Compromesso salva processi

Raggiunto l'accordo sulla giustizia. Si rafforza Conte nei 5Stelle, tiepida la destra. Oggi il Csm sulla loggia Ungheria. Quarta ondata del virus. Zaia attacca. Si ricordano le vittime di tratta

Da che cosa si vede che il compromesso sulla giustizia, la riforma Cartabia, è una cosa seria? Dalle reazioni. Oltre che dai contenuti (processi più brevi con deroghe sostanziose per i reati più gravi). L’ex ministro Bonafede intervistato da Repubblica attribuisce ai 5 Stelle il merito di averlo raggiunto. Il capo della Lega Salvini fa lo stesso, in una opposta e simmetrica uscita, attraverso un’intervista a la Stampa. Serracchiani, per il Pd, celebra col Corriere una legge “migliorata” soprattutto per merito del suo partito. Tutti contenti dunque? Purtroppo lo stato della giustizia in Italia è anche quello di una casta di giudici in guerra fra di loro. Il destino ha voluto che il varo della riforma in Consiglio dei Ministri di ieri precedesse di poche ore la discussione, oggi al CSM, della oscura vicenda legata alla loggia Ungheria. Paolo Mieli pone delle domande inquietanti, mettendo insieme reazioni alla riforma e scontro fra toghe.

Sul fronte pandemia anche i numeri del contagio in Italia fanno titolare i giornali sulla “quarta ondata”. Nella nuova mappa, rilasciata ieri, dell’ Ecdc, l’ente europeo per il controllo delle malattie, Sicilia e Sardegna sono già rosse. Non lo sono per noi, perché abbiamo cambiato i parametri sui “colori” delle Regioni. In un articolo molto ben fatto dal Corriere sull’obbligo della mascherine al chiuso anche per i vaccinati, voluto da Anthony Fauci in Usa, si ricorda giustamente che in Italia negli ultimi sei mesi la campagna vaccinale ha evitato quasi l'80% delle vittime che ci saremmo attesi in base ai numeri delle precedenti ondate. Una campagna che prosegue spedita, ieri 541 mila 608 iniezioni. Luca Zaia è arrabbiato con Borghi e Siri, unici leghisti nella piazza No Green pass semi deserta di mercoledì sera. Chiede: qual è la linea della Lega?

Dall’estero inquietanti le prospettive, per tutto il mondo arabo, del quasi golpe tunisino, ben spiegate da Quirico per La Stampa. Eccezionale e drammatica la testimonianza sulla persecuzione degli uiguri in Cina su Repubblica. Possiamo tollerare che nel mondo di oggi esista ancora qualcosa come Auschwitz? Padre Aldo Buonaiuto ci ricorda dalle colonne di Avvenire che oggi è la giornata mondiale delle vittime della tratta.

Nota bene per i lettori di questa newsletter. Ci vediamo domenica sera con il meglio degli articoli del fine settimana e oggi non perdetevi la Versione del Venerdì. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

L’accordo raggiunto sulla riforma Cartabia domina nelle aperture dei giornali. Il Corriere della Sera sintetizza: Giustizia, trovato l’accordo. Mentre la Repubblica ricorda che si è rischiata la rottura: Giustizia, accordo sul filo della crisi. La Stampa attribuisce al presidente del Consiglio il merito: Giustizia, Draghi convince i 5 Stelle. Il Fatto indica nel nuovo leader 5 Stelle il vero vincitore: Conte limita i danni: Cartabia&C. cedono. Per il Quotidiano Nazionale invece è vero il contrario: Cambia la giustizia, i grillini si adeguano. Il Messaggero oggettivo: Giustizia, decolla la riforma. Ottimista Avvenire che nota: Compromesso salva tutti. I giornali della destra sono più che scettici. Il Giornale: La riformetta del compromesso. E Libero: Giustizia da matti. Dall’altro versante politico editoriale critici il Manifesto: Il mistero della giustizia e il Domani: La riforma Cartabia garantisce l’impunità ai poliziotti torturatori. La Verità insiste con la fantapolitica: «Se cade Draghi, pronti i colonnelli». Mentre Il Sole 24 Ore è preso da un altro tipo di contrattazione, che riguarda le banche: Mps, l’UniCredit apre la trattativa.

GIUSTIZIA, LA RIFORMA È FATTA

Accordo fatto, tutti contenti. Ma che cosa prevede il contenuto? Liana Milella offre su Repubblica la riforma in pillole attraverso domande e risposte.

«Quanto durano i processi oggi? Oggi i processi non hanno alcun limite di tempo, ma sono i reati che hanno una scadenza determinata dalla prescrizione. E come funziona adesso la prescrizione? Ogni reato ha un suo limite massimo, calcolato sul massimo della pena possibile più un quarto, secondo la legge Cirielli del 2005 fatta da Berlusconi. Quando il tempo scade il processo finisce. Ma l'imputato può rinunciare. Cosa prevedeva la legge Bonafede sulla prescrizione? Dal primo gennaio del 2020 la legge Bonafede blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio per i condannati, ma vale solo per i reati commessi da quel momento in poi. E cosa prevedeva quella precedente di Andrea Orlando? Prevedeva solo delle sospensioni della prescrizione, per i condannati, di 18 mesi in Appello e di 18 in Cassazione. Cosa succede adesso con l'improcedibilità di Cartabia? Innanzitutto la legge riguarda solo i reati commessi dopo il primo gennaio 2020. Resta il blocco della prescrizione con il primo grado. Ma l'Appello non potrà durare più di due anni e un anno in Cassazione. Se il processo è complesso è possibile arrivare a tre anni e a un anno e sei mesi in Cassazione. L'improcedibilità è rinunciabile? Sì, come la prescrizione. Ci sono reati che sfuggono all'improcedibilità? Sì, tutti i reati gravissimi puniti con l'ergastolo. Dagli omicidi alle stragi. Per a quelli vale il fine processo mai. Ma ci sono reati che avranno diritto a tempi più lunghi? Quelli molto gravi, fino al 2024, grazie al lodo della capogruppo Pd Debora Serracchiani, potranno guadagnare un anno in più, quindi avranno a disposizione quattro anni in Appello. Dopo quella data tornano al regime di due anni prorogabili di un anno. In Cassazione guadagnano un anno. Cosa succede invece per i reati di mafia? Dopo la richiesta di M5S per avere più tempo, Cartabia ha allargato la deroga anche al terrorismo, mentre la Lega ha detto sì a patto che entrassero anche i reati di violenza sessuale e di traffico di droga gestito dalle cosche. Questi reati non hanno un limite di tempo, ma toccherà al giudice motivare le richieste contro cui sarà possibile ricorrere in Cassazione. Cosa accade invece per i reati che vengono commessi perché c'è una spinta e un interesse della mafia a commetterli? È la richiesta fatta da M5S, i reati descritti dall'articolo "416bis-1" del codice penale, l'articolo diventato il protagonista politico della giornata. Sono tutti i reati come un tentato omicidio oppure una estorsione - che vengono commessi per favorire l'organizzazione mafiosa. Per questi reati il processo potrà durare fino a sei anni in Appello e tre in Cassazione fino al 2024, poi a regime 5 anni in Appello e massimo 2 in cassazione. Ammesse due proroghe in Appello e due per la Cassazione.». 

Anche per Travaglio la riforma è ok. Il merito? L’intransigenza di Giuseppe Conte, ma la ministra Cartabia (e forse anche Draghi) dovrebbero dimettersi.

