Derby d'Europa

Sovranisti contro europeisti. Sui migranti la spunta Draghi, i muri non saranno pagati da Bruxelles. Da noi il Brunetta super draghista agita FI e Lega, e non solo. Taiwan: Biden sfida la Cina

L’Eurodraghi del Consiglio Europeo scongiura la beffa e impedisce che i soldi di Bruxelles finanzino muri e barriere anti migranti, come avevano chiesto i dodici Paesi: ma per il resto non è che la riunione politica della Ue degli ultimi due giorni sia stata un grande successo. È vero, si è messo un freno alla Polexit, ma la divisione fra sovranisti ed europeisti convinti continua a riproporsi su tutti i temi. Il dopo Merkel sarà segnato dalla necessità di mediare fra queste due tendenze. Macron e Draghi si sono candidati, in qualche modo, ad ereditare la capacità di dialogo della Cancelliera tedesca.

Anche in Italia c’è il derby sovranisti/europeisti. L’intervista bomba rilasciata ieri da Brunetta a Repubblica è diventata centrale nel dibattito. Non solo per il centro destra. L’esigenza di liberarsi da un’ipoteca sovranista è ovviamente condivisa da diversi esponenti della maggioranza, a cominciare da Letta. Entusiasta Calenda, da sempre polemico coi residui di populismo di Lega e 5 Stelle. Grande tensione in Forza Italia (Draghi ha comunque chiamato direttamente Berlusconi), com’è ovvio, e nella Lega dove le differenze fra governisti e populisti sono evidentissime. Nella Versione trovate le reazioni più significative e una rassegna completa nei pdf, con le interviste di Calenda (a QN) e di Buttafuoco (alla Verità), e l’approfondimento di Imberti sul Domani che rivela un dialogo costante fra Draghi e Meloni.

Oggi a Trieste sul no Green pass importante incontro tra portuali e Governo. Dodici fermati ieri fra gli agitatori arrivati per le manifestazioni poi annullate da Puzzer: alcuni di Casapound, altri black bloc. A Taranto, alla settimana sociale dei cattolici, il tema è stato il destino del pianeta: un economista, gesuita, ha fatto vedere quale potrebbe essere la spaventosa geografia dell’Italia del 2040. Se non si interverrà.

Dall’estero, nuova presa di posizione di Biden che alimenta la tensione nel Pacifico: ha detto alla Cnn che gli Usa difenderanno Taiwan dall’aggressione cinese. Immediata la risposta di Pechino. Interessante intervista del Fatto al giornalista americano che ha pubblicato gli “Afghan paper”, documenti riservati che fanno riflettere sulla strategia Usa. Segnalo poi che da oggi e per tutto il mese trovate in edicola il primo numero del Foglio Review, la nuova rivista diretta da Annalena Benini. A giudicare dal loro primo sommario tanta cultura e tanti esteri, per una volta alla guida c’è una donna. Evviva e in bocca al lupo.

Potete ancora ascoltare il secondo episodio di una mia serie Podcast originale realizzata da Chora Media per Vita.it. con Fondazione Cariplo. Il titolo è: Le Vite degli altri e racconta storie di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. È disponibile il ritratto e l’intervista con Dino Impagliazzo, conosciuto a Roma come Nonno Chef. La sua storia è bellissima ed è arricchita da un’intervista col figlio Marco, perché purtroppo lo scorso luglio Dino, a quasi 90 anni, ci ha lasciato. Mettete le cuffiette o il Bluetooth della macchina! Questa l’immagine della “cover”.

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Ascoltate e inoltrate! Domani ci vediamo ancora intorno alle 9. Vi rammento anche che potete scaricare gli articoli integrali in pdf nel link che trovate alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito il file perché resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete degli arretrati. Fate pubblicità a questa rassegna, seguendo le istruzioni della prossima frase.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

I muri d’Europa che non saranno pagati da Bruxelles e anche altri temi nei titoli di stamattina. Avvenire riassume: Nemmeno un soldo per i muri d’Europa. Il Corriere della Sera mette fra virgolette la decisione finale del Consiglio Europeo: «No ai muri pagati dalla Ue». La Repubblica evoca altri periodi storici: Un muro divide l’Ue. La Stampa sottolinea: Europa, Draghi sfida i sovranisti. Brillante anche oggi il Manifesto: Muro contro muro. Libero sta sul tema dei migranti ma in salsa italiana perché oggi inizia un processo al capo della Lega per la Open Arms: Caccia a Salvini. La sua difesa. Altri quotidiani vanno sull’annuncio fatto dallo stesso Draghi che da Bruxelles ha parlato di previdenza, (la trattativa è ancora in corso però), come Il Giornale: La svolta di Draghi: «pensiona» quota 100. Il Mattino sintetizza così: Draghi: pensioni si cambia. Il Messaggero spiega: Draghi: superare quota 100. Effetto Pil, pensioni tagliate. Il Sole 24 Ore è diretto: Draghi: «Pensioni, no a quota 100». In ordine sparso il Domani che rivela: La strana sintonia Draghi-Meloni che ha disinnescato Matteo Salvini. Il Fatto nota che la raccolta dei consensi per un referendum contro il reddito di cittadinanza non sta andando benissimo: Reddito, il maxi-flop di Renzi: 5 mila firme. Il Quotidiano Nazionale pubblica un’intervista al leader di Azione: L’idea di Calenda: Draghi dopo Draghi. Indovina indovinello: su che cosa fa il titolo La Verità oggi? Ma sul Green pass! Eccolo: Il gioco delle tre carte (verdi).

EURODRAGHI CONTRO I SOLDI PER I MURI

Archiviato in qualche modo lo scontro durissimo sulla Polexit, ieri al Consiglio Europeo si è deciso di bloccare la richiesta di finanziamenti per la costruzione di nuove barriere anti-migranti. La cronaca di Marco Galluzzo sul Corriere.

«A giugno aveva quasi obbligato la Commissione a riaprire il dossier migranti. Ieri si è trovato a fronteggiare uno schieramento di almeno dieci Stati che chiedono la costruzione di muri contro le migrazioni. Ma non solo, nonostante alcune spinte e richieste «abbiamo evitato anche il cambiamento delle regole di Schengen, alla fine un punto delle conclusioni è sparito, l'abbiamo spuntata». Mario Draghi racconta lo scontro di alcune ore in seno al Consiglio europeo sul tema migranti. Ha sfiorato anche l'Italia, le accuse di sempre contro il nostro sistema di controllo nazionale, ma alla fine il capo del governo è soddisfatto. Primo: «Siamo contrari ai muri, lo hanno detto la presidente della Commissione e anche altri Stati». Tradotto: con buona pace di Polonia, Ungheria, Austria, Bulgaria, Paesi baltici e altri, nessun muro verrà mai finanziato da Bruxelles. Secondo: «Alla fine si è trovato un equilibrio fra responsabilità e solidarietà, il punto chiave è che quanto più è debole la protezione delle frontiere esterne tanto più è forte la tentazione di limitare i movimenti interni». Ma anche qui nessun cedimento, semmai occorrono «maggiori finanziamenti per il fronte meridionale del Mediterraneo, dopo anni di attenzione al fronte orientale». E lo dice il premier di un Paese che «per troppi anni è stato lasciato solo». Nella conferenza stampa alla fine del summit europeo Draghi parla a lungo anche di energia, della necessità di «un'autonomia strategica della Ue», della possibilità di includere anche il nucleare, come chiede Parigi, nella lista delle fonti pulite di energia (a Roma la Lega fa subito una nota di approvazione) ma fanno capolino tanti temi di politica interna. La prima domanda è sul ritorno del sovranismo in molti Stati della Ue, incluso il nostro; il presidente del Consiglio nega che esista disagio: «Nessuno ha dei dubbi sul fatto che questo governo sia europeista. L'adesione della Lega al governo è stata decisa sulla base del mio discorso in Parlamento. Ho detto - ricorda - che chi farà parte di questo governo deve rispettare il diritto dell'Unione, deve considerare il percorso che ci ha portato all'euro un grande successo. E tutto quello che è successo dopo, con tutti i momenti di crisi e di difficoltà, anch' esso è un grande successo dell'Unione. Quello che dobbiamo fare è cercare di riparare le debolezze della costruzione, non distruggerla». In serata, fanno sapere fonti di Forza Italia, «il presidente Silvio Berlusconi ha avuto un colloquio telefonico» con Draghi: al centro del confronto «i risultati del Consiglio europeo». La Lega, con le sue posizioni, ritorna anche nelle domande sul sistema pensionistico, il superamento del regime di quota 100, «oggetto di discussione della legge di bilancio, che presenteremo la settimana prossima. Io ho sempre detto che non condividevo quota 100: ha una durata triennale e non verrà rinnovata. Quello che occorre fare ora - aggiunge Draghi - è assicurare gradualità nel passaggio alla normalità. È questo l'oggetto della discussione oggi. Occorre essere graduali». Draghi non si spinge oltre, nemmeno una parola sulle ipotesi di mediazione che sono oggetto di dibattito: «I dettagli verranno resi noti nel corso della legge di bilancio». Insieme a Francia e Spagna il nostro governo spinge per un approccio sistemico, europeo, al problema dell'aumento dei prezzi, «siamo stati espliciti con la necessità di preparare subito uno stoccaggio integrato con le scorte strategiche. Dobbiamo proteggere tutti i Paesi dell'Ue in egual misura», dice Draghi, che nega contrasti con Merkel e i Paesi del Nord. Eppure anche su questo dossier non sono stati fatti passi avanti decisivi. Il capo del governo ha insistito sulla necessità di «un'autonomia strategica dell'Unione, perché nel lungo periodo è sulle rinnovabili che bisogna puntare, anche se è difficile rinunciare al gas immediatamente per molti Paesi». A cominciare dall'Italia, visto che «importiamo dall'85 al 90% del gas che consumiamo». Nel Consiglio Europeo, prosegue il premier, «si è discusso di nucleare: alcuni Stati vogliono che rientri tra le fonti di energia non inquinanti. Su questo la Commissione presenterà una proposta a dicembre. Vedremo qual è la situazione: ci sono posizioni molto divisive e diverse all'interno del Consiglio». Infine un passaggio sulla campagna di vaccinazione contro il Covid: «La terza dose» di vaccino «sarà necessaria per certe categorie specialmente e si procederà per ordine di fragilità», come i più vulnerabili e i più anziani. Resta da capire come mai anche in Italia i contagi siano in risalita, «fra pochi giorni saremo in grado di dire se è per il numero maggiore di tamponi o se è il prodotto di una diffusione».

