C'è un pacco per te

Primo sciopero dei lavoratori di Amazon. Vaccinare meglio, vaccinare tutti. La Lombardia cambia l'Aria. Impazzano i furbetti. Genitori e studenti soffrono per la DAD. Muore un poeta

Vaccinare meglio, vaccinare tutti. Parafrasando un vecchio slogan anni Settanta, si può dire che con fatica si stanno facendo strada alcune convinzioni nell’opinione pubblica. La prima è che la gestione regionale della Sanità ha bisogno di un maggiore coordinamento se non vogliamo vanificare sforzi e sacrifici di un anno. Solo mirando il bersaglio giusto, i vaccini possono avvicinare un minimo ritorno alla vita. Dunque da un lato efficienza e velocità per quanto possibile, dall’altro attenzione nelle precedenze. I dati su medici e operatori sanitari sono confortanti. Finalmente la curva si “disaccoppia”, sale il contagio ma scendono ricoveri e decessi. Quando succederà in tutta Italia, si potranno riaprire molte attività. L’altro fronte su cui lavora Draghi è quello europeo: lì si gioca la partita delle scorte e dell’approvvigionamento. Putin attacca la Ue su Sputnik. Fossi nel nostro premier terrei a mente quanto aveva detto sull’essere pronti a fare da soli. Intanto ci sono polemiche sui furbetti con due casi, verrebbe da dire, di area grillina: Morra, il presidente dell’Antimafia, è criticato per una scenata fatta a Cosenza e il giornalista Scanzi viene bersagliato perché si è vaccinato, anticipando il suo turno.

Soffre il mondo della scuola, soffrono le famiglie. Oggi Repubblica (ieri lo aveva fatto il Corriere) rilancia un appello di genitori ed educatori che chiedono la fine della DAD almeno dai nidi alle medie. Pubblichiamo anche la testimonianza, drammatica nella sua quotidianità, di una madre, lettrice della Versione. La politica ci regala uno scontro continuo nel Pd: il partito resiste (ancora) alla proposta di Letta di promuovere le donne. Grande attenzione del Manifesto e di Avvenire al primo sciopero italiano dei lavoratori di Amazon. Dietro la splendida efficienza della new economy, rivendicazioni (e condizioni di lavoro) ottocentesche. Gli schiavi, come gli esami, non finiscono mai. Chi vuole salti pure all’ultimo capitolo, per una volta c’è un finale poetico. Vediamo i titoli di stamattina.

LE PRIME PAGINE

La parola vaccini è doverosamente inflazionata sulle prime pagine di oggi. Si parla ancora di Lombardia, ma soprattutto di coordinamento nazionale. Le Regioni in ordine sparso, di cui abbiamo parlato tanto anche qui, vanno, senza polemiche politiche dice Draghi, “richiamate”. È così il titolo del Corriere della Sera: Vaccini, richiamo alle Regioni. Mentre la Repubblica propone: Vaccini, Regioni in ritardo. Regia unica per prenotarli. La Stampa annuncia: Vaccini, nasce la piattaforma unica. Poi c’è il gruppo di giornali che centra l’obiettivo sul tema delle quantità e delle scorte. Ovviamente contabile il quotidiano economico Il Sole 24 Ore: Covid, il governo accelera sui vaccini. Entro fine mese 4,5 milioni di dosi. Il Messaggero annuncia: Un milione di vaccini alle Regioni. Così come il Quotidiano Nazionale: Draghi accelera, oggi un milione di dosi. La Verità di nuovo attacca il ministro della Salute nel titolo di prima: Col piano vaccini di Speranza i vecchi continuano a morire. Due quotidiani vanno ancora sul caso Lombardia. Il Fatto: Salvini salva l’uomo dei disastri lombardi. Mentre Libero sceglie la citazione risorgimentale: La vedetta lombarda è diventata cieca. Il Giornale preferisce tematizzare stamattina le storture sulle precedenze e le prenotazioni: Guerra sui furbetti. E anche Il Domani invita a riflettere più che sulle quantità, sulla qualità delle scelte: Troppi giovani ma pochi anziani. Vaccinare meglio, non più in fretta. All’emergenza economica allude Avvenire: Due povertà da sanare. Mentre il Manifesto sceglie lo storico primo sciopero italiano dei dipendenti Amazon, con titolo ironico: Hanno rotto le scatole.

