Commedia ungherese

Nuova puntata dei verbali di Amara sulla loggia Ungheria. Crescono le prenotazioni di vaccini per il nuovo Green pass. La Francia ritira gli ambasciatori da Usa e Australia. Odifreddi contro il Papa

C’è circa un mese per prepararsi all’obbligo di Green pass e già le Regioni registrano un boom di prenotazioni per le prime dosi di vaccino. Mentre ieri Brusaferro, nella tradizionale conferenza stampa dell’Istituto superiore di sanità, ha confermato che i contagi scendono: l’indice Rt nazionale è a 0,85, ancora in calo. I dati delle somministrazioni delle ultime 24 ore sono bassi, ieri solo 168 mila 952, ma si è superata la soglia del 75 per cento di italiani over 12, protetti da prima e seconda dose. È possibile davvero arrivare all’80 per cento di vaccinati entro fine mese, come si era prefissato Figliuolo. Altri temi e argomenti crescono di interesse, lasciando lentamente in secondo piano le misure anti Covid.

Intanto il governo sta preparando una riforma del Fisco che potrebbe essere decisiva, nell’accompagnare la ripresa (buone notizie dal boom delle fatture elettroniche) e c’è anche la questione del caro bollette, da sciogliere in fretta. A questo proposito ieri Draghi ha lanciato una proposta choc: perché l’Europa non affronta collettivamente l’acquisto di energia, come ha fatto con i vaccini?

Ieri sera è arrivata la notizia di una crisi diplomatica senza precedenti. La Francia ha ritirato i suoi ambasciatori a Washington e a Canberra con un atto ostile contro Usa e Australia, dovuto alla vicenda dei sottomarini nucleari. I francesi sono furiosi perché è stato ignorato il contratto di fornitura da loro sottoscritto con gli australiani. Oggi Le Figaro pubblica un editoriale in cui paragona di nuovo Biden a Trump: agli Usa è imputata la peggiore politica estera degli ultimi anni.

Tornando all’Italia siamo alla seconda puntata della commedia ungherese (Copyright Maurizio Crippa) scatenata dalla pubblicazione dei verbali di Amara da parte del Fatto di Travaglio. In tanti mesi nessuna verifica né indagine apprezzabile su quegli elenchi forniti dall’avvocato siciliano. Perché allora pubblicare adesso? È esistita davvero la loggia Ungheria e quali erano i suoi membri? C’è poi chi ha fatto notare i due 17: la lista P2 fu pubblicata il 17 marzo di 40 anni fa, il 17 settembre via con quella ungherese. Cabala massonica. Per Sallusti è fango nel ventilatore. Mr. B. vuole ancora andare al Colle, dice Verderami, per Letta la corsa al Quirinale comincia a gennaio 2022.  

Eccoci dunque alla terza settimana di Grande Balzo in avanti della Versione: la consegna mattiniera per questa rassegna stampa è ancora garantita dal lunedì al venerdì entro le 8 di mattina, domani vi aspetto intorno alle 9. Alla fine di questo mese tireremo le somme, fatemi sapere se lo sforzo è apprezzato (grazie ai tanti che mi hanno scritto!!!). Vi ricordo anche la possibilità di scaricare gli articoli integrali in pdf. Trovate il link alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito quello che vi interessa perché il file resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete arretrati.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Certificato verde ancora in apertura per il Corriere della Sera: Green pass, si controllerà così. Il Giornale sottolinea: E ora più libertà. Il Quotidiano Nazionale si concentra sul calo dell’RT: Contagi, l’Italia sta meglio degli altri. Il Messaggero tematizza la fine dello smart working: «Distanze ridotte in ufficio». La Stampa rassicura, con le parole del Ministro Orlando: “Il Green Pass è legittimo i ricorsi non ci spaventano”. La Verità sostiene che non siamo un esempio positivo, come invece ha detto Anthony Fauci: L’obbligo vaccinale all’italiana lascia il mondo a bocca aperta. Di tasse si occupa La Repubblica: Il piano del nuovo Fisco scontro per le tasse sulle case. Mentre Il Sole 24 Ore dà risalto dei nuovi dati sulla fatturazione elettronica: E-fatture, boom da ripresa (+21%). Il Manifesto annuncia la manifestazione dei lavoratori licenziati della Gkn: No Signori. Il Domani rivela a proposito: «Pezzi taroccati alla Fiat». Gli operai licenziati in procura contro la Gkn. Mentre il Mattino dà notizia del caos elezioni: Napoli, la Caporetto della Lega, fuori quattro liste pro Maresca. Seconda puntata della pubblicazione delle carte sulla loggia Ungheria per Il Fatto: Amara: “Io padrone di Lotti con 200 mila euro”. Libero commenta: Fango nel ventilatore. Tutti i nomi eccellenti nella loggia dei veleni. Avvenire rilancia l’allarme di Draghi ad Atene: Codice rosso sul clima.

CONTAGI IN CALO, PRENOTAZIONI IN AUMENTO

Fra un mese scatta l’obbligo del Green pass e gli italiani si preparano. Intanto ieri l’Iss, nella tradizionale conferenza stampa del venerdì, ha spiegato che i contagi sono in calo. Mentre dalle Regioni arriva la notizia di nuove prenotazioni per sottoporsi alla prima dose del vaccino. Adriana Logroscino per il Corriere.

«Far crescere il numero di vaccinati sembrava sempre più difficile. Perché la platea inevitabilmente, grazie al successo dei mesi scorsi, si assottiglia: il 75,3% degli over 12 è vaccinato, all'appello mancano 13,5 milioni di italiani, 3,5 milioni dei quali sopra i 50 anni. E perché è una platea composta dai meno sensibili al tema: che si tratti di no vax, relativamente pochi, indecisi o pigri, quelli che ancora non si sono rivolti agli hub vaccinali fondamentalmente non hanno voluto farlo. Eppure il mega green pass - l'obbligo, cioè, di esibire il certificato verde che attesta la condizione di vaccinato o di guarito o di negativo al virus, per accedere al lavoro, che sia pubblico o privato, che sia in fabbrica o in ufficio o in casa di clienti - ha dato la scossa. La Regione Lazio celebra per prima il balzo: 10 per cento di somministrazioni in più, comunicano dalla struttura sanitaria, e l'area metropolitana di Roma, con oltre 3 milioni di vaccinati, è tra le prime capitali europee per immunizzati. Ma è la Lombardia, già prima in Italia per copertura (l'81% dei residenti ha completato il ciclo) a rilevare un dato clamoroso: «Negli ultimi due giorni c'è stato un forte incremento dell'adesione dei cittadini alla campagna vaccinale - dice la vicepresidente e assessora alla Sanità, Letizia Moratti - oggi (ieri per chi legge, ndr ) un aumento del 119% rispetto alla media dei primi 15 giorni del mese». Recupera anche la Toscana: Andrea Belardinelli, direttore del dipartimento Salute della Regione, misura in 2.900 in più le prenotazioni dovute al varo del decreto, e comunica il triplo di richieste di somministrazione, se si esaminano soltanto i lavoratori. Prenotazioni e adesioni in rialzo sono riferite anche dal Piemonte: «Sono più che raddoppiate in meno di 24 ore le richieste di essere convocati negli hub», annuncia il presidente Alberto Cirio. Anche Giovanni Toti, presidente della Liguria, rileva la corsa agli hub per effetto del decreto - «1.553 prenotazioni in 24 ore» - soprattutto tra i 30 e i 50 anni. E in Sicilia, terzultima regione in Italia per copertura vaccinale, il decreto sembra aver sollecitato parecchi indecisi. «A Palermo - quantifica il direttore della Sanità regionale, Mario La Rocca - dove la media quotidiana di seimila somministrazioni era drasticamente scesa in piena estate, l'effetto green pass c'è stato: ieri abbiamo registrato un 10 per cento di accessi in più nell'hub del capoluogo». Lo sforzo della campagna di vaccinazione dà risultati evidenti. Il monitoraggio settimanale misura un Rt in ulteriore discesa (0,85 da 0,92) e al di sotto del valore soglia di 1. Cala il tasso di incidenza: 54 positivi su 100 mila abitanti, erano 64 otto giorni fa. Si allenta anche la pressione sugli ospedali. «La curva epidemica è in decremento e possiamo prevedere anche nei prossimi giorni valori stabili o in lieve diminuzione», ha affermato il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro. Che pur invitando a non abbassare la guardia e insistendo sulla necessità di vaccinare, può rivendicare un primato per il Paese: «L'Italia si caratterizza per la circolazione del virus più contenuta in Europa». Solo undici mesi fa, nella classifica del contagio, eravamo i peggiori.».