Giornata europea difficile per l’Italia ieri, perché quando si parla di migranti Roma rischia sempre di finire sul banco degli imputati. Tommaso Ciriaco per Repubblica.

«Non è giorno di vittorie, conta soprattutto evitare sconfitte. Mario Draghi lo capisce quando i Ventisette si avvitano a battagliare sul destino dei migranti. L'ordine degli interventi è saltato da un pezzo, ogni Paese rilancia. La conferenza stampa slitta di almeno tre ore. In mezzo ci finisce l'Italia, attaccata dai falchi del Nord sul fianco più debole, quello dei movimenti secondari. Da anni rimproverano il fatto che Roma controlla a fatica gli immigrati che approdano sulle nostre coste per poi superare i confini. Nella prima bozza di documento finale si cita questa dinamica, condannandola. Tocca al premier, assieme ad altri, mediare. Propone anche di spostare una virgola per modificare il senso di una frase, cerca di togliere l'Italia dall'angolo. «Mario to the rescue », allenta la tensione uno dei leader, «Mario viene in soccorso». Soprattutto di se stesso, a dire il vero. La riforma dei migranti è in stallo, rimandata a data da destinarsi. La proposta della Commissione per finanziare i Paesi prioritari da cui partono i flussi - in modo da contenerli - è ancora tutta da elaborare. Il governo italiano, insomma, non può accettare anche una bacchettata sui movimenti secondari. «Nel testo originario non c'era il punto dell'equilibrio tra responsabilità e solidarietà», ricorda Draghi. Con la correzione, si mette in chiaro che la redistribuzione dai Paesi di primo approdo vale quanto lo stop ai movimenti secondari. «Per una strana eterogenesi dei fini - rileva - quello che doveva essere un paragrafo sul finanziamento dei muri non contiene questa possibilità, ma apre uno spiraglio sulla discussione intorno al Patto di asilo e di migrazione, ferma da un anno». C'è anche dell'altro. Le barriere anti-migranti richieste dall'Europa dell'Est non saranno pagate da Bruxelles: «Non è vero che c'è un'apertura al finanziamento. La Commissione non è d'accordo. E anche al Consiglio europeo in tanti, noi compresi, non sostengono questa possibilità». Per il resto, però, poco si muove e quasi tutto deve ancora accadere. Il presidente del Consiglio ne discute con Macron, mezz' ora prima della plenaria, dopo aver letto che le Figaro titola sulla "Rivoluzione Draghi". Sanno entrambi che l'Unione vive in una fase complessa, indebolita dai sovranismi dell'Europa orientale e fiaccata dallo stallo tedesco. Almeno su un punto il premier italiano pensa di poter incidere assieme al Presidente francese: smuovere la Commissione. Trainarla, farla avanzare nonostante la "vacatio" tedesca. C'è da modificare il patto di Stabilità, «abbiamo un anno per lavorarci - dice - anche perché più d'uno dubita che oggi funzioni bene». E c'è da elaborare la riforma dei migranti. Se ora è congelata, che almeno si agisca nell'individuazione dei Paesi prioritari a cui poi distribuire le risorse. Ha a cuore ovviamente soprattutto Tunisia e Libia. Ci sono anche le trattative sul fronte italiano ad occupare la mente del premier».

SALVINI A PROCESSO, SBARCHI (NEL SILENZIO)

Come ministro degli Interni del primo governo Conte Matteo Salvini, nell'agosto 2019, impedì lo sbarco di 147 migranti, raccolti un’imbarcazione della spagnola Open Arms. Oggi a Palermo comincia il processo per sequestro di persone. La cronaca di Alfredo Marsala sul Manifesto.

«La strategia Matteo Salvini l'ha definita con Giulia Bongiorno nella hall dell'hotel delle Palme, alla fine di una giornata segnata da riunioni politiche con i suoi. L'avvocato ieri sera dopo la cena gli ha ribadito la linea difensiva che intende perseguire nel processo che si apre oggi nell'aula bunker del carcere Pagliarelli. L'ex ministro degli Interni è imputato per sequestro di persona e rifiuto di atti d'ufficio per il caso della Open Arms, la ong spagnola che salvò due anni fa 147 migranti e che rimase al largo di Lampedusa per giorni perché il titolare del dicastero non autorizzò l'approdo sicuro. Per la Procura di Palermo, che ha portato al processo il leader della Lega, Salvini «provocava l'illegittima privazione della libertà personale dei predetti migranti, costringendoli a rimanere a bordo della nave per un tempo giuridicamente apprezzabile, precisamente, dalla notte tra il 14 e il 15 agosto 2019 sino al 18 agosto 2019, quanto ai soggetti minorenni, e per tutti gli altri sino al 20 agosto 2019, data in cui, per effetto dell'intervenuto sequestro della nave, disposto dalla procura di Agrigento, venivano evacuate tutte le persone a bordo». Per il Tribunale dei ministri e per il gip la contestazione della Procura è fondata. Ecco perché il capo del Carroccio, davanti alla seconda sezione del Tribunale, oggi siederà nell'aula bunker da imputato. Un processo che si preannuncia movimentato. Tanti i teste che si presenteranno davanti ai giudici: dall'ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte al ministro egli Esteri Luigi Di Maio, dall'ex ministro Danilo Toninelli alla titolare del Viminale Luciana Lamorgese. La tesi che sosterrà l'avvocato Bongiorno è che la decisione di Salvini di impedire l'attracco sarebbe stata concordata con l'ex premier e l'intero esecutivo. E farà leva sulla sentenza, emessa nel maggio scorso dal gup di Catania Nunzio Sarpietro, che ha assolto Salvini, indagato sempre per sequestro di persona, per aver bloccato, a luglio di due anni fa, 131 migranti sulla nave della Guardia costiera Gregoretti, nel porto di Augusta. L'accusa è condotta dal procuratore aggiunto Marzia Sabella, dai pm Geri Ferrara e Giorgia Righi. Venticinque le parti civili, tra cui Arci Sicilia, Mediterranea saving humans, l'associazione giuristi democratici. Ironico Salvini: «Open Arms vuol citare l'attore Richard Gere, spero che il processo non diventi un festival del cinema». L'udienza di oggi sarà dedicata all'ammissione delle liste testi di accusa e difesa e alle produzioni. Nell'agosto del 2019 la Ong catalana soccorse decine di migranti in mare e chiese l'assegnazione di un porto sicuro. Da Roma arrivò il no del Viminale. Salvini dispose il divieto di ingresso, transito e sosta nella acque territoriali italiane. Con lui firmarono anche i ministri alle Infrastrutture e alla Difesa di allora, Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta. Cominciò un braccio di ferro tra governo e ong. La nave era a poche miglia da Lampedusa, la situazione a bordo si era fatta esplosiva: i profughi erano in condizioni di grave disagio psichico e fisico. Il 13 agosto i legali della Open Arms presentarono un ricorso al Tar del Lazio, contestando il divieto firmato dai tre ministri italiani per «violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso». Il Tar diede loro ragione, sostenendo che a bordo la situazione fosse di eccezionale gravità e che la nave poteva entrare nelle acque territoriali italiane. Una decisione che fece emergere una spaccatura nell'esecutivo con Salvini che restò sulle sue posizioni e Trenta e Toninelli che non firmarono il nuovo divieto di ingresso. La Ong intanto chiese l'assegnazione del porto sicuro anche a Malta e alla Spagna che acconsentirono, ma le condizioni dei profughi imposero una soluzione rapida. A sbloccare lo stallo fu la Procura di Agrigento che dopo una ispezione con uno staff di medici, il 20 agosto, sequestrò la nave e fece sbarcare tutti. Per i pm, Salvini avrebbe illegittimamente trattenuto a bordo i migranti. Non si sarebbe trattato dunque di un atto politico del Governo, come sostiene il leader della Lega, ma di una precisa scelta del Viminale».

