"Draghi di Colle e di governo"

Bomba di Giorgetti nella corsa al Quirinale. Propone di eleggere Supermario al Colle, da dove possa anche guidare il governo. Intesa su foreste e gas alla Cop26. Remuzzi: i bambini vanno vaccinati

Primi accordi in Scozia alla Conferenza internazionale sull’emergenza climatica. Si è raggiunto un’ importante intesa sulla deforestazione, sottoscritta anche da Brasile e Cina. Mentre Usa ed Europa guidano più di 100 Paesi in un patto per ridurre il consumo di gas del 30 per cento entro il 2030. Papa Francesco ha inviato un messaggio ai rappresentanti dei Paesi riuniti: si devono pagare i debiti ecologici, ma si possono aiutare i Paesi indebitati. Si lotta per la saluta del pianeta stando “insieme”. Il vertice di Glasgow ottiene dunque per ora intese di settore, visto che la posizione dei Paesi in grande crescita, come Cina e India, impedisce una solidarietà maggiore. Intanto il nostro ministro Cingolani annuncia il coinvolgimento di privati in un grande piano internazionale con sei o sette grandi progetti per salvare il pianeta. E apre all’energia nucleare di ultima generazione. La Ue deve ancora stabilire se quella nucleare può essere considerata un’energia alternativa.

Nella corsa al Quirinale, mossa a sorpresa di Giancarlo Giorgetti. Il ministro leghista più vicino a Draghi ha lanciato l’idea di eleggere l’attuale premier al Colle, in “un semipresidenzialismo de facto”. Una specie di doppio incarico: Quirinale e Palazzo Chigi. L’uscita ha scosso i leader, come Conte e Berlusconi che hanno subito reagito (e male). Pare che anche Salvini non l’abbia presa benissimo, visto che poi Giorgetti lo critica per l’oscillazione della Lega fra populismo (ieri il Capitano era con Bolsonaro) ed europeismo. Ci sarà una resa dei conti nel Carroccio? Folli su Repubblica insiste che a questo punto sarebbe meglio chiedere a Mattarella il sacrificio di stare sul Colle almeno ancora per qualche mese fino al 2023. Vedremo.

Sul fronte pandemia, due notizie: le Regioni vanno a rilento con la terza dose, anche fra fragili e anziani delle RSA. Mentre Giuseppe Remuzzi, forse lo scienziato italiano più ascoltato ed equilibrato, si spende sul Corriere per la vaccinazione di massa dei bambini. Crescono tumultuose le adesioni alla raccolta di firme contro cortei e manifestazioni No Vax che bloccano le città da settimane.  

Dall’estero bel reportage del Manifesto dall’Afghanistan. I Talebani hanno vinto ma il loro potere è sempre più fragile, ieri spaventoso attentato all’ospedale di Kabul ad opera dell’Isis-K. Il governo dell’Etiopia ha dichiarato lo stato d’emergenza mentre l’esercito del Tigrai minaccia Addis Abeba.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

L’incontro di Glasgow e la mossa a sorpresa di Giorgetti nella corsa al Quirinale tengono banco stamane sulle prime pagine dei quotidiani. La Repubblica punta sulla Cop26: Più foreste e meno gas. Avvenire esalta il messaggio del Papa: Pagare i debiti ecologici. Il Domani è ottimista: Il primo risultato della Cop26 è la tregua tra uomini e foreste. Il Sole 24 Ore fa i conti in tasca al summit: Clima, bazooka da 5mila miliardi $. La Stampa rilancia le parole del Ministro della Transizione ecologica: Cingolani: «Avanti sul nucleare». Grande titolo del Manifesto che ironicamente allude ad una nota ditta di profumatori d’auto: Arbre magique. Il Corriere della Sera mette in primo piano l’uscita di Giorgetti: La battaglia del Quirinale. Per Il Giornale la sortita è una rottura dentro il Carroccio: Draghi spacca la Lega. Sulla pandemia resta Il Mattino con le parole del presidente della Regione Campania: De Luca: «Entro novembre la terza dose a tutti i prof». Il Fatto liscia il pelo ai no Vax: Bavaglio a Report per “leso vaccino”. Come anche La Verità che attacca il certificato verde: Col pass meno vaccini e più contagi. Libero invece dà grande peso alla rivolta della maggioranza silenziosa contro le proteste: Già 50mila firme contro i cortei No Vax. Sull’economia (domestica) c’è il Quotidiano Nazionale: Prezzi su, stipendi in stallo: poveri noi. Mentre Il Messaggero valorizza un’intervista alla ministra Gelmini sui finanziamenti alla Capitale: «Poteri per Roma, ora si acceleri».

COP26, ACCORDO SU FORESTE E GAS

Primi risultati del vertice scozzese. Usa e Ue guidano oltre 100 Nazioni e si impegnano: meno 30 per cento del consumo di gas entro la fine del decennio. All’accordo contro le deforestazioni hanno aderito anche Pechino e Brasilia. La cronaca di Luigi Ippolito per il Corriere della Sera.

«Sono cautamente ottimista»: così Boris Johnson ha riassunto lo stato delle cose al termine dei due giorni di vertice dei leader mondiali che ha aperto la Cop26, la conferenza internazionale di Glasgow sul clima. Non bisogna «esagerare con l'entusiasmo», ha ammonito il premier britannico, perché «c'è ancora molta strada da fare» e bisogna «restare in guardia contro le false speranze»: ma nella conferenza stampa prima del ritorno a Londra Boris ha cercato in qualche modo di dissipare le nubi che si erano accumulate su Glasgow. E abbandonandosi alla metafora calcistica, ha concluso che se prima «perdevamo 5 a 1» nella partita contro il cambiamento climatico, adesso «abbiamo segnato uno o due gol e forse riusciamo ad andare ai supplementari». Qualche ragione Johnson ce l'ha: ieri è stato annunciato un importante accordo per fermare le deforestazioni entro il 2030, un'intesa cui hanno aderito anche Paesi come Brasile e Cina; e più di 100 nazioni hanno promesso di ridurre del 30% le emissioni di metano entro la fine di questo decennio. Sul primo punto, che copre l'85% delle foreste del pianeta, c'è anche un impegno di quasi 18 miliardi di euro di fondi pubblici e privati per recuperare le foreste danneggiate. Ma forse ancora più importante è l'intesa sul metano: è stata firmata da 103 Paesi e include metà dei maggiori 30 emettitori (anche se non ci sono Cina, India e Russia, che sono fra i primi cinque). L'intesa è stata particolarmente voluta dagli Stati Uniti ed è stata esaltata da Joe Biden, che ha affermato che «taglierà la metà delle emissioni di metano nel mondo». Il presidente americano ha fatto un riferimento indiretto a Greta, lodando «la passione dei giovani e degli attivisti, che ci rammentano i nostri obblighi verso le generazioni future». Ma ha poi lanciato un attacco al leader cinese Xi Jinping, rinfacciandogli il «grave errore» di non essere venuto a Glasgow: «È una questione enorme e se ne sono andati: come possono rivendicare il mantello della leadership?». Biden ha tuttavia concluso anche lui su una nota di ottimismo: a Glasgow i leader «hanno premuto il bottone del riavvio». Insomma, nei corridoi si comincia a dire che questa Cop potrebbe essere un successo. D'altra parte c'era da aspettarsi che prima Boris suonasse le campane a morto, come aveva fatto al termine del G20 a Roma, per poi attribuirsi il merito di aver portato la conferenza di Glasgow a un traguardo insperato. Fin dall'inizio si era detto che sarebbe stato difficile raggiungere alla Cop un accordo che impegnasse tutti i Paesi a ridurre le emissioni nocive in tempi ragionevoli: e infatti Cina e India sono arrivate alla conferenza dicendo che per loro il traguardo delle emissioni zero non può essere raggiunto prima del 2060 e 2070, rispettivamente. Per cui si puntava piuttosto a una serie di intese di settore, in grado di far dire che qualcosa di importante è stato ottenuto: ed è quello che puntualmente si sta verificando. I prossimi giorni ne daranno la conferma.».

