Biden: "Via i brevetti"

Il virus in Brasile e in India spinge alla svolta il presidente Usa. Figliuolo rimodula il nostro Piano. Riaperture in vista ma il "liberi tutti" è rischioso. 5 Stelle senza capo. Riunione del Csm

La svolta vera è quella di Biden: via i brevetti dai vaccini. Ma i quotidiani italiani se ne occupano poco. Per una volta il Fatto può stampare l’ennesimo titolo contro l’odiato generale Figliuolo (ma quanto preferivano Arcuri?), a ragion veduta. La quota 500 mila non ha davvero retto molto. Il giornale di Travaglio dice che la tenuta su quella cifra è durata solo due giorni, noi nella Versione diamo un resoconto quotidiano e calcoliamo che forse sono stati tre. Poco importa. A proposito: dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina siamo sotto di 45mila, sono state fatte 455 mila 527 somministrazioni. Adesso il Piano viene rimodulato, soprattutto sulla distanza, fra prima e seconda dose di Pfizer e Moderna, che passa da 21 a 42 giorni e sulla scuola, posta di nuovo al centro della somministrazione. Sono misure organizzative importanti, che implicitamente ammettono i problemi su AstraZeneca, un vaccino rimasto a milioni di dosi nei frigoriferi, soprattutto nelle regioni meridionali. Infatti, con buona pace di Travaglio, la questione vera sui vaccini non è organizzativa, ma culturale. Basta leggere il bell’articolo di Paolo Giordano sull’assembramento dei tifosi la scorsa domenica in Piazza Duomo. Giordano sul Corriere della Sera dice due cose da sottoscrivere: hanno pesato molto la cattiva coscienza dei leghisti “aperturisti” (mentre le difficoltà delle imprese che vogliono riaprire non c’entrano nulla) e l’ipocrisia del sindaco Sala. Ed è clamorosa “la pretesa di immunità di quella piazza”. Resi immuni dal dio pallone? Ricordate quanto si parlò della partita Atalanta-Valencia del febbraio 2020, a San Siro, come evento di super contagio per la trasmissione veloce e letale della pandemia a Bergamo? Tanto più se si torna nei locali, spostando il coprifuoco e aprendo ai turisti, va dato un messaggio diverso dal “liberi tutti”. Anche da parte del Governo occorre informare bene i cittadini perché le loro scelte sui vaccini e sui comportamenti siano razionali e non emotive. Israele prima e gli Usa adesso hanno dovuto affrontare la stessa questione.

La politica è percorsa da grandi tormenti. Sulla giustizia, per via dei veleni del Csm. Oggi si riunisce il Plenum, alla presenza di Mattarella. Una sentenza in sede civile a Cagliari mette in discussione la legittimità della leadership dei 5 Stelle, proprio in un momento di passaggio e di rifondazione del Movimento. Mentre sulle amministrative non c’è ancora l’intesa col Pd su Roma e le altre città. Anche il centro destra è nei guai, perché Albertini non vuole candidarsi a Milano, ha detto di no scrivendo a Libero. Il direttore di Rai 3 Franco Di Mare, in audizione parlamentare, ha contro-accusato il rapper Fedez di diffamazione, sostenendo che ha diffuso una versione manipolata della telefonata con la dirigente della Rai.

