Draghi cerca dei vaccini

La macchina delle somministrazioni adesso funziona, il premier si occupa delle nuove scorte. Casaleggio polemizza, Conte si sfila. Timori ancora per le piazze. Di Maio vola negli Usa

Oggi sono previste nuove manifestazioni in favore delle riaperture, con centinaia di pullman che puntano ad arrivare nel centro di Roma. Obiettivo: Montecitorio. Manifestazioni in parte vietate a Roma per cui Libero accusa il Governo di “autoritarismo”. Vedremo che accadrà. Intanto va segnalato che dai vari articoli emerge una preoccupazione sulle scorte dei vaccini. Ieri, di domenica, sono stati iniettati solo poco più di 212 mila dosi. Ma a leggere bene la stampa stamattina, la preoccupazione è che, una volta preso il ritmo giusto nelle varie Regioni, non ci siano abbastanza scorte per mantenerlo. C’è chi scrive che mancano 10 milioni di dosi all’obiettivo dei 50 milioni entro fine mese. Continua la diplomazia diretta di Draghi proprio sul fronte degli approvvigionamenti, vedremo che cosa otterrà. Su Repubblica parla il ministro della Salute Roberto Speranza, ma non gli viene chiesto nulla di Arcuri e Ranieri Guerra nei guai con la giustizia. Mentre Belpietro su La Verità rincara la dose. Interessante Luca Ricolfi sul Messaggero che propone un modo diverso di convivere con il virus. Inizia il viaggio di Luigi Di Maio negli Stati Uniti, il nostro ministro degli Esteri è a Washington, per il primo viaggio di un capo della diplomazia europea da Biden. Mentre Papa Francesco ricorda il principio della condivisione dei beni. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

In ordine sparso oggi i giornali. Il Corriere della Sera punta alla sostanza, alludendo agli sforzi di Draghi per reperire nuove scorte: La corsa a trovare i vaccini. La Repubblica promette, attraverso le parole di Speranza: «In estate saremo più sicuri». Anche La Stampa è incline alle promesse per la bella stagione, con le parole del ministro Massimo Garavaglia: «Tutta Italia aperta entro il 2 giugno». Quotidiano nazionale tanta di essere ottimista: Prove di riapertura, sì di Speranza. Mentre Il Messaggero già pensa a come potranno riaprire i locali: Al ristorante solo se prenotati. Il Giornale intervista il leader della Lega: Salvini: cosa farò. Il Fatto attacca sul fronte della mancata assistenza sanitaria: Le cure monoclonali ci sono. Ma le Regioni non le usano. La Verità si concentra su un altro possibile scandalo: Fuori legge i ventilatori cinesi. Nel contratto il nome di D’Alema. Mentre Libero va sulla concessione degli appartamenti: Migliaia di case Inps regalate ai raccomandati. Il Sole 24 Ore spinge perché si rivedano le norme sul 110 per cento: Bonus casa e 110%, i requisiti impossibili che bloccano i lavori. Mentre il Domani tira in ballo la collaborazione fra Turchia e petrolieri italiani: Gli affari d’oro (nero) fra i Moratti ed Erdogan.

I VACCINI E LA GUERRA DEGLI APPROVVIGIONAMENTI

Partiamo dal punto sulla campagna vaccinale che Michele Bocci fa su Repubblica. Chi segue questa Versione sa già che nei giorni scorsi si era arrivati a superare la soglia delle 400 mila dosi, a cavallo di giovedì e venerdì:

