Conte a Grillo: lasciami comandare

L'ex Premier chiede pieni poteri e vuole il voto degli iscritti: Beppe sia un "padre generoso". Ma senza scissioni, la diarchia è nei fatti. De Luca fa di testa sua sulle mascherine. Blinken a Roma

Giuseppe Conte si è pronunciato ufficialmente in una conferenza stampa ieri pomeriggio sulla diatriba con il garante Beppe Grillo. I contrasti rimangono e riguardano proprio la leadership dei 5 Stelle. Quando Conte chiede a Grillo di non essere padre padrone ma padre generoso, in sostanza chiede i pieni poteri sul Movimento. E su questi pieni poteri vuole il voto degli iscritti. Il ruolo di Beppe Grillo come Garante, nella formulazione dello Statuto da lui concepita, è quello di un fondatore che non entri più nel merito della gestione e della linea politica dei 5 Stelle. Però in politica, al di là delle regole, conta la sostanza. Ed è difficile anche solo immaginare che un’opinione di Grillo non abbia effetto sugli iscritti, non sia considerata. La diarchia, che Conte vuole evitare, è in certo senso nei fatti, quanto meno nella forma della convivenza forzata. A meno di una, molto improbabile, scissione. Certo Conte non ha rotto, e per ora neanche Grillo. Ci sarà un voto? E come sarà formulato il quesito? Sarà la prima volta dopo Casaleggio; è ancora lunga la strada per il nuovo Movimento.

Sul fronte pandemia è stata superata la cifra di 50 milioni di vaccini somministrati. Comunque un buon risultato per avere di fatto cominciato la vaccinazione di massa solo da quattro mesi. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 561 mila 306 somministrazioni. Oggi persino Il Fatto deve ammettere che la media giornaliera di somministrazione è ormai stabilmente sopra i 500mila vaccini. Preoccupano i No Vax alto atesini. Via la mascherina all’aperto da ieri, ma non per tutti. De Luca, in Campania, dispone diversamente.

Ieri cabina di regia, cioè riunione della maggioranza con Draghi: si è parlato di blocco dei licenziamenti e fine del cash back. Domani c’è un Consiglio dei Ministri ma oggi il Presidente del Consiglio vedrà comunque i sindacati, anche se si va verso un blocco selettivo. Berlusconi rilancia il partito unico del centro destra che vorrebbe chiamare CDU. Mentre Paolo Mieli, in un’intervista al Giornale, profetizza un Draghi ancora a Palazzo Chigi, forse anche dopo le prossime elezioni politiche. Scenari tutti da capire.  

Alla vigilia della festa dei Santi Pietro e Paolo, Roma ha ospitato il Segretario di Stato, noi diremmo Ministro degli Esteri, americano Tony Blinken. Blinken ha incontrato papa Francesco, Draghi e Mattarella, mentre sempre a Roma si è tenuto un summit della Nato sul ritorno del Daesh. Repubblica ha intervistato Blinken, il Corriere Stoltenberg. Molta strategia e nuovi equilibri con Turchia, Russia e Cina. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

L’uscita solenne dell’ex premier Conte catalizza l’interesse dei giornali. Il titolo, un po’ lungo, ma forse più azzeccato è quello del Domani: La sfida finale di Conte a Grillo: sul Movimento può comandare uno solo. Il Corriere della Sera sintetizza così: Conte: non sarò leader a metà. Il Fatto, organo ufficiale dell’avvocato pugliese, punta sul plebiscito: Conte sfida Grillo: “Votino gli iscritti”. Per il Manifesto è un: Duello al sole. La Repubblica vede un’affermazione netta di supremazia: Conte, io il leader dei 5S. Per Il Giornale: Grillo umiliato. Mentre per il Quotidiano Nazionale il Movimento sarebbe già diviso: La sfida di Grillo a Conte spacca il M5s. Per il Messaggero l’ex premier chiama la fiducia della base: La sfida di Conte: «Un solo leader, decida il M5S». Che è poi quello che dice La Verità, pur mettendo l’ex premier alla berlina: Conte prova a scippare il M5S a Grillo. Libero vede una liquidazione del Garante: Conte pensiona Grillo. A proposito di garanti, La Stampa dà spazio ad un’intervista a Salvini: Noi garanti del governo Draghi. Ieri cabina di regia e domani Consiglio dei Ministri sul blocco dei licenziamenti, tema caro al Sole 24 Ore: Licenziamenti, arriva il blocco selettivo. Proroga a ottobre solo per tessile e moda. E al Mattino: Licenziamenti, via il blocco. Ecco le imprese più a rischio. Avvenire dedica l’apertura alla riunione romana della Nato sull’Isis: Il virus del Daesh può infettare ancora.

CONTE SFIDA GRILLO: NON SIA PIÙ LUI IL PADRONE

Conferenza stampa ieri pomeriggio di Giuseppe Conte, che ha voluto dire la sua sulla lunga diatriba con Beppe Grillo. La cronaca di Matteo Pucciarelli per la Repubblica:

«Giuseppe Conte non rompe, non lascia né fonda (per ora) un altro soggetto politico. Ma consegna, simbolicamente ma anche letteralmente - lo farà oggi -, la decisione a Beppe Grillo e al M5S sotto forma di Statuto: la bozza è pronta, c'è scritto che il leader avrà su di sé tutta la responsabilità della linea politica e l'incarico sarà comunque a tempo, ora non resterà che farla votare agli iscritti. Sempre se il garante dirà sì alla proposta di voto. «Decida lui - le parole dell'ex presidente del Consiglio - se essere il padre padrone o un padre generoso». Ma andando con ordine: al tempio di Adriano, laddove per corsi e ricorsi storici il professor Conte venne presentato da Luigi Di Maio prima delle elezioni del 2018 nella sua squadra di futuro ipotetico governo (alla Pubblica amministrazione), il quasi leader del neo-Movimento arriva per la prima volta senza Rocco Casalino a dirigere la conferenza stampa e la prende larga; racconta che non disse subito sì a chi dopo la caduta del suo governo gli chiese di prendere per mano il M5S. Passò qualche settimana, Grillo e il gruppo dirigente del Movimento alla fine lo convinsero in una riunione nella terrazza dell'hotel Forum a Roma. Accettò, lui che non è mai stato un iscritto al Movimento, ponendo delle condizioni: «È inutile imbiancare una casa che ha bisogno di una profonda ristrutturazione, dobbiamo cambiare noi stessi se vogliamo cambiare la società». Si è arrivati così alla riscrittura dello Statuto, quattro mesi di lavoro per risolvere le «ambiguità» con l'associazione Rousseau e rivoluzionare la fisionomia dei 5 Stelle, avvicinandola a quella di un partito classico, con organi diversi, un ufficio studi, pesi e contrappesi. Troppo classico o forse troppo democratico, per i gusti del fondatore. «Non mi presto a operazioni di facciata, ad un restyling, non sono un prestanome né un leader dimezzato», replica Conte. La diarchia non può funzionare, «quando si riorganizza serve una distinzione chiara di ruoli e funzioni». La sostanza è un prendere o lasciare destinato non solo a Grillo ma anche alla "comunità" del M5S, alla quale «chiedo di non rimanere spettatrice passiva e di esprimersi sulla proposta che presento. Non mi accontenterò di una risicata maggioranza, non mi basterà. Mi metto in discussione ma di certo non potrei impegnarmi in qualcosa in cui non credo». Anche perché, ammette Conte, serve un rilancio per una "comunità" definita «sfibrata» e «in declino». Da una parte c'è la fermezza, anche sul fronte della comunicazione, che dovrà restare in capo al leader e la cui gestione non può essere condivisa con Grillo; dall'altra le parole di stima e apprezzamento verso lo stesso garante, «per lui ci sarà sempre quel ruolo ma dovrà essere definito». Nessuna questione personale in sospeso, assicura l'ex presidente del Consiglio: «Non pretendo le scuse di Grillo, ho il senso dell'ironia, ho sempre avuto e sempre avrò rispetto per lui, ma non possono esserci ambiguità». E poi: «Voglio che Grillo sia entusiasta del nuovo corso, non basta la sua fiducia». Un modo per dire che c'è bisogno di vederlo coinvolto, che la sua presenza resta importante. Ma è un colpo al cerchio e un colpo alla botte, nella consapevolezza di chiedere (o imporre?) al fondatore ciò che nessuno aveva mai osato, cioè cedere per statuto, quindi formalmente, ma di conseguenza anche politicamente, quote sostanziose di sovranità sulla propria creatura. Altri punti salienti: non c'è, o non ci sarebbe, alcun piano B per Conte casomai non si arrivasse ad alcun accordo; l'appoggio del M5S al governo di Mario Draghi non sarà in discussione; non è stato spiegato però se nelle varie elezioni amministrative ci sarà ancora la possibilità di votare le candidature online, tema che interessa molto invece ai parlamentari e alla base del Movimento; nella mente di Conte, la rifondazione 5 Stelle è ben impiantata nel «campo largo» della sinistra, per contrastare l'avanzata del centrodestra».

Marco Travaglio chiosa e interpreta Conte, che comunque per lui ha fatto “un’operazione di chiarezza” con la conferenza stampa. Adesso devono votare gli iscritti sulla bozza contiana di Statuto.

«Ieri Conte ha ributtato la palla nel campo di Grillo, ma con dentro una bomba a orologeria che ha già iniziato a ticchettare: quella della democrazia diretta, cioè del voto degli iscritti ai 5Stelle pro o contro il suo progetto di rifondazione del Movimento. È stata un'operazione di chiarezza davanti a tutti gli italiani: a quelli che ancora votano M5S (e sono tanti, a dispetto dei santi), a quelli che non li votano più ma si astengono in attesa di un nuovo motivo valido per farlo (e sono altrettanti), a quelli che non li hanno mai votati ma potrebbero cominciare a farlo se nascesse una cosa nuova, e a quelli che mai li voterebbero. Nessuno d'ora in poi potrà dire di non aver capito le ragioni dello scontro fra i due Giuseppe in quello che resta in Parlamento il partito di maggioranza relativa. Qualcuno aveva tentato di immiserirlo a una lite da portineria: uno che sbeffeggia, l'altro che fa l'offeso, prende cappello e pretende le scuse. Ecco: nulla di tutto questo. La questione non è personale: è politica, anche se il rapporto umano fra Conte e Grillo al momento è ai minimi storici e non sarà facile ricostruirlo. Bene ha fatto l'ex premier a chiarire che non c'è alcun golpe o complotto per sfilare a Grillo la sua creatura, ma l'esigenza di tracciare i confini delle funzioni dell'uno e dell'altro nel movimento che lo stesso Grillo ha chiesto a Conte di ricostruire su basi nuove. Il capo fa il capo e il garante fa il garante, ma il garante conterà sempre più del capo perché il suo mandato è a vita e perché conserva il potere di proporre agli iscritti di sfiduciare l'altro. Fermo restando che il garante è anche il fondatore e qualunque sua sortita avrà un peso infinitamente superiore a quello codificato da qualsiasi regola statutaria. Quella di Conte non è una pretesa prevaricatrice, ma il minimo sindacale delle garanzie per poter avviare il percorso di "riossigenazione". Un'avventura che, a giudicare dallo zoccolo duro tuttora legato al "marchio" (15-17%), dalla breve distanza dai tre partiti maggiori e dalle attese che Conte suscita nel Paese, può ancora riportare il M5S in cima al podio. Tutto ora dipende dall'intelligenza e dalla generosità di Grillo, che della prima abbonda e della seconda difetta. Ma le parole ferme e al contempo distensive pronunciate ieri dall'ex premier costringono il fondatore a scegliere, e in breve tempo. Se salta la leadership Conte, l'alternativa qual è? Dov' è un altro capo in grado di risollevare i 5S dopo un eventuale no a (o di) Conte?E soprattutto: come potrebbe il teorico della democrazia diretta negare agl'iscritti il diritto di voto sul progetto di Conte? Dopo mesi di battaglia politica e legale, Conte ha restituito al M5S la lista degli iscritti sequestrata da Casaleggio jr. E ora Grillo che fa: li tratta da soprammobili?».

Speculare e diametralmente opposto il commento di Maurizio Belpietro su La Verità. Della conferenza stampa di Conte, dice, non si è capito nulla. Un momento che è stato l’esatto contrario della chiarezza. Per Belpietro in realtà quella di Conte è un’operazione di “potere per il potere”.