Soddisfazione per le decisioni prese dal Governo, da parte del segretario del Pd Enrico Letta. L’intervista sul Corriere della Sera è di Monica Guerzoni:

«Soddisfatto per l'introduzione del green pass, a suo agio con il «metodo Draghi» e, almeno all'apparenza, non troppo interessato ai sondaggi sul Pd. All'ultimo miglio di una campagna elettorale giocata «Comune per Comune», Enrico Letta guarda con ottimismo alla sua sfida personale per un seggio di deputato a Siena. E derubrica le amministrative a una «dimensione civica», da cui non dovrà derivare alcuna conseguenza politica. Perché è così entusiasta del super green pass? «È la scelta giusta, al momento giusto e col metodo giusto. Nei tanti incontri elettorali con le categorie economiche e i sindacati ho riscontrato solo giudizi positivi. Per le categorie economiche è la fine dell'incubo della non chiarezza. A opporsi è una parte minoritaria, che rispetto, ma il metodo è giusto. Draghi ha fatto molto bene a non precipitare le cose, con un lavoro di convincimento graduale». Se il prossimo passaggio fosse l'obbligo vaccinale, la maggioranza reggerebbe? «Le cose vanno fatte un passo dopo l'altro. L'estensione del green pass, se bene attuata, può evitare l'obbligo. Dipenderà tutto dalla serietà degli italiani, dal modo in cui si applicherà il certificato e da come si muoverà il virus nelle prossime settimane». Franceschini spinge per la capienza dei luoghi della cultura, ma Draghi e Speranza frenano. E lei? «Sono molto favorevole a una particolare attenzione al comparto della cultura. Ci sono stati appelli molto importanti e dobbiamo prenderli in considerazione seriamente». Ritiene sicuro riempire il 100% di posti? «Penso sia possibile grazie al green pass avvicinarsi al 100%. Il vaccino è libertà. Nel mio collegio di Siena-Arezzo, come a Torino, a Bologna, a Roma, ho incontrato tanta gente favorevole. Quando ai commercianti o ai ristoratori dici "se vuoi riempire il locale il green pass è un tuo alleato" la gente si convince». Con la Lega così spaccata, le è sembrato opportuno lodare Giorgetti? C'è un asse tra lei e il vice di Salvini? «Non l'ho fatto per esacerbare le divisioni nella Lega. Ho trovato che il ministro dello Sviluppo abbia fatto bene il suo lavoro e detto una cosa saggia e ho ritenuto opportuno dichiararlo. Non sto certo facendo campagna elettorale per Giorgetti, che poche ore fa era a Siena a fare campagna contro di me. Nessuna commistione». Davvero non soffre il metodo di un premier che ascolta tutti, ma decide quasi da solo? «Non è così. Draghi non ha fatto questa scelta contro i partiti, perché una larga parte della maggioranza lo ha spinto a farla. Solo un pezzo di un partito si è smarcato. Draghi ha fatto bene e io lo rivendico. Nel governo ci sono forze responsabili, come il Pd». La Lega salviniana non è una forza responsabile? «L'unico che ha scartato è stato Salvini, nemmeno seguito dal suo partito. Questa è stata la vera novità». Dal palco di Bologna lei ha detto due cose di sinistra, cioè che il Pd porterà a casa la legge sulla cittadinanza e il ddl Zan contro l'omotransfobia. Il rafforzamento della Lega «governista» avvicina il traguardo? «Sono questioni diverse e non le voglio mescolare. Da una parte c'è l'agenda di governo, il dibattito parlamentare è un'altra cosa». In cima all'agenda Draghi ci sono le riforme del Pnrr. «Siamo entrati nella fase della responsabilità, dobbiamo remare tutti nella stessa direzione. In giro c'è entusiasmo, voglia di ripartenza. È un'occasione unica». Cosa vuole dire, in termini di voti, che «dalla pandemia si esce a sinistra»? Pensa che il Pd supererà Lega e FdI? «Io parlo di un percorso che vale per il prossimo anno, non dei sondaggi di oggi. C'è domanda di solidarietà e coesione sociale, c'è bisogno di tenersi per mano. È quel che è successo anche negli Usa, dove le persone hanno scelto Biden e non Trump». Lei si tiene alla larga dai referendum, non solo quelli sulla giustizia di Radicali e Lega, ma anche quelli su cannabis ed eutanasia. Che posizione assumerà il Pd? «Sono iniziative prese da altri. Rifletteremo nelle prossime settimane su quale atteggiamento tenere». La sua allergia ai referendum non stride con la scelta di allearsi al M5S, che ne è da sempre paladino? «Un grande partito discute, non prende posizioni in 24 ore, non reagisce con un tweet». A Roma è avanti la destra con Michetti. Se Gualtieri non ce la fa, lei rischia? «Mancano solo due settimane, parleranno gli elettori. I sondaggi, che in questo momento sono favorevoli a noi, vanno sempre letti tenendo conto dei tanti elettori ancora indecisi, forse il 40 o il 50%. Io guarderò solamente i risultati, perché la quota di quanti sceglieranno all'ultimo è troppo larga. Alla fine conteranno i voti veri». Se il Pd non vince sarà un terremoto? «Stiamo facendo il massimo per un voto che è amministrativo: ha una dimensione civica, per cui non bisogna tirare conseguenze politiche di nessun tipo».

Ma è vero che fra le categorie dei lavoratori meno vaccinati ci sono agenti di polizia e di polizia penitenziaria? Mai nessun giornale si occupa delle carceri, dove pure all’inizio della crisi pandemica scoppiò una rivolta, poi soffocata nelle violenze, come a santa Maria Capua Vetere. Oggi c’è un interessante reportage sul Manifesto dal carcere di Rieti. Titolo eloquente: Carcere il lusso no vax. Trovate, come sempre, l’integrale del pezzo di Eleonora Martini nei pdf. Ecco alcuni passaggi:

«L'allarme lanciato ieri dai sindacati di polizia penitenziaria è un colpo allo stomaco di chi ha ancora stampata negli occhi l'immagine dei detenuti sul tetto di alcune carceri italiane, emblema dell'inizio del lockdown. «Dai dati forniti dal Dap aggiornati al 13 settembre scorso si evince che ben 13 mila agenti, più di un terzo degli appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria, non si sono ancora sottoposti neppure alla prima dose della vaccinazione anti-Covid». A sottolinearlo è il segretario nazionale Uilpa Gennarino De Fazio, schierato contro l'obbligo di Green pass per i sui colleghi. Il sindacalista avverte che in caso di sospensioni dal servizio, essendo l'organico del Corpo già in «gravissima deficienza», arriveranno a «17 mila» le unità mancanti. Un numero che non permetterebbe di garantire la sicurezza delle carceri, è l'avvertimento. Ma dagli stessi dati citati da De Fazio scopriamo che, al contrario, su un totale di 52.593 detenuti presenti al 6 settembre negli istituti italiani, le dosi di vaccino fino a quel momento somministrate ai reclusi sono state 73.155. Ossia la stragrande maggioranza ha ricevuto almeno la prima dose, considerando pure i nuovi giunti e i detenuti delle case circondariali, dove il fenomeno delle porte girevoli è molto elevato. E allora vengono in mente quei primi giorni di marzo 2020, quando la paura del Covid-19 e delle nuove regole che avrebbero limitato ancora di più la vita interna entrava nei penitenziari di tutto il mondo; nei nostri divenne in alcuni casi "rivolta". La paura di fare «la fine del topo», «di rimanere ancora più isolato», di «essere dimenticato del tutto», «di non avere più i permessi». Fu l'inizio della protesta, che durò poche ore ma che - in alcuni, sporadici casi, per fortuna - diede inizio ad una terribile scia di violenze e torture inflitte dagli agenti sui detenuti, come vendetta. Da allora, tutto è cambiato dentro le carceri, sia in quelle della "rivolta" - 21 tra cui Rieti, Bologna, Modena, Melfi, Santa Maria Capua Vetere, Foggia, ecc -, sia negli istituti dove i detenuti hanno accettato senza grandi clamori ma altrettanto dolorosamente le misure anti Covid. La vita dei reclusi è sicuramente peggiorata, tanto che ora, a distanza di un anno e mezzo, pur di tornare ai colloqui in presenza, alle attività trattamentali di gruppo, di avere accesso ai permessi vari, e pur di non avere problemi di esclusione dentro le celle e nei reparti (le regole di convivenza che vigono tra i detenuti, da sempre, sono molto rigide e molto rispettate, qualunque sia la provenienza del recluso), la stragrande maggioranza della popolazione carceraria ha accettato - volente o nolente - di vaccinarsi. Loro non possono ribellarsi. Il Manifesto è andato in uno dei carceri della rivolta, a Rieti, dove numerosi detenuti il 9 marzo 2020, poco dopo ora di pranzo, salirono sui tetti e distrussero tutto ciò che potevano distruggere. Qualcuno riuscì a forzare l'infermeria del Sert e a fare incetta di metadone e altri farmaci. Tre detenuti furono ritrovati morti il mattino seguente: Marco Boattini di 40 anni, Ante Culic di 41 anni e Carlo Perez Alvarez di 28 anni. A differenza di altri carceri, come Modena, per esempio, sono tutti morti sul posto. (…) Aurelio e Andrea sono due detenuti che erano presenti in quei giorni. Aurelio, 31 anni, detenuto in questo carcere dal 2018 e con fine pena nel 2025, ha partecipato alla protesta «perché in televisione avevamo visto le altre carceri in rivolta e...». Sorride dietro gli occhiali da intellettuale, come un ragazzo qualunque, con il suo corpo grande, atletico e tatuato. «Ma non ho mai avuto intenzione di scappare né di fare del male a nessuno. Quando ho saputo dei morti mi è dispiaciuto tanto ma non mi sento responsabile: quei ragazzi erano tossicodipendenti, non dovevano stare in carcere. Ho capito che abbiamo sbagliato. Però ne stiamo ancora subendo le conseguenze». Andrea, 50 anni, invece si è barricato in cella con i suoi compagni di stanza e guardava quello che succedeva proprio davanti ai suoi occhi con incredulità. «E paura», confessa. «Io ho famiglia, mi manca un anno per uscire, non volevo conseguenze». E ora? «Sono sei mesi che stiamo chiusi. Per colpa di qualche testa calda, di quelli che hanno distrutto tutto e che senza buon senso non hanno pensato alle conseguenze, ora abbiamo meno libertà». I poliziotti? «Si sono irrigiditi, giustamente. Però lo voglio dire chiaramente: a me il carcere ha salvato la vita». Per Aurelio è diverso: «Da quando sto qui ho fatto sicuramente molta strada, ma prima, in altre carceri, mi hanno rovinato: la prima volta che mi hanno arrestato avevo 18 anni, il carcere allora mi ha solo peggiorato». Capiscono i sentimenti e i risentimenti di chi sta dall'altra parte delle sbarre ma le immagini di Santa Maria Capua Vetere no, quelle fanno solo rabbia. «Non c'è alcuna giustificazione, ne abbiamo parlato qui anche con gli agenti, che sono d'accordo con noi. Anche a loro ha fatto schifo guardare quelle immagini». Al netto di un'intervista che si svolge davanti alla dirigenza del carcere, Aurelio e Andrea sembrano aver fatto pace con quel luogo, vorrebbero prendersi le proprie responsabilità. E andare avanti, nella vita. I poliziotti penitenziari, coloro che dovrebbero apparire ai loro occhi come un esempio di vita possibile, dovrebbero sempre fare altrettanto. Anche adesso, con il Covid. Con il vaccino e con il Green pass».

DRAGHI: “ACQUISTI COLLETTIVI PER L’ENERGIA”

Mario Draghi lancia al vertice dei Paesi mediterranei di Atene una proposta choc: perché l’Europa non compra collettivamente l’energia? Come ha fatto per i vaccini? Tommaso Ciriaco per Repubblica.

«Per affrontare la sfida della transizione ecologica l'Unione europea potrebbe procedere ad «acquisti collettivi», come già accaduto per i vaccini. È l'idea resa pubblica da Mario Draghi, al termine del vertice dei Paesi mediterranei di Atene. Uno scenario potenzialmente clamoroso, che può essere declinato in diversi modi. Con investimenti comuni per condividere tecnologie e impianti di rinnovabili, ad esempio. Ma soprattutto, lascia intendere il premier spagnolo Pedro Sanchez, con l'acquisto comune di energia, da suddividere poi tra Stati membri. Si tratta di una mossa che servirebbe a calmierare l'aumento dei prezzi in bolletta. E, soprattutto, a rendere l'Europa meno dipendente da alcune fonti di approvvigionamento, a partire da quella russa. «Senza soluzioni europee - dice Sanchez - non abbiamo il peso specifico per azioni di respiro internazionale. Serve un coordinamento normativo sul mercato elettrico. E occorre che l'Europa abbia un'autonomia energetica e nel gas naturale». Il dossier è strategicamente cruciale. Draghi ricorda che la transizione ecologica, indispensabile per salvare il pianeta dalle «conseguenze disastrose» del surriscaldamento globale, presenta allo stesso tempo costi economici e sociali «immensi». Per questo, il problema va affrontato insieme. «La Commissione Ue ha un ruolo fondamentale - sottolinea il premier - Intanto perché i Paesi membri del Nord dipendono meno di quelli del Sud da certi idrocarburi. E poi per il suo potere d'acquisto. Una delle cose di cui si è parlato è cercare di vedere se questo ruolo di acquirente collettivo dell'Ue può essere esteso ad altre esperienze». Lo sguardo è dunque rivolto prima di tutto all'attualità. Per tamponare l'aumento dei prezzi in bolletta, il governo stanzierà subito tre miliardi in un decreto che arriverà in consiglio dei ministri la prossima settimana. Palazzo Chigi dovrà poi dirottare più ingenti risorse in manovra, per un intervento strutturale. Non è l'unico capitolo su cui Draghi chiede maggiore integrazione. Sulla difesa comune, ad esempio, insiste sulla prospettiva di «rafforzare la sovranità europea» perché «non c'è molto tempo da aspettare». Ma il cuore della discussione è il clima. Per il premier, occorre recuperare gli obiettivi dell'accordo fissati a Parigi nel 2015, finora drammaticamente mancati. E rilanciare, in vista del G20 di Roma di fine ottobre e della Cop26 di Glasgow. La novità è che anche Joe Biden riposiziona Washington, affermando una linea più ambientalista dopo l'era Trump. «Il tempo per agire è poco e siamo vicini a un punto di non ritorno. Il recente rapporto delle Nazioni Unite sul clima è un codice rosso per l'umanità ». Gli fa eco il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres. «Il mondo è su un percorso catastrofico, c'è un alto rischio di fallimento della Cop26». Anche Draghi insiste sul punto. «Dobbiamo essere onesti: stiamo venendo meno alla promessa di Parigi di contenere entro 1,5 gradi il surriscaldamento globale. Con le politiche attuali raggiungeremo quasi 3 gradi entro fine secolo, con conseguenze cata strofiche. Dobbiamo agire, non c'è tempo». Dalla disponibilità di Cina e India si capirà se una svolta è possibile».

MATTARELLA E LA DIFESA COMUNE EUROPEA

Sullo stessa linea di Draghi, Mattarella rilancia l’idea della difesa comune europea. Lo fa alla base di Lago Patria per i 70 anni dell'Alleanza Atlantica. Angelo Picariello per Avvenire.