Mille persone in tre giorni sbarcate, nel silenzio più assoluto, in Calabria. Arrivano su barche a vela, dalla rotta turca. Antonio Maria Mira su Avvenire.

«Sono quasi mille gli immigrati sbarcati negli ultimi tre giorni sulle coste joniche calabresi: 782 su quelle reggine in otto sbarchi, 208 in tre sbarchi su quelle crotonesi. Un flusso continuo che avviene nel totale silenzio e disinteresse. Quasi tutte barche a vela, strapiene di persone, comprese donne e minori, provenienti dalla rotta turca. Col fortissimo sospetto che ci sia in mare una 'nave madre' molto grande che ha trasportato gli immigrati per gran parte del viaggio per poi trasbordarli su imbarcazioni più piccole. Un'ulteriore conferma dell'esistenza di un'importante organizzazione di trafficanti di essere umani che quest' anno sta facendo ricchissimi affari. Infatti fino ad oggi sulle coste calabresi sono arrivati più di 6mila persone, mentre erano state 'solo' 2.500 in tutto il 2020, anno peraltro già in crescita. Ben 4.651 sulle coste reggine, in 53 sbarchi, 40 dei quali a Roccella Ionica. Con un crescendo in questi ultimi due mesi. Gli sbarchi sono stati, infatti, 25 tra gennaio e agosto, e 28 da settembre a oggi. A preoccupare magistratura e forze dell'ordine è che non solo è attivissima la rotta turca, con più di uno sbarco al giorno, ma è ripresa alla grande anche quella dalla Libia orientale, gestita da trafficanti egiziani, con grossi pescherecci che trasportano anche 2- 300 persone. E sono comparsi anche i primi gruppi di profughi afghani, fuggiti dopo il crollo di Kabul, avvisaglie di un flusso che si teme molto forte. Intanto i trafficanti, come ci spiegano gli investigatori, stanno perfezionando le strategie. Così ormai non tentano più di arrivare fino alla costa. Ma quando sono ancora in alto mare chiamano i numeri dell'emergenza marina e chiedono soccorso. Poi per giustificare la chiamata danneggiano motori o timoni. Questo, ovviamente, obbliga gli uomini della Guardia costiera e della Guardia di finanza a un super lavoro, tutti i giorni in mare anche a decine di miglia dalla costa. Non fanno in tempo a sbarcare gli immigrati, in gran parte nel paese della Locride di Roccella Ionica, che devono riprendere il mare. Anche perché in questi mari non c'è nessuna barca delle Ong. Giovedì notte un fuori programma. Alle 23 è giunta una chiamata alla centrale operativa dei carabinieri di Reggio Calabria. Chiamavano da un telefono satellitare, avvertendo in inglese che erano sbarcati 50 immigrati sulla spiaggia di Cala Janculla, nel comune di Seminara, sul Tirreno. Una novità, visto che tutti gli altri sbarchi sono avvenuti sullo Jonio. Il soccorso è stato effettuato dalla Guardia costiera con una motovedetta e due gommoni che si sono avvicinati alla spiaggia irraggiungibile da terra, perché sormontata da un'alta scogliera. Lì c'erano effettivamente 56 immigrati, di nazionalità irachena e iraniana, evidentemente scaricati da un'imbarcazione che poi si è allontanata. Una barca sicuramente grande (forse la nave madre) che ha passato lo stretto di Messina senza insospettire nessuno. Gli immigrati soccorsi nella notte, illuminata dai fari di un elicottero della Gdf, sono stati poi trasportati nel porto di Bagnara calabra, dove il comune ha predisposto l'accoglienza nel palazzo dello sport. Una situazione sempre più drammatica e insostenibile, soprattutto Roccella Ionica, che dispone solo di un proprio centro di accoglienza in un edificio peraltro poco adatto e che può ospitare non più di 120 persone. Così, denuncia il sindaco Vittorio Zito, «questa notte per la prima volta in cento hanno dovuto dormire in banchina, per terra e all'aperto. Solo una parte sotto un gazebo che ci hanno prestato. E lì passeranno ancora un'altra notte». E qui il primo cittadino si sfoga. «La cosa incredibile e inspiegabile è il totale silenzio del ministero dell'Interno. Nuovamente tre giorni fa ho chiesto di essere aiutato. Anche per piccole cose come comprare un gazebo. O avere dei bagni chimici. Ma non mi hanno risposto. Al massimo dicono 'vedremo'. Come se avessero paura di qualcosa».

TRIESTE, OGGI INCONTRO COL GOVERNO

La situazione epidemiologica in Italia resta «sotto controllo» e l'andamento generale «resta favorevole». Dice l’Iss ieri, anche se risulta in crescita sia l'incidenza che l'indice di trasmissibilità Rt salito a 0,86 rispetto allo 0,85 di sette giorni fa. C’è da capire se la lieve ripresa è il frutto dei due milioni di tamponi, fatti in sette giorni e dovuti all’obbligo di Green pass. Dagli ospedali, infatti, arrivano buone notizie: il tasso di occupazione dei posti letto da parte di pazienti Covid diminuisce ancora. A Trieste intanto stamattina il leader dei portuali Puzzer vede il ministro Patuanelli. Ecco la cronaca del Manifesto di Marinella Salvi.

«La protesta contro il green pass e l'obbligo vaccinale, almeno a Trieste, sembra essersi liquefatta. Ieri mattina, in una Piazza Unità ancora bagnata dalla pioggia notturna, pochi capannelli ma, una volta tanto, si discute, a gruppetti, ognuno nel suo angolo, si parla delle manifestazioni di questi giorni. Perché chi c'era in gran parte sembra essersene andato, perché in piazza non ci sono più comizi e preghiere, perché è tornata la gente di tutti i giorni. Parecchia polizia e tantissimi giornalisti e cineprese anche dall'estero, spaesati. Tra i pochi presenti che sono in piazza da giorni c'è delusione e malumore: si lamenta la mancanza di organizzazione, la troppa eterogeneità delle presenze e lo spazio dato a interventi «fuori dalle righe». Malumore verso Stefano Puzzer che ha acceso una miccia senza vedere quello che avrebbe fatto esplodere, che non ha trovato alleati se non l'innesto di no vax/no pass e fascisti in un Coordinamento scombinato e poco trasparente. Le presenze in piazza sono cambiate: non c'è più quell'aria mistica che imperversava, né quell'evidente forzatura no vax che si respirava a pieni polmoni. Qualcuno di sinistra ha rimesso la faccia in piazza, e anche un gruppo di antagonisti locali ma, davanti all'esiguo numero di gente, c'è poco da fare o da dire. È bastato il dietro front del Coordinamento per la forte pressione sull'ipotetico arrivo di frange violente per sciogliere tutto. Fino a mercoledì pomeriggio, con una organizzazione già abbondantemente sfilacciata e divisa, sembrava dovessero esserci tre iniziative: un corteo indetto, pare, dal movimento 3V ieri mattina, un corteo indetto dal Coordinamento nel pomeriggio, un presidio il giorno dopo davanti alla prefettura come appoggio all'incontro tra i leader del Coordinamento e il ministro Patuanelli previsto questa mattina. Poi il comunicato del Coordinamento che annunciava di rinunciare alle manifestazioni invitando tutti a non venire a Trieste. Stefano Puzzer registra un breve video pregando di continuare a manifestare ognuno nella propria piazza perché arrivare a Trieste significherebbe cadere in una trappola. Arriva a quel punto la decisione del questore che vieta tutte le manifestazioni. Infatti, il corteo previsto per ieri mattina non si vede anche se i bar intorno alla piazza da dove sarebbe dovuto partire mantengano accatastati gran parte dei tavolini all'aperto. «Stefano Puzzer vi chiede di rimanere nelle vostre città e si impegna personalmente, sin da domenica, a portare a conoscenza di tutti l'esito dell'incontro con il governo. Sulla base di tale incontro verranno decise eventuali nuove iniziative» si legge nel comunicato del Coordinamento. L'incontro dunque ci sarà ma resta una incognita sul contemporaneo raduno perché il Coordinamento, che per iscritto lo ha annullato, dichiara ai giornalisti che sì, un appoggio nutrito di gente in piazza ci sarà «ovviamente». Per tutto il giorno sono continuati i posti di blocco delle forze dell'ordine nelle vie di accesso alla città. Il questore ha disposto dodici fogli di via obbligatori, otto nei confronti di appartenenti a CasaPound, due nei riguardi di anarchici e altri due per estremisti di destra arrivati in treno. 1.500 le persone identificate. L'anomalia di questa esperienza triestina sta proprio nella mancanza di un qualche filo conduttore e, di conseguenza, di una coerenza comunicativa che, sommate al richiamo continuo all'essere «apartitici e apolitici» hanno dato spazio soltanto a slogan e preghiere. Non è un caso se quel pezzo di sinistra no green pass, dopo qualche iniziale tentativo, aveva abbandonato il campo».

