Di Maio e Giorgetti alleati perfetti

Oggi Consiglio federale della Lega: Salvini vuole fare i conti con il suo ministro. Ma spunta la foto di una cena a due che crea malumori anche nei 5S. A Glasgow resta Greta. Biden battuto in Virginia

Piccolo terremoto post-Giorgetti nel dibattito politico italiano. Tutti i giornali danno grande spazio ai contrasti nella Lega, in vista del Consiglio federale convocato per oggi. Matteo Salvini è determinato ad una resa dei conti con il suo ministro e chi lo sostiene, a cominciare dai Governatori delle Regioni, in questi mesi sempre alle prese con l’emergenza e in contatto coi ceti produttivi del Nord. È finita in secondo piano la boutade di Giorgetti sul “semi presidenzialismo de facto di Draghi” che ha fatto parlare di “golpetto” (copyright Il Fatto), anche se la corsa al Quirinale resta lo sfondo obbligato di tutti i giochi dei partiti. C’è brutta aria anche nei 5 Stelle, perché Conte dà l’impressione di non controllare i gruppi parlamentari.      

A Glasgow intanto è finito il vertice dei capi di Stato e e di governo. Sono rimasti in Scozia i cosiddetti “sherpa”, gli esperti che devono mettere nero su bianco, in documenti scritti come leggi, le buone intenzioni espresse finora. E proseguono convegni, discussioni e manifestazioni a latere, in cui anche i privati si propongono in progetti sostenibili. Verde, almeno in Usa, è anche il colore dei soldi. Greta, rimasta a Glasgow, guiderà i giovani in due cortei: venerdì e sabato. Carlin Petrini commenta sul Manifesto con un po’ di “magone” la Cop26.

Dall’estero: Biden è stato malamente sconfitto in Virginia in un’elezione parziale. Sleepy Joe ha preso la “sveglia”, come si dice a Roma. Mentre il nuovo sindaco afroamericano di New York è un “centrista democratico”. Trump rischia di tornare alla Casa Bianca, tutto lo fa pensare. In Etiopia i ribelli tigrini sono alle parte di Addis Abeba, Onu e Usa chiedono un cessate il fuoco.

A proposito di guerra, esattamente 100 anni fa, il 4 novembre del 1921, nel giorno in cui ricorre l’anniversario della vittoria dell’Italia nella Prima Guerra mondiale, veniva sepolto il milite ignoto nell’Altare della Patria. In una parte fino a quel giorno poco conosciuta del monumentone bianco di Roma chiamato Vittoriano e che da allora diventerà il nome della parte per il tutto. La salma era stata scelta dalla madre di un giovane soldato scomparso in una cerimonia dal sapore ottocentesco nella Basilica di Aquileia fra 11 bare e poi era arrivata a Roma letteralmente fra due ali di folla lungo stazioni e stazioncine, dove si recitavano rosari e suonavano marce funebri. Esistono le immagini di quel viaggio che raccontano la nostra storia più di tanti libri. Oggi andrebbero mostrate in tutte le scuole. Avvenire pubblica un articolo (lo trovate nei pdf) sul giovane Montini, futuro Papa Paolo VI, che assiste in piazza a Venezia a quello che chiama uno “spettacolo di esaltazione nazionale” e che però ben sottolinea che la guerra è “suicidio dell’umanità”. Segnalazione tv di Aldo Grasso sul Corriere che dà indicazioni precise sul programma da vedere, e che per una volta facciamo nostra.

Da questa mattina potete ascoltare un vero esempio di economia circolare, storia esemplare nei giorni del Bla bla bla (copyright Greta) della Cop26 di Glasgow. La racconto nel nuovo e quarto episodio della serie Podcast originale realizzata da me con Chora Media per Vita.it. e con il sostegno di Fondazione Cariplo, intitolata Le Vite degli altri e che racconta vicende di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. Il titolo di questo quarto episodio è “Un Quid della moda”. Protagonista è la trentenne veronese Anna Fiscale che ha realizzato un’impresa sociale di successo, che ha il marchio “Quid”, riutilizzando materiale avanzato da grande aziende della moda, come Calzedonia. Dando anche lavoro a persone abitualmente tagliate fuori dal sistema produttivo, compresi disabili e detenuti. Si può creare qualcosa di diverso e responsabile, scommettendo su ciò che la società consumistica lascerebbe ai margini. La storia di Anna lo dimostra. Questa l’immagine della “cover”.

Troverete Le vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast... cliccate su questo indirizzo:

https://www.spreaker.com/user/13388771/le-vite-degli-altri-anna-fiscale-v2

Ascoltate e inoltrate questo episodio, ne vale la pena! Quanto alla rassegna vi ricordo che fino a venerdì ho con voi l’impegno di spedirla via email entro le 8. Vi rammento anche che potete scaricare gli articoli integrali in pdf nel link che trovate alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito il file perché resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete degli arretrati. Fate pubblicità a questa rassegna, seguendo le istruzioni della prossima frase.

Se ti hanno girato questa Versione per posta elettronica, clicca qui per iscriverti, digitando la tua email e la riceverai tutte le mattine nella tua casella.

Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Psico dramma leghista in corso dopo l’uscita anti sovranista di Giorgetti. Due grandi giornali del Nord scelgono questo come argomento principale. Il Corriere della Sera annuncia: Lega, contromossa di Salvini. E La Stampa vede l’Ok Corral: Salvini, strappo sovranista scontro aperto con Giorgetti. La maxi inchiesta sulle truffe catalizza l’attenzione del Giornale: Ladri di reddito. E del Quotidiano Nazionale che è didascalico: I furbetti del reddito di cittadinanza. Libero va con gli effetti speciali: Yacht, Ferrari e ville col reddito grillino. Il Messaggero mette insieme le cifre: Reddito, truffe per 174 milioni. A proposito di soldi, Repubblica tematizza gli investimenti del Pnrr: Recovery l’ultimatum del Sud. Il Mattino pensa alle spiagge e allo scontro nel governo: Concessioni, la sfida a metà di Draghi. Mentre Il Sole 24 Ore si occupa di finanze e monete: Fed, a giugno stop al piano acquisti. Piazza Affari vola ai livelli pre Lehman. Avvenire sottolinea l’importanza dei progetti di Giovannini: Moto sostenibile. Il Domani ragiona sulle testimonianze delle olgettine negate al Ruby Ter: Berlusconi sogna il Quirinale e il suo processo perde i pezzi. Il Fatto attacca Figliuolo: 63 morti e fuga dalla terza dose. Il Manifesto critica “Sleepy” Joe Biden, che ha incassato una brutta sconfitta in Virginia: Sveglia. La Verità si lamenta dello stop alle manifestazioni: Sempre meno democrazia. Per niente.

GLASGOW, VERDI COME I DOLLARI

Concluso il vertice dei Capi di Stato e di governo, resta il lavoro dei tecnici che devono stendere i documenti finali. E intanto spazio alle iniziative collegate alla Cop26, in cui è attivo il mondo finanziario. La cronaca di Luigi Ippolito per il Corriere della Sera.

«Ieri a Glasgow si è cominciato a vedere il colore dei soldi: e vuol essere verde. Alla Cop26 è stato il giorno della finanza: il ministro del Tesoro britannico Rishi Sunak ha promesso di fare della Gran Bretagna «il primo centro finanziario mondiale allineato alle emissioni zero». Ma soprattutto ha messo sul tavolo l'impegno di 450 gruppi basati in 45 Paesi con un obiettivo: destinare il 40% delle risorse monetarie mondiali alla lotta al riscaldamento. Lo strumento è la Glasgow Financial Alliance for Net Zero (Gfanz), guidata da Mark Carney, il canadese ex governatore della Banca d'Inghilterra: nel suo arsenale ci sono oltre 100 trilioni di dollari per finanziare la transizione ecologica in tre decenni. A contribuire saranno fondi d'investimento, fondi pensione e banche, con gruppi quali Hsbc, Bank of America e Santander. «Abbiamo adesso l'attrezzatura necessaria - ha detto Carney - per spostare il cambiamento climatico dai margini all'avanguardia della finanza, così che ogni decisione finanziaria ne terrà conto». L'ex governatore sarà affiancato da Michael Bloomberg, il magnate ex sindaco di New York, alla guida dell'Alleanza. Ma la questione dei soldi rischia di inserire un ulteriore elemento di discordia alla Cop. I Paesi ricchi avevano già promesso di destinare 100 miliardi l'anno alla transizione verde nei Paesi in via di sviluppo: ora emerge che questo obiettivo verrà raggiunto solo nel 2023. E la cosa non è stata presa bene dai potenziali destinatari. È vero che il Giappone ha annunciato un ulteriore esborso di 10 miliardi in cinque anni: il che ha consentito all'inviato americano per il clima John Kerry di affermare che l'obiettivo dei cento miliardi verrà centrato già l'anno prossimo. Ma lo scetticismo non si è dissipato del tutto. In soccorso arriva la filantropia: con un'iniziativa patrocinata dall'ex premier britannico Gordon Brown, le fondazioni di beneficenza dei Rockefeller, di Jeff Bezos e di Ikea hanno promesso di riempire il buco lasciato dai governi negli aiuti ai Paesi meno sviluppati. Ma c'è di più: perché le nazioni vulnerabili vorrebbero ottenere compensazioni per la «perdita e il danno» provocati dai cambiamenti climatici. E finora soltanto la Scozia ha promesso un intervento in questo senso. È evidente che i governi non possono fare da soli: come ha sottolineato il presidente della Cop26, Alok Sharma, «i Paesi sviluppati devono scatenare i trilioni richiesti in investimenti privati per proteggere dai devastanti effetti del cambiamento climatico».

