Caro bollette, colpa di Greta?

Polemica sui rincari di luce e gas: ma è colpa dei verdi? Il Fatto dice no. Ma gli esperti insistono. Incontro Conte-Cingolani. Green pass per tutti. Il Papa torna a Roma. Norvegia, vince la sinistra

Si parla ancora tanto di Green pass, ma la pandemia e tutte le problematiche ad essa collegate sembrano andare sempre più verso il fondo dei giornali. Buon segno perché l’emergenza di fatto tende a scendere lentamente. Come calano lentamente i sondaggi. E resta anche lento il ritmo delle somministrazioni. Si è arrivati ieri comunque a 40 milioni di italiani, over 12, vaccinati con prima e seconda dose, mica poco. La terza dose per ora è ipotizzata solo per le categorie a rischio, in tempi brevi. Difficile che possa riguardare tutti.

Lo choc del possibile aumento del 40 per cento delle bollette di luce e gas e le discussioni sulla riforma del Fisco (potrebbe essere questa la settimana buona) riportano l’interesse alla nostra economia e ai bilanci delle famiglie. Il Fatto critica chi incolpa gli ambientalisti dei rincari energetici. Fra l’altro ieri c’è stato il chiarimento fra Conte e il ministro Cingolani sul nucleare. È stato ribadito che in Italia non si farà, neanche quello “pulito”. D’altra parte l’Europa, e in essa l’Italia, hanno un problema strutturale, che si sta aggravando sia per i cambiamenti climatici che per quelli geopolitici. Parlando di profughi e di corridoi umanitari, Draghi ha ricordato le responsabilità dell’Europa e del G20. Chi ne prenderà la leadership? La Merkel, prima di lasciare, ha assicurato il gas russo ai tedeschi, ottenendo il sì di Biden. Non va scordato. A proposito, Paolo Mieli sul Corriere nota che la sinistra ha vinto in Norvegia e potrebbe replicare il successo coi socialdemocratici in Germania. Ed a guardare i sondaggi non è neanche messa male la sinistra italiana il 3 e 4 ottobre. Vedremo se ha ragione.

Ultime ore del viaggio del Papa in Slovacchia. Ieri Francesco ha parlato della Croce, che non può essere ridotta a simbolo politico. Ha anche incontrato i Rom, sottolineando l’opera educativa dei salesiani in quello che è a tutti gli effetti un ghetto contemporaneo. Il genio di don Bosco davvero abita ancora il mondo, in aiuto dei giovani più esclusi. Il rientro a Roma del Papa è previsto per il pomeriggio. Dall’Afghanistan arrivano notizie sempre più angoscianti. Calando l’attenzione occidentale, i talebani stringono il cerchio della dittatura. Interessante intervista del Fatto con un prof di studi strategici, secondo cui è la Cina a influenzare Kabul. Si è aperto il processo contro Zaki, ora la sua colpa è un articolo che aveva scritto in difesa dei cristiani copti.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera è quasi ecumenico: Green pass per tutti al lavoro. Repubblica specifica: Green pass per lavorare. Il Giornale vede arrivare un: Green pass totale. Altri titoli sono ancora sui rincari choc dell’energia. Il Fatto se la prende con gli anti verdi: Bollette, tutte le balle contro gli ambientalisti. Il Quotidiano Nazionale teme che la riforma del fisco aggravi la situazione: Bollette e casa, tira aria di stangata. Stesso concetto di Libero che è più colorito: Draghi non fare scherzi. Dopo la luce occhio a case e pensioni. Il Manifesto dedica il titolo didascalia al ministro Cingolani: Insostenibile. Il Mattino cerca di essere ottimista: Energia, il piano anti-rincari meno imposte nelle bollette. Così come Il Messaggero: Piano anti-rincari. Anche il Sole 24 Ore ipotizza una limatura delle imposte: Contro il caro bollette taglio dell’Iva. La Stampa riassume: Rischio stangata da 1300 euro, ora il governo corre ai ripari. L’Avvenire resta sul viaggio del Papa in Europa: Rispettare la Croce. Il Domani attacca frontalmente Salvini sulla base di inchieste calabresi: Sulla Lega l’ombra della ‘ndrangheta. La Verità è come sempre sulla pandemia, versante scettici: Di cure Covid si può parlare solamente per farle a pezzi.

VERSO IL GREEN PASS PER TUTTI

Lo scopo dell’esecutivo resta sempre lo stesso: estendere il più possibile il certificato verde. Giovanna Vitale e Tommaso Ciriaco per la Repubblica.

 «L'obiettivo del governo è allargare al massimo il Green Pass. Per farlo, è allo studio un decreto che introduca il passaporto vaccinale per la pubblica amministrazione, ma anche per l'intero settore privato. L'obbligo scatterebbe a metà ottobre. L'idea è fissare un principio generale valido per tutti i lavoratori, mentre su controlli e sanzioni l'applicazione sarà diversificata. Demandata, nelle aziende, alla concertazione tra parte datoriale e sindacati. La novità di queste ore è che l'esecutivo proverà a portare il provvedimento in Consiglio dei ministri già domani, dopo aver riunito la cabina di regia. Di fatto, una svolta capace di chiudere definitivamente la partita delle regole per contrastare la pandemia. Sempre che la Lega non si metta di traverso più di quanto il suo leader non stia già facendo. «Io non ho ancora visto nessun documento », sibilava ieri pomeriggio Matteo Salvini, trincerandosi dietro l'attesa di vedere le carte. «Ma in Europa saremmo gli unici a farlo», la stoccata che prelude al tentativo di sabotare, o quanto meno annacquare, il testo in gestazione. Sono ore politicamente complicate. A Palazzo Chigi si lavora da giorni su due schemi alternativi. Il primo, più contenuto, prevede il pass per la pubblica amministrazione e le sole attività private in cui già vige l'obbligo della carta verde per gli avventori (ristoranti e bar, palestre e piscine, treni e aerei, fiere e stadi). Il secondo, invece, immagina di affiancare all'obbligo per gli statali anche quello per tutte le aziende. Opzione che sembra aver preso il sopravvento. Anche perché ha un duplice vantaggio: evita una doppia frizione - che sarebbe comunque inevitabile - con Salvini e risolve da subito il problema delle partecipate. I lavoratori delle aziende in cui è presente lo Stato, infatti, sono tantissimi e non sono giuridicamente assimilabili ai dipendenti pubblici. Perciò il decreto unico è considerata la strada migliore. Gli uffici legislativi di Palazzo Chigi e dei ministeri interessati stanno lavorando senza sosta per sciogliere, entro le prossime ventiquattr' ore, gli ultimi i nodi. Alcuni comunque delicatissimi: come comportarsi con gli eletti che entrano in un ufficio comunale in cui è richiesto il Green Pass ai lavoratori? Oppure: chi paga i tamponi nel settore privato a chi non intende vaccinarsi? E ancora: come controllare autonomi e professionisti? Draghi, insieme al ministro Speranza, pensa a ogni modo che sia arrivato il momento di mettere la parola fine a questo dibattito e andare oltre. Anche perché la Lega di Giancarlo Giorgetti e dei governatori ha già deciso che la strada da percorrere sia proprio quella di estendere il passaporto vaccinale sia al settore pubblico sia a quello privato. Una svolta che il ministro dello Sviluppo ha tra l'altro promesso alla Confindustria di Carlo Bonomi. Ponendo le basi politiche per il sostegno dei leghisti all'operazione. Bastava ascoltare ieri mattina Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia-Giulia: «La decisione non mi vedrà in dissenso se fatta sull'indirizzo della parte scientifica. Non trasformiamo in una battaglia ideologica la pandemia, dove uno è a favore o contrario a prescindere. Sarebbe una follia». Segno che Salvini è ormai isolato. Abbandonato dagli alleati - con Fi schierata sull'estensione senza se e senza ma - e pure dai suoi. Tanto da costringerlo, a un certo punto, a invocare improbabili sponde: «Ho appena sentito Zaia che ribadisce che va usato in maniera limitata», sbuffa in serata il segretario del Carroccio, aggrappandosi al governatore veneto, fra i più critici nei suoi confronti. Sintomo di grande difficoltà. Che nelle ultime ore lo ha spinto a parlare anche d'altro. In particolare di fisco. Materia sulla quale il governo ha già cominciato a ragionare. Difficile che la legge sulla delega fiscale venga presentata nel Cdm di domani. Ma lo scambio politico proposto a Salvini sembra chiaro: chiudiamo la partita del passaporto vaccinale e concentriamoci sulle tasse, tema assai più sentito in Via Bellerio. L'impressione, tuttavia, è che l'ex ministro dell'Interno non si rassegnerà facilmente, anche se alla fine sarà costretto a cedere. Pronto a dare battaglia già oggi in Senato, dove si vota la conversione del primo decreto Green Pass, sul quale incombono un centinaio di emendamenti. «Noi chiediamo milioni di tamponi salivari gratuiti o a basso prezzo per altrettante famiglie in difficoltà», alza la posta Salvini. Ma al ministero della Salute fanno muro: disincentiverebbe la campagna vaccinale. Più probabile invece l'introduzione di prezzi calmierati, come si è fatto per gli under 18».

SI ACCELERA ANCHE SULLA RIFORMA DEL FISCO

L’altro grande tema che agita la maggioranza è la riforma del Fisco. Il retroscena di Paolo Baroni sulla Stampa.

