Diarchia o monarchia?

5 Stelle, la trattativa fra Grillo e Conte ripropone il tema della leadership. Vaccini: Figliuolo rassicura sulle dosi ma i contagi riprendono. Scontro Pd-Iv sul Ddl Zan. Il Papa operato al Gemelli

La mediazione fra Grillo e Conte è una strada obbligata ma il nodo di chi sia poi davvero il leader politico dei 5 Stelle, se insomma ci sarà o no una diarchia non è ancora stato sciolto. Conte ripete, attraverso i suoi messaggeri e attraverso il Fatto soprattutto, che non accetterà mai la diarchia. Solo che l’alternativa alla diarchia è una monarchia. Se si esclude, come pare, un potere più diffuso e collegiale fra diversi leader. Una monarchia di Grillo (a vita) o una monarchia di Conte (che infatti sta discutendo sull’eventuale meccanismo di sfiducia)? Una cosa è certa però: i Di Maio e i Fico sembrano rappresentare storia e valori del Movimento meglio dei due litiganti cui chiedono dialogo e mediazione. Che cosa significa ciò per il futuro? È tutto da scoprire.

Veniamo alla campagna vaccinale. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono stati somministrati quasi 400 mila vaccini, esattamente 398 mila 612, un buon numero, considerando che era la prima domenica di luglio. Per ora le scorte ci sono nei frigoriferi delle Regioni. Figliuolo rassicura sul Corriere che ci saranno anche d’estate. Resta il tema dell’esitazione vaccinale. Ci sono fra sette e otto milioni di italiani non ancora protetti. Da dove vengono i No Vax? In Usa è clamoroso il fattore geopolitico, non si vaccinano coloro che hanno votato Trump. E da noi? I 5 stelle hanno fatto eleggere dei No Vax anche in Parlamento. Sparuta minoranza a suo tempo legittimata. Ci sono anche pochi cattolici di destra che pensano Papa Francesco sia illegittimo e negano l’esistenza del virus Covid19 e persino dell’emergenza. Oggi La Verità pubblica un articolo di Silvana De Mari che pubblicizza un pamphlet con la prefazione di Carlo Maria Viganò (l’ex Nunzio a stelle e strisce che ha scomunicato il Vaticano come eretico) in cui si accusa di immoralità i cattolici e i battezzati che si vaccinano. Non sono posizioni che abbiano davvero seguito. Ma certo questo tipo di follie non si contrastano e si smontano con i Figliuolo. Di fronte a questi fenomeni di iper minoranza, ma inquietanti, di fronte ai talebani no vax, grillini o cattolici lefebvriani che siano, ci vuole gente preparata e allo stesso tempo ironica, non dei generali.   

Sul Ddl Zan c’è uno scambio di accuse reciproche fra Italia Viva e Pd. I renziani hanno proposto una mediazione, perché temono che la linea del Pd di andare comunque al voto segreto in Aula non punti davvero all’approvazione della legge sulla omotransfobia ma sia solo una battaglia di bandiera. Il Pd e i 5 Stelle, a loro volta, accusano i renziani di voler “affossare” la legge, perché propongono delle modifiche. Vedremo.  

Il Papa è stato ricoverato e operato ieri al Gemelli per una malattia al colon. Il Vaticano ha sostenuto che l’intervento era programmato ma certo i media non erano stati pre avvertiti. Ieri sera tardi è arrivato il comunicato sul successo dell’intervento chirurgico. Francesco starà in ospedale almeno cinque giorni, l’operazione coincide con il periodo di riposo estivo a Santa Marta che è solito concedersi Bergoglio. Vediamo i titoli. 

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera fa il punto della campagna vaccinale con il generale Figliuolo: «I vaccini ci sono. Già una dose a 6 italiani su 10». La Stampa commenta gli ultimi numeri della pandemia: Effetto Delta anche in Italia dopo tre mesi il virus risale. Per il Quotidiano nazionale: Corsa ai vaccini per salvare l’estate. Il Messaggero già è proiettato sull’autunno: «Scuola, mai più Dad nel Lazio». Dopo la proposta di mediazione di Renzi, la Repubblica titola a proposito della legge sull’omotransfobia: Ddl Zan, patto Lega-Iv. La Verità va sullo stesso argomento ma da una prospettiva diversa: «Pure il Pd ha scaricato Letta, in Aula sceglie il buon senso». Il Domani, che con Nello Trocchia ha rivelato il caso di Santa Maria Capua Vetere, torna sul tema delle violenze dietro le sbarre: Le mattanze in carcere che abbiamo rimosso. Sulla mediazione Grillo-Conte va Il Fatto: Guerre Stellari, ecco i due fronti su cui si litiga ancora. Mentre Libero insiste sulla campagna di Salvini: Centomila firme contro la malagiustizia. Nuova classifica del Sole 24 Ore, questa volta sui primi cittadini: Governance Poll: Zaia e Decaro top, crollano i sindaci a Catania e Napoli. Sulla saluta nel Mezzogiorno titola il Mattino: «Sanità al Sud, basta risparmi».

5 STELLE, SOSPETTI E RINVII

È in pieno svolgimento la trattativa fra Conte e Grillo, attraverso l’esame della bozza di Statuto scritta dall’ex premier a cura dei sette saggi del Comitato. Monica Guerzoni per il Corriere racconta i sospetti di Conte, e prevede un allungamento dei tempi.