CENTRO DESTRA E NON SOLO, DOPO BRUNETTA

L’intervista di Brunetta a Repubblica di ieri ha rivoluzionato il dibattito politico. Già abbiamo visto che il premier ha fatto due mosse, in qualche modo, in reazione alle parole del Ministro: 1. Ha ribadito da Bruxelles che il suo governo è saldamente europeista. 2. Ha fatto sapere di avere parlato al telefono con Silvio Berlusconi proprio del Consiglio Europeo. Di tutte le altre reazioni scrive Annalisa Cuzzocrea su Repubblica.

«Un fronte repubblicano che argini l'estrema destra, tenga fuori i sovranismi e prosegua nella prossima legislatura l'esperienza del governo Draghi. L'appello lanciato dal ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta nei confronti delle tre grandi famiglie politiche - popolare, socialista, liberale - piomba nel dibattito interno al Pd con la forza di una scossa. Perché troppe incertezze circondano ancora il progetto di un nuovo Ulivo lanciato da Enrico Letta. Messo in crisi dalle stesse parole di chi dovrebbe coinvolgere: dal leader di Azione Carlo Calenda a quello M5S Giuseppe Conte. E perché c'è un'area interna ai dem che guarda con favore alla prosecuzione dell'agenda di questo governo, pur epurata dai compromessi dovuti alla presenza della Lega. Per non parlare dell'ex capogruppo al Senato Andrea Marcucci: «Bene Brunetta, c'è bisogno che tutti i partiti siano all'altezza di Draghi». Il segretario pd non stronca lo scenario descritto dal forzista. «Guardo con molto interesse a quel che si sta muovendo», dice Letta, che martedì riunisce la direzione del partito. Dietro questa apertura di credito, c'è però un invito alla prudenza: al Nazareno aspettano «di vedere i ministri di Forza Italia alla prova dei fatti. Anche perché, a oggi, Silvio Berlusconi sembra prigioniero di Matteo Salvini e Giorgia Meloni». Che un altro mondo sia possibile, auspicabile perfino, lo dice senza indugi il sindaco di Pesaro Matteo Ricci: «Brunetta coglie il fatto che ormai in Europa c'è un discrimine netto tra le forze europeiste e quelle sovraniste - spiega - le esperienze dei governi cambiano sempre il quadro politico. Il Conte 2 ha portato a un'alleanza Pd-M5S che sembrava impossibile. Adesso, c'è una parte moderata del centrodestra che vuole uscire dall'abbraccio dei sovranisti». Per andarle incontro, a detta di molti, la condizione è il cambio della legge elettorale: «Per staccare i moderati dalla destra antieuropea serve il proporzionale con sbarramento al 5% - continua Ricci - . Nelle prossime settimane, bisognerà discutere anche di questo. Perché se Forza Italia o la Lega di Giorgetti fossero disponibili, i numeri si potrebbero trovare». La palla è insomma nel campo delle forze moderate del centrodestra. Alle quali è vicino anche Calenda, che non a caso ieri esultava: «Buone notizie! ». «All'idea di una maggioranza Ursula - simile cioè a quella che in Europa regge la commissione von der Leyen - varrebbe la pena lavorare », conferma un altro sindaco, quello di Bergamo Giorgio Gori. «È auspicabile che questa fase di governo, con al centro gli investimenti del Recovery e le riforme, non si esaurisca dopo il 2023», spiega. Ammettendo però che «dire come ci si possa arrivare è più complicato e la legge elettorale non è indifferente. A meno che non si immagini che Forza Italia possa stare dentro a un'alleanza di centrosinistra». La verità, per Gori, è che prima di tutto «Brunetta, Gelmini, Carfagna, devono vincere una battaglia nel loro campo». Il che, a giudicare dalle ultime mosse di Berlusconi e dalle sue speranze per il Quirinale, non sembra affatto semplice. «Fino all'elezione del Colle niente si muoverà», predice un ministro pd. «Dopo, se si creerà uno spazio per il cambio della legge elettorale, che sia con la prosecuzione di questo governo o con un esecutivo ponte, si aprirebbero percorsi del tutto diversi». Se però resta il maggioritario, il massimo che potrebbe accadere secondo l'ala sinistra del partito è che un pezzo di Forza Italia si stacchi, anche da Berlusconi, dando vita a una formazione nuova, europeista, che andrebbe ad aggregarsi con altri pezzi di centro già esistenti. Il presidente dell'Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, ad esempio, pensa che «dopo anni di tripolarismo si stia tornando a un bipolarismo vero. Le schermaglie di Conte, Renzi, Calenda, lasciano il tempo che trovano. Qui in Regione, dove i 5S si sono presentati con noi, entrano in consiglio. Dove non lo hanno fatto, restano fuori». È quindi, per Bonaccini, una strada ineluttabile. Ma molto diversa da quella che immaginava per Conte Goffredo Bettini: perché i 5 stelle sono un pezzo laterale del puzzle, non ne sono il centro. «Anche Forza Italia, come loro, dovrà fare una scelta», aggiunge il presidente emiliano. Mentre un altro riformista come Tommaso Nannicini avverte: «Non possiamo appiattirci sull'agenda Draghi senza guardare al futuro. Una cosa è un governo, un'altra una coalizione elettorale che sia attrattiva. Le alleanze "contro" non funzionano, rischiano anzi di fare un regalo a Salvini e Meloni ridando loro centralità politica in un momento in cui le stanno sbagliando tutte».

Alressandro Sallusti, su Libero, risponde direttamente a Brunetta con due osservazioni: finché c’è il maggioritario, sostiene, il centro ha comunque bisogno dell’ala destra, Berlusconi ha permesso il bipolarismo in Italia grazie a questa capacità di alleanze. Come fa a correre da solo? Seconda questione: può esistere una maggioranza Draghi senza Draghi?

«Renato Brunetta si mette alla testa con coraggio della fronda di Forza Italia contraria a patti di ferro con Lega e Fratelli d'Italia che in questo momento coincide con la fronda contro Silvio Berlusconi che quel patto lo ha sancito. C'è voglia di centro in Forza Italia e questo non solo non è una novità ma e pure cosa ovvia: Forza Italia è per definizione centrista. Questo lo sa bene anche Berlusconi - il più centrista dei centristi - che a differenza di Brunetta nel '94, quando scese in politica, si fece un'altra domanda: come fa un partito di centro a battere le sinistre, vincere le elezioni e governare il Paese? Semplice, alleandosi alle destre- la Lega di Bossi e An di Fini - che tra l'altro allora erano più populiste e più destre di quanto non lo siano oggi. Nacque il bipolarismo e sia pure con alterne fortune la cosa funzionò. A occhio non mi sembra che oggi ci sia un'alternativa a questo collaudato schema: tutte le non sinistre unite contro tutte le sinistre a loro volta federate. Brunetta dice che no, così non va perché lui coi populisti non vuole avere nulla a che fare. Legittimo ovviamente, ma non capisco il passo successivo. Come dovrebbe presentarsi alle elezioni Forza Italia stante che oggi non abbiamo una legge proporzionale pura dove ognuno fa per sé e poi si vede dopo il da farsi? Da sola? Morta. Insieme agli scissionisti di sinistra Renzi e Calenda? Impossibile, inutile nei numeri e antistorico perché nessun elettore di Forza Italia voterebbe Renzi e nessun renziano e nessun calendiano, cioè nessuno di sinistra, voterebbe Brunetta anche se in questa tornata sta dando da ministro, giudizio condiviso un po' da tutti, prova di grande capacità ed efficienza. Temo che Brunetta debba arrendersi all'evidenza che in Italia il centro non esiste, o meglio non esiste elettoralmente parlando anche se poi chiunque vinca di fatto dopo si posiziona al centro che è l'unico luogo di governo possibile. Il rischio dell'euforia che ha accompagnato l'avvento (benedetto) di Draghi è pensare che possa esistere una maggioranza Draghi senza Draghi. Che è un po' come dire - indipendentemente da cosa possa pensarne il bravo Brunetta che possa esistere Forza Italia senza Berlusconi».

