CALENDIMAGGIO

Presto la data delle riaperture. Erdogan dice che Draghi è maleducato. Biden si ritira dall'Afghanistan. Zaki italiano. Conte vuole azzerare i 5S. La Lega non molla il Copasir. Dubbi sul ddl Zan

Ogni scadenza ha una data simbolo: quella delle riaperture delle attività potrebbe essere il primo maggio, per l’appunto Festa dei lavoratori, ma anche antica ricorrenza dedicata alla natura in fiore e alla bellezza femminile. Anche se il pressing sul calendario nasce da un’attività molto cara ai maschi: il calcio. Mettiamola così: questa storia della partita a Roma, all’Olimpico, decisa dall’Uefa, ha fatto saltare i nervi un po’ a tutti. Italia-Turchia, il prossimo 11 giugno, inaugurerà gli Europei con 16 mila spettatori ammessi. I nervi sono saltati innanzitutto ad Erdogan. Che ieri, e non prima, ha risposto a muso duro direttamente a Mario Draghi. Venerdì scorso, ormai sette giorni fa, il nostro Presidente del Consiglio lo aveva pesantemente criticato per il cosiddetto sofà gate, commentando in conferenza stampa: “Questi dittatori…”. Ieri Erdogan ha risposto, dopo la decisione Uefa sulla partita: “Totale maleducazione”. Linguisticamente, logicamente, è una reazione che non torna. Uno vi dice che non siete democratico nel vostro Paese, ma che con voi bisogna cooperare, con franchezza, e la risposta qual è? Che chi vi accusa è stato sfrontato a dirlo? Sfacciato? La maleducazione… come Morgan con Bugo a Sanremo… Se la questione è di galateo, allora è vero. La chiave per capire? La risposta di Erdogan è stata data soprattutto per i turchi, in funzione del consenso interno.

Ma per Italia-Turchia all’Olimpico sono saltati i nervi anche a tutti i lavoratori dello spettacolo. Ieri ne aveva scritto Sallusti. Se riapre il calcio, dovranno riaprire tutti gli altri. Così è stato. I lavoratori del settore hanno occupato il Globe Theatre di Villa Borghese a Roma, ricevendo anche la visita solidale del Ministro dei Beni Culturali Franceschini. Adesso la tabella di marcia è questa: oggi incontro Regioni-Governo, domani cabina di regia con l’obiettivo di fissare su calendario le scadenze delle riaperture. Ecco le priorità: prima i ristoranti, poi i luoghi dello spettacolo, quindi palestre e piscine. Oggi il Consiglio dei Ministri dovrebbe varare il nuovo scostamento di Bilancio. Appuntamento cruciale per gli aiuti economici in favore di chi ha dovuto chiudere per il lockdown.

Buone notizie dall’Italia sulla campagna vaccinale: sono stati 342 mila 560 i vaccini somministrati nelle ultime 24 ore. Cattive notizie dall’Europa, che prende tempo sul vaccino J&J, e punta a nuovi acquisti di Pfizer. Comunque l’Ema deciderà la prossima settimana, ma per stare all’ultimo piano di Figliuolo, noi italiani abbiamo bisogno di J&J, anche solo per gli over 60. Altre due notizie riguardano la politica estera: il ritiro Usa dall’Afghanistan (La Stampa propone un pezzo intelligente e molto amaro di Quirico), e il caso Zaki (detenuto ingiustamente al Cairo da più di 400 giorni) per cui si è spesa Liliana Segre.