«Dieci giorni per un'intesa, forse persino due settimane. Si allungano i tempi al tavolo dei sette «saggi» e si allungano le ombre sulla trattativa. Giuseppe Conte si è imposto un atteggiamento di «piena fiducia» nel lavoro dei pontieri scelti da Beppe Grillo e sta bene attento a non interferire, almeno pubblicamente, con il tentativo del comitato di trovare una quadra sul nuovo statuto del Movimento. Ma tra i fedelissimi dell'ex premier e i parlamentari che guardano a lui la preoccupazione aumenta col passare delle ore e dei giorni. «E se ci stessero fregando?». Questo il tam tam che scandisce il brivido, la paura di essere finiti con le spalle al muro. «Giuseppe doveva andare per la sua strada e farsi il partito, invece si è voluto fidare - rivela così il timore del "bidone" un senatore -. Il rischio è che esca da questa trattativa molto indebolito, se non commissariato. Perché ora l'immagine all'esterno è che Fico e Di Maio sono i veri padroni del Movimento». Aver letto sul Corriere che il comico e fondatore lavora a un piano B ha allarmato non poco tutti coloro che vedono la scissione come unica via d'uscita. Il regolamento del M5S in teoria non lo consente. Eppure l'ipotesi che Grillo, in assenza di accordo con il leader designato e poi ripudiato, possa scongelare le elezioni del Comitato direttivo e candidare alla guida del M5S pezzi da novanta (o quasi) come Lugi Di Maio, Roberto Fico e Virginia Raggi, agita gli animi dei fedelissimi contiani. E forse anche il suo. Ma l'avvocato pugliese vuole si sappia che lui è «molto tranquillo» e che ha convintamente apprezzato la mediazione, il passo indietro di Grillo e la partenza di una trattativa per salvare la nave in tempesta. «La scelta dei nomi è equilibrata», è stato il giudizio a caldo del giurista sceso in politica. Ora però la trattativa è partita e nessuno sa prevedere dove porterà. Altri colpi di scena sono dietro l'angolo. In settimana Grillo tornerà alla Camera per incontrare i deputati e la notizia suscita fermento. Che piani ha, il comico? Davvero accetterà di rinunciare alla guida politica della sua creatura? Conte è stato chiaro: «I miei punti fermi non si toccano». I princìpi irrinunciabili sono «niente diarchia», il leader dovrà avere «piena agibilità politica», deciderà la linea e avrà l'ultima parola sulle scelte chiave. Andrà alle consultazioni per la nascita di un nuovo governo, deciderà le alleanze e tratterà in prima persona quando si dovrà votare per il Quirinale. Insomma, il problema è tutto politico, altro che statuto. Se Grillo accetterà di «fare il garante e solo il garante» e darà il via libera all'incoronazione di Conte come vero capo politico, il miracolo della mediazione di Fico&Di Maio potrà dirsi compiuto. Ma che accadrà qualora l'ex premier dovesse sentirsi - anche solo un poco - commissariato dai «big»? La tregua a quel punto non potrebbe reggere, perché la rottura è stata troppo radicale e le parole hanno lasciato il segno. «Come si parte, si parte male», è il leitmotiv tra i contiani più pessimisti, convinti che la mossa di Grillo abbia un solo obiettivo: mettere all'angolo il rivale. Tutto questo pessimismo, che stride con la fiducia diffusa dall'entourage dell'ex premier, si spiega in parte con le notizie delle ultime ore. Intanto la lettera che un centinaio tra attivisti e portavoce comunali e regionali - non a caso tanti quanti sarebbero i parlamentari di fede contiana - hanno spedito a Grillo per chiedergli di dar seguito all'attacco furente del post «Una bozza e via»: «Ci stanno fregando, Beppe». E poi le reazioni alle voci su Piero Benassi. I renziani attaccano. Michele Anzaldi vuole sapere se è vero che l'ambasciatore a Bruxelles stia lavorando al partito di Conte: «Perché non sono ancora arrivate smentite?». Provocazioni che Conte non intende raccogliere, ma che spiegano quanto il tempo (e i veleni) possano far naufragare la trattativa.».

Tommaso Rodano sul Fatto sembra più ottimista. Anche se rispecchia la linea decisa da Travaglio: o Conte sarà il vero Capo o è meglio lasciare.

«Una domenica di lavoro per provare a salvare il Movimento cinque stelle. Il tavolo virtuale è ancora su Zoom, a sedersi sono sempre i sette “saggi” che devono riscrivere lo Statuto e le regole in una forma che sia digeribile sia per il leader Giuseppe Conte che per il fondatore Beppe Grillo. Lavorano limando regole e codici, cercano una soluzione formale per colmare il vuoto enorme, sostanziale, che si era creato tra i duellanti del Movimento. Una delle consegne assolute per i sette “sminatori” è quella del silenzio: sui risultati del loro lavoro filtra poco. Dopo il disastro dei giorni scorsi c’è un ottimismo di fondo, chissà quanto auto-imposto. Si comunica – come in una seduta auto motivazionale – “grande determinazione” e “massima attenzione”. Chissà se basteranno. Dal lavoro certosino dei sette dovrà vedere la luce l’insieme delle nuove regole, la rinnovata struttura su cui sarà fatto poggiare il “neo Movimento”, come l’aveva battezzato Conte (in una definizione forse non proprio apprezzata dal fondatore): e dunque Statuto, carta dei valori, codice etico. Il lavoro di messa a punto dello Statuto della discordia dovrebbe essere quasi ultimato: è a “due terzi” secondo quanto filtra da chi ci sta mettendo mano. Se tutto procederà bene, sarà portato a termine entro stasera e potrebbe essere presentato alle due parti già domani. Se Grillo e Conte lo accetteranno, a quel punto bisognerà indire la votazione degli iscritti, conservando almeno una spolverata di democrazia diretta nello scontro individuale tra le due personalità del Movimento. Tra i nodi rimasti da sciogliere non c’è il tema dei due mandati. Al contrario di quanto si riteneva, su questo Conte e Grillo sono sostanzialmente d’accordo, o meglio: nessuno dei due è contrario a cambiare questa regola fondativa e lasciarla decidere dalla base del Movimento. Con diverse soluzioni: si potrebbe adottare una deroga al limite dei due mandati per gli eletti “meritevoli” (un po’ come avviene nel Pd) oppure concedere un terzo mandato a chi ne ha già fatti due, ma in un'assemblea elettiva diversa da quella in cui siede. I sette "saggi" in ogni caso non se ne stanno occupando, perché non è su questo tema che Conte e Grillo sono in disaccordo. I nodi sono essenzialmente due, invece: il primo è la natura del ruolo del "garante". Grillo chiede una formula che gli riconosca la primazia non solo sui valori del Movimento ma anche sulla "iniziativa politica". Per Conte sarebbe il realizzarsi della "diarchia" che l'ex premier ha detto chiaramente di non poter accettare: se Grillo assume su di sé anche l'indirizzo politico, al leader cosa rimane? L'altro punto sensibile riguarda il meccanismo di sfiducia del leader politico. Conte ha già accettato che il suo mandato alla guida dei Cinque stelle possa essere sottoposto al giudizio degli iscritti se il garante o uno degli altri organi direttivi intendesse chiedere una votazione di sfiducia. Ma pretende un meccanismo di riequilibrio, una sorta di "sfiducia costruttiva": se la base dovesse dare ragione al leader politico contro la proposta di sfiducia, a quel punto a decadere dovrebbe essere l'organo che l'ha promossa. Su questi aspetti lavorano gli "sminatori", con la cautela che si richiede alla missione. Tra poco il loro compito sarà terminato, a quel punto toccherà ai due litiganti. Allora si capirà la verità: se Grillo ha bluffato o ha giocato sul serio. E cioè se ha affidato il mandato ai sette (Di Maio, Fico, Crimi, Patuanelli, Crippa, Licheri, Beghin) solo per condividere insieme a loro il naufragio della trattativa e della leadership di Conte (e probabilmente la fine del Movimento cinque stelle), oppure se ha capito di non avere altre carte in mano che affidare i destini della sua creatura all'ex presidente del Consiglio. Il quale è stato chiaro: prenderà la guida del Movimento solo se ci sarà una separazione netta dei ruoli e un controllo della direzione politica autonomo dall'ingombrante carisma del fondatore».

