Big Pharma volonterose?

Il mondo va vaccinato ma il G20 frena sui brevetti e chiede alle case farmaceutiche "cessioni volontarie". Figliuolo striglia di nuovo le Regioni. Regge la tregua a Gaza. Genocidio in Tigray

Al vertice di Roma sulla salute ha pesato il veto tedesco sulla sospensione dei brevetti. Gli esperti hanno presentato un rapporto in cui si avverte che le pandemie diventeranno un fattore costante della nostra convivenza nei prossimi anni. Il Covid rischia di diventare “endemico” sulla terra, Draghi ha insistito: “Dobbiamo vaccinare il mondo e dobbiamo farlo in fretta”. Per ora il compromesso politico con la von der Leyen, che soddisfa le Big Pharma, attribuisce alle stesse case farmaceutiche la “cessione volontaria” dei brevetti. A margine dell’incontro il nostro premier ha detto ai fotografi che si toglierà la mascherina fra due mesi.

Tutta l'Italia sarà in giallo da lunedì, anche la Valle d'Aosta che era l'unica regione rimasta in arancione. E dal primo giugno saranno tre le regioni a passare al bianco: Friuli-Venezia Giulia, Molise e Sardegna. Con i dati del bollettino di ieri e del monitoraggio settimanale della Cabina di regia, poi, se la tendenza verrà confermata, da metà giugno mezza Italia potrebbe essere bianca. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono stati fatti 559 mila 941 vaccini. Bene! Figliuolo se la prende ancora con le Regioni che vanno in ordine sparso.

Regge la tregua fra Hamas ed Israele, con festeggiamenti paralleli, al grido di vittoria. Sia Netanyahu sia i gruppi armati palestinesi vogliono mostrare di avere ottenuto dei risultati dagli 11 pesanti giorni di ostilità. Vedremo poi in concreto come l’Egitto, grande mediatore internazionale insieme a Biden, porterà a casa l’accordo finale e che cosa ci sarà dentro. Sul piano interno israeliano, c’è fra l’altro ancora un Governo da formare e bisognerà vedere come evolverà la convivenza civile fra arabi ed ebrei, dopo gli episodi di violenze e linciaggi reciproci.

La politica italiana è ancora concentrata sulle proposte fiscali di Letta e sull’attuazione del Recovery Plan. Ieri il segretario del Pd ha telefonato a Draghi. Il Governo ha compiuto 100 giorni e la corsa al Quirinale riserva sempre qualche sorpresa, oggi Verderami sul Corriere fa il nome di Davide Sassoli, come candidato. Prosegue fra i partiti uno scontro, non chiarissimo, sui servizi segreti e sul Copasir. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Per Avvenire la notizia è che al summit di Roma sulla salute la von der Leyen ha frenato ancora sulla sospensione dei brevetti: Vaccini non per tutti. G20 poco coraggioso. La Stampa però sottolinea in positivo un’affermazione del nostro premier: Draghi: tra due mesi via la mascherina. Il Secolo XIX sulla stessa linea: Draghi vede la fine del tunnel: «Via le mascherine tra due mesi». Il Messaggero pensa alla zona bianca a Roma: Il Lazio riapre dal 14 giugno. Nel caso del Commissario ai vaccini bisognerebbe andar cauti con le metafore militari. Invece ecco il Corriere della Sera stamattina: Figliuolo, altolà alle Regioni. Fermi o sparo. Il Quotidiano nazionale si preoccupa della concorrenza di Spagna e Grecia: L’Italia rischia di farsi rubare i turisti. La Verità punta su un grande classico, cioè se la prende con il Ministro della salute: L’ultima balla di Speranza sui malati. Il Giornale torna sui guai del predecessore di Figliuolo: Arcuri ci costa 1,4 miliardi. A proposito di soldi, la Repubblica ha un nuovo annuncio sul Pnrr: Il piano sblocca Recovery. Ma per Il Fatto: Se gratti i Migliori rispunta Lunardi. E Il Manifesto gioca con le parole: Grane d’appalto. Invece che gare. Il Mattino avverte che c’è una novità nella corsa alle amministrative: Maresca, il pm anti camorra si candida a Napoli. Il Sole 24 Ore va sul vertice di Lisbona: Sì dell’Europa alla global tax Usa. Mentre Italia Oggi sta sulle notizie di finanza: Bitcoin, il fisco Usa vuole i dati. Libero è sempre focalizzato sul centro destra e i suoi maldipancia: Ci mancava soltanto un nuovo partito. Il Domani pizzica Fratelli d’Italia: Ecco i militanti neofascisti amici del partito di Giorgia Meloni.

VACCINI 1, FIGLIUOLO ANCORA CONTRO LE REGIONI

Il commissario Figliuolo questa volta ha scritto una lettera a Fedriga, per dire: le Regioni si diano una calmata. La cronaca del Corriere.

«L'attenzione «persa un po' di vista». Il focus smarrito sui «più fragili, le classi di età over 60 e i cittadini» con patologie. Categorie, in molti casi, «non ancora messe in sicurezza». Il commissario all'emergenza Francesco Figliuolo striglia le Regioni. Lo fa con una lettera indirizzata alla conferenza che le rappresenta guidata dal presidente del Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga. Pur riscontrando «il raggiungimento di risultati assolutamente positivi» e rilevando «un comportamento virtuoso di tutte le realtà regionali» Figliuolo ravvisa negli ultimi giorni «annunci non coordinati con la struttura commissariale» da parte di alcune Regioni. Con il rischio di «confondere l'opinione pubblica e di minare lo spirito di coesione». I dati parlano chiaro. Pur essendosi elevata ai massimi la capacità somministrativa delle Regioni - con l'eccezione della Sardegna che ha usato l'83% delle dosi disponibili, ultima in classifica - c'è da fare l'ultimo scatto. Coprire uno per uno, casa per casa, le persone più a rischio. Ora c'è da mettere in campo un sistema di sorveglianza attiva in cui i medici di base hanno un ruolo fondamentale. Ci sono 472 mila over 80 non ancora vaccinati. Nell'ultima settimana hanno accelerato su questa fascia soprattutto Abruzzo e Calabria, che erano più indietro. Ma occorre fare di più convincendo chiunque, tra i fragili, della necessità di vaccinarsi. Per questo l'annuncio di alcune Regioni, in testa il Lazio, di coprire i maturandi, ha destato in Figliuolo qualche perplessità. Perché rischia di confondere sulle priorità della campagna. L'apertura a tutte le fasce d'età, secondo alcune proiezioni, può davvero partire attorno a metà giugno. Nell'attesa sarebbe necessario intercettare quasi 4,7 milioni di over 60 non ancora vaccinati. Tra questi c'è una buona fetta di prenotati, ma sugli over 80 le nuove adesioni alla campagna sono troppo basse. Diffidenza, disinteresse, attesa per l'immunità di gregge: sono tante le variabili in gioco. Ma è chiaro che occorrerebbe spingere di più».