Prima udienza per gli ex brigatisti italiani per cui la Francia ora riconosce la nostra richiesta di estradizione. I loro legali hanno posto, e annunciato di porre, tutti gli ostacoli possibili concessi dalla legge francese. “Ci vorranno due o tre anni”, dicono. A margine dell’udienza, ha parlato con i giornalisti l’ex br Marina Petrella, che si è lamentata di “trent’anni di esilio” in Francia. Petrella dice fra l’altro a proposito dei congiunti delle vittime una frase da non dimenticare: «Questa idolatria vittimistica è un grande passo indietro filosofico». Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Anche il Manifesto stamattina va sui vaccini ma per la notizia forse più clamorosa. Biden vuole togliere i brevetti: Fate la cosa giusta. Avvenire spera: Svolta sui vaccini. Il Corriere della Sera si concentra sull’Italia: Vaccini, il nuovo piano. Anche perché, come ricorda Il Fatto: I 500 mila vaccini sono durati due giorni. Tuttavia i fan delle riaperture sottolineano i dati positivi, come il Quotidiano Nazionale: Virus in ritirata, cambia il coprifuoco. E come La Stampa: Verso il coprifuoco a mezzanotte. Mentre per Repubblica: «A settembre tutti in classe». Il Messaggero promette la campagna persino in alta quota: Dosi per tutti anche in montagna. Del resto Figliuolo è un alpino. Il Mattino di Napoli è proiettato sulle vacanze: Riaperture e coprifuoco, meno divieti per l’estate. Libero ricorda oggi: Le mascherine inquinano come la plastica. I veleni fra toghe catalizzano ancora l’attenzione del Giornale: Faida tra giudici. Della Verità: Il tesoretto all’estero di Amara, faccendiere di loggia Ungheria. E del Domani: Qualcosa non torna nella versione di Davigo sui verbali segreti. Il Sole 24 Ore si occupa delle tasse: Contro l’evasione pronte 161 banche dati. Ai raggi x casa, auto, bonus e imposte.

VACCINI, IL PIANO CAMBIA ANCORA

Il ritmo dei 500 mila vaccini al giorno non è costante. Il generale Figliuolo, con le Regioni e il CTS, vara delle modifiche al piano. Marco Galluzzo sul Corriere della Sera:    

«Una rimodulazione del Piano vaccinale, ancorché non formale, è nei fatti. Nella decisione di mandare delle task force in 30 isole minori su 35, quelle sprovviste di presidio sanitario, per una vaccinazione spedita e a tappeto. Nel cambiamento che riguarda i docenti e il personale scolastico, che potrà ricominciare ad essere vaccinato. E infine nello spostamento della seconda dose del vaccino Pfizer da 28 a 42 giorni. Sono diverse le esigenze che hanno imposto dei cambi in corsa, una sorta di ritaratura del Piano per diverse esigenze e con motivazioni che sono plurime. La decisione sulle isole minori, presa d'intesa con il ministro del Turismo Massimo Garavaglia, di fatto asseconda l'input che è venuto direttamente da Mario Draghi sull'accelerazione delle misure che consentano una ripresa quanto più larga possibile della stagione turistica. Ma c'è anche un altro dato che fa da cornice alla rimodulazione: mantenere la velocità di vaccinazione a 500 mila italiani al giorno significa fare alcune piccole deroghe ai criteri prioritari. Non sono pochi infatti i casi di persone over 70 o over 80 che o per diffidenza nei confronti dei vaccini o per altre ragioni non si presentano nel giorno della prenotazione. E dunque si passa ai più giovani, oppure alle diverse categorie. Estendere a 42 giorni l'intervallo fra la prima e la seconda dose dei vaccini Pfizer e Moderna, con una decisione motivata del Cts e dell'Agenzia del farmaco, che richiama proprio il buon andamento temporale, dunque la velocità, della campagna vaccinale in atto, significa sfruttare al massimo uno stock di forniture che non ha più colli di bottiglia, che come già avvenuto in altri Paesi - in testa la Gran Bretagna - può abbinare al criterio delle categorie di età quella dell'imperativo di fare una prima dose alla più larga platea possibile di cittadini. In questo quadro si verificano i casi della Sicilia e del Lazio, che stanno aprendo la possibilità di prenotazione anche agli over 50, senza reazioni da parte del governo. Insomma da una parte si allunga l'intervallo fra la prima e la seconda dose del vaccino più somministrato in Italia, quello prodotto da Pfizer (usato in 3 casi su quattro), dall'altro si consente ai governatori di individuare autonomamente le esigenze e soddisfarle. E proprio per mantenere la velocità verso l'immunità di gregge - che appare comunque ancora lontanissima - il commissario straordinario ha consentito la riapertura della vaccinazione al personale scolastico e universitario».

VIA LE 22. NUOVO SUPER CONTAGIO PER MILANO?

Il coprifuoco dovrebbe slittare alle 23 e ora si discute delle riaperture al chiuso, non solo all’aperto, per bar, ristoranti e anche piscine. Monica Guerzoni sul Corriere.