«L'Italia accelera ma non riesce a raggiungere gli altri grandi Paesi europei, che al momento fanno più vaccini. Anche se nei giorni scorsi, e per tre volte, si è superata finalmente la soglia delle 300 mila somministrazioni, fissata per la fine di marzo e giunta quindi con una settimana di ritardo rispetto ai piani, c'è chi corre più veloce. Se si considera la percentuale di persone che hanno avuto almeno una dose di vaccino, con il 14,4 per cento della popolazione coperta, il 9 aprile stavamo dietro a Spagna, Germania e Francia, oltre al Regno Unito, che ha dati enormemente migliori perché ha iniziato la campagna almeno un mese prima dell'Europa. Stessa cosa succede prendendo in considerazione il totale dei vaccini fatti ogni 100 abitanti. Se invece si guarda a quanti hanno concluso il percorso vaccinale, quindi hanno ricevuto anche la seconda dose, l'Italia è sopra alla Germania e anche alla Francia. Il dato è legato al tipo di vaccino maggiormente utilizzato. Chi ha somministrato tanto AstraZeneca, che ha tempi tra prima e seconda dose molto più lunghi (3 mesi) rispetto a Pfizer e Moderna, è più indietro con i richiami. (...) La Francia giovedì e venerdì scorsi ha fatto prima 430 e poi 510 mila dosi. La Spagna negli stessi giorni ha superato due volte le 400 mila somministrazioni, mentre l'8 aprile la Germania ha addirittura superato le 700 mila. Secondo i piani del commissario straordinario per l'emergenza Francesco Paolo Figliuolo, l'Italia dovrebbe arrivare entro la fine di questo mese a fare 500 mila vaccini al giorno. Il generale ha appena firmato un'ordinanza per ribadire e in parte specificare le priorità che devono essere seguite nel lavoro. Adesso bisogna pensare a proteggere le persone anziane e i fragili per motivi di salute e conclusa la copertura di chi lavora nella sanità pubblica e privata. Teoricamente tutti i Paesi europei dispongono degli stessi vaccini, ovviamente in rapporto con il numero di abitanti. (…) Uno dei problemi, segnalato anche da Figliuolo in una recente riunione con le Regioni, è che ci sono nei magazzini tanti vaccini non utilizzati, oltre 2,5 milioni. Le amministrazioni locali in parte li tengono per i richiami, soprattutto per Pfizer e Moderna, e in parte hanno già fissato gli appuntamenti per somministrarli. Figliuolo ha chiesto a tutti di ridurre al minimo le scorte, proprio per far crescere i numeri quotidiani. E prepararsi per la seconda parte del mese, quando finalmente dovrebbero arrivare tante dosi in un tempo ravvicinato, almeno 7 milioni».

Francesco Verderami del Corriere ha raccolto dal ministro Giancarlo Giorgetti un retroscena importante per la campagna: sui vaccini si sta giocando una partita difficile e delicata di geopolitica.

«L'impressione è che le parole pronunciate nelle settimane scorse dal premier - «o ci sarà un coordinamento europeo o faremo da soli» - anticipassero quanto stava per avvenire. Perché i contatti con i Ceo delle Big Pharma e soprattutto con i vertici dell'Amministrazione americana sono stati una strada perseguita non solo da palazzo Chigi ma anche da altre cancellerie del Vecchio Continente. Ed è difficile scalfire il muro di no delle case farmaceutiche se prima non muta la linea decisa dalla Casa Bianca. Eppure Draghi non smette di insistere al punto che - come ha confidato a un ministro - a furia di chiamare oltre oceano gli pare di essersi trasformato in uno stalker. Che i tentativi non siano finiti, lo fa capire un autorevole rappresentante dell'esecutivo quando spiega che «ci si muove nel contesto europeo e con percorsi diretti». Che starebbero impegnando anche la struttura commissariale, con colloqui in conference call già programmati. L'Italia - secondo fonti qualificate - mira ad ottenere nelle prossime due settimane dieci milioni di dosi aggiuntive rispetto al budget, in modo da salvaguardare gli obiettivi della campagna vaccinale. Sul versante politico, la pressione per raggiungere il risultato è uno dei messaggi affidati al ministro degli Esteri Di Maio in missione a Washington. D'altronde, spiegano le fonti, «Roma ha sempre guardato ad Occidente. E continuerà a farlo, mentre altri cominciano a guardare anche ad Est». È ufficiale l'interessamento della Germania per il vaccino russo Sputnik, specie dopo l'annuncio che il siero cinese si è rivelato poco efficace nel contrasto al virus. Sono tutti i segni inequivocabili della «guerra geopolitica» in atto, e «siccome gli Stati Uniti sono arrivati per primi ai vaccini - come dice Giorgetti - i russi hanno avviato un'operazione mediatica per metterli in imbarazzo». Proprio la febbrile ricerca di soluzioni alternative da parte dei Paesi Ue testimonia «il fallimento della politica europea, che ora arranca e cerca di recuperare. Ma - aggiunge il ministro per lo Sviluppo Economico - siamo in ritardo di un mese». Certo, i motivi delle difficoltà nella gestione della pandemia in ambito comunitario sono molteplici e non possono essere scaricati interamente sulle istituzioni Ue. E ha ragione il titolare della Salute Speranza quando rammenta che «l'Europa paga soprattutto la mancanza di una produzione propria» di siero, e quando sottolinea che «è stata giusta la scelta di comprare insieme i vaccini per evitare il tutti contro tutti». Ma non c'è dubbio che «la Commissione ha sbagliato i contratti di acquisto», come rileva l'ex presidente dell'Europarlamento Tajani: «Bisognava far valere il peso politico dell'Unione e invece non ci sono state sufficienti garanzie». Che poi è la denuncia fatta da Draghi sulla «leggerezza» degli accordi stipulati con le Big Pharma: «La prossima volta i contratti andranno scritti meglio». Il problema è come gestire questa fase e ottenere i dieci milioni di dosi aggiuntive. La decisione del governo di puntare sulla vaccinazione delle persone più anziane è un modo per tamponare la falla e tentare al contempo di far ripartire il Paese, perché - spiegano - «magari potranno esserci maggiori contagi, ma a fronte di un abbattimento della pressione nelle terapie intensive e dell'indice di mortalità».».

