Chi è responsabile deve decidere

Mentre l'Afghanistan angoscia il mondo e prosegue l'emergenza a Kabul, in Italia si scalda il dibattito fra Confindustria e sindacati sul Green pass. Bonomi critica Landini. Chi guida deve scegliere

Benvenuti alla Versione della Sera, rubrica domenicale estiva, dedicata ai quotidiani di questo fine settimana. L’Afghanistan è ancora in primo piano in giornate che appaiono sempre più drammatiche. Ci sono alcune questioni aperte: la prima è l’evacuazione degli occidentali e degli afghani a loro legati. Un’operazione difficile e rischiosa, in cui Biden rischia di diventare un secondo Carter, in caso di un ulteriore fallimento. La seconda è capire quali sono le vere intenzioni dei talebani al potere, al di là della sponsorizzazione del Pakistan e degli interessi di Cina e Russia. Il Corriere della Sera oggi rilancia un allarme dell’intelligence Usa sul rischio di un ritorno dell’Isis nel Paese. La terza è l’emergenza umanitaria coi primi arrivi dei profughi. Impressionante la quantità di muri che il mondo sta erigendo, Grecia e Turchia soprattutto, per arginare l’ondata dei rifugiati. Che farà l’Europa? E in essa l’Italia?

Ancora vivo poi il dibattito sul fondo della questione: riuscirà l’Occidente a fare i conti con una guerra che non si è rivelata “giusta”, come si pretendeva fosse? C’è un interessante fondo sull’Avvenire di oggi firmato dallo storico cattolico Giovagnoli. Mentre ieri sulla Stampa l’ex ministro della Difesa Antonio Martino diceva che gli “ribolle il sangue” quando sente parlare di questi argomenti il segretario del Pd Letta.

A proposito di pandemia, è stato il Meeting di Rimini a fornire in questi due giorni temi di discussione sul Green pass e l’obbligatorietà del vaccino. Prima ospitando l’intervento di Sergio Mattarella sul vaccino come dovere. Poi dando spazio all’intervento di Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, che ha criticato frontalmente i sindacati sulla loro opposizione al certificato verde. Bonomi ha ragione su un punto: la classe dirigente del sindacato deve essere responsabile e prendere decisioni. Come ha sostenuto l’ex segretario della Fim Cisl Marco Bentivogli nella lettera aperta a Maurizio Landini. Il rischio è che la Cgil, come parte del Pd, scivoli sempre più su una posizione culturale, prima che politica, tipica dei 5 Stelle. Una posizione che tende a “registrare” passivamente le posizioni dei lavoratori, rinunciando ad una loro vera guida. Il sindacato è stato molto più responsabile nei protocolli di quasi due anni fa, quando non avevamo vaccini, e neanche mascherine, all’inizio. Quei protocolli hanno permesso di evitare lo stop e il conseguente tracollo dell’economia. Non va dimenticato.

Quanto alla campagna vaccinale, agosto è da dimenticare. La media giornaliera dell’ultima settimana, da Ferragosto ad oggi, è ferma alle 193 mila dosi giornaliere. Meno della metà del target di Figliuolo. Se non si riparte con convinzione, difficile arrivare all’80 per cento entro settembre. Buona lettura, ci vediamo domattina.

AFGHANISTAN, LA CRISI DOPO LA RITIRATA

La conquista del potere dei talebani e la precipitosa ritirata occidentale hanno creato una situazione di grande tensione in Afghanistan. Sul Corriere della Sera di oggi Lorenzo Cremonesi parla dei rischi di un ritorno del fondamentalismo islamista.

«Da giorni la minaccia era nell'aria. Non se ne parlava troppo ad alta voce per evitare di aggiungere terrore al panico. Ma da ieri è diventata pubblica: l'Isis, Al Qaeda e le altre fazioni jihadiste presenti in Afghanistan rappresentano un pericolo immanente per i cittadini americani, e in generale tutti gli occidentali, che mischiati alla folla di locali cercano di raggiungere l'aeroporto di Kabul. L'allarme arriva direttamente dai servizi di intelligence del Pentagono e viene rilanciato dai funzionari dall'ambasciata Usa che, dalle zone protette dell'aeroporto, cercano di facilitare le partenze. A detta delle stesse fonti, l'Isis potrebbe inviare le proprie cellule per compiere stragi destinate a trasformare la vittoria talebana in un suo trionfo propagandistico. Gli elementi moderati talebani, interessati a dimostrare la loro capacità di controllo sul Paese, ne uscirebbero a loro volta indeboliti a favore delle fazioni più oltranziste. L'avvicinarsi del ventesimo anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001 rappresenta inoltre un forte incentivo per Al Qaeda a colpire per rivendicare la continuità del movimento e la sua capacità di resistenza. Sono queste tutte componenti di una miscela davvero esplosiva. «I cittadini americani sono invitati a non recarsi all'aeroporto, restare lontani dagli accessi al terminal, e attendere le nostre istruzioni sulle modalità del loro trasporto», avvisano dunque i diplomatici Usa. La situazione è resa ancora più difficile dalle migliaia e migliaia di afghani che tentano di approfittare del caos per emigrare dal Paese, pur non avendo alcun titolo per salire sui voli messi a disposizione dai Paesi della coalizione internazionale. «Ho notato che le strade sono bloccate da persone prive di documenti o lasciapassare rilasciati dalle ambasciate occidentali», ci diceva ieri mattina Fazlullah, un giovane interprete di un'organizzazione non governativa francese che, pur a sua volta in possesso dell'invito a partire, proprio a causa dell'ingorgo caotico generato dalla presenza degli «irregolari», è dovuto tornare a casa per la quarta volta. Non mancano nuove vittime tra il disordine aggravato dal caldo e dall'assenza dei servizi essenziali. La situazione peggiora col trascorrere dei giorni. Ieri il giornalista britannico Kim Sengupta raccontava di avere visto riverse nella polvere quattro donne morte di sete o schiacciate nella calca. I social afghani e l'emittente Tolo Tv riportano che diversi cittadini occidentali, oltre a centinaia di alti dignitari afghani muniti di lasciapassare, si sono raccolti nell'hotel Serena nel centro città e tra le mura di una base militare appena abbandonata nel tentativo di formare convogli e, in coordinazione con i soldati Usa all'aeroporto, raggiungere le piste. A Kabul ieri sono anche riprese le consultazioni per la formazione del governo talebano con l'arrivo da Kandahar del folto gruppo di leader storici, tra cui il mullah Abdul Ghani Baradar, che è stato tra l'altro il firmatario a Doha degli accordi di pace con gli emissari della Casa Bianca. Al suo fianco, anche il capo spirituale del movimento, Hibatullah Akhundzada. «Il nuovo gabinetto potrebbe essere annunciato entro due settimane», fanno sapere i suoi consiglieri. Sino a due giorni fa si parlava di una data molto più prossima. Il ritardo sembra motivato dal tentativo talebano di creare una coalizione inclusiva, che possa comprendere personaggi come l'ex presidente pashtun Hamid Karzai e il numero due del governo dimissionario, il tagiko Abdullah Abdullah. Ma ciò crea non pochi disagi. Da due giorni i talebani ordinano agli impiegati pubblici di tornare al lavoro per garantire la ripresa delle attività. In particolare, le interruzioni dell'energia elettrica creano enormi difficoltà. Ieri però sono stati rimandati a casa dalle guardie armate di fronte ai loro uffici, con la spiegazione che prima vanno nominati i nuovi dirigenti».