IL PAPA OPERATO AL GEMELLI, RICOVERATO PER 5 GIORNI

Un intervento “programmato”, cui papa Francesco avrebbe risposto bene, quello di ieri all’ospedale Gemelli. Intervento che ha in realtà colto in contropiede i mass media. La cronaca di Repubblica. 

«Papa Francesco «ha reagito bene» all'intervento programmato all'ospedale Gemelli di Roma per stenosi diverticolare del sigma e conclusosi ieri in tarda serata. Così un comunicato del portavoce della Santa Sede arrivato poco prima di mezzanotte, verosimilmente nel momento in cui Francesco si è svegliato dall'anestesia generale a cui era stato sottoposto. Tutto è iniziato nel primo pomeriggio. Dopo la recita dell'Angelus domenicale con l'annuncio di un viaggio in Slovacchia dal 12 al 15 settembre e una messa a Budapest l'11, accompagnato solo dall'autista e da un sacerdote, suo stretto collaboratore, Francesco si è presentato intorno alle 15 al decimo piano dell'ospedale Agostino Gemelli, dov' è l'"appartamento dei pontifici", per essere sottoposto a un intervento chirurgico di rimozione di un'occlusione intestinale. Nel pomeriggio afoso, tra l'andirivieni stanco e rado, in ospedale, il grosso del personale non si è accorto di niente. E così le persone ricoverate. Ad aspettare Papa Bergoglio, c'erano solo il primario chirurgo Sergio Alfieri che, con la sua équipe, ha eseguito l'intervento. La Santa Sede ha parlato nel primo pomeriggio di un «intervento programmato» da tempo per «una stenosi diverticolare sintomatica del colon», appunto un'occlusione dovuta a diverticoli infiammati che vanno rimossi. La settimana scorsa alcuni gendarmi avevano fatto un sopralluogo al Gemelli e verificato che tutto fosse preparato al meglio. Il Papa ha aspettato per operarsi l'inizio del mese di luglio: come ogni anno, infatti, fin dai tempi di Buenos Aires, in questo periodo interrompe le udienze e, pur rimanendo a Santa Marta, trascorre un suo annuale periodo di riposo. Dallo scorso febbraio suo medico personale è diventato Roberto Bernabei, noto nome della Gerontologia italiana e ordinario di Medicina Interna e Geriatria alla Cattolica. È stato lui a focalizzare i problemi del Papa al colon. E, quindi, a spingere per un intervento che, come conferma anche il cardinale Enrico Feroci, già direttore della Caritas diocesana di Roma, «era stato programmato da tempo». Anche i sanitari confermano e aggiungono: «Si è trattato di un'operazione delicata, considerate sia l'età del pontefice sia l'asportazione di mezzo polmone cui papa Bergoglio si sottopose all'età di 21 anni». L'occlusione, o stenosi come la chiamano i medici, sulla quale si è eseguito l'intervento, è solo uno degli effetti dell'infiammazione dei diverticoli e che interessa soprattutto gli over 50. A posteriori, si comprende meglio perché Francesco, all'Angelus di domenica 27, avesse più che in altre occasioni chiesto per sé le preghiere dei fedeli. «In prossimità della festa dei Santi Pietro e Paolo, vi chiedo di pregare per il papa. Pregate in modo speciale: il papa ha bisogno delle vostre preghiere! Grazie. So che lo farete», aveva detto. La notizia dell'operazione è rimbalzata sui media italiani e stranieri, dalla Bbc alla Cnn, nel giro di un'ora. E tra i primi a inviare a Papa Bergoglio l'augurio di «pronta guarigione e buona convalescenza» è stato il capo dello Stato, Sergio Mattarella: «Santità, atterrato a Parigi per la visita di Stato che mi accingo a iniziare nella vicina e amica Francia, ho appreso del suo ricovero al Policlinico Gemelli. L'affettuoso pensiero degli italiani tutti, di cui mi faccio interprete unendovi il mio personale, accompagna in queste ore Vostra Santità, unitamente ai più cordiali auguri di buona convalescenza e ancor migliore e pronta guarigione». I dottori del Gemelli hanno già in passato dovuto operare i pontefici: a papa Giovanni Paolo II, ad esempio, nel 1992 fu rimosso un tumore benigno al colon. E proprio nelle stanze al decimo piano che ospitarono Wojtyla è stato oggi sistemato papa Francesco».

VACCINI, LA CAMPAGNA ESTIVA

Il Corriere della Sera fa il punto sulla campagna vaccinale con una lunga intervista al generale Francesco Paolo Figliuolo.  

