Aspettando l'Ema

L'Ente europeo si pronuncia su AstraZeneca. Poi i governi decideranno. Stamattina parla Draghi. Farmacisti in campo. Ieri ha parlato Biden accusando Putin di essere un killer. Il Papa in ginocchio

Nel giorno della memoria delle vittime italiane per Covid, c’è grande attesa per la decisione dell’Ema sulla sicurezza del vaccino AstraZeneca. Ascoltate le indicazioni dell’ente europeo, i Governi dovranno decidere se e come revocare la sospensione del vaccino inglese e ricominciare a distribuirlo. Draghi dovrebbe parlare stamattina da Bergamo, dove c’è una commemorazione. Sicuramente sul tavolo dei capi di Stato e di Governo del nostro continente c’è un piano B. Vedremo che cosa accade. Certo la cosiddetta “esitazione” vaccinale dei cittadini va messa in conto. Un calcolo astratto sul rapporto rischi/benefici non conforta, anche se è corretto dal punto di vista scientifico. Come dice Paolo Giordano sul Corriere della Sera stamattina, c’è un obiettivo vicino: vaccinate le fasce dei più fragili, gli anziani e i più esposti per altre patologie, cominceranno a scendere i numeri dei decessi e dei ricoveri in terapia intensiva. Quello è l’inizio dell’uscita dal tunnel. Per questo l’atteggiamento di molte Regioni, che stanno andando in ordine sparso nella griglia delle precedenze (è vero, ad esempio, che la Toscana sta vaccinando di più il personale addetto alla giustizia che gli anziani?) può essere davvero molto dannoso. Dunque, se si riparte, oltre a organizzare la somministrazione nelle farmacie e in altri punti, andrà uniformato il comportamento delle Regioni.  

Una “tregua” sul tema Covid arriva dritta dagli Stati Uniti, perché in un’intervista il Presidente Joe Biden ha attaccato frontalmente il presidente russo Putin. Riportiamo le opinioni opposte di Foglio e Manifesto, per farci una prima idea. In molti e non solo i (tanti) nostalgici italiani di Trump stamattina ragionano: non è che Biden sarà un guerrafondaio, ancor più del vecchio Donald? Vedremo. Ci sono due aspetti però ampiamente previsti e prevedibili. Di cui c’è poco da stupirsi. Primo: il nuovo Presidente Usa chiude la fase dell’amicizia con Putin (e con la Cina). Non passa e non passerà sopra il tentativo di avvelenamento dell’oppositore politico Navalny. È chiaro. Secondo: il gioco sporco degli hacker, sia russi che cinesi, e i tentativi di ingerenza interna nelle elezioni americane, che hanno inventato e costruito la falsa storia dei brogli (un tema carissimo anche ai nostri dietrologi sovranisti) devono avere uno stop. Con l’assalto a Capitol Hill è stata messa in discussione e in pericolo la più grande democrazia mondiale. O il sistema reagisce, o finisce. Purtroppo in questo momento nel mondo, non è certo il dialogo a prevalere. L’unico leader mondiale sintonizzato sul confronto e sulla persuasione è Papa Francesco. Ieri nell’udienza del Mercoledì, ha detto una cosa bellissima, sull’esempio della suora la cui immagine davanti ai militari del colpo di Stato ha fatto il giro del mondo: mi inginocchio per il Myanmar. Per la politica italiana, si segnala la scelta di Letta di due vicesegretari del Pd: Tinagli e Provenzano, e un’interessante intervista di Bersani, che rilancia un’alleanza di centro sinistra. Vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