LA GUERRA NON HA PORTATO LA DEMOCRAZIA

Il tema è in realtà il più scottante e radicale: era giusta la guerra iniziata vent’anni fa? Lo storico cattolico Agostino Giovagnoli firma oggi un editoriale di Avvenire, molto interessante.

«Fallimento dell'Occidente? Il ritiro di americani e alleati dall'Afghanistan è stato uno spettacolo miserando e i concreti pericoli che minacciano ora molti afghani, soprattutto donne, sono terribili. Ma c'è troppa retorica nelle deprecazioni contro la scelta di Joe Biden. Come ha detto Angela Merkel, «abbiamo sbagliato tutti». E chi parla di fallimento dell'Occidente ha la responsabilità di dire quale Occidente vuole e per quale Occidente è disposto a spendersi. Il caso dell'Afghanistan è emblematico delle scelte che non vogliamo fare. Nel 2001 gli Stati Uniti d'America hanno invaso l'Afghanistan (poi si sono aggiunti gli alleati Nato). Motivo: colpire i responsabili dell'attentato dell'11 settembre 2001 alle Due Torri. Ma allora perché una guerra? L'errore fondamentale - in queste ore pochi lo hanno detto chiaramente - è stato compiuto allora da George W. Bush: bastava colpire Bin Laden e i suoi alleati. In ogni caso, se l'obiettivo era quello, si poteva concludere l'occupazione dell'Afghanistan dopo la morte del leader di al-Qaeda, dieci anni fa. Biden lo chiese, ma non si fece. Intanto sono passati venti anni e oggi tutti lamentano che in così lungo tempo non si è realizzato un processo di nation building, in questo caso di 'ricostruzione' di uno Stato in grado di resistere al ritorno dei taleban. Perché - è una delle più importanti lezioni di questi anni - per 'esportare la democrazia' non basta imporre norme, procedure, elezioni. Non è possibile costruire democrazia senza una classe dirigente e un popolo uniti da valori, interessi e prospettive condivisi; o senza una società in cui le differenze etniche, culturali e politiche siano almeno parzialmente armonizzate; o senza un solido patto tra gruppi diversi che hanno però il senso di un destino comune. Dopo la Seconda guerra mondiale, la democrazia si è potuta affermare in Germania, Italia e Giappone perché c'erano società in grado di accoglierla. Ma gli americani non sono andati in Afghanistan con obiettivi di nation building e lo stesso hanno fatto in Iraq, e non pare che, negli ultimi vent' anni, molte voci in Occidente si siano levate per chiederlo (a parte i cooperanti e le Ong). Del resto, chi, dopo la fine del colonialismo europeo, vuole o può imporre un processo di nation building? Ciò non significa, però, che non ci siano alternative al cinismo del 'restare in Afghanistan non è nei nostri interessi' e la pretesa di trasformare l'Afghanistan in un pezzo di Occidente. Altre strade sono, infatti, possibili: il tempo in cui viviamo non è più quello dell'egemonia occidentale nel mondo, ma è un tempo in cui l'Occidente può fare ancora molto. A tre condizioni: che gli occidentali credano in un progetto comune; che riconoscano, rispettino e dialoghino con le diversità degli altri popoli; e che non si richiudano in se stessi. Si può puntare sul « make America great again » - e la scelta di Biden ha oggettivamente qualcosa di trumpiano non solo per aver completato il percorso tracciato dal predecessore - o sul «prima gli italiani», ma occorre sapere che questa strada conduce all'irrilevanza ed espone a molti pericoli. O si può invece puntare sull'obiettivo non di affermare i propri modelli, ma di far progredire valori universali, compiendo scelte coerenti con tale obiettivo. La prima e la più urgente è quella di accogliere i profughi afghani, seguendo princìpi che consideriamo irrinunciabili (non farlo significherebbe anche perdere molta credibilità internazionale). La seconda è intessere un dialogo anche con popoli e governi lontani dalla sensibilità occidentale, perché ovunque ci sono uomini e donne che cercano le stesse cose che cerchiamo noi - pace, dignità, opportunità, solidarietà -, senza scandalizzarsi perché i risultati sono parziali, provvisori o incompleti. Davanti a scenari così drammatici, è urgente che si faccia sentire una voce europea davvero unitaria e che si cerchi una cooperazione più larga possibile, senza escludere contatti anche con Cina e Russia, anch' esse preoccupate che si riformi un 'santuario' del terrorismo nel cuore dell'Asia».

Il tema è scottante e controverso. Il primo a chiedere un’autocritica sulla “guerra giusta” è stato, nei giorni scorsi, Enrico Letta. Cui ha riposto a muso duro Giuliano Ferrara. La Stampa nell’edizione di ieri ha aggiunto un elemento al dibattito. Francesco Grignetti ha intervistato l’ex ministro degli Esteri Antonio Martino.

«L'arrivo dei soldati italiani in Afghanistan porta la firma di Antonio Martino, ministro della Difesa tra il 2001 e il 2006, ai tempi dei governi Berlusconi. E quando contribuì a quella scelta, nell'emozione che seguì l'attentato alle Torri Gemelle, non si nascose che sarebbe stata una missione lunga e pericolosa. Si aspettava che sarebbe andata così per le lunghe? «Guardi, verso la fine del mio mandato, nel 2005, dissi che saremmo rimasti come minimo per altri dieci anni. Fui sbeffeggiato dalla sinistra. Ed eccoci qua, oggi». Perché la vedeva già così nera? «Ma perché la realtà afghana è particolarissima! Se si va da quelle parti, dall'alto si vede un territorio che è quanto di più somigliante alla Luna. Un'orografia da incubo. Aggiungiamo che è un mosaico di 11 etnie e lingue diverse. Gli manca una storia nazionale. Aggiungiamo che l'unica economia è quella dell'oppio. Vivono tutti dalla coltivazione del papavero. C'erano almeno 47 signori della droga con relativi eserciti. Era chiaro da subito che governare quel Paese è praticamente impossibile». E infatti oggi Enrico Letta ci dice che era un errore pensare di imporre la democrazia. «Mi ribolle il sangue a sentire quel che dice il segretario nazionale del Pd. Non sa, evidentemente, che la democrazia è la prima aspirazione dei popoli. Ce la chiedevano loro, gli uomini e soprattutto le donne afghane. Noi abbiamo provato ad aiutarli. E c'è da capirli: i talebani sono medioevali, teocratici, incapaci di governare un Paese moderno. Nessuno ha imposto la democrazia a nessuno». Da quel che lei dice, però, vi era evidente che sarebbe stato difficile se non impossibile creare dal nulla uno Stato moderno e democratico. «Guardi, in certe realtà si fa quel che si può. Ricordo ancora il colloquio con il mio omologo afghano, un uzbeko, piccoletto, con il turbante e un occhio semichiuso. Erano i tempi del primo governo Karzai. Io chiedevo a nome dell'Italia di trovare presto gli assassini della giornalista Maria Grazia Cutuli. Lui parlava in uzbeko al traduttore, ma io intendevo i toni, in palermitano stretto. Era quanto di più simile c'è ad un capomafia siciliano». Nonostante tutto, il vostro governo decise di accompagnare l'intervento americano dal primo momento, quando ancora la Nato non era stata coinvolta. «Era giusto così. Entrammo nella missione Enduring Freedom per stanare i terroristi di Al Qaeda. Mandammo i nostri migliori alpini in una missione di combattimento a Sud, al confine verso il Pakistan, tra le montagne di Khost. E lì capii molto dell'Afghanistan. I soldati arrivarono con gli elicotteri; i container con il cibo e le munizioni, via terra, invece si persero per strada. Era una situazione incresciosa. Incaricammo il Sismi e il generale Pollari, che è stato uno dei migliori direttori di un servizio segreto, il quale risolse il problema in 24 ore. Come dire? Usò l'olio santo per ingrassare gli ingranaggi. Scoprì che i container erano stati rubati lungo la strada da una banda di predoni locali. Ecco, questo era l'Afghanistan, queste le forze in campo». Eppure, anche se aveva previsto che sarebbe stata una missione di quindici o venti anni, non si sarà aspettato una fine così catastrofica. «Certo, mai avrei immaginato di vedere le scene di questi giorni. Ma sa di che è stato l'errore? Di Barack Obama. È lui che ha deciso per primo il ritiro. E l'ha pure annunciato al mondo, svelando i suoi piani, permettendo ai taleban di rinforzarsi e di preparare la riscossa. Incredibile. Un'imbecillità totale, dal punto di vista militare. Ma d'altra parte Obama è quello stesso Presidente che ha scambiato l'assalto jihadista al regime di Assad per una Primavera araba. Poi è venuto tutto il resto. Fino a Biden e al caos».