«Il ritorno delle feste di nozze, la ripartenza delle piscine al chiuso e un'ora di libertà in più, con il coprifuoco che potrebbe slittare alle 23. L'accelerazione che Mario Draghi ha impresso al turismo e alle riaperture agita i partiti della maggioranza, che fanno a gara per intestarsi la ripresa dei settori economici. Tra mercoledì e venerdì della prossima settimana il premier prenderà in mano il dossier e riunirà la cabina di regia politica. Il primo punto da discutere è il coprifuoco, su cui si litiga da giorni. Matteo Salvini vuole cancellarlo prima possibile, mentre l'ala più prudente dell'esecutivo frena. «Noi siamo per le riaperture responsabili e irreversibili e contro le richiusure», ammonisce il segretario del Pd Enrico Letta per stoppare la «propaganda leghista sul coprifuoco» (copyright Debora Serracchiani). Ma le Regioni hanno fretta, vogliono che i ristoratori possano lavorare anche al chiuso (in anticipo rispetto al via libera del 1° giugno) e che si torni a bere un caffè al bancone del bar».

Le autorità milanesi stanno discutendo del prossimo sabato: è prevista un’altra festa di tifosi dell’Inter. Paolo Giordano, lo scrittore de La solitudine dei numeri primi, ragiona sul Corriere della Sera e, nella sostanza, critica in profondità il comportamento collettivo e quello del Sindaco Beppe Sala.

«Un conducente troppo spavaldo non viene multato perché va a duecento all'ora in autostrada e si schianta. Viene multato perché va a duecento all'ora in autostrada. Riempire piazza Duomo nel corso di un'epidemia tutt' altro che finita è andare a duecento all'ora in autostrada. Che poi finisca bene o male, è solo questione di probabilità. E proprio la probabilità e la statistica sono il secondo elemento su cui soffermarsi. La popolazione della piazza era prevalentemente giovane, com' è ovvio. Quindi prevalentemente non vaccinata. Quindi suscettibile al contagio. Era una piazza di individui con una socialità attiva e contatti frequenti con fasce di età più giovani e più anziane, non tutte, lo ricordiamo, ancora abbastanza protette dai vaccini. A lasciare straniti però, dopo un anno e più di pandemia e di bombardamento mediatico, è la pretesa di immunità di quella piazza. (…) Affermare che «tanto all'aperto non c'è pericolo» poi, oltre a essere epidemiologia creativa (quando consideriamo un tale numero di persone durante una pandemia con eventi di superspreading accertati), è anche un modo di essere ingiusti verso i nostri sacrifici, di rendere ridicolo molto di quel che abbiamo fatto, anzi, molto di quello che ci siamo impediti di fare per oltre un anno. Il sindaco Sala ha parlato di immagini che possono aver «colpito la sensibilità di tanti». Ha affermato che non era evitabile che i tifosi scendessero in piazza. Io sono tra quelli che non intendono improvvisarsi «esperti dell'ordine pubblico», e ammetto di non sapermi rappresentare la «complessità» di una simile gestione. Nondimeno, trovo fuorviante spostare il dibattito sul piano della «sensibilità». Comunque sia, se saranno riconosciute delle mancanze, non andranno liquefatte verso il basso, semmai diluite un po' verso l'alto, nel clima di cedevolezza che le decisioni recenti del governo hanno generato. Al tempo stesso l'impressione che l'evento di domenica ricada in parte sotto la protezione più ampia dell'urgenza socio-economica è sbagliata. Non esiste un vero legame. Si può discutere all'infinito di quanto inevitabile fosse lasciar respirare alcuni comparti produttivi del Paese, erano in gioco la sussistenza e la dignità di molti. Ma la piazza di domenica non c'entra nulla con questo. A meno di non voler mettere sullo stesso livello il diritto alla salute e al lavoro, con il diritto all'esultanza.».