Il Manifesto intervista Carlin Petrini, che non nasconde il “magone” sui risultati concreti della Conferenza scozzese.

«Il giudizio di Carlin Petrini sulle azioni dei governi per contrastare il cambiamento climatico e gli effetti del riscaldamento globale è laconico: «Non è più tempo di affermazioni di principio». Fino al 12 novembre è in corso a Glasgow il vertice Onu sul clima, la Cop26, e Petrini - gastronomo e fondatore di Slow Food e dell'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo - è critico circa il possibile successo dell'appuntamento: «Manca una coscienza internazionale condivisa. Siamo arrivati alle ventiseiesima conferenza delle parti, ma che cosa hanno tirato fuori? Non so se dobbiamo davvero arrivare al limite del baratro per poi fermarci, oppure stabilire che l'uomo è tutt' altro che sapiens. Pochi giorni fa c'è stato un uragano in Mediterraneo: se me ne avessero parlato trent' anni fa, avrei chiesto ai miei interlocutori se fossero scemi, e invece è successo davvero». Quasi si scusa, Carlin Petrini, ma spiega: «Oggi la prendo con un po' di magone». Non gli regala un sorriso nemmeno la proposta di piantare mille miliardi di alberi entro il 2030, uscita tra le conclusioni del G20 che si è chiuso a Roma alla fine della settimana scorsa? Un'idea che fa propria e amplifica quella lanciata in Italia nel 2019 proprio da lei, insieme allo scienziato Stefano Mancuso e al vescovo di Rieti, Domenico Pompili. «Questa esigenza di implementare la piantumazione è una soluzione positiva, ma è certo che mai come in questo momento occorra un approccio sistemico, perché intervenire in un solo ambito, di fronte a questo disastro annunciato, non è sufficiente. La riduzione delle emissioni di gas climalteranti, su tutti la CO2, è l'elemento principale ma non vorrei che la piantumazione fosse vista come una specie di soluzione rispetto al disastro, perché è una cosa positiva se si inserisce in un contesto di mobilitazione a tutto tondo. Siccome questa pratica molte volte è stata «contrabbandata» come una soluzione rispetto ai disastri già compiuti, non la ritengo più fattibile da sola». È in corso la Cop26. Che aspettative ha, per questo appuntamento? «Per sua natura, non è che la Cop realizzi degli impegni concreti, questa è la storia. L'ultimo grande impegno concreto è stato quello di Parigi (dicembre 2015, ndr) purtroppo disatteso esattamente due mesi dopo con l'elezione di Donald Trump negli Stati Uniti d'America e successivamente quella di Jair Bolsonaro in Brasile (nel 2018). Il problema è che manca una governance sovranazionale, perciò sono abbastanza scettico: al momento opportuno, ogni Paese calibra le urgenze alle quali noi oggi siamo chiamati rispetto alle sue dinamiche produttive, economiche e finanziarie. L'azzeramento delle emissioni viene così prospettata nel 2050, nel 2060 o addirittura nel 2070. Si è andati troppo avanti, ragione per cui oggi ci aspettiamo il peggio. Nello stesso tempo, però, non esiste solo la volontà politica, esiste anche una società civile e produttiva la cui sensibilità sta crescendo. Affidiamoci a questo. Se i G20 escono dall'ultima riunione con una risoluzione che praticamente non dice niente, penso che nemmeno dal cappello della Cop26 uscirà qualcosa. Manca una presa di coscienza seria del fatto che questo disastro ormai è in essere, non è annunciato».

QUARTA ONDATA: LA PANDEMIA DEI NON VACCINATI

L'Aifa dà l'ok al booster eterologo per tutti, compresi coloro che hanno ricevuto Sputnik e Sinovac. Grande paura a Berlino per la quarta ondata. La cronaca di Viola Giannoli per Repubblica.

«Finisce l'era del monodose: anche il vaccino Johnson&Johnson avrà il suo richiamo. L'Agenzia italiana del farmaco e il ministero della Salute hanno dato il via libera alla dose booster sei mesi dopo la prima. Sarà una vaccinazione eterologa: il richiamo verrà fatto con un farmaco a mRna, Moderna o Pfizer. E sarà per tutti: vale a dire un milione e mezzo di cittadini, la maggioranza uomini, stando all'ultimo report del commissario Francesco Figliuolo. Non è l'unica novità: l'Aifa ha aperto alla possibilità di una dose booster per chi ha ricevuto Sinovac e Sputnik, una soluzione attesa da quanti si sono vaccinati all'estero, lavorano in Italia ma sono ancora in attesa del Green Pass. Per Nicola Magrini, direttore generale dell'Agenzia, «è possibile che saremo rivaccinati tutti ma è bene prima vedere l'andamento della pandemia». Quanto a J&J, la Commissione tecnico- scientifica ha evidenziato come, sulla base dei dati, la protezione dalle forme gravi di Covid-19 e dall'ospedalizzazione rimanga stabile fino a sei mesi e la risposta immunitaria, umorale e cellulare, fino a otto. «Allo stesso tempo, tuttavia, con il passare dei mesi si osserva un lento declino dell'efficacia vaccinale nei confronti delle forme lievi e moderate di malattia», si legge nel parere. Per questo, «premesso che il vaccino J&J è l'unico autorizzato con schedula monodose e che, in ambito vaccinologico, una dose di richiamo o booster può essere considerata una strategia consolidata per la maggior parte dei vaccini, l'opportunità di prevedere una dose di richiamo - afferma la Cts - appare supportata da un solido razionale». Già pronto il Lazio, dove la somministrazione aggiuntiva riguarda 200 mila persone: «Inizieremo da subito presso i medici di base ed entro 48 ore ci si potrà prenotare sul portale regionale e nelle farmacie», ha sottolineato l'assessore alla Sanità, Alessio D'Amato. Lo sprint sulle dosi booster segue anche la preoccupazione che arriva da Berlino: in Germania nelle ultime 24 ore si sono contati 20.400 nuovi contagi, il doppio del giorno precedente, registrati però su un minore numero di test. I morti sono stati 194. «La quarta ondata della pandemia è già in corso con tutta la sua forza, è la pandemia dei non vaccinati». E il ritmo dei booster «non è ancora sufficiente a fermarla», ha detto il ministro della Salute tedesco, Jens Spahn, invitando i land a intensificare la campagna vaccinale. L'Organizzazione mondiale della sanità ha riferito che i casi in Europa sono aumentati per la quinta settimana consecutiva (+6%) e il tasso di contagio è il più alto al mondo (192 positivi ogni 100 mila abitanti). In Italia è stato tagliato il traguardo dei 90 milioni di inoculazioni. Il Covid si diffonde soprattutto nel Nordest. I tamponi giornalieri sono più di 700 mila, i dati delle ospedalizzazioni restano per ora sotto controllo».