VACCINI 1, IL CASO LOMBARDIA

Alla fine la decisione “drastica” è arrivata. Il Corriere della Sera offre un retroscena di Marco Cremonesi alle decisioni annunciate ieri dal Presidente Fontana, che ha liquidato Aria.

«Della necessità di estrarre il dente per far cessare il dolore era ormai convintissimo lo stesso Davide Caparini, l'assessore regionale al Bilancio della Lombardia. In questo caso, colui che la società Aria aveva tenuto a battesimo, un paio di anni fa, per unificare e razionalizzare le tre precedenti società regionali di digitalizzazione, gestione infrastrutture e centrale acquisti: «L'idea resta giusta e sotto molti aspetti ha saputo rispondere alle attese - spiega -. Adesso si tratta di farla funzionare al meglio». Caparini è uno degli uomini più potenti della Lega. Del resto, praticamente nel partito ci è nato. Ingegnere, 54 anni, è il figlio di uno dei più cari amici di Umberto Bossi, Bruno Caparini, il proprietario del «Castelletto» di Ponte di Legno in cui il Senatùr trascorreva le sue vacanze. Prima tessera della Lega a 19 anni, nel 1986, cinque legislature all'attivo, è noto per il carattere fumantino e il soprannome di «Ironman» per aver concluso la massacrante competizione di triathlon con lo stesso nome. Ma che cosa è andato storto? Secondo l'assessore è «accaduto che i sistemi informatici che sono stati utilizzati non sempre abbiano dialogato al meglio con le Asst e le Ats. Con alcune sì, con altre molto meno, ai limiti dell'incomunicabilità». Inoltre, ci sarebbero stati dei problemi di «geolocalizzazione delle persone da vaccinare: con il risultato di aver mandato le persone non sempre nel luogo più vicino a casa». E dunque, la cancellazione del cda di Aria spa è stata quasi un fatto obbligato: «Gli episodi negativi, nonostante gli impegni che la società si era presa, sono continuati: se ci dicono che una situazione può essere risolta e invece non lo è, è chiaro che bisogna prendere una decisione». (…) In ogni caso, Caparini resta convinto che, al di là dei problemi di Aria, il sistema sanitario lombardo abbia saputo farsi carico dei disagi: «Quando erano state convocate troppe persone, sanitari e volontari sono riusciti a vaccinare tutti. Quando non erano state convocate 900 persone, sono partite le telefonate individuali e il vaccino lo hanno ricevuto in 879».

Per Il Fatto la decisione di Fontana sarebbe gattopardesca. Colpirebbe anzi, politicamente, Forza Italia per continuare a garantire i veri responsabili, i leghisti. Scrivono Gianni Barbacetto e Andrea Sparaciari:

«Cacciare (quasi) tutti, per non cambiare (quasi) nulla. È la soluzione trovata da Matteo Salvini per salvare quel poco di credibilità che resta al presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e alla sua giunta travolta dai ripetuti fallimenti della società regionale Aria, nella gestione dei vaccini degli over 80. Che dovesse cadere qualche testa, nell'agenzia controllata dall'assessore leghista Davide Caparini, era chiaro, dopo le critiche e gli attacchi arrivati da medici e da esponenti dell'opposizione politica, ma anche dallo stesso assessore alla Sanità, Letizia Moratti, arrivata alla vicepresidenza della Regione per volere di Forza Italia. Così ieri Fontana - su input di Matteo Salvini - ha ordinato al consiglio d'amministrazione di Aria di dimettersi, a partire dal presidente Francesco Ferri, pupillo di Silvio Berlusconi e uomo del suo partito. Fontana ha poi stabilito che il controllo di Aria passi all'attuale direttore generale dell'agenzia, Lorenzo Gubian, l'uomo chiamato proprio da Caparini (dunque dalla Lega) solo pochi mesi fa per far uscire Aria da un altro fallimento, quello degli acquisti dei vaccini antinfluenzali. Così, paradossalmente, a pagare con le dimissioni sarà il presidente forzista di Aria, e non il vero responsabile operativo, il leghista Gubian. Un fallimento della Lega si è trasformato in una vittoria di Salvini e in una disfatta di Forza Italia che, dopo aver subito le figuracce inanellate da Letizia Moratti, ha dovuto incassare anche la perdita della presidenza di una società fondamentale nella macchina regionale come Aria. Un ennesimo capitolo nello scontro che sta infiammando la maggioranza di centrodestra del Pirellone, con Caparini che resta intoccabile, nella partita di questi giorni come in quella che ha visto sconfitto e cacciato l'ex assessore forzista Giulio Gallera».