VIA I BREVETTI, LA SVOLTA DI BIDEN

Ma la grande novità sui vaccini arriva dagli Stati Uniti. Giuseppe Sarcina sul Corriere racconta la svolta del presidente Biden che vuole rinunciare ai brevetti:

«Gli Stati Uniti rinunciano alla protezione dei brevetti sui vaccini anti-Covid. È una svolta di grande importanza, che potrebbe consentire a Paesi in forte difficoltà, come India e Brasile, di fabbricarsi in casa il siero anti-virus. L'annuncio è arrivato ieri con una nota firmata da Katherine Tai, rappresentante per il Commercio, una delle più strette collaboratrici di Joe Biden: «Questa è una crisi sanitaria globale. E circostanze eccezionali richiedono misure eccezionali. Noi crediamo fortemente nella protezione della proprietà intellettuale. Ma vogliamo mettere fine alla pandemia e quindi siamo a favore di una deroga per i vaccini contro il Covid-19». A questo punto il governo americano parteciperà ai negoziati già in corso nel Wto, World Trade Organization. Le pressioni internazionali sono iniziate già nell'ottobre del 2020, proprio nella sede del Wto. India e Sudafrica avevano chiesto ai grandi Paesi produttori delle fiale, Usa in testa, di rinunciare alla protezione dei brevetti. Ma prima Donald Trump, poi Joe Biden si sono schierati a difesa dei diritti aziendali. Nelle ultime settimane, però, la catastrofe indiana e brasiliana hanno cambiato lo scenario. Il primo ministro Narendra Modi ha chiesto direttamente a Biden: «Fateci usare la formula dei vostri vaccini». Una richiesta appoggiata anche da Tedros Adhanom, direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità, e, nel Congresso americano, da alcuni parlamentari della maggioranza, come il Senatore Bernie Sanders. Biden ha preso tempo fino a ieri, quando ha deciso di dare il via libera».

FEDEZ “HA DIFFAMATO”? DI MARE IN VIGILANZA

Tante le questioni che agitano la politica. Ieri c’è stata una coda istituzionale al Concertone del primo maggio, con l’audizione del direttore di Rai3 Franco Di Mare alla Commissione parlamentare di Vigilanza Rai. Annalisa Cuzzocrea per Repubblica.

«È alla fine del suo intervento che Franco Di Mare dice qualcosa di molto simile a: i veri censori siete voi. Il direttore di Rai3 si presenta in commissione di Vigilanza Rai per provare che il caso Fedez è una «macchinazione, una montatura», che si è trattato di una «manipolazione» ordita ai danni della Rai per aumentare like e follower. Legge le mail, distribuisce i fogli con la trascrizione della telefonata intercorsa tra i produttori del concertone del primo maggio e il cantante, quella in cui interviene sì la vicedirettrice di Rai3 Ilaria Capitani, ma - secondo la ricostruzione di Di Mare - solo per dire che non c'è alcuna volontà di censura da parte della Rai, perché il servizio pubblico si limita a trasmettere un prodotto confezionato di cui non risponde. A farlo, dovrebbero essere la società esterna che lo realizza e i committenti, cioè i sindacati. Di Mare ha evidenziato in giallo le frasi della telefonata lasciate da Fedez nel primo video che ha postato sui social e in rosso quelle che ha tagliato, compreso il punto in cui alla sua domanda - «posso salire sul palco a dire quello che io ritengo opportuno» - Capitani rispondeva: «Assolutamente ». «Fedez ha mentito», dice Di Mare. Ha diffamato la Rai a livello mondiale, «fin sulla Bbc, fino a Singapore». Sa però che non basta perché ha davanti coloro che sono - ormai - i suoi peggiori nemici. Così ribalta il tavolo: «Come si può immaginare che la rete che ospita Report che mi ha procurato dozzine di querele pensi di edulcorare un cantante?». Cita De Andrè, spera che dal letame, «perfino dall'immondizia, dalle scorie, dai veleni creati da questa storia inventata e falsa», possa nascere un fiore. Si riferisce a una riforma per la Rai perché - e qui è l'affondo - racconta: «In un anno ci sono state 29 interrogazioni parlamentari su programmi di Rai3, da Report ai monologhi di Luciana Littizzetto a Che tempo che fa». E quindi, «non discuto il diritto-dovere di controllo della politica, ma noi non siamo nelle condizioni di ottemperare al meglio il nostro mandato perché le indicazioni che ci arrivano sono spesso contraddittorie. Ci viene chiesto dei temi, delle scelte editoriali, della gestione ordinaria, de testi dei comici. Dobbiamo rendere conto degli inviti fatti e di quelli non fatti». Di Mare dice che serve più chiarezza, ma la chiarezza non arriva».

