Crescita e taglio delle tasse

Presentata la manovra del Governo. L'obiettivo è la crescita e gli incentivi sono tutti per lavoro e imprese. Resta il Reddito, limati i Bonus. Rottura tra Letta e Renzi. Biden a Roma, oggi dal Papa

Manovra con un taglio non piccolo delle tasse, alla fine 12 miliardi, che dovrebbe soprattutto beneficiare le imprese e il lavoro. La filosofia della legge di Bilancio approvata ieri dal Consiglio dei Ministri e presentata da Draghi è infatti tutta protesa a favorire la crescita del Paese. Il Reddito di cittadinanza viene rifinanziato ma si mettono misure anti furbetti e per migliorarne il funzionamento ai fini dell’occupazione. In genere sui bonus e sul 110 per cento c’è una correzione di rotta. Insomma è ancora una manovra molto “draghiana”, nonostante le trattative coi partiti e i sindacati. Vedremo se ci sarà uno sciopero generale e soprattutto che cosa accadrà in Parlamento con le modifiche.

Il mondo politico è ancora molto agitato dopo lo stop al Ddl Zan. A sinistra soprattutto Enrico Letta non ha nascosto la sua delusione nei confronti di Matteo Renzi, fino all’altro ieri comunque considerato interlocutore in una possibile alleanza di centro sinistra, il nuovo Ulivo. Al punto di annunciare un incontro con lui a breve dopo il pranzo con Giuseppe Conte. Ma davvero il Pd può dire: mai più con Italia Viva? Il Foglio intervista il senatore Zanda, che invita a essere più prudenti. Nel centro destra nuova tappa ieri della normalizzazione berlusconiana, con la riunione dei partiti che partecipano al governo, ministri compresi. Mentre nei 5 Stelle ci sono ancora molte tensioni per i primi passi di Conte come leader del Movimento.

L’archiviazione del Ddl Zan lascia l’amaro in bocca, non solo agli attivisti per i diritti e alle varie associazioni  di LGBT militanti (anche se non tutti erano favorevoli al testo di legge approvato alla Camera come ricorda Angelo Pezzana su Repubblica di oggi), non solo per le grida da stadio al Senato, ma per il mancato confronto su temi tanto importanti nei media e nella politica. È sembrato tutto ridotto ad un gioco tattico. Con relativi scambi di accuse fra i vari Letta e Renzi. Per mesi, e chi segue la Versione di Banfi lo sa bene, abbiamo cercato sui giornali tracce di una discussione che è anche culturale e ideologica. Una discussione, un confronto che sarebbe stati necessari, per così dire a monte del testo legislativo. E che, a parte gli sforzi di Avvenire, che però scontava l’etichetta di giornale dei Vescovi, quindi parte in causa, e salvo un paio di commenti di femministe sul Corriere della Sera, non ha visto nulla. Oggi il costituzionalista Carlo Galli scrive un commento su Repubblica dove mette esattamente a fuoco la questione. Non c’è stato nessun confronto  vero, nessuna contaminazione democratica, nessuna mediazione fra posizioni culturali e ideologiche diverse. È stato ridotto tutto alla tattica parlamentare da un parte e allo scontro fra tifosi: il leghista reazionario Pillon da una parte e Fedez dall’altra. Comunque la pensiate, la nostra democrazia, la nostra politica meritano di più.

Inizia il G20 a Roma e alla vigilia Joe Biden incontra oggi il Papa. Stasera ci sarà la cena da Mattarella al Quirinale dei capi di Stato e di governo. Massimo Gaggi sul Corriere avverte che il vertice all’Eur ha già scatenato i dubbi politicamente corretti del Washington Post: che cosa dirà la cancel culture americana sul quartiere romano voluto dal Duce e progettato sotto il fascismo, diventato sfondo del summit? Si parlerà di clima fra i Grandi della terra e, si spera, di vaccini per tutti. Domenica sera inizia la Cop26 di Glasgow, la Cina ha preparato un “libro bianco” sui suoi propositi. Segnalo ancora, fra i temi internazionali, il commento di Danilo Taino sul Corriere che sostiene: la Ue non può perdere la Polonia.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

La manovra di bilancio domina le prime pagine. Il Corriere della Sera mette tra virgolette l’annuncio di Draghi: «Tagli alle tasse per 12 miliardi». Avvenire sceglie una metafora meccanica: Manovra d’avvio. Il Domani nota la scontentezza di Cgil, Cisl e Uil: La pioggia di miliardi di Draghi accontenta tutti tranne i sindacati. Il Fatto biasima i tagli alle tasse delle imprese e i finanziamenti agli enti locali: Reddito a Confindustria e aumenti a sindaci & C. Il Quotidiano Nazionale è didascalico: Tasse, pensioni, bonus: guida alle novità. Il Mattino è ottimista: La manovra per il rilancio. Il Messaggero più cauto: Reddito, l’ora dei controlli. Taglio delle tasse sul lavoro. Il Sole 24 Ore appare soddisfatto: Draghi: «Una manovra per la crescita». Via a Quota 102, tagli fiscali e superbonus. Anche Repubblica va sul positivo: Tasse, 12 miliardi di tagli per tornare a crescere. La Stampa resta sul taglio al fisco: Draghi: Giù le tasse per 12 miliardi. La Verità immette il tema Covid: Emergenza finita, ma solo per il fisco. Libero è molto tiepido: La manovra di Draghi. Un po’ meno tasse. Sul dopo bocciatura del Ddl Zan vanno Il Giornale: Il rancore di Letta e Il Manifesto che ripropone la foto della mancata stretta di mano fra Renzi e Letta al tempo del cambio di governo: La rotta del colle.

IL GOVERNO VARA LA MANOVRA DI BILANCIO

Il Consiglio dei Ministri ha approvato la manovra di bilancio. Draghi spiega nella conferenza stampa che le tasse saranno ridotte di 12 miliardi e la crescita andrà oltre il 6%. Marco Galluzzo sul Corriere.

«Il governo ha appena approvato la manovra di bilancio, il presidente del Consiglio si sposta nella sala della conferenza stampa. Alla fine c'è un momento di leggerezza, non programmato: un cronista chiede al premier se il ministro Daniele Franco andrà al suo posto a Palazzo Chigi, l'anno prossimo. Draghi scoppia in una fragorosa risata, poi sussurra, andando via, «deciderà il Parlamento». Secondo un'altra versione, a seconda di chi è riuscito ad orecchiare, «deciderà lui....». Nel frattempo, lo stesso Franco, si schermisce e fa visibilmente di no con la mano. Poco prima il Consiglio dei ministri si è concluso con un applauso. Il ministro Renato Brunetta enfatizza il dato del Pil, che quest' anno crescerà oltre il 6%, e tutti i ministri apprezzano le sue parole. Mario Draghi invece minimizza: «Andremo ben oltre il 6%, ma assorbiamo anche questa notizia e andiamo avanti». L'illustrazione della manovra da parte di Mario Draghi, con a fianco il ministro dell'Economia e il ministro del Lavoro Andrea Orlando dura oltre un'ora. I punti chiave che Draghi sottolinea è che si tratta di una «manovra espansiva, in cui si migliora la spesa sociale, anche perché non esiste buona crescita senza coesione sociale». A sorpresa rivela che la posta per la riduzione delle imposte è di 12 e non di 8 miliardi, che «nel triennio 2022-2024 ci saranno quasi 40 miliardi di riduzione delle tasse», mentre per gli investimenti di raggiungerà una cifra inedita, «saranno 540 miliardi di euro nei prossimi 15 anni, considerando sia le risorse del Piano nazionale di riforme, sia i fondi già stanziati sia quelli di questa legge di bilancio». Sulla destinazione precisa del taglio fiscale il governo deciderà insieme al Parlamento e alle parti sociali. La parola crescita, relativa al Prodotto interno lordo, è quella che Mario Draghi pronuncia di più in conferenza stampa: «È un momento per l'Italia molto favorevole, dobbiamo essere capaci di mantenere questa crescita anche negli anni a venire. Gli ultimi due trimestri sono stati notevoli, il quarto si preannuncia egualmente positivo. L'Italia cresce molto ora, ma questa legge di Bilancio non assicura che questa crescita continui in futuro, dovranno essere gli italiani a contribuire, ma oggi si gettano le basi perché continui a un livello piu alto e sia anche più equa». Un elemento e una riflessione che ha ricadute anche su altri dati economici: «Dal problema delle pensioni così come dal problema del debito pubblico si esce solo crescendo molto. E questo è lo spirito di questa legge». Una delle misure più importanti del provvedimento è la revisione del meccanismo del Reddito di cittadinanza. In Consiglio dei ministri il tema è stato dibattuto dai ministri dei Cinque Stelle, l'ex premier Giuseppe Conte ha telefonato a Draghi per difendere l'impianto originario. Le parole del presidente del Consiglio davanti ai cronisti raccontano comunque che l'intervento del governo è molto incisivo: si perderà il diritto al reddito se si rifiuterà la seconda offerta di lavoro, e non c'è dubbio che «condivido il principio del Reddito di cittadinanza, ma bisogna che abbia un'applicazione che sia esente da abusi e non sia da intralcio al funzionamento del mercato del lavoro. Sul decalage ci stiamo ancora ragionando. È chiaro che il sistema precedente non ha funzionato. È stato un disincentivo al funzionamento del mercato del lavoro, almeno "in bianco", in tanti casi invece ha incentivato il lavoro in nero, associato a quello che non è stato pensato come un sussidio. Quindi i controlli saranno diversi e molto più precisi, anche ex ante». La decisione presa sulla pensioni, con lo stop a quota 100 e un anno di transizione verso il ritorno pieno al sistema contributivo, viene commentato così dal capo del governo: «Il nostro impegno è tornare al contributivo. Quota 100 finisce quest' anno e la nuova misura prevede una transizione a quota 102, con 38 anni di contributi e 64 anni di età, e abbiamo rafforzato Opzione donna e Ape social». Ma per il dopo «il governo - ha aggiunto Draghi - è disponibile ad confronto intenso con le parti sociali» e con il Parlamento «perché l'obiettivo - ha ribadito - è il pieno ritorno al contributivo che è la scatola dentro cui tante cose si possono aggiustare, come ad esempio recuperare al lavoro chi ne è uscito e si trova in nero. Il tasso di occupazione è basso e le misure prese sono proprio per far entrare nel mondo del lavoro i giovani e anche i vecchi andati in pensione che vorrebbero lavorare, e bisogna fare in modo che lo facciano senza essere puniti». Ma quale sarà il cardine del nuovo sistema, a che età si potrà andare in pensione dal 2023, è la domanda che rivolge un giornalista: «Non glielo posso dire perché sarà il frutto delle interlocuzioni e degli scambi che avremo nelle prossime settimane ma anche di un conto che si sta facendo. Perché il contributivo torni nei conti occorre che l'età sia fissata. Al momento non glielo so dire, spero tra qualche settimana». In ogni caso, sulla possibilità che i sindacati facciano uno sciopero generale, Draghi sdrammatizza: «Io non mi a aspetto uno sciopero generale, data anche l'apertura del governo al confronto con le parte sociali, ma la decisioni è in mano ai sindacati». Di sicuro «il governo non è rimasto traumatizzato dallo scontro con i sindacati, scontro che non è mai esistito». Draghi risponde ad una domanda anche sulla legge delega sulla Concorrenza, che non è inclusa nella manovra: «Siamo arrivati a questo punto pensando di presentare il ddl Concorrenza oggi insieme alla legge di Bilancio poi siamo stati oberati da tante cose, domani c'è il G20, e ci sono state diverse perplessità, anche condivisibili, su diversi punti della legge. È stata una mia decisione: la presenteremo giovedì prossimo, ci sono questioni molto complesse e molto tecniche. Meglio farla bene e con l'ok unanime del Consiglio dei ministri giovedì prossimo». Una delle riflessioni in corso riguarda anche se intervenire o meno, superando la contrarietà della Lega, sulle concessioni balneari: «Su questo punto ci stiamo pensando». Infine, anche se non è oggetto nella manovra, si discute del dossier Mps. Qui Draghi lascia la parola a Franco: «Circa un anno fa il precedente governo ha richiesto al Mef di procedere alla dismissione di Mps, abbiamo contattato molti possibili soggetti, e l'unico interessato è sembrato Unicredit con la quale in estate abbiamo avviato una trattativa, ma siamo giunti ad un divario tra quello che Unicredit desiderava ottenere e ciò che eravamo disposti a dare». Ora la trattativa è sospesa, si chiederà più tempo alla Commissione europea, di sicuro, aggiunge Franco, «non siamo disposti a cedere la banca a qualsiasi prezzo».