«Il vertice politico che inevitabilmente deve precedere una scelta delicata e complessa come il varo della riforma fiscale dovrebbe tenersi oggi pomeriggio. In questo modo Draghi potrebbe riuscire a portare già domani all'esame del Consiglio dei ministri una bozza della legge delega, anche se a questo punto - vista la bagarre sul Catasto - non si esclude che la partita possa slittare. Il testo, messo a punto dai tecnici del Mef, è stato condiviso da Franco col premier, mentre gli altri ministri e le forze di maggioranza sono state tenute sino a ieri completamente all'oscuro di tutto. Lo schema di partenza è quello disegnato dal Parlamento nella relazione consegnata al governo a fine luglio. Ma rispetto all'impostazione iniziale, lo schema dei possibili campi di intervento potrebbe essere più ampio e più aderente alle proposte raccolte dalle Commissioni finanze. Questo non vuol però dire che si potrà largheggiare, perché le risorse a disposizione non sono tante. Ci sono i 3 miliardi già accantonati in passato, ma difficilmente una manovra di bilancio che si prospetta molto leggera, nell'ordine dei 22-23 miliardi di euro, potrà mettere a disposizione molto di più. Perché oltre al taglio delle tasse ci sarà da finanziare la riforma degli ammortizzatori sociali, il superamento di Quota 100 ed il rifinanziamento di superbonus ed ecobonus. In tema di tasse le richieste della maggioranza spaziano dal taglio del cuneo fiscale alla cancellazione dell'Irap. E poi c'è la proposta di ridurre il carico che grava sul ceto medio che dichiara tra 38 e 55 mila euro ed è soggetto ad un prelievo del 38%, giudicato da tutti eccessivo: ma coi tre miliardi in cassa non si riuscirebbe a fare quasi nulla perché sarebbero a malapena sufficienti per tagliare un solo punto percentuale di Irpef. Di accorpare e ridurre le aliquote, almeno a breve, nemmeno si parla. Anche perché sul tavolo ci sono altre esigenze: come ha segnalato anche il Parlamento, bisognerebbe ridurre le tasse anche ai 4 milioni di lavoratori autonomi. E poi occorre mandare a regime l'assegno unico per i figli, per cui non è escluso che alla fine i fondi a disposizione vengano concentrati tutti qui. La riforma del catasto, come dimostra la sollevazione capeggiata dalla Lega, sembra difficilmente praticabile, almeno con questa maggioranza. Men che meno si parla di patrimoniale, ma la delega potrebbe puntare a ridisegnare il nostro sistema fiscale superando l'attuale situazione di frammentazione delle tipologie di reddito, dei regimi sostitutivi e dei trattamenti fiscali adottando il cosiddetto «modello duale». A fianco della tassazione dei redditi individuali attraverso una aliquota progressiva su tutti i redditi da capitale (e sui regimi sostitutivi cedolari, salvo possibili salvaguardie) verrebbe così applicata un'imposta proporzionale che potrebbe coincidere con la prima aliquota del prelievo sui redditi (oggi al 23%). In questo modo, in prospettiva, sarebbe più facile tassare di più i patrimoni, cosa che invece l'altro modello di tassazione progressiva su ogni tipo di reddito rende molto più complesso. Una riforma con poche risorse a disposizione farà inevitabilmente leva sulle semplificazioni a partire dalla riscossione. In questo caso si pensa di ridurre l'aggio, rispettando la richiesta fatta dalla Consulta, di procedere alla fusione tra Agenzia delle Entrate e Riscossione e quindi di «pulire» il magazzino stralciando buona parte delle tasse non riscosse negli ultimi vent' anni. Altro problema, l'invio delle cartelle esattoriali rimaste congelate in seguito all'emergenza: si ragiona su un allungamento strutturale del calendario delle notifiche, ma anche ad un nuovo stop sfruttando gli ultimi margini di bilancio».

SCONGIURARE IL CARO BOLLETTE

A proposito di fisco, i partiti vogliono correre ai ripari ed evitare che sulle famiglie si abbatta il rincaro di luce e gas, proprio facendo leva su una diminuzione delle imposte in bolletta. Paolo Bracalini per Il Giornale.  

 «È servito l'annuncio di un rincaro del 40% per scoprire l'enorme incidenza delle tasse e dei costi fissi non legati al prezzo dell'energia (gli esorbitanti «oneri di sistema», ben noti a chiunque consulti una bolletta), sul costo finale a carico di famiglie e imprese. È un tema che emerge ciclicamente, spesso sotto elezioni (tra venti giorni ci sono le amministrative), o a fronte di un rincaro improvviso delle bollette come appunto quello annunciato dal ministro Cingolani per il prossimo trimestre. Ma che stavolta non è solo appannaggio dei partiti no-Tax di centrodestra, ma è condiviso anche da sinistra e persino M5s. I grillini infatti si dichiarano pronti a discutere con il governo «la riduzione dell'Iva su energia elettrica e gas quando il prezzo raggiunge determinate soglie». Un'idea che, in modo abbastanza sorprendente vista la distanza siderale sui temi fiscali, va nella stessa direzione indicata da Forza Italia: «Niente Iva, a fronte di un aumento così sostanzioso delle bollette - dice l'azzurro Sestino Giacomoni, membro del coordinamento di presidenza di Forza Italia. «Lo Stato abbia il coraggio di non imporre alcuna gabella. Le prossime bollette della luce siano senza Iva». Nel Pd è invece direttamente il segretario Enrico Letta a invocare «un intervento del governo per ridurre una tantum gli oneri di sistema e così limitare un impatto che è una gelata sui consumi delle famiglie e sulla ripresa». Ovviamente la Lega è per il taglio fiscale: «Ho chiamato Cingolani e gli ho detto che come Lega chiediamo al governo di tagliare di metà le tasse che ci sono sulla bolletta elettrica. Non è possibile aspettare che le bollette della luce e del gas aumentino del 40%» spiega Matteo Salvini. Il premier Draghi non si pronuncia direttamente sulle bollette ma spiega che «lo Stato deve essere pronto ad aiutare cittadini e imprese nell'affrontare i costi della «complessa trasformazione» ambientale». Anche Giuseppe Conte si è confrontato, di persona, con il ministro della Transizione Ecologica. Più che un colloquio, un assedio, visto che il leader M5s ci è andato insieme a tutti i suoi ministri. Un chiarimento chiesto da Conte dopo le aperture di Cingolani sul nucleare, che tanto scompiglio hanno creato dentro il M5s, da sempre antinuclearista. L'ex premier assicura di aver ricevuto garanzie da Cingolani che l'Italia «non abbraccerà l'energia atomica» e che la transizione ecologica non è in discussione, anche se il ministro ha più volte avvertito che avrà un costo elevato, e il 40% di rincaro ne è un esempio. Su questo punto Conte condivide l'idea di «intervenire, con varie modalità, per calmierare i costi delle bollette», un impegno generico, ma non era quella la questione sul tavolo con Cingolani. Il ministro è ormai un problema per il M5s, come testimoniano anche i commenti alla pagina di Beppe Grillo. «L'energia è denaro e Cingolani, nostro ministro, ce lo toglie anche se la corrente è un bene primario. Riesce a mettere una toppa?» chiede uno. «Beppe dicevi di aiutare il popolo la corrente aumenta del 40% Grazie 5s» scrive un altro. Al di là della convergenza sul taglio delle tasse e degli oneri fissi sulla bolletta, sul tema energia restano le divisioni di sempre. Per i Cinque Stelle il balzo dei prezzi dell'energia «dimostra ancora una volta la necessità di abbandonare le fonti fossili e di puntare con decisione sulle ecoenergie». Per Forza Italia invece è la prova che il no al nucleare ha condannato l'Italia alla dipendenza energetica dall'estero, per questo, dice il numero due azzurro Antonio Tajani, «bisognerà aprire un discorso anche sul nucleare pulito». Anche la Lega è per un ritorno al nucleare, «l'Italia è l'unico Parse del G8 senza energia nucleare, tornare a studiare un ritorno al nucleare di ultima generazione, moderno, sicuro, pulito e a impatto zero è un dovere» dice il leader della Lega che insieme a questa strada suggerisce di migliorare i rapporti diplomatici con la Russia, primo fornitore di gas».

Raffaele Marmo per il Quotidiano Nazionale intervista Davide Tabarelli. Tabarelli è uno dei massimi esperti di energia in Italia e spiega qui i motivi che stanno alla base dell’improvviso rialzo dei prezzi di luce e gas.