Repubblica offre un retroscena per certi versi opposto a quello del Fatto. Nello schema del giornale fondato da Scalfari, Salvini, “irritato”, è la vittima della coppia diabolica Moratti-Bertolaso. Così la vede Carmelo Lopapa.

«La Lega di fatto in Regione non gestisce più le leve del comando nella trince strategica della lotta al Covid. Tutto è in mano a «quei due». Al punto che nelle ultime 24 ore è circolata a Palazzo Chigi l'ipotesi - a quanto pare presto accantonata - di commissariare la sanità del Pirellone. Un affondo pesantissimo ma politicamente ingestibile, per il governo Draghi, dato che Lega e Forza Italia che comandano a Milano fanno parte della maggioranza che sostiene il premier. Ma il clima resta tesissimo. Non è passato inosservato quanto avvenuto la settimana scorsa al super hub vaccini di Parco Trenno, a Milano, gestito dall'Esercito. Quando il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha presenziato all'apertura della struttura, era il 15 marzo, né Moratti, né Bertolaso si sono presentati per fare gli onori di casa. Ai vaccini ci pensano loro, il governo se vuole dà una mano. «Saremmo pure disponibili a dare il nostro contributo, ma Fdi non viene mai coinvolta». sottolinea Daniela Santanché a nome del partito che pure farebbe parte della giunta. La sanità sono «loro». E basta. »

Stefano Landi sul Corriere intervista uno dei due, esattamente Guido Bertolaso. Bertolaso, ex capo della Protezione civile, è stato chiamato dall’altra, dalla Moratti assessore alla Sanità. Lui è stato il primo a denunciare i problemi di Aria .

«Ha attaccato per primo Aria: era la cosa giusta da fare lasciare la piattaforma che gestisce le prenotazioni dei vaccini? «Mi ero accorto che qualcosa non funzionava il giorno che abbandonarono 300 anziani convocati per errore. Ma le sembra possibile che qualcuno non venga chiamato ed altri mandati a 60 chilometri da casa per farsi vaccinare?». Un altro duro colpo per l'immagine di eccellenza sanitaria lombarda? «Era un sistema che funzionava male e andava cambiato: siamo atterrati su Marte, non possiamo non gestire delle prenotazioni via sms». Riconosce una matrice politica nelle critiche? «L'emergenza sanitaria non può avere bandiere. Nella mia vita ho lavorato con 4.500 sindaci e non mi sono mai chiesto di che partito fossero. Nessuno crede che in questo Paese si possa seguire un ideale comune». (…) Non percepisce il senso di sfiducia di un'intera generazione? «Posso promettere che entro l'11 aprile tutti gli over 80 saranno vaccinati. Il piede è sull'acceleratore. Ma già ora in Lombardia sono stati vaccinati un quinto del totale italiano: stiamo rispettando le proporzioni. I numeri non si possono manipolare». Qualcuno sperava nei suoi superpoteri «Ma qui non sono nessuno: non posso firmare un pezzo di carta, non posso stanziare un euro. Dovrei stare all'ultimo piano di Palazzo Lombardia a dire cosa mi sembra giusto o sbagliato. Invece sono qui a incastrare numeri. A rispondere ai cittadini. Con un po' di autorevolezza, ma senza autorità». Sembra che altre Regioni siano molto più avanti «Non siamo primi e nemmeno ultimi. E a chi mi fa l'esempio del Lazio che ha avviato anche le vaccinazioni di fasce di popolazioni under 80 vorrei spiegare che noi stiamo seguendo le priorità che ci hanno chiesto. Non seguire quell'ordine è scorretto, anche se suggestivo»». 