VELENI CSM: MOSSA DI DAVIGO. OGGI IL PLENUM

Nella storia complicata dei veleni fra toghe, ieri c’è stata una mossa a sorpresa di Piercamillo Davigo, ex pm storico di Mani Pulite, ex membro del CSM, nell’occhio del ciclone perché la sua segretaria è accusata di aver mandato in giro “copiacce” dei verbali di interrogatorio dell’avvocato Amara, raccolti dal Pm di Milano Fabio Storari, già indagato per questo da Brescia. Davigo dice adesso ai pm di Roma che indagano sulla vicenda: ho dato quelle carte a Storari, mentre eravamo entrambi a Milano. Sembra un dettaglio, ma potrebbe spostare la sede giudiziaria titolare che indaga su di lui e sul Pm sul “dossieraggio”: da Roma a Brescia. Giovanni Bianconi e Luigi Ferrarella su Corriere:

«L'incontro tra il pubblico ministero milanese Paolo Storari e l'allora componente del Consiglio superiore della magistratura Piercamillo Davigo, nel quale il primo consegnò al secondo i verbali con gli interrogatori dell'avvocato Piero Amara sulla fantomatica loggia massonica «Ungheria», avvenne a Milano. È un particolare che ieri Davigo ha ribadito nella testimonianza resa al procuratore di Roma Michele Prestipino e al sostituto Fabrizio Tucci, titolari dell'indagine sul «corvo» che ha recapitato quelle carte riservatissime ad almeno due quotidiani e a un consigliere del Csm; gli inquirenti accusano la ex segretaria di Davigo al Csm, Marcella Contrafatto, che per adesso ha preferito non rispondere alle domande dei pm. Il dettaglio sul luogo della consegna è tutt’altro che secondario, perché sposterebbe la competenza delle indagini. Finora ha lavorato la Procura di Roma perché nella Capitale è arrivata la lettera al consigliere Nino Di Matteo che accompagnava i verbali di Amara e accusava il procuratore di Milano Francesco Greco di essere rimasto con le mani in mano, e perché da altri elementi risultava che Davigo avesse ricevuto le stesse carte proprio a Roma. Perciò ha iscritto il nome di Storari sul registro degli indagati per violazione di segreto, sebbene Davigo (forte di un'apposita circolare del '94) sostenga che una veicolazione di atti all'interno del Csm non sia illecita. Se invece la presunta violazione fosse avvenuta a Milano sarebbero competenti i magistrati di Brescia, dove il procuratore Francesco Prete ha già aperto un fascicolo sullo stesso reato, sebbene ancora a carico di ignoti».

Oggi è prevista la riunione plenaria del Csm, cui dovrebbe partecipare il Capo dello Stato Mattarella. Maurizio Belpietro, come si dice, lo tira per la giacchetta:

«Oggi il capo dello Stato presiederà il plenum del Csm. La Costituzione gli assegna l'incarico più alto dell'organismo e a Mattarella, dunque, tocca l'indirizzo del Consiglio oltre che la tutela dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura. Dopo lo scandalo Palamara e quello che con Amara e Davigo si abbatterà sul Csm, la logica e il buon senso vorrebbero che per una volta il presidente della Repubblica aprisse bocca e dicesse la sua. Non pretendiamo che, come anni fa fece Francesco Cossiga, minacci di mandare i carabinieri ad arrestare tutti. Ci basterebbe che, di fronte a fatti destabilizzanti per l'immagine di terzietà delle toghe, Mattarella facesse capire che così, cioè con le guerre intestine nei tribunali, non si può andare avanti, perché ne va della credibilità della stessa magistratura. Invece, al contrario di quanto sarebbe legittimo aspettarsi, il Quirinale ha già fatto sapere, con il solito giro di veline, che il capo dello Stato se ne starà muto sui fatti che da giorni andiamo descrivendo. Motivo? Dal Colle dicono che «qualunque parola sarebbe fuori luogo, perché sui fatti di cui si discute», vale a dire Amara, Davigo e compagni, «indagano le Procure». Pare di capire che, nel più puro stile mattarelliano, il presidente preferisca fare da spettatore piuttosto che da attore. Sta di fatto che nessuno, men che meno noi in quanto non ne avremmo titolo, sollecitavamo il presidente della Repubblica a mettere becco su indagini in corso. Ovvio che no: si tratterebbe di un'invasione di campo che non avrebbe senso, oltre a non avere alcuna copertura costituzionale. No, noi ci saremmo aspettati alcune parole sulle condizioni della magistratura, che da tempo ormai appare teatro di una guerra tra bande. Pardon: correnti. L'indipendenza, l'autonomia, la distanza dai partiti, da tempo sono messe in discussione. Non dalla politica, ma dagli stessi magistrati. Non tutti, intendiamoci. Gran parte delle toghe fa il proprio dovere senza partecipare a lotte o intrighi. Ma per una maggioranza silenziosa c'è una minoranza rumorosa che invece è sempre sulle barricate e gli esiti li vediamo ogni giorno».