«Le dosi sono sufficienti per procedere spediti nella campagna vaccinale». Ai governatori che lamentano ritardi nelle consegne, nel giorno in cui viene raggiunta la quota di venti milioni di italiani immunizzati, il commissario Francesco Paolo Figliuolo risponde diretto. E assicura che riuscirà a raggiungere l'obiettivo dichiarato dell'immunità di gregge entro la fine di settembre. Ci sono alcune Regioni che rinviano gli appuntamenti e altre che paventano sospensioni delle somministrazioni ad agosto. «Non ce ne sarà alcun bisogno», assicura il generale, che conferma la volontà di agevolare le forniture per chi vuole avere la seconda dose in vacanza. Per tutti vale l'ordinanza firmata agli inizi di giugno che consente il «riequilibrio delle dosi da distribuire». Le regioni lamentano ritardi. Generale Figliuolo, com' è davvero la situazione? «Se confrontiamo luglio con giugno c'è una flessione del 5% dei vaccini Pzifer e Moderna, non parlerei di ritardi. Tra luglio e settembre avremo un approvvigionamento di circa 45,5 milioni di dosi di questi vaccini, che sono i più usati. A luglio è prevista la disponibilità di circa 14,5 milioni di dosi, rispettivamente 12,1 milioni di Pfizer e 2,4 di Moderna, che assicureranno anche le vaccinazioni eterologhe, per gli under 60 che hanno fatto come prima dose il vaccino AstraZeneca». Quindi secondo lei non c'è bisogno di rinviare le prenotazioni? «Se contiamo soltanto i circa 15 milioni di vaccini Pzifer e Moderna, e se aggiungiamo anche il residuo del mese precedente e le seconde dosi AstraZeneca per gli over 60, le Regioni hanno la potenzialità di somministrare complessivamente 500mila vaccinazioni al giorno». Eppure parlano di rallentamenti. «Stiamo tenendo una media di oltre 500 mila inoculazioni al giorno, malgrado le notevoli limitazioni di impiego per i vaccini adenovirali AstraZeneca e Johnson & Johnson, il mancato arrivo del vaccino Curevac e l'aumento della platea vaccinale di 2,2 milioni di giovani di età compresa tra i 12 e i 16 anni». Lei può ancora confermare che al 30 settembre avremo raggiunto l'immunità di gregge? «Il ritmo è buono, per me parlano i dati. Sabato abbiamo superato la soglia di 52,6 milioni di somministrazioni. Vuol dire che il 61% dei cittadini ha fatto almeno una dose e il 36% della popolazione anche la seconda. È un risultato pienamente in linea con il piano elaborato a marzo. È un piano flessibile e quindi io sono sicuro di dire che entro il 30 settembre avremo raggiunto l'80% della popolazione». C'è stata molta confusione rispetto alla somministrazione dei vaccini e molti cittadini hanno deciso di rinunciare. C'è qualcosa che si può dire per rassicurarli e convincerli? «Vorrei rassicurare che le indicazioni del Cts e dell'Aifa sull'impiego dei vaccini in base all'età sono variate nel tempo per garantire la massima efficacia e sicurezza delle vaccinazioni. La prescrizione sull'uso di un certo tipo di vaccino è legata all'andamento della curva epidemiologica, e si basa su un'analisi costante e attenta dei dati provenienti dalla farmaco-vigilanza. Ricordiamoci sempre che il Covid19 è un virus in continua evoluzione come dimostra la comparsa di nuove varianti». La doppia dose protegge davvero dalla variante Delta? «Il ciclo vaccinale completo è l'unico rimedio. Purtroppo il virus circola ancora e la variante Delta sta diventando dominante. Grazie all'andamento della campagna vaccinale però produce effetti meno gravi rispetto al passato recente, e dunque è indispensabile continuare per far ben ripartire il Paese». Eppure ci sono ancora milioni di scettici. «Vaccinarsi è un atto individuale che fa bene al singolo ma anche agli altri, ai familiari, ai colleghi, a tutti coloro che fanno parte della comunità. Abbiamo tutti bisogno di voltare pagina e di mettere un argine a una pandemia che in Italia, non dimentichiamolo, ha causato 128 mila vittime». Per questo si insiste ad andare a cercare gli over 60? «I risultati sono sotto gli occhi di tutti, per gli over 60: a fronte di una platea di 18,1 milioni di persone, 2,5 milioni non hanno ancora ricevuto alcuna somministrazione. È una priorità assoluta, infatti avevo emesso un'ordinanza apposita il 9 aprile e l'abbiamo ribadito più volte nel corso della campagna vaccinale. Il motivo è evidente: dobbiamo mettere in sicurezza gli anziani e le persone più fragili, cioè coloro che sono più vulnerabili rispetto alle conseguenze nefaste del Covid». Siamo ancora indietro? «La copertura della fascia over 80 oggi supera il 92% con almeno una dose, mentre la fascia 70-79 è all'87%. Sono risultati ottimi. Per le fasce 60-69 e 50-59, che sono rispettivamente all'81% e al 72% circa di prima dose dobbiamo fare di più. E' necessario agire a tutto campo per raggiungere chi vuole vaccinarsi e per coinvolgere chi è rimasto ancora dubbioso». Come? «Oltre agli hub, ai medici di medicina generale e alle farmacie, stiamo facendo un gran lavoro di qualità attraverso i team sanitari mobili delle Regioni e della Difesa, che operano con successo nelle zone remote e meno accessibili».

Il fisico Roberto Battiston è uno degli scienziati più seri fra i tanti che intervengono pubblicamente sull’andamento della pandemia.  Uomo dei numeri, identifica una novità nelle statistiche delle ultime ore: sono ripartiti i contagi. Ecco che cosa dice, intervistato da Repubblica.

«La discesa dei contagi si è fermata, è successo qualcosa che ha arrestato il calo delle nuove infezioni da Covid. Lo dice la matematica del virus». Roberto Battiston, professore all'Università di Trento, da mesi analizza l'andamento della pandemia in Italia con metodi di analisi come quelli usati in fisica fondamentale e in astrofisica. E oggi, se non un allarme, lancia un segnale che richiede l'attenzione delle autorità sanitarie. Cosa dicono i suoi numeri, professor Battiston? «Che per la prima volta da tre mesi la discesa dei nuovi infetti si è arrestata. Per dodici settimane consecutive avevamo assistito a una discesa costante e inesorabile. La settimana che si è conclusa sabato, invece, ha fatto registrare una quantità di nuovi infetti sostanzialmente uguale alla settimana precedente». Quali sono le cifre che l'hanno colpita? «Ho considerato i nuovi infetti giornalieri e li ho sommati settimana per settimana: quattro settimane fa questo numero valeva 14.604, quella successiva 11.450, quella ancora dopo 7.700, poi si è scesi ancora a 5.581. Ma negli ultimi giorni è arrivato lo stop: nell'ultima settimana presa in considerazione i nuovi infetti sono stati 5.234, appena 350 in meno rispetto ai sette giorni precedenti, mentre gli scalini precedenti erano ben più alti con salti verso il basso di migliaia di unità. È una novità che si coglie bene se si usano quegli strumenti della matematica che ci permettono di fare proiezioni sul futuro basandosi sull'andamento del passato. Se si traccia su un opportuno grafico l'andamento dei nuovi casi giornalieri basato sugli andamenti delle settimane precedenti, si vede che i dati reali per molte settimane si dispongono sulla curva così come previsto dal modello matematico. Ma poi nei giorni scorsi se ne sono discostati bruscamente». E questo significa secondo lei? «Che è intervenuto qualcosa a bloccare il calo innescato dalla campagna vaccinale». La variante Delta? «Dal mio punto di vista è possibile e anche probabile. È vero che ci sono state le riaperture e che ci sono meno limitazioni all'aperto, ma continuiamo a indossare la mascherina al chiuso e prosegue la campagna di vaccinazione. L'unica vera novità è la diffusione anche nel nostro Paese della variante Delta, a quanto pare più insidiosa dell'Alfa della seconda ondata. D'altra parte il tracciamento genetico del virus ci ha già detto che in Italia la presenza della Delta si è decuplicata in un mese. Ora sembra che questa diffusione cominci ad essere visibile anche nel numero di nuovi infetti».