«Il compromesso al ribasso che salvava solo i processi per associazione mafiosa e voto di scambio, condannando all'improcedibilità tutti i delitti "strumento" dei clan - corruzione, estorsione, usura, riciclaggio, turbativa d'asta, truffa, frode, traffico di droga, armi, rifiuti tossici, prostituzione ecc. - è stato evitato dall’ intransigenza di Conte, in una trattativa che partiva disperata: i processi d'appello per tutti i reati con l'aggravante mafiosa potranno durare 6 anni fino al 2024 e poi 5. E quelli per associazione mafiosa, voto di scambio, terrorismo, droga e reati sessuali avranno proroghe senza limiti. In più la sabbia nella clessidra inizierà a scendere non alla sentenza di primo grado, ma 90 giorni dopo. Per gli altri processi d'appello, gli anni non sono più i 2 voluti dalla Cartabia, ma 3+1, poi scenderanno di 1 solo se l'apposito Comitato tecnico dirà che il sistema è pronto. Non solo: se si riapre l'istruttoria dibattimentale per nuovi atti d'indagine o interrogatori, la clessidra si ferma: così i 3+1 o i 2+1 valgono solo per i processi che ridiscutono carte e sentenze di tribunale; per gli altri il termine sale. Resta lo scempio (sia pure annacquato) del Parlamento che indica alle Procure i reati prioritari, ma lì si spera che intervenga la Consulta; e l'obbligatorietà dell'azione penale tutela ogni pm che osi indagare sui delitti "fuori menu". I pericoli peggiori (anche se non tutti) della schiforma Cartabia sembrano sventati: basta confrontare il testo originario con quello stravolto dall'accordo di ieri. I 5Stelle, dopo mille cedimenti e sbandate, ridanno agli elettori un motivo per votarli. Lega, FI e i renziani del Pd e di Iv si confermano i santi patroni dell'impunità. Ma questo già si sapeva, anche se il M5S, la parte sana del Pd e Leu dovrebbero prenderne atto. A uscirne con le ossa rotte sono la cosiddetta ministra della Giustizia e Draghi che, o per malafede o per incompetenza (non si scappa: delle due l'una), hanno fino all'ultimo negato l'evidenza e tentato di imporre un testo che tutti gli addetti ai lavori (oltre al Fatto) giudicavano un Salvamafia&ladri. Una Guardasigilli che nega in Parlamento qualsiasi effetto sui processi di mafia e poi ingoia quel po' po' di eccezioni imposte da Conte sui reati di mafia (416bis, 416bis.1 e 416ter), dovrebbe scusarsi e dimettersi. Da ieri è ufficiale che o non sa quel che dice, o ci ha provato e le è andata male. Altro che aspirare al Quirinale: dovrebbe andarsene a casa». 

Il retroscena sul compromesso raggiunto per il Corriere della Sera è di Francesco Verderami.

«Quando Giorgetti ha detto che Conte stava «iniziando la guerra di logoramento contro il governo», sul volto di Draghi è comparso un sorriso assai eloquente. Quell'espressione valeva più di un discorso e Draghi voleva che i ministri la notassero. L'hanno notata. Ieri la «spazzacorrotti» è stata spazzata via. Approvata dal primo governo Conte, è stata di fatto cancellata dall'ex presidente della Bce con il voto dei ministri grillini. La riforma della giustizia è (per ora) il più eclatante segno di discontinuità rispetto al passato, approvata al termine di una giornata faticosa durante la quale - racconta un esponente di governo - «in Consiglio non c'è stata alcuna trattativa sui contenuti del testo». È fuori da Palazzo Chigi che è andata in scena l'ennesima pochade. In mattinata la Cartabia aveva presentato il nuovo testo, compromesso del compromesso precedente. Le delegazioni dei partiti si erano riservate di decidere dopo averlo visionato. E siccome tutti avevano ottenuto qualcosa, tutti erano pronti a dare il loro assenso. A quel punto i grillini hanno provato ad alzare la posta, annunciando che non sarebbero entrati in Consiglio per non doversi poi astenere. Temevano di essere sacrificati da Conte come i responsabili dell'intesa e di venire additati alla base del Movimento. Questo era il vero problema. Lo si è capito appena Di Maio - come mai accaduto prima - si è messo a fare il minaccioso: «Vorrei ricordare che sulla giustizia è caduto il nostro primo governo». Ma il copione non reggeva, dato che nel frattempo i ministri grillini avevano inondato di chiamate i loro colleghi con toni accorati: «Capiteci», «comprendeteci». Al grido di dolore avevano risposto Orlando e Speranza: «Bisogna andargli incontro, sono in difficoltà». In realtà ad essere in mezzo ai guai era il Pd, legato mani e piedi all'alleato, come ha ammesso un ministro dem in quel frangente: «È che senza M5S non potremmo stare al governo». Abituato a ben altre trattative quando stava a Francoforte, Draghi prendeva nota del doppio gioco del Pd mentre misurava l'inaffidabilità dei cinquestelle. Come racconta uno dei testimoni, il premier «ha avuto la pazienza di non mandarli a quel paese», derubricando quanto stava accadendo a «rumore di fondo». Non si contano gli aggiustamenti chiesti ieri dal Movimento (con l'appoggio dei democratici) che il presidente del Consiglio ha rispedito al mittente. E dopo aver mostrato di accogliere certi suggerimenti provenienti dal Colle, al dunque ha ribadito che quanto c'era da cambiare era stato di fatto cambiato. In questo senso Draghi ha potuto contare sulla sponda di Giorgetti e sull'asse tra il ministro leghista e quelli di Forza Italia e Iv. La Gelmini si è spesa per dire che la riforma andava approvata «anche perché è necessaria ad ottenere i fondi del Pnrr». E come lei la Bonetti, sebbene fosse «disgustata da certi atteggiamenti». C'era da portare a casa il provvedimento, questa era la priorità, superando i problemi di timing: perché per far approvare il testo alla Camera entro inizio agosto si dovevano fare i conti con i regolamenti parlamentari, che erano un freno all'obiettivo politico. Un giorno andrà chiarito chi consigliò la Guardasigilli di scegliere la strada degli emendamenti allo «spazzacorrotti» invece di presentare un proprio disegno di legge. Perché quello che era un gesto di distensione politica verso M5S, proprio per effetto dei regolamenti parlamentari si stava rivelando una trappola. E ieri nella maggioranza, esponenti del Pd e della Lega puntavano l'indice verso le strutture apicali del dicastero della Giustizia «gestito dai magistrati». Gli stessi che due settimane fa per un «errore» stavano per mandare in tilt la riforma. Ma alla fine, il muro contro muretto ha avuto l'esito voluto da Draghi. Che si è gustato la sfuriata di Giorgetti: «... Perché è vero che noi della Lega ci siamo astenuti in Consiglio sul decreto anti-Covid, e lo rivendico come atto politico. Ma nel frattempo siamo andati avanti appoggiando con lealtà l'azione di governo senza mai cedere a logiche ricattatorie. Altrimenti non si potrebbe andare avanti». Così ha avvisato il premier che Conte stava iniziando «l'azione di logoramento del governo». E in quel momento Draghi ha mostrato il suo sorriso programmatico. «È stato un passaggio delicato che ha portato a una conclusione straordinaria», ha commentato infine il premier: «Grazie a tutti per l'impegno». E avanti un altro.». 

I 5 STELLE FESTEGGIANO IL NUOVO LEADER

Tutti contenti, ma sono soprattutto i 5 Stelle ad essere soddisfatti. Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera nota che, al di là del merito, conta aver ritrovato una guida sicura: Giuseppe Conte.