L’attacco “a freddo” (copyright Il Manifesto) di Biden a Putin impedisce una nuova sfilza di titoli concentrati solo sui vaccini e sull’imminente decisione dell’Ema. Anche se sono pochi quelli che privilegiano la politica estera. Lo fa il Corriere della Sera: Sfida di Biden a Putin. Mentre il Manifesto onora la sua capacità di fare giochi di parole, alludendo alla nuova “guerra fredda” Usa-Russia: Guerra a freddo. Il Mattino apre le danze sul caso AstraZeneca: Ue, la guerra di AstraZeneca. Mentre la Repubblica dà in qualche modo per scontato un via libera europeo, anche se a qualche condizione: Vaccinazioni, si riparte. «Ma ora più controlli». La Stampa propone il tutto in salsa italiana: Draghi schiera i farmacisti: «Potranno fare i vaccini». Il Giornale anticipa il fatto che il Presidente del Consiglio dovrebbe pronunciarsi stamattina: Parla Draghi: vaccinatevi tutti. Vanno sul possibile passaporto vaccinale europeo l’Avvenire: Un pass per tornare a viaggiare e il Quotidiano nazionale: Senza passaporto Covid niente viaggi. Il Fatto spulcia nella lista dei membri del nuovo Comitato tecnico scientifico, dove la presenza di un bislacco esperto statistico fa discutere: Infiltrati di Salvini nel Cts dei Migliori. Contro l’Europa La Verità: La Germania si fa i vaccini. A noi lascia solo Speranza. E Libero: La Ue pensa al clima, non a battere il virus. Il Domani insiste su una linea pro-vaccini: Le trombosi rare tra i vaccinati. Ecco cosa sappiamo davvero. Sui temi economici, Il Messaggero propone un’intervista al Ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire, che oggi sarà a Roma: «Cambiamo il patto di stabilità». Mentre Il Sole 24 Ore va sulla linea della politica monetaria americana: Powell (Fed): tassi fermi fino al 2024. L’economia americana mette il turbo. Altro che “Sleepy Joe”.

OGGI IL VERDETTO DELL’EMA

La commissaria Ue, cioè noi diremmo la ministra europea alla Salute Kyriakides ha radunato ieri un gruppetto di giornalisti delle maggiori testate europee per parlare del caso AstraZeneca e della decisione, attesa per oggi, dell’Ema. Per l’Italia parla dalle colonne del Corriere della Sera.   

«La fiducia risiede nel credere nella scienza. Dobbiamo mandare il messaggio corretto e combattere ogni esitazione nei confronti dei vaccini». La commissaria Ue alla Salute Stella Kyriakides parla alla vigilia della decisione dell'Ema sul vaccino AstraZeneca. L'Agenzia europea per i medicinali oggi formulerà il suo parere in seguito alle segnalazioni di alcuni casi tromboembolici insorti dopo la somministrazione del siero, che hanno portato una quindicina di Stati Ue, tra cui l'Italia, a sospendere in via precauzionale il vaccino. (…) La Commissione è rimasta sorpresa dalla decisione di alcuni Stati di sospendere la somministrazione del vaccino AstraZeneca? «L'Ema sta facendo le sue indagini. Alcuni Stati membri hanno deciso in via precauzionale di sospendere l'uso del vaccino AstraZeneca sino all'opinione finale di domani (oggi, ndr). Dobbiamo aspettare la valutazione scientifica finale e poi dovremo essere molto chiari nella comunicazione. Se l'esito sarà che il vaccino è sicuro e si può usare dobbiamo affrontare la questione della fiducia dei cittadini e possiamo farlo in modo efficace se gli esperti nazionali e l'Ema avranno una voce comune». Avete discusso dei danni alla fiducia nei confronti dei vaccini prodotti dal caso AstraZeneca? «Aspettiamo il parere dell'Ema, noi siamo per la scienza. Penso sia stato corretto optare per l'autorizzazione condizionata dell'immissione in commercio dei vaccini che passa dall'Ema, ci ha permesso di rilevare tutti gli incidenti. I cittadini stanno seguendo questo processo da vicino, sanno che non abbiamo preso scorciatoie sulla sicurezza. Solo la trasparenza può ricostruire la fiducia nei vaccini». (…) Sui vaccini ci sono ancora elementi di incertezza. Questo che impatto avrà sul certificato verde digitale? «Ci sono ancora molte cose che non sappiamo sul Covid. La durata dell'immunità è ancora sotto indagine. La scienza si evolve continuamente: il certificato verde digitale sarà semplice e flessibile per poterlo aggiornare. Potrà confermare che il possessore è stato vaccinato, o dire se ha un test negativo valido o se è guarito dal Covid». Von der Leyen ha annunciato una stretta sull'export di vaccini verso la Gran Bretagna ma Pfizer-BioNTech ha sempre rispettato i contratti. È un modo leale di reagire? «Abbiamo creato il meccanismo per l'autorizzazione all'export extra Ue dei vaccini anti Covid sei settimane fa. Questo strumento ci ha dato importanti informazioni sui movimenti delle dosi dall'Ue. Abbiamo bisogno di trasparenza. Stiamo riflettendo su come procedere. Abbiamo contratti sicuri e quattro vaccini autorizzati. Con BioNTech-Pfizer abbiamo un'ottima collaborazione e abbiamo avuto buone forniture, mentre con AstraZeneca ci sono stati diversi problemi».