Giangiacomo Schiavi, penna storica e lombarda di Via Solferino, ricorda stamattina che adesso tutti aspettano le risposte dai fatti:  

«Perché la Lombardia non fa più la Lombardia? hanno scritto centinaia di cittadini al Corriere. E perché proprio si deve ricorrere all'arte di arrangiarsi, come in un nuovo e inaspettato 8 settembre? Possibile che nessuno, davanti al corto circuito delle prenotazioni e degli sms mai spediti, abbia sentito il bisogno di creare una rete informativa e organizzare qualche chiamata per tranquillizzare almeno quegli ottantenni lasciati soli e con il dubbio di non essere più nelle liste? Cambiare Aria è doveroso e giusto, e sarà anche necessario fare i conti sociali e politici di questo fallimento. Ma prima, per favore, ci si rimetta a lavorare per mettere in sicurezza gli anziani della Lombardia».

DUE FRONTI PER DRAGHI: LE REGIONI E L’EUROPA

Nella situation room dei vaccini a Palazzo Chigi sono due i fronti dell’emergenza: da una parte le Regioni, che vanno coordinate. Dall’altra l’Europa, da cui dipende il rifornimento delle dosi, nel senso che è a quel livello che si tratta con le case farmaceutiche. Marco Galluzzo sul Corriere:

«Il punto ieri il capo del governo lo ha fatto in due riunioni separate, prima con il Commissario straordinario per l'emergenza sanitaria, il generale Francesco Paolo Figliuolo, e il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio, poi con il ministro per gli Affari regionali Maria Stella Gelmini. La sfida del governo in questo momento è superare le difficoltà di questi ultimi giorni, convincere le Regioni che hanno dei problemi di organizzazione ad accettare l'invio di task force della Difesa e della Protezione civile per colmare i gap e procedere in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. Per fare questo però, è il messaggio che il presidente del Consiglio sta facendo passare con tutti i suoi interlocutori, innanzitutto vanno evitate le polemiche per ciò che finora non ha funzionato, per esempio la piattaforma di registrazione della Lombardia. In secondo luogo bisogna uscire dalla logica delle pagelle, o del giudizio politico: «Fare sistema - dicono nel governo - significa uscire dallo schema dei bravi e dei meno bravi, stiamo tutti lavorando per lo stesso obiettivo, e nessuna Regione si deve sentire bocciata o messa in discussione se accetta la collaborazione e gli aiuti delle strutture nazionali». (…) Proseguono anche i contatti di Mario Draghi con i colleghi europei in vista del Consiglio di giovedì e venerdì: insieme a Berlino e Parigi Palazzo Chigi sta cercando di sostenere lo sforzo che sta facendo la Commissione europea per mettere quanto più pressione possibile sia alle case farmaceutiche per rispettare i contratti stipulati, sia alla Gran Bretagna per rispettare il principio di reciprocità nelle esportazioni dei vaccini. In questo quadro ieri il capo del governo ha avuto una conversazione telefonica anche con il presidente spagnolo, Pedro Sanchez».

FURBETTI: I CASI MORRA E  SCANZI

I giornali stamattina riportano la notizia di una inchiesta penale (poteva mancare?) sulla fila saltata dal giornalista Andrea Scanzi in Toscana. Lui si è difeso in un video, sostenendo di aver fatto da “cavia” per tutti gli italiani, e anzi affermando che dovremmo ringraziarlo per essersi sottoposto all’iniezione di AstraZeneca. Già un ragionamento di questo tipo, fatto per di più da chi dovrebbe informare, lo qualifica. L’altro caso è quello cui si dedica Massimo Gramellini (titolo Il boomerang di Morra) e che riguarda il presidente antimafia Morra, eletto nei 5 Stelle, andato sopra le righe a Cosenza e per cui in molti chiedono le dimissioni.

«Ammettiamo, fino a prova contraria, che il senatore Morra sia vittima di uno scandalo di panna montata. Ammettiamo cioè che il presidente dell'Antimafia non si sia avventato verbalmente contro un direttore sanitario di Cosenza, sventolando con fare minaccioso i suoi titoli e la sua scorta, e che comunque non lo abbia fatto per perorare la vaccinazione degli anziani zii di sua moglie, come sostiene l'aggredito, ma per tutelare il diritto a essere vaccinati di tutti gli ultraottuagenari del collegio che lo ha eletto in Parlamento. Però Morra dovrà convenire che quella panna - il sospetto come anticamera della verità - è stata fomentata per anni dalla cultura a cui egli appartiene. Si tratta di una visione maramaldesca del mondo che preesiste ai Cinquestelle (basti ricordare chi insinuava maldicenze su Falcone), ma che il movimento di cui Morra ha fatto parte fino a poche settimane fa ha preteso di elevare a modello di lotta politica e quasi a stile di vita. Gli scandali esistono, ma vederli ovunque e ancora prima che vengano accertati, al solo scopo di abbattere l'avversario, equivale a non distinguere più quelli falsi dai veri».