Mattia Feltri sulla Stampa ci ricorda dove eravamo un anno fa, prima di vaccini e Green pass:

«Ma voi ricordate come campavamo un anno fa? Vi do una mano. 3 novembre 2020: 353 morti (ieri sono stati 63), 28 mila 224 nuovi contagi (ieri 5 mila 188), 203 nuovi ricoveri in terapia intensiva per un totale di 2 mila 225 (ieri i ricoveri in terapia intensiva sono scesi di quattro e in totale sono 203), mille e 274 ricoveri non in terapia intensiva (ieri trentuno). Sono andato a vedere le notizie del 3 novembre 2020, sempre a proposito del Covid: ambulanze incolonnate al pronto soccorso di Foggia, i sindaci chiedono ulteriori ristori per i gestori dei locali, si cerca di scongiurare la chiusura delle scuole primarie, i medici piemontesi dicono che i loro ospedali sono fuori controllo, il sindaco di Roma chiede di usare gli obitori delle università, a Venezia chiudono i caffè storici di piazza San Marco, una bozza del governo prevede il coprifuoco dalle 22 alle 5, già da una settimana sono stati richiusi cinema e ristoranti, la Puglia richiama i medici e gli infermieri in pensione, Bolzano e dieci comuni della provincia entrano in zona rossa, già in zona rossa la Calabria, rischiano Campania e Abruzzo. Notizie di ieri, però dalla Germania: centonovantaquattro morti, nuovi contagi con picchi di trentamila al giorno, ormai si parla di quarta ondata, nessun risarcimento ai non vaccinati che vanno in quarantena, il ministro della Salute, Jens Spahn, chiede sui pass vaccinali lo stesso rigore italiano: in due giorni a Roma, ha detto, ho dovuto esibirlo più volte che in quattro settimane qui. Perdonate, c'è una notizia anche dall'Italia: martedì Giorgia Meloni ha definito il Green Pass un «provvedimento delirante».

A CONFRONTO LE DUE LEGHE: DI LOTTA E DI GOVERNO

Le parole di Giancarlo Giorgetti su Salvini e su Draghi al Quirinale, diffuse ieri, hanno scatenato molte reazioni. Soprattutto in casa leghista, dove è stato convocato un Consiglio federale. Emanuele Lauria per Repubblica.

«E ora Salvini va alla conta. Irritato, anzi adirato per l'ultimo attacco in Super8 di Giancarlo Giorgetti - che l'ha paragonato a Bud Spencer - il segretario della Lega lancia finalmente il congresso tanto richiesto per legittimare la propria linea. Non sarà un congresso vero e proprio, quello dell'11 e 12 dicembre a Roma, ma un "congresso delle idee", un'assemblea programmatica aperta a parlamentati nazionali ed europei, ministri, governatori. Ma sarà lì che il Capitano indicherà la direzione di marcia del partito e verificherà il consenso attorno a lui. Già oggi pomeriggio l'antipasto fortemente voluto da Matteo Salvini, un'immediata pronuncia del consiglio federale, il parlamentino del Carroccio convocato a tempo di record affinché il leader possa dire sostanzialmente una cosa: «La linea la do io. E nella Lega ognuno è da sempre abituato a stare al proprio posto». Un mesaggio consegnato direttamente a Giorgetti, un avviso che sarà sostenuto dalla maggioranza dei rappresentanti nel consiglio, fedeli a Salvini e irritati come e più di lui. Difficile che l'evento non venga interpretato come un "processo" al ministro dello Sviluppo economico, malgrado l'interessato abbia già chiarito telefonicamente a Salvini che le sue frasi sulla condotta ondivaga del segretario, riportate nell'ultimo libro di Bruno Vespa, siano state estrapolate da un contesto più ampio. Ma le distanze rimangono e Giorgetti non è tipo da trincerarsi dietro distingio e rettifiche di dichiarazioni "fuori contesto". Difenderà l'esigenza di mantenere la barra sull'europeismo e su un sostegno convinto al governo Draghi. D'altronde, è nello stesso libro di Vespa che il ministro spiega come ha convinto il premier sull'affidabilità di Salvini e come ha superato le resistenze del segretario di fronte alla prospettiva di andare al governo: «Ho detto subito a Draghi: guarda che Salvini non è più quello delle felpe, delle intemerate televisive, o quello che ti raccontano. Devi vederlo, devi parlarci, devi abbracciarlo... Ho spiegato a Salvini che Draghi è una polizza sulla vita: se esci in anticipo sulla scadenza paghi un prezzo altissimo. E se Salvini gioca bene la partita con Draghi - dice Giorgetti - Meloni finisce in un binario morto». In realtà, Fdi continua a crescere e la Lega nei sondaggi è diventato terzo partito: «Il senso del nostro ingresso nel governo è diventare una forza politica legittimata a livello internazionale. Ci sono alti e bassi - la teoria del ministro - ma l'investimento è a lungo termine: ti rende poco ma non perdi il capitale». Questa la prospettiva di Giorgetti, che vorrebbe la Lega nel Ppe. Ma questa "mozione" è bocciata dal segretario, che ieri ha incontrato in videoconferenza due premier sovranisti, l'ungherese Viktor Orban e il polacco Mateusz Morawiecki, col chiaro obiettivo di giungere in breve tempo alla costituzione di un gruppo delle Destre. Un'operazione che è in cantiere da tempo e che un eurodeputato di Fdi legge così: «Con un solo cazzotto Salvini vuole stendere Giorgia e Giorgetti». Dove Giorgia, ovviamente, sta per Giorgia Meloni, presidente dei Conservatori il cui gruppo sarebbe fortemente indebo-lito, se non fatto saltare, dall'addio di 27 deputati polacchi del Pis. L'alternativa, per Meloni, sarebbe piegarsi all'adesione a un gruppo unico per il quale non ha mai fatto il tifo o accettare invece - ipotesi non da escludere - il progetto di una federazione fra Conservatori e Id, il gruppo dove trova dimora la Lega ma anche Marine Le Pen. L'iniziativa non potrà che chiudersi - in un senso o nell'altro - entro gennaio, con ragionevole anticipo rispetto alla scadenza di metà legislatura, alla quale si rinnovano le cariche istituzionali, a partire del presidente del Parlamento. Ma il blocco dei sovranisti, contestato dal Pd («Un'unione fra disperati in declino», dice il capodelegazione Brando Benifei) allontana la Lega dalla rotta del governo Draghi. Poco importa, agli ultras del segretario che a Giorgetti rimproverano fini personali («Vuole mandare Draghi al Quirinale per fare lui il premier», è la vulgata ricorrente da mesi) più che un improbabile tentativo di scalata alla leadership. I sospetti che il titolare del Mise giochi una sua partita sono poi rinfocolati dalla cena con Luigi Di Maio, in cui ufficialmente si è parlato del G20 ma si sarebbe affrontato anche l'argomento Colle. Salvini, in questo quadro, tenta di riprendersi le redini del partito mettendo ai voti del congresso sui generis previsto per dicembre un programma scritto attorno a suoi cavalli di battaglia come lotta all'immigrazione clandestina, taglio delle tasse e no alla Fornero. Sarà forse il momento in cui le due Leghe - quella di lotta e quella di governo - divrerranno una. Con effetti tutti da appurare sulla stabilità dell'esecutivo e sull'elezione del nuovo Capo dello Stato. Oggi, intanto, la prima verifica».

L’analisi di Piero Senaldi su Libero spiega la linea del capitano: Matteo Salvini punta a rinnovare il partito con un programma identitario, perché non vuol passare per un portatore di voti da sfruttare.