Su Repubblica Tommaso Ciriaco fa capire che il nostro Governo si sta preparando a diversi scenari. Si mette in conto che l’Ema potrebbe anche dare oggi un via libera “parziale”, rispondendo alle preoccupazioni dei governi europei che hanno portato alla sospensione di AstraZeneca. La speranza è che vengano forniti dati certi e comunicazioni chiare ai cittadini europei.  

«Il primo passo è atteso già oggi, nel caso in cui l'agenzia del farmaco continentale dovesse autorizzare AstraZeneca. Ci lavora Draghi, al pari di Macron e Sanchez. L'idea è far ripartire con identica tempistica la somministrazione di quel vaccino. La seconda mossa mira a tradurre eventuali paletti dell'Ema in regole-fotocopia a livello dei singoli Stati nazionali. Se alcune categorie dovessero essere indicate come potenzialmente più a rischio con il vaccino anglosvedese, sarebbe opportuno - almeno questa è la speranza dell'esecutivo italiano, supportato da altri partner - gestire all'unisono le decisioni successive. E se ad esempio si dovesse rendere necessaria l'esclusione di alcune circoscritte fasce di popolazione dalla campagna di Astrazeneca, sarebbe utile farlo tutti insieme e con gli stessi parametri. È l'unico modo, a questo punto, per diradare le ombre e inviare un messaggio rassicurante e «unitario» alle opinioni pubbliche dei Ventisette. Lo sforzo è gigantesco, complesso. Ed è, purtroppo, confuso. (…) Roberto Speranza sente tra gli altri l'omologo tedesco Spahn. Anche Berlino sembra orientata a ripartire subito con le vaccinazioni, a patto che arrivi il via libera dell'Agenzia Ue e che si comunichino tutti i dati con trasparenza e linguaggio semplice, dunque comprensibile ai cittadini».

Su La Stampa Paolo Magri dell’Ispi viene ascoltato sul tema della lotta strategica mondiale che si sta consumando sui vaccini.