«La transizione ecologica, a differenza di quello che ci raccontano gli ecologisti sognatori e la Commissione Ue, non regge economicamente e non garantisce la sicurezza dell'approvvigionamento dell'energia che serve al nostro Continente». È senza fronzoli o concessioni al manierismo green imperante e politicamente corretto il verdetto di Davide Tabarelli, Presidente di Nomisma Energia, un addetto ai lavori di primo piano non iscritto al «gretismo» dominante: «Questo sacrificio europeo - incalza - mi ricorda tanto certe pratiche del nostro Medioevo quando eravamo all'"avanguardia" anche nella religione e per espiare i nostri peccati ci frustavamo. Oggi lo facciamo per espiare il peccato della Co2». Il rincaro record delle bollette è il primo assaggio di quello che pagheremo per la svolta verde per come è stata concepita a Bruxelles? «Non c'è un collegamento diretto, nel senso che non avevamo bisogno di questi segnali di difficoltà per ipotizzare il fallimento di quelle politiche basate esclusivamente sulle rinnovabili. Diciamo le cose come stanno: dobbiamo continuare a lavorare sulla transizione ma garantendo che ci sia gas e che ci sia produzione di elettricità anche da altre fonti non rinnovabili perché quando non c'è il sole e non c'è il vento i prezzi non è che schizzano e basta, tendono all'infinito. Per capirci: io non voglio rimanere chiuso in un ascensore, perché soffro di attacchi di panico e in quel momento il mio prezzo dell'energia è infinito». Da che cosa dipende, nello specifico, quello che accade in queste settimane? «Abbiamo una carenza fisica di gas, non abbiamo molte scorte perché l'inverno è stato lungo. Aggiungo che la Russia non consegna molto: o perché ci sono ragioni politiche o perché ci sono problemi tecnici. La Norvegia consegna meno. E poi c'è il gas liquefatto destinato all'Europa che oggi va tutto in Asia, per il boom della domanda che si registra lì. Senza contare i prezzi per i diritti di emissione della Co2 che sono schizzati: la politica green pone obiettivi ambiziosi e per il sistema industriale è un grosso problema. Ma mi faccia aggiungere una considerazione a margine». Quale? «Noto, per inciso, che forse si trascura che il gas deve servire innanzitutto per scaldarsi, perché, se saremo costretti a ridurre le temperature nei condomini, i primi a pagare, con la salute, saranno i pensionati poveri». Ma perché non funziona la transizione ecologica per come è stata ipotizzata? «Perché non abbiamo bisogno solo di energia. Abbiamo bisogno di energia concentrata, di densità energetica, di accumuli. Ebbene, non possiamo accumulare l'energia del sole o del vento: basta vedere quello che succede in Gran Bretagna in questi giorni, dove non c'è vento e i prezzi sono schizzati a 400 euro per magawattora. Insomma, è un rischio enorme avere le rinnovabili senza accumuli: è vero che qualcosa si sta facendo, la ricerca ci dà speranze, ma siamo lontanissimi dall'avere quantità paragonabili a quelle delle fonti tradizionali». Un rischio senza rimedi? «Un suicidio. Ma queste cose le sanno anche coloro che gestiscono i sistemi elettrici. E infatti hanno messo insieme un mercato della capacità, come lo chiamano: un sistema che richiede che per ogni impianto di rinnovabili ve ne sia uno a gas pronto a partire se le rinnovabili non ci sono. Il problema è che anche questa garanzia si basa sul gas. E se non c'è, è un problema». Una trappola, insomma. Da un lato una transizione ecologica impossibile nei termini indicati e dall'altra il tentativo di abbandonare le fonti tradizionali troppo presto. «È così. E quello che sta accadendo è una conferma». Ma perché la Commissione europea e i governi nazionali non si sono resi conto del pericolo fino a oggi? «Per due ragioni. La prima riguarda i prezzi: fino a oggi sono stati sempre bassi. La seconda è politica: in questi anni vincono le tendenze che hanno puntato sull'ecologia e sui rischi connessi al cambiamento climatico. Sono al potere ambientalisti alla Timmermans che vedono nell'ecologismo una redenzione dal cattivo capitalismo europeo che inquina: è vero l'industria europea ha inquinato, ma meno di altre. Il risultato è che ci si è dimenticati completamente degli altri due aspetti-chiave della politica energetica: la competitività e la sicurezza degli approvvigionamenti». Il ritorno al nucleare può essere la soluzione? «Può esserlo se i mari aumentano di un metro. Se diventa terribilmente grave l'emergenza della Co2. Se accadesse avremmo bisogno con urgenza del nucleare, ma non di quello pulito, che non esiste, del nucleare a basta. Certo, penso comunque che le 56 centrali che sono in Francia e che funzionano a manetta sono per noi una fortuna: se no, rimarremmo al buio. La Cina sta costruendo altre venti centrali, a sua volta, e meno male che lo fa perché l'alternativa sarebbe il carbone». Dunque, dovremmo pensarci anche noi direttamente? «Con qualche dubbio, sì. Ma quello che dovremmo fare prima e che non riusciamo a fare è un'altra cosa: utilizzare o costruire laghi in alta montagna per generare accumuli idroelettrici. Li abbiamo sempre fatti, ma in Europa non si vuole più farlo e tanto meno in Italia: ogni progetto, del resto, ha pronto il suo comitato per il No».

Elisabetta Ambrosi del Fatto (Titolo in prima: Bollette, tutte le balle contro gli ambientalisti) critica direttamente lo stesso Tabarelli. L’ambientalismo non può essere il capro espiatorio della crisi energetica.

«Deve essere stata l'euforia: infatti ieri per sbaglio hanno intervistato entrambi - e cioè Repubblica e La Stampa- lo stesso luminare, Davide Tabarelli di Nomisma. D'altronde i giornali del gruppo Gedi non stavano nella pelle quando l'altro giorno il ministro Cingolani ha dato loro l'assist, parlando di un imminente aumento della bolletta del 40%: finalmente hanno potuto dire, a scapito dei loro inserti verdi e blu, che la transizione ecologica non sta in piedi, d'altronde "qui si pensa al green deal e a Greta e non si vedono le questioni centrali come l'economia" (sempre Tabarelli). Il tutto condito con un elogio del nucleare - come quello fatto da Federico Rampini, ormai più a destra dei giornali di destra - senza il quale l'utopia di una transizione verso un pianeta a emissione zero fallirebbe. Ma si può davvero agitare il costo dell'energia senza citare i costi che l'aggravarsi della crisi climatica comporta (oltre alla perdita di vite umane, ma quella magari è secondaria se l'economia è tutto)? Ne citiamo giusto alcuni: i miliardi di euro di danni causati da eventi estremi, la siccità che presto provocherà un'impennata delle materie prime, gli incendi indomabili. Davvero peggio del caro bolletta? E in ogni caso: non viene in mente a tutti costoro che la soluzione del problema energetico sarebbe un incremento massiccio delle rinnovabili stesse, che farebbe tra l'altro scendere i costi del gas? Macché. Per De Bortoli (Corriere della Sera) siamo di fronte a un "populismo ambientalista", per Chicco Testa (Il Foglio) a un "fighettismo ztl". Loro, insomma, sono i paladini dei poveri e delle famiglie. Poveri che quest' estate sono stati a 40 e passa gradi per oltre due mesi in città. Poveri che tra un po' non potranno manco permettersi l'acqua e il pane, se il mondo continua a scaldarsi e inaridirsi così».

VIAGGIO DEL PAPA: LA CROCE E I ROM

Ultime ore del viaggio di papa Francesco in Slovacchia. Nella celebrazione in rito bizantino a Presov, è tornato a parlare della Croce, che non può essere ridotta a simbolo politico. Mimmo Muolo su Avvenire:  

«Non riduciamo la croce a un oggetto di devozione, tanto meno a un simbolo politico, a un segno di rilevanza religiosa e sociale». Anche a Presov, nella Slovacchia orientale, il Papa non perde l'occasione per ribadire quello che è ormai il tema portante del suo 34° viaggio internazionale. A metà mattinata, mentre sta celebrando la Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo davanti a circa 40mila fedeli cattolici in gran parte di rito bizantino, Francesco coglie lo spunto della festa dell'Esaltazione della Croce per ricordare che il cristianesimo non è la religione di una divinità «forte e trionfante», ma la fede in un «Dio debole e crocifisso», che però salva realmente l'uomo. È un messaggio in linea con la natura spirituale di questo pellegrinaggio, ma che sicuramente verrà letto con attenzione anche in certi ambienti politici del Vecchio continente, laddove ci sono nostalgie di un «cristianesimo da vincitori, trionfalistico», che si riverbera in scelte legislative di arroccamento e di chiusura. O magari si usa il crocifisso per qualche voto in più. «La croce - ha spiegato invece il Pontefice - esige una testimonianza limpida. Perché non vuol essere una bandiera da innalzare, ma la sorgente pura di un modo nuovo di vivere», che trova nelle Beatitudini il suo statuto. «Il testimone che ha la croce nel cuore e non soltanto al collo - prosegue Francesco - non vede nessuno come nemico, ma tutti come fratelli e sorelle per cui Gesù ha dato la vita. Il testimone della croce non ricorda i torti del passato e non si lamenta del presente. Non usa le vie dell'inganno e della potenza mondana: non vuole imporre sé stesso e i suoi, ma dare la propria vita per gli altri. Non ricerca i propri vantaggi per poi mostrarsi devoto: questa sarebbe una religione della doppiezza - sottolinea ancora il Papa -, non la testimonianza del Dio crocifisso». In altri termini «il testimone della croce persegue una sola strategia, quella del Maestro: l'amore umile. Non attende trionfi quaggiù, perché sa che l'amore di Cristo è fecondo nella quotidianità e fa nuove tutte le cose dal di dentro, come seme caduto in terra, che muore e produce frutto». Le parole di papa Bergoglio cadono su una terra che ben conosce la testimonianza della croce, anche estrema. Sul piazzale antistante il locale palazzetto dello sport, dove si svolge la celebrazione, fece sosta anche Giovanni Paolo II, nel 1995, negli anni in cui si stava ricostituendo la comunità cattolica, duramente perseguitata negli anni del regime comunista, anche con forzate annessioni alla Chiesa ortodossa. Tra i concelebranti, poi, c'è il cardinale Stanislaw Dziwisz, all'epoca segretario del Papa oggi santo, che quel giorno era con lui (Cracovia dista 150 chilometri e nelle sue escursioni sui monti Tatra spesso Wojtyla sconfinava sul versante slovacco). Perciò anche Francesco ricorda in un passaggio dell'omelia i martiri del comunismo. Ma allo stesso tempo non si stanca di ripetere che non basta «la croce dipinta e scolpita in ogni angolo delle nostre chiese» o «i crocifissi al collo, in casa, in macchina, in tasca». Tutto ciò «non serve se non ci fermiamo a guardare il Crocifisso e non gli apriamo il cuore». In tal modo il viaggio a Budapest e in Slovacchia si sta caratterizzando come un itinerario in cui il Papa pone l'accento non su una religiosità esteriore e usata per altri fini, ma sulla fede viva, che traendo linfa dall'amore per Gesù si trasforma in braccia aperte per accogliere i fratelli. Proprio come le braccia di Cristo sulla croce».