Il Presidente Usa Biden attacca quello cinese Xi. Lo spiega Anna Lombardi per Repubblica.

«Gli ambientalisti di mezzo mondo già esultano definendolo " The Methane Moment": il momento del metano. Perché il Global Methane Pledge, il patto a trazione americana ed europea fortemente voluto da Joe Biden e Ursula von der Leyen per tagliarne collettivamente le emissioni di un terzo (già lanciato a settembre con l'impegno di 24 Paesi - Italia compresa) alla Cop26 di Glasgow ha incassato in un solo giorno il sì di 104 nazioni. Anche se alla lunga lista mancano Cina, Russia e India, principali emettitori, i Paesi aderenti rappresentano il 70 per cento del Pil globale e sono pronti a sobbarcarsi l'importante impegno entro il 2030 con l'obiettivo di ridurre di 0,2 gradi la temperatura entro il 2050. Se raggiunto, sarà un risultato cruciale per il futuro del Pianeta. «Ciò che facciamo in questo decennio impatterà la nostra capacità di rispettare l'impegno a lungo termine per contenere il surriscaldamento sotto la soglia di 1,5 gradi. E noi siamo pronti a dare l'esempio», ha detto ieri il presidente Biden, per poi criticare i grandi assenti dalla Cop26, Pechino in primis: «Il fatto che Cina, Russia e Arabia Saudita non siano rappresentate al massimo livello è un problema. Noi siamo venuti e in questo modo abbiamo avuto un profondo impatto sul modo in cui il resto del mondo guarda agli Usa. Credo francamente che Xi Jinping abbia fatto un grosso errore a non venire, anche al G20. Ora il resto del mondo li guarda e si chiede quale valore aggiunto stiano dando». Biden ha dunque annunciato di voler inasprire in patria le misure contro le perdite di metano dai pozzi di petrolio e di gas, ripristinando le norme già esistenti in tal senso ma cancellate da Donald Trump, e anche ampliandole. «Con l'Agenzia per la protezione ambientale sorveglieremo le perdite di metano nei gasdotti e negli oleodotti. Il Dipartimento dei Trasporti si occuperà invece di ridurre le perdite nei gasdotti naturali». Certo, in America è responsabile di appena il 10 per cento dell'inquinamento prodotto. Ma focalizzarsi sulle emissioni di metano è una scelta strategica: è considerato nel breve periodo 86 volte più potente della CO2 come gas a effetto serra, secondo maggior responsabile del surriscaldamento. Ma resiste nell'atmosfera solo un ventesimo (12 anni) dell'anidride carbonica e dunque ridurne le emissioni porterebbe a risultati più veloci. Utilizzando tecnologie già esistenti, capaci di identificare gli sprechi, non è solo possibile ma pure facile e relativamente economico. «Dobbiamo farlo per il clima, per la salute, per l'approvvigionamento alimentare e per rilanciare le economie» insiste Biden. Certo, i dubbi non mancano: gli Stati non hanno sottoscritto obiettivi individuali per raggiungere l'impegno collettivo del 30 per cento. Biden, però, ha già dichiarato di voler tagliare le sue emissioni del 50 per cento entro il 2030 (per arrivare a zero nel 2050). E l'Ue proporrà entro dicembre nuove norme. «Limiteremo il venting, il rilascio diretto di gas naturale nell'atmosfera, e il flaring, la combustione controllata», promette Von der Leyen. Usa e Ue s' impegnano ad affrontare presto pure le emissioni di metano legate all'agricoltura (responsabile del 40 per cento della dispersione): «Lanceremo presto una nuova iniziativa» afferma Biden. «Le fattorie saranno l'ennesima opportunità di creare nuovi posti di lavoro».

Al summit scozzese arriva il messaggio del Papa letto dal segretario di Stato Parolin. «Insieme» per un cambiamento d'epoca: bisogna pagare i debiti ecologici. Lucia Capuzzi per Avvenire.

«La parola chiave è «insieme». Lo è stata per affrontare la prima pandemia dell'era globale. E lo è ora per far fronte alla minaccia numero uno - in termini di gravità, accanto al Covid - che grava sull'umanità: il cambiamento climatico. «Insieme» vuol dire azioni «collegiali, solidali e lungimiranti». Ma vuol dire pure farsi carico delle proprie responsabilità e pagare il debito ecologico contratto dalle potenze industriali del Nord del mondo negli ultimi due secoli e mezzo nei confronti dell'emisfero Sud. La maratona di due giorni di interventi di oltre 120 leader mondiali alla 26esima Conferenza delle parti della Convenzione quadro Onu sul cambiamento climatico (Cop26), si è conclusa con un appassionato messaggio di papa Francesco, letto con tono fermo e pacato dal segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, che ha guidato la delegazione della Santa Sede a Glasgow. Gli obiettivi del summit sono «ambiziosi, ma indifferibili. Oggi queste decisioni spettano a voi», afferma il Pontefice. La posta in gioco è alta. Altissima. E non sono sufficienti 'ritocchi' di facciata. Occorre un «un cambiamento d'epoca» adeguato alla «sfida di civiltà» in atto. Ciò richiede l'impegno di tutti, a cominciare - in particolare, scrive il Papa - dai «Paesi con maggiori capacità », chiamati ad assumere un ruolo guida nella «finanza climatica», nella «decarbonizzazione », nella «promozione di un'economia circolare», e nel sostegno alle nazioni più vulnerabili nella risposta e nell'adattamento. A questo proposito, il Pontefice della Laudato si riprende uno dei temi già contenuti nell'Enciclica, quello del «debito ecologico», «connesso sia a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ambientale, sia all'uso sproporzionato delle risorse naturali del proprio e di altri Paesi. Non possiamo negarlo». A tal fine, chiedendo ai leader «speranza» e «coraggio», il Papa suggerisce «l'avvio di attente procedure negoziate di condono del debito estero associate a una strutturazione economica più sostenibile e giusta, volto a sostenere l'emergenza climatica. È «necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere il debito [ecologico] limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile». Uno sviluppo a cui, finalmente, possano partecipare tutti». (…) Giovani sono presenti all'interno del centro congresso nella speranza di sensibilizzare i negoziatori. Altri sono fuori dai cancelli in una sorta di presidio permanente più simile a una grande festa popolare che a una protesta, con tanto di giochi di ruolo, balli e canti. Di diverso tenore - per quanto non violenta - la manifestazione degli Extinction rebels che hanno bloccato varie strade di Glasgow. Espresso in varie forme, il messaggio è il medesimo: i ragazzi non sono disposti ad accontentarsi di nuovi «bla bla bla». Il loro soft power può essere determinante. Lo ha riconosciuto lo stesso Joe Biden. «La generazione di mia nipote ha cambiato le cose », ha detto, dopo aver definito un «grosso errore» la scelta del presidente cinese di disertare il vertice. Il momento è cruciale, come dimostra il grido lanciato dal presidente di Palau, Surangel Whipps Jr: «Meglio bombardarci che farci morire lentamente».

Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha presentato il progetto della «Global Energy Alliance for People and Planet» che coinvolge anche finanziamenti privati. E torna a parlare di energia nucleare di ultima generazione come energia alternativa. Alessandro Barbera da Glasgow per La Stampa.

«È oggettivamente impossibile uscire subito dal gas». Né vanno fermate «la ricerca e lo sviluppo per il nucleare». Roberto Cingolani si aggira per gli stand della conferenza sul clima senza fermarsi mai. Incontra i pochi giornalisti italiani a Glasgow per presentare un progetto nato da un'idea della Fondazione Rockfeller, sulla quale ha convinto Mario Draghi a mettere il cappello. Si chiama «Global Energy Alliance for People and Planet», e promette di essere uno dei più grossi esperimenti di partnership fra pubblico e privato sul clima. Il governo ci metterà una cifra simbolica - dieci milioni di euro - i soldi veri arriveranno dalle istituzioni private e multilaterali. Ci sono fra le altre la Banca mondiale - a cui Draghi aveva chiesto di «fare di più» - la Fondazione Rockfeller, quella di Ikea, il Besoz Earth Fund. In queste ore - garantisce il ministro della Transizione ecologica a margine del vertice - «si stanno aggiungendo una decina di Paesi europei». Una di queste è la Cdc inglese, una sorta di cugina della Cassa depositi e prestiti, che sempre ieri ha lanciato una propria iniziativa da tre miliardi di sterline. La cifra della conferenza sul clima di Glasgow sta tutta qui: dopo anni di tentativi andati a vuoto per ottenere impegni da parte degli Stati, la finanza privata ha abbracciato fino in fondo la transizione energetica. È un'occasione, reputazionale e di business. Secondo le stime di Cingolani l'Alleanza garantirà dieci miliardi di euro per investimenti che nel gergo dei tecnici si definirebbero «a leva», ovvero il volano finanziario per una cifra molto più alta, «fino a cento miliardi». Più o meno con lo stesso approccio, la Finanziaria per il 2022 ha stanziato altri 840 milioni che verranno gestiti da Cassa depositi e prestiti. Cingolani spiega che l'Alleanza non ha ancora deciso come muoversi, ma che è importante sia partita. «Presto avrà un comitato promotore che ne discuterà. Posso dire quel che io penso vada fatto: concentrarsi su sei, massimo sette grandi progetti». Poi fa un esempio: «In Italia se un'isola ha bisogno di rafforzare la sua rete elettrica, non ha difficoltà a farlo. Ci sono varie zone del Pianeta dove far arrivare l'energia significa realizzare comunità capaci di funzionare senza l'ausilio di reti». Cingolani è al terzo tempo della sua carriera professionale. Prima nanotecnologo, poi creatore dell'Istituto italiano di tecnologia, ora ministro. Del politico non ha né l'indole né le cautele. Racconta dei giovani coinvolti nella «Youth For Climate», dei «messaggi che mi scambio con molti di loro su WhatsApp» e dei 3-4 milioni di euro che il governo intende stanziare per rendere quel forum permanente. «Anche io da giovane ho protestato. Ma il mio obiettivo è far sì che quella protesta si trasformi in proposta». La sua proposta è chiara. Il sogno di un mondo decarbonizzato gli piace ma per arrivarci ora non si può fare a meno né del gas, né del nucleare. Il dibattito a livello europeo è apertissimo. A Berlino sta per nascere un governo deciso a chiudere tutte le vecchie centrali, ma in Europa sono in pochi a voler mettere quella tecnologia nel cassetto. Il governo Draghi ha una posizione cauta ma non preconcetta. Dice Cingolani: «Sul nucleare dico di aspettare» le valutazioni della Commissione europea, «poi gli stati prenderanno le loro decisioni», tenendo conto delle nuove tecnologie come i mini-reattori «perché dalla ricerca possono uscire soluzioni inaspettate». Entro novembre la Commissione Von der Leyen deve decidere se il nucleare vada considerata o meno un'energia rinnovabile. In un documento non ufficiale spedito a Bruxelles e diffuso ieri dall'Ansa, Parigi propone di introdurre tetti alle emissioni e la possibilità di pianificare impianti nucleari fino al 2030, puntando nel frattempo sulla tecnologia verde».

GIORGETTI: DOPPIO RUOLO PER SUPERMARIO

Nuova mossa importante nel dibattito sull’elezione del nuovo Capo dello Stato. Il ministro leghista dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, sgancia una bomba, quando dice a Vespa: Draghi dal Quirinale può guidare anche il governo. E attacca Salvini, proprio nel giorno in cui omaggia il presidente brasiliano Bolsonaro.