Nebbia anche sulla politica italiana. Giuseppe Conte, da buon avvocato, aspetta l’aiutino della magistratura sarda per risolvere uno dei nodi del Movimento 5 Stelle e chiede a Grillo il permesso di azzerare tutto. Ma se Atene piange, Sparta non ride: nel centro destra si litiga ancora per la presidenza del Copasir. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Un occhio al calendario, l’altro ai vaccini. Il verbo chiave, anche nei titoli, è riaprire. Il Corriere della Sera: Il calendario: così si riapre. Gli fa eco la Repubblica: Virus, così riaprirà l’Italia. Il Manifesto dedica la foto in prima ai lavoratori dello spettacolo che protestano nel Globe Theatre di Roma: Sconcerto. Altri giornali vanno ancora dritti sulla campagna vaccinale. La Stampa: Figliuolo: «Da maggio vaccini per tutti». Il Messaggero sottolinea la nuova linea europea: Vaccini, Pfizer al posto di J&J. In sintonia il Quotidiano nazionale: Caos vaccini, non ci resta che Pfizer. Il filone giustizialista stamattina è rappresentato da La Verità: ARCURI SCARTÒ 541 OFFERTE: VOLEVA LE MASCHERINE CINESI. Da Libero: Chi vive di Speranza non va molto lontano. E anche dal Domani: Il caso del piano pandemico può travolgere Speranza. Davanti a tanta aggressività Il Fatto sta sull’usato sicuro e attacca ancora Del Turco e Formigoni: Fate la carità ai poveri condannati. Il Giornale sempre in argomento, ma il tema qui è allargato: Giustizia nel pallone. Il Sole 24 Ore lancia un allarme e chiede al Governo che siano prorogati i prestiti garantiti alle aziende: Senza prestiti salta il 30% delle imprese. Unico quotidiano che va sulla notizia del ritiro americano dall’Afghanistan è l’Avvenire: Ritiro, senza pace.

DATE E REGOLE: LA CORSA A RIAPRIRE

Il Corriere con un pezzo a doppia firma, Sarzanini e Guerzoni, mette in fila gli appuntamenti e le speranze di chi preme per la ripartenza delle varie attività.

«I primi a riaprire saranno i ristoranti a pranzo, poi i luoghi dello spettacolo e solo dopo palestre e piscine. Dalla metà del mese e non prima, nel rispetto della linea della «gradualità» scelta dal governo, potrebbero essere consentite le cene nei locali pubblici. È questo il calendario della ripartenza che segnerà il mese di maggio, ma con un programma differenziato tra le Regioni, che dovrà tenere conto di due fattori: l'andamento della curva epidemiologica e il numero di persone vaccinate. Si ripartirà soltanto nei territori che avranno dati da fascia gialla e con alcune limitazioni rispetto al passato. (…)  I protocolli sono pronti e in parte già approvati dal Comitato tecnico scientifico. Le regole saranno stringenti, ma consentiranno comunque alle attività di riprendere fiato. Anche Roberto Speranza, che è stato sempre per la linea dura, ritiene «lecito aspettarsi riaperture a maggio», sempre però monitorando i dati, che purtroppo ancora non sono incoraggianti: 16.168 contagiati e 468 morti. Matteo Salvini spinge per alzare le saracinesche già ad aprile e si aspetta che nella Provincia di Trento i ristoranti all'aperto possano riaprire lunedì 19. In realtà si attenderà maggio e chi ha spazi aperti sarà esentato dal pagamento delle tasse per l'occupazione di suolo pubblico. Il calendario a grandi linee del governo prevede un mese di riaperture graduali, per arrivare alla fine di maggio con svariate attività aperte. Per le Regioni oltre ai ristoranti e ai bar devono ripartire anche palestre, piscine, luoghi della cultura e dello spettacolo. Le linee guida che oggi la Conferenza illustrerà alla ministra Mariastella Gelmini sono state visionate dai tecnici delle strutture sanitarie regionali e prevedono la riapertura di ristoranti e bar sia a pranzo, che a cena, con regole molto stringenti al chiuso e maggiori libertà all'aperto. In una prima fase i locali potrebbero accogliere i clienti soltanto seduti, per evitare assembramenti. Per le Regioni la distanza minima tra i tavoli dovrebbe essere di due metri all'interno e di un metro all'aria aperta. I governatori spingono anche per la riapertura di palestre e piscine, strutture sulle quali il Cts ha già fissato le regole: 2 metri in palestra, 10 metri quadri in piscina. Nella fase iniziale il via libera potrebbe comunque riguardare solo gli allenamenti individuali. Potrebbero essere riaperti in zona rossa, come chiedono le regioni di centro-destra e la ministra Gelmini, ma con regole molto rigide. Gli orari del divieto di circolazione, ancora in vigore dalle 22 alle 5 in tutta Italia, sono ancora tutti da discutere. Ma se i ristoranti riapriranno la sera, è chiaro che il coprifuoco dovrà scattare più tardi. Cinema, teatri e sale da concerto riapriranno dove e quando tornerà la fascia gialla. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha inviato al Cts un documento in cui chiede di aumentare i posti a sedere e spera che «la risposta sia positiva»: 500 persone al chiuso e 1000 all'aperto e un tetto del 50% al coperto, invece che del 25%.».

Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, persino nella parodia di Crozza si danna l’anima per far arrivare il vaccino a tutti i cittadini. In un’intervista al Corriere propone di puntare sugli spazi all’aperto dei locali.  

«Se questa è una guerra, e lo è, i vaccini sono le munizioni. Però dall'Unione europea noi abbiamo avuto solo zavorre, vincoli che ci stanno trascinando negli abissi. Da noi ci sono imprenditori che sarebbero pronti a cogliere una ripresa che già esiste». Dove legge questa ripresa? «Per esempio, dal costo delle materie prime che sta schizzando verso l'alto. È la miglior prova che il mondo è ripartito. E quando ho parlato di passaporto vaccinale, sono stato attaccato duramente. Oggi, sta diventando una realtà, indifferente al fatto che a qualcuno non piaccia. Però, se servirà un passaporto vaccinale, bisognerà poterne garantire il rilascio. Dobbiamo uscire dalla logica del vaccino soltanto come salvavita e guardare in prospettiva, oltre l'aspetto sanitario». A proposito. In Veneto come va la campagna vaccinale? «Credo che siamo quelli che in Italia vaccinano di più. Con questa settimana finiamo gli ultraottantenni e siamo circa alla metà degli ultrasettantenni. Tra medici e ingegneri gestionali, abbiamo messo insieme una macchina capace di fare al minimo 30, 35 mila vaccinazioni al giorno e, tirata al massimo, può farne 80 mila. Potremmo vaccinare l'intera popolazione in un mese e mezzo, ma appunto ci mancano le munizioni. Cioé, i vaccini». (…)  Parliamo di riaperture. Lei che cosa farebbe se fosse libero di decidere? «Fermo restando che è una decisione del governo, penso che abbiamo l'obbligo di essere obiettivi e di guardare in faccia la realtà. Partendo dal primo punto: l'infezione, è innegabile, esiste. La nostra situazione va abbastanza bene, ma anche oggi abbiamo 2.000 persone negli ospedali». Quindi, prudenza? «Quella sempre. Ma è anche vero che molto è cambiato rispetto al marzo 2020: le terapie intensive sono raddoppiate, esistono protocolli di cura che prima non c'erano, dispositivi di protezione che non avevamo, una diagnostica e conoscenze di cui non disponevamo. E poi, ci sono gli anticorpi monoclonali, oltre che le vaccinazioni. E dunque, è umano e logico prevedere una nuova forma di convivenza con il virus». Per esempio? «Per esempio, l'assembramento è un rischio, ma probabilmente non lo è nei locali che hanno i dehors o gli spazi all'aperto. Però, quello che è indispensabile è la collaborazione di tutti: mascherina, non assembramento e igiene delle mani, insieme valgono quanto un lockdown. Ovvero, si passa a una responsabilità collettiva a una responsabilità soggettiva in capo ad ognuno di noi».

IL GLOBE, WILLIE PEYOTE E LE RIAPERTURE DEGLI ALTRI

Efficace l’idea di andare, per protestare, in uno dei luoghi di spettacolo all’aperto meglio riusciti degli ultimi anni: il Globe Theatre di Villa Borghese a Roma. Riccardo Antoniucci su Il Fatto.