Alessandro Sallusti sul Giornale mette insieme Morra con Scanzi:

«Di «furbetti» ne esistono di varie categorie. La prima è quella dei «narcisisti compulsivi» tipo Andrea Scanzi, il giornalista del Fatto Quotidiano che pur di apparire sui giornali e fare parlare di sé ha ben pensato di rendere lui stesso nota con spiegazioni assai traballanti l'avvenuta furbata. Poi c'è la categoria del «lei non sa chi sono io» rappresentata da Nicola Morra, presidente Cinque Stelle della commissione Antimafia, che ha fatto irruzione con la sua scorta nell'ambulatorio di Cosenza insultando i medici (uno, spaventato, ha avuto anche avuto sintomi di infarto), che a suo dire erano incapaci di vaccinare gli anziani, suoi parenti compresi. Infine c'è il «furbetto per necessità», colui cioè che avrebbe diritto per età o patologie alla dose, ma che - non ottenendola - si arrangia per vie traverse in una sorta di legittima difesa dall'incapacità dello Stato.».

SPUTNIK, PUTIN SFIDA LA UE

Marco Bresolin da Bruxelles racconta per La Stampa l’ultima sortita di Vladimir Putin, che oggi dovrebbe farsi vaccinare pubblicamente. Il leader russo sfida frontalmente l’Unione Europea, che non ha ancora approvato, attraverso l’Ema, il vaccino ideato a Mosca. Nonostante il suo valore scientifico sia ampiamente riconosciuto.   

«Vladimir Putin ha capito che la vaccinazione è la ferita dell'Unione europea su cui spargere sale. E fa niente che la somministrazione in Russia proceda molto più a rilento rispetto ai Paesi Ue (solo il 4,3% ha ricevuto almeno una dose, contro il 9%): il farmaco anti-Covid19 è l'arma geopolitica perfetta per creare scompiglio tra i 27, metterli in difficoltà con le rispettive opinioni pubbliche, creare divisioni tra un governo e l'altro, o addirittura all'interno degli stessi governi. Ci sta riuscendo benissimo. E oggi il presidente russo è pronto a dare una nuova spinta alla sua strategia, visto che si farà iniettare il vaccino. Lo ha annunciato lui stesso, senza specificare di quale si tratterà. La Russia ne ha autorizzati tre: non solo Sputnik V, ma anche EpiVacCorona e CoviVac. Gli ultimi due sono principalmente per uso domestico, mentre il primo è il fiore all'occhiello da esportare nel mondo grazie a un'efficacia che gli studi scientifici hanno rilevato essere superiore al 90%. (…) Putin ha preparato l'evento (della sua vaccinazione ndr) con un duro attacco nei confronti dell'Ue per rispondere al commissario Thierry Breton, che domenica aveva liquidato la pratica: «Non abbiamo bisogno di Sputnik». «Mi chiedo se queste persone difendano gli interessi dei cittadini europei o delle case farmaceutiche» l'affondo di Putin, che ha anche avuto un colloquio telefonico con Charles Michel. «Le relazioni tra Russia e Ue sono al loro punto più basso», ha ammesso il presidente del Consiglio europeo. L'assalto russo all'unità Ue sui vaccini è iniziato con mosse chirurgiche, facendosi strada tra alcuni governi amici, prima ancora di ottenere il via libera dall'Agenzia europea del farmaco. L'Ungheria lo ha approvato a livello nazionale e ha ordinato un milione di dosi. La Slovacchia due, ma il governo sta per cadere proprio su questo. E in Repubblica Ceca la questione ha scatenato un duro scontro tra l'esecutivo e il presidente Zeman. Ora è in corso la fase due».