«Nel Movimento festeggiano. L'accordo sulla Giustizia viene vissuto come «una vittoria ai calci di rigore». C'è chi sottolinea «l'importanza di avere finalmente una guida riconosciuta dopo tanti mesi, una guida capace di fermare l'impeto di Mario Draghi». Giuseppe Conte mette in chiaro con i suoi: «Quello di oggi è solo l'inizio di un confronto che vuole essere costruttivo con il governo, tenendo sempre bene in vista i principi irrinunciabili del Movimento». Il leader precisa: «Ora dobbiamo accelerare, guardare già oltre e pensare alle prossime Comunali». Ma le ultime ventiquattro ore per il M5S sono state vissute sul filo dell'alta tensione. I Cinque Stelle - dopo il vertice thrilling di mercoledì sera che si è concluso ben oltre la mezzanotte- si riuniscono ancora di prima mattina. Sono passate da poco le 9,30 quando la cabina di regia torna operativa. È un nuovo summit voluto sempre da Giuseppe Conte, che vuole condividere la linea con i ministri M5S prima della riunione di governo. Il testo non convince, la soluzione proposta in tema per i reati di mafia appare troppo blanda per un partito che difende la lotta a Cosa Nostra come una bandiera. All'interno del gruppo di parla di «proposte al ribasso, da respingere». Il leader del Movimento appare subito risoluto. I dodici della cabina di regia analizzano per tutta la mattina la situazione (e rimarranno tutti in contatto tra loro anche durante le ore convulse - con tanto di sospensione - del consiglio dei ministri): prevale la linea dura. «Siamo pronti ad andare fino in fondo». Sono minuti lunghissimi: i Cinque Stelle sono consapevoli dei rischi di una linea oltranzista, si pesano parole e misure. Si parla di un confronto serrato tra Conte e Luigi Di Maio, anche se fonti del M5S negano frizioni. Alla fine la scelta è quella di astenersi, lasciando intuire agli interlocutori che il Movimento è pronto a replicare la scelta in Aula. Con lo stop alla riunione ripartono frenetiche le trattative. Conte è in prima linea: sente più volte il premier Draghi e la Guardasigilli Cartabia. «Ancora non ci siamo». Si muove la diplomazia a tutti i livelli istituzionali. La situazione sembra scivolare di mano. Luigi Di Maio in questa fase cruciale ricopre ancora una volta i panni del «moderatore». Alla fine arriva l'intesa. Conte può finalmente esultare: «Non è la nostra riforma ma abbiamo lavorato per dare un contributo a migliorarla». L'ex premier punge la Lega - «C'è stata anche un'altra battaglia, su tutti i processi collegati alla mafia. Sono davvero rammaricato per l'opposizione della Lega» - e allontana lo spettro di defezioni: «Nella discussione generale saremo compatti». Ma davanti all'esultanza del Movimento c'è un ex (di peso) che attacca l'accordo. Si tratta di Alessandro Di Battista, che interviene con un post durissimo. «Leggo che probabilmente verranno esclusi i reati di mafia da questo meccanismo. Ergo non sarà più una legge salva-mafiosi ma (salvo la cancellazione dell'improcedibilità stessa) resterà una legge salva-ladri, salva-colletti bianchi, salva-potenti e, soprattutto, salva-politici», scrive l'ex deputato dalla Bolivia. E conclude: «Avallare questa porcata nonostante sia un po' meno sudicia è un grande errore». Nel Movimento c'è qualche distinguo. «Complimenti a Conte, ma ora gli iscritti M5S devono esprimersi col voto», puntualizza Danilo Toninelli. Improbabile che gli attivisti vengano consultati, tuttavia - nonostante la soddisfazione dei maggiorenti - si registra qualche piccola crepa. Non a caso è il giorno del primo addio ai Cinque Stelle targati Conte: a lasciare è la senatrice genovese Elena Botto. Non c'è aria di scissioni, però. I malpancisti, al momento, sono una ventina in tutto. Molti parlamentari sono in attesa: vogliono capire cosa succederà sia per il terzo mandato sia a livello territoriale. E non è un caso che la prossima partita sia quella delle liste per le Comunali».

Alessandro Sallusti su Libero dedica il suo editoriale alla riforma.

«La riforma della giustizia mina la stabilità del governo. I Cinque Stelle, braccio armato della casta dei magistrati, hanno minacciato sfracelli se Draghi non avesse annacquato le nuove norme pensate per avvicinare il nostro sistema giudiziario a standard di dignità degni di un Paese civile. Alla fine il premier ha concesso un ritocco poco più che formale ma l'impianto di fatto cancella la riforma manettara introdotta dal ministro Bonafede e dal precedente governo Conte. Non è possibile - dicono i grillini - accorciare i tempi dei processi con l'attuale organico dei magistrati e se si accorciano i tempi della prescrizione migliaia di delinquenti la faranno franca. Tutte frottole. La realtà è che i magistrati vogliono continuare a fare gli affari loro, tenersi privilegi e non dover rendere conto a nessuno delle loro lentezze e incapacità. Per dimostrare che non stiamo sostenendo tesi assurde oggi raccontiamo una storia che ha dell'incredibile e che prova meglio di qualsiasi discorso lo stato (pietoso) della nostra magistratura. A un cittadino che chiedeva conto di come mai l'udienza del suo processo civile fissata per il 20 agosto fosse slittata a ottobre, il giudice della prima sezione del tribunale di Varese, Arianna Carimati, ha risposto con una ordinanza nella quale si sostiene che "il periodo di ferie dei giudici deve essere del tutto effettivo ed assicurare il pieno recupero delle energie psicofisiche per cui va assicurato un congruo periodo di avvicinamento alle ferie... ed un periodo analogo al rientro" ad attività non impegnative o stressanti. Traduco. Per i magistrati, anche quelli giovani come la dottoressa Carimati, trenta giorni di riposo in agosto non bastano, ci vuole un periodo di preparazione alle ferie e uno di riadattamento al lavoro settembrino durante il quale non celebrare udienze per evitare affaticamenti. Che è un po' come se un operaio alla catena di montaggio non montasse di turno nelle settimane precedenti e successive le sue ferie, come se un poliziotto nello stesso periodo si rifiutasse di scendere in strada, un giornalista di scrivere articoli. La verità è che la giustizia è lenta perché i magistrati sono fannulloni per legge e privilegiati per casta, esattamente come i loro sponsor politici Cinque Stelle. Altro che fare barricate, andate a lavorare e se avete arretrati accorciate le vacanze come fanno tutti i professionisti responsabili».

UNGHERIA, VOLANO LE TOGHE. LE DOMANDE DI MIELI

Il destino ha voluto che proprio poche ore dopo l’accordo sulla giustizia in Consiglio dei Ministri, il CSM si debba occupare della vicenda Storari e della presunta loggia Ungheria. Antonio Massari sul Fatto racconta la durissima presa di posizione di Francesco Greco contro Paolo Storari.

«È durissima la replica del procuratore di Milano, Francesco Greco, ai colleghi che nei giorni scorsi hanno preso posizione su Paolo Storari sostenendo che, al di là del "merito" delle sue vicende disciplinari e penali, non riscontrano la sua incompatibilità con l'ufficio milanese. "Cari colleghi - scrive Greco - la nostra Procura ha vissuto una grave vicenda di fuga di notizie. Il collega (Storari, ndr) ritenuto responsabile è ora indagato in sede penale e incolpato in sede disciplinare (...)". Greco spiega di non voler rinunciare al "rispetto della presunzione di innocenza e delle strategie di difesa" ma precisa: "altro è difendersi, altro è lanciare gravi e infondate accuse, dopo essere venuti meno ai più elementari principi di lealtà nei confronti di chi ha la responsabilità di dirigere un ufficio". Storari, secondo Greco, è venuto meno quando, indagando sulla fuga di notizie - i verbali di Piero Amara sulla loggia Ungheria, non firmati e in formato word, recapitati anonimamente al Fatto nell 'ottobre 2020 - non soltanto ha omesso di comunicargli d'averne consegnato una copia all'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, mesi prima, ma ha deciso di non astenersi da un'inchiesta in cui era "personalmente coinvolto". Il Fatto può rivelare un dettaglio in più che impone qualche interrogativo. Riepiloghiamo. Il 9 novembre 2020 - chi vi scrive - consegna alla Procura di Milano il contenuto d'un plico anonimo giunto in redazione poche ore prima. Non è il primo. Già il 29 ottobre 2020 ne era giunto un altro, contenente i verbali dell'ex legale esterno Eni Amara, e sempre sulla loggia Ungheria. E già in quell'occasione il Fatto denuncia e li deposita in Procura. Il motivo? I verbali non sono firmati e potrebbero essere falsi. Oppure, se fossero veri, qualcuno ha deciso di spingerci a pubblicarli per far saltare l'indagine. La terza ipotesi - che qualcuno voglia salvare un'indagine insabbiata-non viene presa in considerazione per due motivi. Primo: il Fatto sa con certezza che nell'aprile 2020, Pedio e Storari, hanno attestato - proprio sulla base dei verbali in questione, riconoscibili attraverso le date - che Amara sta collaborando. E quindi, deduciamo, la Procura sta indagando. Secondo: quando a ottobre depositiamo i verbali in questione, Pedio e Storari appaiono sconvolti, spiegano che potrebbero essere stati manipolati, quindi non sono pubblicabili, ma soprattutto: lasciano intendere che qualcuno può averli trafugati dai pc. E così, a novembre, quando giunge il nuovo plico anonimo, chi vi scrive chiede alla portineria della redazione di descrivere chi l'ha consegnato: potrebbe essere l'autore del furto, un complice o qualcuno in grado di indicare la filiera di chi ha trafugato i documenti dai pc dei pm. È singolare scoprire che l'unico atto d'indagine delegato da Storari - a parte chiedere di censire tutte le auto bianche di Roma - sia stato il seguente: controllare la cella telefonica del Fatto che, volendo salvare l'indagine, s' era premurato di consegnargli i verbali in questione. Sarebbe interessante sapere con quali numeri aveva chiesto di incrociare la cella telefonica del Fatto e - soprattutto - a quale scopo. Ma c'è di più. Persuasi, dall'atteggiamento dei pm, che qualcuno avesse trafugato i verbali dai loro pc, descriviamo chi li ha portati: una donna a bordo di un'auto bianca. E forniamo le generalità di chi, in portineria, ha raccolto brevi manu il plico incriminato. Questa persona - l'unica che abbia mai visto la donna - non sarà mai interrogata dalla Procura di Milano. Ma non è finita. Depositiamo anche la lettera anonima che accompagna i verbali: c'è scritto che, del contenuto dei verbali di Amara, sono a conoscenza personaggi con ruoli apicali nel Csm o il loro entourage. Ragioniamo. La tesi di Storari, confermata da Davigo, è di avergli consegnato una copia dei verbali in formato word, in quanto membro del Csm, per tutelarsi dall'inerzia investigativa dei suoi capi. La lettera anonima - menzionando le personalità venute a conoscenza dei verbali - risulta assolutamente coerente proprio con lo scopo con il quale Storari aveva consegnato i verbali di Amara a Davigo. E allora i casi sono due: o Storari - che pure è un fine investigatore - non collega la lettera anonima e i verbali in formato word non firmati consegnati dal Fatto a quelli da lui consegnati a Davigo, oppure sceglie di ometterlo a Pedio che, con lui, indagava per individuare la persona che volantinava i verbali neanche fossero le offerte di un supermercato. Il Fatto ha chiesto a Storari, attraverso il suo avvocato Paolo Della Sala, di spiegarci le sue scelte. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta».