«Professor Magri, cosa sta succedendo sui vaccini? «C'è certamente un acceso confronto dove tutto è lecito: dalle accuse reciproche, alla propaganda, ai blocchi all'export. Per triste che possa apparire, ci dovremmo stupire del contrario: dai vaccini dipendono la salute, l'economia, e gli esiti elettorali di buona parte dei Paesi del mondo. E, sempre sui vaccini, si gioca anche la partita fra Russia, Stati Uniti, Cina e Europa. Una partita iniziata da tempo ma che può essere ridisegnata dal grande gioco sui vaccini». È il più grande affare di sempre per le industrie farmaceutiche, in gioco ci sono tra i 120 e i 150 miliardi di dollari di ricavi. Secondo alcuni analisti dietro lo stop di AstraZeneca ci sarebbe una feroce lotta per accaparrarsi il mercato europeo. Che ne pensa? «Se fosse provato sarebbe grave e surreale. Grave per lo stop alla campagna nei Paesi Ue. Surreale perché stiamo vivendo in un periodo di scarsità dei vaccini, non una fase di eccesso. Boicottare un avversario senza poterlo rimpiazzare sarebbe surreale oltre che grave». In Italia si è prestata molto attenzione ai casi di morte sospette dopo la somministrazione del vaccino. All'estero? «Se ne parla ma con toni nettamente più soffusi. Anche negli Usa dove a oggi i decessi dopo la vaccinazione sono 1.913 si tratta comunque dello 0,0018% rispetto alle 109 milioni di dosi somministrate. Certo si può anche immaginare che un ruolo simile l'abbia giocato la politica. Da noi abbiamo sospeso solo AstraZeneca, britannico, e non Pfizer, statunitense, che pure riportava un numero simile di reazioni avverse». Una dose di AstraZeneca costa 2,80 euro, Pfizer circa 16. Non è che la sfida commerciale si è scatenata per questo? «Se fosse confermata la guerra commerciale e fosse ispirata anche da una competizione impropria tra prodotti con prezzi diversi sarebbe ancor più grave. Dubito, però, sia così perché ogni società ha già firmato contratti per miliardi di dosi con i Paesi acquirenti concordando i prezzi: il problema principale è il mancato rispetto dei contratti firmati». A proposito di contratti, Von der Leyen chiede «reciprocità» alla Gran Bretagna. «Mi sembra il minimo. Ma c'è un aspetto da chiarire, per tutti: qual è il senso di esportare milioni di dosi verso un Paese, per poi chiedere allo stesso Paese di esportare milioni di dosi verso l'Europa?». Fatto sta che Londra non ha mai interrotto la somministrazione di AstraZeneca. «La Gran Bretagna ha tenuto la barra dritta nel somministrare i vaccini, nonostante i casi domestici di reazioni avverse al vaccino. Dietro c'è certamente anche la difesa di un "brevetto inglese", ma ci vedrei soprattutto la volontà di tornare alla normalità prima di tutti gli altri Paesi europei, per sottolineare il modello vincente dell'autonomia post-Brexit». (…) Crede sia giusto aver appaltato tutto alle case farmaceutiche private durante la più grande pandemia della storia? «Beh. Chi altro poteva sviluppare vaccini e produrli in piena emergenza se non le imprese farmaceutiche? Altra questione, è se sia corretto lasciar totalmente in mano privata la gestione delle pandemie che si ripresentassero post Covid. In questa valutazione rientra anche una revisione della normativa sui brevetti o quantomeno l'individuazione di meccanismi di deroga più rapidi e percorribili di quelli già attualmente previsti».

C’è un punto di critica al nostro Governo, che oggi avanza Maurizio Belpietro su La Verità (difficile trovare questo argomento nell’altro giornale di opposizione, Il Fatto di Travaglio, che ha un pregiudizio pro Conte e pro Arcuri) e che meriterebbe di essere approfondito. Perché l’Italia ha scelto fra settembre e ottobre AstraZeneca come il vaccino su cui puntare? Al punto che viene fabbricato a Pomezia, pur essendo inglese e di un’Inghilterra fuori dalla Ue? Pesò forse nella scelta l’investimento strategico e finanziario che su di esso fece Trump (e che Biden ha ignorato poi completamente, al punto che in Usa AstraZeneca non è oggi distribuito)? Ancora oggi il vaccino sospeso in mezza Europa rappresenta un quarto del nostro intero Piano Vaccini… Ecco che cosa scrive Belpietro.