Quali sono i contenuti della manovra? La sintesi del Sole 24 Ore, a cura di Gianni Trovati e Marco Rogari, è fatta di numeri: 8 miliardi alla riduzione delle tasse che salgono a 12 con i fondi a bollette, aggio e sconti. Altri 4 vanno alla sanità, 1, 5 a pensioni e Cig, 1 alla cultura. Agli investimenti 89 miliardi di cui 1,4 a Roma per il Giubileo.

«L'ultimo ritocco alla legge di bilancio, maturato direttamente nella riunione di governo che l'ha approvata con applauso finale dei ministri, ha stretto ulteriormente le maglie del reddito di cittadinanza. Che vedrà partire il decalage dell'assegno già dopo il rifiuto della prima offerta di lavoro, e non della seconda come scritto nelle bozze iniziali. Ma l'esame puntuale del testo, che ha richiesto più di tre ore al consiglio dei ministri, ha mosso le forbici anche sul capitolo dei bonus edilizi: in particolare portando subito al tramonto, a fine 2021, i meccanismi dello sconto in fattura e della cessione del credito con l'eccezione del Superbonus del 110%. Per il resto, non subisce grossi scossoni l'impianto di una manovra che nella sua versione finale viaggia a 30 miliardi, e fissa a 110 miliardi il tetto di emissioni nette di titoli del debito pubblico per il prossimo anno. Perché il governo ha tenuto il punto sul proprio progetto iniziale nonostante le tensioni che hanno percorso le cabine di regia e il confronto con i sindacati. Tensioni che spiegano anche il carattere ancora incompiuto di un pezzo importante della legge di bilancio. Una piccola battaglia post-consiglio arriva sulla destinazione delle mancate spese per il reddito di cittadinanza: il ministro per la Pa Renato Brunetta accoglie con soddisfazione un accordo per destinarle ai tagli fiscali negato però ai Cinque Stelle, secondo cui le risorse andranno agli ammortizzatori sociali. A questa voce è destinato anche il risparmio da cashback, che tramonta nonostante le richieste dell'ex premier Conte. Fra gli 8 miliardi per la riduzione del cuneo e gli stanziamenti per gli altri incentivi il capitolo fiscale vale 12 miliardi sul 2022 e 40 miliardi cumulati sul triennio, assorbendo quindi il 40% del valore della manovra. Ma la traduzione pratica di questo impegno resta affidata a una mediazione tutta da costruire fra governo e partiti, impossibilitata fin qui a farsi largo fra i negoziati su pensioni, reddito, bonus edilizi e ammortizzatori sociali. Il risultato sarà definito in un emendamento che il governo dovrebbe presentare nel corso dell'esame al Senato. L'identikit numerico della manovra è stato tracciato dal ministro dell'Economia Daniele Franco in conferenza stampa: l'elenco si apre appunto con gli 8 miliardi per il taglio delle tasse, e si snoda poi con 4 miliardi per la sanità (a metà fra fondo sanitario e vaccini e farmaci anti-Covid), 3 per il fondo di garanzia Pmi, 3 per gli ammortizzatori sociali, 2 per gli interventi contro il caro-bollette e 2 per gli investimenti pubblici, 1,5 per le pensioni e la Cig e altrettanti per gli incentivi alle imprese e gli enti territoriali, un miliardo aggiuntivo per il reddito di cittadinanza che pareggia le risorse 2021, un altro miliardo per la cultura e mezzo per istruzione e ricerca. Completano il quadro i fondi per il pubblico impiego (circa 870 milioni sul 2022) e quelli per il rifinanziamento delle spese indifferibili. Anche con le riduzioni e gli aggiustamenti che hanno cadenzato tutta la preparazione della manovra, sottolinea Franco, il peso dei bonus edilizi resta importante: in gioco per i prossimi tre anni ci sono 37 miliardi, 15 dei quali concentrati sul super-bonus del 110%. L'altro grande numero che domina l'orizzonte della manovra è quello degli investimenti. Il contatore segna 89 miliardi aggiuntivi dal 2022 al 2036, con una quota intorno al 20% riservata alle amministrazioni territoriali. Per loro arriva anche il rifinanziamento di Province e Città metropolitane, svuotate con molti problemi negli scorsi anni, e un nuovo aumento del fondo per il trasporto pubblico locale: 1,350 miliardi nel 2022-2026. Altri 1,5 miliardi vengono destinati al Giubileo per il 2022-26. Decisa anche l'accelerata sul fondo di sviluppo e coesione: viene incrementato di 23,5 miliardi, con 3 miliardi annui fino al 2028 e 2,5 miliardi per il 2029».

Nel retroscena di Tommaso Ciriaco di Repubblica la situazione si sblocca con la telefonata di Giuseppe Conte al suo successore a Palazzo Chigi.