VACCINI NEGLI USA, TRUMPIANI NO VAX

Giuseppe Sarcina sul Corriere racconta il 4 luglio (festa nazionale americana) della lotta al virus. Biden ha quasi raggiunto l’obiettivo che si era posto, ma mezza America, quella trumpiana, non si vuole vaccinare.

«La percentuale si è fermata al 66,8%. Obiettivo mancato, anche se di poco. Il 4 maggio scorso Joe Biden aveva promesso che entro il 4 luglio, la festa dell'Indipendenza, il 70% degli adulti avrebbe ricevuto almeno una dose di vaccino. Non è andata così. Il Presidente ne ha preso atto e ieri ha indirizzato al Paese un messaggio ambivalente: «Considerate dove eravamo l'anno scorso e guardate dove siamo oggi. Siamo tornati a stare insieme. L'America è tornata. La dichiarazione di Indipendenza del 1776 era un appello all'azione e anche noi oggi dobbiamo continuare ad agire. Dalla nostra parte abbiamo il potere della scienza». Biden ha poi valorizzato al massimo, anche con toni che sono apparsi trumpiani, le cifre elaborate dal Cbo, Congressional Budget Office, organismo tecnico del Congresso. Tutti gli indici sono migliorati rispetto alle previsioni di inizio anno: nel 2021 il prodotto interno lordo crescerà del 7,4%; il tasso di disoccupazione scenderà al 5,5%; l'inflazione si manterrà intorno al 2%. «È la crescita più robusta degli ultimi quarant' anni. Nessuno nel mondo ha fatto meglio». Nei documenti della Casa Bianca si ricorda che «il piano economico sta funzionando», riferendosi alla manovra anti-Covid da 1.900 miliardi di dollari, l'unica varata finora. Ma va ricordato che la ripresa era già cominciata nell'ultimo trimestre del 2020 e, in ogni caso, il tasso di disoccupazione, avverte il Cbo, tornerà a livelli pre pandemia solo alla fine del 2022. In prospettiva i rischi sono ancora legati al Covid-19. Il virologo Anthony Fauci, intervistato dalla tv Nbc, è il più esplicito: «Circa il 99,2% delle persone morte di recente per Covid non erano vaccinate. È frustrante, è triste pensare che abbiamo a disposizione contromisure altamente efficaci contro questo nemico formidabile. Eppure non riusciamo a convincere tutti». L'America ora è un Paese diviso, polarizzato anche dal Covid. La traccia più visibile è quella geografica, o meglio geopolitica. La campagna di vaccinazione procede a doppia velocità. La costa nordest corre. Meglio di tutti sta facendo il Vermont con un tasso di immunizzati adulti pari all'85,3%, poi Massachusetts, Connecticut e Maine, tutti sopra il 77%; il New Jersey è al 76,3%, Washington dc al 72,7% e New York al 72,4%. Sulla costa ovest, buone notizie dalla California, 74,8% e da Washington (lo stato di Seattle): 74,3%. In fondo alla classifica troviamo gli Stati del sud, con Alabama al 50,2% (sempre per gli over 18), Louisiana al 49%, giù fino all'ultima posizione: Mississippi, 46,3%. Nel mezzo, ma abbondantemente sotto la tacca del 70%, ecco gli Stati più popolosi: Florida 64,7%; Texas, 61,4%. I dati sono chiari. Pur con qualche eccezione, i territori guidati da governatori repubblicani sono in netto e, in qualche caso, grave ritardo. È l'eredità politica, la cicatrice sociale della stagione trumpiana; il risultato di un anno di sottovalutazione sistematica. Una parte consistente di quelle popolazioni è rimasta all'assunto iniziale: se il Covid-19 non è pericoloso, perché mai dovremmo vaccinarci? Poi ci sono i blocchi strutturali: afroamericani e i latinos coltivano più di altre etnie la diffidenza nel sistema sanitario, da cui spesso sono esclusi. Ma l'aspetto più inquietante riguarda i giovani. Secondo uno studio della Cdc, l'autorità federale di Atlanta per il controllo e la prevenzione delle malattie, la quota dei vaccinati tra i 18 e i 29 anni è pari solo al 47,3%. Il martellamento sugli anziani, «i vulnerabili», ha radicato in un giovane su due la convinzione, sbagliata, di non essere minacciato dal virus. A quel punto i governatori si sono inventati una serie di espedienti per attirare i riluttanti: lotterie, biglietti per le partite e i concerti, un giro di birre gratis. Ma neanche questo sembra funzionare. La media delle iniezioni giornaliere è rimasta per settimane inchiodata sulle 500 mila dosi. Ora il ritmo è risalito, attestandosi su un milione. «Serve un altro scatto» avverte Fauci.».

EMERGENZA CARCERI, DOPO I PESTAGGI

Il pianeta carceri, dopo il clamoroso caso dei pestaggi a Santa Maria Capua Vetere, è nell’occhio del ciclone. Ieri nella Versione della Sera avevamo citato l’intervista di Luigi Manconi su Vita, oggi c’è un intervento molto lungo e documentato di Adriano Sofri sul Foglio, tutto da leggere. Ecco un passaggio conclusivo:

«Nessuno può chiedere agli agenti di subire prepotenze e tanto meno violenze. Ma nemmeno che le infliggano, senza necessità, e al costo dell’altrui pena e della propria degradazione. Impressionante non è la solidarietà delle associazioni degli agenti, ma la loro sentita stupefazione per un’iniziativa giudiziaria di cui si capisce che non era nel loro conto. Che nel loro conto era l’impunità, per antica abitudine, rinnovata dagli umori recenti dei media e della gente: cosicché ora se ne sentono traditi. L’odio e il disprezzo reciproci fra guardie e ladri sono la condizione perché la barbarie delle galere non sia scalfita. È una verità più difficile da dire, ma ancora più vera, nel momento in cui qualche guardia è ruzzolata dall’altra parte delle sbarre. Forse la prossima ribellione avrà per protagonisti gli agenti penitenziari. E non contro i detenuti».