«La spiegazione della scelta di Astrazeneca (da parte del Governo italiano ndr) sta nella lentezza delle istituzioni europee, ma anche nella impreparazione e, perfino, nell'ingenuità di quelle italiane. Il ministro del governo Draghi, ma che per oltre un anno lo è stato del governo Conte, dice di aver telefonato all'amico Jens Spahn, con cui ha un filo diretto. Ma l'uomo con cui si è coordinato nel maggio dello scorso anno forse si è dimenticato di dirgli che - mentre trattava con lui per scegliere un vaccino europeo - stava comprando 30 milioni di dosi dalla Pfizer. Ebbene sì, mentre Speranza lavorava insieme al collega «per dare un vaccino all'intera Ue», la Germania comprava le dosi dal concorrente di Astrazeneca. Tuttavia non c'è solo questo fatto a spiegare l'insostenibilità della posizione dell'uomo che dovrebbe curarsi degli italiani. Sono sempre i tedeschi, quindi Spahn, che, a seguito del decesso di alcune persone, decidono di sospendere l'utilizzo del vaccino del gruppo anglo-svedese. Nessuno ha appurato un nesso tra le morti e il farmaco dell'azienda, ma i tedeschi non ci pensano due volte e, anzi, convincono anche gli altri Paesi a fare altrettanto. In particolare l'Italia. È lo stesso Speranza a rivelarlo. Blocchiamo tutto dopo Berlino. Se prima si diceva ce lo chiede l'Europa, ora - grazie ai rapporti amichevoli fra i ministri - ce lo chiede la Germania. C'è un piccolo problema: mentre noi grazie all'ex assessore all'urbanistica di Potenza inseguivamo il sogno del vaccino europeo e sceglievamo il più promettente, cioè Astrazeneca, fidandoci di Ursula von der Leyen, i tedeschi oltre a comprare 30 milioni di dosi Pfizer, puntavano sul vaccino Curevac, facendo, alla faccia nostra, i loro affari». 

VACCINI, LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL

Paolo Giordano, lo scrittore del best seller La solitudine dei numeri primi, è stato forse uno degli osservatori più attenti e commentatori più interessanti in questo anno di pandemia. Anche perché ha una cultura scientifica, è un docente di Fisica teorica, in un ambiente dove la cultura umanistica e giuridica abbondano ma spesso manca l’attenzione giusta alla scienza e alla tecnica. Il suo paginone di oggi sul Corriere della Sera cerca di ragionare in modo obiettivo sulla questione della sicurezza e dell’opportunità dei vaccini. Criticando i due estremismi: i talebani della vaccinazione di massa da una parte e i No Vax dall’altra. Ne cito la coda perché tocca un punto fondamentale. C’è un traguardo relativamente vicino: con la vaccinazione dei più deboli e fragili, il numero dei morti comincerà a scendere e quello sarà l’inizio dell’uscita dal tunnel.   

«Esiste una tappa intermedia molto vicina, già in vista, passata la quale la nostra situazione sarà sostanzialmente diversa. Da qualche parte intorno all'ottanta per cento della popolazione vulnerabile vaccinata - della popolazione vulnerabile soltanto -, la curva dei contagi e quelle di ospedalizzazioni e decessi si disaccoppiano. Ovvero: da quel momento in poi, a una crescita anche rapida dei contagi non consegue più una crescita implacabile, qualche settimana dopo, delle terapie intensive e dei morti. Gli ospedali non saranno più minacciati e i decessi crolleranno. Vaccinata quella percentuale di persone fragili avremo spezzato la linea temporale che ci tiene in scacco da un anno e potremo permetterci perfino un po' di circolazione virale in più (che, paradossalmente, contribuirà ad accelerare l'immunizzazione collettiva). Tuttavia, oltre quella tappa fondamentale, il Covid esisterà ancora e sarà lo stesso di prima, con la sua percentuale di casi gravi e di decessi anche tra i non vulnerabili, con i suoi strascichi lunghi di spossatezza. Ci saranno ancora focolai. Sarà possibile, per molti mesi e a meno di non essere personalmente vaccinati, prendersi la malattia. La scelta, in questi termini, diventa ben posta e tutto sommato semplice, perché non riguarda più la comunità ma soltanto me: preferisco rischiare il Covid o «rischiare» il vaccino, qualsiasi cosa queste espressioni suscitino nella mia mente? La scienza e i dati non lasciano dubbi al riguardo, ma può darsi che i dubbi restino comunque. La mente umana è fatta così, valuta i pericoli a modo suo. Se i dubbi restano, vanno fugati, con pazienza e disponibilità all'ascolto. Vediamo di farlo con tutte le energie, affinché si disaccoppino al più presto le curve del contagio, ma senza disaccoppiarci noi, prima, dai timori delle persone. Perché, se accade, avremo perso tutti.».