Massimo Gramellini nella sua rubrica in prima pagina sul Corriere ha gioco facile a scherzare sul generale e sulle Regioni che vanno in ordine sparso. 

«Povero Figliuolo, è capitato in un mondo di pazzi e non riesce a farsene una ragione. O una Regione, ciascuna delle quali si comporta come le pare. Una vuole vaccinare i turisti, una i sedicenni, un'altra le isole, un'altra ancora la terraferma. Mettetevi nei panni del generalissimo, medaglie comprese: da anni è abituato a vedere i sottoposti scattare sull'attenti, ma adesso si ritrova circondato da venti autocrati regionali, autodefinitisi governatori, che considerano capotavola il posto dove sono seduti loro. E oltre a non eseguire i suoi ordini, li vanificano con il disordine. Figliuolo ricorda il quadratissimo Arrigo Sacchi alle prese con le bizze anarchiche di Van Basten, con la differenza che i governatori non fanno neanche gol. Anzi, si sgambettano a vicenda. In preda a un attacco di sconforto, il generale ha inviato loro un dispaccio per esortarli a «evitare iniziative non inserite in un piano coerente a livello nazionale». Cioè a smetterla di fare di tutto, pur di fare il contrario di quello che ha chiesto lui: vaccinare fragili e anziani. Buonanotte. Prima di dare retta a Figliuolo e al buonsenso, i governatori devono rendere conto a clientele, lobby, interessi territoriali. È la politica, bruttezza. L'unica via d'uscita per il generale sarebbe trasformarli in colonnelli. Così darebbe finalmente degli ordini con qualche speranza di vederli eseguiti. Chissà, col doppiopetto ingombro di mostrine, persino a De Luca potrebbe scappare un “signorsì”».

VACCINI 2, “DOBBIAMO VACCINARE IL MONDO”

Al vertice globale sulla salute di Roma, scienziati e politici europei hanno concordato su un punto: dovremmo convivere con le pandemie. Anche col Covid che rischia di diventare “endemico” per molti anni. Draghi ha detto: «Dobbiamo vaccinare il mondo e dobbiamo farlo velocemente». Sono stati fatti passi avanti sulla sospensione dei brevetti, ma la resistenza tedesca ha spinto al compromesso sulla “cessione volontaria” dei brevetti da parte dei Big Pharma. Ecco una sintesi del documento finale offerta da Avvenire:

«“Noi, leader del G20”. Comincia con un incipit solenne la Dichiarazione di Roma, documento conclusivo del vertice globale sulla salute presieduto dall'Italia e dalla Commissione Ue. Cinque pagine fitte in inglese, due di introduzione e tre per i sedici «Principi della Dichiarazione di Roma». I leader dei 20 paesi più industrializzati concordano dunque sulla necessità di porre questa e altre possibili - probabili? - crisi pandemiche su due binari: multilateralismo e legame tra salute della persona e salute del pianeta. Solo un compromesso, molto cauto, sui brevetti dei vaccini: nessuna sospensione dei brevetti, dunque - ipotesi osteggiata dai grandi gruppi farmaceutici - ma cessioni 'volontarie' di capacità produttive e tecnologiche. Un punto di sintesi che non dispiace a Big Pharma, che in cambio promette vaccini a prezzi 'politici' per i Paesi a medio e basso reddito. Ma non soddisfa quella società civile che da tempo chiedeva di applicare gli accordi sui brevetti già previsti dall'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), dove si ipotizzano sospensioni in casi emergenziali. Critico dunque il commento di Civil 20, che ha interloquito con il G20 a nome di 500 Ong non profit del mondo. La Dichiarazione di Roma, insomma, mette insieme una visione di breve periodo - il superamento dell'emergenza Covid avviata per ora solo dai Paesi ricchi - e una di lungo termine: «Prioritaria è la messa in campo di misure adeguate per la salute pubblica, assieme al ritorno ad una crescita forte, sostenibile, bilanciata ed inclusiva», si legge nella premessa che indica i principi per «un orientamento volontario» della lotta globale al Covid. Perché il virus, dicono gli addetti ai lavori, coverà nei Paesi con scarse campagne vaccinali, e le immunizzazioni potrebbero assumere carattere stagionale, per inseguire anno per anno le nuove varianti. Probabilmente è il nodo della proprietà intellettuale quello a cui gli sherpa hanno dovuto lavorare più a lungo. Nella premessa il documento sottolinea che la 'diplomazia dei brevetti' per favorire la capacità produttiva e distributiva globale dei sieri va inquadrata sotto l'egida dell'Accordo Trips del 1994 e della Dichiarazione di Doha del 2001. Si prevede «la promozione di strumenti quali le intese sulle licenze volontarie della proprietà intellettuale, trasferimenti volontari di tecnologie know-how e unioni dei brevetti sulla base di termini mutualmente concordati».(…) «Vorremmo una Commissione Ue molto più coraggiosa», commenta a caldo Riccardo Moro, portavoce del C20: «Von der Leyen si mostra fiduciosa che all'assemblea Wto si possa proporre una terza via e ottenere consenso. L'impressione - ragiona il docente di Politiche dello sviluppo - è che la presidente tenti di evitare una rottura in sede Ue quando diversi esponenti, ma non tutti, si sono espressi in favore di un passo avanti più radicale». Insomma: «Il rischio è che un atteggiamento così prudente si risolva in un rinvio del raggiungimento di accordi veri - dice Moro - e, ciò che è più grave, in un rinvio dell'aumento della produzione. Avviare le produzioni nel Sud del mondo richiede comunque tempo. Occorre decidere subito per una deroga chiara. Affidarsi solo alle offerte dei produttori significa salvaguardare la loro posizione di potere. E non avere vaccini abbastanza per 7 miliardi di persone».