ALBERTINI SCRIVE A LIBERO: “NON MI CANDIDO”

Con una lettera ai Direttori di Libero, Senaldi e Feltri, l’ex sindaco Gabriele Albertini mette nero su bianco il suo no: non si candiderà, di nuovo, a Sindaco di Milano. A leggerla, soprattutto nella concretezza del finale “unitario”, viene da rammaricarsi della sua scelta.

«Alcuni sondaggi, m' avevano, inaspettatamente, indicato come valido antagonista, del sindaco uscente, in occasione del rinnovo del mandato amministrativo, il prossimo autunno e Matteo Salvini, aveva presentato, in pubblico e da solo, la mia candidatura. Lo ringrazio! Nel propormi, ha superato le tante divergenze politiche, da che ci conosciamo... 24 anni. Gli avevo fatto presente le mie contrarietà, di carattere personale e familiare, ad accettare il gravoso compito: avrei rivissuto, da carnefice e vittima, quella nuova fattispecie di reato: «il sequestro di persona del consenziente», (come avevo definito la vita del sindaco di Milano), ed una sicura crisi coniugale, essendo mia moglie contrarissima, oltre a ridurre considerevolmente il mio reddito. Dall'annuncio pubblico del leader della Lega, si era aperto un dibattito sui media ed era cominciato un flusso costante, impetuoso di messaggi diretti, vocali e scritti, d'incoraggiamento... fino al punto d'esserne sommerso! Tra questi, le "lettere aperte" di Vittorio Feltri e Pino Farinotti, per le quali, non troverò mai parole sufficienti, per dire: "GRAZIE"! Amici di ogni rango, ignoti concittadini si sono prodigati. (…) «STAVO CEDENDO» A vent' anni, la felicità più intensa si prova nella passione dell'amore corrisposto, a 70, nell'essere rimpianti. Grazie! Miei Cari Concittadini! Mi avete reso, per qualche giorno, davvero felice della Vostra riconoscenza del Vostro, grato ricordo! Ho scoperto la perfetta gioia, di quel «grazie per quel che hai fatto», tanto dal volerti far tornare, che scalda il cuore di un uomo. (…) Ma mi sono fermato davanti alla mia famiglia... "bicellulare", (siamo solo in due a vivere insieme) ed a mia moglie non potevo infliggere un disagio, per Lei così insopportabile, per un terzo quinquiennio! Ecco allora, che, dopo averVi ringraziato, Vi chiedo scusa, miei Cari Concittadini! Non ho corrisposto alle Vostre attese! Mi sono sottratto alle Vostre richieste ed ho preferito sperare di trascorre, serenamente, con la mia famiglia, finché ci sarà salute, l'ultimo ottavo di vita media, dopo averne trascorsi sette, anche grazie a Voi, con grandi soddisfazioni. Spero vorrete perdonarmi! Un ultimo pensiero (…). Se fossi stato candidato e se fossi stato eletto, ecco il mio primo atto, da sindaco di Milano: chiedere a Beppe Sala, d'entrare nella Giunta Municipale, come vicesindaco, d'unirsi a me nel Governo della Città, magari, accompagnato da alcuni assessori, suggeriti da Lui e/o dalle forze politiche responsabili che lo sostengono».