DDL ZAN

Sono molto diverse le interpretazioni dei giornali a proposito del dibattito sul Ddl Zan. Italia Viva ha proposto una mediazione per approvare comunque la legge. 5Stelle e Pd non l’accettano e così si producono accuse reciproche di voler affossare il provvedimento. Il Corriere della Sera ha intervistato Ivan Scalfarotto, renziano, da tempo in prima fila in questa battaglia.

«Non era la mia prima scelta, ma senza un tentativo di mediazione sul testo noi stiamo andando in aula al Senato in un muro contro muro, rischiando un vero e proprio Vietnam». Sottosegretario Ivan Scalfarotto, è consapevole che le modifiche al testo del Ddl Zan apportate dal suo partito, Italia viva, hanno spaccato il fronte del centrosinistra? «Voglio essere chiaro: io il testo del disegno di legge Zan così com' è l'ho votato alla Camera e lo rivoterei». Quindi? «Il punto è quello che dicevo prima: senza un consenso preventivo e ampio, dovremmo accettare il rischio concreto di far fallire la legge. Saremmo senza relatore, con moltissimi voti segreti e con la valanga di emendamenti che sicuramente la Lega porterebbe per fare ostruzionismo. Un film già visto». Quando? «Se Renzi non avesse posto la fiducia sulle unioni civili ci sarebbero stati 11 milioni di emendamenti di Calderoli da votare. O con il tentativo della legge contro l'omofobia nel 2013 mai nemmeno esaminata dal Senato. Sono passati otto anni e nel frattempo ci sono state tantissime persone che sono rimaste senza alcuna protezione da intolleranza, discriminazione, violenza. Non possiamo permetterci di andare in aula senza la certezza di approvare la legge, solo per poter dire di aver fatto la battaglia. Ne va della vita delle persone». Adesso Italia viva ha parlato di un altro testo Scalfarotto per presentare i suoi emendamenti. «Sì, è il testo numero 868, uno dei cinque che alla Camera sono stati unificati nel ddl Zan. Ed è un testo nel quale invece di parlare di identità di genere e di orientamento sessuale si parla di omofobia e transfobia. Questo testo alla Camera è stato firmato, tra gli altri, dallo stesso Zan, oltre che dalla capogruppo del Pd Debora Serracchiani e da Barbara Pollastrini, Lele Fiano, Matteo Orfini». Però l'identità di genere e l'orientamento sessuale sono i punti criticati dalla Lega, da FI e anche dal Vaticano. «È una questione terminologica, rilevante, lo so. Capisco bene che utilizzare le parole giuste è importantissimo. Ma mi chiedo se la pur importante bandiera delle parole valga di più del portare a casa la legge e se per raggiungere un risultato di principio possiamo rischiare di restare senza una legge contro l'odio ancora per chissà quanti anni». Negli emendamenti di Italia viva c'è anche la soppressione del contestato, dalla destra e a dal Vaticano, articolo 4, quello dove si parla libertà di espressione e di opinione. «Il paradosso dell'articolo 4. Un articolo che è stato voluto da chi era preoccupato per la libertà di opinione, il mondo cattolico, e ora pare non si voglia più. Per me è ridonante visto che la libertà di opinione è tutelata dall'articolo 21 della Costituzione». Pd e M5S dicono che con le modifiche non c'è tempo per approvarlo. «Se l'accordo è ampio, i numeri alla Camera ci consentirebbero di fare presto. Si potrebbe mettere la fiducia. Il punto è essere chiari con la Lega». Ovvero? «La Lega deve capire che questo nostro tentativo di portare la legge all'approvazione non deve essere frainteso per allungare i tempi. Ostellari deve dire chiaramente se queste mediazioni le accettano o no perché se alzano ancora l'asticella vuole dire che la dichiarata voglia di approvare la legge a condizione che fosse migliorata era soltanto un bluff». E se non accettano? «Si torna al punto di partenza». Ovvero? «Che lo abbiamo votato alla Camera e lo rivoteremo anche in Senato. Alla Camera è stato fatto un lavoro importante e introdotta la parte sull'abilismo». Quindi? «A quel punto o la va o la spacca».

Repubblica con Concetto Vecchio intervista Matteo Renzi.

«Matteo Renzi, ha deciso di affossare il ddl Zan? «Falso. È vero il contrario: siamo gli unici a volerlo salvare. L'ipocrisia di chi urla sui social, ma sa che al Senato non ci sono i numeri è la vera garanzia dell'affossamento della legge. Se andiamo sotto su un emendamento a scrutinio segreto, questa legge è morta e ne riparliamo tra anni. E quanti ragazzi gay soffriranno per la mancanza di questa legge? Voglio evitare questo rischio. Ma per fare le leggi servono i voti dei senatori, non i like degli influencer. Chi vuole una legge trova i numeri, chi vuole affossarla trova un alibi». E se fosse lei l'alibi di Salvini? «Vedremo se la Lega si tirerà indietro. Per ora la questione è sempre la stessa, il contrasto tra massimalisti e riformisti. I massimalisti fanno i convegni, i riformisti fanno le leggi. Preferisco un buon compromesso a chi pensa di avere ragione solo lui ma non cambia le cose». I suoi avversari temono che così non se ne farà nulla. «Io ho firmato le Unioni Civili. E l'ultima sera prima della decisione di porre la fiducia ci fu una polemica sulla stepchild adoption. Chi si fidava dei grillini ci assicurava che avrebbero votato a favore. Io non mi fidai e dopo aver parlato col primo ministro, omosessuale, del Lussemburgo, il mio amico Xavier Bettel, misi la fiducia togliendo la stepchild. E meno male. I grillini nella notte fecero marcia indietro e la legge fu approvata coi voti di Verdini. Grazie a quella legge da cinque anni migliaia di persone dello stesso sesso possono sposarsi». Cosa chiedete di cambiare? «A me interessa che ci sia una buona legge. La proposta di Scalfarotto elimina i punti controversi su identità di genere e scuola. Può essere un punto di caduta. L'importante è non affossare la legge: a scrutinio segreto rischia molto. Nei gruppi Pd e 5S potrebbero mancare voti, è il segreto di Pulcinella». 