DA GIUGNO SVENTOLA BANDIERA BIANCA

Sembra una canzone del Maestro Battiato, che scomparendo, ci ha dato in questi giorni molte occasioni per risentire le sue musiche. Dal prossimo mese tutta l’Italia potrebbe diventare zona bianca. Paolo Russo su La Stampa:

«“Il rischio ragionato” con il quale Mario Draghi aveva spiegato il senso delle riaperture del 26 aprile è stato calcolato bene. Perché con il monitoraggio che vede scendere nettamente l'Rt da 0,86 a 0,78 e l'incidenza dei casi settimanali passare da 96 a 66 ogni 100 mila abitanti, si può dire una volta per tutte che la barriera alzata dai vaccini è stata più forte di tavolate al ristorante, happy hour e festeggiamenti interisti. Dati che infondono così fiducia da far scappare al premier una battuta sulle mascherine: toglierle? «Ancora no, ancora un paio di mesi...», ha risposto ai fotografi (…) Con tutti gli indicatori posizionati a testa in giù, da lunedì tutta l'Italia sarà gialla, compresa la Valle d'Aosta, che un'ordinanza di Speranza ha sdoganato dall'arancione dove era ancora confinata. Un assaggio di quel ritorno alle libertà ben più sostanziose che gli italiani potranno assaporare da qui al 21 giugno, quando, se il trend rimarrà questo, secondo i calcoli del professor Giovanni Sebastiani, ricercatore all'istituto per le applicazioni del calcolo del Cnr, tutta l'Italia sarà nell'Eden della fascia bianca dove tutto riapre, il coprifuoco non c'è più e restano solo distanziamento e mascherine. «In molte regioni l'incidenza dei casi è scesa sotto 50 per 100 mila abitanti e questo rende possibile la ripresa del tracciamento dei casi e dei contatti», ha spiegato il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro. «Il quadro è in deciso miglioramento. Cala l'incidenza, l'Rt e si abbassa l'età media delle infezioni a 40 anni, mentre cala a 65 anche l'età media degli ingressi in terapia intensiva. Inoltre l'incidenza dei casi cala in tutte le fasce d'età», sono i numeri tutti in positivo elencati da Brusaferro. Ai quali si aggiunge il fatto che tutte le regioni sono ora classificate a rischio basso e nessuna supera la soglia critica dei ricoveri in terapia intensive e nei reparti di medicina. «È il risultato delle misure adottate finora, del comportamento corretto della stragrande maggioranza delle persone e della campagna di vaccinazione», rivendica Speranza. Facendosi poi cauto quando invita gli italiani a «continuare su questa strada con fiducia, prudenza e gradualità».

Dalle colonne del Quotidiano Nazionale, parla un esperto, professore della Luiss di Tourist Management, Matteo Caroli, titolo: Spagna e Grecia, i primi avversari: «Allentano le regole e ci sfidano».

«La Spagna e la Grecia puntano a sottrarci una quota di turisti. «Sì certo, la Spagna in particolare è molto aggressiva. Due settimane fa ha detto: venite pure, dal 7 giugno riapriamo tutto, e questo ha un suo peso nell'orientare le scelte dei consumatori. E la Grecia è stata brava nel promuovere le sue isole Covid free. C'è una competizione nell'allentamento delle regole. A parte le considerazioni relative ai rischi sanitari direi però che per sfortuna della Spagna e della Grecia il turismo internazionale rimarrà ancora lontano dei picchi del 2019 e quindi la quota che potranno sottrarre è limitata, pur se un qualche effetto queste politiche aggressive lo avranno. E poi il green pass europeo, che sarà operativo da inizio luglio, farà da livella, ristabilendo condizioni di quasi parità. Ma il problema vero è chi rimarrà a casa e non andrà in vacanza da nessuna parte. Il turista mancato è il convitato di pietra di queste vacanze e andrà recuperato per il 2022». Cosa fare per aumentare le competitività e vincere la guerra per il controllo della torta turistica? «Bisogna migliorare l'integrazione tra offerta fisica e digitale, sviluppare prodotti che richiedano la partecipazione di attori diversi, avere ben chiara l'importanza sempre maggiore del destination management. Servono tecnologia e competenze e chi sarà più bravo a sviluppare e adeguare il proprio capitale umano e le proprie strutture sarà il vincitore. Altro aspetto chiave è la valorizzazione delle nostre destinazioni, che hanno una straordinaria diversificazione ma che sono in larga parte poco conosciute all'estero. Bisogna favorire la connessione tra attori privati e pubblici e creare un'offerta sistemica che convinca il turista a venire a rimanere per più giorni, scegliendo offerte qualificate». A suo avviso le isole e i territori Covid free servono in questa fase ad attirare turisti? «Per questa estate probabilmente sì. In un quadro di incertezza danno un'impressione di sicurezza, e chi prima li ha fatti, penso alla Grecia, ne avrà un qualche vantaggio. Ma non credo siano un fattore decisivo, del resto anche l'Italia si è mossa in questa direzione, riducendo così il vantaggio competitivo di chi ha agito per primo».

Claudia Voltattorni intervista sul Corriere il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi. Il Ministro rassicura gli studenti sul rischio bocciatura e si dice soddisfatto dell’adesione al piano estate: 5800 scuole hanno presentato progetti.