Andrea Bonanni su Repubblica pone la stessa questione all’Europa di oggi:

«È tempo, in Europa, di dirci verità scomode. La prima è che le guerre condotte per un imperativo ideale comportano obblighi sia quando si combattono, sia quando si vincono, sia, soprattutto, quando si perdono. E si perdono veramente solo quando la sconfitta comporta l'abbandono di quegli ideali per cui erano state combattute. La seconda è che l'Europa, con l'elmetto della Nato, ha perso la guerra in Afghanistan. Una sconfitta militare e politica che il Continente, unito da settant' anni, non aveva mai subito nella sua interezza. È inutile e anche ingiusto, ora, recriminare sull'unilateralismo americano. È vero che gli Stati Uniti in Afghanistan hanno deciso anche per gli europei come combattere e quando ritirarsi, e che queste decisioni sono state spesso sbagliate, compresa l'ultima. Ma lo hanno fatto non in virtù di un loro primato politico, bensì per la semplice ragione che sono stati gli americani a sobbarcarsi quasi totalmente l'onere finanziario, strategico, militare e di perdite umane di una guerra che gli europei hanno combattuto con troppi "se" e troppi "ma". Con l'eccezione dei britannici, abbiamo preferito svolgere una missione di ricostruzione e assistenza che combattere una guerra guerreggiata. Opzione certo nobile, forse comprensibile, ma corresponsabile della sconfitta che ora deploriamo a gran voce dandone la colpa a Trump e a Biden. La terza verità scomoda è che ora l'Europa, con il cappello della Ue, si trova a dover gestire le conseguenze politiche e pratiche di questa sconfitta. E se l'ombrello Nato ci ha consentito di nasconderci dietro l'alleato americano, la gestione della nuova crisi afghana non ci offre alibi: che la vinciamo o che la perdiamo, la responsabilità sarà solo ed esclusivamente nostra. Sul fronte politico, le immagini di Angela Merkel che va da Putin nel suo ultimo viaggio da cancelliera per chiedere aiuto alla Russia nell'affrontare questa emergenza dimostrano ancora una volta il coraggio morale e il pragmatismo politico di una leader che l'Europa avrà modo di rimpiangere. Ammettere la sconfitta, come i tedeschi sanno bene, è il primo passo per ricostruirsi una dignità e un futuro. Sul fronte pratico, la sconfitta afghana per noi europei pone un solo, gigantesco problema: quello dei profughi. È un problema duplice. Il probabile afflusso di rifugiati dall'Afghanistan riapre le ferite europee. Ma anche le contraddizioni. Le destre di tutto il Continente, che già suonano l'allarme per l'imminente «invasione» degli afghani, furono tra le forze politiche più solerti nel sostenere l'intervento a fianco degli Stati Uniti di Bush nel 2001. E i due Paesi sovranisti e anti-immigrati, la Polonia e l'Ungheria, che ora parlano di chiudere le frontiere, hanno partecipato attivamente con i loro contingenti alla guerra perduta. D'altra parte, la grande fuga da Kabul ci pone un dilemma che è insieme morale e politico. E qui occorre dirci un'altra verità scomoda: la guerra in Afghanistan, fin dai tempi della resistenza contro i sovietici, è stata da parte islamica anche, se non soprattutto, una guerra per riaffermare il predominio maschile sulle donne. La Kabul di Najibullah, il presidente-fantoccio dell'Urss, era piena di ragazze in jeans e non velate che, dagli uffici alle scuole agli ospedali, facevano funzionare una società che la guerra aveva privato degli uomini. La vittoria dei combattenti islamici, aiutati dagli Usa, pose fine all'impero sovietico ma anche all'emancipazione femminile nella regione. Ora sappiamo, per esperienza già vissuta, che la morsa integralista si richiuderà sulle donne. Se l'Occidente, come ricordava Ezio Mauro su queste pagine, non è un impero ma una civiltà, non ci è consentito voltare loro le spalle. Perdere la guerra per la democrazia in Afghanistan è un colpo duro. Ma ora non possiamo perdere anche l'anima abbandonando ad un destino di morte e di oppressione coloro che hanno creduto nei nostri valori e le donne e le ragazze afghane per la cui dignità abbiamo proclamato di combattere negli ultimi vent' anni. Creare corridoi umanitari per offrire asilo ai più vulnerabili dall'oppressione talebana è un imperativo morale al quale non ci è dato sottrarci. Le prime dichiarazioni della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, vanno fortunatamente in questa direzione. La Ue è pronta ad aiutare finanziariamente chi darà ospitalità alle vittime della guerra che abbiamo perduto. Il costo di questo salvataggio sarà comunque inferiore a quello sostenuto in vent' anni di infruttuose operazioni militari. Siamo andati in Afghanistan per difendere i nostri valori, che credevamo universali. Se dovessimo rinnegarli voltando le spalle a chi li ha condivisi, perderemmo una seconda volta quella guerra. E forse perderemmo definitivamente anche la guerra per difendere la nostra stessa ragion d'essere europei».

I PROFUGHI CHE IL MONDO NON VUOLE

Dice Bonanni che per l’Europa Afghanistan significa profughi. Ma è impressionante come stiano tutti erigendo muri, invece che accogliere. Gabriella Colarusso per Repubblica.