Tommaso Ciriaco per i lettori di Repubblica intervista il ministro della Salute Roberto Speranza:

«Dobbiamo accelerare ancora, questo è chiaro. Il lavoro di Figliuolo va in questa direzione. In questo trimestre attendiamo 50 milioni di vaccini. E 7,3 milioni di Johnson & Johnson». Questa azienda pare abbia già programmato tagli. Non era l'arma salvifica, essendo monodose? «È un vaccino importante. Questa settimana arriveranno le prime dosi. Saranno 4-500 mila ad aprile. E 7,3 milioni nel trimestre al momento sono confermate». In Francia aprono all'utilizzo di AstraZeneca tra i 55 e i 60 anni. Si può fare anche da noi, per correre di più? «La nostra raccomandazione è sopra i 60». Sempre Parigi progetta la somministrazione di Pfizer e Moderna con un richiamo non più a 21 e 28 giorni, ma a 42 giorni, per allargare la platea. Potremmo farlo anche noi? «Aifa ha già espresso un parere in cui dà la possibilità di una seconda dose al 42esimo giorno. Si recuperano due o tre settimane e può essere utile in questa fase. È un passo avanti. Anche se ribadisco che la vera svolta è avere più vaccini: avere 50 milioni permetterà la vera accelerazione». Un altro modo per correre è quello che deciso la Puglia: permettere agli over 60 di presentarsi allo sportello senza prenotazione e vaccinarsi a fine giornata, se avanzano dosi di AstraZeneca. Si può fare a livello nazionale? «Ora la priorità sono le persone sopra gli 80 anni e poi quelli tra 70 e 80. Tra qualche settimana sarà così».

A proposito di Regioni, sul Corriere parla oggi Stefano Bonaccini, presidente dell’ Emilia Romagna.  

«È preoccupato per le consegne di aprile e maggio? «Come non esserlo, dopo mesi di ritardi e tagli? Adesso però basta. I 50 milioni di dosi entro giugno e gli 80 nel terzo trimestre devono essere garantiti, per vaccinare tutti gli italiani entro la fine dell'estate». Perché non si riesce a fare quel cambio di passo che Draghi ha invocato? «Confido nel cambio di passo che il governo ha annunciato e che in parte si comincia a vedere. Il problema non è l'organizzazione, è che mancano le dosi. Le multinazionali non hanno rispettato i contratti e trovo vergognoso che AstraZeneca tagli ancora la fornitura. Non so cosa debba ancora accadere perché l'Ue prenda provvedimenti durissimi. Stiamo parlando della vita delle persone». Vuole ricordarlo anche alle Regioni in affanno? «Non mi permetto di giudicare gli altri. So che noi ai primi di maggio finiremo gli ultraottantenni con la doppia dose e a maggio gli over 70 con AstraZeneca, sperando non venga rifiutato. Da noi i primi segnali sono buoni. Per la scienza è un farmaco sicuro, dobbiamo fidarci. Lo dicono i numeri e lo conferma la Gran Bretagna. L'Emilia-Romagna è la prima grande regione per persone immunizzate in rapporto alla popolazione. Se avessimo dosi sufficienti ne somministreremmo oltre un milione al mese».

Luca Ricolfi sul Messaggero propone un piano B: una strada che risolva il conflitto, a volte ideologico, tra aperturisti e chiusuristi.

