendo quanto accaduto in quel venerdì di Quaresima. Ripercorrere le tappe della Statio Orbis celebrata nella Piazza San Pietro vuota, sotto la pioggia, con le preghiere interrotte dal suono delle sirene, è per lui un'esperienza che va oltre il semplice ricordo. Nel suo volto riaffiora l'atteggiamento di preghiera. G li chiediamo che cosa ha provato mentre, in silenzio, saliva verso il sagrato della Basilica: «Camminavo così, da solo, pensando alla solitudine di tanta gente... un pensiero inclusivo, un pensiero con la testa e con il cuore, insieme... Sentivo tutto questo e camminavo...». Il mondo guardava al Vescovo di Roma, e pregava con lui, in silenzio».