«Come al solito, la conferenza stampa dell'ex premier è stata ricca di ambiguità e ridondante di parole, ma povera di chiarezza, in quanto alla fine, nessuno o quasi dei presenti ha capito che cosa Giuseppi abbia in realtà intenzione di fare. Vuole fondare un proprio partito, convinto di poter riconquistare Palazzo Chigi chiudendo la parentesi di Mario Draghi? Vuole cacciare Beppe Grillo, elevandolo nel pantheon del movimento dopo avergli scippato la sua creatura? Oppure, semplicemente intende costituire una sua corrente rimanendo in attesa sulla sponda del fiume, cioè di espugnare ciò che resta dei 5 stelle? Alle domande, in realtà nessuno sa rispondere, perché in fondo il primo a non saperlo è lo stesso Conte. L'ex avvocato del popolo, dopo la sua arringa in cui si è dichiarato indisponibile a fare il prestanome, è scivolato come una saponetta di fronte alle domande dei giornalisti, evitando con accuratezza di dire parole definitive su alcunché, ovvero sul proprio futuro, su quello dell'attuale inquilino di Palazzo Chigi, ma soprattutto sulla trasformazione del Movimento. Conte ha parlato di cambiamento reso necessario da carenze ed equivoci che hanno accompagnato la vita dei 5 stelle. Ma arrivato al dunque, cioè a spiegare come immagini il nuovo Movimento, non ha saputo dire molto, se non parlare di statuto, piattaforme, scuole di formazione e organizzazione territoriale, senza tuttavia dire nulla sulle idee e sui programmi, sulla direzione che i grillini dovrebbero imboccare. Il discorso è stato talmente generico, gonfiato dagli anabolizzanti di frasi retoriche («Non ha senso imbiancare una casa che ha bisogno di profonde ristrutturazioni»; «Spetta a Grillo decidere se essere il genitore generoso che lascia crescere la sua creatura in autonomia o il genitore padrone che ne contrasta l'emancipazione»), da aver indotto un giornalista militante dei 5 stelle, tal Ivo Mej, a ricordargli che quanto Conte intende cambiare con tanto ardore, bollando il passato come inadeguato, in realtà è il frutto di quella democrazia diretta su cui si fonda il Movimento, ovvero su uno statuto e un direttorio che sono stati voluti e scelti dagli iscritti. Mentre quanto propone l'ex presidente del Consiglio non è altro che un partito ispirato ai principi e ai metodi del Novecento, con un capo, dei vicepresidenti, degli organi dirigenti, una scuola simile alle Frattocchie, cioè alla struttura con cui il Pci formava i propri funzionari, e così via. Un'obiezione che ha colpito e affondato le chiacchiere di Conte, il quale, a proposito di scuola, ha dovuto impapocchiare una risposta senza in realtà dare la sensazione di sapere che dire, parlando di confronto tra gli amministratori, «best practice», trasporti e così via. Sì, quello di Conte è stato il nulla vestito bene. Una volta depurato il discorso dalle mille parole inutili profuse in abbondanza, restano ben poche cose, se non una lotta di potere per il potere».

E Beppe Grillo che cosa dice? Il retroscena per il Corriere della Sera è firmato da Emanuele Buzzi.

«Stavolta con l'ex premier non ci sono contatti diretti. Si parla di un video, di un post e di una pubblicazione a stretto giro, ma con il passare delle ore si ha l'impressione che Grillo voglia far sedimentare la collera, scoprire le carte di Conte e decidere solo in un'ultima istanza cosa fare. Chi lo conosce bene è convinto che alla fine il padre nobile dei Cinque Stelle non romperà con Conte (e la voce comincia a girare a tarda sera in modo sempre più serrato, forse come auspicio, proprio in ambienti Cinque Stelle). Parlano tutti i big: da Roberto Fico a Luigi Di Maio (e anche Alessandro Di Battista che dalla Bolivia ricorda il suo addio per motivi politici, non statutari). Ma il garante tace. «Questo silenzio ci sta uccidendo», si lascia andare a a tarda sera un parlamentare che spera in una rapida conclusione. Di sicuro a Grillo non sta bene di essere marginalizzato o peggio ancora di dare l'impressione di essersi arreso su tutta la linea contiana. E c'è chi sottolinea: «I punti di divergenza non erano nemmeno così eclatanti come ha fatto sembrare Conte». Un modo forse per accorciare le distanze tra i due. E in fondo quello che appare sempre più chiaro è quanto il fondatore tenga al suo ruolo (inalterato) di garante. E forse il punto di caduta di questo braccio di ferro potrà essere proprio lì, in qualche posizione più addolcita. Di sicuro, però, nessuno aveva mai sfidato Grillo così nel Movimento. E tra i Cinque Stelle da sempre vige una regola non scritta: «Chi si mette contro Beppe perde». Ora bisognerà capire se il garante raccoglierà il guanto di sfida o se deciderà che il matrimonio con Conte per i Cinque Stelle non s' ha da fare».

A FACCIA SCOPERTA, TRANNE CHE IN CAMPANIA

Ieri primo giorno senza mascherine all’aperto. Anche se molti hanno preferito continuare ad indossarle anche per la strada. La Regione Campania, con il Presidente De Luca ha fatto ancora di testa sua mentre diversi Sindaci sono intervenuti sulla movida violenta con nuovi divieti. Adriana Logroscino per il Corriere della Sera.  

«Da ieri Italia tutta in bianco e mascherina non obbligatoria all'aperto. Ma da parte di una Regione e tanti Comuni è un fiorire di ordinanze che dispongono nuove restrizioni. Chiusure anticipate per i bar e i locali, divieto di vendita di alcolici per asporto, piazze a numero chiuso nei weekend, le misure ricorrenti. L'ordinanza del presidente della Campania, De Luca, ha fatto scalpore: impone le mascherine all'aperto nonostante il provvedimento di segno opposto del governo. In realtà, secondo De Luca, la sua ordinanza «integra e chiarisce» (ma il senso sembra essere «corregge») quella del ministro Speranza: dove si rischiano assembramenti, bisogna portarla. Con buona pace dei campani che ieri protestavano vivacemente. Vietata in tutta la regione la vendita con asporto di alcolici dopo le 22. Anche il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, ha disposto l'obbligo di mascherina ancora per una settimana nel suo territorio. A motivarlo l'incidenza di contagiati registrata nel paese, superiore a 200 ogni centomila abitanti. Per Firenze, Dario Nardella ha varato un «piano per una movida sostenibile» che oltre a vietare la vendita di alcolici per asporto, impone il divieto di stazionamento in sei zone del centro storico nelle sere del fine settimana. Il collega sindaco di Bologna, Virginio Merola, dal 2 luglio transennerà la vivace piazza Aldrovandi: potranno raggiungerla solo i clienti dei locali che vi si affacciano in numero contingentato. «Circolano i ragazzi, ma anche la variante Delta», spiega. La vita notturna, come una molla a lungo compressa, sta riesplodendo nelle città e nei borghi, vicino al mare e nei centri storici. Chiusure anticipate e divieto di asporto degli alcolici, sono stati decisi dai sindaci anche a Venezia, Jesolo, Vicenza, Bergamo, Carrara, Pisa, Pescara, Aversa, Palermo. E a Trasacco, seimila anime in provincia dell'Aquila. «Il virus si sta diffondendo tra i giovani della nostra comunità - spiega il sindaco Cesidio Lobene - non possiamo abbassare la guardia».

La Provincia autonoma di Bolzano è il territorio che vede, in percentuale, la maggior incidenza di non vaccinati rispetto alla popolazione. Sul tema il Corriere della Sera ha intervistato il presidente altoatesino Kompatscher.