Nel pomeriggio l’abbraccio ai Rom, in una zona ghetto dove operano da tempo i salesiani. Sempre Muolo su Avvenire.

«No ai pregiudizi e alle chiusure. Sì al dialogo e all'integrazione. Il Papa spalanca le braccia alla comunità rom e dice loro: «Voi nella Chiesa non siete ai margini, ma nel cuore. La Chiesa è casa vostra. Siete benvenuti e non abbiate mai paura di abitarci. Nessuno tenga fuori voi o qualcun altro dalla Chiesa». Sono le parole che il Pontefice pronuncia al Lunìk IX di Kosice, la zona a più alta densità di popolazione rom in Slovacchia, dove nel pomeriggio viene accolto con grande entusiasmo, canti e balli tradizionali. Sono alcuni di loro, in particolare una famiglia con due bambini, inserita nel mondo del lavoro, a raccontargli la difficile vita nel quartiere, costruito negli anni '70 per l'edilizia popolare, ma progressivamente diventato un vero e proprio ghetto. Abitazioni prive di gas e riscaldamento e con l'acqua corrente disponibile solo in poche ore del giorno. Alcuni palazzi sono stati addirittura abbattuti, perché pericolanti. E dappertutto povertà e degrado per i 4.300 abitanti censiti (ma c'è chi dice che siano il triplo). Il Lunìk IX è però anche una storia di evangelizzazione e di riscatto, grazie alla missione dei salesiani, che vi hanno costruito la chiesa del Cristo Risorto, con l'annesso Centro pastorale. Si comincia avvicinando i bambini e le loro madri, per avviare i primi all'oratorio e le seconde al servizio di lavanderia. Quindi ai giovani si offre formazione scolastica, mentre per i genitori si creano contatti con l'ufficio di collocamento, nella speranza di trovar loro un lavoro. Il direttore è don Peter Besenyei, che ha dedicato tutta la vita sacerdotale ai rom e che il Papa ringrazia pubblicamente. Lui e i suoi collaboratori, fa intendere Francesco, sono stati capaci di vincere i pregiudizi, ricevendo spesso in cambio «incomprensione e ingratitudine, magari persino nella Chiesa». Invece bisogna ascoltare Cristo che dice «non giudicate». Perciò il Papa invita a non essere «giudici rigorosi degli altri e indulgenti con noi stessi». «Non si può ridurre la realtà dell'altro ai propri modelli preconfezionati ». Per conoscere veramente le persone, «bisogna riconoscerle », dato che «ciascuno porta in sé la bellezza insopprimibile di figlio di Dio, in cui il Creatore si rispecchia». Ai Rom Francesco dice: «Troppe volte siete stati oggetto di preconcetti e di giudizi impietosi, di stereotipi discriminatori, di parole e gesti diffamatori. Con ciò tutti siamo divenuti più poveri, poveri di umanità. Quello che ci serve per recuperare dignità è passare dai pregiudizi al dialogo, dalle chiusure all'integrazione». E ancora: «Ghettizzare le persone non risolve nulla. Quando si alimenta la chiusura prima o poi divampa la rabbia. La via per una convivenza pacifica è l'integrazione». Quindi Francesco chiede di fare scelte coraggiose a favore dei bambini, la scuola soprattutto. «Voi non fate assistenzialismo sociale, ma accompagnamento personale », conclude il Papa, che nel suo abbraccio racchiude tutti gli emarginati, compresi i detenuti ai quali manda un saluto. Per tutti, prima della benedizione finale, l'invito «ad andare oltre le paure, oltre le ferite del passato, con fiducia, passo dopo passo: nel lavoro onesto, nella dignità di guadagnare il pane quotidiano, nell'alimentare la fiducia reciproca».

AFGHANISTAN 1: MAZAR-I SHARIF

Viaggio dell’inviato di Repubblica Pietro Del Re a Mazar-I Sharif, quarta città afghana. Qui i talebani, lontani dai riflettori della stampa internazionale, usano il pugno di ferro con donne e studenti.                .

«Nell'afa pomeridiana, dalle cupole e da ogni cuspide della moschea blu pendono come lenzuola sporche i vessilli dell'Emirato islamico dell'Afghanistan. L'aria è ferma e incandescente, e nel grande santuario del quarto califfo, sua eccellenza Alì, non c'è anima viva. Dal 13 agosto scorso, data dell'incruenta conquista talebana di Mazar-i Sharif, nessuno ne solca più a piedi nudi le levigate placche di marmo bianco che circondano ogni edificio e minareto. «Era sempre pieno di gente, soprattutto nelle giornate più calde. Le famiglie venivano a fare picnic e intorno ai suoi giardini di rose si davano appuntamento tante ragazze, appena velate», dice Samar, 28 anni, un ciuffo alla Elvis Presley e la barba curata. «Ma poi, sono arrivati loro», indicando un gruppo di talebani, appollaiati all'ombra di una parete ricoperta di antiche maioliche turchesi, silenziosi, scuri in viso, tutti armati di kalashnikov. Alla popolazione locale, rotta da secoli a ogni tipo di milizia, da Gengis Khan in poi, più che timore gli studenti coranici incutono repulsione. In provincia, lontani dai giornalisti internazionali e dalle delegazioni turche o qatarine in visita a Kabul, i talebani si sentono più liberi di imporre i loro divieti con la ferocia d'altri tempi. «Alle donne impongono il burqa, ma soprattutto impediscono loro di uscire di casa, di andare a lavorare, all'università o più semplicemente a fare compere. Si capisce da come si comportano che hanno sempre vissuto in montagna», aggiunge Samar che ancora indossa i jeans, che insegna l'inglese e che ora teme per il suo futuro perché presto in Afghanistan sarà anche vietato parlare la lingua di Shakespeare. È vero, incapaci di adattarsi alla vita di città, i talebani possono apparire impacciati. Incuranti del decoro urbano, li vedi seduti a terra, togliersi le scarpe e sciogliersi il turbante: con i lunghi capelli sporchi, sembrano spesso degli accattoni. Ci mettono un attimo, però, a riacquistare un aspetto belluino, soprattutto mentre cercano di dirigere il traffico o d'imporre l'ordine pubblico brutalizzando gli abitanti di Mazar-i Sharif. In questa, che è la quarta città dell'Afghanistan, vicina alla frontiera uzbeka e tagika, i talebani dovranno verosimilmente mostrarsi più spietati che altrove. Infatti, le donne sono da sempre più indipendenti che in altri luoghi del Paese, anche grazie alla vicinanza con le due ex repubbliche sovietiche, dove si è creduto per decenni nell'uguaglianza dei diritti di genere. «L'hanno già dimostrato la settimana scorsa, quando hanno arrestato una mia amica e l'hanno frustata in prigione», ci racconta un'infermiera che chiameremo Nadia e che incontriamo in un ospedale del centro. Come in altre città del Paese, anche a Mazar-i Sharif, poche decine di donne hanno manifestato per chiedere di non essere calpestate dal nuovo regime. «Ma se a Kabul, le donne hanno offerto fiori ai talebani, in segno di pace e per non confondere la loro lotta civica con quella militare e territoriale dei tagichi del Panshir, qui hanno cercato di strappare loro i fucili di mano. E alle proteste si sono uniti anche gli uomini. Negli ultimi vent' anni, le donne hanno acquisito una nuova forza politica nel Paese. Con l'arrivo dei talebani, è stata annientata d'un solo colpo». Nadia non è ancora scesa in piazza. Ma giura di essere pronta a farlo il giorno che le sarà impedito di lavorare. «La mia amica era una delle organizzatrici della protesta. L'hanno tenuta due giorni in galera prima di rilasciarla. L'hanno anche minacciata dicendole che se avesse raccontato delle frustate ricevute, l'avrebbero sgozzata come una capra. Ma appena l'hanno liberata, lei ha chiamato tutti quelli che conosceva per spiegare il calvario che le era stato inflitto ». A Kabul, le lezioni universitarie sono cominciate anche per le ragazze, che devono però frequentare classi solo femminili e alle quali è adesso imposto l'hijab, il velo che lascia scoperti soltanto gli occhi. A Mazar-i Sharif, invece, l'università è chiusa. «Non siamo contrari all'istruzione superiore ma dobbiamo trovare il modo migliore affinché i testi di studio non confliggano con la sharia», spiega il talebano Jamal Keel, barba a raggiera, tunica ocra e turbante blu scuro, che incontriamo nell'edificio amministrativo della facoltà di economia, in periferia della città. «Penso che l'università rimarrà chiusa ancora diversi mesi perché ci vorrà del tempo per correggere i programmi universitari in una versione che sia conforme alla legge islamica. Per esempio, dovranno essere aboliti tutti i corsi di master finanziati dagli americani». Secondo Sumayha, 23 anni, studentessa in Economia che raggiungiamo sul cellulare, si tratta di una strategia per indebolire il sistema dell'insegnamento: anzitutto affamando i professori, che da un mese non ricevono lo stipendio e che per sopravvivere saranno costretti a riciclarsi in altri mestieri; poi, con le nuove regole imposte dal ministero dell'Istruzione, scoraggiando le ragazze a proseguire negli studi per mancanza di docenti donne, che sono appena il 10% del corpo insegnante. «Ho perso ogni libertà. Mi è vietato recarmi all'università e dove lavoravo part-time. Da un mese sono costretta a rimanere a casa e non posso più neanche usare i social perché mi dicono che i talebani controllano anche quelli», aggiunge la ragazza. «Mi chiedo se davvero siamo ancora nel ventunesimo secolo».