«Molti liceali in realtà stanno ancora alternando presenza in classe a Didattica a distanza e in tanti sono preoccupati dalle bocciature... «Come noto, con un'apposita circolare abbiamo chiesto alle scuole di tenere conto del particolare anno vissuto dai ragazzi. Bisogna avere fiducia nella scuola e nella capacità dei nostri insegnanti di valutare correttamente i loro studenti». Questa sarà l'ultima maturità senza scritti? «In realtà, la prova scritta in questa maturità c'è: in marzo è stato dato un elaborato su cui i ragazzi hanno dovuto lavorare e che diventa la base per il colloquio. L'esame di maturità sarà vedere la capacità dei ragazzi di affrontare un tema, elaborarlo e poi spiegarlo: saperlo fare io credo sia fondamentale per affrontare la vita da adulti». Questa formula potrebbe essere replicata anche il prossimo anno? «Ora vediamo come va l'esame. Poi faremo una valutazione». Le scuole apriranno anche in estate? Molti hanno detto che i ragazzi d'estate vogliono andare in vacanza. «Oltre 5.800 istituti tra scuole statali e paritarie hanno presentato progetti per ricevere le risorse Pon. Le domande si chiudevano ieri. Mi sembra un bel segnale. Per il Piano estate le scuole dispongono anche dei 150 milioni del decreto Sostegni». Come sarà il rientro a settembre? «In piena sicurezza: stiamo lavorando molto con gli altri ministeri, le Regioni, le Province e i Comuni affinché questo avvenga. Valuto positivamente l'idea della Regione Lazio di vaccinare subito i ragazzi che dovranno fare la maturità e attendiamo il 28 maggio il responso dell'Ema sul vaccino per la fascia 12-16 anni. Contiamo molto su questo».

LA TREGUA REGGE. TUTTI CANTANO VITTORIA

Sono passate più di 24 ore dal primo cessate il fuoco e la tregua fra Hamas e Israele per ora regge. Come capita in questi casi, entrambi i contendenti festeggiano i grandi risultati raggiunti, proclamando: vittoria! La cronaca di Repubblica:

«Il giorno dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, il frastuono della guerra è sostituito da una serie infinita di speculazioni intorno alla domanda "cosa succederà ora?". Regge per ora la tregua, «reciproca e senza condizioni», mediata dagli egiziani (che consente ad al-Sisi si riaccreditarsi sullo scacchiere internazionale). Completata la fase uno con il silenzio delle armi, i mediatori egiziani hanno già iniziato a muoversi tra la Striscia e Israele per tastare il terreno sulla fase due, che riguarda questioni critiche come l'avvio della ricostruzione di Gaza, l'ampliamento della zona di pesca, l'apertura dei valichi, che hanno ripreso a funzionare a intermittenza per il passaggio di aiuti umanitari e giornalisti. La grande incognita resta la fase tre, quella che dovrebbe portare a intese di più ampio respiro riguardo a progetti civili, concessione di permessi di lavoro verso Israele e l'ingresso delle valige di contanti per i funzionari pubblici, un ruolo che è spettato al Qatar negli ultimi anni dopo la chiusura dei canali tra Ramallah e Gaza. I discorsi di febbraio sull'estensione del gasdotto israeliano dal giacimento Leviatano fino a Gaza sembrano ora molto lontani. A Gaza, tra le macerie, si festeggia la vittoria divina di cui parla Ismail Hanyeh (capo politico di Hamas ndr) in un discorso pubblico da Doha (nel quale ringrazia tra gli altri anche l'Iran per il «sostegno economico e gli armamenti»). Anche in Cisgiordania e a Gerusalemme est ci sono manifestazioni con fuochi di artifici e canti che inneggiano a Mohammad Deif (uno dei capi militari di Hamas ndr). Di nuovo sventolano bandiere di Hamas non lontano dalla Muqata a Ramallah e sulla Spianata, dove si registrano tensioni nel pomeriggio quando, nella Moschea di Al Aqsa, l'Imam vicino a Fatah, viene contestato da una folla dopo un sermone troppo mite, e poi scoppiano nuovi scontri con la polizia israeliana che portano a 20 arresti. La tregua regge però anche questo primo banco di prova, ma ci si interroga cosa accadrà tra due settimane quando la Corte suprema israeliana dovrà discutere nuovamente la questione degli sfratti di quattro famiglie palestinesi da Sheikh Jarrah, di cui Hamas si è fatto portavoce. Il ritratto della vittoria dipinto da Netanyahu è dibattuto molto dai media: Hamas è stato colpito duramente, oltre 100 km della "metro" sono stati distrutti, ma si tratta solo di un terzo del sistema di tunnel che collega la Striscia sottoterra. La deterrenza è stata ripristinata, ma nessuno sa dire se si tratta di un colpo come quello inflitto al Libano nel 2006 - un fronte che a oggi non si è ancora riaperto salvo incidenti sporadici. Netanyahu dice che non ci sarà più tolleranza per i lanci di razzi da Gaza che hanno colpito periodicamente il sud del Paese e che da ora «le cose cambiano», ma è attaccato per non aver sollevato la questione degli ostaggi a Gaza (2 corpi di soldati e 2 civili israeliani entrati per errore nella Striscia e detenuti da anni). «È arrivato il momento delle azioni politiche: sulle macerie delle case dei leader di Hamas e dei tunnel, dobbiamo costruire una nuova realtà» è un passaggio del discorso di Gantz (Benny Gantz politico israeliano, leader di “Blu e Bianco” ndr) che delinea la necessità di rimettere in discussione le dinamiche cicliche che governano il triangolo infernale Israele-Gaza- Cisgiordania dalla spaccatura Hamas-Fatah del 2007. Molto di quanto potrebbe succedere dipende dalle azioni che vorrà o non vorrà intraprendere Biden, che si trova catapultato nel pantano israelo- palestinese prima del previsto. Per ora la Casa Bianca si limita a dire che «la ricostruzione di Gaza è prioritaria, non per Hamas ma per la popolazione palestinese» e che non ha in programma di cambiare l'assistenza per la sicurezza a Israele».