«La provincia di Bolzano è la Regione italiana in cui è maggiore la percentuale di popolazione non ancora vaccinata. Più della metà. Una maglia nera che rischia di compromettere la ripartenza, avverte il governatore altoatesino Arno Kompatscher: «Non è una sfida logistica o organizzativa, adesso convincere gli incerti è una battaglia culturale. Sappiamo che qui le posizioni no vax sono molto radicate». Presidente, l'Alto Adige è maglia nera per i vaccinati, più di metà della popolazione non ha ancora ricevuto la prima dose. Nessuno in Italia fa peggio, perché? «Siamo partiti benissimo, eravamo tra i primi per le somministrazioni. Questo significa che dal punto di vista logistico-organizzativo tutto ha funzionato alla perfezione. Ma sapevamo di essere un territorio dove le posizioni no vax sono più radicate, si sente l'influenza dell'area germanica. Adesso dobbiamo vincere una battaglia culturale». Quali sono le parti della società più scettiche? «Sugli over 60 e le categorie fragili abbiamo dati buoni. Adesso il problema sono nella fascia di età tra i 30 e i 50 anni, e anche tra i giovani. Come Provincia speriamo che il green pass, previsto per molte attività come le feste o le attività sportive, costituisca un incentivo perché alla lunga il test, anche autosomministrato, è una scocciatura». Ha parlato di una battaglia culturale: come la affrontate? «In questa fase non dobbiamo puntare a convincere la minoranza fondamentalista che mai si vaccinerà. Bisogna puntare sugli scettici, o meglio direi gli attendisti. Quelli che non sono ideologicamente contrari ai vaccini ma che si dicono che ora i contagi sono bassi, che pensano di vaccinarsi a settembre perché poi il green pass durerà più a lungo. A queste persone noi dobbiamo parlare chiaramente, non dall'alto in basso. Chiarire i dubbi, andare verso di loro. Proprio per questo stiamo facendo eventi sul territorio». Se Maometto non va alla montagna... «Con l'Azienda sanitaria stiamo andando anche nei piccoli comuni, collaboriamo con i medici di base, farmacisti, sindaci, testimonial locali. Sarà un lavoro lungo ma capillare. Non vorrei che a settembre fossimo tra i pochi costretti a richiudere perché abbiamo pochi vaccinati, non posso accettare una cosa del genere. Dobbiamo farcela, e ce la faremo. Ne sono convinto».

IL BLOCCO DEI LICENZIAMENTI SARÀ SELETTIVO

Ieri riunione della cabina di regia e due decisioni importanti del Governo: il blocco dei licenziamenti sarà selettivo e si concluderà l’esperienza del cash back. Andrea Colombo per il Manifesto.

 «Draghi incontrerà le parti sociali sul tema rovente del blocco dei licenziamenti: i sindacati sono stati convocati a palazzo Chigi per le 15 di oggi. Ma la posizione del governo per ora non cambia ed è quella già giudicata del tutto insufficiente dalle confederazioni, che insistono per la proroga del blocco generalizzato sino a ottobre. La cabina di regia riunita ieri ha deciso di procedere in direzione opposta, confermando lo sblocco dei licenziamenti a partire dal primo luglio con la sola eccezione dei settori tessile, abbigliamento e calzaturificio per i quali il blocco arriverà a ottobre, con cassa integrazione gratuita. Sull'altro versante a un passo dalla scadenza il 30 giugno, quello delle cartelle esattoriali, la cabina ha invece scelto la proroga sino al 31 agosto. È stata anche decisa l'erogazione di altre 13 settimane di cassa integrazione straordinaria per tutte le aziende in crisi con ammortizzatori esauriti, indipendentemente dal fatto che abbiano già aperto o meno i tavoli di crisi. Per queste aziende era già stato stabilito il divieto di licenziare. La novità è che, con l'estensione della Cigs anche alle aziende che non hanno ancora aperto i tavoli, la platea delle aziende interessate diventa molto più vasta. È una soluzione al ribasso: quella già anticipata più volte la settimana scorsa e anche nella sua versione più ristretta, limitata cioè ai settori in condizioni di massima crisi senza neppure quei limitati allargamenti ad altri settori che erano sembrati possibili. Il segretario del Pd Letta finge di aver strappato un risultato straordinario e plaude: «Sembra un buon compromesso». Di parere opposto la capogruppo di LeU De Pe tris: «La proroga selettiva non basta a fronteggiare l'ondata di licenziamenti». Non si esprimono per ora i 5S, la cui posizione era però favorevole alla proroga del blocco per tutti, tanto che il forse -leader Conte aveva alzato inutilmente il telefono per chiederla al successore subentrato a Palazzo Chigi. Significativamente, il ministro Orlando è più cauto del suo segretario: «La discussione sui licenziamenti è andata nella direzione giusta». Parole scelte per far capire che l'orientamento, cioè la proroga selettiva, va bene ma la selezione ancora no. In realtà Orlando, come Speranza e Patuanelli, avrebbe preferito una formula ben diversa: quella della proroga trasversale per le aziende che nel corso della pandemia hanno fatto maggiormente ricorso alla cassa integrazione. Se misurata su un lasso di tempo ampio, non gli ultimi mesi ma l'ultimo anno, la selettività avrebbe così riguardato davvero un ventaglio ampio di aziende sul punto di inviare le lettere di licenziamento. Inoltre si sarebbe affermato un criterio giusto, quello per cui le aziende che hanno potuto reggere la crisi solo grazie all'aiuto dello Stato non possono poi, al momento della ripresa, passare ai licenziamenti come se nulla fosse. I sindacati probabilmente non si sarebbero comunque detti soddisfatti, avendo scelto come linea del Piave la proroga per tutti ma, con discrezione, ammettevano ieri, prima della doccia fredda partita dalla cabina di regia, che si sarebbe trattato di un passo avanti molto importante. Invece non è neppure chiaro se la proposta alternativa che ieri mattina sembrava sicura sia stata discussa nella riunione di ieri pomeriggio. I partiti della ex maggioranza di Conte erano tutti e tre favorevoli ad allargare le maglie della selezione per settore. Fi, che nel pomeriggio aveva incontrato i sindacati, era possibilista. A fare muro sono state la Lega con Giorgetti, Italia viva con Bonetti e sopra tutto lo stesso Draghi e il ministro dell'Economia Franco, fermi sulla restrizione rigida della proroga del blocco. L'ultima mano si giocherà dunque tra oggi e domani, tra l'incontro con i sindacati e la riunione del Consiglio dei Ministri che dovrebbe varare domani, nell'ultimo giorno utile, le proroghe. È una partita molto più rischiosa di quanto i commenti ufficiali non mostrino. Perché difficilmente i sindacati potranno accettare una soluzione così lontana dalle loro richieste ma altrettanto difficile sarebbe per il Pd reggere un conflitto frontale con la Cgil. Il ministro del lavoro Andrea Orlando è stato contestato ieri da un gruppo di operai Fiom dell'ex Ilva di Cornigliano (Genova) all'entrata e all'uscita dal consiglio di fabbrica dove si è svolto un incontro con la Rsu. Non ha partecipato la Fiom perché ha giudicato l'incontro «tardivo» perché la cassa integrazione è già iniziata. Orlando ha risposto che «bisogna rispondere con i fatti» e che il governo «intende investire sull'acciaio». In attesa dell'incontro al Ministero per lo sviluppo economico (Mise) a Arcelor Mittal, futuro partner di Invitalia in Acciaierie d'Italia, «ho chiesto all'azienda di soprassedere alla Cig ma ha detto no» ha rivelato Orlando. «È evidente - ha aggiunto il Ministro del Lavoro - che tra le priorità della proprietà attuale non c'è quella di far diminuire la tensione sociale». In giornata il presidente del Consiglio Mario Draghi, in colloquio telefonico con Orlando, avrebbe assicurato la volontà del governo di accelerare la formazione della nuova azienda partecipata dallo Stato tramite Invitalia. Tuttavia ieri i sindacati non si sono detti soddisfatti dall'esito della riunione. La Cisl ha chiesto un nuovo inizio altrimenti «trarremo conclusioni». La Camera del Lavoro ricorda che è ora di «vedere i fatti concreti». In attesa di ricevere la lettera della Cig, gli operai sono in stato di agitazione dichiarata fino all'8 luglio».