«A noi gli occhi please". Parafrasando Gigi Proietti, che ne è stato direttore artistico, un gruppo di lavoratori dello spettacolo ha occupato ieri il Globe Theatre di Roma, sulla scia di analoghe proteste al Piccolo di Milano e al Malatesta di Napoli. Attori, maestranze e operatori riuniti sotto varie sigle (dagli Autorganizzati dello spettacolo fino all'Arci), sono entrati nello stabile nel cuore di Villa Borghese con mascherine, sacchi a pelo e un programma di assemblee e dibattiti sul tema delle condizioni di lavoro del settore. "Non siamo qui per chiedere la riapertura immediata dei teatri", spiegano. Chiedono invece una riforma delle forme contrattuali, che garantisca continuità di reddito per le piccole realtà dello spettacolo dal vivo, quelli che non fanno parte di grandi compagnie o teatri nazionali e non accedono al Fondo unico dello spettacolo, né nei criteri per i ristori disposti nell'ultimo anno per il settore che, sostengono, sono la maggioranza. "La pandemia ha scoperchiato la situazione tragica del nostro settore, in gran parte ignota anche alle istituzioni", ha spiegato Giulia Vanni, attrice. Da subito è arrivata la solidarietà di decine di artisti e del Teatro di Roma, oltre a quella meno scontata, di Alessandro Fioroni e di Carlotta Proietti, organizzatore e direttrice artistica del Globe. Chiamato in causa, nel pomeriggio è intervenuto anche il titolare del Mibact, Dario Franceschini, che ha detto di ritenersi "non una controparte" ma un difensore dei presenti e ha accettato di convocare un incontro tra i rappresentanti della categoria, il ministero della Cultura e il Ministero del lavoro. L'appuntamento è fissato al 22 aprile. Nel frattempo l'occupazione del Globe prosegue con assemblee aperte al pubblico e trasmesse in streaming sui social».

Il cantante Willie Peyote aveva cantato a Sanremo una canzone, titolo Mai dire mai, mettendo a tema il periodo di pandemia che stiamo vivendo. Quella canzone conteneva una profezia: riapriranno gli stadi e non il resto… Repubblica lo ha intervistato.

«Willie Peyote(…) aveva previsto quello che il Ministro Speranza ha annunciato, ovvero la riapertura dello Stadio Olimpico per le partite dei campionati europei di calcio, con un pubblico limitato. (…) Il testo della canzone dice: “Riapriamo gli stadi, ma non teatri né live” e così, ad oggi, è andata. “Dovevano dare una risposta in tempi brevi alla UEFA e hanno dato un segnale positivo”, dice Peyote, “Ma è un bene e io sono fiducioso. Se aprono per il calcio dovrebbero aprire anche per la musica, non possono nascondersi dietro a un dito. Sostenere una scelta del genere vuol dire che in qualche modo non potranno continuare a far finta di niente, non possono evitare di concedere spazi ad altri ‘assembramenti’, quelli dei concerti e degli spettacoli. E sarà un bene per tutti”». 

Michele Serra nella sua Amaca su Repubblica si chiede: ma esiste davvero il partito del lockdown? Conoscete qualcuno che non voglia le riaperture?   

«Conoscete una sola persona, dico una sola, che non desideri che tutto riapra? Che non veda l'ora di tornare al ristorante, dal parrucchiere, in palestra, al bar, al cinema, a teatro, alla recita scolastica, allo stadio, eccetera? Io no. Non ne conosco una, di persona, che non speri che tutto riapra, e al più presto: qualunque lavoro faccia, qualunque idea politica abbia. Perché, dunque, ci sono politici e agitatori di piazza che parlano della riapertura come di un diritto negato dalle Forze Oscure della Chiusura? Come di una libertà da rivendicare in faccia a qualcuno che la osteggia per puro spirito repressivo, magari per sadismo? Esiste forse qualcuno che può compiacersi di questa sventura, speculare sulla rovina economica di molte categorie, programmare con sadismo la clausura dei bambini e dei ragazzi? Esiste, nel mondo, un partito o una consorteria o una mente malata che abbia potuto concepire e poi gestire questa mezza carcerazione dell'umanità? Esiste, insomma, qualcuno che parteggi per la clausura, e speri di procrastinarla il più a lungo possibile? (…) La pandemia è un carcere senza carcerieri, inutile additarli all'odio della folla: non ci sono.».