«Nel salone del Consiglio dei ministri, litigano Renato Brunetta e Stefano Patuanelli sul reddito di cittadinanza. «Con questo meccanismo - attacca il capodelegazione del Movimento - provate a stanare gli abusi, ma rischiate di colpire chi ha bisogno di questo sostegno. Lo rendete troppo difficile. In alcuni casi è quasi impossibile ottenerlo». Contesta in particolare l'ipotesi di prevedere una contrazione dell'assegno dopo sei mesi, anche se nessun lavoro viene rifiutato dal disoccupato. È l'opzione preferita dal centrodestra. «Non scherziamo - si arrabbia il berlusconiano più vicino a Mario Draghi - questo è già un compromesso». Finirà con un'ulteriore limatura. Ma a costo di pesanti tensioni tra i grillini. È una delle tante faglie che si aprono e si richiudono durante quattr' ore di riunione a Palazzo Chigi. Il premier lascia fare soprattutto al suo ministro dell'Economia, anche se ogni tanto interviene per mettere un punto, sedare una rivolta, stroncare una speranza, accettare compromessi. Uno, quello appunto sul reddito, viene siglato dopo una telefonata con Giuseppe Conte pochi minuti prima della riunione di governo. Draghi sposa la posizione del Movimento, deludendo berlusconiani e leghisti. Ed è sempre durante lo stesso colloquio telefonico che il capo del Movimento accetta di capitolare sul Superbonus al 110% (pur sostenendo che la partita è ancora aperta) e sull'abolizione del cashback. È fuori dalla riunione del Consiglio dei ministri, invece, che la partita del reddito di cittadinanza genera le tensioni più aspre. E sono tutte interne al Movimento. Lo stato maggiore di Giuseppe Conte spara sulla manovra, la mette in discussione. Non solo per le novità sul reddito di cittadinanza, ma anche sul resto. I contiani sembrano mettere sostanzialmente in discussione l'atteggiamento dei ministri 5Stelle in Consiglio, giudicato evidentemente troppo remissivo. «Il governo uccide di fatto il Superbonus - attacca Riccardo Fraccaro, che di Conte è stato sottosegretario alla Presidenza - e con esso la ripresa economica». E lo stesso dice Michele Gubitosa, neo-vicepresidente del partito. La squadra di governo grillina, a dire il vero, al termine della cabina di regia di mercoledì aveva già chiarito con l'avvocato i margini di trattativa lasciati da Draghi: concreti quelli sul reddito (che infatti viene limato ulteriormente), assenti o quasi quelli sul superbonus, nonostante il sostegno di Forza Italia alla battaglia grillina. «La manovra - chiude il cerchio il ministro Federico D'Incà, rivendicando l'impegno in Cdm - ha una forte impronta dovuta al lavoro dei 5S». Il merito, però, conta relativamente. Si impone soprattutto la sensazione di un caos diffuso nel Movimento, che non sa scegliere tra lotta e governo. Alla fine, l'ex presidente del Consiglio prova a sedare a sera una rivolta che lui stesso ha favorito. Su Facebook rivendica l'azione della delegazione grillina, ma lancia un nuovo segnale ostile a Draghi: «Non è questo il governo politico dei nostri sogni, ma restiamo in trincea». Non solo di reddito, ovviamente, si dibatte. Un duello si consuma attorno al bonus cultura per i diciottenni. Si ipotizza di ridurlo da 500 a 300 euro. Il premier, inoltre, lo vorrebbe legato all'Isee, in modo da differenziare studenti che provengono da famiglie più o meno abbienti. Non è un approccio condiviso dai renziani. E si oppone Dario Franceschini. Il ministro discute con il premier, non è la prima volta e spesso è uscito sconfitto. Si spende per la misura, alla fine la spunta. A fine giornata, Draghi incassa un risultato non di poco conto: porta a casa senza troppi danni l'approvazione della manovra da parte del consiglio dei ministri. Allo stesso tempo, non lascia sponde politiche a chi, nel sindacato, prova a spingere per lo sciopero sulle pensioni. Resta ovviamente anche la sensazione di un quadro politico in rapida evoluzione. Le tensioni potrebbero trovare sfogo in Parlamento, in sede di conversione della legge di bilancio. Fino all'elezione del nuovo Capo dello Stato, il premier cercherà di correre senza troppo mediare. Consapevole, forse anche preoccupato da una finestra ormai stretta. Comunque vada lo scrutinio quirinalizio, cambierà tutto e nulla sarà più come prima».

Alessandro Sallusti su Libero è critico sull’aspetto degli incentivi edilizi. Misura a cui tengono 5 Stelle e Forza Italia.

«Ci vorrà tempo per districarsi tra i numeri della prima manovra finanziaria targata Mario Draghi e capirne gli effetti reali una volta, come si dice in questi casi, che sarà "messa a terra". Trenta miliardi sono tanti soldi, questo è certo, ma a occhio - forse pensioni a parte ma con tanta gradualità - non ci sono guizzi rivoluzionari: solo un po' meno reddito di cittadinanza, solo un po' meno tasse e qualche beffa. Tipo quella sul superbonus del 110 per cento per ristrutturare casa, una delle poche buone cose fatte dal governo precedente per rimettere in moto la filiera dell'edilizia che è motore dell'economia. Da ora sarà limitato ai condomini e ai proprietari di edifici monofamiliari a patti che i proprietari abbiano i Isee - parametro con cui si misura la ricchezza di una famiglia - inferiore ai 25 mila euro anno. Escludere dalla ristrutturazione agevolata le grandi o prestigiose ville - che presumono proprietari da redditi altrettanto grandi - è sicuramente cosa equa. Ma tagliare fuori dall'agevolazione milioni di italiani che fuori dai grandi centri urbani abitano casette modeste o vecchie dimore ereditate solo perché non sono poveri (una Isee di 25 mila euro si avvicina a tale definizione) è ingiusto e controproducente per loro e per l'economia. Anche perché se una famiglia - diciamo padre, madre e due figli - pur lavorando vive con duemila euro mese non penso che il suo primo pensiero sia quello dell'efficientamento energetico e neppure quello della sicurezza sismica della propria casa. Morale: al superbonus accederanno pochi coraggiosi e i soliti furbetti evasori, così il nostro patrimonio edilizio privato continuerà a deperirsi con le conseguenze che si possono immaginare. Perché è accaduto tutto ciò non lo so, penso perché i singoli proprietari di casa della classe media non sono una lobby e non hanno santi in paradiso a differenza dei grandi gruppi finanziari padroni di molti dei palazzi delle grandi città. Ai quali, ecco la beffa, sarà consentito rimettere a nuovo il proprio patrimonio a spese dello Stato. Peccato, poteva andare meglio».

IN PIAZZA E NON SOLO SUL DDL ZAN

Lo choc per la mancata approvazione del Ddl Zan è ancora forte nel mondo politico. Ieri manifestazioni in piazza un po’ in tutta Italia. Matteo Pucciarelli su Repubblica.

«Il day after della bocciatura in aula del ddl Zan è una lunga sequela di accuse e controaccuse nella politica di palazzo ma pure di proteste e nuove iniziative, fuori. A Milano ieri in 5 mila sono scesi in piazza contro lo stop del Senato. All'orizzonte, una raccolta firme per una legge popolare, che per bocca del segretario Enrico Letta vedrebbe il Pd in prima linea. La linea di frattura tra i dem e Italia Viva è comunque quella politicamente più netta: «Iv ha immediatamente cominciato a prendersela con noi - le parole di Letta alla radio del partito, Immagina - Chi reagisce così ha qualcosa da nascondere. Una reazione così vocale la dice lunga. Quello che è accaduto ieri (mercoledì, ndr) ci farà riflettere sul nostro futuro, non c'è alcun dubbio». Di sfondo c'è la partita del Quirinale ed è apparso chiaro che sul disegno di legge contro l'omofobia si è giocato un assaggio di quel che potrà accadere, con nuove convergenze tra destra e renziani. «È nata una nuova maggioranza attraverso il voto segreto», il ragionamento di Luigi Di Maio. Dopodiché come detto dal mondo dell'associazionismo sono state numerose le prese di posizione contro lo stop al ddl. Per i magistrati progressisti di Area democratica per la giustizia si tratta di una «dolorosa e colpevole battuta d'arresto della politica legislativa sull'ampio tema dei diritti civili». Cgil e Anpi hanno annunciato la propria partecipazione a presìdi in varie città italiane per il weekend, ieri a Roma c'è stata un'altra manifestazione a Gay street, lo stesso all'Arco della Pace a Milano, mentre a Firenze domani è previsto un sit-in davanti alla sede di Italia Viva, evidentemente considerata la maggior colpevole della battuta d'arresto. Al di là delle dinamiche parlamentari e della caccia ai franchi tiratori, le immagini di un pezzo di Senato in festa subito dopo l'esito del voto per aver fatto saltare un provvedimento contro le discriminazioni ha colpito non solo a sinistra. Dice Filippo Rossi, promotore della Buona destra, che «era nell'interesse del Paese arrivare ad una buona legge su un argomento così delicato. Ho visto una destra antiestetica, non garbata. Si poteva arrivare a un compromesso, certamente, ma anche se non è accaduto non si festeggia in quella maniera sguaiata su queste cose. Non ci si può ridurre al tifo da stadio, alla sempiterna guerra civile, non è così che modernizziamo l'Italia». È netto anche il giornalista Alessandro Cecchi Paone, oggi consigliere della commissione Istruzione e vicino a FI: «Siamo finiti allineati con paesi omofobi come Russia e Polonia, il problema oggi è il posizionamento geopolitico: di fatto ci siamo posti fuori dal blocco europeo e americano, in Parlamento rimane uno zoccolo duro clerico-fascista, come diceva Marco Pannella, che ogni volta prova ad allontanarci dall'Occidente». Mentre Elio Vito, ex ministro dei rapporti con il Parlamento, forzista liberal che si è schierato in questi mesi con le piazze arcobaleno, ha lasciato gli incarichi di partito: «I partiti che aderiscono al Ppe e la stessa Ursula von der Leyen guidano le critiche a Ungheria e Polonia per le loro leggi discriminatorie verso la comunità Lgbt. Come possiamo dirci popolari ed europeisti se affossiamo il ddl Zan?». Le sensibilità anche all'interno dell'attivismo sono comunque diverse, un esempio è la riflessione di Angelo Pezzana, 81 anni, che a inizio anni '70 fu tra i fondatori del Fuori, il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano. A quell'epoca, ricorda, «per la destra eravamo degli sporcaccioni, per il centro e per il Vaticano dei peccatori, per i comunisti un surplus della borghesia, si contava sulla rivoluzione e sul Sol dell'avvenire per farci sparire con tutte le diseguaglianze...». Poi alcune cose sono cambiate, anche la sinistra ha promosso in pieno i diritti civili, «ma l'approccio è rimasto ideologizzato e non libertario, compreso su alcuni passaggi del ddl Zan, per questo non ne sono stato un sostenitore». Qualcosa però è rimasto intatto: «Il festeggiamento della destra è comprensibile. Sono rimasti fondamentalmente omofobi, non sono liberali».