«Si sanno parecchie cose che prima non si sapevano, o si sapevano ma non venivano credute dall'Oms e dalle autorità sanitarie (per una breve storia di queste cose sapute ma non credute, vedi gli articoli del prof. Giorgio Buonanno sul sito della Fondazione Hume). La prima è che, all'aria aperta, la trasmissione del virus è estremamente difficile, molto più difficile di quanto si è a lungo ritenuto. La seconda, speculare alla precedente, è che la trasmissione al chiuso è piuttosto agevole, molto più di quanto si supponesse. La ragione, ridotta all'osso, è che la trasmissione del virus non avviene solo con le goccioline più grandi (droplets), che tendono a cadere a terra, ma anche con quelle più piccole (aerosol), che invece negli ambienti al chiuso possono restare in sospensione e diffondersi in modo analogo al fumo, mentre all'aperto vengono rapidamente disperse. Semplificando e forzando un po' a scopo comunicativo, si potrebbe riassumere così: le mascherine chirurgiche (che non filtrano l'aerosol) all'aperto non sono necessarie e al chiuso non sono sufficienti. In pratica. Se sei all'aperto, il rischio che corri non portando la mascherina o usando solo la chirurgica esiste, ma è minimo. Se invece sei al chiuso (in un negozio, a scuola, in un ufficio, su un treno), è essenziale indossare le mascherine più filtranti (ffp2 e simili), e/o garantire la qualità dell'aria (mediante filtri Hepa, o mediante ventilazione meccanica controllata). Se questa ricostruzione, basata essenzialmente su studi degli ingegneri, ha fondamento, allora siamo decisamente fuori strada. Ci accaniamo contro assembramenti, pic-nic, movida, vita di spiaggia, tutte attività che avvengono all'aperto, e non facciamo nulla per mettere in sicurezza gli ambienti al chiuso, o quasi al chiuso: uffici, negozi, ristoranti, scuole, università, teatri, musei, aule parlamentari, ma anche bus, tram, metropolitane, treni. E' la linea Sgarbi, che da mesi si batte contro la mascherina all'aperto e per dotare gli ambienti chiusi di sanificatori? Un po' sì. O perlomeno non è né la linea degli aperturisti selvaggi (apriamo tutto, e buonanotte), né quella delle vestali del lockdown, che non vedono altra strada che quella di rinchiuderci tutti. In conclusione: è vero che, poiché quasi nulla si è fatto di quel che andava fatto, nel brevissimo periodo ci restano solo mascherine ffp2 e lockdown. Ma forse è anche vero che, a fronte di una campagna vaccinale mal impostata, e ora messa a repentaglio dalla mancanza di dosi, ci vuole un piano B. Più che dividerci fra fautori delle riaperture e difensori delle chiusure, dovremmo cominciare a pensare a un nuovo e diverso mix fra le misure da adottare».

OGGI DI NUOVO IN PIAZZA, PARLA ORLANDO

Nuove manifestazioni di partite Iva e ristoratori oggi nelle piazze italiane. Repubblica intervista il Ministro del Lavoro Orlando.

«II lavoratori messi in ginocchio dalla crisi tornano in piazza. Ministro Orlando, qual è il piano del governo per riaprire il Paese? «Il piano è la vaccinazione, la riapertura è la conseguenza», risponde il ministro del Lavoro Andrea Orlando (Pd). «Riaprire indiscriminatamente senza vaccinazione significa rischiare di chiudere subito dopo, come insegna il caso Sardegna. La via giusta è accelerare con i vaccini e sostenere le imprese con maggiore selettività. Non si riapre con le interviste, ma sui numeri che vanno conquistati e preservati se non vogliamo l'effetto boomerang». Si riferisce alle posizioni espresse dalla Lega? Ma perché il Pd passa per il partito della chiusura? «Penso invece che il Pd sia il partito delle aperture in sicurezza perché mette al centro la tutela della salute che non va contrapposta all'economia. Nessuno deve rischiare la vita per lavorare. E sappiamo che se non si mette sotto controllo il virus non ci può essere un ritorno ad una dinamica economica normale. Dinamica che si riconquista anche orientando le risorse verso politiche industriali che aiutino le transizioni e sostengano le filiere più competitive». Se ora vale solo l'età come criterio di vaccinazione, come si può vaccinare in azienda? «Si farà solo dopo aver esaurito le fasce più fragili. Dobbiamo evitare di avere, a un certo punto, più vaccini che punti di somministrazione. Sarebbe inaccettabile, specie alla vigilia della stagione turistica. Ecco perché abbiamo firmato con le parti sociali i protocolli per vaccinare in sicurezza. Meglio avere una rete non ancora utilizzata che vaccini senza canali di distribuzione. Invito perciò le Regioni ad attrezzarsi già da ora». I sindacati chiedono di prorogare ancora il blocco dei licenziamenti al 30 ottobre, anche per le grandi imprese. Cosa ne pensa? «Per le piccole imprese dobbiamo accelerare la riforma degli ammortizzatori. Per le grandi dobbiamo ragionare in modo selettivo, anziché proseguire con trattamenti uguali per situazioni diverse. Non tutta l'economia si è fermata». È dunque possibile distinguere tra crisi aziendali reversibili o meno? «È possibile individuare strumenti mirati o potenziare quelli esistenti, ad esempio i contratti di espansione e di solidarietà, senza per questo incoraggiare l'espulsione di lavoratori over 50. Se prorogassimo per tutti il blocco ai licenziamenti, vorrebbe dire che siamo in ritardo con la campagna vaccinale e anche con la riforma degli ammortizzatori».