BERLUSCONI RILANCIA IL CDU ITALIANO

Silvio Berlusconi con un’intervista a Tommaso Labate del Corriere insiste sul progetto del partito unico di centro destra. Che vorrebbe chiamare CDU, la stessa sigla della storica democrazia cristiana tedesca:

«Presidente Berlusconi, il partito unico del centrodestra, secondo lei, diverrà realtà prima della fine dell'anno? «Per la verità nessuno ha mai parlato della fine dell'anno. Come orizzonte temporale realistico ho indicato le elezioni del 2023. Nel frattempo, ovviamente, Forza Italia va avanti - fin dalle prossime amministrative - con il suo simbolo, con le sue bandiere, con le sue liste. I nostri ministri e i nostri parlamentari continuano l'ottimo lavoro che stanno svolgendo. È grazie all'apporto di idee di Forza Italia che il governo sta ottenendo i suoi migliori risultati. Il partito unico non è una "fusione fredda" imposta dall'alto, che si possa realizzare in poche settimane. Anzi, dobbiamo fare il contrario: un grande lavoro che coinvolga i militanti, gli eletti e soprattutto l'opinione pubblica di centrodestra, le categorie, donne e uomini della società civile vicini alle idee, ai valori e ai legittimi interessi che noi rappresentiamo. Solo così, da un grande lavoro sulle idee, sui programmi e sulle regole, può nascere per gradi un'aggregazione nella quale le diverse soggettività siano esaltate, non annullate. Negli Stati Uniti il Partito Repubblicano e quello Democratico ospitano al loro interno sensibilità diverse. Donald Trump ha una cultura e un linguaggio molto diversi dal mio amico George Bush, il presidente Biden esprime una linea molto differente da Bernie Sanders o da Alexandria Ocasio-Cortez». Le voci che danno lei come possibile presidente e Salvini come segretario indicano una strada percorribile? «Questo è davvero l'ultimo dei problemi. Significa partire dalla fine del processo e non dall'inizio. Tenga comunque conto che la mia proposta è rivolta sia a Matteo Salvini che a Giorgia Meloni e alle altre forze di centrodestra». Il Centrodestra italiano è un buon nome? «Ha il pregio della chiarezza, e il richiamo all'Italia, il Paese che amiamo, mi pare utile. Non mi dispiace neppure Centrodestra Unito, la cui sigla, Cdu, avrebbe il pregio di richiamare quello che per noi è un modello di riferimento, i nostri partner tedeschi nel Partito popolare europeo. Il centro-destra ha bisogno di un forte aggancio ai principi liberali, cristiani, europeisti, garantisti che noi di Forza Italia rappresentiamo. Sono i valori del Ppe, ai quali non rinunceremo mai. Del resto, i partiti espressione del Ppe stanno tornando a vincere in tutt' Europa, proprio ieri in Francia alle regionali, poche settimane fa a Madrid e in Germania, presto accadrà anche in Italia». 

Paolo Mieli intervistato da Stefano Zurlo sul Giornale promuove l’idea del partito unico, anche se ha un’idea curiosa della leadership.

«La mossa ci può stare. «Il partito unico può andare bene, ma bisogna sapere che il centrodestra ha una malattia che lo perseguita da sempre» Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della sera, saggista e storico, sorride ironico: «I leader della destra si sono fatti tutti tentare dalle sirene della sinistra post-comunista». Da destra a sinistra e mai il contrario: come è questa storia? «Si solletica l'ambizione, ti sdoganano e ti incensano, ti offrono scranni e velluti. Non c'è partito unico che tenga». Risultato? «C'è sempre un numero due, e forse pure un numero tre, pronto a segare l'albero da cui il numero uno dirige le operazioni». I nomi? «L'elenco è sterminato: Dini, Follini, Casini, Alfano, Lorenzin, pure Bossi per un certo periodo cedette». La stessa sindrome colpirà Meloni, o a parti inverse, Salvini? «Non lo so, ma la malattia pare insuperabile e le ricadute non si contano». Quindi? «Io mi vaccinerei». Come? «Io consegnerei anche nella prossima legislatura le chiavi di Palazzo Chigi a Draghi o al premier draghiano che verrà dopo di lui». Ma è un'abdicazione? «No, è l'unico modo per preservare la coalizione e metterla al riparo da fughe, defezioni, scissioni. Si potrebbe dire che il centrodestra è patriottico e appunto per il bene del Paese decide di non chiedere la poltrona di presidente del Consiglio. Diciamo che si andrà avanti così finché ci sarà anche un solo caso di Covid in Italia. Naturalmente, il governo in questione sarebbe più marcatamente di centrodestra e con molti ministri riconducibili a quell'area. Bene, io credo che in questo modo il centrodestra possa evitare i guai del passato». A proposito di guai, ecco la coppia Conte Grillo. Conte resiste. «Alza i toni ma non è una rottura». Sono condannati a stare insieme? «Per forza. Conte non se ne può andare. Anche se delegittimato dalle dure parole di Grillo. Da quelle parole non si torna indietro: Grillo, l'imprevedibile per definizione, ha assestato feroci gomitate a Conte». Ma Conte gode di consensi nel Paese. Dovesse scartare, avrebbe un gruzzolo personale consistente. Potrebbe tentare l'avventura del suo Movimento 5 Stelle? «Se è così, perché non l'ha fatto prima? Io ho i miei dubbi sul valore dei sondaggi che girano e un giorno premiano un partito, il giorno dopo un altro. La verità è che i 5 Stelle senza Grillo non esistono. Già nel nome: infatti li chiamiamo grillini. Persino Salvini che aveva la sua popolarità non ha mai divorziato da Bossi anche se i suoi seguaci non si sono mai chiamati bossiani ma leghisti».