«Ormai si sa: il ministro Giancarlo Giorgetti, numero 2 della Lega, parla poco. Ma quando lo fa, sono granate. Le anticipazioni sull'ultimo libro di Bruno Vespa, Perché Mussolini rovinò l'Italia (e come Draghi la sta risanando) sono uno di quei casi. Perché il vicesegretario non le manda a dire proprio a Matteo Salvini. La granata numero 1 riguarda la possibilità di mantenere un binario comune con Salvini: «Continueremo a lavorare così finché il treno del governo viaggia veloce, altrimenti rischiamo noi di finire su un binario morto». Perché, dice il ministro dello Sviluppo economico, «il problema non è Giorgetti, che una sua credibilità internazionale se l'era creata da tempo. Il problema è se Salvini vuole sposare una nuova linea o starne fuori». Delicatissimo il passaggio successivo: «Matteo è abituato a essere un campione d'incassi nei film western. Io gli ho proposto di essere attore non protagonista in un film drammatico candidato agli Oscar», perché «è difficile mettere nello stesso film Bud Spencer e Meryl Streep. E non so cosa abbia deciso». Se non è un invito a rinunciare alla premiership, manca poco: dire «attore non protagonista» sembra suggerire l'addio al «Salvini premier». Però Giorgia Meloni continua ad azzannare, dice Vespa: «È vero, ma i western stanno passando di moda. Adesso in America sono rivalutati gli indiani nativi». Il tema è anche quello della collocazione europea e internazionale: giusto ieri il leader leghista era con il presidente brasiliano Bolsonaro. «Se vuole istituzionalizzarsi in modo definitivo - dice Giorgetti - Salvini deve fare una scelta precisa. Capisco la gratitudine verso la Le Pen, che dieci anni fa lo accolse nel suo gruppo. Ma l'alleanza con l'Afd non ha una ragione». Vespa lo chiede: Salvini la svolta europeista l'ha fatta? Giorgetti risponde diritto: «È un'incompiuta. Ha certamente cambiato linguaggio. Ma qualche volta dice alcune cose e ne fa altre. Può fare cose decisive e non le fa». Insomma, l'approdo della Lega deve essere il Ppe: «Io non ho bisogno di un nuovo posto. Voglio portare la Lega in un altro posto». Ed è proprio su questo che arriva l'unica risposta di Salvini: «Stiamo lavorando per un grande gruppo che metta insieme il centrodestra in Europa. Non è nessun vecchio gruppo». Infine, Giorgetti parla di Quirinale: «Già nell'autunno del 2020 dissi che la soluzione sarebbe stata confermare Mattarella ancora per un anno. Se questo non è possibile, va bene Draghi». Fermo restando che «Draghi potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto , in cui il presidente allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole». Proprio su questo si sono concentrate le reazioni. Netta quella di Giuseppe Conte: «Qualunque soluzione sia, non dobbiamo auspicare che si stravolga il disegno costituzionale. Parlare di semi presidenzialismo de facto non va assolutamente bene». E Mattarella si è «tenuto ben lontano» da questo: «Non abbiamo bisogno di uomini della provvidenza». Ma lo stesso Carlo Calenda, predecessore di Giorgetti al Mise, è cauto: «I sistemi istituzionali non cambiano a seconda di chi ricopre una carica. Sono presidenzialista, ma questo non è il sistema italiano. Se Draghi deve continuare a guidare il Paese, come penso, allora occorre che resti presidente del Consiglio». Il capogruppo alla camera Francesco Lollobrigida ricorda che «per Fratelli d'Italia la strada maestra resta il voto». E FdI «è d'accordo sul modello di presidenzialismo e semi presidenzialismo, purché avvenga con l'elezione diretta».

È un “golpetto” per Il Fatto di Marco Travaglio. Ecco la cronaca di De Carolis e Salvini dove viene sottolineata la reazione di Giuseppe Conte.

«È l'unico nel governo a dare del tu a Mario Draghi. Ed è anche uno dei pochi che, quando parla, interpreta il suo verbo. Così, ieri, il ministro dello Sviluppo economico e numero due della Lega lo ha detto senza girarci tanto intorno: "Per il Quirinale la soluzione migliore sarebbe un altro anno di Mattarella, ma se non è possibile va bene Draghi". Parole dette a Bruno Vespa per il suo nuovo libro. Trapelate non a caso dopo quelle di domenica di Giuseppe Conte ("Non possiamo escludere Draghi al Colle") e di Matteo Salvini, che voterebbe "domattina" l'ex presidente della Bce al Quirinale. Però, con Vespa, Giorgetti aggiunge di più, agitando tutti i partiti: "Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori" mettendo in piedi "un semipresidenzialismo de facto, in cui il presidente della Repubblica allarghi le sue funzioni approfittando di una politica debole". E non è un'uscita casuale, perché Giorgetti sta giocando una sua partita per Palazzo Chigi. Non tanto per sostituire Draghi a febbraio, perché sa bene che il traghettatore non potrà essere un politico. Piuttosto il leghista guarda al 2023, in caso di vittoria del centrodestra. "Meloni e Salvini sono inadatti per governare, toccherebbe a Giancarlo - dice un parlamentare a lui vicino - e del resto lui con Draghi ha un rapporto speciale". Per questo Giorgetti ha iniziato un tour nelle cancellerie internazionali - è appena tornato dagli Usa, partirà a breve per gli Emirati Arabi - così da accreditarsi all'estero. Per l'ira dei salviniani: "Ormai Giancarlo è fuori controllo". Da Forza Italia invece cala il silenzio per l'ennesimo endorsement nei confronti di un avversario di Berlusconi per il Colle. Quel Caimano che a Vespa ammette: "Mi hanno proposto di fare il presidente, ma non sarebbe facile, il centrodestra da solo non ha i voti". Anche se poi ammicca ai peones: "Ci sono 290 deputati e senatori usciti dai gruppi originari, in tanti mi sono amici". Fratelli d'Italia invece, con Ignazio La Russa, conferma che Draghi può andar bene al Colle: "Ma poi si voti". Invece Giorgetti apre un nuovo fronte con Salvini anche sulle alleanze internazionali. Proprio nel giorno in cui il leader leghista incontra Bolsonaro, il suo vice che vorrebbe portare la Lega nel Ppe lo bacchetta: "Se vuole istituzionalizzarsi Salvini deve fare una scelta precisa, la sua svolta europeista è un'incompiuta. L'alleanza con l'Afd non ha una ragione il problema è se Salvini vuole sposare una nuova linea o starne fuori". E ancora: "Matteo è abituato a essere un campione d'incassi nei film western, ma è difficile mettere nello stesso film Bud Spencer e Meryl Streep. E non so che cosa abbia deciso". Salvini gli replica che non vuole far entrare la Lega nel Ppe. Ma altrove tutti discutono del semi-presidenzialismo alla Giorgetti. Anche Giuseppe Conte, che a Porta a Porta parla di "un'uscita" da censurare. Secondo l'ex premier "non dobbiamo auspicare che si stravolga o si alteri il disegno costituzionale: un semi-presidenzialismo di fatto non va assolutamente bene". Tanto più, fa notare, che "io ho lavorato fianco a fianco con Sergio Mattarella, e ne ho apprezzato le qualità umane, la grande competenza da costituzionalista. Non abbiamo bisogno di uomini della provvidenza". Neanche se una maggioranza larghissima mandasse al Colle Draghi, verso cui Conte conferma l'apertura: "Nessuna preclusione verso di lui, ma bisogna verificare se ci siano tutte le condizioni". Il leader dei 5Stelle ormai si è rassegnato all'ipotesi, come ha spiegato anche ai big. Ma deve evitare che i gruppi parlamentari a 5Stelle vadano in frantumi nel voto. E allora la condizione per il sì alla salita al Colle dell'attuale premier resta quella di evitare il voto anticipato: "Andare alle urne prima del 2023 sarebbe una soluzione improvvida". Proprio ciò che pensa Luigi Di Maio, che su La Stampa ieri aveva riservato sillabe al miele a Giorgetti: "Lui è decisamente diverso da Salvini e lavoro molto bene con lui". Complimenti che in realtà vogliono allargare la faglia tra il ministro e il capo del Carroccio. Anche perché Di Maio e diversi 5Stelle sono convinti che il centrodestra punti al voto anticipato. E che Giorgetti aspiri davvero a Palazzo Chigi. Per questo a Di Martedì il ministro degli Esteri lo dice dritto: "Salvini vuole il voto anticipato perché teme che Giorgia Meloni cresca troppo". Schermaglie, con vista sul Colle».