«Non siamo alla vigilia di una rottura, ma nel mezzo di un match pugilistico, dove si è passati dalla fase di studio a quella delle mazzate in faccia. I piani per la Lega di Salvini e Giorgetti differiscono non solo sui toni da tenere, ma pure sulle battute da inserire nel copione e finanche sui ruoli da assegnare ai protagonisti in commedia. Giorgetti è reduce da un ormai abituale viaggio negli Stati Uniti, dove ha raccolto consensi e indicazioni, aggiungono i maligni. Sogna che la Lega porti la sua nutrita pattuglia di europarlamentari di freschissima nomina nel Ppe, per rinsaldare l'intesa con Forza Italia e prepararsi a inglobarla. Il suo schema prevede un centrodestra speculare al centrosinistra, con la Lega partito madre nelle vesti del Pd, Fdi in quelle di M5S e un campo largo aperto anche a Renzi e centrini vari. Non disdegna una grande coalizione anche dopo le elezioni, anche al prezzo di rinunciare alla Meloni e rimpiazzarla con il Pd. Draghi al Quirinale sarebbe funzionale allo scopo, perché sarebbe un ombrello impenetrabile contro gli strali dell'Europa e della sinistra nostrana nel caso il centrodestra avesse i numeri per governare o la Lega verde-azzurra finisse per essere il partito più votato. Chi avrebbe mai il coraggio di sparare ad alzo zero contro un premier incaricato da SuperMario? Il progetto potrebbe anche far gola a Salvini, non fosse che il ministro dello Sviluppo non vede necessariamente il Capitano nel ruolo di premier, e forse neppure in quello di ministro dell'Interno. Profili più moderati garantirebbero una navigazione più tranquilla. Giorgetti invita perciò Salvini a fare meno piazza e più palazzo, per puntare all'Oscar e non a fare cassetta. Il piano è fare il moderato ora che il voto è lontano per tranquillizzare i ceti borghesi e moderati e poi scatenarsi in campagna elettorale. Abile stratega e lettore della politica, l'eminenza leghista non è però né un front-man né un politico da battaglia. Si fa forte dei governatori, che incarnano l'anima territoriale e moderata, quella vicina al modello della Csu bavarese al quale si ispirava Bossi, padre indimenticato di Giorgetti, il quale spara bordate per correggere la direzione di rotta e non per affondare la nave. Salvini dall'altra parte è irritato per le esternazioni del suo ministro e lontano dalle sue posizioni. Ha mangiato la foglia e non ci sta nei panni di colui che deve prendere i voti e poi farsi da parte per far governare quelli che piacciono alla sinistra e all'Europa. Non vuole cambiare schema. È convinto di avere tempo e di potersela giocare ancora a modo suo, riprendendo i vecchi cavalli di battaglia una volta finita l'emergenza Covid, e aggiungendone di nuovi. Vede che l'aggressività della sinistra si è spostata sulla Meloni e confida di tornare sopra Fdi, per poi rivendicare la poltrona di presidente del Consiglio. Sarebbe pronto a votare Draghi per il Quirinale, soprattutto per evitare nomi più sfavorevoli, casomai sfumasse l'opzione Berlusconi, che resta la preferita, anche perché gli consegnerebbe Forza Italia, acefala. Il Capitano ama le sfide e punta tutto su se stesso. È convinto che la Lega tornerà a essere il primo partito e a quel punto riavrebbe il pallino, come leader del centrodestra se si votasse con il maggioritario, come capo partito se si svoltasse sul proporzionale. Da Giorgetti lo dividono le simili ambizioni personali di governo e le differenti visioni sull'Europa. A Bruxelles Salvini sta dando battaglia alla Meloni. Fedele al motto che è meglio regnare all'inferno piuttosto che governare in paradiso, rifiuta il Ppe, dove sarebbe una matricola, e punta a una fusione tra le due destre europee, i conservatori, dei quali Giorgia è presidente, e Identità e Democrazia, dove sta lui con la Le Pen. I due leader sovranisti nostrani si contendono i favori dell'Ungheria di Orbàn e della Polonia di Morawiecki. Per Giorgetti quello di Matteo in Europa è un gioco a perdere. Al leader, senza dirlo esplicitamente, rimprovera di essere drogato di piazza e di trascurare il partito sul territorio. In altre parole, di non potersela giocare da solo ai massimi livelli. Forse anche per questo Salvini, che anche se non ascolta sente, oggi riparte proprio dal federale per rammendare la sua creatura. In discussione non è la leadership ma cosa farne e come rafforzarla senza mettere in disparte chi fa la forza del partito nel governo e nelle Regioni. Il futuro è incerto. Il Capitano qualche errore lo avrà anche commesso, ma non gli si può chiedere di metterci gambe e cuore, portare acqua per tutti e poi far bere solo gli altri. Questo lo ha già fatto, se qualcuno pensa di essere più bravo, si faccia avanti senza nascondersi dietro intoccabili paraventi».

La strategia di Matteo Salvini secondo Marco Cremonesi sul Corriere è centrata sul “sorpasso” della Meloni in campo sovranista:

«Parlate ora, o tacete per sempre. E, certamente, qualcuno parlerà. La strategia di Matteo Salvini sembra decisa. Lui ieri non si è fatto sfuggire una sola sillaba riguardo alle dichiarazioni del ministro Giancarlo Giorgetti a Bruno Vespa. Lascerà che la voce sorga dal cuore del partito: il silenzio che ha imposto ai suoi uomini (che peraltro sta diventando cronico, cosa forse un po' mortificante per la politica) sarà rotto soltanto questa sera, durante il consiglio federale convocato a sorpresa ieri, a 28 ore contate prima del suo svolgimento. È lì che i salviniani prevedono che emerga l'indignazione dei dirigenti leghisti nei confronti dell'attacco di Giorgetti a quella Lega che rischia di finire «sul binario morto». Cosa ancor più grave e per certi versi senza precedenti, dice un salviniano, è che «l'attacco nei confronti del segretario non sia più affidato ai retroscena ma arrivi tra le virgolette di un intervistatore dal peso assoluto come Vespa». E così, ieri mattina, Salvini ha fatto una nuova videochiamata con Victor Orbán e Mateusz Morawiecki, i premier di Ungheria e Polonia. Già prevista, certamente. Ma utilissima a ribadire che l'orizzonte della Lega è quello, la costruzione di un gruppo unico sovranista in Europa. Attenzione: anche qui, l'euro colloquio non è stato annunciato dalla comunicazione di Salvini. Giammai si dica che la chiacchierata sia stata in qualche modo una risposta a Giorgetti, che a Vespa aveva confermato il suo auspicio per una Lega nel Partito popolare europeo: ufficialmente, l'incontro via web è stato diffuso su Twitter dai polacchi. Per finire la giornata, Salvini si è congratulato via social con il neo governatore della Virginia, il repubblicano Glenn Youngkin, che ha messo a segno una vittoria inattesa che viene universalmente letta come uno schiaffo pro Donald Trump al presidente Joe Biden. Il che, secondo un salviniano di ferro, spiega anche un retropensiero del leader: «Tutte le difficoltà della presidenza Biden sono un balsamo anche per i nostri gruppi in Europa». E così, questa sera nel parlamentino leghista ci saranno coloro che diranno a Giorgetti quello che il Salvini infuriato non vuole dire in prima persona: ieri c'erano dirigenti della Lega che si consultavano con i colleghi per trovare le idee per farlo nel modo migliore. Non bastasse il consiglio federale, l'11 o il 12 di dicembre si svolgerà qualcosa di inedito nella storia leghista: un'assemblea programmatica a cui parteciperanno tutti i rappresentanti del partito, dai sindaci ai ministri. Tra i salviniani, c'è chi si preoccupa: «Speriamo che non sia un boomerang, di non metterci da soli in strade senza uscita». Per esempio nei confronti del governo: questa sera il federale sarà chiamato ad approvare la battaglia contro il reddito di cittadinanza, tema che per il governo non è di aiuto, visto che lo ha appena confermato per il 2022. In ogni caso, l'assemblea chiamerà alla corresponsabilità sulle scelte tutti i responsabili del partito. I 40 giorni scarsi che mancano all'appuntamento probabilmente non saranno utilizzati da nessuno per preparare posizioni difformi da quella del segretario. Qualcuno tra gli uomini di Salvini lo teme ma c'è chi fa notare che «l'assemblea programmatica di un partito è il suo congresso nazionale e noi prima del 2023 faremo soltanto quelli provinciali». Il fatto è che il partito è davvero diviso. Molti condividono l'amara considerazione di un deputato: «Il governo Draghi avrebbe potuto per noi essere l'occasione di cambiare pelle, di trasformarci nel partito centrale del centrodestra occupando buona parte dello spazio che era di Forza Italia, lasciando ai Fratelli d'Italia la destra. E invece insistiamo nel volerci schiacciare là...». Ma non è affatto detto che sia un sentimento maggioritario. Perché in parecchi continuano a rimuginare su «che cosa ci abbia portato il nostro stare al governo». Argomento che forse si sentirà anche questa sera: magari declinato proprio nei confronti di Giorgetti».

Un po’ snob, Antonio Padellaro sul Fatto trova “noiosa” la discussione sul “centrismo” di Giorgetti.