A proposito di Lega, anche Matteo Salvini è tornato a dire la sua sul partito unico di centro destra e lo ha fatto con La Stampa.

«Il partito unico del centrodestra è un progetto archiviato? «Non è all'ordine del giorno, come la vittoria della Champions da parte del Milan, di certo non l'anno prossimo. Il partito unico non è una cosa che nasce a tavolino o in laboratorio. Partiamo dalla collaborazione sui temi, dalla giustizia al fisco. Proporrò a Berlusconi una carta dei valori condivisi, da sottoporre a chi ci sta: libertà d'impresa, famiglia, innovazione, ambiente». La destra e il sovranismo vivono una fase di risacca in Europa: come valuta la sconfitta di Le Pen in Francia? «Del voto francese mi ha sconvolto soprattutto l'astensione, con quei numeri chiunque vinca non ha davvero vinto. Comunque, se non ha vinto Le Pen, di certo nemmeno il presidente Macron. In Italia spero non avvenga nulla di simile alle prossime amministrative di ottobre, serve una grande partecipazione». L'impressione è che voi non vogliate vincerle, le elezioni, presentando candidati sconosciuti. «Non è così, non serve mica un calciatore o un cantante, il Pd ha scelto ministri trombati: il confronto sarà tra candidati del centrodestra unito e altri candidati divisi. Ci saranno i ballottaggi, spero non a Torino dove con Damilano possiamo vincere al primo turno, e vedremo. I candidati li faremo conoscere, l'importante sono i progetti che ci sono dietro». 

VACCINI PER TUTTI. BLINKEN VEDE IL PAPA, DRAGHI E MATTARELLA

Il “ministro degli Esteri” di Biden ha incontrato ieri a Roma Papa Francesco, il presidente del Consiglio Draghi e il capo dello Stato Mattarella. La cronaca di Marco Iasevoli per Avvenire.

«Gli incontri con Mario Draghi e Sergio Mattarella per blindare il nuovo corso dei rapporti Ue-Usa e la nuova stagione del multilateralismo. L'udienza da papa Francesco per allargare lo sguardo alle ferite del mondo e al dramma delle migrazioni. E in comune, nei faccia a faccia al Quirinale e in Vaticano, il forte monito del capo dello Stato italiano e del Pontefice perché Ue e Usa insieme assumano la guida morale del piano di vaccinazione globale. La giornata romana del segretario di Stato americano Antony John Blinken è andata quindi oltre la ministeriale anti-Daesh e si è caratterizzata per incontri ai massimi livelli istituzionali. In mattinata l'incontro con papa Francesco. Al centro dei 40 minuti di faccia a faccia, riferisce Ned Price, portavoce di Blinken, il dossier cinese, le crisi umanitarie in Libano, Siria, Tigray e Venezuela. Blinken spiega Price «ha riaffermato l'impegno degli Stati Uniti a lavorare a stretto contatto con la Santa Sede per affrontare le sfide globali e i bisogni dei meno fortunati e dei più vulnerabili del mondo, inclusi rifugiati e migranti». Raccontando poi in modo meno formale l'incontro con papa Francesco, Blinken ha parlato di un faccia a faccia «per me memorabile», «caloroso e gratificante». Il segretario di Stato Usa ha poi ringraziato su Twitter il Santo Padre «per la sua leadership e il suo impegno nell'affrontare la crisi climatica e la promozione dei diritti umani e della dignità umana nel mondo». Per il Vaticano, il direttore della sala stampa Matteo Bruni ha confermato che l'incontro con Blinken, durato circa 40 minuti, si è svolto in un «clima cordiale» ed è stato l'occasione, per papa Francesco, di ricordare il viaggio compiuto nel 2015 ed «esprimere il suo affetto e la sua attenzione al popolo degli Stati uniti d'America». La visita in Vaticano ha incluso anche incontri con il segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Parolin, e con il segretario per i Rapporti con gli Stati, l'arcivescovo Gallagher. Blinken - riferiscono fonti Usa - ha sottolineato gli sforzi comuni per promuovere la libertà religiosa e combattere la tratta di esseri umani. E ha ribadito il sostegno di Washington in favore di un ritorno alla democrazia in Venezuela. Tra i dossier, anche quello bielorusso. Oltre a una approfondita discussione sui diritti umani e sulla libertà religiosa in Cina. Nel pomeriggio Blinken è stato a Palazzo Chigi, ricevuto da Mario Draghi. Asciutta la nota della Presidenza del Consiglio: nell'incontro, si spiega, sono stati discussi i rapporti bilaterali nel più ampio quadro delle relazioni transatlantiche e l'esigenza di dare seguiti concreti al rinnovato clima di forte sintonia e collaborazione fra l'Ue e gli Usa. Sono state approfondite continua Palazzo Chigi - le principali sfide globali e sistemiche, quali la lotta alla pandemia, il rilancio economico e sociale e il contrasto ai cambiamenti climatici, nonché le più importanti crisi internazionali, con specifica attenzione all'instabilità nella regione mediterranea e alla Libia. Ma è al Quirinale che il quadro generale tratteggiato da Draghi e Blinken assume 'nomi e cognomi' precisi. Mattarella ha espresso soddisfazione per la fase di rilancio della collaborazione transatlantica e della ritrovata piena sintonia tra l'agenda Ue e quella Usa. «Si rafforza la convinzione - dice Mattarella - che Alleanza atlantica e integrazione europea siano pilastri non separabili dal punto di vista italiano, per un efficace contributo alla comunità internazionale». Da Mattarella anche un plauso al «buon senso» dimostrato da Ue e Usa su contenziosi come quello Airbus- Boeing, un metodo da replicare per arrivare, in sede Ocse, alla tassazione dei proventi dei giganti digitali. Mattarella ha molto insistito sulla Libia come «punto centrale per gli equilibri del Mediterraneo e per la politica estera e di sicurezza dell'Italia». E ha infine rilanciato il medesimo monito vaticano perché «Ue e Usa assumano la guida nella lotta alla pandemia, per offrire in maniera disinteressata alla comunità internazionale strumenti validi a tutela della salute di tutti i popoli».

La Repubblica, con il direttore Maurizio Molinari, ha intervistato proprio il Segretario di Stato Usa Tony Blinken.