«L'Alleanza atlantica «è indispensabile, sa evolversi rispetto al mutare degli scenari e sarà rafforzata se laUe si doterà di una politica di difesa comune». Sergio Mattarella giunge alla base Nato di Lago Patria, e riprende il filo del discorso sulla politica estera, laddove lo aveva lasciato, mercoledì, conducendo l'incontro del gruppo di Arraiolos, al Quirinale. Il Comando Interforze Alleato di Napoli (JFC Naples) celebra i 70 anni della Nato in Italia, che detiene in questo momento un ruolo strategico, sullo scacchiere internazionale, da presidente di turno del G20. Ospite d'onore, il nostro presidente della Repubblica è accolto dal comandante di JFC Naples, l'ammiraglio Robert Burke. Alla cerimonia partecipa anche il vice segretario generale della Nato, Mircea Geoanà. Letta la missiva di attivazione del Comando inviata dal generale Eisenhower 7 decenni fa, prende la parola Burke: «Siamo lieti di celebrare in Italia questi anni spesi a protezione del fianco Sud dell'Alleanza ». Operazioni di cui l'Italia è un «forte contributore, con circa 1.340 militari impegnati in nove operazioni», rimarca Mattarella. Presiedendo il vertice di Arraiolos, aveva sposato la linea di Ursula Von der Leyen nel discorso sullo stato dell'Unione, spingendo per una svolta 'politica' nella Ue, a partire dall'esigenza di una difesa comune, rafforzata dalla necessità di far fronte in modo efficace alla crisi pandemica e ora alla crisi afgana. (…). Sulla stessa linea il ministro della Difesa Lorenzo Guerini che ritiene «oggi più che mai doveroso fare un salto di qualità politico e ragionare sulla Difesa Europea per rafforzare il pilastro europeo dell'Alleanza Atlantica». Per Mattarella «è sempre più evidente l'importanza dei principi su cui è nata e si è sviluppata: libertà, coesione sociale, sicurezza comune, rispetto reciproco tra i popoli». Una storia di «risultati evidenti e straordinari, primo tra tutti la pace di 70 anni di un intero continente dopo la Seconda guerra mondiale». La vicenda afgana «ha scosso profondamente la comunità internazionale» rafforzando «la riflessione in atto in ambito Nato» in direzione di «nuovo concetto strategico atteso per il prossimo Summit a Madrid, per una Alleanza militarmente forte e, al contempo, politicamente sempre più efficace». Preoccupa ora, però, il nuovo patto di cui si parlerà tra una settimana al vertice Quad (Dialogo di sicurezza quadrilaterale che vede Washington consultarsi con India, Australia e Giappone) alla Casa Bianca. Evoluzioni che devono aver indotto Mattarella a intervenire, ieri, di nuovo, nella convinzione di interpretare, insieme a Draghi, lo spirito che muove l'intera Unione. «L'Alleanza Atlantica rappresenta per l'Italia una pietra angolare della politica di sicurezza, nel coordinamento, in maniera sempre più ampia e proficua, con una Unione Europea che intende contribuire in modo efficace alla stabilità e alla affermazione dei principi dello Stato di diritto», ha assicurato Mattarella. «Il rafforzamento dell'Unione Europea in questo campo - basato sulla complementarietà con la Nato e la condivisione delle risorse militari - fornirà un contributo prezioso e qualificato al processo di rafforzamento dell'Alleanza».

LA FRANCIA RITIRA L’AMBASCIATORE IN USA

Ma l’Europa è colpita da un’altra emergenza, perché La Francia ha ingaggiato un durissimo confronto con Usa, Gb e Australia. La notizia è arrivata ieri sera dopo le 22. L’atto diplomatico è clamoroso e rappresenta l’inizio di una crisi internazionale poco prevedibile. Stefano Montefiori per il Corriere.

«La Francia ha richiamato a Parigi «per consultazioni» i suoi ambasciatori a Washington e a Canberra, per la prima volta nella storia. «Questa decisione eccezionale è giustificata dalla gravità eccezionale degli annunci effettuati il 15 settembre dall'Australia e dagli Stati Uniti», si legge nel comunicato del Quai d'Orsay. Due giorni fa il presidente americano Joe Biden, quello australiano Scott Morrison e il premier britannico Boris Johnson hanno annunciato in videoconferenza la nascita dell'alleanza strategica «Aukus» per cooperare nel Pacifico e affrontare l'espansionismo della Cina (pur non citata esplicitamente). Solo che l'Australia era già legata alla Francia da un accordo di collaborazione per i prossimi cinquant' anni, con un «contratto del secolo» per l'acquisto di 12 sottomarini francesi al prezzo di 56 miliardi di euro. L'intesa era stata confermata anche nell'incontro del 30 agosto scorso, quando l'Australia aveva ribadito solennemente l'importanza della relazione con la Francia. Due settimane dopo il voltafaccia: Canberra comprerà i sottomarini non dalla Francia ma dagli Stati Uniti, uniti in una nuova alleanza anglosassone della quale fa parte anche il Regno Unito. Le prime reazioni da parte francese, giovedì, erano già state molto dure e inconsuete in diplomazia: il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian aveva parlato di «pugnalata alla schiena» da parte dell'Australia lamentando anche di non essere stato minimamente avvertito dal presidente americano Biden, paragonato per questo al predecessore Trump. Il governo francese ha subito annullato una serata di gala nella residenza dell'ambasciatore Philippe Etienne a Washington, cosa che ha provocato il sarcasmo di Marine Le Pen: «Tutto qui? Niente richiamo degli ambasciatori?». Dodici ore dopo quel commento, in serata il Quai d'Orsay ha annunciato di avere convocato a Parigi Philippe Etienne (Washington) e Jean-Pierre Thebault (Canberra). L'abbandono dell'accordo e la nascita di un'altra alleanza «costituiscono comportamenti inaccettabili tra alleati e partner - dice Le Drian -, con conseguenze sulla concezione delle nostre alleanze e dell'importanza dell'Indopacifico per l'Europa».

LOGGIA UNGHERIA, PUNTATA NUMERO 2

Le vicende politiche italiane, Green pass a parte, sono condizionate dai casi giudiziari. Oggi Il Fatto pubblica altri verbali sulla loggia Ungheria.

«Continuiamo la pubblicazione di alcuni stralci - selezionati in ordine cronologico e per rilevanza dei ruoli pubblici - degli interrogatori resi dinanzi ai pm della Procura di Milano, Laura Pedio e Paolo Storari, da Piero Amara, ex legale esterno dell'Eni, già condannato per corruzione e ora indagato a Perugia per la violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Amara è l'unico indagato tra i nomi che leggerete e la sua versione (che ha già provocato da ieri l'annuncio di numerose denunce per calunnia) è tuttora al vaglio dei magistrati inquirenti.

14 dicembre 2019 Amara: "Fanno ulteriormente parte di Ungheria e sono magistrati amministrativi De Nictolis (attuale presidente del C.G.A.), Di Francisco (credo che al momento sia alla segreteria del presidente Conte ); un certo Simonetti (giudice al C.G.A.), Stanisci (la compagna attuale di Nitto Palma - anche quest' ultimo facente parte di Ungheria). Verdini mi indicò Nitto Palma e la sua attuale compagna e anche De Ficchy (procuratore di Perugia). Con riguardo a quest' ultimo ricordo che segnalai nello studio romano di DLA Piper il figlio, che in effetti fu inserito nello studio legale. Questa richiesta mi fu personalmente indicata da De Ficchy, che ho incontrato in un bar di fronte al Csm di Roma. Credo che ciò sia avvenuto nel 2016. L'assunzione del figlio di De Ficchy presso DLA Piper è stata mediata da Centofanti, a cui ho formulato io la relativa richiesta". 15 dicembre 2019 "Successivamente si creò un problema con Fanfani il quale voleva quantomeno applicare la censura a Musco, ritenendo che fosse più coerente con la misura cautelare che il Csm aveva imposto nei suoi confronti. La notizia ci fu data da Palamara il quale la comunicò a Ferri che la veicolò a me attraverso Verdini . Mandai Bacci da Luca Lotti ; all'epoca ero il 'padrone' di Luca Lotti perché gli avevo dato, tramite Bacci attraverso Racing Horse, circa 200 mila euro. Si andò quindi a votare e Musco fu assolto all'unanimità per insussistenza dei fatti nel marzo 2015. Naturalmente fu necessario garantirsi il benestare della Severino per raggiungere il risultato per le ragioni che ho già esposto. Fu Michele Vietti ad avere con lei una interlocuzione su mia richiesta. Avevo avuto notizia da Vella e Granata che la Severino aveva ottimi rapporti con il presidente Napolitano in quanto veicolava importanti incarichi professionali a suo figlio, tanto è vero che Scaroni quando cercava di essere riconfermato in Eni, aveva messo sul piatto della bilancia un importante incarico per il figlio di Napolitano attraverso la Severino. La vicenda Musco è la dimostrazione plastica del potere di Ungheria sul Csm. Le decisioni furono assunte fuori dai luoghi istituzionali e nell'ambito di riunioni tra fratelli. In quel periodo nel Csm non contava il merito ma solo i numeri". "Ricordo ancora che il gruppo Ungheria s' è mosso per promuovere una azione disciplinare nei confronti di Henry Woodcock , 'colpevole' di aver indagato sulla vicenda Consip e in particolare sul padre di Matteo Renzi . Mi dissero sempre Ferri, Verdini e Lotti che di questo fatto fu informato anche Renzi e che era necessario che il provvedimento disciplinare andasse velocemente per essere gestito dalla sezione del Csm che in quel momento era in carica. Dal lato Procura generale il procedimento fu seguito da Ciccolo e da un sostituto a lui vicino. Ciccolo è partecipe di Ungheria, lo so perché me lo hanno detto, l'ho visto nell'elenco". 11 gennaio 2019 "Ritornando sul Consiglio di Stato vorrei precisare quanto prima detto con riguardo al giudice Santoro : da parte di Luca Lotti, soprattutto, vi era un forte interesse alla gestione di ricorsi Consip e tali ricorsi tabellarmente dal 2016 furono affidati alla VI sezione del Consiglio di Stato. Questa è la ragione per cui si voleva che Santoro divenisse presidente della sezione che si occupava dei ricorsi Consip e così avvenne". Domanda del pm: "Può meglio precisare con chi intervennero i discorsi per la nomina di Santoro, quando avvennero e dove avvennero?". Amara: "L'esigenza di avere il controllo del giudice che si occupava dei ricorsi Consip mi fu manifestata direttamente da Luca Lotti nel corso di una cena in trattoria che colloco all'inizio del 2016. Lotti mi disse espressamente che voleva che i ricorsi Consip fossero affidati a Santoro. Nello stesso periodo di tempo - nel corso di colloqui con Verdini - ho avuto anche da quest' ultimo il medesimo input, ossia che Santoro dovesse occuparsi di tali ricorsi. La conoscenza di queste dinamiche mi è venuta comunque utile in quanto feci cambiare a Ezio Bigotti il suo avvocato amministrativista facendo nominare il professor Tedeschini, che sapevo avere ottimi rapporti professionali con il giudice Santoro"».