Non seguendo tutti i giorni quello che accade in Medio Oriente, spesso ci chiediamo: ma perché non si è mai riusciti ad arrivare all’esistenza di due popoli- due Stati, fra ebrei e palestinesi? Sul giornale israeliano Haaretz c’è un’interessante opinione di Dmitry Shumsky. Shumsky ha una tesi estrema: Netanyahu vuole che Hamas mantenga il controllo su Gaza, perché così non sarà mai possibile realizzare l’obiettivo di due popoli- due Stati. Ecco uno stralcio del suo commento.

«I leader di questa organizzazione terroristica (Hamas ndr) sanno che Israele sotto Benjamin Netanyahu non solo è riluttante a porre fine al controllo di Hamas sulla Striscia di Gaza, ma vuole preservarlo. Da quando Netanyahu è salito al potere nel 2009, ha firmato “un patto non scritto con Hamas”, nelle parole di Haim Ramon, ex vice primo ministro e ministro della giustizia. L'accordo è stato progettato per contrastare l'Autorità Nazionale Palestinese e il suo leader, perpetuando la spaccatura tra Hamas a Gaza e l'Autorità Palestinese in Cisgiordania al fine di indebolire il presidente Mahmoud Abbas e mantenere il congelamento diplomatico, sulla base dell'affermazione che l'Autorità Palestinese non rappresenta davvero tutti i palestinesi. Netanyahu ha mantenuto questa posizione durante l'offensiva aerea del novembre 2012 e la guerra a Gaza del 2014, durante la quale ad Hamas è stato offerto un cessate il fuoco non meno di 10 volte. Inoltre, dal 2012, Netanyahu ha permesso al Qatar di trasferire 1 miliardo di dollari a Gaza, di cui almeno la metà è andato ad Hamas, compresa la sua ala militare. Per Netanyahu tenere i cittadini di Israele in ostaggio di Hamas è necessario perché l'Autorità Palestinese non torni a governare Gaza. Ciò garantirà che il processo diplomatico "disastroso" non riprenda. (…) Nel suo libro in lingua ebraica “Against the Wind”, Haim Ramon fornisce prove affascinanti che supportano la sua affermazione su questo patto non scritto tra Netanyahu e Hamas. Le motivazioni di Netanyahu sono legate al suo impegno per l'idea di una Terra d'Israele indivisa e al suo impegno per prevenire circostanze che consentirebbero la creazione di uno Stato palestinese. (…) Ramon nota anche un tweet di Channel 13 News del 20 maggio 2019 che cita l'ex presidente egiziano Hosni Mubarak: “Netanyahu non vuole una soluzione a due stati, preferendo una separazione tra Gaza e la Cisgiordania, come mi disse nel 2010. " Lo aveva detto Mubarak in un'intervista al quotidiano kuwaitiano al-Anba».

L’EUROPA VERSO IL SÌ ALLA TASSA BIDEN SULLE MULTINAZIONALI

Beda Romano per il Sole 24 Ore, racconta l’importante summit europeo di Lisbona, dove si è approvata la linea americana di Yellen-Biden per una tassa minima alle multinazionali. titolo Minimum tax per le imprese, il sì europeo avvicina l'intesa.

«Si moltiplicano i segnali di ottimismo su un accordo relativo alla tassazione minima delle imprese a livello internazionale. La proposta americana di una aliquota minima del 15% ha ricevuto il sostegno di Germania, Francia e Italia, durante una riunione qui a Lisbona dei ministri delle Finanze europei, la prima in presenza da otto mesi per via della pandemia virale. Altri governi sono rimasti cauti. Ciononostante, sono evidenti le pressioni in vista di una intesa. La proposta del Tesoro americano sarebbe «un buon compromesso - ha detto ieri il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire -. Possiamo vivere con una aliquota del 15%, ma la questione chiave è raggiungere un compromesso politico non più tardi del G20 di inizio luglio in Italia». Dal canto suo, il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha aggiunto: «Si tratta di un grande progresso. Sono felice che abbiamo la prospettiva di un accordo entro l'estate». Positivo è stato anche il ministro dell'Economia, Daniele Franco: «Accolgo con favore la proposta avanzata dal Tesoro degli Stati Uniti. Le discussioni tecniche presso l'Ocse stanno procedendo bene, e la prospettiva di raggiungere una soluzione globale e basata sul consenso sui due pilastri della riforma fiscale internazionale è ora concreta. In qualità di Presidenza del G20, stiamo compiendo tutti gli sforzi per garantire il raggiungimento di un accordo politico alla riunione del G20 di luglio». In un comunicato giovedì sera, il Tesoro americano aveva spiegato che l'aliquota proposta del 15% dovrebbe essere considerata un livello minimo: «Le discussioni devono continuare a essere ambiziose per trascinare il tasso d'imposizione verso l'alto». Trattative stanno avendo luogo da quattro anni nell'ambito dell'Ocse. Due i nodi: da un lato, la tassazione minima; dall'altro la redistribuzione del gettito tra i Paesi nei quali opera una multinazionale. In aprile, il governo americano aveva parlato di una aliquota minima del 21% per le imprese americane. Questa iniziativa era stata fatta propria dalla Germania e dalla Francia, ma aveva suscitato il nervosismo di molti Paesi, in particolare di quelli che hanno fatto della tassazione uno strumento della loro competitività. In Irlanda, per esempio, l'aliquota minima è del 12,5%. Da Washington, il governo ha precisato che l'offerta del 15% non altera l'idea di un tasso del 21% a livello nazionale. Ieri il ministro delle Finanze irlandese Paschal Donohoe non ha voluto commentare l'iniziativa americana. Nei fatti, l'Irlanda è sotto pressione. Da un lato si oppone ad aliquote minime; dall'altro molte delle imprese che godono del suo generoso regime fiscale sono proprio americane».