Le divisioni nella Lega a questo punto diventano un tema non secondario nel dibattito. Salvini furioso convoca un vertice. Emanuele Lauria per Repubblica.

«Uno va a rendere omaggio a Bolsonaro e l'altro continua a vedere la Lega nel Ppe. Uno strizza l'occhio a Berlusconi che sogna il Quirinale e l'altro per il Colle rilancia Draghi. Uno, nei periodi caldi, viaggia al ritmo di un migliaio di selfie al giorno e l'altro lo invita a smettere i panni del primattore nei film di cassetta. Ma come fanno a stare insieme Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti? Il dubbio, che per un attimo era scomparso fra i cultori del genere, è riaffiorato ieri, con la pubblicazione di alcuni passaggi dell'intervista che il ministro ha rilasciato per l'ultimo libro di Bruno Vespa. Già alla vigilia delle amministrative, i rappresentanti delle due anime della Lega erano entrati in conflitto: effetto di un'altra uscita pubblica del solitamente moderato Giorgetti, che nell'occasione aveva scaricato i candidati sindaci di Roma e Milano. A Salvini era toccato fare una nota ufficiale per ribadire il sostegno ai portabandiera della coalizione. Il copione si ripete. E anche stavolta il leader non la prende bene. Nessuna critica diretta al vicesegretario, ma una battuta («Giancarlo mi paragona a Bud Spencer? A me piace il teatro») e soprattutto un atto concreto quanto emblematico: il numero uno della Lega convoca per domani un consiglio federale, per ribadire la sua linea e verificare se coincide con quella degli altri dirigenti. Mossa non casuale, come spiegano diversi parlamentari vicini a Salvini che manifestano «stupore, irritazione e anche rabbia» per le parole del ministro dello Sviluppo Economico. Dopo le elezioni, infatti, c'era stato un chiarimento, nello studio del senatore milanese, con i duellanti e il governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, che avrebbe dovuto porre le basi per una navigazione meno agitata: Salvini si prendeva il ruolo di interlocutore diretto di Draghi (erano i giorni del no leghista alla delega fiscale) ma si impegnava ad abbandonare una linea troppo vicina a No Vax. Sembrava il preludio di un ricompattamento del partito: e in effetti le polemiche - dopo l'escalation estiva - avevano conosciuto un momento di flessione. Fino al nuovo scontro di ieri. «Ma perché Giorgetti queste cose non le dice mai negli incontri di partito?», si chiedono gli uomini più vicini a Salvini, rammentando come sia nel consiglio federale di inizio settembre che nella riunione dei parlamentari di 15 giorni fa nessuno abbia contestato la linea del segretario. Ma il fuoco del dissenso, evidentemente, ha continuato a covare sotto la cenere, visti anche i cattivi risultati delle amministrative. Giorgetti, d'altronde, mai aveva criticato tanto nettamente la condotta ondivaga di Salvini: «Non ha ancora deciso da che parte stare». Anche se il ministro, si apprende, è rimasto spiazzato dalla pubblicazione di alcuni brani dell'intervista, che sarebbero «forzati» ed «estrapolati dal contesto». Ma in questo scenario il consiglio federale di domani assume, di nuovo, il significato di un redde rationem: occorre puntellare la linea sul Quirinale e riaffermare il posizionamento nel panorama europeo. Per quanto riguarda la prima, Salvini ha detto che voterebbe «anche domani» Draghi ma sa che Berlusconi si attende un sostegno da lui. Inoltre, c'è qualche perplessità sul semipresidenzialismo di fatto che rafforzerebbe le prerogative del Capo dello Stato. Salvini ricorda le critiche ricevute, anche dentro il partito, quando due anni fa chiese «pieni poteri» dopo aver fatto cadere il Conte I. E ci si interroga, fra i fedelissimi salviniani, sul significato da attribuire al fatto che, a convergere sulla formula del semipresidenzialismo di fatto, siano due ministri molto vicini a Draghi, ovvero lo stesso Giorgetti e Brunetta. C'è una strategia, sconosciuta in via Bellerio, per favorire il trasloco del premier sul Colle più alto? Sulla collocazione fra i sovranisti, Salvini continua invece a non avere dubbi: e anzi sta accelerando per giungere in tempi brevi a un nuovo gruppo della Destra al parlamento europeo che comprenda esponenti del Partito popolare, dei Conservatori e anche di Identità e democrazia, con l'uscita - si sottolinea - dei tedeschi di Alternative fur Deutschland. Un'iniziativa che va in direzione opposta agli auspici di Giorgetti. E che, soprattutto, allontana la Lega dalla rotta del governo. Il Carroccio è di nuovo un rebus».

BERLUSCONI: NON SARÒ UN CANDIDATO DI BANDIERA

Spiazzato dall’uno-due delle ultime ore, prima la mossa di Conte, poi quella di Giorgetti, il Cav vuole spiegare che non entrerà nel tritacarne. Francesco Verderami per il Corriere:

«Non avendo un'indole decoubertiana, Berlusconi correrà per il Colle solo se riterrà di poter vincere, perché «non farò mai il candidato di bandiera». In questo concetto è racchiusa la strategia del Cavaliere, che fino al penultimo minuto lavorerà per verificare quanti consensi potrà racimolare, andando a cercare i voti tra quei «290 grandi elettori usciti dai gruppi parlamentari e che in tanti mi sono amici». Siccome la sua ambizione non conosce confini, ha chiamato a raccolta gli amici di una vita per un'ulteriore opera di proselitismo, incaricandoli di arrivare fin dove di persona non può andare: oltre la cortina che separa i due schieramenti, tra i nemici di un tempo. La missione è già iniziata, e anche Gianni Letta - che pure sta un passo di lato - si è sentito in dovere di dire «c'è Berlusconi» a quanti gli hanno chiesto udienza. Ecco perché a sinistra hanno mutato atteggiamento. Prima erano solo sberleffi: «Con lui al Colle ci sarebbero le corazziere». Ora sono manovre di disturbo. E infatti, per incrinare il fronte avverso, Di Maio si è proposto come consigliere del Cavaliere: «Se lo sentissi gli direi che Meloni e Salvini lo stanno fregando». Ma nell'intervista alla Stampa, non ha escluso che il sogno di Berlusconi possa realizzarsi: «È poco probabile». Che è tutta un'altra cosa. Se questo è il gioco, è chiaro che «un sopracciglio inarcato nel centrodestra - come dice un dirigente di Forza Italia - si trasforma in una stilettata al cuore del dottore». Che ha chiesto agli alleati lealtà con una mozione degli affetti: «Giorgia ha fatto il mio ministro che era giovanissima. E Matteo so io come l'ho tirato su». Perciò, sull'elezione del capo dello Stato, Berlusconi non vuole oggi sentir parlare di ipotesi subordinate che indeboliscono l'ipotesi principale: la sua. È bastata quindi una frase di Salvini su Draghi - pubblicata nel libro di Vespa - per fargli salire la pressione, sebbene il leader leghista gli abbia spiegato che l'intervista era stata fatta prima dell'intesa. Ma a mandargli di traverso la giornata di ieri è stato Giorgetti, secondo il quale «se al Quirinale non restasse Mattarella, ci andrebbe Draghi». Ed è così che il Cavaliere ha visto traballare il suo castello e ha scorto i segni del «tradimento». Per questo la Gelmini ha fatto subito sapere a suoi che «faremmo persino la foto del nostro voto se Berlusconi si candidasse, perché Forza Italia resta casa nostra e noi non passeremo per chi lo imbroglia». La sortita del ministro leghista «non rende un buon servigio né a Draghi né al centrodestra, ed è scorretta - come ha spiegato La Russa - nei riguardi di un alleato con il quale abbiamo preso un impegno». In fondo ha ragione Rotondi quando rileva che «finora Salvini e Meloni sono stati correttissimi con Berlusconi». Giorgetti piuttosto ha aperto una porta che era semichiusa. E lo spiraglio era stato opera dei leader della Lega e di FdI, consapevoli che - votando Draghi al Colle - avrebbero maggiori garanzie in Europa, qualora arrivassero a Palazzo Chigi. Ma Draghi è il piano B, è la subordinata del centrodestra, dove il patto era (e resta) legato al «rispetto della richiesta» del Cavaliere, in attesa che sciolga la riserva. Cosa che avverrà al penultimo minuto prima dell'inizio della corsa. Non dovesse avere margini per vincere, eviterebbe di partecipare. E forte della centralità politica che ritiene di aver riconquistato, vorrebbe intestarsi l'endorsement del candidato al Colle. È vero, che «sul Quirinale si decide sempre all'ultimo minuto», come avverte Renzi. Ma oggi tutte le attenzioni si concentrano sul premier. Una fonte autorevole del Pd racconta di come persino Prodi stia «maturando la convinzione che non ci sia alternativa» a Draghi. D'altronde il centrosinistra non ha più i voti per far da solo, e ieri Conte ha dovuto ammetterlo con un arzigogolo: «Serve un confronto ampio anche con il centrodestra». Tramonta così l'ipotesi di un candidato di blocco e sul foglietto dell'ex premier restano i nomi su cui aveva puntato. Compreso quello di Rosi Bindi, che a settembre dal palco della Cgil a Cattolica, aveva detto: «Non sento da Draghi parlare di mafia. Abbia il coraggio di pronunciare quella parola».

Per Stefano Folli, la corsa al Quirinale è uno “scambio di messaggi criptati”.

«La tela politica s' ingarbuglia, e questa non è una novità. S' intrecciano i piani: quale governo avremo nel 2022 e fino alle elezioni del '23 (se saranno alla scadenza della legislatura); come si concluderà la corsa più pazza del mondo, quella intorno al Quirinale. Una questione si collega all'altra, senza che nessuno al momento conosca il modo per sciogliere tutti i nodi. L'effetto per il cittadino è straniante: lo scambio di messaggi criptati risulta noioso, oltre che incomprensibile. È il prodotto di un assetto politico debole e sfilacciato, con protagonisti che spesso sono tali sulle pagine dei giornali, ma diventano comprimari nella realtà quotidiana. Tuttavia qualcosa si muove e con un po' d'attenzione si può capire di che si tratta. In primo luogo è sempre più evidente, specie dopo il G20, che il sistema si regge su due gambe: Mattarella alla presidenza della Repubblica, Draghi a Palazzo Chigi. Può non piacere, può suscitare qualche interrogativo, ma per ora è così. Spezzare il binomio rischia di essere pericoloso, anche perché le alternative sono vaghe. Talmente vaghe che un uomo di buon senso come il ministro Giorgetti, leghista vicino al premier e molto lontano dal suo leader Salvini, ha descritto uno scenario sorprendente solo per chi è sordo alle voci che da tempo attraversano i palazzi romani. Secondo lui, occorre prolungare il tandem rieleggendo Mattarella almeno per un anno (ipotesi che in questi termini non piace all'interessato e appare poco rispettosa dello spirito della Costituzione). Se ciò non è possibile, si deve realizzare «un semi-presidenzialismo di fatto» portando Draghi al vertice istituzionale, ma con l'intesa che sia lui a tirare i fili del governo, attraverso - si suppone - un fidato collaboratore a Palazzo Chigi. La proposta - peraltro tutt' altro che nuova - lascia perplessi perché equivale a inoltrarsi in una terra inesplorata, certo contraddittoria non solo con lo spirito, ma con la lettera della Carta costituzionale. Tuttavia è utile a segnalare il problema irrisolto. «Mandare Draghi al Quirinale», come ripetono vari capi partito con l'aria di volersene sbarazzare, rischia di creare un grave scompenso. Se Draghi fosse un semplice "notaio delle istituzioni", non servirebbe al Paese che invece ha fiducia in lui come guida del governo. Se al contrario salisse al Colle con l'ambizione di essere un De Gaulle, si scontrerebbe con una realtà ben diversa dalla Francia del 1958. Tra l'altro il "semi-presidenzialismo" francese fu instaurato da De Gaulle, attraverso una nuova Costituzione, prima e non dopo la sua elezione alla presidenza della Repubblica. In altri termini, la «complessa architettura politica italiana», secondo le parole di Biden nei suoi colloqui a Roma, non va forzata. Essa prevede - possiamo immaginare - che Draghi resti a Palazzo Chigi alla testa di un governo meno nervoso dell'attuale. E infatti non è un caso che Giorgetti rilanci la sua linea volta a rendere la Lega un partito centrista prossimo ai popolari tedeschi: la stessa posizione dei Fedriga e degli Zaia, mentre Salvini coltiva l'amicizia col brasiliano Bolsonaro. Immagine plastica della divaricazione in atto. La logica vorrebbe quindi che l'attuale presidente del Consiglio proseguisse il suo lavoro, mentre Mattarella resta al Quirinale come garante degli equilibri. Altre soluzioni sono certo possibili, ma appaiono insidiose: un sistema debole non può permettersi l'instabilità».

VACCINI, REGIONI LENTE SULLA TERZA DOSE

La campagna vaccinale va a rilento. Sulle prime dosi, ieri nelle ultime 24 ore solo 5 mila iniezioni. Mentre per la terza dose risulta coperto meno del 30% di fragili, over 60, sanitari e ospiti Rsa. Le Regioni sono in ordine sparso. Alessandro Belardetti per il Quotidiano Nazionale.