«"Uffa che barba che noia, che noia che barba", e Sandra Mondaini sbuffando si rigirava nel letto mentre sul cuscino accanto Raimondo Vianello, impassibile, non alzava lo sguardo dalla Gazzetta dello Sport. Che barba che noia, il dibattito sul Grande Centro, l'Araba fenice dei perdigiorno invecchiati male, visto che se ne parla inutilmente dalla scomparsa della Dc (ma è pure il luogo dove vengono concepiti gli editoriali più pallosi della Terra). E che dire della Casa dei moderati, concetto che ha con il Centro lo stesso rapporto che intercorre tra lo sbadiglio e la pennica (però sempre meglio della disputa su riformisti e riformatori oppure quella su liberali, liberisti e libertari)? Per non parlare del tema del semipresidenzialismo applicato alla figura del Migliore, ma impossibile da realizzare, a meno che non si picconi la Costituzione in un paio di mesi. Infatti, ecco l'ideona ferroviaria del Giorgetti: "Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori". Da fuori come? "De facto", precisa il leghista dal volto umano che ha fatto le superiori, il che non vuol dire una mazza se non realizzare un golpe in piena regola (per molto meno Licio Gelli finì carcerato). Ma se vi dicono che si si tratta di frasi estrapolate dal cinquantesimo libro natalizio di Bruno Vespa, non vi viene voglia di riesumare il borsello e i pantaloni a zampa d'elefante? Mentre la palpebra implacabilmente cala che ci fa Paragone intabarrato in un triste sciarpone della nonna con la Berlinguer che lo cazzia? Sembra una scena cult di Renato Pozzetto, ma anche un revival di Marco Pannella quando (ma molto meno stoccafisso) s' imbavagliava in tv mezzo secolo fa. Eh sì, di nuovo c'è solo l'indagine sulla droga dello stupro a Roma. Tra i consumatori ci sarebbe anche er senatore. Speriamo solo che non sia un moderato di centro e semipresidenzialista».

DI MAIO E GIORGETTI, UN TOTALE DI DUE PIZZE

Destini incrociati. Proprio mentre scoppia il putiferio tra i leghisti, il Corriere pubblica la foto di una cena in pizzeria di Di Maio e Giorgetti, i numeri due di Lega e 5Stelle, leali ministri di Draghi. Luca De Carolis e Giacomo Salvini per il Fatto.  

«La solitudine - relativa - dei numeri due è quella che ti porta a ragionare di Quirinale e Rai di fronte a una pizza. "Ma non è la prima volta, ci vediamo una volta al mese, quando io violo la dieta" sorride Luigi Di Maio. Non è un inedito, la cena tra lui e Giancarlo Giorgetti di martedì in una pizzeria sulla Flaminia, a Roma, immortalata sul sito del Corriere della Sera. Proprio nel giorno in cui tutti parlavano del Giorgetti che vorrebbe Mario Draghi al Colle "per un semi-presidenzialismo di fatto" (proposta che "non convince" Giorgia Meloni). D'altronde, il leghista e il 5Stelle hanno in comune alcuni obiettivi. Primo, schivare il voto anticipato, che a detta di entrambi è invece il sogno di Matteo Salvini. Secondo, evitare che al Quirinale vada Silvio Berlusconi. Ipotesi non così residuale, secondo Di Maio. E anche secondo altri big del M5S . Così Giorgetti deve trovare sponde per arginare innanzitutto Salvini. Il titolare del Mise martedì aveva attaccato duramente il capo ("la sua svolta europeista è incompleta") per poi provare a chiarirsi con lui via telefono, ricevendo una dura replica: "Ognuno stia al suo posto, se vuoi mi faccio da parte". Ma Giorgetti insisterà, perché punta a Palazzo Chigi, nel 2023. Ma ha bisogno che si vada a votare a fine legislatura. Quindi serve un patto per far salire Draghi al Colle e fermare la voglia di urne di Salvini. Però il capo ha già risposto, con più mosse. Innanzitutto ha convocato per oggi il congresso federale a cui prenderanno parte, oltre a Giorgetti e ai vicesegretari, i 22 coordinatori regionali, i capigruppo e i governatori del Nord. L'occasione per sfidare i suoi avversari interni, a partire da Giorgetti. "Non puoi picconarmi ogni giorno, il segretario sono io" sarà il ragionamento di Salvini, che poi lancerà una "grande assemblea programmatica" entro la fine dell'anno. Un congresso dove contarsi, prima del Quirinale. Già oggi Salvini potrebbe chiedere un voto sulla sua linea. Durante il consiglio - ed è il secondo schiaffo a Giorgetti - il capo del Carroccio presenterà anche il progetto del nuovo gruppo sovranista nel Parlamento Ue. Ieri, dopo che Giorgetti lo aveva attaccato sulle alleanze europee, Salvini ha visto in videoconferenza il premier ungherese Viktor Orban e quello polacco Mateusz Morawiecki, sovranisti ed euroscettici. Il nuovo gruppo terrà fuori i tedeschi di Afd, ma imbarcherà Marine Le Pen. Non proprio la svolta europeista chiesta da Giorgetti. Un buon collega di Di Maio, la mette così: "Con Giancarlo c'è stima reciproca". Non cela il rapporto, il grillino che ieri sera ha presentato il suo libro di fronte a una platea stracolma di big del M5S , da Virginia Raggi agli ex ministri Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, più una selva di parlamentari. Pochi minuti dopo l'inizio della presentazione, piove la notizia che Ettore Licheri, il capogruppo uscente in Senato sostenuto da Conte, ha pareggiato 36 a 36 nella prima votazione per il nuovo capogruppo contro Maria Domenica Castellone. Un'altra grana per l'avvocato, nella sera in cui Di Maio mostra il suo peso nel M5S . Mentre voci contiane da Palazzo Madama accusano: "Di Maio si è mosso per Castellone, ha fatto telefonate". Versione respinta da fonti vicine al ministro. Di sicuro, Di Maio non vuole il voto anticipato, opzione che Conte aveva vagheggiato per settimane, ma che si è rassegnato a mettere nel cassetto, anche perché nel M5S tutti remano contro le urne. Su questo, il ministro e Conte sembrano allineati. E sul Colle? Di Maio vuole tenere le carte coperte. Ha qualche nome da giocarsi, e Draghi non è la sua prima opzione. Ma potrebbe adeguarsi, se la partita dovesse portare lì, al nome preferito di Giorgetti, con cui a cena Di Maio avrebbe anche parlato di Rai. Tema su cui il grillino, dicono, "è attivissimo". E questo ai contiani non fa piacere. Ma tanto a cena con loro Di Maio ci va di rado».

Ilario Lombardo sulla Stampa nel suo retroscena sostiene che fra i 5 Stelle Di Maio è sospettato di scarsa fedeltà a Giuseppe Conte:

«In un attimo gli occhi dei parlamentari 5 Stelle che affollano la Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi virano verso gli smartphone. Le agenzie hanno appena battuto i risultati del voto sul capogruppo al Senato: tra il presidente uscente Ettore Licheri, uomo di fiducia di Giuseppe Conte, e la sfidante Mariolina Castellone finisce pari, 36 a 36. Un sorriso compiaciuto appare sul volto di alcuni tra i deputati accalcati nella sala della libreria dove Luigi Di Maio sta presentando il suo libro. Conoscono la traduzione politica dell'aritmetica di quel risultato. Oggi ci sarà una nuova votazione ma è chiaro che lo scenario da incubo che assilla i pensieri di Conte potrebbe essere realtà, già ora. A poco più di due mesi dall'elezione del presidente della Repubblica, il leader non ha il controllo dei gruppi parlamentari. Davide Crippa, il capogruppo alla Camera, è ancora lì, nonostante l'ex premier gli abbia chiesto di lasciare in anticipo. E il sostegno a Licheri non è bastato. Dal palco della presentazione della sua autobiografia politica, di fronte a fedelissimi ed ex fedelissimi, Di Maio tenta di allontanare i sospetti che immediatamente puntano su di lui: «Conte sa benissimo che può contare sulla mia lealtà». Ma il presidente del M5S si sta sempre più convincendo del contrario. I suoi vice gli assicura che dietro le manovre che hanno portato alla candidatura della senatrice Castellone c'è la mano del ministro degli Esteri. Di certo, Di Maio non ha mai perso la voglia di occuparsi del M5S. Una sua piccola corrente, che alla Camera pesa una ventina di deputati, potrebbe crescere e rendersi insidiosa nella partita per il Colle. C'è un'anarchia congenita che domina i 5 Stelle e che sopravvive a tutti i leader. Tanto più forte quanto meno certo appare il futuro e più intense diventano le recriminazioni individuali. Anche per questo Conte sta cercando di consolidare l'asse con Beppe Grillo. I due sono tornati a sentirsi dopo la lite furibonda sullo statuto e mesi di quasi assoluto silenzio. Presto Conte potrebbe raggiungere il comico per passare uno o due giorni assieme. Nel frattempo, lo chiama e lo coinvolge sui contenuti della manovra e sui temi cardine della transizione ecologica. La logica che sta dietro l'endorsement a Mario Draghi sul Quirinale, con molte settimane di anticipo e a patto che non si torni a votare, è simile. E' una scelta che è stata condivisa con i vice per mettere a tacere le voci che descrivevano Conte intenzionato ad azzoppare il premier. Ma è anche e soprattutto una mossa pensata in chiave interna, per placare il panico da elezioni anticipate e mettere in chiaro che resterà lui il regista della strategia del M5S. Gli uomini del vertice più vicini a Conte trattengono a stento l'insofferenza verso l'iperattivismo di Di Maio. La foto di Di Maio in pizzeria con il numero due della Lega e ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti è stato il primo messaggio che ieri l'avvocato ha trovato sul cellulare al suo risveglio. Ma non è l'unico episodio che ha creato malumore. Anche le dichiarazioni sul Quirinale e sul G20 in contrasto con quello del leader e, soprattutto, l'incontro, svelato da Dagospia, con l'amministratore delegato Rai Carlo Fuortes, hanno molto infastidito Conte. «A che titolo parla se non è parte degli organi direttivi del M5S e se non ha ricevuto una delega per farlo?». È questo che dicono di lui il presidente e i suoi vice in queste ore, mentre assistono al tour televisivo di Di Maio. Sono convinti che il tempismo dell'uscita del libro non sia casuale, come non lo è la foto con Giorgetti. Ha ritrovato i riflettori ma con che obiettivo? Conte sa che Di Maio preferisce avere Draghi ancora a Palazzo Chigi. Gli dà maggiore garanzia di stabilità per restare alla Farnesina un anno in più per costruire un'alternativa all'attuale leadership. Con Giorgetti si sono visti altre volte, anche al Mise, e a cena hanno parlato di Quirinale e Rai. Il leghista ha detto che sarebbe preferibile avere un altro anno Sergio Mattarella al Colle e Draghi premier. Ma come convincere l'attuale Capo dello Stato? Si sta facendo strada un'idea, che di sicuro hanno in testa Giorgetti e Di Maio. Evocare il caos, l'impasse alle Camere, con i relativi contraccolpi che ci sarebbero sul governo».