«La caduta dell'Afghanistan nelle mani dei talebani sta spingendo migliaia di persone a cercare una via di uscita dal Paese, mentre gli Stati della regione blindano i propri confini. La Grecia ha annunciato ieri di aver completato la costruzione di un muro di 40 chilometri, alto 5 metri, alla frontiera con la Turchia. La decisione di estendere le recinzioni lungo il fiume Evros, al confine orientale, era in realtà già stata presa dal governo di Atene nello scorso ottobre. A gennaio erano iniziati i lavori e nell'ultima settimana l'intera area è stata militarizzata con telecamere, radar e dispositivi acustici. I muri al confine La crisi afghana ha messo in allerta anche la Turchia del presidente Erdogan. A metà luglio Ankara aveva autorizzato la costruzione di un nuovo muro in cemento nella provincia orientale di Van, alla frontiera con l'Iran, che si estenderà per circa 64 chilometri e va ad aggiungersi ai 149 chilometri di recinzioni già costruite in diversi punti del confine lungo le province di Agru, Hakkari, Igdir. Il Pakistan, che con l'Afghanistan condivide 2.670 chilometri di confine, ospita già 1,4 milioni di afghani legalmente registrati, ma un totale di circa 3 milioni tenendo conto anche degli irregolari. Aveva chiuso i valichi di frontiera prima della presa del potere da parte dei talebani, ma ha dovuto riaprirli per non bloccare il trasporto di merci e il passaggio di persone che lavorano tra i due Paesi. La circolazione è comunque limitata da controlli rigidi, soprattutto al valico di Torkham che è stato per decenni il principale punto di arrivo dei rifugiati in Pakistan. L'Iran ha rafforzato i controlli in tre province di confine e sta allestendo campi di accoglienza temporanea. In Iran ci sono 780mila afghani secondo l'Unhcr, l'alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ma la cifra arriva a oltre 2 milioni con gli irregolari».

Missione Aquila: in Italia arrivano i primi profughi afghani. Chi li accoglie? La cronaca dell’Avvenire.

«Prosegue a ritmo sostenuto il ponte aereo tra Kabul e l'Italia per portare in salvo, oltre ai cittadini italiani anche il maggior numero possibile di afghani in fuga dai sospetti e dalle vendette dei taleban. Ieri un aeromobile Boeing KC 767 dell'Aeronautica Militare è atterrato a Roma Fiumicino con 195 persone evacuate nella notte di venerdì dalla capitale afghana con due Hercules C 130J. Tre velivoli dello stesso tipo sono arrivati in serata a Kabul per prendere a bordo altri passeggeri. Al loro arrivo i bambini hanno vissuto momenti di serenità quando hanno ricevuto dai poliziotti cappellini, album e matite colorate e sono stati intrattenuti da un poliziotto prestigiatore. A bordo erano stati soprattutto loro ad attirare, come nei voli precedenti, le attenzioni e le emozioni del personale di bordo. A confermarlo, uno dei piloti impegnati nel ponte aereo umanitario che ha portato in salvo in Kuwait un centinaio di profughi afghani poi ripartiti verso il nostro Paese. «Imbarchiamo molti bambini e molte donne: nei loro occhi abbiamo visto la disperazione di lasciare le proprie case - ha raccontato il militare - il proprio Paese. Ma sicuramente comprendono l'opportunità che gli viene fornita dall'Italia per trovare un futuro migliore e un nuovo inizio». I piccoli sono ancora una volta i più fragili. «Nel loro sguardo abbiamo percepito le difficoltà maggiori, ci sono risultati più spaesati» ha continuato il militare, da cui è arrivata una conferma della determinazione delle nostre Forze Armate. «L'impegno che stiamo sostenendo dal 15 agosto è oneroso per noi e per tutto il personale, ma quello che stiamo vivendo ci dà la forza di andare avanti e completare la missione che ci è stata assegnata. Non lasceremo nessuno indietro». Una conferma della consistenza e risultati dell'operazione 'Aquila Omnia', pianificata e diretta dal Comando Operativo di Vertice Interforze (Covi), che dispone di 1.500 militari sotto il comando del Generale Luciano Portolano e di otto aeromobili, quattro KC 767 e quattro C 130J. Sono quasi 2.100 i cittadini afghani evacuati da giugno a oggi e di questi 1.100 sono stati portati nel nostro Paese. Sul piano politico, l'Italia continua a interrogarsi, come i partner europei, sulle prospettive dei rapporti con la leadership dei taleban, destinata a succedere all'amministrazione guidata dal presidente Ashraf Ghani fuggito negli Emirati arabi uniti e accolto «per ragioni umanitarie». Della crisi afghana hanno parlato anche Matteo Salvini e Silvio Berlusconi nei due giorni di colloqui a Villa Certosa, condividendo - si legge nella nota congiunta diffusa ieri sera - «la grande preoccupazione per quanto sta accadendo». I due leader della Destra di governo «hanno convenuto sulla necessità di sostenere l'accoglienza dei più fragili in fuga, a partire da donne e bambini, senza spalancare le frontiere in modo indiscriminato e senza concedere nulla ai taleban. Per questo sarà necessario «un intenso lavoro diplomatico», «già intrapreso da entrambi», hanno sottolineato 'per richiamare altri Paesi alla responsabilità'. Dall'area degli ex 5s è stato invece riproposto un rapporto pragmatico con i militanti islamici, con toni più veementi di quanto espresso da Giuseppe Conte pochi giorni fa e che aveva sollevato forti critiche anche nel Movimento. A farlo è stato Alessandro Di Battista, che in un'intervista rilasciata al sito d'informazione Tpi.it ha espresso la propria visione di una «verità» che «è stata la prima vittima della guerra in Afghanistan«, perché «da anni ormai pezzi grossi dell'intelligence dei Paesi occidentali trattano con i taleban» come pure, a suo dire, «emissari di capi di Stato, dirigenti dei ministeri degli Esteri, Ong, persino direttori di imprese straniere». Ben più necessarie e produttive potrebbero essere le trattative a livello di G20. «Il presidente Draghi - ha spiegato ieri il viceministro degli Esteri Marina Sereni - sta costruendo una rete di contatti con il ministro Di Maio e tutti i soggetti del governo interessati per raggiungere un coinvolgimento massimo di tutti gli attori». Non c'è ancora la data in cui si terrà il meeting straordinario del G20 promosso dall'Italia, ma la prospettiva appare concreta. Sereni ha ricordato l'impegno del governo «a proteggere tutte le persone che hanno collaborato con noi in quel Paese».