Paolo Mieli è uno dei pochi commentatori nostrani che torna spesso sul “metodo ungherese” dei magistrati italiani. Oggi Mieli parte da questa domanda: perché tutti i giudici italiani in servizio, senza eccezione alcuna, hanno criticato la riforma della prescrizione?

«A questo punto si pone una domanda: cosa ha reso possibile questa unanimità delle toghe contro Mario Draghi e Marta Cartabia? La risposta può essere di due tipi. La prima - con maggiori probabilità di esser vicina al vero - è che il precedente accordo raggiunto dalla ministra avesse un carattere eccessivamente compromissorio; che lei e i saggi che l'hanno affiancata non si rendessero conto dello spropositato numero di mafiosi, terroristi e malfattori di ogni specie che grazie al loro provvedimento (nella prima versione) avrebbero riacquistato libertà; e che l'intero Consiglio dei ministri avesse concesso luce verde a questo piano nell'intima (e cinica) certezza che qualcun altro l'avrebbe rimesso in discussione. Fosse vero, dovremmo ringraziare quei parlamentari del M5S che con rapidità, resisi conto dei rischi, hanno ottenuto il nuovo compromesso che impedirà a mafiosi, terroristi e delinquenti d'ogni risma di uscire di prigione. E che risparmierà all'Italia un provvedimento che avrebbe «minato la sicurezza del Paese». L'altra ipotesi di spiegazione - assai meno plausibile della precedente, anzi, ammettiamolo, quasi inverosimile - è che la magistratura italiana sia ormai divenuta un corpo malato. Un insieme in cui uomini e donne si lasciano rappresentare da avanguardie impegnate a combattersi le une contro le altre a colpi di dossier. Che le loro istituzioni, a cominciare dal Csm, stiano sprofondando, anzi siano già sprofondate nel più assoluto discredito. Che correnti e sottocorrenti abbiano standard di moralità minori di quelli che avevano i partiti politici all'epoca della loro massima degenerazione. Che procure, passate alla storia come templi della legalità, siano oggi sconvolte da lotte fratricide in cui è consuetudine l'accoltellamento alla schiena. Luoghi in cui sarebbe divenuto lecito nascondere le prove a vantaggio degli imputati. Dove è pratica corrente spedire anonimamente a colleghi e media verbali finalizzati a minare la credibilità di un qualche «nemico». E di servirsi in tal guisa di astutissimi «pentiti» ben consapevoli dei servizi che si prestano a rendere. In questi Palazzi di giustizia sarebbe venuto meno ogni spirito di lealtà nei confronti dei capi. Capi che verranno sì sostituiti ma continueranno ad esser nominati da un Csm abbondantemente avvelenato. Se la magistratura italiana fosse precipitata in questo abisso - cosa che non crediamo, anche se qualche rischio lo si può intravedere in lontananza - allora le prese di posizione di alcune toghe contro Draghi e la Cartabia andrebbero interpretate come un accorto posizionamento in vista di un cataclisma prossimo venturo. Una scossa tellurica nel corso della quale potrebbero venire alla luce le malefatte di molti, talché alcuni togati avrebbero ritenuto conveniente assumere la postura di indomiti alfieri della legalità capaci di mettere con le spalle al muro l'ex Presidente della Corte costituzionale. Tali posture potrebbero valere, nell'immediato, per promozioni che verranno fatte con gli stessi criteri adottati in passato. Ed essere eventualmente considerate un titolo di benemerenza nel momento in cui giungesse l'ora del redde rationem. Ma ora che il governo è stato in grado di giungere ad un secondo compromesso ci aspettiamo che i magistrati ne prendano atto e festeggino lo scampato pericolo. E che siano unanimi anche in questi festeggiamenti».

QUARTA ONDATA. ZAIA ATTACCA I LEGHISTI NO VAX

Veniamo alla pandemia in Italia. Innanzitutto i numeri. Elena Dusi per Repubblica.

«In una settimana, tra il 21 e il 27 luglio, in Italia i contagi sono aumentati del 65%. I decessi sono cresciuti del 46%, i ricoveri del 35%, i letti occupati in terapia intensiva del 15%. «È la quarta ondata»: la diagnosi è chiara e arriva dalla Fondazione Gimbe che dall'inizio della pandemia svolge il monitoraggio dei numeri del Covid. Primavera e autunno 2020, poi ancora primavera 2021: dopo tre ondate, oggi ci risiamo. I contagi risalgono: 6.171 ieri, al livello del 15 maggio. «Dopo 15 settimane di calo, sono tornate a salire le vittime: 111 nell'ultima settimana, 46% in più rispetto ai 76 della settimana precedente» spiega Gimbe. Ieri sono state 19. «I numeri sono molto chiari e rispecchiano una tendenza non solo italiana». Il ministro della Salute Roberto Speranza commenta i dati di Gimbe durante un'interrogazione al Senato. «L'attesa è che la variante Delta diventerà dominante in tutti i Paesi europei da qui al mese di agosto ». La situazione preoccupa non solo per i malati e la pressione sugli ospedali, che resta stabile (3% nei reparti ordinari e 2% nelle terapie intensive). Il tema cruciale è il ritorno sui banchi fra un mese e mezzo. Su questo Speranza è perentorio: «La ripresa in presenza e in sicurezza è l'obiettivo del governo, che non farà mancare iniziative forti». Lo strumento su cui fare leva è il vaccino. «Nel personale scolastico l'85% ha ricevuto almeno una dose. Noi vogliamo che questa cifra cresca in maniera significativa» dice il ministro. La questione per il governo «è strategica» e «utilizzeremo tutti gli strumenti possibili». La decisione su un eventuale obbligo - misura che comunque si cercherà di evitare - al momento è rimandata. «La prossima settimana sarà quella giusta per un intervento organico sulla scuola» prevede Speranza. Il rapporto settimanale di Gimbe fa notare tra l'altro che se i criteri per tornare in zona gialla fossero rimasti quelli di primavera (50 nuovi casi settimanali ogni 100mila abitanti), oggi 40 province si ritroverebbero sopra la soglia. In tre superano anche i 150, con numeri da zona rossa: Caltanissetta (272), Cagliari (257) e Ragusa (193). Il presidente di Gimbe Nino Cartabellotta ricorda che «l'attività di tracciamento dei contatti diventa più difficile» quando il virus circola molto. L'anno scorso l'ondata d'autunno iniziò a settembre per toccare il picco a novembre. Quest' anno il gong del nuovo round è suonato in anticipo. L'indice di replicazione della variante Delta (o indiana) è tra 6 e 7, quello del ceppo di Wuhan era stimato intorno a 3 e quello della Alfa (inglese) intorno a 5. Sono molte ormai le Regioni che danno la Delta come prevalente, anche in assenza di dati ufficiali. In Puglia l'epidemiologo e assessore alla Salute Pier Luigi Lopalco stima che l'80% dei nuovi contagi sia attribuibile al virus della famiglia Delta. «È difficile capire cosa dobbiamo aspettarci da questa nuova ondata» dice. «Mi sentirei di azzardare che, a parità di positivi, avremo un numero di ricoveri decimato, grazie ai vaccini». Anche un infettivologo prudente come Massimo Galli, primario al Sacco di Milano, grazie ai vaccini non è del tutto pessimista: «La variante Delta è contagiosissima, ma non per questo rivivremo le terribili scene di Bergamo e dei lockdown nazionali». I numeri di Gimbe confermano la percezione: l'aumento dei casi è superiore, in proporzione, a ricoveri e decessi. Ma Cartabellotta ricorda che la coperta resta troppo corta. «Mentre la variante Delta si avvia a diventare prevalente, 2,06 milioni di over 60 non hanno ricevuto neanche la prima dose». Renata Gili, che per Gimbe è responsabile della ricerca sui servizi sanitari, fa notare che il numero è ormai in stallo. «Da circa 2 mesi l'incremento delle coperture in questa fascia d'età è legato quasi esclusivamente alle seconde dosi, mentre resta congelato il numero di over 60 che ricevono la prima dose. Segno di una persistente esitazione vaccinale proprio dei soggetti più esposti a rischio di malattia grave».