I SENATORI PD SI VEDONO OGGI DOPO IL DDL ZAN

Ieri la Versione aveva selezionato una lettera di Flores d‘Arcais al segretario Letta pubblicata dal Fatto, che criticava con grande chiarezza due punti controversi del Ddl Zan e incitava, in un attacco di sincero quanto viscerale laicismo, a mettere fuori legge il prete che dal pulpito esprima il pensiero della Chiesa. In vista dell’assemblea dei senatori del Pd di oggi, si levano altre critiche sul testo di legge e sulla linea del muro contro muro scelta dai vertici dem. Maria Teresa Meli sul Corriere.

«Assemblea blindata, quella di stamattina, al gruppo dem di palazzo Madama. I senatori si confrontano per la prima volta dopo il voto sul ddl Zan e le tensioni che sono seguite. Si è deciso che alla riunione non potranno partecipare i gli staff dei parlamentari. E i senatori dovranno essere presenti: niente collegamenti via zoom. Accorgimenti per evitare che il dibattito esca dalle mura della sala dove i dem si daranno battaglia. Le prime avvisaglie di quello che potrebbe succedere oggi ci sono già state. Valeria Fedeli vuole un «chiarimento»: «L'ultima volta che si è riunito il gruppo sul ddl Zan - ricorda - era luglio. E da luglio a oggi non c'è stata più un'assemblea su questo». Andrea Marcucci insiste nel definire «assolutamente fallimentare» la gestione di quel ddl. Dario Stefano parla di «tattica inadeguata» e critica la mancanza di «un confronto interno». Altri senatori nutrivano dubbi anche sulla stessa bontà di quella legge. Sul metaforico banco degli imputati Franco Mirabelli e la capogruppo Simona Malpezzi. Quest' ultima oggi dovrà riuscire a ricompattare i dem di palazzo Madama. E dovrà farlo sul serio, non per il tempo di un comunicato ufficiale che potrebbe seguire l'assemblea di oggi. Già, perché si stanno approssimando le elezioni del capo dello Stato. Votazioni sulle quali Enrico Letta si gioca molto. «Dobbiamo stare uniti»: sono le parole che il leader dem ripete più spesso. Un obiettivo che Letta deve centrare a tutti i costi. Soprattutto con un Parlamento che Dario Franceschini, nei suoi colloqui, definisce «incontrollabile». Non a caso Lorenzo Guerini si affatica a spiegare che per il Quirinale «ci vuole il consenso più alto possibile».

GIOVANNINI: “LA MIA CURA DEL FERRO”

Enrico Giovannini, ministro delle Infrastrutture e delle Mobilità sostenibili, scrive ad Avvenire sui progetti da realizzare e promette «attenzione al Mezzogiorno». Le dorsali chiave delle ferrovie del futuro saranno: l'Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria e i raccordi tra Tirreno e Adriatico (Orte-Falconara e Roma-Pescara):

«Caro Direttore, dopo il G20 a presidenza italiana, la Cop26 di Glasgow rappresenta un appuntamento cruciale per capire il 'futuro che vogliamo', per citare il titolo della dichiarazione della conferenza 'Rio+20' del 2012 che avviò il processo che, nel 2015, portò alla definizione dell'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile e agli Accordi di Parigi, entrambi influenzati dall'enciclica Laudato si' di papa Francesco. Segnalo, a tale proposito, che il paragrafo iniziale del testo conclusivo del G20 richiama proprio i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) dell'Agenda 2030, per la cui realizzazione l'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) si è battuta negli ultimi anni, e che il tema della 'sostenibilità integrale' è stato al centro della recente Settimana Sociale dei Cattolici di Taranto, alla quale ho avuto il piacere di contribuire. Giustamente, ora tutti chiedono di passare dalle parole ai fatti. In questo intervento vorrei quindi mostrare come le politiche del governo Draghi sui temi delle infrastrutture e della mobilità siano fortemente ispirate ai principi della 'sostenibilità integrale' e simultaneamente orientate al rilancio della nostra economia, alla sostenibilità ambientale, all'inclusione sociale e alla riduzione delle disuguaglianze, anche territoriali. 1 L'analisi di impatto. Ovviamente, il passato impegno come portavoce dell'ASviS ha influenzato l'impostazione che sta seguendo il Ministero che mi è stato affidato, il quale non solo ha cambiato nome, ma ha assunto l'Agenda 2030 come riferimento: non a caso, nell'Allegato Infrastrutture al Documento di economia finanza 2021 abbiamo presentato un'analisi di impatto dei 62 miliardi del Pnrr affidati al Mims rispetto ai 17 SDGs, coerentemente con il Green deal europeo, con gli impegni assunti con il Next Generation EU e con quelli contenuti nella dichiarazione del G20. D'altra parte, per dare concretezza a questo impegno ci siamo concentrati non solo sul 'cosa' fare in termini di sviluppo di infrastrutture e di sistemi di mobilità, ma anche sul 'come' le nuove infrastrutture vadano progettate e realizzate, superando l'idea che esse siano necessariamente nemiche della sostenibilità ambientale. In tale prospettiva desidero richiamare alcune azioni tra le numerose che abbiamo realizzato da febbraio di quest' anno. 2 La sostenibilità nel Pnrr. La prima ha riguardato la definizione del Pnrr e del Piano complementare. Qui la scelta a favore della sostenibilità ambientale e della riduzione delle disuguaglianze è molto evidente: il 76% dei fondi è destinato a progetti orientati alla lotta alla crisi climatica e il 56% al Mezzogiorno. Con gli investimenti sulla rete ferroviaria, sia di alta velocità che regionale, si punta a migliorare la connettività generale del Paese, soprattutto quella nel Sud attraverso l'alta velocità ferroviaria Salerno-Reggio Calabria e le sue connessioni con le reti esistenti, e dei collegamenti tra Tirreno e Adriatico (Orte-Falconara e Roma- Pescara). Con gli investimenti programmati si riduce di ben il 38% l'indice di Gini della disuguaglianza nell'accesso alle reti ferroviarie. Inoltre, 11 porti, 11 aeroporti e 9 centri intermodali verranno collegati alla rete ferroviaria, nell'ambito della cosiddetta 'cura del ferro' volta al trasferimento del traffico dalla gomma alla ferrovia per migliorare i servizi ai cittadini e la competitività delle imprese, riducendo le emissioni di gas climalteranti e l'inquinamento. Analogamente, gli investimenti sui porti 'verdi', sul rinnovo degli autobus in senso ecologico e dei treni dei pendolari, sul potenziamento delle reti idriche sono tutti interventi che vanno nella direzione di uno sviluppo sostenibile, senza dimenticare il fatto che l'attuazione di questi progetti porterà circa 120.000 unità di lavoro all'anno sul periodo 2022-2026. 3 Opere 'sbloccate'. La seconda azione ha riguardato il riavvio di opere pubbliche ferme da tempo. Sono state commissariate 102 opere relative a infrastrutture ferroviarie, stradali e autostradali, idriche, portuali, ecc. (per un valore di 83 miliardi di euro, di cui il 44% destinato al Sud, e con una ricaduta occupazionale media pari a circa 68.000 unità di lavoro nei prossimi 10 anni). L'obiettivo è quello di velocizzare l'iter realizzativo e stimolare la ripresa economica e occupazionale: dei 21 cantieri previsti per il 2021, 19 sono stati o verranno avviati entro la fine dell'anno, mentre 50 partiranno nel 2022. Da segnalare, a proposito del 'come' operare, che ai Commissari sono state date linee guida stringenti per ciò che concerne l'attenzione alla sostenibilità ambientale nella fase di progettazione e realizzazione delle opere, nonché al rispetto dei diritti dei lavoratori e della sicurezza nei cantieri. 4 Cambio di metodo. Il cambiamento del 'modo' di scegliere e progettare le opere infrastrutturali è stato realizzato emanando linee guida precise sulla predisposizione dei futuri progetti di fattibilità tecnico- economica posti alla base degli appalti (in primo luogo per le opere del Pnrr). Infatti, essi devono non solo contenere una valutazione dell'impatto ambientale e sociale, ma anche esplicitare il loro contributo al raggiungimento degli obiettivi climatici, l'uso di tecniche di economia circolare e l'impegno delle imprese per il rispetto dei diritti dei lavoratori e l'aumento dell'occupazione femminile e giovanile, elementi questi che costituiscono premialità in sede di valutazione delle diverse offerte. Analogamente, le nuove linee guida per l'elaborazione di progetti ferroviari, stradali, ecc. sviluppate in collaborazione con la Banca Europea degli Investimenti obbligano i proponenti a una valutazione preventiva di sostenibilità a tutto campo, superando il puro calcolo economico costi-benefici».