GREEN PASS, ORA SI DISCUTE DELL’OBBBLIGO

Gli interventi recenti, del Papa, e poi del presidente Mattarella nel messaggio al Meeting di Rimini, hanno messo a tema l’obbligo di vaccinazione. Mentre la curva dei contagi conferma il rallentamento degli ultimi giorni. Corrado Augias su Repubblica di ieri ragiona su libertà e vaccinazione:

«È interessante la formula usata dal presidente Sergio Mattarella nel suo intervento al convegno di Comunione e Liberazione. Tra le molte considerazioni sui vari intrecci che corrono tra io, tu, noi, alla base di ogni rapporto sociale e affettivo, toccando il tasto concreto dei vaccini anti Covid ha detto: «La responsabilità comincia da noi, vaccinarsi è un dovere non in obbedienza a un principio astratto ma perché nasce da una realtà concreta che dimostra che il vaccino è lo strumento più efficace di cui disponiamo per difenderci e per tutelare i più deboli e i più esposti a gravi pericoli. Un atto di amore nei loro confronti, come ha detto pochi giorni fa papa Francesco». Il particolare interesse è in quelle tre parole "Un atto d'amore", ecco dove la visione di un cattolico illuminato si distacca da quella di un laico pur concorrendo entrambi al medesimo fine di tutelare se stessi e la comunità di cui sono parte, ovvero "gli altri", ovvero l'io che prende in considerazione il "tu" per arrivare al "noi" cioè a tutti coloro che condividono un identico destino. Il principio che in una società stretta la tutela di tutti sia responsabilità di ognuno circola nella cultura occidentale dalla fine del Settecento, è uno dei frutti di quel secolo che non a caso è stato definito "dei lumi". Nel suo celebrato saggio sulla libertà ( On Liberty ) il filosofo inglese John Stuart Mill (1806-1873) scrive che le società liberali sono costruite sulla libertà degli individui la quale però trova il suo limite nella libertà di tutti, quindi con inevitabili limitazioni per quella di ognuno. Nel quarto capitolo del saggio, Mill specifica che un individuo è libero di perseguire i propri interessi fino a quando non danneggi gli interessi altrui. Per esempio, la salute. Già nel 1789, l'articolo 4 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo aveva statuito che: «La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così l'esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento degli stessi diritti». Quando esponenti della destra, che tra l'altro si professano cattolici ferventi, rivendicano la libertà degli individui e tuonano contro le possibili imposizioni dello Stato in materia sanitaria, non si rendono conto di negare esattamente il principio liberale in nome del quale pretenderebbero di parlare. La libertà è un bene da condividere, appartiene a ognuno ma deve contemplare anche quella degli altri. Chi rifiuta di vaccinarsi sulla base di ipotetici rischi ai quali si sottoporrebbe, altro non fa che nascondere dietro il velo di un inganno il sostanziale egoismo della sua decisione. Il presidente Mattarella, facendo eco a papa Francesco, è andato più in là, ha scavalcato il principio liberale della corresponsabilità di fronte a un flagello come il Covid, ha aggiunto la dimensione dell'amore. Si può dubitare che in un'epoca in cui gli egoismi (degli individui e delle nazioni) sembrano prevalere, quando si agitano immagini e testi sacri mentre si rivendica l'esclusiva santità del proprio "io", un richiamo così "ingenuo" all'amore possa avere una qualche efficacia. L'uomo di Stato, il leader illuminato sa però che il suo dovere è indicare un percorso anche quando è consapevole che non sono molte le probabilità che venga seguito. Questo rende così interessanti le parole di Sergio Mattarella: segnano il confine tra chi ha un'alta visione della politica e chi la umilia facendone esclusivo strumento elettorale».

Si stemperano le polemiche sulla scelta dei No Vax. I numeri diffusi dall’Istituto superiore di sanità hanno un’evidenza schiacciante: chi non è vaccinato rischia la vita.  Giampaolo Visetti per Repubblica ha messo insieme alcune tristi vicende.

«Katia se ne è andata a trent' anni, dopo solo cinque giorni di quarantena in casa. Pur positivo, alla fine l'ho portata io al pronto soccorso in auto. Non respirava più, ogni tentativo di rianimarla è stato inutile. Avevamo prenotato il vaccino a fine agosto: troppo tardi, ma con una pizzeria da gestire non potevamo rischiare di chiudere nel pieno dell'alta stagione. Io mi sono salvato, lei no: fa male accettare che le vittime del Covid siano ormai private anche della loro storia, ridotte solo a numeri da inserire nelle statistiche ». Emanuele Diez, ristoratore toscano di Torre del Lago, ancora non crede alla morte della fidanzata. Katia Lamberti è deceduta all'ospedale di Lido di Camaiore il giorno di Ferragosto: l'autopsia deve confermare se è stata la variante Delta, all'improvviso, a soffocarla e a fermare il suo cuore. «In luglio - dice Emanuele - si era sottoposta a un intervento di chirurgia estetica. Per questo avevamo rinviato la vaccinazione. La velocità della sua morte è stata uno shock e le cause devono essere chiarite: ora posso onorare il nostro amore solo invitando tutti a immunizzarsi il prima possibile». Storie così, mentre l'estate si avvicina all'autunno, in Italia ce ne sono di nuovo una cinquantina al giorno. Rare quelle che mutano in racconto: la strage della pandemia, come all'esordio, torna a lasciare solo vittime anonime e invisibili. Un anno e mezzo fa il Paese fu colto di sorpresa dall'ignoto. Oggi si scopre pericolosamente preda dell'assuefazione da troppo noto, della confusione da distorto. «E in questa anestesia al dolore collettivo - dice il fisico Roberto Battiston, che analizza l'andamento del contagio in Italia - si nasconde il rischio cruciale della variante Delta. Fra il 30% di italiani non vaccinati, esclusi i bambini, le vittime quotidiane nell'ultimo mese sono salite da 5 a 50. Significa che sono decuplicate e che, se la tendenza non si arresta a fine settembre, ne conteremo 500, con un bacino potenziale di circa 200 mila morti. In queste condizioni aspettare l'immunità di gregge è una follia: chi non si vaccina si condanna per anni a una vita ad alto rischio». Anche a Cascina, nel Pisano, nessuno immaginava un domestico focolaio estivo. In poche ore sono morti Oriano Berrugi, 85 anni, e la moglie Angela Bettini di 82. Prima di loro il virus si è portato via Paolo Egisto, 72 anni, fratello di lui. Attenzione e isolamento in casa non sono bastati per evitare lo sterminio della famiglia. L'Istituto superiore di sanità lancia così l'allarme sulla distrazione con cui si tende a scorrere le cifre quotidiane dei decessi da Covid, sempre più spesso rimasti fuori dagli ospedali. «Negli ultimi 30 giorni - avverte una nota dell'Iss - la maggioranza dei positivi non è vaccinata e la loro ospedalizzazione supera di otto volte quella degli immunizzati con il ciclo completo». La preoccupazione supera lo scontro ideologico no vax o no mask. Il punto è che associare un volto e una storia alla contabilità del virus, aiuta a non sottovalutarlo, nemmeno in vacanza. Marco De Veglia, noto esperto di marketing triestino di 55 anni, è morto dopo che per mesi sui social aveva invitato «a curare in casa quella che resta una semplice influenza». «Facile ma sterile - dice l'amico Stefano Versace - puntare il dito contro un uomo che ha scelto di non vaccinarsi: difficile ma utile riflettere sulle ragioni che spingono persone intelligenti e colte a non tutelare la propria salute e a restare vittime delle fake news». Non è il caso della famiglia Venuta, siciliana di Nicosia. Lunedì 16 agosto è morto Gioacchino, 83 anni, dipendente comunale in pensione. Mercoledì scorso la stessa sorte è toccata alla figlia Anna Maria, di 48 anni. Unica superstite la moglie di Gioacchino, in cura nonostante abbia ricevuto la prima dose di vaccino. «Mia figlia non sembrava grave - dice - Poche ore prima di morire, al telefono aveva chiesto informazioni sui farmaci anti-virus». Oltre 50, a Nicosia, i positivi negli ultimi giorni. «Nessuno è un numero - dice il sindaco Luigi Bonelli - sono persone in balìa di un virus contagiosissimo che silenziosamente uccide anche i più attenti». Come il napoletano Maurizio Femina, 46 anni, vigile del fuoco e maratoneta di Giugliano. Dopo un mese di lotta in terapia intensiva è stato sepolto venerdì: assente al funerale la moglie, pure contagiata dopo la prima dose di vaccino. Gli scienziati ora avvertono: «La variante Delta a inizio luglio è partita da numeri di positivi molto bassi, un terzo in meno rispetto all'estate 2020. Per questo la crescita dell'ospedalizzazione ora è lenta, quasi invisibile. Il problema è che riguarda quasi solo i non vaccinati, ossia un bacino contenuto. Importanti sono così tendenza e percentuali, non le cifre assolute: documentare le vicende umane delle vittime può scongiurare un'altra strage». Troppo tardi per salvare la famiglia spazzata via a Torre del Greco. Il papà di 89 anni, la mamma di 85 e la figlia di 58, tutti non vaccinati, sono morti in otto giorni. Invitati invano a proteggersi, avevano scelto di rischiare rinunciando alla socialità. «In estate - avevano confidato agli amici - il virus molla, noi stiamo in casa e vediamo cosa succede in autunno». Stagione che non vedrà nemmeno l'inglese David Parker, 56 anni, icona social dei no vax, star anche in Italia: il Covid l'ha ucciso nel North Yorkshire mentre derideva chi si vaccinava tuonando contro Big Pharma. Anche lui per le statistiche era solo un numero e valeva uno. La sua storia, gli appelli globali a immunizzarsi lanciati ora dai suoi famigliari, spiegano invece molto di più».