LETTA INSISTE SULLE TASSE, LA CORSA AL QUIRINALE

La politica italiana è ancora impegnata a metabolizzare la proposta del segretario Pd su una nuova tassa di successione. Letta insiste, ieri c’è stata una telefonata franca e cordiale, come si dice, con Draghi. Monica Guerzoni sul Corriere:   

«C'è voluta una telefonata «cordiale e abbastanza lunga» per ristabilire tra Mario Draghi ed Enrico Letta quella «consuetudine di rapporti» che c'era prima della gelata sulla tassa di successione. E che, a sentire le voci del Nazareno, è più solida che mai. «Nessun problema tra me e Draghi», ha rassicurato i vertici del Pd l'ex premier, che la prossima settimana ha in agenda un incontro con il capo del governo e il cui sostegno all'esecutivo di unità nazionale non è certo in discussione. Eppure la tempesta che si è alzata dopo la proposta del segretario dalle pagine di 7 ancora imperversa, segno che il sasso gettato da sinistra nelle già inquiete acque della maggioranza ha sollevato onde alte, nel Pd e nel governo. «Io non mollo», ha rilanciato Letta dopo il colloquio con il presidente del Consiglio. Un chiarimento necessario, per liberare il campo da malintesi e interpretazioni strumentali. Il leader dem è pronto a fare la riforma del fisco. Ma tiene a far sapere agli alleati-avversari che l'idea di una imposta di successione più alta per i patrimoni sopra i 5 milioni, per offrire una dote ai diciottenni, «è una proposta per questa legislatura» e non un drappo rosso da agitare davanti agli occhi di Salvini. Il quale, al secondo giorno di polemica, di nuovo approfitta del gradito assist: «Giusto occuparsi dei giovani, ma senza punire, spremere e tassare genitori e nonni». La suggestione però non cade, anche perché Draghi non pare aver chiuso del tutto la porta. «Ne parleremo», assicura Letta. «Si approfondirà», confermano a Palazzo Chigi, dove non si aspettavano una simile bufera per una frase che il premier due giorni fa aveva pronunciato senza malizia, un po' spiazzato da una domanda in conferenza stampa: «Non ne abbiamo mai parlato, ma non è il momento di prendere soldi dai cittadini, è il momento di darli». Proprio quel che pensa Letta, il quale domani sarà in tv «per spiegare nel dettaglio la proposta di #dote18 e per ribattere alle critiche di tutti quelli che non vogliono che l'1% del Paese aiuti i diciottenni». Il tema divide il partito, eppure l'idea messa a punto con il vice segretario Peppe Provenzano non è nuova per i dem, che possono leggerla nel libro di Letta L'anima e il cacciavite, edito da Solferino. ». 

Il governo di Mario Draghi ha compiuto i primi cento giorni. È l’occasione per Fabio Martini su La Stampa di un bilancio.

«La storia è iniziata con la scoperta di due cassetti vuoti. È domenica 14 febbraio, i ministri del governo Draghi hanno giurato il giorno prima e il nuovo presidente del Consiglio parla al telefono con Paolo Gentiloni. Il Commissario agli Affari economici della Ue confessa lo stato dell'arte sul Recovery plan: «Sulla qualità delle riforme e anche sulle procedure di attuazione, la strada da fare è tanta.». Il messaggio è chiaro: le premesse del Piano ci sono, ma sui due punti decisivi per attivare i fondi di Bruxelles - riforme strutturali e cronoprogramma - di fatto siamo all'anno zero. In quelle stesse ore lo staff della Presidenza setaccia carte e file, ma scopre che, a parte le futuribili primule di Arcuri, un piano organico per i vaccini non esiste. Di quelle due premature scoperte Mario Draghi non parlerà mai in pubblico, ma la storia del suo governo è iniziata da quei vuoti: i successivi cento giorni, la cui ricorrenza cade il 24 maggio, sono stati dedicati quasi unicamente nel rincorrere le due grandi emergenze: il Covid e il Pil. Una rincorsa all'insegna del «whatever it takes», parola d'ordine che il presidente è stato attento a non inflazionare, anche se il «costi quel che costi» è diventato un mantra per collaboratori e ministri: nei primi tre mesi il volto imperturbabile e le battute sulfuree di Mario Draghi hanno coperto ansie, accelerazioni, assilli, dubbi. Mai trapelati all'esterno, ma sempre vigili. I primi cento giorni di ogni governo sono spesso occasione per consuntivi rituali e disconnessi dal "prototipo" (i poderosi primi tre mesi del 1933 del presidente americano Franklin Delano Roosevelt), eppure nel caso dell'esecutivo Draghi proprio la corsa contro il tempo è diventata "il" mantra. Era stato bruciante anche l'incarico di formare il governo, conferito la sera del 3 febbraio dal Capo dello Stato: gli azionisti della precedente maggioranza - Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti - non avevano visto arrivare il "treno" e nelle prime ore erano restati in silenzio. Dopo il giuramento del 13 febbraio il governo Draghi si aggiudica un record originale: esprime la terza diversa maggioranza in una stessa legislatura. Mai accaduto nella storia della Repubblica e neppure nella storia delle democrazie occidentali. Per contentare i partiti che ne fanno parte (5 Stelle, Lega, Forza Italia, Pd, Italia Viva, Leu) Draghi allenta i cordoni: i ministri sono 22. Due in più del Conte 2, quattro in più del Monti, sei in più del Renzi: assieme al governo Letta, quello di Draghi è l'esecutivo più affollato dell'ultimo decennio. Nelle prime settimane, confessa un ministro, «l'autentico assillo del presidente è stato il piano vaccini, non c'è stato quasi altro».

Sulla corsa al Quirinale oggi nuovo retroscena di Francesco Verderami sulle colonne del Corriere. La questione è vista dal punto di vista di Dario Franceschini.

«L'appuntamento cade alla fine della legislatura, con parti ti indeboliti, gruppi sfilacciati e con una gran massa di parlamentari consapevoli che non torneranno più (anche) per effetto della riforma con cui sono stati tagliati i posti di Camera e Senato. In questo quadro, controllare il voto è complicato: le candidature potrebbero essere esposte al tiro incrociato delle manovre ostili (che non mancano mai) ma anche delle decisioni dei singoli, che per svariati motivi non intendessero seguire le indicazioni di partito. Pertanto solo un accordo largo potrebbe reggere l'onda d'urto del dissenso a scrutinio segreto. D'altronde è messo nel conto che la base elettorale del prossimo capo dello Stato dovrebbe rispecchiare il perimetro della maggioranza di governo, altrimenti l'esecutivo verrebbe messo in difficoltà e la responsabilità ricadrebbe su chi perseguisse un tale disegno. «Il Quirinale non deve avere candidati di parte», sostiene Salvini. L'idea quindi che una «coalizione Ursula» possa imporsi nella corsa al Colle oggi appare irrealizzabile: per ragioni politiche oltre che numeriche. Così lo sforzo che un pezzo del Pd sta facendo per il presidente dell'Europarlamento Sassoli - che ha stretto forti legami con i 5S dai tempi dell'elezione della Von der Leyen e vanta ottimi rapporti con il forzista Tajani - sembra poco realistico persino agli occhi di autorevoli esponenti dem. Si torna così allo schema della vasta intesa».

