Benno e la funivia

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Una brava collega dell’ADN KRONOS, Silvia Mancinelli, ha realizzato un’intervista in carcere a Benno Neumair, il giovane che ha ucciso i suoi genitori e poi ha fatto sparire i cadaveri, ritrovati poi nel fiume Adige. Benno ora detenuto nel carcere di Bolzano dice: "Quando ho ucciso mio padre prima e mia madre poi, era come se fossi uscito dalla realtà. So bene che è difficile veder riconosciuta la totale incapacità di intendere e di volere. Che nulla, nemmeno il fortissimo pentimento che provo, mi risparmierà la pena lunga che ho appena iniziato a scontare”. In un altro punto dice ancora: “Come un pendolo oscillo alternando momenti di profonda tristezza a frammenti di vita normale, con i miei compagni di cella. C'è chi sta bene, tutto sommato, dietro le sbarre, io no. Io non sto affatto bene, sono disperato. Trovo conforto dai colloqui con lo psicologo, ma fatico ancora a capire perché io abbia fatto quello che ho fatto". Questa intervista fa riflettere molto, proprio mentre ancora si discute dei tre arresti per la strage della funivia. Sono storie apparentemente molto lontane, ma le frasi di Benno riguardano il percorso, il travaglio di un colpevole che sta scontando la sua pena.

Perché punire? Potremmo mai riavere, con qualsiasi sentenza, le 14 vite spezzate dalla strage della Funivia Stresa-Mottarone? Sui giornali ogni tanto si affaccia la tesi della giustificazione “sociale”. Addirittura il presidente dell’Antimafia, senatore 5 Stelle, Nicola Morra è arrivato a sostenere che ristori non sufficienti abbiano creato problemi economici alla base del gesto. In realtà c’è un significato della pena che non va dimenticato: la pena va incontro ad un’esigenza di giustizia, che è in ognuno di noi. La società deve in qualche modo essere risarcita del danno subito. E la pena è anche un deterrente per scoraggiare e “stigmatizzare”, come si dice, certi comportamenti criminali.

Ma c’è un altro aspetto: il colpevole, ogni colpevole, in quanto uomo ha diritto ad una pena giusta, che gli dia la possibilità di rendersi conto di quello che ha fatto, di rieducarsi (articolo 27 della Costituzione) e quindi reintegrarsi nella società. Ecco che la testimonianza di Benno dal cercare di Bolzano ci aiuta a capire. Quante persone, solo scontando la pena, hanno potuto fare i conti con l’enormità del reato commesso? E hanno iniziato un processo, vero, di rieducazione?

C’è chi mi ha criticato perché stamattina ho scritto in un inciso “Dio benedica la Pm”. Non mi sono pentito. Spero che l’indagine della Procura di Verbania istruisca un processo giusto e che le pene siano proporzionate alla enorme gravità del fatto. Come testimonia Benno, ne hanno diritto anche i tre principali accusati. E quelli che forse li seguiranno.