Maurizio Crippa per il Foglio inquadra molto bene tutte le contraddizioni del caso:

«Pubblichiamo a partire da oggi alcuni stralci - selezionati per rilevanza dei ruoli pubblici - degli interrogatori resi davanti ai pm della procura di Milano, Laura Pedio e Paolo Storari, da Piero Amara". E il lettore dice: accipicchia. O meglio lo direbbe, non fosse che guarda la testata, il Fatto quotidiano, e soprattutto la data, 17 settembre, e il titolone, "Loggia Ungheria: tutti i verbali segreti". E anziché sentirsi al cospetto dell'alta cronaca giudiziaria gli pare, e a ragione, di essere finito in una commedia dei telefoni bianchi: quelle appunto dette "commedie ungheresi". Perché i famosi verbali d'Ungheria che avrebbero dovuto, secondo Marcella Contrafatto, ex segretaria di Piercamillo Davigo, cambiare il corso degli eventi, erano arrivati al Fatto e a Repubblica, testate che hanno costruito una loro tradizione sulla sfacciataggine di pubblicare qualsiasi brogliaccio di procura, molto tempo prima: tra l'ottobre 2019 e il marzo 2020. Ma rimasero chiusi nel cassetto. I famosi verbali senza timbro di Amara, roba del dicembre 2019, diventarono scoop solo il 27 aprile 2021 quando il fratello minore del Fatto, il Domani, ne diede notizia, per la parte almeno che vedeva ( vedrebbe) coinvolto l'allora avvocato privato Giuseppe Conte. Motivazione del segreto giornalistico applicato ai succosi verbali: non erano attendibili. E invece adesso, tutto d'un tratto, lo sono. Forse a causa della caratura criminale del personaggio, che infatti il giornale di Travaglio presenta come si trattasse di un pentito di mafia: "Ex legale esterno dell'Eni, già condannato per corruzione e ora indagato a Perugia per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete". L'attendibilità e l'attualità fuori sincrono, si direbbe. Il Fatto ci tiene ad anteporre le sue spiegazioni e a chiarire le motivazioni per cui, un anno e mezzo fa, non si poteva pubblicare. La scusa più bella è ovviamente quella che i verbali erano "usciti illegalmente dalla procura". Non male, per il giornale che ha pubblicato qualsiasi intercettazione di B. o di qualsiasi famigliare di R. Scrivono anche che non volevano rendersi "strumenti di un danno". Eh già, mai fatti danni, loro, pubblicando propalazioni poi rivelatesi infondate. Ma soprattutto, a rendere poco credibili le scuse, c'è l'evidenza, inutilmente tenuta nascosta, che l'utilizzatore finale di quelle carte era nientemeno che uno stimato collaboratore del giornale di Travaglio e Barbacetto: il dottore Davigo. Ma il momento è adesso, come canterebbe Baglioni. Così i verbali che per Rep. erano "materia di un dossieraggio violento", racconti che stavano "in piedi come un sacco vuoto"; i verbali che per il Fatto erano fotocopie magari "costruite ad arte", diventano d'un tratto potabili. Il lettore dirà: bene, dunque sono diventati rispettosi delle regole e garantisti. Invece no, è solo un'altra scena della commedia all'ungherese. E il divertimento è provare a formulare qualche ipotesi su tutto quel rimpallare di file di Word, quell'etichettare come "un cocktail di falso, verosimile, vero", per oltre un anno, quelle stesse dichiarazioni che d'un tratto sono degne di stampa. Chissà. Forse il Fatto era stato per una volta prudente perché in cima all'elenco della loggia Ungheria c'era il nome del caro leader del popolo Giuseppe Conte, ai tempi della collaborazione col famoso Studio Alpa. Imbarazzante. Ma ormai adesso, visto che la Verità, giornale concorrente in materia manettara, ha iniziato a pubblicare, tanto vale non perdere l'occasione. E nemmeno a Repubblica, ammiraglia e regina delle campagne dei post- it contro le leggi bavaglio sulla stampa, non pubblicavano. Forse erano imbarazzati di ritrovare, nella stessa loggia, l'arcinemico Berlusconi e l'ex padre padrone buono Carlo De Benedetti. Eppure, "A loggia col nemico" sarebbe stato un bel titolo. E, sempre forse, il nome di Cdb associato al Cav. e addirittura al carcerato Verdini è il motivo di vergogna per cui il Domani, ieri, non aveva una riga e ricicciava, invece, una storia da passato remoto: quella dei giudici del caso Ruby che non riuscendo a interrogare il Cavaliere lo vorrebbero portare ai matti. Ma sull'ingegnere editore, tutto tace. Insomma, come nella "Congiura degli innocenti" del vecchio Hitchcock, ognuno aveva un motivo valido per far sparire il cadavere, o per meglio dire per occultare il brogliaccio rapito. E adesso magicamente la fuffa dell'avvocato Amara, credibile solo per il pm Paolo Storari, che per mesi ci aveva perso il sonno, mentre il suo capo Francesco Greco dormiva fra due guanciali, è diventata attendibile e appetibile. Davvero sembra di essere in una commedia degli equivoci, in una farsa brillante, come le famose "commedie ungheresi" coi telefoni bianchi. Dove, da parte di tutti, in realtà c'è un solo vero e fondamentale motivo di insabbiamento: non dover confessare che il vero protagonista, il vero loggionista, non è né Amara né qualcuno dei comprimari di un elenco di nomi buttati lì a casaccio. Il vero protagonista di questa storia è il Dottor Sottile, che con l'intento di vendicarsi di qualche nemico interno alla magistratura, o di vincere la sua personale partita al Csm, aveva, come Leporello, affidato la diffusione di quei fogliacci senza padre alla fedele assistente Contrafatto: "Madamina, il catalogo è questo"».

Alessandro Sallusti su Libero scrive che è difficile distinguere elementi di verità da depistaggi:

«Il pozzo ormai è avvelenato e chiunque pensi di abbeverarsi non la farà franca. La storia della presunta "Loggia Ungheria", riedizione della famigerata P2, è sfuggita di mano e sta rotolando come la palla di neve che diventa valanga. C'è da chiedersi perché per almeno due anni la Procura di Milano ha tenuto nel cassetto la deposizione fiume del faccendiere Piero Amara che faceva, probabilmente a vanvera, nomi eccellenti di magistrati, alti ufficiali e imprenditori di primo piano (compreso Carlo De Benedetti) sia stata tenuta nei cassetti della Procura di Milano. E c'è anche da chiedersi perché detti verbali, trafugati da quel cassetto, siano rimasti così a lungo in un altro posto sicuro, cioè la redazione del Fatto Quotidiano che solo ieri ha ritenuto di renderli noti. Le spiegazioni fornite dalla Procura di Milano e dal quotidiano in questione fanno acqua da tutte le parti, almeno agli occhi di chi ha un minimo di dimestichezza con questo tipo di faccende. L'ipotesi migliore è che ognuno tiene famiglia, e che è partita la faida tra famiglie rivali che si dividevano sia pure in precario equilibrio lo stesso territorio, quello della giustizia come arma di potere economico e politico. Se le stanno dando di santa ragione, e ognuno mette in campo i suoi uomini del giornalismo e nella politica. Probabilmente a rompere l'equilibrio – i tempi coincidono - è stato il caso Palamara, regista diventato improvvisamente incontrollabile e quindi scomodo al punto da dover essere eliminato. Ma la verità poi raccontata da Palamara nel suo libro -confessione è evidentemente soltanto una parte della storia. Il "sistema" occulto che ha controllato il Paese negli ultimi vent' anni aveva più livelli, non so dire quanto comunicanti tra loro. Smascherarne uno, quello con a capo Palamara, ha messo in crisi l'altro, che magari non si chiama "Ungheria", magari non vede come attori principali quelli indicati da Amara (noto mestatore che mischia vero, verosimile e falso per depistare e consumare vendette) ma certamente da qualche parte esiste. Vogliamo lasciare ai magistrati, molti dei quali coinvolti in entrambi i livelli, il compito di cercarlo e accertare verità scomode? Per quel poco che ho capito non c'è da fidarsi». 