BONOMI E LA POLEMICA SUL GREEN PASS

Il Meeting di Rimini è stato animato, nella giornata di ieri, dall’intervento di Carlo Bonomi, presidente della Confindustria. Bonomi ha criticato la scelta anti Green pass dei sindacati. La cronaca sul Corriere della Sera di Cesare Zapperi.

«I sindacati «stanno commettendo un grave errore» sull'obbligo vaccinale. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha un «atteggiamento punitivo» nei confronti delle imprese. E i partiti in autunno rischiano di buttare a mare le riforme a cui sta lavorando il governo Draghi. Dice di essere disponibile a collaborare con tutti, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, ma nel suo intervento al Meeting di Rimini distribuisce dolorose bacchettate ad ampio raggio. La prima staffilata è rivolta ai sindacati, ai quali rimprovera di avere chiesto (l'ultimo a farlo il segretario della Cisl Luigi Sbarra proprio dalla tribuna riminese) al governo di farsi carico di una legge che obblighi tutti a vaccinarsi. «Non abbiamo tempo da perdere, non possiamo aspettare la legge. Abbiamo fatto l'accordo sul protocollo della sicurezza nel momento più difficile del Paese, modifichiamo il protocollo e facciamo subito l'introduzione del green pass». Il leader degli industriali fa sue le parole del presidente Mattarella e sottolinea: «Il vaccino è un dovere e si dovrebbe ripetere l'operazione che fecero i nostri padri negli anni Sessanta per salvare migliaia di bambini dalla polio. Invece abbiamo fallito, e lo dico nonostante io fossi il più disponibile all'accordo». L'accusa rivolta ai sindacati è quella di non assumersi la responsabilità di concordare norme che garantiscano la sicurezza nei luoghi di lavoro (mense comprese). «Abbiamo una responsabilità, un dovere sociale al di là delle tessere, degli associati. Anche in Confindustria probabilmente non tutti gli associati sono d'accordo, ma io ho una responsabilità. Preferisco un associato in meno, ma fare quello che serve al Paese. Sono disponibile a sedermi subito al tavolo con i sindacati». Risponde Luigi Sbarra: «La Cisl si è mostra disponibile ad aggiornare, rafforzare e adeguare i protocolli con una nuova intesa sindacato-imprese-governo già il 2 agosto. In quell'occasione abbiamo detto al presidente del Consiglio che avremmo sostenuto una legge sull'obbligo vaccinale». Il segretario invita ad evitare «iniziative improvvide e unilaterali» e sollecita Confindustria a «collaborare e sostenere la campagna di vaccinazione nei luoghi di lavoro». Le preoccupazioni di Bonomi per i problemi del Paese trovano fondamento anche nel provvedimento che il ministro del Lavoro Andrea Orlando sta mettendo a punto per evitare licenziamenti via chat e delocalizzazioni repentine. Il presidente degli industriali parla di «atteggiamento punitivo». «Orlando e il sottosegretario Todde - spiega - pensano di colpire con un dl le imprese sull'onda dell'emotività di due o tre casi che hanno ben altra origine e su cui dobbiamo intervenire». La replica su questo punto arriva da diversi esponenti del centrosinistra. «Tutto si può migliorare, ma non c'è alcuna logica punitiva dietro queste proposte - sostiene Antonio Misiani, responsabile economico del Pd - C'è invece un'idea precisa di responsabilità sociale delle imprese». Mentre il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni parla di industriali «ingrati o ingordi». In generale, Bonomi lamenta una scarsa considerazione nei confronti dell'industria e cita i dati dell'Inps (400 mila assunzioni) per smentire chi temeva scenari foschi dallo sblocco dei licenziamenti. All'orizzonte ci sono le elezioni amministrative ad ottobre e il voto per il Quirinale. «Temo che queste scadenze possano portare i partiti a distinguo, a battaglie identitarie, a piazzare le loro bandierine, fermando e bloccando l'azione riformatrice di cui invece il nostro Paese ha tanto bisogno». La conclusione è un appello: «Dobbiamo darci una mano tutti e se non lo capiamo falliamo nella nostra missione».

Critiche sulla testa di Bonomi piovono dal Fatto di Marco Travaglio. La Fatwa di Bonomi contro Landini e Orlando è il titolo vignetta con un presidente di Confindustria ritratto come un talebano che imbraccia il kalashnikov. L’articolo è di Roberto Rotunno.