CENTRODESTRA, ENNEESIMA ORA FATALE PER MILANO

Chiara Campo sul Giornale è ottimista sulla candidatura a sindaco di Milano. Questa volta ci siamo, nelle prossime ore un nuovo vertice del centro destra:

«Rush finale su Milano, Napoli e Bologna. Matteo Salvini ha convocato domani «gli amici del centrodestra» per chiudere su candidati e squadra. La scelta sotto la Madonnina - a meno di colpi di scena - è ormai chiara. Luca Bernardo, 54 anni, responsabile della Casa pediatrica dell'ospedale Fatebenefratelli si è presentato sabato pomeriggio al gazebo della Lega per firmare il referendum sulla giustizia e già ha parlato da sfidante di Beppe Sala. Oggi vedrà in forma riservata Giorgia Meloni e in serata o al più tardi domani mattina Salvini, con cui si è sentito finora solo telefonicamente. La leader di Fdi farà tappa a Palazzo Reale a Milano alle 17.30 per presentare il suo libro, intervistata da Vittorio Feltri. Dovrebbe incontrare Bernardo prima, in un ufficio privato, ma il candidato in pectore potrebbe assistere anche all'evento. «Habemus papam» è convinto il senatore di Fdi Ignazio La Russa. Il partito voleva indicare una donna di prestigio per l'assessorato alla Cultura, sul modello di Vittorio Sgarbi a Roma, ma la persona sondata non è più disponibile. Fdi chiederà garanzie sulla giunta anche se il ticket tra Bernardo e l'ex sindaco Gabriele Albertini non dovrebbe più essere in discussione, nonostante i mal di pancia centristi. «A Milano tra i tanti ha dato la sua disponibilità anche questo primario di pediatria di uno degli ospedali più storici e importanti - ha dichiarato ieri a SkyTg24 Salvini -, insieme ad altri, uomini di cultura, delle imprese e delle istituzioni e a Gabriele Albertini che è stato il nostro bravissimo sindaco per 9 anni. Nelle prossime ore presenteremo la squadra che si propone di rilanciare Milano, come Roma e Torino, non sull'ideologia ma parlando di ambiente, opere pubbliche, trasporti. Vedo che a sinistra stanno facendo la campagna sull'attenti alla Lega e ai fascisti». Parole prudenti su Bernardo ma non deve ingannare: visti i precedenti, senza accordo formale con gli alleati Salvini questa volta non si sbilancia. Ma anche Meloni ieri ha confermato che «ci vedremo martedì (domani per chi legge, ndr) e confido che uscirà il sindaco di Milano» e a chi obietta che Salvini lo dice da settimane sottolinea che «questa volta l'ho detto anch' io e quindi siamo in due». Si attendono segnali da Silvio Berlusconi, per ora non ha visto o sentito Bernardo. Ma pure il coordinatore nazionale Fi Antonio Tajani ieri ha assicurato che per le amministrative «siamo in dirittura d'arrivo, martedì decideremo i migliori nomi per Milano, Napoli e Bologna», e Licia Ronzulli sponsorizza il pediatra. Nella famosa «squadra» per Milano potrebbero rientrare degli ex papabili, Roberto Rasia, Annarosa Racca, Oscar di Montigny».

VATICANO, CACCIA AI SOLDI

Avvicinandosi il processo del secolo in Vaticano, si moltiplicano gli articoli con i dettagli dell’inchiesta che ha portato alla sbarra un cardinale, diversi funzionari vaticani insieme a faccendieri e finanzieri. Sul Corriere della Sera oggi Gerevini e Massaro raccontano la caccia al malloppo.

«Ora in Vaticano parte la caccia ai soldi. Gli investigatori del papa - i promotori di giustizia e la Gendarmeria - hanno inseguito in giro per il mondo i conti dei protagonisti dell'assalto all'Obolo di San Pietro riuscendo a far sequestrare in totale 64 milioni di euro. Soldi congelati per il momento in banche e società in Svizzera, Lussemburgo, Gran Bretagna ma anche presso lo Ior, in vista di una loro confisca in caso di condanna degli imputati. Non basteranno a coprire le perdite subite con gli investimenti realizzati sotto la gestione del cardinale Angelo Giovanni Becciu, Sostituto alla Segreteria, di monsignor Alberto Perlasca, a capo della sezione amministrativa e del laico Fabrizio Tirabassi uomo della finanza. Ma certamente serviranno a un Vaticano in crisi di liquidità e donazioni: nel 2020 l'Obolo ha raccolto appena 44 milioni, metà di quanto i fedeli inviavano solo qualche anno fa. Dei capitali sequestrati, ben 48 milioni sono di Raffaele Mincione, l'uomo a cui otto anni fa furono affidati 200 milioni di dollari da investire e che lui indirizzò per la metà verso il famoso palazzo di Londra (che era già suo) e per il resto in operazioni più che altro speculative, anche in Borsa. Altri 9,6 milioni sono stati sequestrati a Gianluigi Torzi, che nel novembre fu ingaggiato dalla Segreteria per rompere il rapporto con Mincione, con cui per altro era in rapporti d'affari. Poi 3,6 milioni del gestore Enrico Crasso, banchiere di fiducia dagli anni Novanta. L'elenco comprende anche circa 2 milioni di Fabrizio Tirabassi, e - presso lo Ior -308 mila euro di monsignor Mauro Carlino oltre a 242 mila euro di Perlasca, che però non è stato rinviato a giudizio. I sequestri mostrano chi - secondo i promotori di giustizia Gian Piero Milano, Alessandro Diddi e Gianluca Perone - avrebbe maggiormente approfittato delle ingenti (ma poco sorvegliate) disponibilità della Segreteria. Nelle 487 pagine della richiesta di citazione a giudizio ci si perde tra mille rivoli e decine di mani che hanno ricevuto parte dei denari destinati alla carità del Papa. La gestione Becciu - scrivono i magistrati - ha consentito che si creasse un sistema «marcio» in Segreteria. Direttamente all'allora arcivescovo viene attribuito, per esempio, il via libera a un investimento immobiliare speculativo, sempre a Londra, con la società Sloane & Cadogan, nonostante il divieto imposto dalla Segreteria per l'Economia: un affare costato decine di milioni e una provvigione da 700 mila sterline a un banker ex Credit Suisse, Alessandro Noceti, ritenuta «senza causale». Sarebbe stato proprio Noceti (non indagato) a far introdurre il finanziere Mincione in Segreteria. Nacque così l'investimento nel palazzo al 60 Sloane Avenue a Londra nel 2013-2014. Solo che al Vaticano il finanziere ne vendette circa metà a un valore «del tutto ingiustificato» di 230 milioni di sterline (per il 100%) contro una valutazione poco precedente di 129 milioni». Ma chi avrebbe dovuto controllare che i valori esposti fossero corretti? Crasso, il quale, attraverso Noceti, chiese che Sloane & Cadogan preparasse «una stima/parere (ovviamente molto positivo)». Anche l'arrivo in scena di Torzi, nel 2018, sebbene raccontato come «frutto di una serie di casuali coincidenze», ai magistrati «pare piuttosto una manovra ben organizzata per realizzare una leva attraverso la quale far uscire somme di denaro dalle casse della Segreteria di Stato». Tutto nasce dalla scommessa fatale su Banca Carige, poi commissariata a inizio 2019. In alleanza con Gabriele Volpi, allora secondo socio dell'istituto, Mincione scalò Carige usando il fondo Athena - dove era investito il Vaticano - ma anche 26,4 milioni che gli aveva prestato Torzi. A sua volta il broker quei soldi li aveva avuti da Volpi, al quale aveva venduto azioni di una minuscola società immobiliare quotata, Imvest, a un prezzo di 8 milioni sopra il valore di Borsa. Con Carige in agonia, Mincione doveva restituire il denaro: sarebbe questa la ragione dell'arrivo di Torzi. Per creare liquidità il palazzo di Sloane Avenue sarebbe stato molto generosamente valutato. Il 23 novembre 2018, dopo la firma dei contratti con la Segreteria, Mincione e Torzi pranzano a Roma al ristorante «I due ladroni». Più tardi il broker manda un whatsapp al suo commensale: «Oh sui numeri gli abbiamo fatto un abracadabra che dopo tre gg ancora si raccapezza». Con tre faccini sorridenti». 