18 MARZO, IN MEMORIA DELLE VITTIME

Un anno fa morirono 2.978 persone in un solo giorno. Così è stata approvata la legge che istituisce proprio per il 18 marzo di ogni anno la Giornata nazionale in memoria delle vittime da Covid. La legge prevede un minuto di silenzio nazionale, una programmazione speciale della Rai, iniziative didattiche nelle scuole. Oggi Mario Draghi, per la prima volta in cui avverrà la celebrazione, sarà a Bergamo, la città simbolo. Marco Galluzzo sul Corriere.

«Sarà un momento solenne, di raccoglimento, ma anche di commozione e ricordo di una fase drammatica del nostro Paese, che finora ha visto oltre 100 mila vittime, la cerimonia che stamane si svolgerà a Bergamo, al Cimitero monumentale, alla quale parteciperà anche il presidente del Consiglio Mario Draghi. Sarà anche la prima celebrazione della Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid, appena approvata in Parlamento, per la quale Palazzo Chigi ha disposto l'esposizione a mezz' asta delle bandiere nazionale ed europea in tutti gli edifici pubblici del Paese. Il capo del governo deporrà una corona di fiori ai piedi della lapide in memoria delle vittime della pandemia, mentre una voce fuori campo leggerà il testo della poesia incisa sulla lapide, scritta da Ernesto Olivero, fondatore del Sermig (Servizio missionario Giovani). (…) Il discorso di Draghi sarà breve, sicuramente un ricordo delle immagini e delle cronache drammatiche che un anno fa fecero del bergamasco l'epicentro della prima ondata del Covid in Italia, ma sarà anche improntato alla speranza, alla necessità di uscire presto dal tunnel grazie alla campagna di vaccinazione, nonostante le difficoltà di questi giorni e la sospensione cautelativa del vaccino AstraZeneca».

LETTA NOMINA DUE VICE: TINAGLI E PROVENZANO

La politica. Enrico Letta ha stoppato la candidatura dell’ex ministro dell’Economia Gualtieri a sindaco di Roma. La sua idea, che pare veda d’accordo Calenda, è insistere con Nicola Zingaretti perché si candidi lui. Intanto il nuovo segretario ha nominato due vice: Irene Tinagli e Peppe Provenzano, entrambi economisti, stimati nel partito. Maria Teresa Meli sul Corriere:

«Nicola Zingaretti, al momento, è il candidato sindaco del Partito democratico più accreditato. Volente o nolente. Del resto lo stesso governatore del Lazio, sempre attento a non dire una parola di troppo, in un'intervista a Oggi, quando provocatoriamente gli è stato chiesto se dopo l'ospitata da Barbara D'Urso andrà all'Isola dei famosi, ha replicato: «È più facile che diventi sindaco di Roma». Già perché quella è l'ipotesi in campo. E persino Carlo Calenda potrebbe fare un passo indietro se Nicola Zingaretti si candidasse e il centrosinistra avesse chance per vincere nella Capitale. Lo ha lasciato intendere lo stesso leader di Azione a Enrico Letta, che cercava di capire quali fossero le sue intenzioni: «Se ragioniamo insieme c'è ancora la possibilità di un candidato unitario. Del resto, sono stato io il primo a chiedere a Zingaretti se avesse in animo di scendere in campo». Letta non intende mettere in imbarazzo il suo predecessore: il rapporto tra i due è strettissimo in questa fase. Ma anche il leader del Pd sa che solo con Zingaretti il centrosinistra avrebbe veramente delle possibilità di vittoria su un centrodestra che alla fine, al di là delle smentite delle ultime ore, metterà in campo Guido Bertolaso.».

Importante intervista di Pierluigi Bersani a Luciano Nigro di Repubblica, in cui il leader di Articolo Uno risponde alla proposta di Letta di tornare insieme nel Pd casa comune... Bersani propone di allargare il campo, di aprire un cantiere dove il Pd non sia più il padrone di casa ma un inquilino di rilievo.  