PERCHÉ ERDOGAN RISPONDE COSÌ

Difficile capire la logica della riposta del presidente turco Erdogan al nostro Draghi. Nathalie Tocci, analista dell’Istituto Affari Internazionali, su la Stampa, offre una chiave tutta interna per capire le mosse del “dittatore” turco.

«Il presidente turco ha atteso qualche giorno le scuse di Draghi. Erdogan probabilmente quelle scuse neppure se le aspettava, ma qualora fossero arrivate sarebbero state usate convenientemente per accendere gli animi nazionalisti nel Paese, dai quali gran parte del proprio potere dipende. Ma anche il silenzio italiano ha fatto gioco al presidente turco. Non solo Erdogan ma anche la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica turca - orgogliosa, patriottica se non nazionalista - si è sentita insultata dall'esternazione di Draghi. In quanto tale, la risposta di Erdogan, che ha bollato come "maleducato" l'atteggiamento di Roma, ha messo a segno un altro punto nell'ardua battaglia per riacquistare consenso interno. Una volta fatto il primo passo falso dall'Italia, Erdogan aveva già vinto l'unica partita che realmente gli interessa: quella in Turchia. Questo vuol dire che i rapporti tra Roma e Ankara subiranno una inevitabile battuta d'arresto, che farà saltare investimenti, accordi commerciali o intese di sicurezza o migrazione tra i due Paesi o con l'intera Unione europea? La domanda da porsi è sempre la stessa: a Erdogan conviene? La risposta è chiaramente no. Così come il presidente turco ha avuto e continuerà ad avere interesse e pure una certa soddisfazione a dare buffetti sulla testa a Roma per qualche tempo - altro esempio eloquente è stata la vista in pompa magna del presidente del governo di unità nazionale libico Dbeibah ad Ankara, accompagnato da ben 14 ministri, la settimana scorsa -, le relazioni con l'Italia sono e possono rimanere strutturalmente costruttive».

C’È UN ITALIANO IN CELLA AL CAIRO: SI CHIAMA ZAKI

Il Senato ieri ha votato per conferire la cittadinanza italiana a Patrick Zaky, il giovane egiziano che studia a Bologna e che è da più di un anno ingiustamente detenuto nelle carceri del Cairo. Concetto Vecchio su Repubblica racconta della senatrice Liliana Segre che ha voluto partecipare al voto.

«Sono qui come nonna di Patrick Zaky, so cosa vuol dire stare da innocenti in prigione», dice la senatrice a vita Liliana Segre, 90 anni, presentandosi al Senato che discute della cittadinanza italiana al giovane egiziano, studente dell'università di Bologna, arrestato nel febbraio 2020 al rientro al Cairo. «Mi ha colpito l'intervento di un senatore del gruppo misto che ha ricordato che è in prigione da 431 giorni. L'ho provato anche io, di persona, cosa vuol dire stare dentro una prigione, con la porta chiusa, e non sapere se è meglio restare isolati o se preferire la porta aperta. Perché da quella porta possono entrare notizie agghiaccianti o comandi spaventosi. Ora sono una vecchia signora, ho dei nipoti dell'età di Zaky, potrei essere sua nonna, quindi sono venuta perché la battaglia per la libertà dovrebbe mettere d'accordo tutti», dice a Rai News24, ricordando la sua prigionia prima di essere deportata ad Auschwitz. Era stata a lungo lontana dal Senato, per il Covid. «Ho fatto questo viaggio perché ci sono delle occasioni in cui uno deve vincere le forze che non sono sempre brillantissime», spiega a Radio Popolare. Zaky, in cella per «incitamento alla protesta» e «istigazione a crimini terroristici», mette, per fortuna, d'accordo quasi tutti a Palazzo Madama. Nessuno vota contro le due mozioni presentate da Pd e M5S per chiedere al governo di conferirgli la cittadinanza italiana».