DOPO ARCURI E GUERRA, L’EX BORRELLI?

Ieri La Verità aveva dato la notizia dell’ex commissario Domenico Arcuri indagato per peculato, oggi confermano tutti gli altri giornali, o quasi. Abbiamo trovato a stento la notizia sul Fatto di Travaglio che ama fare le pulci ai colleghi. La notizia c’è. Iper-garantisti la forma dell’articolo e lo spazio assegnato, un colonnino a pagina 4. Leggiamo.  

«L'ex commissario straordinario per l'emergenza Covid, Domenico Arcuri, sarebbe indagato dalla procura di Roma nell'ambito dell'inchiesta sulle mascherine. Arcuri ha detto di non sapere nulla della notizia - pubblicata ieri dal quotidiano La Verità. "Continueremo, come dall'inizio dell'indagine, a collaborare con le autorità inquirenti nonché a fornire loro ogni informazione utile allo svolgimento delle indagini", si legge in una nota. L'accusa sarebbe contenuta nel fascicolo sulla maxi-fornitura del valore di 1,25 miliardi di euro per l'acquisto di centinaia di milioni di mascherine cinesi oggetto dell'inchiesta. Anche Antonio Fabbrocini, stretto collaboratore di Arcuri e responsabile unico per la procedura di acquisizione di circa 800 milioni di mascherine sarebbe indagato per peculato. Il 24 febbraio, per l'arrivo in Italia di una parte di questi dispositivi senza certificazione, ci sono stati un arresto e quattro misure interdittive. Sia Arcuri che il suo ex 'braccio destro' attendono che il gip si esprima sulla richiesta di archiviazione per la precedente accusa di corruzione».

Maurizio Belpietro su La Verità aggiunge agli aggiornamenti su Arcuri, la notizia delle indagini sull’ex capo della protezione Civile Angelo Borrelli.

«L'amministratore delegato di Invitalia perché ha aperto la porta della struttura da lui guidata a una combriccola di affaristi che con le forniture di mascherine ha guadagnato decine di milioni. L'altro, cioè l'ex revisore dei conti trasformato in organizzatore di pronto intervento, perché mentre suonava la marcia trionfale cinese non si è accorto che i respiratori appena arrivati non funzionavano. In entrambi i casi, su Arcuri e Borrelli toccherà ad altri esprimersi per accertare se qualche cosa non abbia girato per il verso giusto e se qualcuno se ne sia approfittato. Per quanto ci riguarda, possiamo solo ringraziare Mario Draghi di aver rimosso in tutta fretta tutti e due, spedendoli a occuparsi d'altro. (…) Nei giorni scorsi abbiamo raccontato le accuse che il pm di Bergamo muovono a Ranieri Guerra, rappresentante italiano ai vertici dell'Organizzazione mondiale della Sanità. Secondo i magistrati, il suddetto si sarebbe dato da fare per imboscare il rapporto con cui si segnalavano errori e ritardi nella gestione della pandemia. Siccome la Procura indaga per scoprire se qualcuno ha mancato al proprio dovere, lasciando che il virus dilagasse e l'Italia contasse decine di migliaia di morti, la relazione nascosta è di vitale importanza e che qualcuno abbia provato a farla sparire non è cosa certamente secondaria. Il tribunale stabilirà, quando la faccenda approderà davanti a un giudice, se siano stati commessi reati, tuttavia già ora, sulla base delle intercettazioni, si può dire che il comportamento di Ranieri Guerra non sia stato dei più trasparenti e da Speranza ci saremmo aspettati un intervento, quanto meno per sollecitare un passo indietro del funzionario. Il silenzio sul caso stupisce, perché un ministro non può chiudere un occhio, anzi tutti e due, su un alto dirigente che cerca di «emendare» un documento, intervenendo a gamba tesa su chi lo ha scritto. Ma ancor di più ci colpisce che Speranza non faccia un plissé davanti alla notizia di un coinvolgimento nell'operazione bavaglio di altri due suoi stretti collaboratori, tra i quali il presidente dell'Istituto superiore di sanità e il capo di gabinetto del ministero. (…) Speranza ha il dovere di parlare e in particolare di fare chiarezza. Nell'interesse di chi lavorava il suo capo di gabinetto? Per quello degli italiani o nel nome di altri? E in questo secondo caso, chi sono questi altri? È evidente che Speranza non può cavarsela tacendo.».