Domenico Agasso per La Stampa ha intervistato Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa.

«Il grande e decisivo obiettivo delle riforme economiche avviate da papa Francesco è «far sì che il modo di amministrare le risorse messe a disposizione della Chiesa dalla generosità dei fedeli sia trasparente e tale da non creare imbarazzo e disagio a nessuno». Così da evitare altri scandali come quello che porterà a processo Oltretevere dieci persone tra cui prelati, funzionari, finanzieri, manager e un cardinale, Giovanni Angelo Becciu. Lo afferma monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede apostolica (Apsa), a cui il Pontefice ha consegnato la cassa e i conti della Santa Sede. Eccellenza, che significato avrà il processo dopo l’indagine partita dall’investimento nell’immobile di Londra? «È inutile nasconderlo. È stato ed è un episodio imbarazzante. La magistratura dirà quali sono i livelli di responsabilità. Di sicuro la vicenda ha accelerato le procedure che stanno portando all’adozione di criteri amministrativi che lasciano poco spazio all’arbitrio e, semmai, a una gestione poco trasparente». Quali sono gli sbagli commessi nella gestione delle finanze ecclesiastiche che non vanno assolutamente più ripetuti? Come si possono prevenire gli scandali? «Gli scandali si prevengono mettendo in atto procedure corrette e ponendo attenzione a chi si sceglie come “compagni di viaggio”. Gli ultimi episodi pare stiano mostrando che non tutti i cosiddetti collaboratori fossero degni di tutta la fiducia loro accordata». Ci spiega una volta per tutte cos’è l’Obolo di San Pietro, che secondo gli inquirenti ha subito ingenti perdite a causa del «marcio sistema predatorio e lucrativo», e per che cosa viene utilizzato? «L’obolo è un modo di partecipare direttamente da parte dei fedeli di tutto il mondo, con le loro offerte, alla missione universale del Santo Padre. Collaborando all’esercizio della carità del Papa e sostenendo le spese per tutte le attività di evangelizzazione della Chiesa di Roma. È una pratica che ha assunto forme diverse nel corso della storia, attraverso collette e donazioni di singoli fedeli o di intere chiese locali. Le sue radici risalgono alla Chiesa primitiva». Se la sente di dire a un fedele intenzionato a fare un’offerta alla Santa Sede che può fidarsi sul buon utilizzo di quel denaro? «Bisogna stare attenti a non criminalizzare con superficialità una gestione economica che ha le sue regole, non da oggi. Certo, la malagestio al vaglio della magistratura, se da una parte, crea imbarazzo, dall’altra, sta spingendo tutti noi responsabili a creare le condizioni perché i fedeli possano fidarsi. Non faremo mai abbastanza su questo aspetto. Mi creda». Ma è possibile tenere insieme con coerenza economia, finanza e Vangelo? «Non solo è possibile, ma è doveroso. Guai a chi pensa che la vita di ogni giorno (compresa l’amministrazione) è una cosa e il Vangelo, un’altra. Chi pensa questo si vota automaticamente alla incoerenza, alla doppia vita e all’imbroglio. La vigilanza è importante, ma non basta. Ci vuole coerenza. O almeno bisogna provarci sul serio». Anche il Vaticano sta affrontando il complesso periodo post pandemia, e peraltro non riceverà alcun “Recovery Fund”: come riuscirà a sostenersi? «Il bilancio 2020 è in fase di preparazione per essere presentato e approvato dal Consiglio per l’Economia. Viste le difficoltà comuni a tutte le amministrazioni, anche per noi vi sarà un deficit. Per ora non quantificabile. Non sarebbe la prima volta che il bilancio della Santa Sede chiude in rosso. Tra le cause, va ricordato che gran parte delle attività della Santa Sede sono “attività di missione”, cioè non producono profitto. Comportano solo spese. E poi, sul risultato di gestione hanno il loro peso la riduzione del flusso delle entrate – dovuta, tra l’altro, agli sconti considerevoli fatti sui canoni per venire incontro alle difficoltà degli esercizi commerciali, alla chiusura dei Musei Vaticani e ad altri fattori. Il piano di risanamento è già in atto. Si è cominciato da una considerevole riduzione delle spese e a qualche ritocco sugli stipendi degli ecclesiastici». 

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana    https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.