Carlo Bertini in un retroscena su La Stampa fa invece il punto sulla trattativa fra Conte e Letta sulle prossime amministrative:

«In queste ore il Pd sta trattando con Conte e i 5 stelle un accordo su Roma e sulla regione Lazio: per vincere la prima e conservare la seconda. Ma anche per far entrare i grillini nelle giunte di Milano e per l'appoggio a Roberto Fico o Gaetano Manfredi a Napoli. Nicola Zingaretti è disposto a candidarsi sindaco a Roma, ma senza precise garanzie non lo farà. Nel qual caso - e 60 a 40 questo sarà l'approdo - Roberto Gualtieri attende lo start, l'approvazione del regolamento delle primarie del 20 giugno, attesa per domani, per dare l'annuncio. Voto on line e per i sedicenni: ecco le regole per Roma, Torino, Bologna e nelle città: si voterà pure on line e non nei circoli, causa pandemia; voteranno i sedicenni e si pagheranno due euro. «Scendo in campo a Roma», è pronto ad annunciare l'ex ministro dell'Economia, supportato da una squadra già all'opera nei quartieri capitolini. (…) I sondaggi danno Gualtieri ben piazzato alle urne, anche se i renziani prevedono che al primo turno sarà una sfida a tre: Gualtieri, Calenda e Raggi, alla conquista del ballottaggio contro un candidato della destra, che sarà Guido Bertolaso. Ma c'è un ma. Ed ha un nome che pesa: Zingaretti. Il quale ancora resta sul vago. «Io già mi occupo tutti giorni della mia città, sono presidente del Lazio», dice ad Agorà. Zingaretti chiede garanzie: il governatore del Lazio è disponibile, ma dopo 8 anni alla guida della Regione, non vuole un patatrac in piena campagna di vaccinazione. Dopo averla condotta alla grande: per questo vorrebbe un accordo blindato con i 5 Stelle, da due mesi in giunta. Tradotto: rispetto reciproco con la Raggi dopo il primo turno. Chi va al ballottaggio viene sostenuto dall'altro, «usando il primo turno come fossero delle Primarie».

5 STELLE, “CRIMI NON È IL CAPO”

Raggi o non Raggi, Conte ha anche altro a cui pensare. Una sentenza in sede civile del Tribunale di Cagliari ha decretato ieri che l’attuale capo politico del Movimento, Vito Crimi, in realtà non è il capo. Emanuele Buzzi sul Corriere:

«Per tutto il giorno si sono arrovellati in cerca di una soluzione. Ci sono stati contatti continui tra i vertici M5S a tutti i livelli: da Giuseppe Conte a Beppe Grillo, da Luigi Di Maio a Vito Crimi. Telefonate, messaggi per cercare di capire come uscire da un guazzabuglio sempre più intricato (anche se prevedibile). Per ora vince lo stallo. La sentenza della Corte di Appello di Cagliari, che ha respinto il ricorso di Vito Crimi contro la nomina di un curatore speciale nella causa intentata dalla consigliera regionale sarda Carla Cuccu, consegna di fatto il Movimento all'instabilità e mina il percorso rifondativo di Conte. Ora la Procura con tutta probabilità chiederà di votare il comitato direttivo, rimettendo in corsa (e in competizione) diversi big storici: da Di Maio a Virginia Raggi, da Lucia Azzolina a Danilo Toninelli. Con esiti politici e equilibri futuri assolutamente imprevedibili. Il tribunale, infatti, ha confermato che Crimi non è il legale rappresentante del Movimento: una notizia che ha fatto scoppiare la guerriglia interna».

Doppia paginata del Fatto sul caos 5 Stelle, titolo Iscritti, voto e statuto: tutto da rifare. Luca De Carolis e Paola Zanca affacciano l’ipotesi che Conte voglia ripartire da zero, in senso anche pratico.  