Doppia paginata di intervista del Giornale a Matteo Salvini, in gran parte dedicata al tema della giustizia, dopo la richiesta del Pm di non processarlo per il caso della nave Gregoretti. Ma vediamo i passaggi sull’emergenza Covid.   

«Pandemia: muoiono ancora 500 persone al giorno, nonostante gli sforzi. Che c'è di sbagliato? «Le chiusure da sole non bastano, ormai è evidente. Alcune regioni (di centrodestra, ndr) stanno infatti da tempo rafforzando le cure domiciliari, come suggerito nel 2020 dalla Lega anche a Conte e Speranza, senza successo. Dobbiamo moltiplicare gli sforzi per i vaccini, cominciando a produrli anche in Italia, e prepararci ad usare anche altri farmaci se funzionano, come lo Sputnik: paghiamo errori e ritardi dell'Europa, sottovalutazioni di ministri e tecnici, il fallimento di Arcuri». Riaperture: in un sondaggio da lei lanciato sui social oltre l'85% per cento degli italiani vuole tornare alla libertà. Succederà in tempi brevi? «Me lo auguro, ci sono in gioco non solo il lavoro, ma anche la salute fisica e mentale di milioni di italiani. Ovviamente parlo di riaperture nelle città in cui la situazione sanitaria sia sotto controllo e in miglioramento da giorni. Ne ho parlato personalmente col presidente del Consiglio la settimana scorsa, il presidente Draghi condivide la necessità di tornare il prima possibile ad una vita, ad una scuola, ad un lavoro normali». Però c'è chi con il vaccino ha fatto il furbetto. Ci viene in mente il caso di Scanzi. Come arginare questo problema? «La priorità è vaccinare i fragili, a partire dagli anziani, con criteri oggettivi come età e malattie, come sta facendo Bertolaso in Lombardia. Il resto sono fregature». Che pensa dei «no vax»? «Credo nella scienza e i miei figli da piccoli sono stati vaccinati, ma sono contrario a obblighi, imposizioni e liste di proscrizione. Sempre meglio educare e spiegare che imporre». (…) A proposito, Arcuri sarebbe indagato per peculato... «Sono contento che, grazie al nuovo governo, ora al comando ci sia il generale Figliuolo. Le mascherine sono state uno dei troppi flop di Arcuri, che comunque non penso abbia agito e sbagliato da solo. Attendo con curiosità altri sviluppi delle inchieste, attendo di capire se saranno coinvolti altri nomi importanti, molto importanti». Figliuolo sta lavorando bene? «Certamente sì, ma paghiamo i ritardi dell'Unione europea e i troppi errori delle case farmaceutiche. Sono contento che il governo voglia cercare direttamente tutti i vaccini disponibili, facendo da sé, e che grazie al ministro della Lega Giorgetti ci sia l'intenzione di produrre farmaci anti-Covid direttamente in Italia».

SCONTRO TRA I 5 STELLE, CONTE NON VUOLE INTERVENIRE

Venendo alla politica, è stata una domenica movimentata per i 5 Stelle. Davide Casaleggio ha attaccato mentre Giuseppe Conte ha fatto un passo indietro. Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera.

«Cronache di ordinaria guerriglia tra Rousseau e il M5S. Davide Casaleggio attacca, sottolineando il tentativo di «mettere in difficoltà finanziaria Rousseau per mettere sul tavolo il terzo mandato o la democrazia dal basso o altre regole fondamentali del M5S». Il presidente dell'Associazione Rousseau, intervistato a in Mezz' ora in più su Rai 3 puntualizza: «Spero che non sia così, a pensar male si fa peccato ma... come diceva Andreotti». «Io non ho mai percepito stipendi, né all'interno dell'Associazione Rousseau né in precedenza per il supporto che abbiamo fornito», prosegue Casaleggio sottolineando come sia stato suo padre Gianroberto (oggi sono cinque anni dalla scomparsa, ndr ) a volere Rousseau staccata dal M5S.Sul Movimento Casaleggio precisa: «Penso che non sia la direzione giusta che il M5S diventi un partito, con un'organizzazione dell'altro secolo». Il presidente di Rousseau su un possibile divorzio dai Cinque Stelle lascia uno spiraglio aperto: «Penso sia necessario virare in tempo utile». In realtà nel Movimento il passo d'addio è dato per scontato, anche se sia Beppe Grillo che Giuseppe Conte preferirebbero evitare le aule giudiziarie. L'ex premier, proprio mentre Casaleggio è in tv, è protagonista di una riunione fiume con i deputati (interrotta per un attimo dal presidente del Parlamento Ue David Sassoli che citofona durante lo streaming). Conte si sfila dalla bagarre («Aspetto che M5S chiarisca con Rousseau. Io sono l'ultimo arrivato») mentre è Vito Crimi a replicare, bollando le parole di Casaleggio come «non solo false, ma diffamatorie e misere a fronte del fatto che i portavoce del Movimento 5 Stelle hanno versato oltre 3 milioni e mezzo di euro per la piattaforma Rousseau». Conte invece rilancia il confronto con i parlamentari e prova a smarcarsi dalle etichette e da qualche polemica: «Siamo un partito o un movimento? Non ci interessa un fico secco, dobbiamo organizzarci in forma light».