Francesco Verderami ragiona sui destini del centro destra: l’unità, dice nel suo retroscena per il Corriere, arriverà solo fino a Natale, col panettone.

«Il centrodestra mangerà il panettone, ma l'incantesimo svanirà in concomitanza della corsa al Colle. E la rottura non avverrà dopo ma durante. Oggi è interesse comune offrire una parvenza di unità: da una parte perché Salvini e Meloni devono riprendersi dalla botta elettorale; dall'altra perché Berlusconi mira al Quirinale. Ed è vero che gli «allievi» asseconderanno il «professore», ma il Cavaliere rischia di trasformarsi in un moderno Sisifo e di veder vanificati i suoi sforzi: i voti che faticosamente sta cercando di prendere tra le file degli avversari, li sta perdendo tra gli alleati. Anzi, è in casa propria che sente di non avere pieno sostegno, e lo scontro in Forza Italia sul capogruppo anticipa una resa dei conti a scrutinio segreto. Di qui l'irritazione verso i suoi ministri, che hanno aperto formalmente un conflitto latente da tempo: «Gelmini - si lamenta Berlusconi - era a cena da me lunedì sera. Con che faccia sostiene di esser stata tagliata fuori. E Brunetta è venuto a trovarmi per chiedermi di fare il king maker di Draghi alla presidenza della Repubblica, così lui diventerebbe il mio presidente del Consiglio. "Il tuo Renatino", così mi ha detto. Il mio, poi...». Di suo nell'esecutivo ritiene ci sia poco, visto il racconto che fa delle ore precedenti la formazione del governo, quando cercò il premier incaricato e gli chiese di inserire Tajani nella lista del futuro gabinetto. «Ma Tajani è un leader». «Il leader sono io». Poi, senza aver più risposte, seppe dei ministri solo dalla tivvù. Allora Berlusconi incassò il colpo senza batter ciglio, ora ha chiesto a Draghi un rapporto diretto sulle questioni di governo: «È bene che tu ne parli con me». La telefonata tra i due, avvenuta ieri e resa nota da Forza Italia, aveva un valore simbolico più che di contenuto: voleva lanciare un segnale sulla catena di comando nel partito e soprattutto nei rapporti con i suoi rappresentanti al governo. Più che la posizione assunta a suo tempo sulla giustizia, l'atto di lesa maestà per Berlusconi è stato l'endorsement pubblico di Brunetta per Draghi al Quirinale. E a nulla valgono le garanzie di quanti gli dicono «se ti candidi, ti sosterremo», perché sa che se l'ex presidente della Bce scendesse in campo, lo farebbe per essere votato alla prima chiama. Peraltro ritiene che il premier stia seriamente pensando al Colle, se è vero quanto gli ha riferito Rotondi, ricevuto nella casa romana di Draghi e intrattenuto per un'ora a parlare di politica. Sarebbe la fine dei giochi e l'inizio del rompete le righe nel centrodestra. Lì dove si muovono in tanti, compresa la vecchia guardia del Cavaliere: è Gianni Letta a ripetere che «Forza Italia deve riposizionarsi», ed è Dell'Utri - tornato a frequentare Arcore - ad aver politicamente apparecchiato in Sicilia l'accordo tra Miccichè e i renziani isolani. È la corsa verso il centro, «al centro c'è uno spazio enorme», sottolinea la Gelmini, che non è intenzionata a fermarsi: «E dopo l'elezione del capo dello Stato, vedremo cosa farà Berlusconi». L'ex premier si ritrova al crocevia dei giochi. Comprende che la coalizione potrebbe andare in pezzi e ritiene che ci sia un antidoto per evitarlo: restare ancorati al governo. «Dovresti entrarci anche tu», ha detto alla Meloni durante l'ultimo vertice. Lei ha sbarrato gli occhi, e la reazione istintiva è valsa come risposta. Ma c'è un motivo se Salvini ha annunciato che proverà a organizzare un inusuale vertice con Draghi sulla Finanziaria, al quale dovrebbe partecipare - oltre al Cavaliere - anche la leader di Fdi. «Io penso a un centrodestra unito», argomenta il capo del Carroccio: «Se non è unito, sbanda a sinistra». Cioè si scinde. Perciò Salvini non ha intenzione di lasciare la maggioranza. Per quanto sia in sofferenza con Draghi, vuole evitare di offrire pretesti «fino alla fine della legislatura», a prescindere cioè da chi sarà il capo dello Stato. Così ha sostenuto alla riunione con gli alleati, per quanto sia difficile tenere unita una coalizione con due piedi dentro la maggioranza e uno fuori: «In ogni caso Matteo non mollerà il governo», secondo un autorevole dirigente di FdI. Le ragioni sono molteplici: a parte che l'ha fatto già una volta e non gli è andata bene, tornare all'opposizione significherebbe dar ragione alla Meloni. Inoltre provocherebbe la reazione di una parte consistente del suo partito, fermamente contraria a una simile decisione. Ma soprattutto, con la permanenza al governo, toglierebbe spazi di manovra al centro, gli impedirebbe di saldarsi e poi di accordarsi con il centrosinistra (anche) sulla legge elettorale. C'è tempo fino al panettone.».

5 STELLE, I TORMENTI DI CONTE

Se Letta e Calenda, e probabilmente Renzi, sono interessati alla posizione di Brunetta, che guida i governisti in Forza Italia, non ci sono grandi reazioni dal mondo 5 Stelle. Che pure ha i suoi tormenti. Nel Movimento Conte viene accusato di personalismi e pesa il silenzio di Grillo. Emanuele Buzzi sul Corriere:

«Una serie di tormenti che minano l'orizzonte. Il dopo Amministrative per Giuseppe Conte si presenta con molte incognite: le reazioni dei parlamentari alle nomine dei vicepresidenti, lo scontro per il futuro capogruppo, il pressing per un chiarimento sul terzo mandato, la causa legale a Napoli che mette a rischio la nuova fase M5S. Il presidente M5S reagisce: «Il Movimento è un grande spazio di partecipazione, una grande comunità che ha l'obiettivo di coinvolgere tutti, ciascuno per la propria parte, nel progetto di rendere questa società migliore», dice al Corriere . E contrattacca: «In questo quadro non c'è spazio per personalismi. Non può esserci. Anteporre se stessi, le proprie ambizioni, rispetto a un progetto così importante e coinvolgente è dannoso ed egoista. È inaccettabile mettere a repentaglio un nuovo piano - di molti - per seguire o assecondare il tornaconto o la smania di pochi». Ma l'elenco dei nodi è lungo e bisogna dipanare un po' la matassa di questioni che si intrecciano tra loro. Anzitutto i fari sono puntati su deputati e senatori. «Dopo la scelta dei vicepresidenti, ci sono due tipi di malesseri diffusi: chi rosica e chi si chiede cosa faranno i cinque e con che criterio sono stati scelti», dice un esponente del Movimento. Un altro attacca: «Non è rappresentato il Nord né la Sicilia, fucina M5S, non ci sono i "pragmatici"». «Quando saranno operativi?». E proprio quest' ultima domanda racchiude un ulteriore giallo. Riccardo Ricciardi ha informato il direttivo della Camera che lui è ancora a pieno titolo vicepresidente del gruppo di Montecitorio. In sostanza, i cinque vice di Conte non sono ancora in carica. Anzi, la loro nomina andrà ratificata con una votazione online, come confermano i vertici M5S. Una votazione che alcuni vedono come «scivolosa» e che potrebbe essere allargata ad altre nomine. Il problema è che non sono chiari i tempi della votazione e anche questo dettaglio allarma la truppa. E su questa vicenda pesa anche il silenzio assordante di Beppe Grillo. Altra nota dolente è quella del capogruppo alla Camera. Davide Crippa resiste alla guida e aumentano anche le voci di una sua ricandidatura. Le quotazioni di Crippa sono in ascesa dopo il blitz fallito contro di lui. Non solo. Il timore di uno scontro con Alfonso Bonafede accresce i malumori. L'ex Guardasigilli ha avuto un confronto serrato con Conte su come è stata gestita la questione. I contiani non hanno la maggioranza a Montecitorio e su Bonafede alcuni sperano che convergano altre anime M5S. «Bonafede non lo vuole nessuno» replicano altri. E già circolano i nomi di chi sarebbe pronto a candidarsi (con o senza il placet di Conte): Angelo Tofalo, Lucia Azzolina (dipinta da molti come delusa dalle nomine) e c'è chi tira per la giacca anche Stefano Buffagni, che però non vuole essere della partita. Sul gruppo aleggia anche lo spettro del terzo mandato - «non può liquidare la questione dicendo che deciderà la base: è come lavarsene le mani» dice un parlamentare - e della presenza del M5S al governo. I contiani sbottano: «Questa situazione è un po' stomachevole». Il leader all'Adnkronos nega la possibilità di un voto anticipato. Nonostante le rassicurazioni nel gruppo la fronda dei malpancisti pronti all'addio si prepara e accusa: «Qui non funziona il metodo. Anzi c'è un metodo, il "metodo Conte", fatto di decisioni imposte senza ascoltare». Su una situazione già di per sé complicata pesa anche l'ombra delle battaglie giudiziarie: a breve a Napoli entrerà nel vivo la causa dei ribelli del Movimento che contestano la votazione sullo statuto e, quindi, la legittimità del ruolo di Conte.».