«In un giorno di primavera, tre magistrate della Corte d'appello di Cagliari scrivono nero su bianco che per i Cinque Stelle è notte, fonda. Talmente spessa che ora la strada per riemergere dal crepaccio potrebbe essere cancellare tutto e ripartire da capo. Con una nuova associazione, un nuovo simbolo e soprattutto nuovi iscritti per il nuovo M5S di Giuseppe Conte. Da reclutare con una campagna d'iscrizione a tamburo battente, nel segno della ripartenza e di una nuova stagione politica. È questa la mossa di cui discutono fino a tarda sera l'ex premier e i maggiorenti del Movimento, che ad oggi non ha un capo politico e quindi un rappresentante legale certo. O almeno questo si evince dal decreto della Corte che respinge il ricorso del reggente Vito Crimi contro la nomina di un curatore speciale per il M5S . Il provvedimento, è bene notarlo, non entra nel merito di chi sia questo rappresentante, o meglio "non ne ha accertato l'insussistenza in via definitiva" come legge nel testo. Se sia o meno Crimi quello dovrebbe deciderlo chissà quando il processo civile in corso nel capoluogo sardo (prossima udienza, il 6 luglio), mosso da un ricorso di un'ex consigliera regionale del Movimento. Ma va già benissimo così all'avversario, cioè a quel Davide Casaleggio che da mesi accusa Crimi di non avere titolo per agire da capo, perché prorogato in modo illegittimo dal Garante Beppe Grillo, e che proprio per questo rifiuta di consegnargli il tesoro che ha in pancia, ovvero l'elenco degli iscritti alla piattaforma Rousseau e quindi al M5S . Indispensabili per votare il nuovo Statuto e il nuovo organigramma del Movimento e tutto il resto, insomma per dare vita al nuovo M5S del rifondatore Giuseppe Conte che infatti boccheggia in panchina da settimane: anche se Statuto e Carte dei valori, assicurano, sono pronti da giorni. Ma il groviglio di norme, errori politici e vendette incrociate ora fa pendere la bilancia per Casaleggio, che infatti rialza la posta dal blog delle Stelle: "Il voto per un nuovo comitato direttivo va fatto sulla piattaforma Rousseau"».

PARLA LA PETRELLA: “PASSO INDIETRO FILOSOFICO”

C’è stata a Parigi un’ udienza sugli ex terroristi italiani, per i quali il nostro Paese ha chiesto l’estradizione. Il racconto di Stefano Montefiori sul Corriere della Sera.  

«Rompendo il silenzio osservato finora, nel cortile Marina Petrella risponde ad alcune domande, «a titolo del tutto personale». Sessantasette anni, ex brigatista, già arrestata a Parigi e liberata «per motivi umanitari» nel 2008 dopo l'intervento di Valeria Bruni Tedeschi e Carla Bruni presso l'allora presidente Sarkozy, Petrella parla di «dolore e sofferenza» e di «compassione per tutte le vittime e tutte le famiglie, compresa la mia». Ma l'idea di pentimento «appartiene alla mia sfera intima e di questo non parlerò mai». Quanto alla dimensione pubblica, dopo la fuga dall'Italia «ho cercato di fare del bene, di aiutare gli altri, (come assistente sociale nel XX arrondissement di Parigi,ndr), quello è stato il mio riscatto simbolico, se vogliamo». Petrella rivendica un'assunzione di responsabilità collettiva, con parole simili a quelle che venivano pronunciate da lei e i suoi compagni negli anni Settanta. Come se il tempo si fosse fermato. Parla di «conflittualità che saliva e costruiva istanze nuove». E ancora, «la mia generazione è nata pochi anni dopo la guerra, c'è stato un passaggio di testimone dalla Resistenza a noi». Neo-partigiani autoproclamati anche se, tra gli omicidi per i quali Petrella è stata condannata, c'è quello di Enrico Galvaligi, generale dei carabinieri ed ex partigiano. «Ho fatto 10 anni di carcere, fra Italia e Francia. E trenta di esilio, un'espiazione quotidiana che dura tutta la vita, una pena senza sconti. Senza la possibilità di tornare nel proprio Paese, e sotterrare i propri morti», dice Petrella. Quanto alle persone uccise o ferite dalle Br e ai loro famigliari, a giudizio dell'ex terrorista i conti sembrerebbero chiusi. «Le vittime per le quali siamo stati condannati, perdonate il linguaggio cinico, orribile, sono state largamente risarcite da tutti i compagni che hanno fatto ergastoli. Non sono vittime rimaste prive di riconoscimento, punizione, memoria. Questa idolatria vittimistica è un grande passo indietro filosofico».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi con un’intervista originale, da non perdere.