Ma sul Fatto Lorenzo Giarelli spiega benissimo l’intenzione di Conte: si vuole sfilare.

«“Non posso intervenire io su un rapporto consolidato negli anni ”. Adesso Giuseppe Conte lo dice chiaro ai deputati 5 Stelle: non sarà lui a gestire la grana del divorzio tra il Movimento e Rousseau, l’associazione che reclama fior di milioni dagli eletti e che da mesi parla e ragiona da corpo esterno rispetto alla nuova direzione presa dalla creatura di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Tanto che lo scontro è ormai quotidiano, come dimostra lo scambio di colpi bassi di ieri tra Davide Casaleggio e i big del Movimento. (…) “Aspetto che il Movimento chiarisca con Rousseau – spiega Conte ieri ai deputati grillini riuniti via Zoom –, io sono l’ultimo arrivato e non posso intervenire in un rapporto consolidato negli anni”. Anche se, secondo l’ex presidente del Consiglio, al di là dei modi, la rotta è tracciata: “È fondamentale garantire la modalità di partecipazione ad un ampio numero di partecipanti. La democrazia digitale presuppone assoluta trasparenza. Il voto online può essere demandato a una società esterna, ma tutto deve essere gestito dal Movimento, a cominciare dalla formazione”. Tradotto: l’idea di affidarsi a un contratto di servizio con una azienda esterna resta la via maestra, perché il nuovo M5S non rinnegherà l’importanza della partecipazione, la cui relazione – anche economica –col Movimento non potrà però perpetuare le ambiguità e i malumori interni deflagrati in questi anni. Che il divorzio non sia materia semplice, però, è chiaro a tutti».

ZINGA IN TESTA NEI SONDAGGI SEGRETI

Fabio Martini su La Stampa affronta il nodo per eccellenza che deve sciogliere Enrico Letta: su chi puntare nella corsa per sindaco di Roma.  

«Prima uno e poi anche l'altro: sonda e ri-sonda il risultato è sempre lo stesso. Negli ultimi 45 giorni i due ultimi segretari del Pd, hanno riservatamente commissionato a due diversi istituti altrettanti sondaggi per capire chi sia il candidato del centro-sinistra con maggiori probabilità di vincere la sfida politicamente più importante delle prossime elezioni amministrative del 10 ottobre, quella di Roma. I sondaggi convergono sullo stesso nome: Nicola Zingaretti. Al secondo turno l'ex segretario batte tutti, o meglio: batterebbe tutti: Bertolaso, Calenda, Raggi. Il condizionale è d'obbligo perché Nicola Zingaretti ha già detto, pubblicamente e soprattutto privatamente, che lui non intende mettersi in corsa per il Campidoglio. E questo è un bel problema per il nuovo segretario del Pd Enrico Letta, che sa di avere in casa l'asso pigliatutto e di non poterlo calare. Una beffa dagli esiti imprevedibili. Perché il risultato di Roma non è banale: dagli esiti delle amministrative (si vota anche a Milano, Torino, Bologna, Napoli) dipendono in parte i destini della maggioranza e della legislatura».

Intervista di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera al figlio di Beniamino Andreatta, Filippo.