LIMITARE LA DAD

Fra tutte le proteste, quella sulla limitazione della DAD che sostituisce quasi completamente le lezioni scolastiche in presenza si fa sentire di più. Ieri ne ha parlato anche il Ministro delle Parti Opportunità Bonetti. La sua proposta è riaprire le scuole, subito dopo Pasqua. Su Repubblica Maria Novella De Luca ha curato una paginata intera di testimonianze di mamme e degli educatori dei più piccoli, che lanciano un appello disperato.

«Riaprite i nidi. I nostri bimbi non ce la fanno più. E noi genitori, senza congedi, costretti allo smart working, siamo stremati e sull'orlo della disperazione. Riaprite i nidi e le scuole d'infanzia». Dicono così le decine e decine di lettere che la rete "EduChiamo", federazione di gestori di asili nido, educatori e genitori, ha deciso di raccogliere, per spingere il Governo a far tornare in funzione, anche nelle zone rosse, i servizi dell'infanzia. "EduChiamo" è nata durante il primo lockdown per dare voce ai dimenticati della pandemia, i più piccoli, sui quali la segregazione ha avuto effetti gravi e persistenti. «I nostri servizi sono sicuri, i dati sono chiari, i contagi nei nidi sono inesistenti, assai più dannoso per i piccoli e le loro famiglie è restare in casa», dice accorata Silvia Traversi di "EduChiamo" dell'Emilia Romagna. Un appello quasi disperato, ma forse un varco c'è. La ministra della Famiglia Bonetti ha infatti proposto di riaprire i servizi zero-sei, anche nelle zone rosse, dopo Pasqua».

Mi scrive una madre, lettrice della Versione, raccontando la sua esperienza. La pandemia dura da un anno, ma ha già segnato due anni scolastici in modo molto pesante, soprattutto nelle regioni dove il contagio ha circolato di più.  

«Mio figlio ha 12 anni. È passato dalla quinta elementare alla Dad, con rare settimane di sosta. In prima media ha fatto lezione fino alla metà di febbraio, la seconda in Lombardia è entrata già da ottobre in Dad. Da quando è iniziata questa storia, vive attaccato a un Pc. Prima non li usava e nemmeno i cellulari. Ora ne è schiavo. Ho dovuto togliere i blocchi e i parental control perché i geniali prof gli danno pure dei video da consultare su Youtube (lo scorso anno proprio grazie a uno di questi video è stato 'adescato' da un 60enne...). Con l'aggravante che le scuole milanesi puntano all'eccellenza, a essere citate dalle classifiche della Fondazione Agnelli e li massacrano con ulteriori videolezioni registrate e ore aggiuntive. Ieri gli ho detto: “Esci a fare un giro?”. “No mamma resto qui”, ha risposto. Non ha nemmeno più voglia di incontrare gli altri. Non sa più che cosa significhi. È una situazione gravissima, specie in Lombardia».

LETTA MANNARO. DEL RIO COLLABORA, MARCUCCI RESISTE

Per la politica tiene ancora banco il Nazareno. Nel PD non è affatto detto che l’intento del neo segretario Letta di far eleggere due donne nel ruolo di capigruppo di Camera e Senato si realizzi. Ieri infatti la corrente renziana ha radunato i suoi 18 senatori (in tutto sono 35) e, confermando la fiducia nell’uscente Andrea Marcucci, ha cercato di mettere un freno al disegno di Letta. 

«Al Senato poco più di metà del gruppo, ieri, si è espresso ancora per Andrea Marcucci. Ma dovrà essere una donna. Sarà quindi Simona Malpezzi a guidare i senatori dem? Dovrebbe dimettersi da sottosegretaria, ma non sarebbe un problema. Si fanno anche altri nomi a Palazzo Madama, dove Base riformista ha la maggioranza. Sarà Lorenzo Guerini, il leader di quella corrente, a scegliere. Tra Malpezzi, appunto, o Caterina Bini. Al Senato Base riformista ha 22 senatori su 35 e forzare troppo sarebbe complicato. Ma anche lì vale il divide et impera : Guerini dovrà dire addio a Marcucci. E Base riformista è in fermento. Alla Camera i giochi sono, si fa per dire, più semplici. Lì Graziano Delrio si è buttato a capofitto alla ricerca di una soluzione che vada bene alla maggior parte del gruppo: «Io lavoro per l'unità, è solo questo il mio obiettivo», ha spiegato ai deputati dem. E se fosse per lui la sua sostituta sarebbe senz' altro Debora Serracchiani. Vicepresidente del Pd nella gestione Zingaretti, dem assolutamente autonoma rispetto ai giochi delle correnti. Unico problema, presiede la commissione Lavoro di Montecitorio: se facesse la capogruppo dovrebbe dimettersi e, vista la nuova composizione della maggioranza, non è affatto detto che la guida di quell'organismo parlamentare andrebbe di nuovo a un dem, tanto più che il Partito democratico ha già il ministero del Lavoro con Andrea Orlando. Perciò nelle ultime ore salgono le azioni di Marianna Madia, indipendente, non legata a nessuna corrente, molto stimata da Letta.».