AFGHANISTAN 2: SARÀ IN MANO AI CINESI

Intervista del Fatto al politologo afghano Zalmai Nishat. Nishat è ricercatore presso l’Asia Center dell’Università del Sussex in Gran Bretagna ed ha fatto parte dell’Afghan Institute for strategic studies. Roberta Zunini.

«L'emirato islamico è ormai una realtà. Ma l'unità dell'Afghanistan è lontana, secondo il politologo Zalmai Nishat. I talebani riusciranno a stabilizzare il Paese come sperano le grandi potenze? «I talebani non saranno in grado di garantire la stabilità dell'Afghanistan perché il loro governo è composto soprattutto da ministri della loro etnia, quella pashtun. Non sono stati inclusi quasi completamente i rappresentanti delle altre etnie e sono state escluse completamente la minoranza sciita-hazara e le donne. Va poi sottolineato che i talebani non sono compatti, bensì divisi tra loro e, per questa ragione, prima o poi imploderanno». Chi e cosa ha permesso ai talebani di riconquistare il Paese? «Indagini della Fondazione Asia e di altre istituzioni hanno mostrato che la popolarità dei talebani è solo del 13 per cento. Anche se il Pakistan continua a negarlo, sono stati, ancora una volta, i suoi servizi segreti militari a finanziarli e supportarli nella riconquista dell'Afghanistan». Perché l'esercito afghano e quindi lo Stato sono crollati di fronte al ritorno dei talebani? «Il sistema politico e amministrativo dell'Afghanistan, basato sulla costituzione del 2004, è altamente centralizzato in un Paese così multietnico, ancora molto lontano dall'essere una vera nazione. La massiccia concentrazione di potere nelle mani della presidenza ha ingigantito la corruzione declinata non solo attraverso l'uso improprio di fondi e contratti statali ma anche attraverso il favoritismo etnico. Il nepotismo di matrice etnica, come insegna Machiavelli, è la più pericolosa fonte di corruzione». L'ex presidente Ghani è fuggito, ma l'ex primo ministro Abdullah, di cui lei era consigliere, è rimasto a Kabul. Come mai? «Ashraf Ghani e i membri della sua cricca erano decisamente corrotti. Sono fuggiti perché avevano paura di venire uccisi. Il dottor Abdullah non è fuggito poiché aveva assunto il ruolo di presidente dell'Alto Consiglio per la riconciliazione nazionale (Hcnr), un'istituzione indipendente che ha cercato di far dialogare i violenti gruppi estremisti talebani e il governo ugualmente odiato e corrotto. È stato ingenuo a pensare che i talebani fossero cambiati». Perché questa volta il Fronte di Resistenza Nazionale è stato sconfitto? «Non si può parlare di sconfitta. A causa delle attrezzature militari americane cadute in mano ai talebani e ai 27 elicotteri e droni armati inviati dal Pakistan per essere usati contro gli uomini di Ahmad Massoud, l'ala militare della NRF ha deciso di mantenere la posizione nella zona più alta delle montagne dell'Hindu Kush e iniziare una guerriglia». L'Isis-K è in realtà una minaccia creata dal Pakistan per convincere il resto del mondo che senza i talebani al potere, i tagliagole avrebbero preso il sopravvento? «Sì. A mio avviso l'Isis-K è stato sopravvalutato per mostrare che i talebani sono gli unici in grado di combatterla. Amrullah Saleh, l'ex vicepresidente, ha sempre affermato che è parte di una manovra pachistana per far tornare al potere i talebani. Non credo che l'Isis-K sarà una grande minaccia per l'Afghanistan e il resto del mondo. Bisogna invece sapere che i talebani non hanno mai interrotto i loro legami con al Qaeda e gruppi terroristici della regione». Cosa vuole la Cina dai talebani? «Dall'annuncio del loro programma One Belt and One Road (Obor), cioè la via della Seta, i cinesi hanno iniziato a implementarlo in Pakistan nell'ambito del Corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec), che alla fine potrebbe costare 100 miliardi di dollari. Inoltre, di recente, la Cina ha firmato un accordo di partenariato strategico con l'Iran che porterà miliardi di investimenti in Iran. L'Afghanistan è un collegamento cruciale tra l'Asia meridionale, occidentale e centrale, ed è fondamentale anche per il Pakistan. Dal momento che il Pakistan ha una partnership strategica con la Cina allo scopo di posizionare quest' ultima contro l'India, la Cina ha fatto affidamento sul Pakistan per avere a propria disposizione l'Afghanistan con il suo territorio e con le sue materie prime». 

PROCESSO A ZAKI, RINVIO AL 28 SETTEMBRE

Patrick Zaki è finalmente comparso in un’aula di tribunale dopo mesi di ingiusta detenzione. L’udienza è stata subito rinviata, ma si è appreso che ora le accuse allo studente di Bologna si concentrano su un suo articolo a favore dei cristiani copti. La cronaca di Marta Serafini per il Corriere:

«Ho solo esercitato il mio diritto di parola, non sono un criminale». Cinque minuti di udienza, in manette, chiuso in una gabbia insieme ad altri prigionieri. Poi l'ennesima doccia fredda. Patrick Zaki, 30 anni, ricercatore e studente dell'Università di Bologna, resta in carcere. Non sono bastati quei 19 mesi trascorsi per lo più nella prigione di massima sicurezza di Tora. Ora i magistrati della corte di Mansoura, la sua città natale, che lo accusano di «diffusione di notizie false fuori e dentro il Paese», nella prima udienza che lo vede alla sbarra dopo il carcere preventivo, rimandano la decisione al 28 settembre. La colpa è aver scritto parole come queste: «Non passa mese senza tragici episodi ai danni dei copti (i cristiani d'Egitto, minoranza cui Zaki e la sua famiglia appartengono, ndr), dai tentativi di espatrio nell'Alto Egitto, ai rapimenti, alla chiusura di chiese o agli attentati dinamitardi e simili». Un articolo pubblicato nel 2019 sul sito Daraj e per il quale Patrick potrebbe rimanere in carcere cinque anni. Barba, occhiali e codino, Patrick arriva in tribunale vestito di bianco, colore scelto da chi è in attesa di giudizio. Parla con impeto davanti a un giudice lamentando di essere stato detenuto oltre il periodo legalmente ammesso per i reati minori di cui è accusato ora. La sua legale chiede l'accesso al suo dossier per avere certezza che le accuse di istigazione al terrorismo siano effettivamente decadute. Ma, ancora una volta, i magistrati di Al Sisi giocano al gatto con il topo. E lo fanno portare via senza che possa scambiare una parola con i parenti o con i suoi avvocati. In aula, oltre al padre George e la sorella Marise, c'è anche mamma Hala che si angoscia. «Patrick ci è sembrato in buona salute, ma dopo quasi due anni che non lo vedevo l'ho trovato diverso: non voglio dire invecchiato ma di certo il carcere lo ha cambiato. Sembra insofferente e dietro un certo autocontrollo si nota che ha perso quel suo essere sempre allegro, che invece era un tratto della sua personalità», spiega un'attivista di Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), l'ong con cui Zaki collaborava. In aula entrano anche due diplomatici italiani e altre due colleghe delle ambasciate di Germania e Canada. Poi dopo un'ora di camera la decisione: udienza rimandata al 28 settembre. E Patrick ritorna a Tora. Il sottosegretario Benedetto Della Vedova parla del caso con la relatrice Speciale dell'Onu sulla promozione e protezione del diritto alla libertà di opinione, Irene Khan. Ma quella cittadinanza italiana che il Parlamento ha deliberato per Patrick ancora non arriva. «In questo momento serve la massima attenzione da parte di tutte le diplomazie, dell'Europa, dell'Italia, perché è un passaggio molto delicato», commenta il rettore dell'Università di Bologna Francesco Ubertini. «È un'immagine terrificante, perché le manette ai polsi di un uomo innocente, provato da 19 mesi di detenzione preventiva, fanno impressione», fa eco Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International , da tempo impegnato nella campagna per la sua liberazione. «Zaki a processo è anche uno schiaffo (l'ennesimo) all'Italia. Stupisce come il governo ami farsi schiaffeggiare. Alcuni interessi, innanzitutto quello legato al traffico d'armi, sono più forti di tante chiacchiere», twitta l'europarlamentare Pd Pierfrancesco Majorino. Intanto a Bologna tutto è pronto per la cerimonia di laurea del master Gemma frequentato da Zaki prima dell'arresto e che gli riconoscerà domani il diploma. Ma Patrick, no, lui non ci potrà essere a festeggiare coi compagni».