BERLUSCONI VUOLE ANCORA IL COLLE

Il retroscena di Francesco Verderami per il Corriere della Sera torna sulla corsa al Quirinale, nell’analisi della strategia del Cavaliere. Mr. B., nonostante lo scontro coi giudici del Ruby Ter, pensa ancora al Colle.

«Per Berlusconi non è finita nemmeno quando sembra davvero finita. Il leader di Forza Italia resta infatti convinto di poter arrivare al Quirinale e continua ad allenarsi per la Corsa nonostante l'ostacolo dell'ennesimo processo, che ritiene gli sia stato parato davanti apposta per farlo incespicare. L'incognita di un'eventuale condanna non lo distrae però dall'obiettivo e sebbene tutto congiuri contro di lui non c'è verso di dissuaderlo: «Solo chi non conosce l'uomo - spiega il diccì Cesa - può pensare di farlo. Quando si mette in testa una cosa...». Persino i suoi storici avversari sono convinti che ci proverà: «L'appuntamento - assicura un ministro dem - sarà alla quarta votazione», appena si abbasserà il quorum per l'elezione del capo dello Stato. Berlusconi ritiene che in quel momento avrà una chance. La sua tesi è che dal caos si possa arrivare al Cav, che il gioco degli impedimenti per altri impegni, delle solenni promesse istituzionali, delle vendette postume, rendano concreta una prospettiva che (quasi) tutti considerano irrealizzabile. Già i numeri sono una sentenza: per l'impresa servirebbero una sessantina di voti in più della dote che può portargli l'intero centrodestra. Senza contare i franchi tiratori. Eppure Berlusconi sostiene di avere il sole in tasca, grazie anche a «un gruppetto di cinquestelle»: se siano grillini ortodossi o ex del Movimento non lo specifica. Ma è lì, a un passo. Almeno così il Cavaliere ha detto a Renzi quando lo ha ricevuto questa estate nella sua villa in Sardegna. Dopo averlo chiamato un paio di volte, alla fine è riuscito a concordare un incontro, avvenuto nei giorni in cui il leader di Italia Viva presentava il suo libro Controcorrente a Porto Cervo. Dopo i saluti e un breve scambio di convenevoli, Berlusconi è andato dritto al punto: «Alla quarta votazione ho la possibilità di essere eletto. E voi dovete votare per me». L'ospite è rimasto spiazzato dalla richiesta e ha risposto con un imbarazzato «ma presidente...». Visto l'eloquente diniego non è dato sapere come si sia sviluppato il resto del colloquio, anche se la settimana seguente - durante un'intervista tv - indirettamente Renzi ha fornito un dettaglio della conversazione: «Se Berlusconi potesse parlare liberamente, direbbe cosa pensa di Meloni e Salvini». E imitando la voce del Cavaliere ha aggiunto: «Ma come ho fatto a finire con questi due?». Sarà, ma «i due» sono fondamentali per la realizzazione del disegno. Nei mesi scorsi il patto era che il centrodestra si sarebbe impegnato a sostenere la candidatura di Berlusconi. Uno dei leader della coalizione racconta però che «la storia della Rai ha lasciato il segno nelle relazioni con Fratelli d'Italia», rimasta esclusa dalle nomine nel cda. Chissà se sia questo il motivo o ce ne siano altri, sta di fatto che ieri Salvini - dopo aver solidarizzato con il Cavaliere per le sue traversie giudiziarie - ha ribadito il sostegno per una «ambizione che Berlusconi fa bene a coltivare». Mentre la Meloni - che non si espressa sul caso Ruby ter - è parsa glaciale sulla candidatura dell'ex premier e ha espresso la sua preferenza: «A me piacerebbe un presidente della Repubblica che non avesse grandi legami». E ha citato Ciampi «un ottimo capo dello Stato che fu eletto con un sostegno trasversale». E pensare che il Cavaliere, pur di allentare la tensione con l'alleata, aveva smesso di parlare di partito unico e aveva chiesto a Salvini di soprassedere temporaneamente con il progetto della federazione di centrodestra. E non si sa se sia rimasto più colpito dalla mancata solidarietà della Meloni o da quell'«oggi non so dire» con cui la leader di FdI ha rimandato il discorso sulla sua candidatura al Colle. Una cosa è certa, nessuno lo dissuaderà fino all'ultimo dall'inseguire il sogno. Neppure i magistrati, che avevano disposto la perizia psichiatrica a distanza di vent' anni da quando lui aveva proposto di inserire il test psico-attitudinale per chi volesse vestire la toga. Può darsi abbia ragione quando prevede che «questo accanimento giudiziario porterà voti a Forza Italia alle Amministrative». Resta però da capire dove Berlusconi troverà i voti per se stesso. Perché nella Corsa più che dagli avversari bisogna guardarsi dagli alleati: Prodi potrebbe fornirgli consulenza. Appuntamento (forse) alla quarta chiama».

BOOM DELLE FATTURE ELETTRONICHE

Fra i segnali di ripresa della nostra economia, oggi il Sole 24 Ore mette anche gli ultimi dati sulla fatturazione elettronica: nel primo semestre dell’anno la crescita è stata notevole. Il pezzo è a doppia firma: Parente e Mobili.

«Tra le spie della ripresa c'è anche la fatturazione elettronica. L'imponibile Iva del primo semestre 2021 di imprese e professionisti ha toccato quasi i 253 miliardi di euro. Il che vuol dire che con il primo semestre di quest' anno il popolo delle partite Iva ha recuperato circa l'80% di quanto perso nell'intero 2020, quando l'imponibile Iva registrato dalle e-fatture ha toccato un pesante -315,9 miliardi. È quanto emerge dall'ultimo rapporto sulla fatturazione elettronica pubblicato sul sito del Dipartimento delle Finanze. Dai dati sulle fatture elettroniche emesse e ricevute da società e persone fisiche emerge che nel semestre la crescita dell'imponibile Iva si attesta al 21,3% in leggera frenata rispetto alla primavera scorso quando ad aprile, con le prime riaperture delle attività, l'imponibile era cresciuto di quasi il 68% rispetto ai primi quattro mesi del 2020, caratterizzato dal primo e più rigido lockdown. La fotografia scattata con i dati della fatturazione del primo semestre ma aggiornati al 23 agosto 2021, fa emergere che l'incremento è stato più significativo per le persone fisiche (+24,1%) rispetto alle persone non fisiche (+21,2%). Una spinta importante alla crescita del fatturato Iva è arrivata certamente dai bonus edilizi e in particolare dal superbonus del 110 per cento che sta trainando i lavori di efficientamento energetico e di messa in sicurezza degli edifici. Dall'analisi elaborata dai tecnici del Mef, infatti emerge che nel primo semestre di quest' anno i maggiori aumenti percentuali di imponibile sono stati registrati dalle costruzioni (+36,1%) e dall'estrazione di minerali da cave e miniere (+31,9%). Subito a ruota, con una crescita del 31,1% tra i settori che hanno fatto registrare le performance migliori, ci sono le attività manifatturiere. Sopra la media del primo semestre 2021 con oltre il 24% si attesta anche l'imponibile Iva dei professionisti e registrato dalle Finanze sotto la voce attività professionali, scientifiche e tecniche. La ristorazione e le attività ricettive, complice anche l'avvio della stagione estiva, hanno fatto registrare una crescita del fatturato nel solo mese di giugno di oltre l'82%, mentre per il primo semestre il settore di attesta a un imponibile Iva in crescita del 13,8% rispetto allo steso periodo del 2020. I settori che al contrario hanno fatto ancora segno negativo sono quello che il Fisco evidenzia come «Organizzazioni ed organismi extraterritoriali» che si attesta a -91,1. Sempre in saldo negativo con un meno 47,3% spiccano le attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico che, come spiega il report del Mef includono anche i condomini. Da evidenziare, visto anche il momento in cui sulle bollette elettriche domina il rischio stangata e il Governo è in cerca di una soluzione per ridurre gli aumenti di almeno un terzo per famiglie e imprese (si veda Il Sole 24 Ore di ieri), il calo di fatturato che hanno fatto registrare i servizi di fornitura di energia, luce e gas. Dopo un recupero del 29% nel mese di maggio, per altro unico dato con segno positivo nei primi sei mesi dell'anno, la fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata tornare in zona negativa con un leggero -0,6% per il mese di giugno. Mentre sul semestre la variazione risulta negativa e di quasi il 10% (- 9,8% secondo il report del ministero dell'Economia). A livello territoriale, l'imponibile Iva da e-fattura vede in testa a un'ipotetica classifica il Friuli Venezia Giulia (+31,9%) seguita da due regioni del Sud come Calabria e Sicilia dove la fatturazione elettronica ha fatto aumentare l'imponibile Iva di oltre il 29% rispetto al primo semestre 2020. Tra tutte le regioni soltanto il Lazio ha subito una leggera flessione dello 0,8 per cento». 