«Nella conversazione che segue Blinken alza il velo su alcuni dettagli di questi duelli globali: con Pechino il terreno sono le «nuove regole per la tecnologia» e a Putin «abbiamo chiesto di bloccare gli hacker che ci attaccano». Mentre dalla Libia «presto vedremo l'inizio del ritiro delle truppe russe e turche». È il ritorno dell'America sulla scena internazionale, con due partner che Blinken considera strategici, anche se per ragioni diverse: Italia e Santa Sede. Segretario Blinken, lei ha più volte sottolineato l'importanza per gli alleati di affrontare assieme problemi comuni come la pandemia, i cambiamenti climatici e le diseguaglianze. A che punto è questo processo e dove può portare le democrazie? «Credo che questo processo stia già dando importanti risultati. Guardiamo a che cosa è avvenuto solo nelle ultime settimane: al G7, alla Nato, al summit Ue-Usa. Al G7 le democrazie si sono unite sul Covid per fornire un miliardo di dosi di vaccini a più Paesi in tutto il mondo che ne hanno bisogno. E senza chiedere favori in cambio, come invece altri stanno facendo. Al G7 ci siamo uniti anche contro il riscaldamento globale, impegnandoci a non finanziare impianti a carbone, la maggiore fonte di emissioni nocive. E abbiamo varato un piano per investire nei Paesi a reddito medio e basso per ricostruire le infrastrutture, rispettando trasparenza, ambiente e diritto al lavoro. Si tratta di risultati concreti come lo è anche l'intesa sulla "corporate minimum tax" del 15 per cento, che è destinata ad essere uno strumento molto potente». Che cosa dimostrano questi accordi ottenuti in pochi mesi? «Dimostrano che le democrazie possono ottenere risultati importanti, per i loro abitanti e per quelli che vivono in altri Paesi». Perché è così importante? «Perché le autocrazie ci dicono che le democrazie non possono riuscire. Sono inefficienti, incapaci di ottenere risultati. Soltanto con il G7 abbiamo dimostrato che si sbagliano. La Nato e il summit Usa-Ue lo hanno ulteriormente confermato». Parlando di autocrazie. Il summit della Nato ha definito la Cina una "minaccia strategica". Come è possibile per gli alleati riuscire a contenerla o ridurla? «È importante comprendere che la Cina è la nazione più complicata con cui abbiamo a che fare nelle nostre relazioni. Ci sono terreni sui quali è avversaria, altri sui quali è un rivale ed altri ancora sui quali invece è un partner. Non c'è una singola parola che può definire questo tipo di relazioni. Gli Stati Uniti rispettano il fatto che altri Paesi hanno relazioni diversificate con la Cina. Non chiediamo a nessuno di scegliere fra noi e la Cina. È però vero che quando abbiamo a che fare con la Cina - come avversario, rivale o partner - siamo molto più efficaci se agiamo assieme. Questa è stata la convergenza fra i summit G7, Nato e Usa-Ue». Qual è il punto cruciale dell'intesa Usa-Ue sulla Cina? «In particolare al summit Usa-Ue abbiamo deciso di cooperare più strettamente su commercio e tecnologia, incluso quando si tratta di decidere norme e standard perché è in corso una grande competizione proprio su questi temi: stabilire le regole sull'uso delle tecnologie che modificano le nostre vite. La Cina vuole riuscirci, noi vogliamo che tali norme riflettano i nostri valori». Negli ultimi anni la Cina ha tentato con grande energia di diventare protagonista delle telecomunicazioni in Italia, come anche di avere porti marittimi. Considerate l'Italia un terreno di scontro fra l'Occidente e la Cina? «L'Italia ha fatto un lavoro cruciale per proteggere il proprio network 5G dalla partecipazione di "venditori inaffidabili". La vostra legislazione su questo tema è di grande valore. Al tempo stesso è molto importante che quando arrivano investimenti da altri Paesi si effettuino i controlli necessari sulla loro origine. Soprattutto tenendo presenti le esigenze della sicurezza nazionale, dell'Italia come di altri Paesi». E sull'hi-tech? «Quando si tratta di tecnologia la soluzione migliore non è semplicemente alzare dei muri attorno a tutto, ma agire assieme per difendere come serve ciò su cui si concentrano i nostri timori. Assicurando però che commercio e investimenti continuino». Molti degli attacchi cyber che raggiungono l'Europa, ed anche l'Italia, vengono da "attori russi". Come è possibile difenderci meglio? «Quando il presidente Biden ha incontrato il presidente Putin a Ginevra, questo è stato uno dei temi principali. Noi siamo stati di recente colpiti da un grande attacco cyber a fini di ricatto - contro un nostro oleodotto nella Costa Orientale - proveniente non da un Paese, ma da un gruppo criminale. I responsabili di questo attacco vivono in Russia. Alla Russia dunque abbiamo detto che nessuno Stato responsabile può ospitare o dare rifugio ad associazioni criminali responsabili di attacchi cyber a fini di ricatto». Che cosa vi aspettate da Putin? «Ci aspettiamo che la Russia agisca per evitare che questi attacchi cyber possano ripetersi. Al tempo stesso vi sono infrastrutture di interesse strategico - acqua, elettricità, trasporti pubblici - che devono essere protette da attacchi cyber. Lo abbiamo detto chiaramente a Putin. Vedremo se vi saranno dei risultati. Più in generale, come Biden ha detto al capo del Cremlino, ci auguriamo di avere con la Russia una relazione più stabile e proficua. Possiamo lavorare assieme su temi strategici come il controllo degli armamenti, il cyber, le crisi regionali. Ma se la Russia continuerà ad aggredirci, o ad agire come ha fatto con gli attacchi SolarWind, le intrusioni nelle nostre elezioni e l'aggressione a Navalnyj, allora risponderemo. Non perché vogliamo conflitti, ma perché abbiamo a cuore i nostri valori e principi. Sta alla Russia decidere». Il summit Nato ha espresso sostegno al processo politico in Libia in vista delle elezioni, chiedendo a tutte le truppe straniere di lasciare il Paese. Ma se Russia e Turchia non dovessero farlo, che cosa farà l'Alleanza? «L'incontro a Berlino sulla Libia è stato positivo. C'è un forte consenso su due punti: la necessità di far svolgere il voto il 24 dicembre - per eleggere il Parlamento e il presidente - al fine di avere una base di legittimità per il governo; le truppe straniere devono andarsene in applicazione delle decisioni Onu. Il consenso internazionale su questi aspetti è molto forte e non può essere ignorato da Stati che hanno in Libia forze regolari o irregolari, incluse Russia e Turchia. Glielo abbiamo detto direttamente». Crede davvero che Mosca e Ankara ritireranno le truppe? «Credo che inizieremo presto a vedere il processo di ritiro delle forze straniere. Non sarà immediato e prenderà tempo. Ma credo che avrà luogo».