Repubblica riporta un’intervista doppia (De Gregorio- Cuzzocrea) realizzata ieri anche in video con lo stesso Letta. Il neo segretario trova qui l’occasione per chiarire la sua proposta.

«La vicenda dei capigruppo la voglio gestire così perché vorrei provare ad alzare un velo su un problema italiano che esiste. Quando ho posto in queste ore la questione della presenza femminile nel Pd sono partite diverse critiche, secondo alcuni lo starei facendo per interessi o giochi miei. Ma in Europa, il fatto che ci sia un equilibrio di genere è la precondizione. Uno schema per il quale un partito come il nostro ha nelle posizioni di vertice, segretario, capigruppo, ministri, presidenti di Regione, solo maschi, non è in linea col resto del mondo. Non è sufficiente la questione delle quote. Sono a favore, ma funzionano sui gruppi di persone. Il problema sono gli incarichi monocratici che da noi sono tutti al maschile perché abbiamo un meccanismo di selezione basato sulla forza». 

LA MELONI CHIEDE IL COPASIR

Paola Di Caro intervista sul Corriere Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, unico partito all’opposizione e anche unica donna leder del nostro panorama politico. La Meloni chiede con forza la presidenza del Copasir, la commissione di controllo parlamentare sui servizi segreti. Spetta all’opposizione.

«Sia sincera, con la Lega vi state allontanando? Anche in Europa, Salvini pensa a un nuovo gruppo con ungheresi e polacchi. «Non ci stiamo allontanando. Da inizio legislatura FI, FdI e Lega fanno parte di tre distinte famiglie europee, Ppe, Conservatori e Id». Ma vorrebbe che Salvini aderisse ai Conservatori? «Da presidente dei Conservatori sarei ovviamente contenta di far crescere la famiglia e portare altri sulle nostre posizioni, ma è il partito che decide sulla base di eventuali richieste che ancora non sono arrivate. Non mi sembra un tema caldissimo». Sulle Amministrative non avete fatto un passo avanti. «Lo dico in continuazione: vediamoci e decidiamo in mezz' ora. È meglio che portare avanti un dibattito estenuante sui giornali». Pone veti alla candidatura di Bertolaso a Roma? «Io voglio vincere. Nessun veto a nessuno, bisogna vederci e trovare la soluzione migliore. In ogni caso nessuno ha ancora ufficializzato le proprie scelte». Intanto è battaglia sulle commissioni: chiedete il Copasir ma la Lega non ci sta. «Non lo pretendiamo perché siamo avidi di poltrone: se avessi voluto fare la "guerra" avrei chiesto di ridiscutere molte altre commissioni, che sono guidate anche da esponenti del centrodestra. Ma qui è una questione di democrazia e legge: il Copasir è il comitato che controlla l'operato del governo sui servizi segreti, può mai essere che il controllore sia esponente della maggioranza del governo che deve controllare? E i singoli partiti c'entrano poco, trovo invece grave che nelle istituzioni tutti tacciano: i presidenti delle Camere, ma perfino il capo dello Stato, che è il garante delle regole».

AMAZON, IL PRIMO SCIOPERO IN ITALIA

Il Manifesto dedica due pagine al primo storico sciopero italiano dei lavoratori di Amazon. Nelle testimonianze raccolte squarci di vita alla Ken Loach, quella descritta nell’ ultimo film Sorry, we missed you. Ieri i lavoratori dell’azienda più in vista della new economy hanno incrociato le braccia. Massimo Franchi ne ha messo insieme i loro racconti.