«Bersani propone un’altra via. Chiede di rifare daccapo il centrosinistra. «Prendiamola da fuori - dice - usciamo dalla solita cerchia, apriamoci al mondo esterno, se vogliamo vincere. Perché ora, ne sono convinto, si può vincere». Da domenica scorsa ha ancora senso per lei stare da un'altra parte? «Il tassista poco fa mi ha detto: Bersani faccia pochi arzigogoli e torni a casa. Già. Ma a chi servirebbe una fusione di vertice? Non possiamo tirarci su per le stringhe delle scarpe da soli. Sarebbe un errore. Dove vanno soggetti troppo piccoli e deboli e un Pd che appare più respingente che attrattivo?». Vuol dire che l'arrivo di Letta non cambia le cose? «Le cambia eccome. Ma sa qual è la novità più evidente portata dal segretario del Pd? Che vuole vincere con un campo di centrosinistra largo alleato con i Cinquestelle. Questo a Zingaretti non lo hanno permesso, Letta può farlo. La domanda vera è come procediamo». Lei cosa pensa di fare? «Apriamoci. Organizziamo assieme un percorso di partecipazione che coinvolga mondo del lavoro, associazioni, mondo della cultura, esperienze giovanili... Articolo Uno ha fatto avere a tutti, partiti e altri soggetti, qualche idea per quella discussione». Una costituente per il centrosinistra? Un'agorà? «Io ci sto, chiamiamola come vogliamo. Se il Pd, come dice Ezio Mauro, non è più il padrone di casa ma un inquilino di rilievo». Insomma, qualcosa che assomiglia all'Ulivo? «Solo nella capacità di dare orizzonti a una sinistra ampia e plurale, fatta non solo di politica, ma anche di società».

PUTIN KILLER DI NAVALNY? BIDEN DICE “SÌ”

Per essere “Sleepy Joe”, ha iniziato la presidenza davvero in modo vivace, il nuovo presidente americano Joe Biden. Si sapeva che non avrebbe concesso nulla a Putin, “alleato” del suo predecessore, ma pochi si aspettavano che imputasse direttamente al Capo del Cremlino il tentato omicidio dell’oppositore politico Navalny. Daniele Raineri sul Foglio:

«Il presidente americano, Joe Biden, durante un'intervista sulla rete Abc ha detto che pensa che Vladimir Putin sia un assassino. Con il suo arrivo alla Casa Bianca ci sia spettava un cambio di posizione netto rispetto al predecessore Donald Trump, che era considerato allineato alla Russia ed era accusato di essere stato aiutato a vincere le elezioni dall'intelligence di Putin, ma non così franco. "Lei conosce Putin, ritiene che sia un killer?", gli ha chiesto il giornalista George Stephanopoulos in riferimento al tentato avvelenamento del dissidente Alexei Navalny. "Sì, lo penso", ha risposto lui. (…) Il presidente americano nell'intervista ha anche detto che Putin pagherà un prezzo per avere tentato di interferire nelle elezioni americane del 2020, ma non ha detto quale: "Lo vedrete a breve". È una risposta legata alla pubblicazione, martedì, di un rapporto di quindici pagine da parte del National Intelligence Council che riassume le conclusioni di tutte le agenzie di intelligence americane sui tentativi dei governi stranieri di condizionare il voto nel 2020. Secondo il rapporto, non c'è stata alcuna manomissione tecnica del sistema di voto elettronico da parte di governi stranieri (lo sosteneva Trump dopo la sconfitta), ma come nel 2016 il presidente russo Putin ha autorizzato una vasta gamma di operazioni per aiutare Trump e affossare Biden, inclusi contatti con persone molto vicine a Trump per spargere disinformazione (questo passaggio si riferisce all'avvocato Rudy Giuliani e alla sua campagna per infangare Biden con storie di corruzione in Ucraina). Il rapporto sostiene che i putiniani tifavano per Trump perché pensavano che una vittoria di Biden avrebbe danneggiato i loro interessi - il fatto che ora Biden definisca Putin "un assassino" è una conferma delle loro previsioni. Secondo il rapporto, dopo la sconfitta di Trump, i servizi segreti russi hanno continuato a spargere disinformazione e caos».