BIDEN SCONFITTO E IL NUOVO SINDACO DI NEW YORK

Joe Biden perde malamente in Virginia (alle presidenziali era sopra di 10 punti) nel martedì americano parzialmente elettorale. C’è il timore fondato che già alle prossime elezioni Donald Trump possa tornare alla Casa Bianca. A New York invece è stato eletto un nuovo sindaco dem. L’ex poliziotto Eric Adams è definito un “centrista democratico”. Mario Platero per Repubblica.

«Sul podio, dietro a Eric Adams, 61 anni, nuovo sindaco afroamericano di New York, c'erano una donna pachistana col turbante, un'elegante signora coreana vestita di rosso, una sorridente, voluminosa ispano-americana; due donne nere, due uomini bianchi e due Hassidim molto seri, con la palandrana scura, giunti dal profondo dei quartieri ebraici di Brooklyn per celebrare la vittoria. È in quest' immagine da crogiuolo razziale che si racchiude la speranza non solo per la città ma per il futuro del partito democratico, in seria difficoltà dopo le varie elezioni di martedì. Ci sono state la sconfitta per la poltrona da governatore in Virginia, difficoltà inattese per quella in New Jersey e la vittoria in Ohio per il Congresso di Mike Carey, ex lobbista del carbone, un repubblicano appoggiato da Donald Trump che rispunta con forza. Il messaggio implicito è chiaro: a novembre 2022 difficilmente Biden manterrà la maggioranza in Parlamento. A confronto di queste difficoltà, Eric Adams ha fatto un prodigio, ha vinto - seppure a New York - con il 40% di maggioranza sul suo avversario. Un distacco non casuale: Adams è stato da sempre, fin dal lontano 1992, uomo dalle alleanze trasversali. È controverso, popolare, controcorrente rispetto agli eccessi della correttezza politica e della cancel culture; favorevole alla relazione della città con il mondo degli affari; determinato contro il crimine. Ha dimostrato insomma la forza di un messaggio centrista. Soprattutto piace, ha un sorriso contagioso, è pieno di energia e di voglia di fare. Visto il momento per la città nel post covid, il New York Times lo ha definito il sindaco più importante negli ultimi 50 anni. Anche quello più potente proprio per le sue straordinarie ramificazioni nella politica locale, un vantaggio per affrontate dal primo gennaio la doppia missione storica come sindaco della città. La prima: rimettere in piedi New York, in declino palese, evidente per le strade della città, con criminalità dilagante e miliardari in fuga, eredità lasciate dal sindaco Bill De Blasio; la seconda: offrire una prospettiva di centro al suo partito, travolto e confuso da estremismi spesso minoritari ma molto apparenti ad esempio con Alexandria Ocasio-Cortez. Bret Stephens, editorialista di destra del New York Times è convinto che Adams potrà diventare materiale presidenziale. È anche un ottimista, nello spirito di quella vecchia immagine americana positiva, contestata da attivisti della sinistra che negano agli Usa il ruolo di terra delle opportunità e puntano a un revisionismo storico. «Sono qui perché ho realizzato un sogno - ha detto commosso la notte della vittoria - il sogno americano: sono diventato sindaco». Che Adams avesse nelle carte della sua infanzia la probabilità di diventare sindaco sembrava impossibile. I genitori, emigrano a New York dall'Alabama segregata degli anni Cinquanta. Il padre, alcolizzato lavora in una macelleria, la madre, terza elementare, donna delle pulizie tutta d'un pezzo, finisce con il crescere i sei figli da sola a Bushwick, Brooklyn, in una casa popolare infestata dai topi. La madre risparmia, riesce a comprare una casa e si trasferisce a Queens a South Jamaica. Non ci sono i topi, ma ci sono le gang e a 14 anni Eric si unisce ai 7-Crowns, una delle gang locali. Un anno dopo viene arrestato per aver rubato un televisore da Micki, una prostituta alla quale, con il fratello, aveva offerto protezione. Lo arrestano, viene picchiato duramente dalla polizia. L'esperienza è traumatica. Crescendo fa di tutto, dal meccanico al lavavetri d'auto ai semafori. Grazie all'attivismo della madre studia, prende un Master alla Marist University. Lavora con il reverendo Daughtry, un attivista nero che incoraggia i discepoli a entrare nella polizia per cambiarla da dentro. Eric segue il consiglio. Nel 1984 si arruola e comincia un'attività sindacale in parallelo al suo lavoro di pattuglia. La potente Patrolman Benevolent Association gli è contro. Ma ha molta visibilità. Nel 2006 ormai capitano, lascia dopo 22 anni la polizia, corre per un seggio del senato statale e vince. Ma si avvicina anche a personaggi dubbi come Clarence Norman, deputato al parlamento statale finito in prigione per estorsione su giudici locali. Adams lavora su un progetto di riforma con Hakeem Jeffries, eletto con lui all'assemblea statale che presto approda a Washington. Oggi è il quinto nella gerarchia del partito democratico e un possibile successore di Nancy Pelosi alla Presidenza della Camera ma non approva il comportamento accomodante di Adams. Durante le primarie esplode uno scandalo su presunte omissioni fiscali nell'affitto di un appartamento. La cosa viene chiarita. Ma Jeffries alle primarie appoggia Maya Wiley, candidata della sinistra. Adams, un figlio di 26 anni e una compagna, Tracey Collins, capisce che per vincere deve corteggiare il centro e rassicurare: si fa vedere con le sorelle Kardashian o con Anthony Scaramucci ( ex consigliere di Trump) o con Paolo Zampolli, il proprietario dell'Agenzia di modelle che presentò Melania a Donald Trump. Promette anche riforme della polizia, ma vuole reintrodurre le perquisizioni per la ricerca di armi, misura odiata dalla sinistra: «Avete tempo fino a dicembre per rimettervi in riga - ha detto sempre all'alba di ieri, dopo la vittoria, rivolgendosi ai giovani delle gang moderne - perché di una cosa potete essere certi: dal primo gennaio la festa è finita».