Il costituzionalista Carlo Galli su Repubblica cerca di andare più a fondo della polemica sulla mancata approvazione della legge.

«Le vicende politiche, anche quella del ddl Zan, hanno molti strati: se si scava un po', si trova quello ideologico - ideale e politico al tempo stesso - . Che non cancella la dimensione tattica e anche opportunistica del passaggio di mercoledì in Senato, ma che vi si aggiunge, e per certi versi gli conferisce una qualità ulteriore. Certo, con il brusco allontanamento del ddl Zan dal novero dei problemi urgenti, si sono viste le prove di ridefinizione del quadro politico in vista delle elezioni del Presidente della Repubblica, e anche delle politiche che prima o poi seguiranno; si è constatato il progressivo allontanamento di Renzi dal Pd e dal centrosinistra, oltre che la mancanza di compattezza del M5S; si è capito che la strada per arrivare al nuovo Capo dello Stato potrebbe essere tanto più lunga e tortuosa quanto più i partiti sono deboli e incerti, e le strategie dei loro leader contestabili. Ma si è anche assistito a un confronto fra ideologie: che a dispetto di quanto corrivamente si crede, non sono morte; semmai, si sono spostate dal terreno socio-economico a quello bio-politico. L'intento di colpire specificamente l'omo-transfobia è declinato, nel ddl, in una chiave politica: ovvero vi si sottolinea che la vita, la dignità e i diritti delle persone tutelate sono di pubblico interesse, tanto che la loro lesione è un "crimine d'odio". Il ddl apre anche la porta, sia pure in via indiretta, all'ideologia gender, la cui essenza è politica. Infatti, il nucleo più radicale delle sue formulazioni è che la civiltà occidentale è socialmente e culturalmente strutturata e istituzionalizzata in senso duale, binario, cioè intorno a due soli generi (maschile e femminile), che sono anche identità esistenziali e comportamentali. A tale struttura binaria si oppone il diritto di libera scelta individuale del genere (e in alcuni casi anche del sesso, e sempre della sessualità e dell'affettività): si afferma così una fluidità indefinita delle identità, che dovrebbe frammentare la struttura binaria vigente. Al di là del fatto che una parte del femminismo è ostile alle teorie gender perché, proiettate verso il superamento della logica binaria, rischiano di trascurare la presente disuguaglianza economica e sociale fra uomini e donne, alla (legittima) ideologia del ddl se ne è opposta un'altra - del centro-destra nella sua versione laica e moderata (distinta quindi dalle posizioni reazionarie e intolleranti, che sottotraccia sono pure rilevabili) - . Qui si considerano i problemi di genere come questioni individuali, come casi eccezionali rispetto alla normalità, e le persone coinvolte come soggetti da tutelare nei loro diritti, ma da non considerare come leva per mettere in discussione l'assetto della società. Sullo sfondo - discreta ma ferma, affidata alla Congregazione per la dottrina della fede - , c'è poi la posizione ufficiale della Chiesa fondata sulla Bibbia ("maschio e femmina li creò", dice la Genesi): l'essere umano naturale, nei due sessi e nei due generi, è immagine di Dio, e quindi portatore di una essenza e di una dignità immodificabili. A questa posizione la Chiesa ha richiamato i politici cattolici. Insomma, uno scontro ideologico, e non da poco. Ma a questo lato si è dato poco peso, in aula e nei media, come se la tattica politica fosse più importante, e il conflitto delle idee fosse in sé temibile o disdicevole. Mentre è ovvio che tutto sta nella qualità delle idee, e nei modi del confronto: lo dimostra il livello, quasi sempre desolante, di un altro scontro ideologico bio-politico in atto, quello tra No Vax e No Pass, da una parte, ed establishment politico-scientifico, dall'altra. Semmai, ci sarebbe da chiedersi come mai sul lavoro - il fondamento costituzionale della Repubblica - e sul suo ruolo attuale (le pensioni, sulle quali il conflitto c'è già, sono altra cosa) tarda invece ad aprirsi un confronto politico e ideale: un confronto, s'intende, che sia nuovo, all'altezza dei tempi, ma che renda alla politica il suo antico spessore, la qualità di cui ha bisogno».

LA ROTTURA TRA LETTA E RENZI

Fra le conseguenze politiche del voto in Senato, com’era evidente, è andato in crisi il disegno del nuovo Ulivo di Enrico Letta. Giuseppe Alberto Falci sul Corriere.

«Pd contro Italia viva, renziani contro 5 Stelle, sospetti tra dem e pentastellati: insomma, tutto è in discussione, dal perimetro del nuovo Ulivo alla corsa al Colle. E di nuovo, come ai tempi del famoso «Enrico stai sereno», a 24 ore dalla fine della legge contro l'omotransfobia si ripresenta il duello Renzi-Letta. «La legge Zan - attacca il leader di Iv - è fallita per colpa di Pd e M5S. È la loro arroganza, unita alla loro incapacità di fare politica che ne ha segnato l'esito. In atto una campagna contro di noi, io ricevo minacce di morte». Un giro di orologio e risponde piccato il segretario del Pd: «Si è sancita una rottura anche di fiducia, a tutto campo, con Italia Viva. Ma il ragionamento riguarda anche la parte che ha votato contro». Tradotto, in un solo colpo Letta taglia un ramo del nuovo Ulivo ed esclude dal campo degli avversari responsabili, il partito di Silvio Berlusconi. «Forza Italia è nel Ppe o sta con Pillon e Orban?», si domanda con l'aria di chi è rimasto scottato dal voto segreto di mercoledì. La coalizione di centrosinistra, da quel voto, sembra uscire a pezzi. Dai calcoli che girano in Senato nel segreto dell'urna quattro o cinque democrat avrebbero indossato la maglia dei franchi tiratori. E lo stesso si può dire di almeno tre grillini di rito «anticontiano» che votando con il centrodestra avrebbero cercato di inviare un messaggio all'avvocato di Volturara Appula. Di tutto questo si parla nel Salone Garibaldi del Senato, dove l'azzurro Gigino Vitali arriva a dire: «Si è trattato di una resa dei conti interna al nuovo Ulivo. C'erano due fronde: una contro Conte e l'altra contro Letta...». In casa Pd i sospetti rimandano ai senatori vicini all'area dell'ex capogruppo Andrea Marcucci. Dunque a Stefano Collina, Salvatore Margiotta, Alan Ferrari, Dario Stefano. Proprio quest' ultimo prende di mira le truppe di Conte: «Franchi tiratori? Cercateli nel M5S, un gruppo parlamentare che sta vivendo una difficile transizione». Luigi Di Maio non ci sta e replica dagli studi di La7: «Noi franchi tiratori? C'è una sensibilità assoluta del M5S su questa legge, la seconda firmataria è del M5S». In questo clima da tutti contro tutti sembrano calare le quotazioni del nuovo Ulivo ed accrescere le preoccupazioni per la partita del Quirinale. Fatto sta che Francesco Boccia, ex ministro, accompagna alla porta i renziani: «Il campo largo è delimitato dai valori e chi sui crimini d'odio si sistema accanto a Lega e FdI si mette sul terreno dei disvalori». Di Maio: «Presto vedremo Renzi nel centrodestra». Nel frattempo a Milano, Roma e a Firenze scendono in piazza migliaia di cittadini per il ddl Zan. «Non affosserete le nostri voci», gridano. E Letta: «Raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che rilanci il ddl Zan? Noi ci saremo».

Ironizza Marco Travaglio sull’illusione del Pd di tenersi alleato Matteo Renzi. Per il direttore del Fatto il disegno della grande coalizione di centro sinistra è sbagliato da precchio tempo.