AFGHANISTAN, TORNANO A SCUOLA SOLO I MASCHI

Due notizie poco rassicuranti da Kabul: i talebani fanno tornare a scuola solo i maschi. E hanno istituito un Ministero “per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”. Mattia Sorbi per Repubblica.

 «Riaprono le scuole in Afghanistan dopo un mese di pausa dovuta al ritiro americano e alla conquista del Paese da parte dei talebani. Gli studenti coranici annunciano la ripresa delle lezioni, dalla prossima settimana, di elementari, medie e licei. Ma le aule saranno aperte solo ai maschi. Non alle ragazze, le loro sorelle, che saranno costrette a restare a casa. Anche le professoresse non potranno riprendere l'insegnamento nei loro istituti. Potranno farlo solo gli insegnanti uomini. Con la conquista dell'Afghanistan da parte dei talebani, alle donne è stato ordinato di indossare l'hijab, agli studenti è stato imposto d'indossare solo abiti islamici, le aule universitarie sono state separate per genere e alle donne è stato impedito di uscire di casa senza marito. E ora il ministero dell'Educazione annuncia l'imminente riapertura delle scuole solo per gli studenti maschi. Senza nessun riferimento alle studentesse. Intanto camminando nel centro di Kabul si nota un nuovo cartello campeggiare sul portone d'ingresso di quello che negli scorsi anni fu il ministero per la promozione delle donne. Ora compaiono due nuove scritte, nere in campo bianco, circondate da versetti coranici. Recitano: "Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio". Ecco la nuova funzione dell'edificio finito in mano agli studenti coranici, come il resto del Paese. Non proteggerà più i diritti delle donne, ma controllerà che la popolazione afghana stia lontana dai "vizi" e rispetti "le virtù" promosse dal nuovo regime. Un cambiamento radicale, nello stesso giorno in cui i talebani annunciano la riapertura delle scuole solo per i maschi. Dopo aver dichiarato che «le donne non possono fare i ministri, meglio che restino a casa a fare i figli», i talebani non solo hanno cambiato la destinazione del ministero per la promozione femminile, ma hanno anche vietato alle dipendenti di varcarne la soglia. Solo gli uomini d'ora innanzi potranno entrare nel palazzo e dedicarsi a combattere il peccato. Così a quattro donne sarebbe già stato impedito l'accesso. La scorsa settimana i talebani avevano annunciato di voler sostituire il ministero per gli affari femminili nel più puritano "Amr bil Ma' ruf wa Nahy aan al Munkar". «Non è assolutamente necessario che una donna faccia parte del governo», ha affermato Hashimi, portavoce dei talebani. «Non rappresentano la metà della società. Di quale metà stiamo parlando? Il concetto stesso di metà è sbagliato. Le donne non possono svolgere il lavoro di ministro afghano. È come se le mettessimo un peso al collo che non potrebbero sopportare ». Gli studenti coranici avevano dichiarato che avrebbero dato nuovi diritti alle donne all'interno della sharia. Ma poi hanno fatto marcia indietro, annunciando un esecutivo tutto maschile e sopprimendo con la violenza le manifestazioni delle donne che chiedevano il rispetto dei diritti».

GOOGLE E APPLE OSCURANO NAVALNY

La Russia va alle urne: Google e Apple devono obbedire al Cremlino e oscurare la app dell’oppositore Navalny. Da Mosca Fabrizio Dragosei sul Corriere.

«Gli oppositori russi sono infuriati ma i giganti del web, Google e Apple, fanno capire di non aver avuto alternative: su richiesta esplicita delle autorità di governo e della magistratura, hanno dovuto bloccare l'app inventata da Aleksej Navalny per invitare gli elettori al «voto intelligente», un modo per creare difficoltà ai candidati del potere facendo confluire le preferenze sull'avversario che in ogni singolo collegio ha le maggiori probabilità di prevalere. «Hanno ceduto al ricatto del Cremlino», ha tuonato su Telegram Leonid Volkov, uno degli assistenti del blogger che si trova in prigione per scontare una condanna a due anni e mezzo. Ma come in ogni Paese, spiegano fonti anonime di Google, le piattaforme social devono obbedire alle norme locali. Se non avessero oscurato i post di Navalny su Facebook (controllata da Alphabet-Google), i dipendenti locali avrebbero potuto essere incriminati per aver violato la legge e sarebbero finiti in prigione. Lo stesso discorso per Apple che ha rimosso l'app dallo store , dove i clienti potevano scaricarla sui loro telefoni e tablet. L'app rimane visibile agli utenti che si collegano dal resto del mondo, ma in Russia no. Il problema è proprio il voto intelligente che rischia di provocare parecchi problemi al potere impegnato nell'ottenere la conferma del controllo della Duma alle elezioni che sono iniziate ieri e si concludono domani. Nella Duma uscente Putin può contare sulla maggioranza, grazie alla quale ha potuto modificare a suo piacimento anche la Costituzione. Il piano originario per queste consultazioni era sintetizzato in due numeri: 45 e 45. Vale a dire il 45% di affluenza e il 45% di voti per Russia Unita. Ma dall'inizio negli ambienti del Cremlino si è capito che le cose non andavano come previsto. E non tanto per l'attività di Navalny e dei suoi, che hanno poco seguito al di fuori di Mosca e delle altre maggiori città. No, il fatto è che la situazione economica non è buona, quella sanitaria idem e gli amministratori fatti eleggere o scelti dal vertice sono stati spessissimo un disastro. Non a caso, l'etichetta che Navalny ha affibbiato ai putiniani, «il partito dei ladri e dei truffatori», ha avuto grande successo. La gente è scontenta e, come minimo, tende a non andare ai seggi. Così sono state messe a punto le strategie per vincere. Intanto fuori Navalny. La sua organizzazione, il Fondo anticorruzione, è stato giudicato fuori legge. Quindi si è lavorato sul «voto intelligente». Alcuni candidati sono stati messi in condizione di non nuocere: chi è stato escluso dalle liste per cavilli burocratici, chi si è trovato a fronteggiare omonimi e sosia. Per spingere sull'affluenza, il voto è stato diluito su tre giorni. Inoltre in sette regioni è stato previsto il voto online e chi partecipa può vincere vari premi. A Mosca 100 auto e 20 appartamenti. Si è anche forzato molto sulle regioni in grado di assicurare risultati plebiscitari, a cominciare dalla Cecenia. Lavoro a tappeto pure nel Donbass: nelle due repubbliche autoproclamatesi indipendenti dall'Ucraina, Donetsk e Lugansk, sono seicentomila i cittadini che hanno il passaporto russo. E chi ha l'età per votare sceglie senza esitazione il partito di Vladimir Putin».

ETIOPIA SENZA PACE, NUOVE SANZIONI

L’Etiopia e il Tigrai. La Casa Bianca pronta a intervenire sul governo di Addis Abeba, se non ci saranno «passi significativi». Human Rights Watch conferma le denunce dei mesi scorsi sui massacri di civili Paolo Lambruschi per Avvenire.