Luca Zaia non ci sta. Vedere le immagini dei No Green pass in Piazza del Popolo mercoledì’ sera lo ha irritato. Quei quattro gatti, poche decine di facinorosi, vedevano la presenza, accanto al folcloristico Sgarbi, di esponenti leghisti di primo piano. L’intervista di Marco Cremonesi per il Corriere.

«Un principio per me è dogmatico è "la mia libertà finisce dove comincia la tua"». Il governatore Luca Zaia cita Martin Luther King per intervenire sul tema dei vaccini e sulle proteste di piazza contro il green pass. E aggiunge: «Il confronto e la libertà sono il sale della democrazia. La stella polare della mia vita è la frase che attribuiscono a Voltaire: "Non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire"». Presidente Zaia, due citazioni che sembrano una premessa per poi dire altro. «Non mi meraviglia che ci sia chi la pensa diversamente da me, ma ci sono due elementi da sottolineare. Primo, i toni, che devono rimanere accettabili. Secondo, non può passare lo stigma e la messa in mora di chi la pensa diversamente e fa il suo lavoro». Parla dei No vax e di quelli che dicono «non siamo no vax ma»? «Parlo di un clima in cui è sempre più difficile compiere il proprio ruolo istituzionale. Siamo passati da una sanità pubblica che faceva le profilassi a scuola a un punto in cui è difficile fare un tampone perché veniamo accusati di infilare microchip nel naso dei bambini. Fare quello che abbiamo il dovere di fare sta diventando un problema». Colpa della Rete o colpa dei politici? «C'è poco da scherzare. Il tema della vaccinazione fa emergere questioni rilevantissime. Se invochiamo la libertà per qualsiasi cosa, perdiamo il minimo senso del bene comune. Oggi riguarda i vaccini, domani qualunque scelta di sanità pubblica. Eppure, noi per decenni siamo stati accompagnati da piani di sanità pubblica. La mia generazione la distingui perché sulla spalla ha la cicatrice della vaccinazione». In tanti sostengono che il vaccino sia arrivato troppo in fretta. «Le conoscenze per preparare un vaccino non sono quelle di 50 o 60 anni fa. Ma il problema vero è che in questo clima, se inventassero oggi la penicillina, avremmo i social pieni di gente che dice che una muffa non se la inietta. Qui sta saltando il patto sociale. E se succede è inevitabile che andiamo alla deflagrazione». Il tema della libertà non esiste? «Certo. E nessuno si diverte ad assumere un farmaco. Tutti, a partire dall'aspirina, hanno delle controindicazioni. Ma è pur vero che in un'epidemia, la profilassi io la faccio per me e anche per chi mi è vicino». Insomma, vaccinarsi è un dovere? «Guardi io penso che se uno ha un'unghia incarnita, la scelta è sua: dipende da lui se curarsi o farsi tagliare un dito. Però, di fronte a un'epidemia bisognerebbe fare squadra. Altrimenti la pandemia si trasforma in guerra civile o, peggio, in guerra tra poveri. Noi abbiamo il dovere di evitarlo e di discutere. Ma qui c'è ancora chi dice che il virus non esiste e che è un complotto. Incuranti del fatto che i vaccini funzionino». (…) I volti più noti della manifestazione di Roma di mercoledì sera erano i leghisti Borghi e Siri. Non le ha dato fastidio? «La Lega è sempre stata un partito di composizione sociale e culturale variegata, ci sta che qualcuno non la pensi come te. Detto questo, non mi risulta che il partito abbia deciso di rinnegare l'attività dei propri amministratori, presidenti e sindaci. Un discorso è discutere legittimamente sull'obbligatorietà, come fa il segretario Salvini. Altra cosa è farsi portatori di una linea in cui io assolutamente non mi identifico. E mi rifiuto di pensare che sia quella del partito».

Silenzio oggi dei giornali che ieri avevano cercato di strumentalizzare le parole di Anthony Fauci sulla contagiosità dei vaccinati. Ne scrive solo, cercando di chiarire i veri termini della questione, Silvia Turin sul Corriere della Sera.

«I Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) Usa sono tornati a raccomandare anche alle persone completamente vaccinate di indossare una mascherina al chiuso nei luoghi dove ci siano alti tassi di trasmissione da coronavirus. Nel commentare la decisione, Anthony Fauci, capo consulente medico della Casa Bianca, ha detto: «Si può presumere che le persone vaccinate possano trasmettere il virus come possono farlo le persone non vaccinate. È un evento molto insolito e raro, ma si verifica». I vaccinati, però, si infettano molto meno e le probabilità che trasmettano il virus sono bassissime. Nel promuovere la campagna vaccinale contro la variante Delta (che ora è il ceppo dominante negli Stati Uniti), Fauci ha ricordato che, con la vaccinazione completa, scendono le probabilità di contagiarsi e di trasmettere il virus, ma ha anche citato «nuove prove scientifiche» in possesso dei Cdc che mostrerebbero «che il livello di infezione nelle mucose di una persona vaccinata è lo stesso di quello di un soggetto non vaccinato». Sarebbero questi nuovi dati ad aver convinto l'ente statunitense a emettere la raccomandazione sulle mascherine nei luoghi chiusi. Il Cdc parla di studi che «saranno pubblicati a breve» e alcuni scienziati hanno fatto appello perché fossero subito disponibili, ma per ora nessuno li ha letti. Quanto è contagioso un vaccinato infettato dalla Delta? La variabile dipende da due fattori: efficacia dei vaccini e capacità di trasmissione. Sappiamo che un vaccinato è ben protetto: questa tutela, che riguarda la singola persona, «in entrata» si misura con il dato sull'efficacia dei vaccini (di solito calcolato solo sui sintomatici). La capacità di trasmissione (o il tasso di «infezioni secondarie»), invece, determina la potenzialità, da parte di un vaccinato contagioso, di infettare gli altri, quindi la mancata protezione «in uscita». Su questo fattore, tuttavia, non esistono studi pubblicati finora. L'efficacia di vaccini usati in Italia si stima sia all'88,15% per gli immunizzati con 2 dosi. Gli ultimi dati inglesi parlano di una protezione (con 2 dosi) contro la Delta dal 65 al 90 per cento. Pensiamo a un ambiente chiuso con uno o più positivi: se i presenti sono tutti vaccinati, se ne infettano, nel peggiore dei casi, 35 su 100; se non sono vaccinati, la percentuale può salire al 100%. I vaccini prevengono l'infezione perché gli individui non infetti non la possono trasmettere. La protezione è alta ma non totale: le 35 persone comunque infettate possono trasmettere il virus? Non essendoci studi pubblicati su questa variabile, ci dobbiamo basare su quelli effettuati quando dominava la variante Alfa. Hanno dimostrato che le possibilità che un vaccinato possa contagiare sono bassissime. Il più recente studio in merito è uscito mercoledì sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine (Nejm) da Israele: ha monitorato le reinfezioni su 1.497 operatori sanitari. Il 74% dei positivi aveva un'elevata carica virale, tuttavia questo non ha portato ad alcuna «infezione secondaria», cioè nessuno di loro ha contagiato altre persone. Lo studio, conclusosi il 28 aprile, ha riguardato principalmente casi di Alfa. Un'altra ricerca sulla trasmissione domestica in Inghilterra ha scoperto che i contatti familiari di casi vaccinati con una singola dose avevano circa il 40-50% di rischio ridotto di infettarsi. Pubblicato sul Nejm il 23 giugno e coordinato da scienziati del servizio pubblico britannico (Phe), era relativo alla variante Alfa, perché svolto fino al 28 febbraio. Anche in Usa e Israele sono stati condotti studi simili: sempre sul Nejm i Cdc hanno pubblicato il 22 luglio una ricerca effettuata fino al 10 aprile su 3.975 sanitari. È stata riscontrata una carica virale media inferiore del 40% nei soggetti vaccinati positivi. L'altra indagine israeliana è stata effettuata a febbraio e pubblicata su Nature il 29 marzo: ha analizzato persone risultate positive dopo il vaccino Pfizer. La carica virale era ridotta di 4 volte per le infezioni verificatesi 12-28 giorni dopo la prima dose. Le ricerche condotte sulla variante Alfa ci portano a credere che, pur considerando la maggior contagiosità della Delta, i vaccinati siano protetti dal contagio (tra il 65 e il 90%) e, se anche contagiati, abbiano scarse probabilità di trasmettere il virus. Fino a nuove evidenze, quindi, se in una stanza ci sono io, vaccinato che ho contratto il virus, comunque sarò meno infettivo rispetto a chi è risultato positivo senza vaccinarsi. Di più: se mi trovo in un locale al chiuso, la mia pur minima capacità infettiva sarà praticamente nulla nei confronti di un vaccinato, che a sua volta è protetto dal contagio (più o meno, a seconda delle dosi che ha fatto). In pratica ci sono due «scudi» che ci proteggono. Se incontro una persona non vaccinata, io sarò «poco contagioso», ma lei non avrà scudi di protezione e sarà totalmente suscettibile al mio (pur debole) virus. L'incognita resta la peculiarità della Delta e capire come (e se) si comporti in modo differente dalle altre varianti. Sappiamo che la sua corsa non si ferma proprio grazie alla sua capacità di contagiare, stimata tra il 40 e il 60% più alta rispetto alla variante Alfa, a sua volta il 50% più infettiva del ceppo Wuhan originario del Sars-CoV-2. Da una recente ricerca di scienziati cinesi pubblicata online e non ancora sottoposta a revisione sappiamo anche che le cariche virali misurate sulle infezioni da variante Delta sono state 1.260 volte superiori rispetto ai valori dei ceppi precedenti. Lo stesso Fauci, però, ha fatto notare che non ci sono dati clinici su cosa significhino le alte cariche virali in termini di trasmissione: non necessariamente comportano una maggiore capacità di diffusione del virus. Quello che è certo, perché già calcolato, è che in buona misura i vaccini bloccano anche i contagi della «formidabile» Delta: il sistema sanitario nazionale inglese (Phe) ha stimato che fino alla data del 23 luglio i vaccini hanno prevenuto 22 milioni di infezioni. E non va dimenticato che questi farmaci non sono stati concepiti per fermare i contagi, quanto per salvare vite umane: in Inghilterra i decessi evitati sarebbero finora 60mila (fonte Phe) e in Italia negli ultimi sei mesi la campagna vaccinale avrebbe evitato quasi l'80% delle vittime che ci saremmo attesi in base ai numeri delle precedenti ondate».