GLI USA SI RITIRANO. SPAZIO AI TALEBANI, 20 ANNI DOPO

Dopo vent’anni, ha annunciato il Presidente Biden, le truppe occidentali si ritirano dall’Afghanistan. Domenico Quirico su La Stampa scrive un pezzo bellissimo e molto amaro. Prende spunto dalla foto di un bambino afghano che riceve l’ultima caramella dal soldato statunitense. Gli Usa, l’Occidente, noi facciamo sempre così: ora a Kabul torneranno i talebani e detteranno le regole della sharia.

«Una fotografia. Insegna molte cose: un soldato americano, con indosso tutta la sua lucida spazzatura tecnologica e guerriera, porge una caramella a uno stracciato scugnizzo afghano. Che la prende con la stessa composta miseria, la stessa timidità di fronte all'ingiustizia universale del protagonista di «Ladri di biciclette». Immagine indimenticabile dell'ipocrisia: ora che il guerriero se ne va, sconfitto, umiliato dai ciabattanti ma implacabili mujaheddin talebani. Fine delle caramelle, degli aquiloni, del progresso sotto i cieli meravigliosi e crudeli di Kabul, della eguaglianza delle donne, del suffragio universale, della volontà dei più. Fine di questi tamponi e impiastri illusori, vaniloqui, frasi con cui sosteniamo di voler calmare i dolori più comuni dell'umanità. Sì. La sconfitta in Afghanistan riassume i difetti dell'Occidente. Proviamo a tentare quello che non facciamo mai, leggere la storia con gli occhi del bambino afghano, degli indifesi, dei disarmati, di coloro che hanno sopportato questa guerra come hanno sopportato le innumerevoli altre da secoli, come una fatica maledetta, necessaria a campare. Che sognavano la pace senza in fondo crederci e che adesso sono nelle mani dei taleban, assediati, senza un viottolo di scampo. Sono i milioni di afgani che in questi anni hanno creduto alle promesse che abbiamo regalato senza risparmio, gli americani, noi, gli occidentali. È vero: per credere alle promesse degli americani, smentite ogni giorno dalla storia del Vietnam, dell'Iraq, della Somalia, di mantenerle, bisogna avere la fede che nutrivano i primi cristiani che credevano nel prossimo avvento del regno di dio. Eppure molti afgani ci hanno creduto. Che cosa non si aspetta, in fondo, dall'America? Anche chi la disprezza e la maledice la crede capace di grandi cose. Così ci sono donne che hanno gettato il burqa nella spazzatura, hanno spezzato fragorosamente abitudini, minacce, proibizioni, legami famigliari. Non c'erano gli americani, l'Occidente lì a vigilare che il medioevo non tornasse in vigore, e li stritolasse? E poi ci sono, giovani soprattutto, quelli che hanno scritto, firmato documenti, sono apparsi in televisione, hanno usato i nuovi strumenti della tecnologia, per ribadire che loro erano pronti, volevano la tolleranza, un mondo pulsante di contraddizioni e molte verità perché questo è la natura dell'uomo. Che erano stufi di kalashnikov e di fatwe e madrase che eruttavano fanatici ignoranti. Volevano la modernità. Ci voleva coraggio e loro l'avevano. Ma gli occidentali non erano lì a ripetere, a data fissa, che erano apostoli proprio di quella modernità, per salvarli dai loro demoni? (…) Gli occidentali non volevano far del bene agli afgani ma a sé stessi. E adesso, traditi, abbandonati, sono di fronte alla perentorietà disumana dei vincitori, i taleban. Non li consolano certo le spigolature degli sconfitti per nascondere la ritirata: che ci sono taleban buoni e taleban cattivi, che i ragionevoli stanno prevalendo. Altre bugie. I taleban scendono a Kabul con il loro armamentario intatto, che è sintetizzato in una parola: sharia. Compiranno con calma le vendette, purificheranno, ripuliranno i traditori, gli apostati».