«Per la serie "Le grandi scoperte della scienza", pare che il Pd inizi a sospettare di Renzi. I soliti malpensanti lo incolpano financo del sabotaggio del dl Zan, sol perché molti dei suoi han votato contro e lui non ha proprio votato perché impegnato a sbucciarsi le ginocchia dinanzi a Bin Salman, noto cultore dei diritti Lgbt. Nulla, però, nel suo curriculum fa ipotizzare simpatie destrorse. Nel 2010, sindaco di Firenze, incontra segretamente B. ad Arcore tra un bungabunga e l'altro, malgrado la sua maggiore età: dunque è vero che è di sinistra. Nel 2013 il Pd torna a Palazzo Chigi con Letta dopo 5 anni; 9 mesi dopo il neosegretario Renzi riceve B. e Letta (zio) al Nazareno, si accorda sulle schiforme elettorale e costituzionale, fa fuori Letta (nipote) e prende il suo posto: un atto d'amore per il Pd. In due anni e mezzo demolisce lo Statuto e i diritti dei lavoratori, la giustizia, la lotta all'evasione, l'ambiente, la scuola e la Costituzione in combutta con B. tramite Verdini&Alfano: è la prova che è di sinistra. Nel 2018 trascina il Pd al minimo storico, rifiuta di allearsi coi 5Stelle e regala il governo e la scena a Salvini: più di sinistra di così si muore. Nel 2019, dopo la crisi del Papeete, propone il governo col M5S per evitare le elezioni e lasciar lì i gruppi parlamentari nominati da lui; ma, appena nato il Conte-2, secede dal Pd per "svuotarlo", fonda Iv e tresca con Salvini per uccidere il governo nella culla: altra prova di lealtà e affidabilità. Nel gennaio 2020 sferra la mozione anti-Bonafede, ma lo frega il Covid: il Conticidio è rinviato per pandemia, ma lui attacca ogni giorno il suo premier e dà interviste alla stampa di mezzo mondo contro il suo governo elogiato in tutto il mondo per la gestione della pandemia e il Recovery Fund; a fine anno tiene in ostaggio il Pnrr con i pretesti più fantasiosi e nel gennaio 2021 rovescia il Conte-2 in piena terza ondata, riportando al governo FI e Lega: l'ennesima prova d'amore per il centrosinistra. Nato il governo Draghi, piccona le riforme più di sinistra degli ultimi decenni, dal Reddito al ddl Zan; firma i referendum anti-giudici con B.&Salvini; cena col forzista Miccichè e si fonde in Sicilia con i Dell'Utri Boys: commosso da tanta fedeltà, Letta lo invita nel Nuovo Ulivo. Poi, l'altroieri, un fulmine a ciel sereno: "Pd in allarme: 'Renzi va a destra'" (Repubblica). Montanelli raccontava di quel "gentiluomo austriaco che, roso dal sospetto che la moglie lo tradisse, la seguì di nascosto in albergo, la vide dal buco della serratura spogliarsi e coricarsi insieme a un giovanotto. Ma, rimasto al buio perché i due a questo punto spensero la luce, gemette a bassa voce: 'Non riuscirò dunque mai a liberarmi da questa tormentosa incertezza?'"».

Il Foglio intervista l’ex capogruppo e senatore di lungo corso del Partito democratico Luigi Zanda, che invece sostiene che i confini di un’alleanza strategica non possono essere determinati da un voto segreto come quello sul Ddl Zan.

«Le reazioni più accalorate, quelle dettate dall'ansia del momento, Luigi Zanda le guarda col sopracciglio bonariamente alzato di chi ne ha viste troppe, per pensare che questa, che anche questa, sia l'ennesima fine del mondo. "Certamente una giornata triste, non c'è dubbio. Ma andrei cauto a parlare di rotture insanabili, di spartiacque definitivi". Ne parla Enrico Letta, a modo suo. Ne parla anche il suo vice Peppe Provenzano. Sbagliano? "No, hanno ragione, e però". E qui il senatore del Pd sospira: "E però dico che non è il voto di ieri ad aver definito il perimetro del centrosinistra, non è dall'esito di uno scrutinio segreto certamente grave sul ddl Zan che il Pd deve elaborare la sua politica delle alleanze. Fare questa equivalenza sarebbe un errore. E non tanto perché annunciare che il campo progressista si restringe al solo Pd col M5s e Leu vuol dire rassegnarsi a restare in minoranza nell'aula del Senato di qui fino alla fine della legislatura, ma anche perché quella del voto segreto è una logica spesso perversa, dettata non necessariamente da grandi tattiche politiche, ma più spesso da dubbi personali, da manovre di piccolo cabotaggio. E del resto andare alla caccia dei franchi tiratori, provare a identificarli, oltre che contarli, è un esercizio, più che sbagliato, inutile". Eppure c'è chi, nel suo partito, i colpevoli ha saputo additarli subito nei renziani. Al che viene da pensare come mai, se la logica che avrebbe portato il leader di Italia viva a saltare la barricata per andare a destra era davvero così evidente e scontata, come mai si sia arrivati a un voto segreto contando invece sul sostegno dei suoi dodici senatori presenti in Aula. "E' chiaro che qualcosa non è andato come doveva, e che alle dichiarazioni di voto dei vari gruppi nonè corrispostoun atteggiamento conseguente dei rispettivi parlamentari", osserva Zanda, che gli umori dell'aula di Palazzo Madama sa interpretarli come pochi. "Quanto a Italia viva - prosegue - a me pare invece che se Renzi deve sciogliere delle ambiguità, queste non siano soltanto in merito al voto segreto dei suoi. Ma semmai sul fatto che sembra avere parecchi interessi extrapolitici, o quantomeno extraparlamentari, come dimostra il suo viaggio a Riad nel giorno del voto su una legge così importante per i diritti civili". Non solo, secondo Zanda, il leader di Italia viva "dovrebbe spiegare se l'accordo con la Forza Italia di Gianfranco Miccichè, annunciato in vista delle regionali siciliane, è un fatto che resta confinato sull'isola o se è invece il preludio di un cambio di strategia strutturale su scala nazionale. E' da lì che passa la risoluzione del rebus per capire se Renzi, che è stato il leader del Pd, si riconosce ancora nel centrosinistra, o se ha invece deciso di andare a destra". Insomma, questo Ulivo rischia davvero di essersi ristretto prima ancora di nascere, col tabù del Pd verso il suo ex segretario, col Nazareno al centro del fuoco incrociato di veti e improperii tra Conte e Calenda, che pure dovrebbero essere due futuribili alleati. "Il lavoro del Pd dovrà essere un lavoro paziente e oculato - spiega ancora Zanda - che non tiene conto delle fibrillazioni quotidiane e che guarda alla scadenza del 2023. L'alleanza tra Letta e Conte, di natura eminentemente tattica, se ben coltivata potrà evolvere e maturare. Col centro di Renzi e Calenda permangono delle incognite. Ma il Pd non deve dimenticare che, al di là del gioco delle alleanze, c'è almeno un 40 per cento di elettorato potenziale che può e deve essere richiamato a casa, e che s' è disperso tra l'astensione, il M5s e i partiti sorti dalle varie scissioni. Di qui al 2023, dovremo essere in grado di parlare a quelle persone, ben sapendo che Mario Draghi sta cambiando la politica in modo forse perfino più radicale di quanto lui non possa immaginare". E come? "Imponendo una leadership tutta fondata sul prendere sul serio i problemi, ammetterli con onestà e spendere parole di verità per spiegare come risolverli. Vista lunga e passo certo. Se ne uscirà, da questa fase, forse con una democrazia più matura, retta da un bipolarismo chiaro e coerente". In cui la destra farà la destra, e la sinistra la sinistra? "Questo inizio di secolo ha imposto fratture nuove", dice Zanda: "Oltre alla contrapposizione tradizionale tra progressisti e conservatori, c'è anche quella tra chi segue l'interesse di lungo periodo e chi esercita l'egoismo del consenso istantaneo. D'altronde anche la destra sbaglierebbe a pensare di essere uscita rinsaldata dal voto di mercoledì al Senato. Le loro contraddizioni permangono tutte: la competitività muscolare tra Lega e FDI è sempre lì, e la distanza tra FI e il fronte sovranista è evidente, al netto dei tatticismi delmomento". Eppure anche con FI, dice Letta, il dialogo è chiuso, dopo il voto sullo Zan. "Non c'è dubbio che votare contro il ddl è una scelta che allontana l'Italia dall'Europa - ammette il senatore dem - E però FI è un partito sanamente conservatore, che sta nel Ppe, che non ha nulla a che fare con leader illiberali come Orbán. Io credo che, pur nella distinzione dei ruoli e degli schieramenti, il Pd farebbe bene a tenere aperto un dialogo costruttivo con quella parte di FI meno incline alle derive sovraniste". Anche in vista della sfida per il Colle, di cui qualcuno ha voluto vedere proprio nel voto segreto sullo Zan una prova generale? "Il voto per il Quirinale avrà logiche diverse, che dipenderanno dalla sapienza con cui i partiti sapranno prepararlo", conclude Zanda. "Che ora si parli di Draghi e di Mattarella è in fondo inevitabile, perché sarebbe ipocrita negare che, ciascuno per delle sue specifiche virtù, incarnano un modello di autorevolezza e saggezza che sarebbero una garanzia per il paese e per tutto il Parlamento. Ma mancano tre mesi, ancora. La strada è lunga, e questo frastuono certo non aiuta"».