«La somministrazione di prime dosi del vaccino anti Covid si è bloccata, così raggiungere l'immunità di gregge (serve almeno il 90% di persone vaccinate con ciclo completo) è un miraggio. La campagna ha incontrato lo zoccolo duro degli indecisi e no vax: le iniezioni totali giornaliere (prima dose, seconda dose, monodose e terza dose) sono passate dalle oltre 600mila del 10 giugno alle 25mila di lunedì scorso. Anche l'inoculazione delle terze dosi (29mila al giorno di media, tra booster e dose aggiuntiva, con una copertura del bacino di vaccinabili tra il 25,5% e il 32,3%) va a rilento. E le differenze regionali pesano come un macigno (si passa dallo 0,9% della Val d'Aosta al 98,8% dell'Umbria per le dosi aggiuntive; dal 10% della Calabria al 73,8% del Molise per la booster). Il problema dunque è doppio e coincide con la risalita di contagi e ospedalizzazioni. Per la terza dose di vaccino anti Covid «è ragionevole pensare a una estensione della platea e credo entro la fine dell'anno si potrà arrivare ai 50enni», ma ora è il momento di «un appello a tutti quei cittadini per cui è già prevista la somministrazione della terza dose: devono iniziare a prenotarsi nelle piattaforme regionali per aiutare da un punto di vista organizzativo e logistico», ha detto il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa. Ripercorrendo l'ultima settimana, lunedì scorso le prime dosi somministrate sono state 5.146, domenica 8.506, sabato 17.719, venerdì 20.709, giovedì 22.534, mercoledì 23.612, martedì 24.904 e lunedì 25 ottobre 26.706. Un calo costante da mesi. Basti pensare che il 10 giugno scorso c'era stato il record di prime dosi con 461.158 somministrazioni. Il 30 agosto erano ancora 141mila le prime iniezioni in Italia. E il 14 ottobre, il colpo di cosa con 75.783 prime dosi. «In questo momento, più che raggiungere il 90%, dobbiamo pensare a coprire più over 50 possibili - spiega il presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta -. La politica deve valutare come arrivare a questo obiettivo, prendendo in considerazione l'obbligo vaccinale per quella fascia d'età». E Cartabellotta prosegue: «La mancata copertura vaccinale di 2,7 milioni di over 50 rappresenta un problema. Ci sono 12 milioni di dosi nei frigoriferi delle regioni e da due settimane non ci sono consegne. Di fatto, quindi, non stiamo utilizzando le dosi che abbiamo a disposizione perché sul fronte del primo ciclo abbiamo incontrato lo zoccolo duro di chi non vuole vaccinarsi e sulla terza dose le regioni stanno andando un po' a rilento e questa è una criticità che va affrontata nelle prossime settimane». Intanto il Piemonte accelera. Dalla terza settimana di novembre il personale scolastico e universitario inizierà a maturare i 6 mesi dal completamento del ciclo, così la Regione ha chiesto di iniziare subito la terza dose (booster). Anche la Campania parte in novembre».

È uno degli esperti scientifici più accreditati in Italia e fra i più ascoltati. Giuseppe Remuzzi oggi scrive, sulla prima pagina del Corriere, che i bambini vanno vaccinati, al più presto.

«Certe mamme si chiedono e ci chiedono: «Il mio bambino dovrà proprio avere il vaccino? Ne siete sicuri? Io ho tanta paura». Vediamo: i medici dell'Accademia Americana di pediatria raccomandano «fortemente» di vaccinare i bambini inclusi i più piccoli. Già da qualche tempo Pfizer-BioNTech aveva chiesto alla Food and Drug Administration (Fda) di autorizzare il loro vaccino anche per i bimbi dai cinque agli undici anni. Vista la documentazione che era stata presentata il 26 ottobre, l'autorizzazione è arrivata proprio in questi giorni: i bambini che potrebbero essere vaccinati sono 28 milioni negli Stati Uniti. In Europa la platea sarebbe di 37 milioni e poco più di tre milioni in Italia. Ma, dato che i bambini si ammalano raramente, ne vale la pena? Pare proprio di sì, negli Stati Uniti solo nell'ultima settimana di settembre sono stati registrati 170 mila contagi pediatrici, mentre dall'inizio della pandemia i bambini positivi al coronavirus sono stati quasi sei milioni con 520 morti (di questi 143 avevano tra i cinque e gli undici anni), da noi i casi confermati fino al 15 settembre nella popolazione 0-19 anni sono stati 741.356, con 33 morti. E c'è di più, se un bambino si ammala di Covid-19 può contrarre, anche se raramente, la sindrome infiammatoria multisistemica che provoca un danno al cuore, ai polmoni, al cervello, ai reni e ad altri organi, è una malattia difficile da curare e lascia strascichi anche molto spiacevoli. Dall'inizio della pandemia di questi casi ne sono stati registrati solo negli Stati Uniti 5.200, da noi fra i 200 e i 300 ma potrebbero essere di più. Quello che spinge i pediatri a raccomandare il vaccino per il Covid ai bambini piccoli però è specialmente il fatto che vaccinando loro si evita che l'infezione si propaghi agli altri alunni della scuola, agli amici che frequentano fuori e agli adulti. Una delle mamme che ci chiedono consigli si è convinta subito: «Se vaccinare i bambini è così importante perché aspettare?». Negli Stati Uniti dopo il via libera della Fda ci vuole quello degli esperti dei Centers for Disease Control, pare che questa approvazione arriverà nel giro di pochissimi giorni, da qui non passerà molto tempo prima che l'agenzia europea per i medicinali (Ema) prenda la stessa decisione e quella italiana (Aifa) faccia altrettanto. Nel decidere se vaccinare o no i bambini dobbiamo considerare che laddove il virus circola più o meno liberamente, come in Brasile o in Indonesia, muoiono di Covid-19 bambini anche molto piccoli (in Brasile sono stati mille su più di cinquecentomila morti totali). In quei Paesi per le mamme immunizzare i bambini è un'assoluta priorità, farebbero qualunque cosa pur di riuscire a vaccinarli. «Ma che evidenza abbiamo che il vaccino autorizzato, con procedura di emergenza, sia davvero sicuro?», vogliono sapere qui le famiglie che ci interpellano. Finora è stato studiato su 2.250 bambini tra i cinque e gli undici anni, che hanno avuto una dose molto più piccola di mRna, 10 microgrammi in due somministrazioni, invece che i 30 che si danno a chi ha più di 12 anni o agli adulti, sempre in due somministrazioni. La procedura dell'approvazione in emergenza è comunque molto rigorosa e i 10 microgrammi sono stati scelti con molta cura per assicurare la massima risposta anticorpale anche contro le varianti, al punto che si riusciva a prevenire la malattia nel 90% dei bambini. Ma alle mamme che ci chiedono consiglio questo non basta ancora, vogliono sapere di preciso a cosa andranno incontro i loro bambini dopo il vaccino. Noi rispondiamo: a quello che siamo abituati a vedere nei bambini più grandi e negli adulti, qualche volta un fastidio nella sede di iniezione, stanchezza, un po' di febbre. Ma non certo in tutti i bambini, molti non hanno proprio niente. «E la miocardite?», chiede la più informata di quelle mamme. Duemila e 250 bambini saranno pochi ma nessuno di loro ha avuto la miocardite. Questo non vuol dire che quando vaccineremo milioni di bambini non ci potranno essere casi rari di questa malattia anche nei più piccoli, a giudicare da quanto abbiamo visto negli adolescenti sono comunque forme che si risolvono in poco tempo e molto rare. La proporzione: da un caso su ventimila a uno su cinquantamila. Questi dati vengono dall'osservazione di milioni di adolescenti e giovani adulti, è come se in uno stadio con centomila persone vaccinate ce ne fossero da due a cinque con la miocardite. Alla mamma, giustamente preoccupata per la miocardite, abbiamo risposto però che i casi che si manifestano in seguito a Covid-19 sono molti di più e molto più gravi di quelli registrati in seguito al vaccino. La conclusione è sempre la stessa: i benefici del vaccinarsi superano di gran lunga i rischi, anche se sono io il primo ad ammettere che per chi soffre di una complicanza da vaccino, specialmente se «grave», non è una grande consolazione sapere che gli altri invece sono stati bene. Alle mamme abbiamo detto anche che con un bambino vaccinato possono tornare al loro lavoro in tranquillità e alla loro vita di prima. E poi mettiamoci per un momento dalla parte dei più piccoli: vorremmo vederli tornare a giocare, a stare insieme, a fare quello che fanno tutti i bambini, senza mascherina, senza star lì a vedere se sono vicini o lontani dagli altri. Un po' quello che hanno sempre fatto, insomma. Un'altra domanda che ci pongono molte mamme: «Il vaccino contro il Covid, lo si può fare insieme agli altri vaccini, quelli che si prescrivono normalmente ai bambini?». Sì, assolutamente, anche perché da due anni a questa parte i bambini sono stati vaccinati di meno anche per le altre malattie così quando vanno a scuola e socializzano rischiano di ammalarsi di patologie anche più gravi del Covid. Quando si parla di Covid-19 e vaccini tutti hanno come riferimento Tony Fauci, «uno scienziato brillante e una persona per bene - scrive Richard Horton sul Washington Post -, ha passato la sua intera carriera a combattere l'Aids». Ebbene Fauci ha fretta, vuole cominciare a vaccinare i bambini piccoli nelle prime settimane di novembre. Diamogli retta, facciamolo anche noi appena sarà possibile».