Lo scrittore Davide Rondoni per il Quotidiano Nazionale ricorda Cesare Pavese per dire: non fate pettegolezzi sul suicidio del medico De Donno.

«Sul suicidio di Giuseppe De Donno (il medico che curava il Covid con il plasma) si possono mormorare solo parole di preghiera. Il resto è non solo inutile, ma poco rispettoso. «Non fate pettegolezzi», lasciò scritto Pavese, suicidandosi. Perché ogni parola che vuole interpretare un suicidio è solo pettegolezzo misero. L'animo umano è un mistero, noi stessi lo siamo a noi stessi. Il cuore è un guazzabuglio, diceva Manzoni. Interpretare una vita, pensare di capirla, spesso medicalizzando ogni disagio come se ci fosse una pastiglia per tutto, è una delle forme di violenza più gravi della nostra cultura. Togliersi la vita è un atto oscuro e sfuggente, e anche laddove esistono biglietti, dichiarazioni etc (e non è questo il caso), ogni illazione strumentale è bassa e vigliacca. Possiamo parlare dei meriti o delle idee, della umanità espressa da De Donno nella sua vita professionale e civile, ma non interpretare la sua morte. Possiamo imparare dalla sua vita, non usare la sua morte. I nostri avi sapevano, a volte con semplice luminosità, che l'animo di un uomo lo può leggere e comprendere solo Dio. Non era solo un gesto di fede, era un gesto di difesa della dignità di chiunque. Si possono giudicare gli atti (un suicidio o altro atto di qualsiasi natura) e ritenerli sbagliati, ma questo non autorizza a voler "possedere" e spiegare e giudicare la coscienza di una persona, tantomeno una coscienza turbata. Siamo un mistero a noi stessi, con buona pace dei tristi profeti dell'autodeterminazione e di idee fesse dominanti oggi in quanto comode al Potere che ha mille volti ma un solo scopo: farti credere che sei suo. E quindi lasciamo in pace De Donno, e gli altri come lui che con meno clamore compiono un gesto buio e stridente. Preghiamo per loro e per la sofferenza di chi lo ha amato, se vogliamo dire qualcosa. Certo guardiamo la sua vita se ci insegna qualcosa, ma la sua morte lasciamola a lui e a Dio».

G20 DELLA CULTURA, NEL CUORE DEL COLOSSEO

Spettacolare scenario per il G20 della cultura in corso a Roma: i ministri della Cultura dei governi più importanti della terra si sono seduti ad un enorme tavolo allestito nel Colosseo. Francesco Olivo per La Stampa.

«La politica estera si fa anche così: un tavolo immerso nella più grande meraviglia della Terra. Visti da qui, i ministri di Paesi non sempre amici sembrano dover intendersi per forza. L'Italia punta sulla diplomazia culturale e lo fa nella maniera più maestosa possibile, riunendo i ministri del G20 nell'arena del Colosseo. L'effetto stupore funziona, come non potrebbe essere altrimenti, le delegazioni subiscono il fascino, fanno i complimenti a Dario Franceschini che li riceve e scattano foto con il cellulare, ancora prima di posare per quella ufficiale. Inizia così la prima ministeriale della Cultura nella storia del G20. Oggi si entra nel vivo con i lavori ospitati a palazzo Barberini, sotto il magnifico affresco di Pietro da Cortona, al termine dei quali sarà firmata la Dichiarazione di Roma, che conterrà le grandi sfide dei prossimi anni, dai cambiamenti climatici, la ripresa dopo la pandemia e, appunto, la diplomazia informale, possibile anche «tra i Paesi più lontani, la cui distanza può essere colmata dalla cultura», come sottolinea Franceschini. Mario Draghi, arrivato al Colosseo dopo una giornata politicamente non banale, arriva e si guarda intorno e, prima ancora di pronunciare il discorso ufficiale nel silenzio, rotto solo dai droni che sorvolano l'area, nota subito «questo posto, questa luce» con gli altri che annuiscono: «La storia e la bellezza sono parti integranti dell'essere italiani», dice appena concluso il video che apre la serata. Il presidente del Consiglio si dice «orgoglioso» per la ministeriale: «Quando il mondo ci guarda, vede prima di tutto arte, musica e letteratura». Alla direttrice generale dell'Unesco Audrey Azoulay (che nel suo intervento ha la sensibilità di citare la morte di Roberto Calasso) Draghi scherzando suggerisce di «considerare tutta l'Italia come patrimonio Unesco». Il premier poi coglie un assist di Azoulay, e rivendica la scelta di lasciar fuori le grandi navi dal centro di Venezia: «abbiamo vietato il passaggio delle grandi navi davanti alla Basilica di San Marco e nel canale della Giudecca». I tempi non sono qualunque e negli ultimi mesi persino un luogo come questo è rimasto senza visitatori, Draghi parte proprio dal sostegno alla cultura, che «è cruciale per la ripartenza del Paese, coniugando memoria e futuro». L'altra grande partita alla quale i beni artistici non sono estranei è quella del cambiamento climatico: «La tutela del patrimonio artistico richiede anche maggiore sostenibilità ambientale. In Italia, più di dieci siti Patrimonio dell'Umanità sono in pericolo per l'innalzamento del livello del mare. Il rischio di alluvioni minaccia tra il 15 e il 20% dei beni culturali del nostro Paese. Dobbiamo agire subito, perché le generazioni di domani possano godere dei tesori che noi ammiriamo oggi e che hanno accompagnato tutta la nostra vita, certamente la mia». Dopo l'allarme i progetti: «Il settore dei viaggi e del turismo vale il 13% del Pil e impiega in maniera diretta o indiretta tre milioni e mezzo di persone - spiega il premier - Nel Pnrr investiamo in queste attività quasi 7 miliardi di euro». Nell'aprire la serata il ministro della Cultura, Dario Franceschini, parte dai giorni più tristi, ancora non del tutto alle spalle: «La pandemia ci ha fatto capire quanto la cultura sia la linfa delle nostre vite. Le piazze vuote, i musei chiusi come i cinema, i teatri, le biblioteche, hanno reso le nostre città tristi, spente. Per questo ora sappiamo che sarà la cultura la chiave della ripartenza». Ai colleghi del G20 Franceschini ricorda che «ben prima dell'azione di governo, la cultura parla ai popoli. Le emozioni che le Arti ci regalano hanno il potere di consegnare all'umanità intera il senso di un destino comune». Tra i più soddisfatti della serata romana c'è Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino, che ha preceduto Draghi con un discorso di forte impatto: «La cultura non deve più essere considerata marginale ma come la colonna spinale del nostro Paese», dice al termine. Le delegazioni lasciano il Colosseo, l'organizzazione li porta al concerto al Quirinale, diretto dal maestro Muti prima della cena al palazzo della Consulta. Una tartina nel barocco, la politica estera si fa anche così». 