«Washington stringe per la pace in Tigrai e autorizza, per le atrocità commesse, nuove sanzioni contro Etiopia, Eritrea e le forze regionali Amhara da una parte e le forze di difesa tigrine dall'altra. Il presidente Biden ieri ha emesso un ordine esecutivo che prevede altre sanzioni per ora non operative, ma che lo diventeranno presto se non «cesseranno le violazioni di diritti umani e non inizieranno i colloqui di pace nella regione settentrionale etiope» lasciando «libero accesso agli aiuti umanitari». Le ultime atrocità sono state documentate da Human Rights Watch (Hrw) che imputa all'esecito etiope e ai militari alleati asmarini omicidi e deportazioni di rifugiati eritrei in Tigrai. Accuse pubblicate dall'organizzazione per i diritti umani sul proprio sito Web in un rapporto dove si sostiene che - come scritto più volte da Avvenire - molti dei 92 mila rifugiati eritrei nei campi profughi in Tigrai durante questi 10 mesi di conflitto hanno subito abusi, tra i quali esecuzioni arbitrarie e stupri, che equivalgono, secondo la direttrice della sezione del Corno d'Africa Laetitia Bader a «chiari crimini di guerra». Hrw conferma un altro crimine internazionale, le deportazioni in patria dei rifugiati provenienti dalla confinante Eritrea. Ma la speranza di avere chiarezza su tutti i crimini di guerra commessi in 10 mesi di blackout informativo si sta affievolendo dopo le dichiarazioni di Michelle Bachelet a Ginevra lo scorso 13 settembre sull'investigazione congiunta condotta insieme alla commissione etiope per i diritti umani nominata dal Parlamento etiope. L'Alto commissario Onu per i diritti umani ha infatti rivelato che per ragioni di sicurezza gli esperti non hanno potuto visitare il Tigrai orientale e centrale. Quindi la commissione congiunta non si è recata ad Axum, Idaga Hamus, Adigrat, Mahbere Dego, Debre Abbay e diversi altri centri dove, stando alle organizzazioni umanitarie e alle testimonianze raccolte dai media internazionali, sono stati commessi i crimini di guerra peggiori dalle forze etiopi ed eritree. La pubblicazione del rapporto sul Tigrai è stata posticipata all'1 novembre, ma il lavoro si preannuncia largamente incompleto. Michelle Bachelet ha comunque confermato la gravità dei crimini contro l'umanità commessi da entrambe le parti in un conflitto che ha provocato 2,1 milioni di sfollati. Negli ultimi mesi Addis Abeba ha proseguito con le detenzioni di massa di cittadini tigrini, gli omicidi, il saccheggio sistematico e le violenze sessuali di gruppo nella regione. Le forze tigrine sono invece accusate dell'omicidio di civili nelle regioni Afar e Amhara con la controffensiva iniziata a fine giugno e del reclutamento di bambini soldato. Ieri le Nazioni Unite in Etiopia hanno espresso preoccupazione perché centinaia di camion che hanno trasportato aiuti umanitari in Tigrai da luglio non sono tornati indietro. Il Fronte popolare di liberazione del Tigrai al potere a Macallè li utilizzerebbe a fini logistici. Gli Usa ora sembrano stufi di aspettare la fine delle ostilità e il ritiro delle forze eritree, chiesti da mesi. L'ordine della Casa Bianca prevede che l'amministrazione «sia pronta ad azioni aggressive» se le parti coinvolte non intraprendono «passi significativi per avviare un cessate il fuoco negoziato e permettere incondizionato accesso umanitario». Passi che l'amministrazione intende vedere in «settimane, non mesi». Secondo il Programma alimentare mondiale la guerra ha aggravato l'emergenza alimentare nel nord dell'Etiopia che riguarda oggi 13 milioni di persone».

ODIFREDDI: “PAPA FRANCESCO È MEDIEVALE”

Le dichiarazioni di Papa Francesco sull’aborto durante il volo papale di ritorno dal viaggio in Slovacchia hanno scatenato le critiche di Piergiorgio Odifreddi. Ecco il suo commento dalla Stampa di oggi.

«Chissà se le ultime dichiarazioni di papa Francesco riusciranno finalmente a dissolvere la falsa aureola di progressismo che lo circonda da otto anni, nonostante l'evidenza contraria della sua storia personale precedente il pontificato, e dei suoi atti pubblici successivi alla sua elezione. Uno dei fraintendimenti che ha generato fin dagli inizi quell'aureola è stata la sua famosa frase: "Chi sono io per giudicare un gay?", immediatamente interpretata dai media compiacenti come un'apertura verso gli omosessuali e un preludio all'accettazione dei loro matrimoni. In realtà, quell'affermazione non era altro che l'imbarazzata scusa del neo-eletto papa posto di fronte alla scoperta, da parte dei media meno compiacenti, che uno dei suoi primi uomini di fiducia (monsignor Battista Ricca) era stato coinvolto in uno scandalo sessuale quand'era alla nunziatura di Montevideo. Come punizione, all'epoca il prelato era stato fatto rientrare a Roma, e degradato da diplomatico a economo di Santa Marta: qui Bergoglio l'aveva trovato, e poco dopo l'aveva promosso a suo rappresentante personale allo Ior, con una decisione appunto inescusabile. A proposito dello Ior, un altro fraintendimento su papa Francesco derivò dalla sua altrettanto famosa frase: "San Pietro non aveva una banca", anch' essa immediatamente interpretata dai media compiacenti come un preludio allo scioglimento della chiacchierata istituzione. In realtà, dopo otto anni di pontificato "progressista", la Banca Vaticana rimane dov' era, e monsignor Ricca anche. E ora Francesco ha finalmente ammesso che di matrimoni omosessuali non se ne parla, in Vaticano: per gentile concessione, il papa ammette che lo Stato può fare ciò che crede al proposito, ma quanto a lui ribadisce che le regole della sua Chiesa rimangono le stesse dei papi conservatori che l'hanno preceduto. La cosa era d'altronde prevedibile, se non altro perché da cardinale di Buenos Aires il futuro papa aveva combattuto una reazionaria battaglia contro i matrimoni omosessuali, quando il Parlamento argentino li aveva proposti. I voti per far passare la legge scarseggiavano, ma furono proprio le posizioni considerate "medievali" di Bergoglio, che aveva organizzato manifestazioni di protesta analoghe ai nostri Family Day, a provocare un atto di orgoglio del Parlamento. Fu così approvata una legge che consente i matrimoni omosessuali, e non solo le unioni civili: le uniche che papa Francesco ha ora ribadito di considerare accettabili. Paradossalmente, dunque, è grazie al conservatorismo di Bergoglio che oggi l'Argentina ha una legge più avanzata della nostra! Fra le recenti dichiarazioni di papa Francesco, le più imbarazzanti sono però quelle sulla procreazione: l'equiparazione dell'aborto a un "omicidio", da un lato, e della diminuzione della popolazione a un "inverno demografico", dall'altro lato. Sulla gestazione il papa non sembra avere le idee molto chiare: dice, ad esempio, che "alla terza settimana dal concepimento tutti gli organi stanno già lì, anche il Dna: è una vita umana". A parte l'equiparazione del Dna a un organo, forse il papa non sa che il Dna di ciascuno di noi sta in tutte le nostre cellule, fin dal primo momento del concepimento. E che, in ogni caso, ci vuole ben altro che un abbozzo di organi, per avere una vita umana! La concezione del pontefice sulle prime fasi della vita è rudimentale e squallida: "l'aborto è un omicidio, e il medico abortista un sicario", senza se e senza ma. Come se il "qualsiasi libro di embriologia per studenti di medicina", da lui improvvidamente citato, non dicesse invece che almeno fino alla morula le cellule sono completamente indifferenziate: ciascuna è un individuo in potenza, e tutte insieme formano dunque una popolazione in potenza, e non un singolo individuo! In tal caso, semmai, il papa dovrebbe parlare di "genocidio", ma non certo di omicidio. Lo schierarsi con Orbàn a favore della crescita della popolazione e delle leggi a favore della procreazione, analoghe a quelle del Fascismo, mostra infine che anche il supposto ecologismo di papa Francesco non è altro che un ennesimo mito, visto che proprio la sovrappopolazione è la causa prima dei ben noti disastri ambientali e climatici. A dimostrazione del fatto che "morto un papa se ne fa un altro", ma la Chiesa rimane sempre quello che era, è e sarà: conservatrice e reazionaria».

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