«Completamente a suo agio davanti al pubblico del meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, ieri il presidente della Confindustria Carlo Bonomi ha colto l'occasione per lanciare due (interessati) attacchi frontali: uno ai sindacati, perché non vogliono introdurre il Green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro attraverso un accordo tra parti sociali; l'altro a una parte del governo - il ministro del Lavoro Andrea Orlando e la viceministra allo Sviluppo Alessandra Todde - per il prossimo decreto anti-delocalizzazioni. In sostanza, dal salotto di Cl, il leader degli industriali ha srotolato il suo elenco di richieste autunnali: obbligare i lavoratori a vaccinarsi per mantenere il posto e mandare in soffitta la proposta che prevede sanzioni (o almeno il blocco dei soldi pubblici) per le multinazionali che smobilitano e licenziano. Sui certificati verdi in azienda, la posizione dei sindacati è nota: deve essere il governo a prendersi la responsabilità di imporre le immunizzazioni per legge e, soprattutto, l'accesso ai luoghi di lavoro ai soli vaccinati non può essere la scusa per aggirare i protocolli di sicurezza che devono rimanere. Il dubbio, insomma, è sull'opportunità di arrivarci per via pattizia e non legislativa. Questo a Bonomi non va bene: "Troppo facile rimandare la lattina allapolitica; difficilmente nel breve si può arrivare alla legge", ha detto dichiarandosi pronto sin da subito aun nuovo accordo senza però specificare se questo, a quel punto, debba comportare una revisione degli attuali protocolli su distanziamenti e mascherine. Per spingere sull'obbligo vaccinale dei lavoratori, Bonomi ha pure tirato in mezzo i bambini morti per la polio: "A quei tempi un anno di discussione ci è costato 10 mila bambini, 8 mila morti e 2 mila rimasti infermi". Decisamente sgradevole. Secondo il presidente di Confindustria, siamo " di fronte alla possibilità di sedersi a un tavolo e dare una via al Paese", ma finora non è stato fatto: "Abbiamo fallito e mi ci metto anche io, che colpe non ne ho, perché ho sempre detto che a quel tavolo ero disponibile ad andarci". Ma ancora più nervoso Bonomi sembra essere per il futuro dl anti-delocalizzazioni. "L'industria manifatturiera ha tenuto il Paese insieme: altrove tutti avrebbero avuto un occhio di riguardo", invece "Orlando e Todde pensano di colpire con un decreto le imprese sull'onda dell 'emotività di due o tre casi che hanno ben altre origini". Per il presidente della Confindustria, il provvedimento è troppo "punitivo" e per questo ha rinfacciato al governo i 58 miliardi di debiti che la Pa ha nei confronti dei fornitori (il riferimento esplicito a Todde, peraltro, arriva proprio mentre la vice-ministra dello Sviluppo pare in corsa per diventare vice-presidente M5S). Timori esagerati, comunque, visto che l'ultima bozza ha alleggerito l'aspetto sanzionatorio, limitandosi ad aumentare le tasse sui licenziamenti e a precludere finanziamenti pubblici alle aziende che non seguono le "procedure di allerta" previste per mitigare l'impatto delle delocalizzazioni. L'obiettivo della legge, infatti, più che impedire i trasferimenti all'estero, sembra essere creare un percorso condiviso: bisognerà presentare un piano prima di licenziare e farselo approvare dal Mise. Ma anche così Bonomi non ne vuol sapere e, tenendo fede al suo stile, pure qui ha tirato fuori l'aneddoto: "Dopo quello che hanno combinato Todde e Orlando mi ha chiamato il mio omologo spagnolo: mi ha detto di ringraziare il ministro perché da ora in poi andranno tutti in Spagna a investire". Infine, anche i partiti preoccupano Bonomi: i loro "distinguo" e la deprecabile abitudine di tenere elezioni tipo le Amministrative possono "in autunno rallentare l'attenzione del governo sulle riforme", ma non ha detto quali. Su questo, stranamente, niente aneddoti».

Piero Senaldi su Libero ragiona sull’intervento di Bonomi da un altro punto di vista.

«Quello lanciato dal presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ieri al meeting di Rimini, non è un allarme, ma un grido di disperazione. Domani mezza Italia riparte, e il mondo del lavoro, come quello della scuola, non sa che mascherina mettersi e continua a giocare a celo-manca con il Green pass. Bonomi attacca i sindacati, e anche gli imprenditori, che non sono riusciti a mettersi intorno a un tavolo per cambiare i protocolli di sicurezza, così come gli operatori scolastici non sono stati capaci di ritrovarsi intorno a un banco. Dice «abbiamo fallito», però il presidente parla a Landini, Orlando, Bianchi e se stesso perché Draghi intenda. Già perché è vero, per esempio, che sui vaccini, come ha detto Mattarella, ciascuno è chiamato a un gesto di responsabilità o che sul passaporto sanitario è comodo per la Cgil attendere un provvedimento del governo, restando seduta sulla riva del fiume. Ma è ancora più vero che stiamo finendo il secondo anno in stato d'emergenza e questo significa che l'esecutivo non può limitarsi a sollecitare nei cittadini, nelle imprese o nei lavoratori, senso di responsabilità ma continuare a fuggire dalle proprie responsabilità. Dato per scontato che l'obiettivo comune è non chiudere più nulla, e condividendo analisi e opinioni sul fatto che il vaccino è una via di salvezza, perché riduce i contagi e li rende meno gravi, se l'opera di sensibilizzazione stenta, occorre che le autorità si preparino a un cambio di passo, anche a costo di far ballare la maggioranza, che tanto non casca. Inutile illudersi di ottenere la profilassi di massa con la persuasione. Chi non si vaccina lo fa per paura, e se uno teme la siringa più del lockdown o della prospettiva di finire intubato, a dare l'ultimo saluto ai propri cari in videochiamata, neanche il Padreterno può convincerlo. È lì che serve lo stato d'emergenza, che consente di travalicare i limiti della Costituzione. Se il governo è persuaso che il vaccino salvi la popolazione, lo imponga per legge, anziché continuare a decantarne le lodi come farebbe un venditore porta a porta. Non è dignitoso, non è serio, e legittima i sospetti dei no vax, i quali sostengono che, finché le autorità non ci costringono all'iniezione, significa che nutrono dubbi sulla sua efficacia o sulle sue conseguenze collaterali. Intendiamoci, non avendo l'onore né l'onere del governo, noi di Libero non ci permettiamo di dire cosa Draghi e i suoi ministri devono fare, ma solo quello che potrebbero fare se volessero essere nelle loro azioni coerenti con quanto dicono, anche senza mezzi termini: «Chi non si vaccina, uccide», sentenziò il presidente del Consiglio. Quanto al terrore espresso da Bonomi, che giustamente si preoccupa soprattutto del suo, cioè il mondo del lavoro, anche qui servirebbe coerenza. Se il Green pass frena i contagi ed evita il tutto esaurito in terapia intensiva, perché un vaccinato negativo deve stare a casa se ha la moglie positiva o un ufficio deve svuotarsi quando un impiegato si ammala? Se, ottuagenari e settuagenari a parte, la profilassi salva la vita, prendere il Covid diventa un rischio tollerabile, oltre che calcolato; e così come un azienda non si ferma se qualcuno contrae l'influenza, o anche il morbillo, perché i lavoratori negativi devono stare a casa in quarantena se il compagno di scrivania ha il virus? È la mancanza di coerenza tra detto e fatto che confonde e paralizza e qui, ahinoi, Bonomi ha torto: i sindacati, e gli imprenditori, c'entrano poco, bisogna guardare più in alto. Il governo Conte aveva un modo vigliacco e miope di gestire l'emergenza. Rincorreva il virus anziché provare ad anticiparlo. Fatta salva la decisione, drammatica e urgente, di imporre il lockdown totale, in seguito è stato tutto un buttare lì un divieto, un tema, per vedere l'effetto che faceva nell'opinione pubblica, attendere che sedimentasse, che la gente si abituasse all'idea, e poi imporlo, naturalmente in ritardo, perché il virus non si adegua ai tempi della politica. Sull'obbligo di vaccino il governo Draghi sembra procedere così, a boutade. Mentre sulla convivenza con il virus è ancora fermo al via. Ci dicono che il vaccino è salvifico, ma vigono le regole di quando ancora non c'era, dando il destro ai no vax per alimentare i propri dubbi e installarli negli altri. Lavoro e scuola attendono decisioni, che sarebbero state in ritardo già se prese a fine giugno. Il Covid non cambia le sue regole, siamo noi che dobbiamo mutare le nostre se vogliamo mandarlo in soffitta».