EMERGENZA CLIMA ALLA SETTIMANA SOCIALE

Dibattito di ieri tra il ministro Giovannini e l’economista Giraud alla Settimana Sociale di Taranto. Tema: come azzerare le emissioni nocive. Si può fare, ma bisogna agire da subito. Paolo Lambruschi per Avvenire.

«I numeri del mutamento climatico sono sempre più allarmanti per chi guarda al futuro prossimo del pianeta. Ma in Italia abbiamo la possibilità di agire subito. I messaggi della della seconda giornata della Settimana sociale dei cattolici italiani in corso a Taranto sono sostanzialmente questi. Per i primi è l'economista gesuita Gael Giraud, direttore del centro di giustizia ambientale della Georgetown University di Washington a dare la scossa alla platea con una serie implacabile di grafici e una cartina colorata del pianeta dove il rosso indica l'allarme. «Metà della massa terrestre sarà soggetta a più di 50 giorni di combinazioni letali di calore. Dove avverranno? Se proseguiamo con questo livello di inquinamento le zone più colpite entro fine secolo saranno America Centrale, Amazzonia, Golfo di Guinea e bacino del Congo oltre alle coste indiane e al Sudest asiatico. Gli Stati Uniti saranno soggetti a un giorno su tre di combinazioni letali insieme alla costa orientale della Cina. Significa centinaia di milioni di persone costrette a migrare per non morire». In questa fase secondo il sacerdote economista l'Europa e l'Italia saranno risparmiate. Ma nel 2040 la fascia meridionale del Vecchio continente sarà sottoposta a un forte stress idrico con una riduzione del 40% dell'accesso all'acqua. La mappa colora di rosso Portogallo, Spagna e Italia oltre a tutto il Nordafrica. «Mi risulta - ha proseguito Giraud - che diversi Stati abbiano già progettato investimenti in impianti di desalinizzazione delle acque marine per affrontare il problema idrico. Ma per affrontare queste immense sfide ecologiche è necessaria una conversione». Per il gesuita occorre analizzare perciò l'antropologia cristiana della Laudato Si', opposta a quella predominante nel mondo occidentale che mette al centro l'uomo sano e bianco. «E gli altri? Le donne, i bambini, gli ammalati, gli anziani e gli animali? È una logica che lascia agire le forze invisibili di mercato e considera gli effetti sulla società e il Creato danni collaterali». L'analisi del testo biblico porta padre Gael a conclusioni forti. «Siamo responsabili del disastro ecologico. La Bibbia ci insegna il rapporto non violento con il Creato, Dio vuole che condividiamo pacificamente il dominio. Se vogliamo iniziare a ridurre l'inquinamento possiamo ad esempio imparare a non mangiare carne. Serve una ecologia integrale». È il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili Enrico Giovannini a indicare l'agenda: «Quella conversione ecologica a cui ci richiama il Papa è possibile, siamo in un momento particolare in cui tutti siamo chiamati a dare il proprio contributo. Contrariamente a slogan internazionali - ricostruire meglio - noi dobbiamo fare non solo meglio ma in maniera molto diversa». La prima battaglia è normativa. «Tra qualche mese - ha aggiunto Giovannini - questo Paese deciderà di cambiare la Costituzione per inserire il principio della giustizia tra generazioni. Il Parlamento in prima lettura ha dato l'ok al cambiamento, ci sarà un secondo step. È una battaglia che con ASviS iniziammo cinque anni fa. Ci dissero che i principi non si possono toccare perché si va a toccare l'articolo 9 e il 41, dove si parla di attività economica. Nel nuovo testo si scrive che non può andare a discapito della salute e dell'ambiente. Siamo a Taranto. Se avessimo avuto prima questo principio tutta una serie di scelte sarebbe stata dichiarata incostituzionale». Infine la giusta transizione ecologica, che come dimostrano gli aumenti in bolletta, va resa socialmente sostenibile va affrontata subito. «Abbiamo bisogno di convertire il nostro sistema di produzione di energia, ma anche di utilizzo di energia. Non a caso il pacchetto europeo impatta molto sui trasporti, sull'edilizia perché abbiamo il bisogno di cambiare anche il modo di consumare. E non a caso il governo, proprio di fronte all'aumento dei prezzi dell'energia, è andato a curare in particolare, riducendolo, il costo per le famiglie più in difficoltà. A parlare di resilienza e sostenibilità a qualcuno questi concetti sono venuti a noia. Hanno a che fare con l'accettare che il futuro sarà pieno di choc. È il momento giusto per la trasformazione verso il pianeta, la società e le persone che speriamo. Questa settimana sociale aiuterà il Paese».

BIDEN SFIDA LA CINA SU TAIWAN

La prima notizia di esteri è la posizione durissima del presidente Biden sulla questione Taiwan. In un dibattito alla CNN  il presidente Usa ha detto: «L'America difenderà Taiwan militarmente», provocando l'ira di Pechino. Giuseppe Sarcina per il Corriere della Sera.

«Che cosa farebbe se la Cina dovesse attaccare Taiwan? Reagirebbe con un'azione di difesa militare?» Joe Biden risponde senza esitazione e con nettezza alla domanda più insidiosa della serata posta da uno studente del Connecticut: «Sì, sì. Ho parlato più volte con Xi Jinping che con ogni altro leader mondiale. Gli ho spiegato che non voglio una "guerra fredda" con la Cina. Ma nello stesso tempo voglio essere certo che abbia capito che noi non ci tireremo indietro. Non cambieremo la nostra visione». A quel punto Anderson Cooper, il moderatore dell'incontro con il pubblico organizzato dalla Cnn giovedì sera a Baltimora, si accerta di aver capito bene: «Sta dicendo che gli Stati Uniti difenderanno Taiwan in caso di attacco cinese»?. Biden: «Sì, abbiamo un impegno in questo senso». L'uscita del presidente ha suscitato la reazione immediata di Pechino. Wang Wenbin, portavoce del ministro degli Esteri, ha dichiarato: «Quando è in gioco la sovranità e l'integrità territoriale della Cina, non c'è spazio per compromessi nè per concessioni da parte nostra. Nessuno dovrebbe sottovalutare la forte determinazione e la grande capacità del popolo cinese di difendere la sovranità e l'integrità territoriale». Così, con una battuta al termine di una «town hall» che sarebbe dovuta servire a promuovere la manovra di politica economica interna, Biden ha riacceso la tensione con Pechino. Tanto che ieri la Casa Bianca ha cercato di riparare con un blando comunicato: «Nessuna variazione, noi siamo per lo status quo». Il ministro della Difesa, Lloyd Austin, parlando a margine di una riunione Nato a Bruxelles, si è limitato ad aggiungere: «Nessuno vuole che le questioni nell'area possano esplodere. Noi rimaniamo impegnati nella nostra politica di una sola Cina». Il riferimento è alla cosiddetta «dottrina dell'ambiguità strategica». Dal 1979 gli Stati Uniti riconoscono un solo governo in Cina, quello della Repubblica Popolare, guidata dal partito comunista. Gli Usa non hanno mai legittimato Taiwan, rifugio dei «controrivoluzionari» fin dal 1949. Nello stesso tempo, però, si sono auto-assegnati il ruolo di garante dell'indipendenza di un territorio, impegnandosi a fornire armi e assistenza economica. Oggi il governo di Taipei sta cercando di non finire stritolato nella morsa di Xi Jinping, senza però alimentare lo scontro. Ecco perché la frase di Biden è stata accolta con preoccupazione, come un elemento di disturbo. La presidente Tsai Ing-wen ha fatto sapere: «Taiwan dimostrerà la ferma determinazione a difendersi e continuerà a lavorare con Paesi che condividono gli stessi valori per dare un contributo alla pace e stabilità nella regione». Pace e stabilità, dunque, non c'è bisogno di proclami bellicosi. Ma i segnali in arrivo da Washington sono contraddittori. Da una parte la Casa Bianca sta provando da settimane ad agganciare il leader cinese per aprire un negoziato complessivo su rapporti economici, climate change , pandemia, cyber-security . E, certamente, Washington chiede ai cinesi di porre fine alle provocazioni, come la spedizione di 156 aerei da guerra nei cieli vicino a Taiwan. L'altra sera Biden ha ricordato di non cercare «una guerra fredda» con la Cina, un concetto al centro del discorso all'Assemblea delle Nazioni Uniti, a fine settembre. Nello stesso tempo, però, il presidente nomina ambasciatore a Pechino Nicholas Burns, un ex diplomatico, che giovedì ha tenuto un'audizione esplosiva davanti alla Commissione Esteri del Senato, sostenendo che gli Stati Uniti dovranno fornire «copertura nucleare a Taiwan», e definendo la Cina, cioè il Paese che lo dovrà ospitare, come «la minaccia numero uno per gli Usa».