CONTE VUOLE AZZERARE TUTTO E RIPARTIRE

In Italia il calendario preme anche sulla politica pura, in particolare dalle parti dei 5 Stelle. Emanuele Buzzi nel retroscena sul Corriere racconta l’intenzione di Giuseppe Conte. Ha chiesto a Grillo, il Garante, di azzerare tutto: simbolo e nome. Obiettivo: rifondare davvero il Movimento.

«Due chiavi per uscire dallo stallo: una giudiziaria e l'altra, invece, politica. Entro una decina di giorni il Movimento potrebbe tirarsi fuori dalle secche in cui è finito. Le novità riguardano la strategia che ha in mente Giuseppe Conte e le questioni legali cagliaritane. In Sardegna, infatti, è in corso una causa contro l'espulsione della consigliera regionale Carla Cuccu. Il tribunale ha trasmesso alla procura il decreto di nomina del curatore speciale (in quanto Vito Crimi non è stato riconosciuto rappresentante legale): ciò permette al pm di adottare tutti i provvedimenti necessari per «la costituzione della normale rappresentanza». In pratica, la procura chiederà a Grillo di far svolgere la votazione per eleggere il comitato direttivo, previsto dallo statuto M5S. I Cinque Stelle ritengono che già nel giro di pochi giorni ci possano essere passi formali. A quel punto si dovrà attendere la risposta di Rousseau, «fermo» a causa delle difficoltà economiche. Non è escluso che Davide Casaleggio chieda di poter avere un saldo prima di effettuare la consultazione. Una eventuale votazione aprirebbe comunque una nuova fase, dominata dall'incertezza: toccherebbe ai nuovi vertici ratificare la svolta contiana. L'ex premier dal canto suo si è convinto che la situazione attuale è un ginepraio: per questo motivo ha contattato Beppe Grillo, spingendo il garante verso un'idea più «estrema» di rifondazione, quella studiata inizialmente e poi accantonata. Conte vorrebbe ripartire da zero: nuovo statuto, nuovo simbolo e lasciare l'attuale Movimento come una bad company temporanea - svuotata - che lo accompagni verso le prossime Politiche. Uno strappo dal brand originario su cui il garante sta riflettendo».

IL COPASIR LOGORA CHI NON CE L’HA

La Presidenza del Copasir è un impedimento grave nel dialogo all’interno del centro destra fra Lega e FdI, che attraversa la linea fra governo e opposizione. Il Corriere affida il rompicapo alla cronaca di Giuseppe Alberto Falci. Il presidente leghista, Volpi, non vuole dimettersi. Quello meloniano, Urso, resta in panchina.  

«È ancora stallo sull'affaire Copasir. A sera Matteo Salvini, ospite di Porta a Porta , auspica che l'organismo di controllo sui servizi segreti «si azzeri». Eppure il presidente leghista Raffaele Volpi resiste ed è ancora al suo posto. Così il contatore delle dimissioni ne registra solo due: il meloniano Adolfo Urso e il berlusconiano Elio Vito. Sintesi della giornata. Quando alle due del pomeriggio a Palazzo San Macuto Volpi apre la seduta del Comitato di controllo sui servizi segreti si ritrova sul tavolo il passo indietro di Vito, che al mattino ha inviato una lettera al presidente della Camera, Roberto Fico. «Non è più tollerabile - scrive Vito - il perdurare di una situazione non corrispondente alla legge, con alla presidenza un esponente della maggioranza». E, infine: «Spero che questo gesto indichi la via del rispetto delle regole istituzionali, a chi avrebbe dovuto già seguirla» (…) E Volpi? Il leghista non si scompone e tira dritto. «Fin quando non si incontrano Meloni e Salvini nulla cambierà» avvertono da Radio Transatlantico. Anche perché si ritiene che «la partita» sia strettamente connessa alla selezione dei candidati delle prossime amministrative, agli equilibri in Rai, alle nomine nelle società dello Stato. Fatto sta che dalle parti di FdI l'atteggiamento del leghista non viene affatto digerito. Dice Francesco Lollobrigida: «Adesso l'organismo è menomato, non c'è più l'opposizione essendosi dimesso Urso. Siamo al paradosso: Salvini e Volpi invocano l'azzeramento del Copasir ma restano al loro posto».