VELENI E SERVIZI, LA VICENDA COPASIR

Uno dei capitoli oscuri del confronto tra i partiti riguarda i servizi segreti e la loro gestione. Sul comitato parlamentare di controllo dei servizi si è scatenata una polemica violenta, che divide il centro destra. Giacomo Salvini sul Fatto.

«A fotografare la situazione ci pensa un senatore di lunga data del centrodestra: "Su una poltrona istituzionale così importante come la presidenza del Copasir si stanno giocando le primarie per la leadership nel centrodestra". Da tre mesi, infatti, la partita della presidenza del Comitato parlamentare che esercita il controllo dei Servizi Segreti è diventata una sfida tutta politica tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Diventata ancora più delicata dopo le rivelazioni di Report sugli incontri tra Matteo Renzi e Matteo Salvini con il capo reparto del Dis Marco Mancini lo scorso dicembre, in piena crisi di governo. Secondo la legge 124 del 2007, la presidenza e metà dei componenti spettano all'opposizione, cioè a Fratelli d'Italia, ma fino a giovedì, forte anche del parere dei presidenti delle Camere Fico e Casellati, il leghista Raffaele Volpi aveva deciso di non dimettersi. Giovedì poi il passo indietro, quando i 4 componenti di Pd e M5S hanno abbandonato i lavori: Volpi e il leghista Paolo Arrigoni hanno lasciato. Una mossa ordinata da Salvini, a cui è seguita la richiesta leghista di dimissioni di tutti gli altri membri del Copasir. Obiettivo: sciogliere il Comitato e ricostituirne uno nuovo con 5 esponenti di Fratelli d'Italia, come prevede la legge. Senza questa condizione, la Lega non parteciperà più ai lavori. Apparentemente un assist al partito di Giorgia Meloni ma in realtà un tentativo di paralizzare il Copasir visto che nessuno degli 8 componenti rimasti ha intenzione di dimettersi. Tant' è che in Fd'I accusano il leader leghista di voler rimandare sine die anche la sua probabile audizione sugli incontri con Mancini. "Qualcuno si deve dimettere, Pd e M5S sono attaccati alla poltrona" ha attaccato ieri Salvini. Peccato però che la sua sia una pistola scarica: come spiegano fonti qualificate del Copasir, si potrebbe arrivare all'elezione del presidente anche senza la Lega. E questa sembra essere l'intenzione anche dei presidenti di Camera e Senato che ora, alla luce del fatto che senza il presidente l'organismo non può lavorare, sono intenzionati a risolvere il rebus velocemente. A inizio settimana, se Salvini e Meloni non troveranno l'accordo politico, Fico e Casellati si rivolgeranno ai capigruppo della Lega chiedendo di indicare i nomi per sostituire i dimissionari Volpi e Arrigoni. Ma se il Carroccio continuerà a fare muro, i presidenti delle Camere agiranno motu proprio: o nominando un deputato e un senatore leghista per poi procedere all'elezione del presidente oppure chiedendo a Volpi di allestire il seggio elettorale. In ogni caso i restanti 8 componenti del Copasir voteranno il sostituto di Volpi. E Salvini resterà con un pugno di mosche in mano. Il leghista inoltre ha posto il veto sul candidato di FdI, Adolfo Urso perché "amico dell'Iran". Se è vero che su Urso ci sono delle perplessità anche degli altri membri del Copasir, Salvini lo mette nel mirino per non darla vinta a Meloni».

A CEUTA RESPINTI TUTTI I MIGRANTI, L’EUROPA È UNA FORTEZZA

Il mondo si è commosso per la foto del neonato salvato nel mare di Ceuta, durante lo sbarco caotico di migliaia di marocchini sulle coste dell’enclave spagnolo. Ma quei migranti sono stati quasi tutti respinti e rimandati nel loro Paese. Il Riformista ne ha parlato con padre Ripamonti del Centro Astalli di Roma.