IL MEETING DI UN IO NON INDIVIDUALISTA

Ma il Meeting  non è solo occasione per un dibattito sulla pandemia. Anche se è probabilmente la prima grande manifestazione in presenza dopo l’inizio della pandemia, prima ancora delle feste di partito o delle fiere. Una manifestazione che concentra migliaia di persone in uno stesso luogo, col Green pass. Paolo Viana su Avvenire di sabato ha raccontato il titolo del Meeting, attraverso uno degli incontri più significativi. La sua cronaca.

«L'io cristiano è l'alternativa all'individualismo, ma ci vuole tanto coraggio per capirlo (e praticarlo). Lo ammettiamo, sembra un calembour e invece è teologia. Di quella che aggiorna, ad esempio, la prassi della testimonianza: sovente, per rendere ragione della fede nel mondo pluralistico, quest' ultima tracima infatti nella pretesa di far la parte di Dio. L'io che non va oltre, in rapporto alla fede e alle culture, è stato discusso ieri al Meeting da Adrien Candiard, OP, membro dell'Institut dominicain d'études orientales (Ideo) e da Agbonkhianmeghe E. Orobator, SJ, presidente della Conferenza dei gesuiti dell'Africa e del Madagascar ( Jcam), che sono autori di due opere centrali in questa riflessione - rispettivamente 'La speranza non è ottimismo' e 'Confessioni di un animista', entrambe edite da Emi - e che a Rimini si sono interrogati su cosa abbia da dire la fede all'uomo nell'età dell'incertezza. I due religiosi hanno inquadrato la riflessione in un dialogo tra Dio e l'uomo che è più antico della stessa Rivelazione. Partiamo dalla fine, cioè dalla confessione del domenicano: «Anch' io non sono abituato a dire io - ha ammesso -: nell'annuncio della Parola può esserci la difficltà di dire io e soltanto io perché spesso vorremmo rappresentare tutta la Chiesa e fare addirittura il lavoro di Dio, perché non abbiamo fiducia che Lui intervenga nel dialogo con l'uomo. Ma è così che ci troviamo a sostenere una responsabilità impossibile e siamo presi dalla paura di non farcela: e non ce la si fa perché è impossibile portare le persone a credere, ma cercando di farlo non facciamo ciò che possiamo fare, la nostra parte». Anche quella di Orobator è stata una confessione. Figlio di animisti, convertito al cattolicesimo in età adulta, il gesuita si è presentato a Rimini con tutta la sua Africa. «Quando mi convertii - ha ricordato al Meeting - i cristiani che prima mi trattavano con disprezzo si aspettavano che ripudiassi le mie radici, ma un leopardo non perde le sue macchie anche se attraversa il fiume». Soprattutto se in quel fiume scorre il magistero di papa Francesco e oggi cristiani come padre Orobator possono dire che «la religione africana ha risvegliato la mia coscienza della realtà e il cristianesimo l'ha ampliata. Come diceva Paolo VI l'africano che diventa cristiano non disconosce se stesso ma affronta gli antichi valori della tradizione in spirito e verità». Il focus di quest' analisi della conversione dall'animismo al cristianesimo non si proietta unicamente sulla vita del convertito. Alla luce della fede africana - che «è un modo di vivere, non un insieme di dogmi » ha sottolineato - l'io è «il punto di partenza per incontrare l'altro, che sia un albero, una persona o Dio». Un io che abbraccia l'anima dell'altro e che si declina in un rapporto informato da questa relazione inclusiva, umanizzante e trasformativa, che il gesuita ha fissato attraverso le tre priorità del nostro tempo: solidarietà, fraternità e ospitalità. «Io credo nella vitalità del Creato - ha puntualizzato -: esiste un potere invisibile in qualsiasi cosa, che gli da vita; papa Francesco condivide quest' idea come si legge nell'enciclica Laudato sì. Tutto è carezza di Dio». Da questa visione discende l'attenzione all'ecologia integrale, ma è sulla fraternità che si coglie lo spessore dell'io africano, che si rispecchia nell'enciclica Fratelli tutti e concepisce l'esistenza della persona solo attraverso la relazione con gli altri e il Creato: la mia esistenza, la mia umanità traggono forza dalle interazioni con le altre persone. Essere umani significa essere aperti verso gli altri e questo è l'ubuntu», un concetto basilare della cultura africana che impedisce all'io di porsi nella realtà come una coscienza isolata. «Io dipendo dalle altre persone, il mio universo è aperto e inclusivo » ha ripetuto ieri a Rimini, invitando all'ospitalità - terza priorità -, traendo forza dalla tolleranza che contraddistingue l'antica cultura religiosa delle popolazioni africane. Questi concetti tornano nell'esperienza - certamente molto diversa, poiché si sviluppa nel rapporto con l'Islam del Cairo - di Candiard. «Essere al servizio dello Spirito Santo - ha argomentato dal canto suo il domenicano - non vuol dire cercare di capire cosa dobbiamo dire al mondo ma sentirci al servizio di una conversazione antica, un dialogo che Dio ha cominciato col primo uomo e che continua. Purtroppo, ci troviamo spesso a pensare diversamente e percorriamo in vie senza uscita. Quando pensiamo che dobbiamo affermare posizioni della Chiesa che non interessano a nessuno, perchè tutti credono di conoscerle già, e non ci decentriamo dalle nostre storielle Esse sono distrazioni, come ci ammonisce il Papa, quando parla di autoreferenzialità ». Nel dialogo tra Dio e l'uomo che la Chiesa deve servire, ha aggiunto Candiard, la Rivelazione è una parte importante ma non è il tutto. Lui trova modo di parlare attraverso gli individui ma anche attraverso le società e le religioni. Non crederci porta alla tentazione di prendere il posto di Dio». Raccontando la propria esperienza tra i teologi musulmani, fatta di tanto ascolto, il religioso ha esortato a lavorare contro la diffidenza che allontana le religioni: «La nostra strategia dev' essere il disarmo, usciamo dalle nostre cittadelle minacciate, con amicizia e fiducia». Un atteggiamento che comporta il rovesciamento dell'io: «Dobbiamo dire io, certo, ma solo per lasciare l'altro a ricevere il "tu" che Dio gli sta indirizzando». Ricordandoci - come ha commentato nel sottolineare la dimensione oblativa di questo io - che «il posto di salvatore del mondo è già occupato».

Per la Versione si prepara un grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) per le prossime settimane. Scrivete suggerimenti, considerazioni, osservazioni critiche a lelio.banfi@gmail.com. Ci vediamo per la rassegna stampa di domattina lunedì 23 agosto.