IL CENTRODESTRA DI GOVERNO A VILLA GRANDE

Silvio Berlusconi ha diviso il vertice dei partiti di governo del centro destra in due momenti. Prima si è visto coi tre ministri di Fi, per un chiarimento. E poi c’è stato il pranzo con Salvini e gli altri ministri della Lega. La cronaca sul Corriere è di Paola Di Caro e Marco Cremonesi

«Prima un incontro «chiarificatore» tra Silvio Berlusconi e i suoi tre ministri «ribelli» - Gelmini, Carfagna e Brunetta - poi un pranzo allargato anche ai vertici di FI (Tajani, Ronzulli, Gianni Letta), ai capigruppo Bernini e Barelli e soprattutto a Matteo Salvini, i suoi ministri Giorgetti, Garavaglia e Stefani e i presidenti di gruppo, Molinari e Romeo. Quasi tre ore in tutto passate a Villa Grande, residenza romana del Cavaliere che fa gli onori di casa con la compagna Marta Fascina, e alla fine a dare il senso della giornata sono un comunicato ufficiale e un commento (autorizzato) dei ministri azzurri. Il primo, serve per ribadire che il patto Salvini-Berlusconi non si rompe e si va avanti con il coordinamento dei ministri per condurre battaglie comuni sulla manovra e non solo a partire dalla difesa delle partite Iva, e soprattutto sulla linea già sancita nel vertice del centrodestra: maggioritario, ovvero coalizione che non si divide, e compattezza nel voto per il Quirinale. I ministri azzurri invece informalmente fanno sapere che con Berlusconi il rapporto è leale e affettuoso e ci sarà sostegno totale se deciderà di candidarsi al Quirinale, definiscono «positivo» l'atteggiamento sul governo di Salvini ma dicono anche che «restano nodi» ancora da sciogliere sulla linea politica e sulla gestione del partito: «È necessario che sia rappresentata da tutto il movimento, con maggiore energia ed equilibrio, la linea moderata, europeista, liberale e garantista di FI, marcando meglio la sua identità». È tregua armata insomma, in un quadro che però si fa più chiaro. Berlusconi in un confronto a quattro di un'ora, ai suoi ministri - che invita ad incontrarlo «una volta alla settimana» per mantenere un rapporto diretto - dice molto chiaramente che «la linea a Forza Italia la do io» e che comunque nessuno «mi può accusare di essere prono a chicchessia». I ministri a loro volta gli assicurano che ci saranno se deciderà di correre per il Quirinale («Fotografiamo il voto e te lo facciamo vedere!», promettono sorridendo) ma pure avvertono: resta il problema dei vertici azzurri, con i quali è gelo, e non va smarrita la linea moderata di FI; Mariastella Gelmini, a sera, spiega: «Il centrodestra cresce se rispetta, riconosce e valorizza le differenze». Nel pranzo di gruppo invece le fila le tirano lo stesso Cavaliere e Salvini. Il leader della Lega è, da martedì, di umore eccellente. La sconfitta di Partito democratico e Movimento 5 Stelle è infatti una soddisfazione anche personale per il leader leghista: fu quella la tenaglia che nel 2019 stritolò il primo governo Conte, in cui Salvini era ministro dell'Interno. Dai ministri azzurri arriva l'invito ai leghisti a non premere l'acceleratore su temi divisivi come quelli sulla lotta al Covid e al green pass e Salvini sembra d'accordo: «Tra l'altro - ammette - rischiamo anche di apparire divisi. E il risultato sono state le ultime Amministrative». A rannuvolare l'incontro per un istante, la collocazione europea della Lega, il suo aver scelto Le Pen, Orbán e Morawiecki come possibili compagni di strada. Ma da quell'orecchio Salvini non sente. Conferma che sta lavorando alla «costruzione di un grande gruppo della destra europea» e c'è un po' di tensione quando trancia la discussione: «Io rispetto le vostre opinioni, voi rispettate le mie». Il clima si distende davvero quando i leghisti sentono che Berlusconi non ha alcuna tentazione proporzionalista. «Il maggioritario l'hai inventato tu» dice Salvini al leader azzurro, che alza le braccia al cielo in una piccola ovazione. Il che è importante per dare sicurezze ai leghisti. Così, i salviniani si rilassano. E assicurano al Cavaliere il loro sostegno nella partita per il Quirinale. Almeno in prima istanza. La vittoria sul ddl Zan suggerisce che la partita per il Colle sia assolutamente aperta: i soli 450 voti di cui gode il centrodestra, inclusi i rappresentanti delle Regioni, non saranno la maggioranza ma sono un buon punto di partenza: «Siamo imprescindibili», se la gode Salvini».

BIDEN A ROMA, DOMANI IL G20

Il Presidente Usa è arrivato a Roma, oggi incontrerà il Papa in Vaticano. Ma ha lasciato negli Usa una situazione complicata. Giuseppe Sarcina per il Corriere.

«Joe Biden ha atteso fino all'ultimo, ma il partito democratico, il suo partito, lo ha fatto decollare per Roma senza aver approvato i due disegni di legge incagliati al Congresso: la manovra su spesa sociale e «climate change», più il pacchetto sulle infrastrutture. In totale circa 3 mila miliardi di dollari da spalmare in dieci anni. Il presidente, però, ha deciso di forzare la mano. Prima di salire sull'Air Force One ha convocato giornalisti e telecamere per annunciare alla Nazione: «Dopo mesi di intensi negoziati abbiamo un accordo quadro, un "frame", che ci consentirà di investire sulle persone, sulle misure per contrastare i cambiamenti climatici, per ricostruire su basi nuove il nostro Paese. Sono le riforme per le quali mi sono impegnato in campagna elettorale e che hanno ottenuto il voto di 81 milioni di americani. Questo piano ci consentirà di battere la concorrenza della Cina e di altri Stati. Qui non è una questione di destra contro sinistra, ma è una scelta tra competitività e autocompiacimento; tra la capacità di guidare il mondo e la possibilità di farsi travolgere». Biden ha poi elencato ciò che è rimasto nel provvedimento principale, il «Build Back Better»: 1.750 miliardi suddivisi tra sostegni alle famiglie con figli piccoli; fondi per le scuole materne; incentivi per la riconversione energetica degli edifici; crediti di imposta per chi acquista auto elettriche e altro ancora. Ma il leader della Casa Bianca ha sorvolato sulle questioni che ancora dividono moderati e radical. Tra le altre: i prezzi dei farmaci, l'imposta minima del 15% sui profitti aziendali trasferiti agli azionisti, il prelievo su patrimoni finanziari superiori a 1 miliardo di dollari. L'ala sinistra ha mal digerito il taglio di provvedimenti simbolo come il congedo parentale. I due senatori centristi, Joe Manchin e Kyrsten Sinema, non hanno ancora dichiarato ufficialmente l'appoggio al «frame» già venduto da Biden all'opinione pubblica. Così nel pomeriggio la Speaker Nancy Pelosi ha dovuto rinunciare a convocare l'aula per il voto finale. Pelosi ha detto che «il testo del Build Back Better è pronto per la revisione da parte dei parlamentari». In sostanza la trattativa tra i due schieramenti continua. È intervenuto pure l'ex presidente Barack Obama, invitando tutti i democratici «ad appoggiare il presidente» e sottolineando come «il compromesso sia l'unico modo per progredire in democrazia». Biden, dunque, seguirà da Roma il passaggio che può segnare il suo mandato. Oggi vedrà papa Francesco. Poi i due primi bilaterali: con il premier Mario Draghi e con il presidente francese Emmanuel Macron».

A proposito del Papa, in Vaticano dopo il capo della Casa Bianca arriveranno il leader di Seul Moon e il premier indiano Modi. Il punto per Repubblica di Paolo Rodari.

«Oggi il presidente coreano Moon Jae-in, e poi, verso mezzogiorno, Joe Biden. Domani il primo ministro indiano Narendra Modi. Nelle ore in cui Roma è la capitale dei venti Paesi industrializzati ed emergenti della Terra Francesco non rinuncia a tessere una tela diplomatica, anche se non andrà a Glasgow per la Cop26. Nel giro di 24 ore il Papa incontra in Vaticano i leader di tre grandi potenze per affrontare con loro i temi più urgenti, dal riscaldamento climatico alla crisi delle migrazioni fino alle diseguaglianze di reddito. Usa e India, da soli, fanno una quota consistente dei paesi produttori di CO2, quell'inquinamento che dall'inizio del pontificato Bergoglio stigmatizza. Ma sullo sfondo c'è anche un possibile viaggio in Corea del Nord e uno in India che Francesco da tempo vorrebbe fare nonostante ancora manchi un invito da parte del governo. Il tutto mentre è ormai certo un viaggio del Papa a Cipro e Grecia dal 2 al 4 dicembre e poi in Canada per favorire la riconciliazione coi nativi. La prima volta di Biden dal Papa dopo l'elezione avrà un carattere non solo politico, ma anche personale. «Si sono più volte scambiati lettere», ha detto il consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan. Anche se i temi politici non mancheranno di essere trattati. Francesco tiene particolarmente all'esito dei lavori di Glasgow. Tramite il segretario di Stato Pietro Parolin farà sentire la sua voce. Per lui migrazioni e ambiente sono correlate e sono "il" problema che il mondo deve affrontare oggi con la massima urgenza. Il Papa conosce le posizioni di Biden su aborto e temi etici. E anche se su questo punto ci sono divergenze, la Santa Sede vuole dialogo. Un documento dei vescovi americani che sarà votato fra qualche giorno ha al suo interno un passaggio proprio sull'ammissibilità della concessione dell'eucaristia a politici pro choice. Francesco non vuole barricate e invita i vescovi a riflettere sul fatto che non c'è solo l'aborto fra le emergenze a cui guardare. Da tempo il presidente Moon, presidente della Corea del Sud, spinge perché il Papa vada in Corea del Nord. Il desiderio è che sia il Pontefice il garante di un processo di pace e riconciliazione. Al momento un viaggio a Oriente sembra essere previsto: in Papua Nuova Guinea, una sorvolata già pensata nel 2020 ma non programmata a motivo della pandemia. Lo scorso luglio era stata l'agenzia Fides a scrivere che il capo dell'intelligence della Corea del Sud era «all'opera per la visita di Francesco in Corea del Nord». Domani mattina è previsto il faccia a faccia tra Francesco e Modi. Leader del partito nazionalista indù Bjp che ha al suo interno movimenti ostili ai cristiani, è la prima volta che chiede udienza al Papa. Difficile dire se l'incontro porterà all'apertura di un tavolo per un viaggio papale. Un invito da New Delhi non è mai arrivato anche per l'opposizione dell'ala radicale dei nazionalisti indù».