La Stampa ripropone oggi l’articolo, scritto nel luglio del 2019 da Patrick Zaki sulla situazione dei cristiani copti in Egitto, che è diventato oggetto delle accuse nel processo contro di lui:

«Ogni mese accadono incidenti drammatici nei confronti dei copti, tentativi di deportazione nei governatorati dell'Alto Egitto, rapimenti, chiusura di una chiesa o l'esplosione di un'altra. Ogni mese i copti subiscono dagli otto ai dieci incidenti: sono tentativi di rapimento, di deportazione; la chiusura o l'esplosione di una chiesa, l'assassinio di un copto. Questi reati vengono attribuiti a uno psicopatico. In questo articolo illustrerò brevemente gli eventi che scandiscono la settimana dei copti, un tempo sufficiente per capire l'incubo in cui vivono in Egitto. Gli attentati Nel primo giorno della scorsa festa di fine Ramadan, un attentato terroristico ha provocato la morte di 14 agenti delle forze di sicurezza. Nessuno ha riferito che tra le vittime c'era un agente di leva cristiano. Dopo qualche giorno abbiamo sentito notizie sullo svolgimento di funerali militari nella città natale di uno degli agenti di leva cristiano: si tratta di Abanob Marzuk proveniente da Bani Qurra. Ho scritto un tweet in cui ho chiesto il perché dell'occultamento del nome di Abanob. Per questo sono stato criticato duramente sui social media e dai giornalisti egiziani. Mi hanno spiegato che si tratta di una questione normale, in quanto le forze armate non diffondono i nomi delle vittime degli attentati terroristici nel Sinai per ragioni di sicurezza e per non danneggiare la psicologia delle forze lì. Non si tratta - a loro dire - di di un'azione discriminatoria. Mi sono scusato con i miei colleghi per tale tweet. L'eredità e i diritti delle donne «Secondo la magistratura egiziana un maschio eredita il doppio di una femmina» ha commentato il giudice e il tribunale ha emanato recentemente la dichiarazione di successione dell'avvocatessa Hoda Nasr Allah. Quando è deceduto il padre, Hoda ha deciso di fare una battaglia non solo per se stessa ma per tutte le donne cristiane. Ha chiesto di ereditare quanto i suoi fratelli con i quali si era messa d'accordo sulla suddivisione. Voleva però che l'eredità fosse sancita con una sentenza e non con un accordo informale. Ma il terzo articolo della Costituzione del 2014 afferma che «i princìpi delle leggi di egiziani, cristiani ed ebrei, sono la principale fonte di legislazione che regola il loro stato personale, gli affari religiosi e la selezione dei loro leader spirituali». L'articolo 245 del Regolamento copto ortodosso emanato nel 1938 afferma che: «I discendenti dell'erede hanno la precedenza sugli altri parenti, quindi essi prendono tutta l'eredità o ciò che ne rimane dopo che la parte del marito o della moglie è stata adempiuta. In caso di rami di un solo grado il patrimonio viene diviso tra loro in parti uguali, senza alcuna differenza tra maschi e femmine». Hoda ha rifiutato la proposta di suo fratello che le ha chiesto di pazientare fino alla fine delle procedure giudiziarie. La donna Hoda aveva un obiettivo più importante: puntava all'emanazione di leggi a favore delle donne cristiane discriminate in materia di divorzio e eredità. Molti uomini cristiani sfruttano il mancato riconoscimento della magistratura egiziana della religione cristiana per potersi impossessare di più di quanto spetta loro. Il riconoscimento legale dell'eredità per le donne è quindi necessario per tutti.». 

L’EUROPA E I CORRIDOI UMANITARI

Il presidente del Consiglio Mario Draghi è intervenuto ieri al Forum interreligioso del G20 che si teneva a Bologna. Tommaso Ciriaco per Repubblica.

«L'afa avvolge il Forum interreligioso del G20. Dal podio del salone del Podestà di Bologna, Mario Draghi sceglie parole durissime contro il fanatismo. E rispolvera concetti nettissimi per sostenere la necessità di evacuare i profughi bloccati a Kabul dal regime talebano. «Dovere dell'Occidente e dell'Europa - dice - è la tutela di chi decide di lasciare l'Afghanistan. L'Ue non deve ignorare il dramma di queste persone, né la portata storica di questi eventi». Di più: «Come comunità internazionale abbiamo un obbligo morale verso un Paese in cui siamo stati per venti anni ». La missione in Emilia Romagna dura un intero pomeriggio. Il presidente del Consiglio partecipa assieme a Romano Prodi, al segretario dem Enrico Letta e all'arcivescovo Matteo Zuppi alla cerimonia di intitolazione dell'aula magna della Bologna Business School a Beniamino Andreatta, che Draghi aveva conosciuto agli inizi della sua carriera universitaria. Ma il passaggio politicamente più denso è quello del Forum delle fedi. Dopo aver condannato i frutti dell'estremismo religioso - che siano gli attentati dell'Isis, gli atti terroristici compiuti in nome del suprematismo bianco o cristiano, o le manifestazioni di antisemitismo - rilancia sui corridoi umanitari. Stentano a essere costruiti. Ma il premier insiste, sfidando l'Europa. «L'Italia - ricorda - ha aiutato 5 mila afghani a fuggire. È stato uno sforzo significativo, che non può esaurirsi ora». Il ragionamento è ovviamente più ampio. Incrocia la necessità di dotarsi di un approccio comune sul dossier dei migranti. L'obiettivo è mettere ordine nei flussi provenienti dal Nord Africa e anche in quelli che seguono la rotta orientale. «Per anni - sottolinea Draghi - l'Unione è stata incapace di costruire un approccio comune sul tema migratorio, e in particolare sulla distribuzione di chi arriva e chiede asilo. Dobbiamo dimostrare di essere all'altezza di questa crisi e dei valori che diciamo di rappresentare». I passaggi chiave per superare lo stallo sono due. Il primo è l'eventuale G20 straordinario sotto la presidenza italiana, a cui Draghi continua a lavorare, non senza grosse difficoltà. Qualcosa di concreto si attende dalla riunione dei ministri degli Esteri dei Venti, immediatamente dopo l'assemblea generale delle Nazioni Unite. Ma non basta. Perché a Bruxelles si gioca anche un'altra sfida. Draghi spera nel Consiglio europeo del 21 e 22 ottobre, quello in cui ha chiesto di mettere all'ordine del giorno la discussione sulla riforma delle politiche migratorie. I sovranismi dell'Est Europa e la campagna elettorale del dopo-Merkel rendono il compito assai difficile, anche se in un messaggio inviato al forum italo- tedesco di Cernobbio il presidente del Consiglio si mostra ottimista: «Un'Europa più forte dal punto di vista economico, diplomatico e militare è il solo modo per avere un'Italia più forte e una Germania più forte». Il messaggio sulla difesa comune non è casuale. Roma e Parigi premono per un approccio concordato sulla sicurezza, al pari di quello sui migranti. Intendono promuovere l'accoglienza dei richiedenti asilo che transitano dalla Libia e favorire quote Ue di migrazione regolare. Non sarà facile, ma l'obiettivo si incrocia con il nodo dei corridoi umanitari per chi vuole fuggire dall'Afghanistan, attraverso la mediazione dell'Unhcr. Obiettivi complessi che il premier comunque non abbandona. Assumendosi anche l'onere, lascia intendere, di scelte difficili: «Le cose vanno fatte perché si devono fare - dice - non per avere un risultato immediato. Andreatta non esitò a prendere decisioni necessarie, anche quando impopolari».

IN NORVEGIA HA VINTO LA SINISTRA…

Poalo Mieli sul Corriere della Sera parte dall’inaspettata vittoria della sinistra in Norvegia per passare alla possibile vittoria del socialdemocratico Scholz in Germania e così arrivare ai sondaggi che sono lusinghieri per il Pd in Italia alle prossime amministrative.