AFGHANISTAN, “SBAGLIATO IMPORRE IL NOSTRO PENSIERO”

Intervista del Fatto a Craig Whitlock, cronista del Washington Post, che ha pubblicato un libro con documenti riservati sull’Afghanistan. Dice: “Il grave errore è stato imporre il pensiero occidentale". Sabrina Provenzani.

«The Afghanistan Papers, in Italia Dossier Afghanistan, è il libro scritto dal giornalista Craig Whitlock: un volume per capire come sia davvero andata una guerra perduta sin dall'inizio, ma proseguita per 20 anni per l'incapacità politica di George Bush, Barack Obama e Donald Trump di ammettere la debolezza americana. Per ottenere i documenti alla base del libro, il Washington Post ha dovuto combattere una battaglia legale di tre anni. Qual è la differenza fra la vostra ricerca della verità, nel pubblico interesse, e quella di Julian Assange, che paga da anni con la libertà personale? «La vicenda di Assange è molto complessa e non l'ho seguita professionalmente, quindi sull'estradizione non mi esprimo. Ma francamente, se quei documenti mi fossero arrivati in qualche modo, sarei stato felice di pubblicarli senza dover andare in tribunale. Che ci siano sempre più fughe di notizie credo sia una risposta alla crescente segretezza e mancanza di trasparenza dei governi su informazioni che il pubblico ha il diritto di conoscere». Più che la storia di 20 anni di conflitto, Lei racconta i 20 anni di una grande bugia che si è auto-perpetuata, quella dell'invincibilità degli Usa. Cosa è andato storto? «Paradossalmente l'istinto di Bush di andare in Afghanistan solo con le truppe necessarie a sconfiggere i Talebani come fiancheggiatori di al Qaeda era giusto. L'operazione militare si è conclusa in due mesi. La Casa Bianca ha creduto di aver vinto la guerra; si è fatta distrarre dal confitto, disastroso, in Iraq, e si è impelagata in una operazione per cui non aveva le capacità né l'umiltà: quella di ricostruire uno Stato. E tre presidenti consecutivi, Bush, Obama e Trump, non hanno mai avuto il capitale politico per uscirne, malgrado fosse chiaro che quella guerra non si poteva vincere. Difficile per loro ammettere che gli Usa potessero uscire sconfitti da quei cavernicoli di Talebani». Lei enuncia nel libro i grandi errori: in sintesi, la mancanza di un obiettivo chiaro, insormontabili ostacoli culturali e appunto la necessità politica di nutrire la grande menzogna degli Usa invincibili. «Sì, l'Afghanistan ha dimostrato gli enormi limiti dell'apparato militare Usa. Limiti anche culturali: l'idea di poter ricostruire un Paese imponendo un sistema di valori americano, mandando sul campo ufficiali e soldati ignari perfino delle basi della complessa cultura afghana, che tornavano a casa appena cominciavano a capire qualcosa». Qual è il bilancio totale in denaro, vite e status internazionale? «Quello economico complessivo è difficile da contabilizzare, per la reticenza politica ad ammettere il fallimento. La stima più vicina, comprensiva anche dei costi medici per i veterani, è di circa due trilioni, e 2.400 morti americani. Poi ci sono i civili afgani. Quanto alla reputazione, l'impatto è ovviamente negativo, ma è stato così anche dopo il Vietnam o l'Iraq». Gli Stati Uniti sono stati manipolati dal Pakistan? «Non ci sono dubbi che il Pakistan abbia da sempre fatto il doppio gioco, sostenendo anche i Talebani, nella consapevolezza che gli Usa a un certo punto se ne sarebbero andati. I vertici Usa ci hanno messo troppo a capirlo, ma del resto non avevano alternative, perché la guerra dipendeva anche dal supporto logistico e di intelligence di Islamabad». Lei ricorda che Biden conosceva bene il dossier afghano quando ha deciso di andarsene. Ha mentito quando ha garantito che il governo afghano avrebbe retto? «Credo conoscesse le debolezze del governo afghano, ma che davvero sia stato colto di sorpresa dalla velocità del collasso. In ogni caso è stato il primo presidente ad avere il coraggio e il capitale politico per agire di conseguenza. Gli Usa a Kabul sono rimasti solo con l'intelligence? «Intelligence, diplomazia, aiuti umanitari. Ed è aperto il dialogo con i Talebani in funzione antiterrorismo islamico. Su questo c'è un interesse reciproco e mi aspetto una collaborazione». Qual è stato l'impatto delle sue rivelazioni sul pubblico e sulle forze armate? «Nella psiche americana c'è il rifiuto della menzogna, che è il paradosso che porta tanti politici a edulcorare la verità. Le mie rivelazioni hanno provocato molta rabbia sia nel pubblico generico che fra i graduati, e soprattutto fra i veterani che sono andati a combattere, anno dopo anno, in buona fede, credendo di difendere il loro Paese, e nel libro hanno trovato la conferma di essere stati traditi dai vertici».

LA CITTÀ DELLE DONNE CURDE

Ad Halabja, città al confine con l'Iran a 300 km a nordest di Baghdad, nel Kurdistan iracheno c’è un caso positivo di emancipazione femminile. Giordano Stabile racconta le donne curde sulla Stampa.

«La città delle donne si trova nel Kurdistan iracheno, si chiama Halabja ed è passata attraverso la resistenza contro la dittatura di Saddam Hussein, l'orrore delle armi chimiche, fino a diventare un laboratorio per la parità fra i generi. Un caso unico nel mondo musulmano, dove il potere è appannaggio maschile, e la mentalità clanica patriarcale dominante. Ad Halabja i posti di sindaco, di rettore dell'Università, di presidente del Consiglio municipale sono stati conquistati da donne. La città di 115 mila abitanti, la quarta per importanza nella regione autonoma curda, è adesso guidata da Kwestan Faraj, 55 anni, a capo del Consiglio municipale dopo esserne stata per quindici anni la vice. Ancora adolescente era un'attivista del Patriotic Union of Kurdistan, conosciuto come Puk, uno dei principali partiti curdi. Allora era fuorilegge e Faraj distribuiva volantini anti-Saddam a rischio della propria vita. L'Iraq era in guerra con l'Iran e il dittatore voleva attestati di fedeltà al regime da parte di tutti i cittadini. Un giorno gli uomini delle forze di sicurezza sono entrati a casa sua e le hanno consegnato una dichiarazione da firmare. Lei ha rifiutato. «Pensavo che avrebbero tirato fuori le pistole per ammazzarmi - ha raccontato -. Invece hanno esitato. Poi il capo mi ha detto: "Se non fossi stata una donna avrei saputo cosa fare". E se ne è andato». In quel momento Faraj ha capito che la sua vocazione era lottare contro l'oppressione politica ma anche per la parità. L'incubo non era finito perché, a pochi mesi dalla fine della guerra, in difficoltà sul fronte curdo, Saddam Hussein scatenava il peggior attacco chimico, quello del 16 marzo 1988, con bombe al gas nervino Sarin sganciate dai cacciabombardieri. Le stime delle vittime variano dai tremila ai diecimila, la maggior parte civili. Halabja è da allora la città martire per tutti i curdi. Dopo l'intervento americano per abbattere il raiss, nel 1991, ha conquistato una semi indipendenza, assieme a tutto il Kurdistan iracheno. La forza dominante resta sempre il Puk, ma la grande partecipazione delle donne alla resistenza e alla guerriglia contro il regime ha portato a cambiamenti importanti. Il clan dei talaban domina il partito e l'intera provincia di Sulayamaiya, al confine con l'Iran. Ha però aperto alla partecipazione femminile, tanto che la speaker del Parlamento regionale è una sua rappresentante, Rewaz Faiq. Ad Halabja Faraj vuole andare oltre e punta a una «quota rosa» massiccia, «se possibile al cinquanta per cento» nel prossimo Consiglio municipale. Il Puk, ribadisce, «crede nell'uguaglianza fra uomini e donne in tutti i campi, a cominciare dall'amministrazione pubblica: qui siamo già molto avanti». Anche il sindaco della città è una donna, Nuxsha Nasih, dopo che già nei primi anni Duemila la carica era stata ricoperta da una compagna di partito, Adela Khanum. A guidare l'Halabja University è invece Mahabad Kamil Abdullah, la prima donna a diventare rettrice in tutto l'Iraq. Anche i partiti islamici, dice con un certo compiacimento, «si sono complimentati con me». Quanto ci sia di sostanza e quanto di facciata, resta da vedere. Le dirigenze politiche curde, specie nel Nord-Est della Siria, hanno puntato molto sull'emancipazione femminile e conquistato simpatia in Occidente. Ma la società curda resta molto conservatrice e maschilista, e in Iraq è dominata da due clan famigliari, i Barzani a Erbil e i Talabani a Suleymaniya, che si trasferiscono il potere di padre in figlio, o in nipote. Un rapporto dell'Onu del 2018 mostra una partecipazione molto bassa delle donne al lavoro, appena il 15 per cento del totale, per tre quarti impiegate nel settore statale. Ma da Halabja può arrivare un'ondata di cambiamento. Anche sotto pressione dei partiti curdi, la legge elettorale nazionale è stata modificata e alle legislative del 10 ottobre sono state elette 90 donne su 329 seggi disponibili nel Parlamento iracheno. Un segnale di ottimismo».