CONTRO IL DAESH LA NATO SI RIUNISCE A ROMA

Ieri giornata strategica per la Capitale. Maurizio Caprara per il Corriere ha intervistato il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, a Roma per un vertice sull’Isis, anche detto, all’araba, Daesh.

«Daesh (dizione araba per Isis ndr) è a terra, ma non ancora fuori combattimento», dice il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg in questa intervista. L'ex primo ministro norvegese ha rappresentato l'alleanza politico-militare dell'Atlantico del Nord nell'incontro tra ministri degli Esteri della coalizione internazionale che contrasta lo Stato Islamico, riuniti ieri nella Fiera di Roma. (…) Su quali forze può contare oggi lo Stato Islamico? «In Iraq e Siria ha perso il controllo del territorio. Un grande risultato a cui gli alleati della Nato, la coalizione nata nel 2014 e altri hanno contribuito. Ma Daesh c'è. In Iraq e Siria agisce in clandestinità. In Africa e altrove cerca di controllare zone. Daesh è a terra, ma non ancora fuori gioco. Dunque dobbiamo continuare lo sforzo volto a ridurre la sua capacità di organizzare attività e propaganda, e lo facciamo». Quali nuove azioni sta compiendo o compirà la Nato in Africa contro Daesh? «La settimana scorsa una nostra delegazione ha visitato la Mauritania per intensificare il partenariato, appoggiare unità speciali e aumentare la cooperazione con il G5 Sahel (forza congiunta istituita nel 2017 per fronteggiare espansioni di terrorismo da Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, ndr ). Giorni fa la Nato ha firmato un accordo per garantire appoggio logistico alla Takuba task force (forza formata nel 2019 per assistere le forze maliane in coordinamento con altre del Sahel, ndr ). L'intesa riguarda forniture di carburante, acqua e servizi per le truppe. Un messaggio importante è stato dato al vertice della Nato in giugno a Bruxelles: l'Alleanza, compreso il presidente del Consiglio Mario Draghi, ha concordato l'Agenda 2030 e fa parte di questo aumentare le nostre capacità di addestramento in Iraq, rafforzare le istituzioni e sostenere la lotta al terrorismo in Medio Oriente, Nord Africa e Sahel». Mentre era in carica l'Amministrazione di Donald Trump e prima, Stati Uniti ed Europa hanno ridotto l'incisività della propria azione politica e per la sicurezza lasciando spazi vuoti nel Mediterraneo. In quei vuoti si sono dilatate presenza militare della Russia, penetrazione economica e influenza politica della Cina. Mosca adesso ha basi in Siria e di fatto in Libia. Infrastrutture dei Balcani e di Paesi europei come la Grecia sono in mano cinese. Che cosa può fare la Nato per recuperare gli spazi perduti? «Se noi non siamo presenti ci sarà facilmente qualche vuoto riempito da altri. Intorno a noi le presenze di Russia e Cina sono cresciute in vari modi. In termini militari, e, in particolare da parte della Cina, in investimenti in infrastrutture con ruoli delicati. La Cina ci viene vicino in Africa, nell'Artico. Per lo più a causa della sua ascesa assistiamo a un cambiamento nei rapporti di potere. Perciò i capi di Stato e di governo della Nato hanno tracciato una rotta su come rispondere a un mondo più competitivo. Rientrano in questo l'investire nella difesa, la resilienza, le tecnologie, il proteggere le infrastrutture come le discussioni recenti sul 5G (la quinta generazione di telefonia mobile sulla quale Pechino è all'avanguardia, ndr ) dimostrano». Non può essere un impegno soltanto militare. «Per favorire sviluppo di tecnologie e diminuire divari tra alleati stiamo preparando un nuovo strumento. Lo chiamiamo Defense Innovation Accelerator of the North Atlantic, Diana. Creerà una comunità transatlantica di innovazione: alleati e industrie lavoreranno con start-up, università e nuove generazioni di militari». Una rete più che un centro. «Un insieme di centri collegati, in Europa e America. Istituiremo un fondo per l'innovazione che possa sostenere start-up e lavorare su tecnologie a doppio uso. Una caratteristica della Nato per decenni è stata il nostro vantaggio tecnologico. Dobbiamo assicurarci che duri in un mondo nel quale specialmente la Cina investe pesantemente in nuove tecnologie aggressive, intelligenza artificiale, mobilità autonoma, droni. In passato tecnologie avanzate sono cresciute nel settore militare: Gps, Internet, nucleare sono stati sviluppati da entità di difesa di proprietà degli Stati. Oggi ci sono tecnologie dirompenti sviluppate in campo privato. Diana aiuterà i privati a lavorare con i militari».

DESTRA CLASSICA IN FRANCIA. “CHIEDIAMO IN PRESTITO BERTRAND”

Come in una sessione di Fantacalcio applicata alla politica, nella sua Amaca per Repubblica, Michele Serra sogna di prendere “in prestito” il gollista Bertrand. Il leader della destra classica francese si è appena affermato nel secondo turno delle amministrative d’oltralpe. Battendo il populismo.

«Bisognerebbe chiedere in prestito alla Francia, anche solo per un paio di legislature, Xavier Bertrand, leader dei repubblicani, vincitore delle elezioni regionali. È precisamente il tipo di giocatore che ci manca, coprirebbe una zona del campo che da noi è scoperta: la destra democratica, europeista, antifascista. Marine Le Pen lo teme ben più della sinistra, quanto suo padre temeva Chirac. Il centrodestra, in Francia, è il primo argine contro la destra estrema, e lo è dai tempi di De Gaulle. Impossibile anche solo pensare a un'alleanza del centrodestra con il Front National, i cui candidati, fino a qui, si sono sempre trovati davanti un muro: il patto repubblicano tra gollisti, centristi e sinistra. Quando si vedono, qui da noi, i sedicenti liberali di Forza Italia spalla a spalla con Meloni e Salvini, si vede un triste unicum della politica europea. Alla jattura di due partiti sovranisti (doppione assurdo, oltre che mortificante) si aggiunge la gracilità storica dei nostri liberali. Per fare un Bertrand, non basterebbe che Carfagna, Calenda e Toti si mettessero insieme. Ma potrebbero almeno provarci, chi rompendo il patto scellerato con neofascisti e sovranisti (Carfagna e Toti), chi facendo outing come liberale di centro (Calenda), e lanciando un solenne appello all'elettorato moderato. Bisognerebbe poi che il Salvini andasse a fare il vice di Meloni, che sarebbe la sua corretta collocazione, e il cosiddetto leghismo di governo (Giorgetti) si avvicinasse al centro moderato. Vorrebbe dire, per tutti tranne che per i fascisti, addormentarsi tranquilli la sera delle elezioni: chiunque vinca, vincerebbe la Repubblica. Ma è solo un sogno, solo un gioco, come il Fantacalcio».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana   https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.