«Miracoli e sorprese della sinistra europea: si riparte da Støre. Sì, da Jonas Gahr Støre, il miliardario laburista, già braccio destro dell'ex premier e attuale segretario della Nato Jens Stoltenberg, che ha sbaragliato i conservatori di Erna Solberg, al potere in Norvegia da otto anni. Støre ha ottenuto una vittoria ben più ampia di quella che gli assegnavano le rilevazioni demoscopiche. Quasi sicuramente avrà in Parlamento la maggioranza assoluta dei seggi. Così anche se porterà con sé al governo altri partiti desiderosi di coalizzarsi con lui, non dovrà subire i loro condizionamenti. Deciderà da solo se, e in che misura, ridurre le trivellazioni petrolifere contestate dai Verdi e da altre formazioni minori. Disporrà per una stagione di ampi poteri. Stessa disposizione d'animo nei confronti dei soci minori avrà il socialdemocratico Olaf Scholz al quale i sondaggi attribuiscono un analogo successo in Germania dove si voterà tra dieci giorni. Nel corso della campagna elettorale Scholz non ha voluto prendere impegni e ha evitato di ribadire - come la Spd ha sempre fatto - che non si alleerà con gli scissionisti di Die Linke. Ma è per lui un punto fermo non voler sentire neanche parlare di uscita dalla Nato o di altri condizionamenti che i piccoli potenziali alleati potrebbero volergli imporre. E se non ha chiuso del tutto la porta all'estrema sinistra, lo ha fatto (oltre che per scaramanzia) per aver maggior potere contrattuale il giorno in cui, in caso di vittoria, dovrà sedersi al tavolo con tutti i potenziali alleati. In ogni caso le dimensioni della vittoria di Støre hanno riacceso le speranze dell'intera sinistra europea che da anni sembrava aver smarrito persino il senso della propria esistenza. Curioso che questa riproposizione del sogno avvenga per merito di uomini d'ordine e di governo, così diversi dai leader radicali e romantici alla Corbyn. (…) Con la vittoria (ipotizzata, ribadiamolo, dai sondaggi) a Roma, Milano, Bologna, Napoli e molti altri comuni, Enrico Letta potrebbe mettere un piede sul piedistallo su cui è appena salito Støre e su cui forse si eleverà Scholz. E lo farebbe in un momento assai particolare nel quale il suo partito non dava segni di ripresa rispetto ai risultati delle più recenti elezioni. Per di più in tempi in cui la destra sembrava esser stata l'unica beneficiaria dell'emorragia di voti dei Cinque Stelle. La tecnica è stata quella di impegnarsi in battaglie identitarie di testimonianza che non mettessero in difficoltà il governo. E di presentarsi, anzi, come difensore di ministri - ad esempio la Lamorgese - messi nel mirino da Salvini. Letta è stato sorprendentemente capace persino di lusingare e corteggiare Giorgia Meloni pur di isolare e mettere in difficoltà il leader della Lega (e con lui Matteo Renzi). Si può ipotizzare che il segretario del Pd sia stato fin qui un po' sottovalutato».

Il Foglio la chiama: La figaggine di voler tassare i ricchi. Giuliano Ferrara in prima pagina analizza la foto della democratica Usa iper liberal Ocasio- Cortez, ritratta con un abito da sera bianco e la scritta Tassa i ricchi ad una festa di moda. Uno scatto che ha fatto il giro del mondo.

«Ha poco più di trent' anni, bella faccia e bel corpo, eletta giovanissima alla Camera dei rappresentanti due volte a Queens e nel Bronx, dove nacque con sangue portoricano nelle vene, è socialdemocratica, nemica di Wall Street e del capitalismo, è andata alla costosa festicciuola di Anna Wintour, il Met Gala, vestita di un abito bianco fasciante con su stampato in caratteri rossi allegri: tax the rich, tassiamo i ricchi. Un caso di vanità? Un caso di ipocrisia? Non pare, al di là del naturale compiacimento per un Sé molto ben presentabile. Alexandria Ocasio- Cortez ama posare da quel che è. Una combattiva, nata per fare sensazione, una specie di Chomsky femmina, una ultrasanderista che vuole l'istruzione e la sanità gratuite, la fine del sistema carcerario americano, lo smantellamento delle reti protettive antimmigrazione, vuole le rinnovabili e le infrastrutture a zero emissioni, un sistema fiscale draconiano contro il profitto eccetera, e persegue tutto questo nella democrazia rappresentativa ma con l'azione diretta. Quel che AOC desidera, e per cui lavora anche al Met Gala, è il solito paradiso dell'eguaglianza, del rigetto di privilegi e emulazione competitiva, è umanitarismo e solidarietà sociale al massimo grado, un taglio netto ai parametri della libertà, del mercato e della concorrenza. Il suo punto di forza non è solo charme, buoni discorsi febbrili e lucidi, posture emotive forti, provocazione mondana, figaggine. Aggiunge al suo programma politico e sociale, ancora scandaloso per il grosso della classe media americana, un uso astuto del senso di colpa del capitalismo più estremo e sfacciato, che non riesce a mantenere fino in fondo la promessa della mobilità, il sogno individualistico. L'odio di sé dei capitalisti per molto tempo ha preso la forma della filantropia, perché il sistema di organizzazione della società lasciava indietro minoranze alle quali era giusto provvedere con il ricasco dello sviluppo e dei grandi profitti che lo muovevano. Non dimenticare i più bisognosi, avverte sempre il New York Times sotto Natale, e questa è la cartolina dei buoni propositi. Ma ospedali, istruzione, ricerca, emarginazione urbana sono da sempre il terreno privilegiato di un intervento a sostegno, fatto anche di grandi campagne planetarie per lo sradicamento della povertà estrema e della malattia, che è blasone e orgoglio del capitalismo e dei capitalisti, un modo di essere piuttosto che un'elemosina. La socialdemocrazia che non ha più timore di sé stessa, e che fa del radical chic un'ar - ma invece che una condizione psicologica imposta dalla propaganda avversaria sulla gauche caviar, trova un cuneo di penetrazione efficace nel momento in cui i neediest, i vulnerabili, non sono più lo scarto dello sviluppo impetuoso e dell'ascensione possibile di tutti verso il successo ma una piaga sociale diffusa, nella percezione dell'immobilismo e della trasformazione del profitto in privilegio consolidato, pietrificato. E' a quel punto che i ricchi corteggiano un abito fasciante in cui è scritto che bisogna tassarli, senza pensare più alle conseguenze di un sistema che appiattisce e limita, in cuor loro sperando di trasformare il socialismo in un business efficace e redditizio. Il punto debole di AOC è proprio qui, nel fatto di piacere da morire a quelli che vorrebbe sgozzare come tacchini nel giorno del Ringraziamento».

CORSA AL QUIRINALE: SECONDO PRODI DECIDE DRAGHI

Massimo Franco intervista Romano Prodi per il Corriere della Sera. L’occasione è data da un libro biografico Strana vita, la mia, pubblicato da Solferino.