GIORNATA MONDIALE DELLE VITTIME DELLA TRATTA

Padre Aldo Buonaiuto, della Comunità Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, scrive l’editoriale di Avvenire, perché oggi è la giornata mondiale in cui si ricordano le vittime della tratta di esseri umani.

«Oggi nel mondo si commemorano le vittime della tratta degli esseri umani. Chi finisce nel tritacarne dello sfruttamento? Le indifese e gli indifesi. Cioè, la ragazza ricattata per prostituirsi in rete e sulle strade, il bracciante agricolo che rischia la vita a temperature killer, il minore costretto a mendicare dal business dell'accattonaggio coatto, le colf e lavoratrici in nero, i manovali senza documenti nei cantieri edili. Sono alcuni dei volti innocenti che la Medusa mafiosa confina negli angoli più dolorosi della nostra vita comunitaria. Una società che li ignora abbassa il proprio livello di umanità trasformando la marginalità in una condanna irreversibile. Lungo le rotte della tratta si consumano tragedie rimosse dall'Occidente opulento. Che ne è stato, per esempio, dei tanto annunciati 'corridoi umanitari' europei con cui Bruxelles avrebbe dovuto assicurare flussi regolari, controllati e integrabili? Gli unici sono stati garantiti dal mondo cristiano, a partire dall'iniziativa ecumenica italiana, mentre gli Stati continuano a rimpallarsi veti e responsabilità. Intanto si muore senza sosta nel Mediterraneo, nei deserti africani, al confine tra il Messico e gli Usa, nel Myanmar travolto dalla guerra civile e dal Covid. Per non parlare poi della più rimossa e disperata delle tratte: quella nei Paesi privi di libertà nei quali i despoti occultano i dati di un'ecatombe senza nome. Troppo scomodo denunciare Paesi potenti per le migliaia di giovani asiatiche e africane e per un numero incalcolabile di minori che finiscono nei meccanismi infernali del turismo sessuale e del traffico di organi. (…)  È in atto una crisi persino più grave di quella economica: il deficit educativo. Senza formare le coscienze alla consapevolezza che l'amore non si compra, saremo costretti a subire le conseguenze di una degenerazione della mentalità che considera acquistabile addirittura la più inviolabile intimità. Fuori e dentro il web prolifera una visione materialistica e disumana che degrada a listino dei prezzi davvero tutto: un bacio al 'mercato' della 'società prostituente' costa più di una prestazione sessuale. I cosiddetti 'clienti', infatti, non si accontentano più di 'comprare' un corpo. Pretendono di violare un'anima. Non c'è cittadino che non possa ritrovare dignità e riconoscerla all'altra e all'altro. Non c'è peccatore, sinceramente convertito, per il quale non si possano aprire le porte dei cieli. Gesù perdona l'adultera e il ladrone salito sul Calvario con lui, però le 'strutture di peccato' devono essere neutralizzate da una comunità che sappia mettere i più deboli al centro della propria vita. Per don Oreste Benzi, liberatore delle schiave, il miserabile non è chi soggiace alla tratta, bensì chi ci si arricchisce. Se ne ricordi anche chi fa le leggi, e chi le applica».

IL MODELLO TUNISIA

Domenico Quirico approfondisce per la Stampa le conseguenze della grave crisi tunisina. Che cosa significava il modello Tunisia che oggi è in pericolo? Una “terza via” fra dittatura e Stato islamista.

«Dove era la seduzione, ahimè unica, del modello Tunisia? Nel fatto che era, da dieci anni, l'unico luogo in cui la politica araba sembrava aver scoperto una uscita di sicurezza al bivio tra autoritarismo e moschea. La tenaglia che ha strangolato la loro Storia con il laccio di dittatura o islamismo, feroce doppio principio idolatrico di autorità assoluta, veniva messa da parte: eccola la Terza via, la democrazia con i contrappesi, le verità (e gli interessi) alternative ma non definitive. Sbriciolatosi di fronte all'indignazione della piazza rivoluzionaria nel 2011 la spregevole tirannia di Ben Ali, versione grottesca e brutale del solito rais acchiappatutto, si apriva il gioco dei partiti, delle maggioranze e delle minoranze: in cui anche gli islamisti assolti da ogni peccato totalitario potevano far sbocciare idee giuste e diventare islamisti di buona fede. A cui conveniva partecipare piuttosto che esercitarsi nella pratica di imporre ai renitenti l'obbligatorietà dell'essere santi e ristabilire il giusto ordine delle cose marmorizzato dalla legge di Dio. In fondo, confessiamolo, abbiamo creduto alla possibilità di un miracolo. Nessun talismano invece. Cosa è andato storto? Primo errore: a Tunisi i democratici, i laici, i modernizzatori non erano niente. Un pugno di politicanti incapaci mossi solo da una rudimentale avidità appoggiata su grossolani sofismi o intellettuali parolai pronti a vendersi come coscienza della nazione. La politica come eterna e monotona arma di difesa dei propri privilegi e interessi con i suoi notabili, i suoi profittatori, gli innumerevoli parassiti, il sistema Ben Alì in fondo. Sembrava che i tunisini se ne fossero liberati con la epopea di Primavera. Ma se il vento porta lontano l'odore di selvaggina, le vecchie volpi son pronte ad alzare il muso. La rivolta era diventata potere. Il vizio assurdo di questo tentativo di democrazia era un altro: la presenza di un partito islamista, Ennahda. È l'irrisolto problema che la tragedia algerina ha posto trent' anni fa quando per la prima volta l'islam politico ha tentato di conquistare uno Stato usando i mezzi della democrazia, ovvero il voto. Il Fronte islamico di Abbassi Madani va all'arrembaggio del potere utilizzando i comizi, la propaganda occidentale e le prediche del venerdì, dispone di mezzi economici ingenti che distribuisce nel vasto sottoproletariato dei miserabili algerini. Non rinuncia certo ai discorsi incendiari, alle intimidazioni fanatiche degli "afghani'' per far piegar la testa al mondo degli apostati e dei tiepidi. Ma lo fa dietro le quinte, negando con l'ipocrisia che è il vero talento tattico dell'Islam politico. In un mondo la cui sola realtà sono i miracoli sperati, nessun partito può far presa se non l'islamismo, e i populismi, che si nutrono di parole sante, di annunci escatologici, di falsi miracoli. La mitologia democratica è troppo razionale, troppo concreta, troppo possibile, troppo legata a un mondo ordinato e regolato per far presa sulle plebi algerine e tunisine uscite da decenni di malgoverno del partito unico o con un tasso di disoccupazione del 16%. I partiti islamici nel mondo sunnita giocano su due tavoli: praticano il vecchio entrismo opportunista, usare la democrazia per occupare posti chiave nell'economia, nelle istituzioni, nella comunicazione, nell'esercito e negli apparati di sicurezza. Le loro casse sono piene, gli emiri del petrolio foraggiano a piene mani sedi, propaganda, militanti, assistenzialismo. Si diventa, in Algeria in Egitto, in Tunisia, maggioranza. Ma questo non basta agli incalliti mestatori. C'è un altro partito occulto sotterraneo che essendo al potere si può nascondere efficacemente, che mantiene i rapporti con i movimenti islamisti dediti ai metodi violenti, alla lotta armata. Per cui arruolano e a cui inviano con perfetta efficienza, per esempio, le migliaia di aspiranti martiri tunisini delle brigate internazionali islamiche siriane. Un apparato di sicurezza privato, occulto che risponde al partito, raccoglie dossier, elimina avversari, arruola e corrompe. Pronta alla sbrigativa efficienza totalitaria. I partiti islamici possono essere veramente democratici se non per tattica e a parole? La risposta è negativa perché tutti, anche quelli "moderati" a cui facciamo, in tempi di pusillaminità, le fusa sperando di addomesticarli, devono per loro natura costruire una società totalitaria. È un dovere liturgico. La democrazia è difficile e nasce dagli errori, richiede il coraggio di non riconoscere mai nulla per acquisito ma di metter tutto ogni volta alla prova. Ma si può mettere alla prova Dio? Ecco che allora entra in scena in Tunisia, con il presidente Saied, l'eterna trappola dell'alternativa autoritaria, sospendere la democrazia, usare metodi spicci per ripulire gli angolini da politici corrotti e islamisti infidi. In Paesi dove l'esercito è padrone della economia come Egitto e Algeria si procede direttamente uscendo dalle caserme per «salvare la nazione». In Tunisia l'esercito è minuscolo, ma con un atto di neutralismo nel 2011, rifiutando di scendere in strada per spazzar via i dimostranti, ha fatto cadere Ben Ali, i cui pretoriani erano semmai gli sbirri e i Servizi. Non a caso tra gli epurati da Saied ci sono anche alcuni militari: quelli troppo vicini a Ennahda. L'aspirante rais Saied offre, sciaguratamente, al partito islamico una nuova, grande occasione: presentarsi come scudo della democrazia a cui devono accodarsi, per necessità, anche i tunisini che ne rifiutano l'ipocrisia e il doppiogiochismo. Ma c'è di peggio: può spingerli a passare alla lotta violenta come accadde in Algeria. I cinquemila legionari siriani non sono scomparsi nel nulla».