ETIOPIA, I RIBELLI ALLE PORTE DI ADDIS ABEBA

Gli Usa chiedono a Macallè di fermare l’avanzata verso la capitale: i ribelli tigrini sono ormai alle porte. Paolo Lambruschi per Avvenire:

«Un anno esatto di guerra civile nel Tigrai ha portato l'Etiopia sull'orlo del baratro. Il momento sembra infatti decisivo per le sorti del conflitto e forse dell'unità nazionale, ribaltando lo scenario di 12 mesi fa e con il rischio di destabilizzazione dell'intero Corno d'Africa. Addis Abeba è stata dichiarata in queste ore in pericolo, gli abitanti chiamati dal premier Abiy Ahmed a «difenderla da un possibile attacco» delle forze di difesa tigrine (Tdf) guidate dal fronte popolare di liberazione del Tigrai ( Tplf) e dagli alleati dell'esercito di liberazione Oromo (Ola). Ieri il Parlamento ha approvato lo stato di emergenza mentre Abiy ha accusato i nemici di «voler trasformare l'Etiopia in una Libia o in una Siria». Washington è intervenuta martedì per intimare a Tpdf e Ola, che hanno conquistato le città strategiche di Dessie e Kombolcha dopo la disfatta dell'esercito federale e sarebbero a meno di 100 chilometri dalla capitale, di fermare l'avanzata esortandoli al dialogo per raggiungere un cessate il fuoco. Ma la Cnn dava tigrini e oromo addirittura «già alle porte di Addis Abeba» e l'ambasciata Usa in Etiopia ha invitato i propri cittadini a lasciare il Paese. Il segretario dell'Onu Antonio Guterres ha ribadito «che è in gioco la stabilità del Paese e dell'intera regione» chiedendo «l'immediata cessazione delle ostilità, accesso umanitario illimitato e dialogo nazionale». La situazione è molto diversa da quella immaginata da Abiy e dai suoi alleati, le milizie regionali Amhara e le truppe eritree, che ora fanno i conti con una possibile uscita di scena di colui che veniva considerato l'uomo nuovo del Continente dopo aver vinto il Nobel per la pace nel 2019. Scenario impensabile all'alba di 365 giorni fa, quando scattava il primo bombardamento dell'aviazione federale su Macallè, capoluogo tigrino, per ritorsione contro un attacco delle forze regionali alle basi etiopi nella regione. Veniva contemporaneamente sospesa l'erogazione di elettricità e chiusi gli accessi allo stato regionale settentrionale con l'allontanamento del personale umanitario Onu e delle Ong occidentali, scomodi testimoni. In quelle prime ore di «guerra oscurata », le truppe federali e gli alleati eritrei invadevano la regione, questi ultimi negando ufficialmente la loro presenza. Abiy sarà costretto dalle evidenze ad ammettere di aver mentito sugli eritrei a marzo 2021. La guerra del neo Nobel per la pace doveva durare sulla carta poche settimane. Ogni tentativo di mediazione di organizzazioni internazionali e Paesi alleati veniva respinto perché l'Etiopia considerava la guerra un'operazione di polizia contro un gruppo dichiarato «terrorista», il Tplf, suoi arcinemici e predecessori alla guida del governo federale dal 1991 al 2018. Il 28 novembre Abiy sembrava averli sconfitti entrando a Macallè. In realtà si chiudeva solo la prima fase del conflitto in cui i leader tigrini, molti dei quali alti ufficiali dell'esercito federale, vista la superiorità numerica (l'Etiopia ha 110 milioni di abitanti, il Tigrai sei) e militare dei nemici, si ritiravano sulle ambe e le caverne per avviare una guerriglia vittoriosa contro il giovane esercito etiope sfiancando anche i più esperti eritrei. Li ha guidati il generale a riposo Tsadkan Gebretensae, stratega della lunga guerra contro il Derg finita nel 1991 e di quella del 1998 contro le truppe di Asmara. Un anno fa è iniziata anche una spirale di violenze e crimini di guerra commessi soprattutto sui civili tigrini da eritrei, etiopi ed Amhara e poi dalle forze del Tplf una volta cominciata a giugno la controffensiva nella regione amarica. Un rapporto diramato ieri e curato dall'Alto commissariato Onu per i diritti umani con la commissione governativa etiope indipendente afferma che è «ragionevole » credere che tutte le parti del conflitto abbiano commesso violazioni del diritto internazionale e umanitario, oltre a «crimini di guerra e contro l'umanità» compresi gli stupri di massa e le violenze su donne e bambini. Ma gli stessi autori del documento hanno denunciato «diversi problemi operativi, amministrativi e di sicurezza durante il loro lavoro» per giustificarne l'incompletezza. Michelle Bachelet, Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, ha comunque denunciato la «brutalità estrema» del conflitto. Critiche al documento sono arrivate sia dal Tplf, per il mancato coinvolgimento, sia dal regime eritreo, pesantemente accusato. Mentre l'economia etiope è crollata, la situazione umanitaria in Tigrai è diventata oggettivamente un'emergenza. Da giugno l'Onu e le organizzazioni umanitarie internazionali, dopo aver lanciato l'allerta per sei mesi, parlano di carestia provocata da mano umana con la distruzione di raccolti e strutture sanitarie e il blocco degli aiuti. Il conflitto ha provocato finora 63mila profughi in Sudan, causato quasi 2,7 milioni di sfollati interni mentre almeno 500mila persone - soprattutto bambini e neo-mamme - rischiano di morire di fame al ritmo di 400 al giorno. Non si sa ancora quante siano le vittime della guerra, stime non ufficiali dicono decine di migliaia. Il futuro è perlomeno incerto. Biden ha appena annunciato che revocherà le preferenze commerciali accordate all'Etiopia, ma l'inviato Usa per il Corno Feltman (in arrivo oggi ad Addis Abeba per mediare) ha ribadito che Washington non vuole un ritorno del Tplf alla guida del Paese. Nessun cenno all'Eritrea, il cui dittatore è considerato, da molti osservatori, dai tigrini (e sottovoce dagli Usa) l'ispiratore del conflitto. Non sono un mistero le mire territoriali dell'ala secessionista del Tplf sull'ex colonia italiana per creare il Grande Tigrai ed eliminare il despota Isaias Afewerki. Che ha da tempo avviato una campagna di reclutamento a tappeto nello Statocaserma, minacciando i contadini se i figli non si arruolano. L'esercito starebbe scavando trincee a ridosso del confine. E se la comunità internazionale non interviene, la guerra può continuare sul Mar Rosso».

LA MEMORIA DEL MILITE IGNOTO

Ne abbiamo già parlato nell’introduzione, chiudiamo la Versione stamattina proponendo la recensione di Aldo Grasso allo speciale di Rai Storia dedicato alla vicenda. Speciale visibile con Raiplay.

«Per Rai Storia Nicola Maranesi e Marco Mondini hanno presentato una formidabile puntata sul Milite Ignoto: «L'ultimo eroe. Viaggio nell'Italia del Milite Ignoto». Il programma ha ripercorso il lento viaggio in treno della bara, accolta in ogni stazione da folle reverenti, dalla Basilica di Aquileia fino all'arrivo a Roma, dove il 4 Novembre 1921, a tre anni esatti dalla vittoria italiana nella Grande guerra, si celebrò l'atto finale della sepoltura all'Altare della Patria. Quella cerimonia, il rito collettivo di una Nazione che si riconosce nel sacrificio dell'eroe postumo, è stata probabilmente il primo grande evento mediatico della storia d'Italia. Costruito con una attenzione scenografica che oggi non può che stupire. Non solo per la cerimonia in sé (la velocità moderata del treno consentì alle folle inginocchiate lungo il percorso di esprimere sentimenti di venerazione), non solo per la colonna sonora che accompagnò la liturgia patriottica («La canzone del Piave»), non solo per la presenza costante di coprotagonisti (ex combattenti, mutilati, vedove, orfani), ma soprattutto perché fu girato un film, Gloria: Apoteosi del soldato ignoto , per documentare tutte le fasi della cerimonia, dalla preparazione del carro funebre allestito a Trieste al momento più toccante: la scelta del caduto, tra undici salme di morti ignoti, che simboleggerà il sacrificio della Nazione intera (scelta affidata a Maria Bergamas, madre di un volontario triestino disperso in guerra). L'«invenzione» del Milite Ignoto (che fecero anche altri Paesi) è una narrazione di cui l'Italia aveva estremamente bisogno: creare un'icona per rispondere all'angoscia che la guerra aveva generato, per «monumentalizzare» i caduti, per conciliare la religione cattolica con la religione della Patria, per creare una liturgia inclusiva che desse un senso a troppi morti («la storia del nostro lungo travaglio, la storia della nostra grande vittoria»)».

Leggi qui tutti gli articoli di giovedì 4 novembre:

https://www.dropbox.com/s/um6jr2azvzxafqs/Articoli%20La%20Versione%204%20nov.pdf?dl=0

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi è il giorno dell’intervista.

Se ti hanno girato questa Versione per posta elettronica, clicca qui per iscriverti, digitando la tua email e la riceverai tutte le mattine nella tua casella.