VERSO LA COP26 DI GLASGOW. GLI IMPEGNI DELLA CINA

Già nelle discussioni del G20 si parlerà di clima ma soprattutto domenica sera inizia a Glasgow la Cop26. La Cina, che resta il più grande inquinatore al mondo, ha preparato un documento, un “libro bianco”. Gianfranco Modolo su Repubblica.

«Prendiamo la China Baowu, il più grande produttore di acciaio al mondo, capace di sputare nell'atmosfera più CO2 di un'intera nazione come il Pakistan (211 milioni di tonnellate). O la China Petroleum & Chemical, controllata dal colosso petrolifero Sinopec, che ha contribuito al riscaldamento globale più di quanto abbiano fatto Canada e Spagna insieme (733 milioni). O, ancora, la Saic Motor: 158 milioni, come l'Argentina. L'elenco è sterminato: Huaneng (317 milioni, tanto quanto il Regno Unito), Shagang (77 milioni, praticamente la stessa quantità di metropoli come Chicago e New Delhi messe assieme). Nonostante il singolo cittadino cinese inquini la metà dell'americano medio, la Cina è responsabile di oltre un quarto (il 27,9%) di tutte le emissioni di CO2 del Pianeta. Il Dragone, da solo, ne produce tante quante Giappone, Russia, India e Stati Uniti insieme. Nel 2019 le emissioni di gas come anidride carbonica, protossido di azoto e metano sono arrivate all'equivalente di 14,09 miliardi di tonnellate di CO2, secondo i dati del Rhodium Group. Con decine di mastodontiche compagnie di Stato che inquinano più di intere metropoli, e addirittura interi Paesi. A rivelare i dati di questi titani dell'industria cinese, è stata una lunga inchiesta di Bloomberg condotta utilizzando le stime del Centre for Research on Energy and Clean Air che ha analizzato i dati pubblici delle compagnie in settori come quello automobilistico, dell'acciaio, petrolchimico e delle costruzioni. Pechino, medaglia d'oro nelle emissioni, è dunque l'osservato speciale alla Cop26 di Glasgow che si apre domenica. E proprio alla vigilia del vertice, dopo lunga attesa - il premier Li Keqiang lo aveva promesso già a marzo - il governo ha pubblicato il nuovo "libro bianco" su come la Cina intende agire negli anni a venire. Un documento che non altera i principi cardine già annunciati (picco delle emissioni da raggiungere entro il 2030 e neutralità carbonica 30 anni più tardi), ma dà qualche dettaglio in più su come il gigante asiatico vuole affrontare questa ambiziosa - e per alcuni molto ardua - sfida. Ieri, inoltre, Pechino ha presentato ufficialmente i propri impegni sul clima alle Nazioni Unite. Ribadito l'obiettivo del picco delle emissioni prima del 2030, con la quota di combustibili non fossili che aumenterà al 25%; così come rimane la data del 2060 per raggiungere la neutralità carbonica. Ancora: riduzione delle emissioni di CO2 per unità di Pil di oltre il 65% rispetto al livello del 2005; portare la capacità totale installata di energia eolica e solare a oltre 1,2 miliardi di kilowatt entro il 2030. Questi, invece, gli obiettivi principali del libro bianco: tra cinque anni tutti i nuovi edifici saranno costruiti secondo standard "verdi", con i pannelli solari che installati nella metà degli edifici pubblici. Entro il 2030 il 40% dei nuovi veicoli viaggerà grazie all'energia pulita. I trasporti ecologici raggiungeranno quota 70% nelle città con più di un milione di abitanti. Non tutti gli analisti sono però ottimisti visto che gli obiettivi presentati all'Onu non spiegano quale sarà la traiettoria delle emissioni in questo decennio. «Alla luce delle incertezze economiche interne, il Paese sembra riluttante ad abbracciare obiettivi più forti a breve termine e ha perso l'opportunità di dimostrare la propria ambizione », ha commentato su Twitter Li Shuo, di Greenpeace East Asia. «Pechino deve elaborare piani più sostanziosi per garantire un picco di emissioni prima del 2025. Il pianeta non può permettersi che questa sia l'ultima parola». Con Xi che resterà a casa, a rappresentare il Paese al vertice in Scozia ci saranno l'inviato per il clima del presidente, Xie Zhenhua, e il viceministro dell'ambiente Zhao Yingmin. Ma la transizione sarà tutt' altro che facile: per le preoccupazioni sulla sicurezza energetica, per la stabilità economica, per i potenti interessi locali e delle gigantesche imprese statali che spingono la Cina dalla parte opposta. Come quei colossi che inquinano come intere nazioni».

IL SUDAN DEL GOLPE ALLEATO CON L’EGITTO

Il Sudan del golpe sarà alleato con l’Egitto? Al- Burhan e Al Sisi sono due militari che si conoscono dai tempi dell’accademia del Cairo. Fabio Scuto sul Fatto.

«Se lo prendiamo in parola, il generale Abdel Fattah al-Burhan è stato uno dei tre generali che nel 2019 è andato nella residenza del dittatore Omar al-Bashir - mentre le strade erano invase dalla folla che chiedeva democrazia - a dire che dopo 30 anni era finita. Quella conversazione deve essere stata difficile per il massimo generale del Sudan. Soldato veterano, Burhan era stato a lungo uno dei luogotenenti più affidabili del dittatore. Adesso, due anni dopo, siede sulla sedia che fu di Bashir. Burhan, presidente del Consiglio sovrano di transizione (Tsc) del Sudan dal 12 aprile 2019 e comandante in capo delle forze armate, è al centro della scena, dopo aver dichiarato lo stato di emergenza, sciolto il governo e arrestato i principali oppositori pro-democrazia. Certamente il generale era consapevole che il golpe avrebbe bloccato i generosi finanziamenti Usa (700 milioni di dollari) e quelli della Banca mondiale al nuovo corso sudanese. Burhan conta ora soprattutto sull'Egitto, Paese con il quale durante la dittatura di Omar Bashir i rapporti erano pessimi, ma che sono migliorati dopo la sua estromissione nel 2019. Al Cairo, Burhan ha poi ritrovato un caro amico, col quale condivide non solo il nome di battesimo, ma anche la visione dello Stato e il ruolo dei militari nella vita civile: Abdel Fattah al Sisi. E sull'alleanza per fermare la Gerd (la grande diga in Etiopia alle sorgenti del Nilo che rischia di lasciare a secco Sudan e Egitto) si è cementato anche un patto militare vincolante. In politica interna, Burhan potrebbe finire per copiare il manuale di al-Sisi per schiacciare la democrazia. Nato nel 1960 in una famiglia sufi in un villaggio a nord di Khartoum, Burhan ha studiato in un college dell'esercito sudanese, poi in Giordania e all'accademia militare egiziana del Cairo, dove tra i suoi allievi c'era il futuro presidente egiziano al-Sisi. Burhan e al-Sisi sono amici di vecchia data, sebbene il generale sudanese abbia avuto per tutta la vita affiliazioni con i movimenti islamisti che al-Sisi ha bandito. Tuttavia, come sostiene il direttore di Africa Confidential, Patrick Smith, i due generali sono uniti da esigenze maggiori: "Fermare la democrazia". Il suo primo viaggio all'estero dopo essere diventato de facto capo di Stato del Sudan nel maggio 2019 è stato in Egitto. Da lì ha proseguito negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita. Al-Sisi ha ricambiato la visita lo scorso marzo. La carriera militare di Burhan sotto Bashir è stata definita dai ruoli di spicco svolti in Sud Sudan, Darfur e Yemen dove, come capo delle forze armate, ha aiutato i militari sauditi e guidato la coalizione coi mercenari sudanesi. "È stato assolutamente determinante per la devastazione causata nel Darfur" dal 2003 al 2005, dice ancora Smith, coordinando gli attacchi dell'esercito e della milizia contro i civili nello Stato del Darfur occidentale. Il generale nega di aver commesso atrocità, ma i leader del Darfur non hanno dubbi sul ruolo che ha svolto. Il periodo passato da Burhan in Darfur è significativo, anche perché lo ha messo in contatto con il potente "signore della guerra" Mohamed Hamdan Dagolo, ampiamente conosciuto come Hemeti. Hemeti, all'epoca, era il capo dei famigerati Janjaweed, le milizie arabe fedeli a Bashir che portarono morte e disperazione nel Darfur, e che da allora si sono trasformate nella Rapid Support Forces ( RSF ), con Hemeti ancora al timone. Burhan e Hemeti sono "frenemy" (friend/enemy), cioè alleati ora, ma rivali in futuro. Hemeti è poi enormemente ricco, è vicepresidente del consiglio militare di transizione e la sua famiglia e la Rsf beneficiano enormemente del controllo delle miniere d'oro nel Darfur, nonché del patrocinio di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. L'esercito del Sudan ha, ma solo in teoria, un budget maggiore della Rsf. Queste fonti di potere e ricchezza si sono sentite minacciate dal governo a guida civile del Sudan di Abdalla Hamdok e questo in parte è il motivo per cui Burhan e Hemeti hanno trovato un accordo. In novembre, Burhan avrebbe dovuto dimettersi dalla presidenza militare del consiglio sovrano, per essere sostituito da un civile. "Questo è il golpe di Burhan e Hemeti", spiega Smith, ma il rapporto tra i due uomini è difficile "perché, tra l'altro, Hemeti è ambizioso e si proietta come leader all'estero", ed è vicino sia al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ( MBS ) sia al principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed ( MBZ ). Burhan è invece considerato l'uomo dell'Egitto. Hemeti è una figura più carismatica e scaltra rispetto al metodico Burhan, ma il leader della Rsf è però strettamente associato alle atrocità che circondano la transizione verso la democrazia, in particolare il massacro di oltre 128 persone a Khartoum nel giugno 2019. Un tempo Burhan era considerato l'archetipo del soldato apolitico. Adesso che le strade del Sudan sono piene di gente che chiede democrazia sembra aver preso le sue decisioni. Meglio al-Sisi, Mbs e Mbz che Stati Uniti e Unione europea. La democrazia può attendere».