UIGURI, IL GENOCIDIO PIANIFICATO DAI CINESI

Esiste una Auschwitz funzionante oggi nel mondo? Dolkun Isa, leader all’estero della minoranza etnica degli Uiguri, intervistato da Gianni Vernetti per Repubblica, dice di sì.

«Dolkun Isa, 56 anni, è presidente del World Uyghur Congress, l’organizzazione che rappresenta le migliaia di uiguri in fuga dalla persecuzione della Repubblica Popolare Cinese. Verso la fine degli anni ‘80 promosse le prime manifestazioni studentesche alla Xinjiang University di Urumqi contro le politiche discriminatorie di Pechino. Fu espulso dall’Università poco prima della laurea e aprì un ristorante, che venne chiuso dalle autorità con l’accusa di essere un centro di spionaggio internazionale. Costretto alla fuga in Turchia, ha fondato la “East Turkestan Student Organisation”, per poi stabilirsi a Berlino dove nel 1996 ottenne l’asilo politico. Da qui coordina la diaspora uigura nel mondo. Dopo anni di silenzio, il mondo ha iniziato a conoscere la tragica realtà del Xinjiang. Ci può raccontare quale sia oggi la situazione della minoranza uigura in Cina? «È terribile. Stimiamo che vi siano circa 3 milioni di cittadini di etnia uigura e altre minoranze che vivono in Xinjiang (kazaki, ndr) internati in campi di concentramento. Le nostre stime sono confermate da molti analisti internazionali e dalle intelligence di diversi Paesi del mondo. Dobbiamo chiamare le cose col loro nome: si tratta un genocidio accuratamente pianificato». Il Pulitzer è stato assegnato quest’anno a BuzzFeedNews e ad Alison Killing che hanno identificato e mappato oltre 260 campi di concentramento in Xinjiang. «È stato un lavoro importante. Questo e altri studi svelano l’esistenza di un grande programma di internamento delle minoranza uigura. Stimiamo vi siamo in Xinjiang oltre mille campi di concentramento: solo a Dawanching, sono detenuti 114mila cittadini uiguri». Può raccontarci le modalità in cui è avvenuta questa “escalation”? «La svolta radicale è avvenuta con la presa del potere di Xi Jinping nel 2014. Dal quel momento è stata pianificata la repressione sistematica e su larga scala che ha coinvolto un grande apparato militare e civile. La prima fase è stata più “soft”, per testare le reazioni internazionali: alcune migliaia di uiguri sono stati costretti a partecipare a corsi di indottrinamento politico per ottenere certificati grazie ai quali potersi muover con più libertà. Il mondo è stato in silenzio e Pechino è passata a una fase più dura. Con la scusa della Legge Antiterrorismo sono state adottati provvedimenti durissimi contro uiguri e tibetani. Sono iniziate le incarcerazioni di massa, i check-point e le violenze quotidiane: il digiuno del ramadan o una telefonata internazionale erano motivi sufficienti per essere incarcerati. Un’ulteriore svolta c’è stata quando Xi ha nominato a capo del Partito nel Xinjiang, Chen Quanguo, che si era già distinto per la repressione in Tibet: fine dei voli internazionali, interruzione di Internet, costruzione di campi di concentramento, internamento di centinaia di migliaia di civili, sterilizzazioni forzate, uccisioni arbitrarie, abusi sessuali». Cosa è successo alla sua famiglia e ai suoi amici rimasti in Xinjiang? «Nel 2017 ho saputo da Radio Free Asia che mia madre era morta in un campo di concentramento. Mio fratello più giovane è stato condannato al carcere a vita e dal 2016 non ho più alcuna notizia. Un altro mio fratello è stato condannato a 20 anni. Essere miei parenti è sufficiente per essere incarcerati». (…) La Lega Araba e molti Paesi islamici non hanno mai alzato la voce nei confronti della Cina sulle repressione degli uiguri. «È una vergogna, ma è così. La gran parte dei Paesi musulmani non solo sono stati in silenzio, ma, come nel caso di Pakistan e Arabia Saudita, hanno apertamente sostenuto la Cina nel Consiglio dei Diritti Umani Onu nel negare il genocidio contro gli uiguri. Da un lato c’è il ricatto economico di Pechino, dall’altro c’è il fatto che molti Paesi non rispettano i diritti umani a casa propria». (…) Il Congresso Usa e l’Ue hanno sanzionato Pechino per le violenze contro gli uiguri. Crede che l’Occidente dovrebbe fare di più? «L’Occidente si sta accorgendo che la minaccia di Pechino non è solo pericolosa per gli uiguri, i tibetani, per Taiwan o Hong Kong ma per tutte le democrazie. Il governo cinese vuole esportare il proprio modello autoritario. Le prime azioni di Usa ed Europa sono molto positive ma non sufficienti. Servono ulteriori sanzioni individuali contro chi commette orrendi crimini e anche sanzioni economiche. La Cina è una minaccia per il mondo libero, è tempo per tutti di aprire gli occhi».

GIANNINI, ESAGERUMA NEN

Ogni tanto il direttore de La Stampa dà l’impressione di non conoscere a sufficienza il pubblico dei suoi lettori. Esaspera i toni, e non solo dei titoli di prima pagina. Mettendo fra parentesi l’eterno motto dell’understatement torinese: esageruma nen. Oggi lo pizzica Andrea Marcenaro sulla prima pagina del Foglio.

«In una pagina della Stampa Carlo Freccero ci avverte sulle piazze che si riempiono contro il green pass perché le spaventa (in verità si svuotano), paragona le misure antipandemiche all'inizio della Shoah, delira su una sorta di somiglianza tra il suicidio del dottor De Donno e l'omicidio di Pinelli nella Questura di Milano e, tanto che è lì, ridelira sullo stato autoritario che ci sta imprigionando tutti. Poche pagine dopo, sempre sulla Stampa, Marcello Sorgi ipotizza, per quanto con un'ipotesi del quinto tipo, la possibilità che di fronte a una crisi di governo irrisolvibile il Quirinale di Mattarella arrivi a varare un esecutivo di militari. Molto autoritario. E due! Sembrerebbe a questo punto evidente che il direttore Giannini stia sfarfallando. Ohibò! E come si fa? Spegnerlo e riavviarlo?».

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