«L'umanità rischia di morire nel Mediterraneo. È il grido d'allarme lanciato da padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati, dalle colonne de Il Riformista. Dalle coste libiche a quelle tunisine, dai campi di Lesbo a Ceuta. Migranti respinti, cacciati, perseguitati.È questa l'Europa dei padri fondatori? «Assolutamente no. L'Europa è sempre stata l'Europa dei diritti, l'Europa in cui l'attenzione alla persona è sempre stata al centro. E questo è anche un po' l'obiettivo di chi arriva in Europa, cioè andare in un Continente in cui sia restituita la propria dignità, siano rispettati i propri diritti. L'idea invece di una Europa fortezza, di una Europa in difesa, non corrisponde all'immagine dei padri fondatori. Credo che dovremmo interrogarci su quale Europa vogliamo, dove stiamo andando come Europa. L'importanza di non investire sulla costruzione di una fortezza ma operare per la costruzione di una Unione che sia anche aiuto alla crescita di quei Paesi che hanno bisogno di essere sostenuti. Credo che sia un po' questo il compito dell'Europa più che una Europa in difesa, una Europa che respinge, una Europa che non salva vite in mare». (…) In un suo recente libro, La trappola del virus. Diritti, emarginazione e migranti ai tempi della pandemia (Edizioni Terra Santa) scritto assieme a Chiara Tintori, lei mette in guardia contro la "globalizzazione dell'indifferenza". «Quello che si mette in evidenza nel libro, è che questa globalizzazione era l'orientamento in cui c'eravamo già incamminati da tempo. Per anni abbiamo parlato di una situazione di sempre maggior marginalità delle persone con una protezione internazionale, abbiamo denunciato come politiche securitarie ed escludenti hanno reso la vita dei rifugiati sempre più precaria. La pandemia non ha fatto altro che rendere evidente tutto questo, ha reso visibili gli invisibili, estremizzando la loro condizione. La pandemia ha creato delle condizioni nuove dalle quali si può uscire, come dice spesso Papa Francesco, o migliori o peggiori. Il che significa anche possiamo rafforzare questa indifferenza o, viceversa, possiamo orientarci in una direzione diversa, soprattutto sulle questioni migratorie, che faccia dell'Europa e del mondo intero, un mondo più accogliente per tutti, affrontando le questioni migratorie nella loro complessità. Noi lo diciamo spesso: quello migratorio è un fenomeno complesso e va assunto e gestito nella sua complessità. A partire dal diritto a restare nei propri Paesi di provenienza, di vivere degnamente nel proprio Paese, a essere garantito nel viaggio che porta in un altro Paese e all'integrazione nel Paese nel quale si arriva. Tappe di fenomeni complessi che vanno gestiti a livello nazionale e internazionale con lungimiranza, per uscire da questa indifferenza che rischia di essere la via in cui, uscendo dalla pandemia, ci indirizziamo ulteriormente. Assumere un atteggiamento inclusivo, compassionevole e accogliente ci può mettere al riparo da un declino non solo morale ma di umanità, perché non si tratta solo di migranti». Lei parla di un nuovo rapporto di cooperazione con il Sud del Mondo, a partire dai Paesi della sponda Sud del Mediterraneo e dell'Africa. Ma come si concilia questo approccio con quello di una Europa che continua invece a sostenere e finanziare gendarmi delle proprie frontiere esterne, come la Turchia di Erdogan, e a dare soldi e credito alla Guardia costiera libica, responsabile di crimini accertati contro i migranti? «Questa è una delle questioni dirimenti. Innanzitutto, il problema della difficoltà dell'Europa ad avere una politica estera comune. E poi di avere dei rapporti con Stati, soprattutto quelli che sono sulle frontiere, come dei controllori dei flussi migratori. Mentre io ritengo, invece, che la politica estera europea, soprattutto con i paesi dell'Africa, debba andare in una direzione altra rispetto al rafforzamento dei controlli per impedire l'uscita delle persone dai Paesi». E quale sarebbe la direzione giusta da intraprendere? Puntare su investimenti, che siano investimenti in infrastrutture, che restituiscano dignità alle persone nei loro Paesi di origine. Se ne è parlato nel summit di Parigi. Il presidente Macron ha indicato lo stanziamento di denaro per far crescere questi Paesi. Occorre un investimento corale e che sia libero dagli interessi dei singoli Paesi sull'Africa nel suo insieme. Continua ad essere impedito alle navi delle Ong di salvare vite nel Mediterraneo e si sottopongono a intercettazioni telefoniche giornalisti che non si accontentano di verità di comodo su ciò che di terribile avviene in mare e nei lager libici».

UN GENOCIDIO IN ETIOPIA?

La newsletter di Oasis offre una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba, sempre molto interessante. Oltre alla guerra fra Hamas e Israele, dedica un intero capitolo all’Etiopia. E a quello che sta accadendo nel Tigray.  

«Mentre gli occhi dei media sono puntati sulla crisi in Terra Santa, in Etiopia si sta consumando un conflitto non meno drammatico. Due settimane fa il patriarca copto ortodosso del Tigray, Abune Mathias, è apparso in un video registrato dalla ONG americana Bridges of Hope International, per denunciare come un “genocidio” le violenze subite dalla popolazione tigrina (a maggioranza cristiana), accusando il governo di Addis Abeba di voler far scomparire la popolazione tigrina, di distruggere le chiese e di usare lo stupro come arma di guerra. Un articolo pubblicato da The Conversation spiega però che è difficile dichiarare ufficialmente il genocidio. Questo termine implica infatti, a differenza di altri crimini contro l’umanità, che ci sia la deliberata intenzione sia di commettere crimini contro un particolare gruppo sia l’intenzione di eliminarlo, in tutto o in parte. A ciò si aggiunge il fatto che nel Tigray questa accusa non andrebbe rivolta solamente alle forze leali al governo etiope, ma anche alle milizie paramilitari Ahmara e all’esercito della confinante Eritrea. Non tutti, ha scritto Firew Tiba sul sito anglo-australiano, hanno lo stesso obiettivo. Servirebbe un’indagine seria, in grado di distinguere le accuse a seconda degli attori ai quali sono rivolte. Ma chi potrebbe fare un’indagine di questo tipo? L’Etiopia non è parte della Corte penale internazionale e dunque il caso dovrebbe passare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove però difficilmente Cina e Russia non opporrebbero il veto. Finora solo un tribunale etiope ha indagato su quanto avvenuto a novembre 2020 ad Axum, ma in maniera certo non sorprendente ha negato l’uccisione di civili. Ad ogni modo, che venga etichettata o meno come genocidio, la situazione è gravissima. Secondo quanto riporta al-Jazeera, finora il conflitto in Tigray ha provocato 1,7 milioni di sfollati. A complicare il quadro è il fatto che gli aiuti umanitari arrivano molto difficilmente, in particolare nella città santa di Axum, a cui soldati eritrei bloccano l’accesso, come documentato da un reportage della CNN (gli 8 minuti di video-reportage iniziali danno un’idea purtroppo molto chiara della gravità della situazione). Nella regione molte persone stanno iniziando a morire di fame, e gli effetti della malnutrizione si fanno sentire in particolar modo tra bambini, donne incinte e madri in fase di allattamento. Nonostante la pressione internazionale che ne chiede il ritiro – ultimo in ordine cronologico il Senato americano, che ha votato all’unanimità la richiesta – le truppe eritree continuano a essere presenti nel Tigray. Nel frattempo le elezioni previste in Etiopia per il 5 giugno sono state posticipate al 21 a causa della situazione di instabilità».