L’EUROPA PUÒ PERDERE LA POLONIA?

Ma l'Unione Europea può davvero permettersi di “perdere” la Polonia? Sul Corriere Danilo Taino sembra dire di no. Ha ragione la Merkel, va trovato un compromesso.

«La Polonia è protagonista di una nuova crisi della Ue. Punire Varsavia o dialogare, è l'alternativa sulla quale si stanno dividendo i Ventisette. Davanti, c'è un sentiero stretto. La disputa è nota. Il governo nazionalista polacco è accusato di avere minato l'indipendenza del sistema legale, di non rispettare lo Stato di diritto e di essere dunque fuori dalle regole di chi ha aderito alla Ue. Per risposta, il Tribunale Costituzionale di Varsavia ha affermato la preminenza delle norme nazionali su quelle comunitarie. In conseguenza, la Corte di Giustizia della Ue ha multato per un milione al giorno la Polonia, mentre la maggioranza del Parlamento europeo e alcuni governi propongono di sanzionarla: procedura d'infrazione per violazione dello Stato di diritto e sospensione dell'erogazione dei fondi europei, compresi forse i 36 miliardi del Recovery Fund, fino a che le misure considerate illiberali non saranno ritirate. Angela Merkel e altri leader invitano invece a dialogare, a cercare una mediazione. La cancelliera tedesca ha detto che la legge della Ue va rispettata ma anche di capire «benissimo» la questione dell'identità nazionale per un Paese che ha vissuto sotto la dittatura comunista del vicino sovietico per quarant' anni. E che nella storia - va ricordato - ha visto cambiare la propria geografia per mano armata - e per accordi più o meno segreti - da Mosca e Berlino. Che la democrazia e l'indipendenza della magistratura vadano rispettati per chi aderisce alla Ue è una regola fondamentale. Oltre che giuridica, però, la questione è politica: occorre prevedere quali sarebbero le conseguenze di misure di penalizzazione contro Varsavia mai applicate in precedenza. Alcuni osservatori parlano di rischio «Polexit», cioè dell'apertura di un percorso che potrebbe portare all'uscita della Polonia dalla Ue. Non probabile ma nemmeno da escludere se la situazione sfuggisse di mano (anche a causa della non indifferente assenza, nei Consigli europei, della mediatrice Merkel, in uscita tra qualche settimana). La messa con le spalle al muro del governo di Varsavia - «ci fate richieste con una pistola puntata alla nostra testa», ha detto il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki - creerebbe una rottura di lungo periodo, drammatica non solo per la Polonia: metterebbe sottosopra gran parte dell'Est europeo e modificherebbe anche parte del Dna della Ue. Politiche nazionaliste e illiberali non sono portate avanti solo dal governo polacco: anche l'Ungheria di Victor Orbán e la Slovenia di Janez Jana si muovono in direzioni simili, pure la Romania è sotto osservazione da Bruxelles. Più in generale, nell'Est dell'Europa le convinzioni democratiche dell'Ovest del continente sono meno radicate in certe parti delle popolazioni. Persino in Germania, nei Länder orientali parte del blocco sovietico fino al 1989, la destra estrema di Alternative für Deutschland raccoglie consensi sopra al 20% e in alcune aree è il partito maggiore. C'è, in altri termini una questione dell'Est europeo che per anni è stata spazzata sotto al tappeto alla quale la crisi polacca potrebbe dare una dimensione politica e di attualità. Solo in parte spiegabile con il passato a cui fa riferimento Merkel, con gli anni di dittatura subita a opera di Mosca. È che l'allargamento della Ue nel 2004 è stato poco «empatico» nei confronti di questi Paesi, quasi fossero stati accettati perché non si poteva fare altro ma mai apprezzati davvero e poco ascoltati. Sono parecchi i cittadini europei orientali che ritengono di essere passati dall'impero sovietico a quello della Ue. Non vero ma così percepito: un'immateriale Cortina di Ferro socioculturale mai caduta. Questo sentimento lo ha spiegato forse meglio di chiunque altro Ivan Krastev, presidente del Centro per le strategie liberali di Sofia. Nella sua lettura, dagli Anni Novanta in poi agli abitanti dell'Est è stato detto solo di imitare l'Ovest, con il risultato di farli vivere sempre in uno stato di inadeguatezza e d'inferiorità. «Gli imitatori non sono mai persone felici - ha scritto - Non possiedono mai il loro successo, possiedono solo i loro fallimenti». C'è insomma, dietro la crisi di Varsavia, uno stato di malessere più ampio, una inclusione dei Paesi dell'Est che la Ue a trazione occidentale ha poco favorito, spesso ricorrendo unicamente all'elargizione di fondi europei, i quali non sono poca cosa ma non sono nemmeno tutto. Ed è una riaffermazione di questa pratica il fatto che oggi si pensi di riportare la legalità europea in Polonia minacciando di escluderla da quei fondi. Il modo in cui i governi europei affronteranno il «caso Varsavia» e cercheranno di risolverlo per non perdere la Polonia avrà dunque conseguenze profonde per l'unità della Ue, per i rapporti tra Est e Ovest e per misurare la capacità inclusiva che dovrebbe essere nel Dna dell'Unione. In tutte le crisi c'è anche un'opportunità».

ERDOGAN IN CRISI (ECONOMICA)

Il Presidente turco deve fronteggiare una difficile crisi economica. Marta Ottaviani per Avvenire.

«Batte i pugni sul tavolo, usa i migranti come arma di ricatto, minaccia ritorsioni di ogni tipo se le sue richieste non dovessero venire soddisfatte. Ma, in verità, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan sta attraversando un momento molto delicato, perché stavolta rischia di vacillare la vera chiave del suo successo politico: l’economia. La Mezzaluna, come tutti i Paesi, sta risentendo dei contraccolpi della pandemia da Covid-19, gestita da Ankara in modo poco trasparente. E la situazione è lontana dall’essere sotto controllo. Ma ci sono problemi ormai strutturali. Da inizio anno, la lira turca si è svalutata del 24% rispetto al dollaro e all’euro, ben il 65% dal 2008, rendendo la vita difficile a decine di migliaia di imprenditori, ma anche a un Paese il cui sistema di esportazione è ad alta intensità di importazioni. La soluzione naturale, sarebbe quella di alzare i tassi di interesse e rendere il costo del denaro più caro. Questo frenerebbe la caduta della divisa nazionale su quella americana ed europea, ma soprattutto avrebbe un effetto benefico sull’inflazione. Il costo della vita in settembre è arrivato al 20%. Il governatore della Banca Centrale, Sahap Kavcioglu, ha stimato che il dato di fine 2021 si aggirerà intorno al 18,4. In poche parole, un disastro. Il presidente si ostina a non toccare i tassi, perché costo del denaro più alto significa anche meno consumo interno, che poi è il vero motore della crescita economica della Mezzaluna. «Il potere d’acquisto degli stipendi è diminuito progressivamente – spiega ad Avvenire Dogan Tilic, giornalista del quotidiano Birgun –. Il presidente sa che il consenso così è a rischio e per questo è tornato a parlare di nuova costituzione. Ma se vuole rimanere al potere, l’economia deve riprendersi». A Istanbul e nelle grandi città è una gara a chi si propone per i lavori più umili, rigorosamente in nero, da fare come seconda occupazione. Tutto quello che non è già stato appaltato ai migranti siriani, oltre tre milioni in Turchia e che, in questa guerra dei poveri, rappresentano gli ultimi e i più dimenticati. La Banca Centrale è totalmente impotente nei confronti di un Presidente sempre più solo, circondato solo da una strettissima cerchia di confidenti e che, soprattutto in politica estera agisce in maniera autonoma, rischiando di provocare ulteriori danni al Paese. La minaccia di dichiarare dieci ambasciatori persone non grate si è trasformata in un boomerang che ha fatto perdere ancora valore alla lira turca. Erdogan sta cercando di fare pressione sulla comunità internazionale perché la Turchia venga tolta dalla lista grigia dei Paesi che non fanno abbastanza controlli sul riciclaggio di denaro e sul finanziamento del terrorismo, che significa meno investimenti stranieri in arrivo. Guai in vista anche con l’ormai ex alleato storico: gli Usa. Dal 23 settembre scorso la Turchia è ufficialmente e totalmente fuori dal programma F35. Ankara però non solo non ha perso le speranze, è pronta a battere di nuovo i pugni sul tavolo perché le vengano restituiti 1,4 miliardi di dollari che aveva anticipato per i jet. Le commesse per le aziende turche, invece, sono perse per sempre».

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