IL PAPA ANDRÀ IN GRECIA E A CIPRO

Papa Francesco annuncia all’agenzia argentina Telam i viaggi di inizio dicembre: andrà in Grecia e a Cipro. Nel 2022 in Oceania. E loda la Merkel. Riccardo Maccioni per Avvenire.

«L'agenda dei prossimi viaggi, le attese legate al G20 che si terrà a Roma a fine mese, l'omaggio ad Angela Merkel: «uno dei grandi leader che passeranno alla storia». È un'intervista ad ampio raggio quella concessa dal Papa in Vaticano all'agenzia argentina Telam. Con una gustosa appendice legata al calciatore Leo Messi. Il campione di calcio, oggi al Paris Saint-Germain dopo una lunga militanza al Barcellona, aveva fatto pervenire al Pontefice una sua maglia autografata accompagnata da una dedica affettuosa e Francesco lo ha ringraziato con particolare trasporto sottolineando «la semplicità » del sei volte pallone d'oro argentino. «Grazie per la vicinanza, per la testimonianza e per non esserti montato la testa - ha detto Bergoglio in un video - Dio ti benedica e conta su di me per qualsiasi cosa». Al centro della riflessione del Vescovo di Roma però c'è innanzitutto il futuro prossimo. Alla vigilia degli 85 anni, li compirà il 17 dicembre, e in ripresa dall'intervento al colon subito in luglio, il Papa ha annunciato che tornerà a viaggiare all'estero. «Il primo fine settimana di dicembre andrò in Grecia e Cipro» ha annunciato, confermando che la Santa Sede sta organizzando la visita che potrebbe toccare anche l'isola di Lesbo, sede della famigerata "giungla", il campo profughi che Francesco vide con i propri occhi nell'aprile di cinque anni fa rimanendone profondamente turbato. Ma l'agenda dei "pellegrinaggi" non si esaurisce qui. È infatti in progettazione per il 2022 un viaggio in Oceania, che potrebbe comprendere anche la Papua Nuova Guinea meta già prevista ma poi accantonata come Timor Est, a causa del Covid. Inoltre, «ho in mente - ha detto Francesco - di andare in Congo e in Ungheria». Nell'immediato tuttavia l'attenzione è soprattutto per il vertice del G20 in programma tra una settimana a Roma, con l'invito ai Paesi più potenti di riconoscere le «asimmetrie» che governano politicamente il pianeta, per esempio nell'accesso alla cura della salute, con pesanti discriminazioni sui poveri e in generale sulle periferie del mondo: il G20 di Roma - ha chiarito Francesco - «deve considerare seriamente il rapporto tra Paesi sottosviluppati e sviluppati». Un approccio che si ricollega anche al dovere di «abbassare le tensioni a livello globale» di fronte a una vera e propria «escalation di violenza» e a dare concretezza ai buoni propositi sulla questione ambientale: occorre «passare dalle parole ai fatti». «È ora di cominciare a fare le cose e vedere i risultati». Una concretezza che è stata una delle note dominanti dell'azione politica di Angela Merkel al passo d'addio dopo aver guidato la Germania per 16 anni. È «uno dei grandi leader che passeranno alla storia» ha sottolineato il Papa auspicando che il suo esempio spinga tante donne «che sentono la vocazione politica» a seguire questa chiamata. «Nei suoi anni di governo, Merkel ha dato un esempio di buon senso, di capacità di vedere ciò che è possibile, ciò che è fattibile, e di camminare sempre su quella strada», ha aggiunto il Pontefice evidenziando come l'ormai ex cancelliera non sia «una donna di fantasia » pur essendo animata da «ideali ». Orientamenti «che lei ha saputo incarnare concretamente».

L’ULTIMO SALUTO A LELE

Stamattina nel duomo di Como l’ultimo saluto a Lele Tiscar, scomparso in un incidente stradale. Ne ha scritto Goffredo Pistelli per Italia Oggi.

«Di Raffaele “Lele” Tiscar, già vicesegretario generale di Palazzo Chigi nel Governo di Matteo Renzi, si è scritto molto nei giorni scorsi, accompagnando la notizia della sua prematura morte, lunedì scorso, in un incidente stradale. Lo stesso ex-premier in un affezionato post-scriptum della sua eNews, mercoledì scorso, ha ricordato il grande lavoro sulla Banda Ultra Larga: “Un’iniziativa di Lele, con Antonello (Giacomelli, sottosegretario dem allo Sviluppo economico, ndr) e altri amici: un piano visionario, che nell’Italia del doppino in rame proponeva la fibra ovunque, anche nei comuni non interessanti per gli operatori. Abbiamo coperto milioni di case, dato lavoro a migliaia di persone, portato l’Italia allo stesso livello degli altri paesi europeiAltri hanno ricordato la giovanile passione politica, di quest’uomo nato per sbaglio a Bari ma toscano di vita e di educazione, assessore a Firenze e poi deputato nella Dc all’inizio degli anni 90. Politica abbandonata con amarezza, con Tangentopoli che nel capoluogo toscano lo sfiorò, lasciando ai tribunali il compito di attestarne sempre la correttezza. Neppure 40enne, Tiscar era tornato a studiare con un master in Pubblica amministrazione a Siena, “attaccandolo” alla sua laurea in Scienze politiche, conseguita alla prestigiosa Cesare Alfieri con insegnanti quali Mario Draghi, Ennio Tarantelli, Giovanni Sartori, Paolo Barile. Ne seguì una carriera a pendolo fra Regione Lombardia, direttore generale Reti ed Energia, Casa, Aler, e aziende private, come Lyonnais des Eaux e Rwe, quindi nel governo, con Renzi appunto, e poi con Gian Luca Galletti all’Ambiente, nell’esecutivo di Paolo Gentiloni. Pochi però hanno scritto della grande passione umana e civile, di Tiscar, aderente sin da giovanissimo a Comunione e liberazione e di cui fondò la Fraternità nel 1980, accompagnando don Luigi Giussani fino a Montecassino (Fr), dove l’abate Matronola conferì all’associazione laicale il primo riconoscimento canonico. Da una quindicina d’anni, infatti, con la moglie, Tiscar aveva cominciato ad accogliere in affido bambini in difficoltà, partecipando alla vita dell’Associazione Cometa di Como, città in cui si era trasferito appositamente. Un impegno, quello sul fronte dell’infanzia che, sempre negli anni a Palazzo Chigi, lo aveva visto promuovere un tavolo con i Tribunali dei minori, per studiare il miglioramento del sistema giustizia minorile, di cui alcune iniziative di legislative proponevano (e propongono) persino l’azzeramento.  Da babbo affidatario, Tiscar aveva accompagnato tanti neonati alle nuove famiglie adottive e altri bambini e adolescenti, all’inserimento nella vita adulta. Compito non facile, in nessun caso, perché si richiede di amare i figli di altri, nella speranza che a questi altri, i genitori naturali, possano tornare. Un impegno, quello di Tiscar per l’infanzia, che aveva continuato anche, come volontariato, accettando di guidare il Consorzio dei servizi alla persona del Comune di Erba (Como). È lì che stava recandosi, lunedì pomeriggio, quando, probabilmente per evitar un ostacolo improvviso, ha perso il controllo della moto, finendo contro le auto in sosta e spirando malgrado il tentativo di rianimarlo dell’équipe dell’Elisoccorso. Una morte che ha suscitato grande commozione a Como, tanto che il vescovo Oscar Cantoni ha acconsentito che i funerali si celebrino in Duomo, oggi alle 11, perché la parrocchia non avrebbe potuto accogliere i molti amici. Martedì 26 invece, su richiesta del gruppo di ItaliaViva – il deputato Gabriele Toccafondi era di Tiscar un antico amico - commemorazione in aula alla Camera».

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