Sul Manifesto Tommaso Di Francesco contesta la versione che la parola “killer” usata da Biden si riferisse al caso Navalny, fra l’altro ci ricorda che l’oppositore è adesso in un campo di rieducazione. Secondo Di Francesco l’espressione di Biden riguarda il tentativo di condizionare le ultime elezioni presidenziali.

«Qual è la ragione di una accusa così grave, internazionalmente destabilizzante, che appare come occasione di «vendetta» politica, da questo punto di vista poco convincente? Il rischio strumentale e riduttivo che corre Biden è quello di vedere il precipizio della democrazia americana, con l'immagine iconica dell'assalto al Congresso dei suprematisti aizzati da Trump, come un prodotto esogeno e non endogeno. Ma non è stato lui a denunciare insediandosi alla Casa Bianca il «terrorismo interno»? Veniamo all'accusa di interferenza elettorale. Certo il lavoro sporco degli hacker magari c'è stato - ma così fan tutti, sulla verità, però (Snowden riparato in Russia e Julian Assange che langue in carcere qualcosa vorranno dire, o no?). E poi, com' è possibile immaginare che 73 milioni di americani, socialmente riferibili alla società abbandonata che chiamiamo la «pancia dell'America» abbia votato per il magnate eversore di Manhattan su indicazione di Putin? E che la sua attuale forte presa -ricatto sul Partito repubblicano dipenda dal Cremlino? Certo Putin, ex spia del Kgb, non è uno stinco di santo, tutt' altro. Ma il killeraggio vero, se non stragismo, se solo pensiamo alle tante sanguinose guerre americane degli ultimi decenni, ha ben altri protagonisti che invece passano da eroi nell'immaginario e nella storia smemorata di Stati uniti e Occidente».

IL PAPA IN GINOCCHIO PER IL MYANMAR

Da uno scontro diplomatico senza precedenti, da guerra fredda, all’invocazione ostinata del dialogo. Ieri Papa Francesco nell’udienza del mercoledì ha parlato del Myanmar e, ispirato da suor Ann Rose, ha detto: anch’io mi inginocchio. La sua foto di fronte ai militari del colpo di Stato aveva fatto il giro del mondo. Ne parla Lucia Capizzi su Avvenire.

«Anche io mi inginocchio sulle strade del Myanmar e dico: cessi la violenza!». Papa Francesco ha alzato lo sguardo dal foglio mentre, con la mano, ha indicato il proprio petto. «Anche io stendo le mie braccia e dico: prevalga il dialogo!», ha sottolineato, scandendo parola dopo parola, al termine dell'Udienza generale del mercoledì. Poi ha fatto una breve pausa. E scuotendo la testa ha aggiunto: «Il sangue non risolve niente. Prevalga il dialogo». Il corpo e la voce del Pontefice si sono fusi nella medesima supplica. Un'invocazione nata da «tanta tristezza». Una preghiera che ha la forza dei gesti spiazzanti e profetici compiuti altre volte dal Pontefice. Come quando, l'11 aprile 2019, l'anziano Bergoglio si gettò ai piedi del presidente sudsanese Salva Kiir Mayardit e ai vice, Riek Machar e Rebecca Nyandeng De Mabio, per implorare pace per una terra martoriata. A ispirare Francesco, stavolta, è stata Ann Rose Nu Tawng, la suora vestita di bianco che, il 28 febbraio, nella città di Myitkyna, s' è inginocchiata di fronte alle forze di sicurezza in assetto antisommossa. Con le braccia spalancate, la religiosa saveriana ha trasformato il proprio corpo in scudo per i manifestanti e ponte di dialogo con i militari schierati. «Siamo profondamente grati al Papa perché si ricorda di noi- ha detto suor Ann Rose all'Agenzia Fides -. Siamo confortati e incoraggiati dal fatto che sostenga con noi la fine di ogni violenza. Ho fatto quel che ho fatto con il cuore. Sono i gesti di ogni cristiano che ha a cuore l'umanità». Fin dal colpo di stato del primo febbraio, la Chiesa, universale e locale, si è spesa con slancio per arginare la spirale di violenza che, finora, ha ingoiato la vita di almeno duecento dimostranti pro-democrazia».