«Su Mario Draghi: «Credo che l'incognita dei prossimi mesi riguardi molto Draghi: se sceglierà un grande potere limitato nel tempo, o meno potere ma grande autorità per un tempo molto più lungo». Su Sergio Mattarella: «Conoscendolo, se dice di non volere essere rieletto, sarà così. Credo a quello che dice». Su se stesso: «Non c'era bisogno del no di Berlusconi per farmi mancare i voti nel 2013. Con la bocciatura al Quirinale non ci sono problemi, non era cosa che facessi il capo dello Stato, tutto qui. Debbo anche aggiungere che gli anni successivi sono stati tra i più felici della mia vita». E nel voto del 2022 «starò a guardare», assicura, proseguendo una vita strana e fortunata, la definisce Romano Prodi, fondatore dell'Ulivo, ex premier ed ex presidente della Commissione Ue. Ha deciso di raccontarla insieme con Marco Ascione, in un libro sorprendente, a tratti puntuto, edito da Solferino; e che si intitola proprio Strana vita, la mia. Strana perché? «Ma perché è stata dettata tutta da fatti esterni, non guidati. E direi anche fortunata. La mia famiglia, un buon liceo, l'università Cattolica a Milano, con un mondo cattolico in fermento che era all'avanguardia in Italia. Poi casualmente ministro dell'Industria quando Pandolfi mi suggerì a Andreotti. Poi la crisi dei partiti e l'esigenza di ricostruire il riformismo, riunendo chi era stato diviso dal Muro di Berlino». È una casualità un po' sospetta, professor Prodi. Nessun calcolo, nessuna strategia? «Ammetto che nella costruzione dell'Ulivo una strategia c'è stata. A quel gesto non sono stato spinto. L'ho compiuto perché volevo interpretare un'esigenza diffusa che coglievo nel Paese. E quell'esigenza rimane, anche se non si può declinare più come Ulivo. Il riformismo deve trovare un'identità nuova dopo 35 anni di un liberismo che ha devastato i diritti sociali». Ma il Muro di Berlino divise anche i moderati. E la sua caduta li ha riuniti, con una grande forza. «Certamente, e allora li riunì Berlusconi creando il centrodestra; ora non saprei. Io mi occupai del campo riformista. Il problema è che in quel campo c'erano riformisti speciali come Bertinotti, che per la paura di vedersi erodere la base si tirarono indietro». Lei racconta che l'Ulivo si collegò con l'indignazione popolare espressa dal pm Antonio Di Pietro. Col senno di poi, una virtù o un peccato originale? «Era un'evoluzione obbligata. In quel momento Di Pietro era coerente col mio disegno. Certo la sua meteora e il suo cambiamento sono stati più rapidi del previsto». Nel libro dice che «con la destra al governo» l'Italia non sarebbe mai entrata nell'euro». Che cosa glielo fa pensare? «Il fatto che avesse assunto profondamente l'idea che la fine della lira e il legame con l'Europa avrebbero eroso il collante del centrodestra. Allora, i voti di quell'area guardavano più al passato che al futuro. E seguivano un'ottica nazionale più che internazionale. L'appello era a una base conservatrice che tra lira ed euro preferiva la prima». Eppure Berlusconi oggi è un europeista convinto. «È stato il capolavoro di Helmut Kohl. Lui dava giudizi taglienti su Berlusconi, ma accolse FI nel Partito popolare europeo. Gli dissi: "Ma che stai facendo?". Mi rispose: "Ho passato tutta la vita a combattere i socialisti e non posso cambiare ora. E se FI sta nel Ppe, lì comando io". Aveva ragione lui: FI è oggi una forza europeista». Lei sostiene che l'Italia può esprimere il suo ruolo solo se pesa a Bruxelles. Con Draghi abbiamo fatto un passo avanti. «Certamente, è già così. Abbiamo recuperato in immagine internazionale, ci sono gli aiuti del Next Generation Plan. La Ue ha compiuto un grandioso passo avanti grazie alla conversione di Angela Merkel e della Germania. E grazie alla Brexit, senza la quale non ci sarebbe stato il ripensamento: ex malo bonum. Semmai, il problema è la Francia. Il nostro futuro è con gli Stati Uniti, ma l'Europa deve avere più forza nella Nato, e può farlo solo se la Francia mette a disposizione l'arma nucleare e il potere di veto all'Onu, rendendoli risorse non nazionali ma europee. Non è scontato: la Francia è un Paese particolare». Dopo essersi definito un «cattolico adulto», si definisce anche atlantista adulto. Che significa? «Significa che il nostro destino politico e militare è con gli Usa. Ma che bisogna tenere conto degli interessi nazionali ed europei, e dunque anche dell'esigenza di dialogare con la Cina». Non offrirà pretesti a chi, in alcune cancellerie occidentali, la raffigura come amico di Putin e della Cina? «Dicano quello che vogliono. Ho insegnato negli Stati uniti, prima che in Cina, in anni non sospetti. E mai nessuno ha potuto vedere nella mia vita il minimo di incoerenza nei rapporti con l'America. Quando andai in Iran in pieno embargo si può pensare che non mi fossi consultato con la Casa Bianca? Parlai tre volte con Clinton. So cos' è la storia. Tutti sono in grado di parlare con san Francesco, ma è più difficile parlare con il lupo. E si dovrà fare così anche col governo afghano, se vogliamo portare gli aiuti umanitari a chi ne ha bisogno e tirare fuori i nostri collaboratori». Il lupo è anche la Cina? «Con la Cina occorre trovare un modus vivendi. Non so se si troverà, ma bisogna cercarlo. Dipende molto dalla Cina e dagli Usa. Di fatto, gli Stati Uniti stessi ci danno l'esempio di un possibile compromesso: mantengono una tensione fortissima nel campo dell'alta tecnologia, ma il resto del commercio continua alla grande». Come ricorda la bocciatura al Quirinale nel 2013? Nel libro parla di 118 o 120 franchi tiratori, non 101. Il no di Berlusconi pesò anche sul Pd? «Non c'era bisogno del no di Berlusconi per spingere una parte del Pd a farmi mancare i voti: è stata una fatica inutile! Mi dispiace soprattutto che in conseguenza di quell'episodio il Pd si sia ulteriormente diviso. E in questo senso il Partito democratico ci ha rimesso più di me. D'altra parte ho sempre ritenuto che non fosse cosa che facessi il capo dello Stato, tutto qui. E gli anni successivi sono stati forse per me i più belli della mia vita». Non ha voglia nemmeno Mattarella di essere rieletto. «Conoscendolo, quando dice una cosa la mantiene. Dunque credo a quello che dice. Se poi arrivassero momenti drammatici, che non vedo né oggi né in prospettiva, certamente il capo dello Stato sentirebbe il dovere di cambiare idea». Invece vede Draghi al Quirinale? «Dipende da cosa sceglierà di fare: se avere grande potere per un periodo limitato, o grande autorità per un tempo molto più lungo». Cioè se sceglie Palazzo Chigi o il Quirinale. Ma nei conclavi chi entra papa esce cardinale. «Dovunque ci sia un voto segreto si annida il rischio. Ne sono un buon testimone diretto». Lei starà solo a guardare, da cardinale laico? Ci credono in pochi, anzi quasi nessuno. «Le assicuro, come ho scritto nel libro, che starò a guardare da laico, non essendo nemmeno cardinale».

DAVIGO, ORA LA SEGRETARIA SI DIFENDE

Dopo l’intervista al Corriere del procuratore capo di Milano Greco e la conseguente querela di Davigo annunciata dal Fatto, oggi nuova tessera del mosaico nel caso loggia Ungheria-Storari-Csm. Giuliano Foschini illustra la posizione della segretaria di Piercamillo Davigo in un articolo per Repubblica.

«I verbali che avrebbero potuto fare crollare un pezzo di Paese, perché contenevano i nomi e i cognomi degli affiliati alla fantomatica loggia Ungheria di cui l'avvocato Piero Amara aveva parlato alla procura di Milano, erano custoditi in un cassetto nella stanza dell'allora consigliere del Csm, Piercamillo Davigo. «In uno scaffale in basso, non sotto chiave ». E, qui verbali, non erano un mistero per nessuno: «Sapevo infatti che Davigo ne parlava con altre persone all'interno del Csm». Sono due dei passaggi fondamentali degli atti che la procura di Roma ha depositato con la chiusura delle indagini nei confronti di Marcella Contrafatto, l'ex segretaria di Davigo al Csm indagata per calunnia. E accusata di aver volantinato quei verbali, che avrebbero invece dovuto restare segreti, nelle redazioni dei giornali. Leggendo gli atti di indagine dell'inchiesta della pm Rosalia Affinito, portata avanti dagli uomini del Gico e della Polizia tributaria di Roma, vengono fuori alcuni elementi importanti. Il primo: il movente. Secondo la Procura, Contrafatto avrebbe inviato i verbali prima per evitare che Davigo decadesse dal Csm, per via della pensione. E poi per punire in qualche modo il Consiglio. Lo spiega Giulia Befera, l'altra segretaria di Davigo, che al consiglio era entrata proprio grazie a una "raccomandazione" della Contrafatto. «Marcella - mette a verbale - è un'amica di mia madre. Fu lei a presentarmi al consigliere Davigo. Mentre Ludovica, la figlia della Contrafatto, è entrata al consiglio qualche mese dopo di me. Come assistente del consigliere Marra». «Davigo - spiega Befera - mi disse nel maggio del 2020 che aveva deciso di rompere i rapporti con il consigliere Ardita perché gli era stato consegnato un verbale con il suo nome associato a una loggia. Davigo mi parlò di un certo immobilismo della procura di Milano (...) Mi disse che ne aveva parlato con il vice presidente del Csm e so che la Contrafatto ne era a conoscenza ». «Lei mi disse - continua - che erano in uno scaffale in basso, nella stanza di Davigo. Non sotto chiave. Sapevo che il consigliere ne stava parlando anche con altre persone all'interno del Csm». Il caso scoppia quando Davigo rischia di lasciare il Consiglio. «Prima della dichiarazione nell'ottobre del 2020 - continua la Befera - io e la Contrafatto ne cominciammo a parlare. Fino a due settimane prima la percezione era che Davigo fosse confermato. Qualche giorno prima del plenum, ci disse che non lo sarebbe stato ». È a quel punto che Contrafatto, all'insaputa di Davigo emerge dalle indagini, decide di usare quei verbali. «Facciamo scoppiare la bomba» scrive nei messaggi con la Befera. L'idea è mandare i verbali via mail ad alcuni giornalisti. «Ma prima di lunedì, martedì (ndr, quando Davigo sarebbe andato in pensione) dopo non ce ne facciamo niente» scrivono. La ragazza si preoccupa. «Guarda che alla fine andiamo carcerate noi» le scrive. «La mia percezione è che Marcella stesse esagerando» dice ai pm Befera. Le due donne ipotizzavano ricatti: «Facesse il pericoloso fuori: "Se sto fuori racconto tutto", che ci vuole?». Ma loro stesse dicevano che Davigo non lo avrebbe mai fatto. «Non voleva che certe notizie uscissero: dava sempre l'impressione di confidare nell'andamento della giustizia » ha detto ai pm Befera. «Stefano (ndr, un dipendente del ministero) dice che potrebbero ammazzarlo. Ha avuto paura, non dirà niente» scriveva nei whatsapp Contrafatto. Le due donne ragionano così di fare da sole. E portare i verbali al Fatto Quotidiano , cercando un contatto diretto con il direttore, Marco Travaglio. Antonio Massari, giornalista del Fatto, appena riceva però il plico corre a denunciare la cosa alla procura di Milano. E lo stesso fa Liana Milella di Repubblica , alla quale saranno recapitati parte di quei verbali poco dopo. Il piano di Contrafatto così non si realizza. Davigo va in pensione e lascia il Csm. E la bomba scoppia soltanto quando i giornalisti (e il consigliere Di Matteo che pure aveva ricevuto il plico) denunciano. Ma la vittima della deflagrazione è proprio lei. Per questo la cancelliera cerca di allontanare i sospetti: «Mi disse - dice ancora Befera - che non era stata lei a inviare i verbali e che avevano voluta incastrarla all'interno del Csm». Negli atti sono raccontate altre tre storie: l'amicizia della donna con Fabrizio Centofanti, almeno fino al 2015, sempre smentita da Contrafatto. La presenza a casa sua di altri atti di indagine della procura di Milano. E un aiuto a un giudice napoletano, a cui avrebbe confidato l'esistenza di un procedimento a suo carico: per questo la donna è indagata per favoreggiamento e rivelazione di segreto in un altro procedimento. L'avvocato di Contrafatto, Alessia Angelini, continua a sostenere l'assoluta innocenza della donna».  

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