«Il ritorno di Letta ha aperto la terza fase della costruzione del centrosinistra. La prima era l'Ulivo, poi c'è stata la fusione fredda delle nomenklature. Oggi dobbiamo costruire un'identità valida per il XXI secolo, unendo i riformismi non per il passato che li divide, ma per il futuro che li attende». Quale idea del Partito democratico avete in mente? «Un partito plurale, un'unione di minoranze. Un partito in cui gli iscritti discutono, e si decide collegialmente, senza tentazioni personalistiche o plebiscitarie. Un partito aperto a simpatizzanti e delusi che si confronteranno nelle Agorà democratiche sui grandi temi del nostro tempo. Un partito in cui si sentano a proprio agio i nativi digitali che non sono ex-qualcosa». (…) Ma esiste ancora la sinistra oggi in Italia? «Certo che sì! Come esisteva prima della nascita del Psi nel 1892 e del Pci nel 1921. La ricerca di una maggiore giustizia sociale è un filo rosso che ci porta indietro fino all'orazione funebre di Pericle. Dopo due secoli in cui si era ridotta, la disuguaglianza è oggi in crescita. La globalizzazione ha creato nuove povertà e vulnerabilità che vanno difese. E solo l'Europa ha la dimensione per regolare i flussi. Per questo oggi essere di sinistra vuol dire essere europeista». Letta ha cercato fin da subito il dialogo con i 5 Stelle. Non è che il Pd lettiano delegherà i temi tradizionali della sinistra a loro? «I 5 Stelle hanno fatto molta strada. Hanno perso i consensi di destra verso la Lega, hanno accettato l'Ue e oggi Conte dice che la rappresentanza è ineludibile. Ma sono ancora a metà del guado. Da sempre intercettano voti di protesta e di critica, ma sono più deboli sul fronte delle proposte».

MISSIONE USA PER DI MAIO

Francesco Semprini su La Stampa anticipa i temi della missione diplomatico di Luigi di Maio negli Usa. Il nostro Ministero degli Esteri è protagonista della prima visita di un esponente di un governo straniero a Washington, dopo l’elezione di Biden:

«Donbass, Libia, diritti umani e vaccini sono i temi del bilaterale tra il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il segretario di Stato Antony Blinken, appuntamento centrale della missione di oggi e domani a Washington. La visita del titolare della Farnesina ha un alto valore simbolico, visto che si tratta del primo esponente di un governo straniero a recarsi di persona negli Stati Uniti per incontrare la nuova amministrazione di Joe Biden. Un importante risultato ottenuto grazie agli sforzi della diplomazia italiana inquadrati nelle celebrazioni del 160°anniversario dei rapporti bilaterali. Il ministro egli Esteri è arrivato ieri alla base militare di Andrews, nei pressi della capitale americana, e pernotta a Villa Firenze, residenza dell'ambasciatore d'Italia a Washington, Armando Varricchio. Nella prima mattinata di oggi (pomeriggio in Italia) vede Anthony Fauci, virologo capo della task force anti-Covid della Casa Bianca. I due affronteranno il tema della crisi sanitaria ragionando sulle exit strategy dall'emergenza coronavirus. Seguirà l'incontro con Blinken al dipartimento di Stato dopo che i due si erano incrociati lo scorso mese a Bruxelles a margine della ministeriale Nato».

IL PAPA E LA COMUNIONE DEI BENI

Papa Francesco, ieri, in occasione della festa delle Divina Misericordia, è tornato a parlare di proprietà privata, geniale il titolo in prima pagina del Quotidiano Nazionale: Comunione dei beni. Paolo Rodari su Repubblica spiega così la posizione di Bergoglio.

«Papa Francesco torna ad affrontare il tema della proprietà privata: condividerla, ha detto ieri, «non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro». Dopo le parole spese in merito nel novembre scorso - il diritto alla proprietà privata «non è intoccabile» - e dopo le righe dedicate al tema nella enciclica "Fratelli tutti" - è solo «un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati» - ecco altre parole pronunciate questa volta riprendendo gli Atti degli Apostoli che raccontano come nessuno «considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era in comune». Di qui il forte appello del Papa a vivere la condivisione: «Non rimaniamo indifferenti» alle piaghe altrui, «non viviamo una fede a metà, che riceve ma non dà, che accoglie il dono ma non si fa dono», ha spiegato ieri. «Siamo stati "misericordiati", diventiamo misericordiosi». Il messaggio di Francesco sembra voler suonare chiaro al cuore del capitalismo contemporaneo, e quasi delinea un quadro di riferimento morale per tutta l'economia del XXI secolo. Il Papa non ha un suo piano economico di riferimento. Sbagliano, in questo senso, coloro che cercano di tirarlo dalla propria parte. (…) In "Fratelli tutti" Papa Bergoglio ha richiamato il pensiero di Giovanni Crisostomo e di Gregorio Magno che sostengono il fatto che il sovvenire ai bisogni primari verso gli ultimi è «un restituire ciò che ad essi appartiene». Citando Paolo VI e Giovanni Paolo II, Francesco ha affermato che il diritto alla proprietà, bene da disporre in comune con gli altri, «ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società». Le parole del Papa, secondo quanto dichiarato dall'economista Stefano Zamagni a Vatican News, hanno un aggancio con la Costituzione italiana. Nell'articolo 43 si parla infatti di proprietà comune: «La proprietà privata non basta. Bisogna renderla compatibile con forme di proprietà pubblica ma, soprattutto, con forme di proprietà comune».