 «La bottiglia per la fare la pipì senza perdere tempo ce l'abbiamo tutti, anche se speri sempre di non usarla», raccontano quasi in coro. «Anche se il furgone è dell'azienda le multe sono nostre, così come i danni da pagare oltre la franchigia da 500 euro», spiegano. I turni prefissati da 9 ore, solo sulla carta. «Devi arrivare un'ora prima al parcheggio e prima di prendere il furgone devi firmare il check van con cui certifichi che il mezzo è a posto anche non lo è quasi mai», racconta Natascia mostrando la foto dello sportello basculante di un furgone di un collega: «Ma lo devi firmare, sennò non esci». Capita poi non di rado di essere rimandato a casa perché i turni sono pieni: «Ti sei fatto magari 40 chilometri per non lavorare affatto». I contratti prevedono dai 3 ai 5 giorni a settimana. «Chi ha cinque giorni può arrivare a guadagnare 1.500 euro al mese ma solo se completi le consegne che nell'ultimo anno sono quasi raddoppiate». Si viaggia al ritmo di «380 pacchi consegnati in un giorno e meno di 10 ore non ce le metti mai». Significa 38 pacchi all'ora «stipando il furgone come un uovo e mettendo molti pacchi anche al posto del passeggero», commentano tutti. In verità esiste anche un premio di produzione. «Sì, al miglior driver del mese danno una spilletta, la chiamiamo "la spilletta del coglione". A casa ne ho tante, io ormai le butto nella spazzatura», racconta Marco».

Francesco Riccardi sulla prima pagina di Avvenire, dopo Il Manifesto uno dei pochi giornali che parla diffusamente dello sciopero nell’edizione di oggi.  

«Uno sciopero tipico delle fabbriche negli anni 60 del secolo scorso trasportato in un flashforward negli anni 20 di questa nuova era. Un paradosso stridente per il gruppo principe della nuova economia, che è stato capace indubbiamente di innovare e rivoluzionare completamente il mercato dei libri prima e del commercio in generale poi. Gli slogan scelti per la protesta - «I lavoratori non sono pacchi», «Il lavoro non è una merce» - sintetizzano il malessere che emerge da molte testimonianze dei collaboratori del gruppo statunitense. Anzitutto, la difficoltà a mantenere il ritmo serratissimo della produzione di pacchi e della loro consegna ai clienti. Un dato questo che si ritrova costante nei racconti di tutte le principali figure professionali impegnate: dallo stower, colui che immagazzina le merci in arrivo, al picker che prende i beni da spedire, dal packer, l'addetto all'imballaggio, fino ai driver che guidando un camioncino consegnano i 'pacchi col sorriso' a casa nostra. Le pause sono troppo ridotte, nel poco tempo a disposizione spesso diventa impossibile usufruire della mensa o dei servizi igienici. (…) oggi sono occhi elettronici, sensori e soprattutto algoritmi a calcolare e comandare i tempi di ogni singola operazione, delle consegne sempre più rapide. Un'intelligenza artificiale certamente efficiente, eccezionale nel guidare tutti i processi solo leggendo un codice a barre, ma probabilmente meno capace rispetto a un'intelligenza 'umana' di tener conto delle esigenze, delle possibilità e in qualche caso della dignità delle persone». 

MORTE DI UN POETA

Chiudiamo stamattina la Versione in modo diverso. Con un fatto di attualità culturale. È morto Adam Zagajewski, poeta polacco.  Sul Corriere della Sera lo ricorda Roberto Galaverni, che ha il merito di lasciare ai suoi stessi versi il congedo finale. 

«La sua qualità migliore va trovata appunto nella capacità di raccordare la percezione del singolo destino (Zagajewski è un osservatore degli altri, più che di sé stesso) con una riflessione sul senso dell'esistenza tutta. E il suo tono più persuasivo è quello in cui l'elegia si rovescia quasi inavvertitamente nella comprensione del cuore umano, nella conoscenza delle passioni. «Davvero nulla muta/ nell'ordinaria luce diurna,/ quando se ne va un grande poeta», ha scritto in una sua poesia. Ma poi: «Quando, però, ci dovremo allontanare per molto/ o per sempre da qualcuno che amiamo,/ sentiremo improvvisamente che ci mancano le parole/ e che saremo noi, da soli, a dover parlare:/ più nessuno provvederà per noi/ - perché se n'è andato un grande poeta».