SUL DDL ZAN CRITICHE ANCHE DI ZANELLA (VERDI)

L’Avvenire, in quasi completa solitudine, sta raccontando ogni giorno il maldipancia di parti della sinistra italiana sul Ddl Zan. Prima ha dato notizia del manifesto dei 161, ieri ha ospitato un’opinione critica e interessante dell’attivista omosessuale Paola Concia. Oggi dà spazio alle osservazioni di Luana Zanella, portavoce storica dei Verdi.   

«Si apre ancora una crepa nel fronte trasversale che sostiene la 'legge Zan'. Dopo le femministe, dopo l'attivista omosessuale Paola Concia - le cui voci sono state registrate nei giorni scorsi su queste pagine - a farsi avanti è Luana Zanella, già portavoce storica dei Verdi, due volte deputata dal 2001 al 2008 e oggi nell'esecutivo nazionale del partito ambientalista (che non ha una presenza al Senato, ma conta su quattro rappresentanti alla Camera, nel Gruppo misto). Ad Avvenire anticipa i contenuti di una lettera aperta inviata alla commissione Giustizia del Senato, che sta esaminando il testo della proposta di legge contro le discriminazioni fondate sul «sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere». «Questo disegno di legge è frutto di una mediazione che ha portato a un testo non buono e che va migliorato. Per paura di essere tacciati di omofobia o transfobia, i malcontenti non si sono fatti avanti. Ma finalmente si è aperta anche a sinistra una finestra di discussione». Luana Zanella, cosa contestano i Verdi di questo disegno di legge? «La prima obiezione riguarda già l'articolo 1. Quando si stabilisce che sono punibili le condotte discriminatorie fon- date tra l'altro sul 'genere' e sulla 'identità di genere', non si rispettano i requisiti di determinatezza e tassatività richiesti per nuove fattispecie penali. Si tratta di termini oggetto di dibattito culturale, politico, giuridico e soggetti a interpretazione controverse». Quale pericolo intravede? «Che queste categorie possano venire applicate dal giudice in modo disomogeneo ed arbitrario». All'interno dell'esecutivo dei Verdi quali altre osservazioni sono emerse? «Appoggiamo le richieste di modifica che ci sono state sottoposte da Arcilesbica: in particolare, si chiede di usare termini chiari e inequivocabili per evitare il conflitto tra i diritti delle donne e quelli delle persone transessuali. In pratica: occorre sostituire il termine 'genere', che nel senso comune viene usato anche per intendere il sesso oppure le donne, con 'stereotipi di genere' e 'identità di genere' con 'transessualità', parola che difende pienamente i diritti delle persone transessuali senza confliggere con quelli delle donne. Come spiega bene Arcilesbica, se non si vuole procedere in questo senso è perché ci sono delle pregiudiziali ideologiche di alcune associazioni trans: più che il desiderio di proteggere le persone si vuole spianare la strada all'auto-identificazione come uomo e donna». Pensa che le istanze dei Verdi saranno prese in esame? «Io mi auguro che ci sia un confronto libero e sereno, in cui esprimendo le proprie perplessità non si venga tacciati di omotransfobia. O in cui dichiarandosi contrari all'utero in affitto non si sia accusati di essere transescludenti. Io sono sempre stata nel centrosinistra e non esiste che su queste tematiche ci siano differenze irriducibili. Le divergenze non si devono più nascondere ma vanno affrontate con coraggio e determinazione. Ne va delle conquiste delle donne e dell'affermazione delle differenze sessuali, della valorizzazione delle differenze e delle mutazioni antropologiche. Certo, fanno più rumore le posizioni a favore della legge Zan espresse da personaggi del mondo dello spettacolo come Fedez. Questa grancassa mediatica ha generato una adesione con gli stessi meccanismi populisti, viscerali e ideologici che la sinistra tanto condanna».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi intervista esclusiva con un protagonista della politica. Non mancate.