RIVOLTA DI MASSA CONTRO LE PROTESTE NO VAX

Sono state già raccolte, in poche ore, 50 mila firme contro i cortei no vax. La valanga di adesioni alle sottoscrizioni arriva da commercianti e comuni cittadini esasperati per il blocco delle città. Attilio Barbieri per Libero.

«Tra contagi in crescita e danni economici per le chiusure provocate alle attività dai cortei no-vax cresce l'opposizione ai movimenti contro il Green pass e il vaccino. Nel giorno in cui il prefetto di Trieste pubblica l'ordinanza che vieta manifestazioni in piazza Unità d'Italia, aumentano di ora in ora le adesioni alle raccolte di firme contro le proteste antivacciniste. La sottoscrizione lanciata dai commercianti milanesi, assieme a quella dei triestini stufi dei cortei no-pass hanno già ottenuto quasi 50mila partecipazioni. E si si moltiplicano le prese di posizione della politica. Dopo il governatore friulano Fedriga sono scesi in campo i presidenti di Lombardia e Veneto, oltre a numerosi sindaci del Nord stufi delle manifestazioni che bloccano decine di città da 15 sabati consecutivamente. «Condivido l'appello lanciato da Confcommercio Milano, perché se è giusto esprimere il proprio parere non si possono penalizzare le attività economiche e la vita di un comparto che ha sofferto in modo particolare», ha affermato il presidente della Lombardia, Attilio Fontana. Non ha dubbi il numero uno di Confcommercio nazionale, Carlo Sangalli: «La petizione che abbiamo lanciato come Confcommercio Milano è un appello forte alla responsabilità da parte di tutti, nel rispetto della libertà di singoli. Dopo un anno e mezzo drammatico Milano e il nostro Paese, hanno assoluto bisogno di tornare a crescere in sicurezza. È fondamentale ricordare che il nemico comune è il Covid e non le soluzioni per combatterlo», ha concluso. A condannare gli assembramenti antivaccinisti è pure il governatore del Veneto, Luca Zaia. «Siamo preoccupati per la risalita dei contagi, se pur lenta», ha sottolineato nel corso del punto stampa sul Covid, in cui ha spiegato che «stiamo entrando in una fase critica dal punto di vista stagionale, con l'umidità che fa da aerosol naturale e le basse temperature: tutto giova alla diffusione del virus. Dobbiamo evitare che accada quello che è successo a Trieste», ha aggiunto, «se vuoi manifestare vacci almeno con la mascherina. Il fatto è che i no-mask sono poi diventati no-vax e poi diventeranno no-qualcos' altro... Io rispetto le idee di tutti, ma il dato di fatto è che ora a Trieste c'è un cluster con un centinaio di persone contagiate», ha concluso Zaia. A livello nazionale preoccupano, in particolare, la crescita degli ospedalizzati per Covid - ieri 129 in più e i ricoverati in terapia intensiva, cresciuti di 41 unità in 24 ore. Fra l'altro la situazione a Trieste conferma l'insorgere di un focolaio importante dopo le manifestazioni delle ultime settimane. Sui 160 nuovi positivi scoperti ieri in Friuli Venezia Giulia, ben 141 si trovano in provincia di Trieste. Numeri che «dimostrano chiaramente quello che la comunità scientifica dice da tempo», spiega Alberto Peratoner, presidente degli anestesisti rianimatori del Friuli Venezia Giulia, «ovvero che laddove il tasso di vaccinazione è basso - e a Trieste un cittadino su tre non è vaccinato - si assiste ad una impennata di contagi dove ci sono fenomeni di assembramenti, come le manifestazioni e i cortei. Infatti da una media nazionale di 50 casi su 100mila abitanti, a Trieste siamo a 350 su 100mila». Zona gialla. E sale l'allarme anche in Alto Adige. Il presidente della provincia autonoma Arno Kompatscher annuncia che «la situazione sta peggiorando, abbiamo sempre più infezioni, la situazione è correlata alle vaccinazioni e purtroppo abbiamo la conferma a quanto la scienza dice da mesi, meno vaccinati e più rischio, meno vaccinati e più persone contagiate e all'ospedale», ha spiegato nel corso della conferenza stampa al termine della seduta di giunta, nel corso della quale è emerso il pericolo che l'Alto Adige sia la prima zona d'Italia a diventare gialla. E fra gli scienziati comincia a farsi strada la linea dura. «L'Italia è diventata un tamponificio. È venuto il momento di dare una stretta al Green pass, togliendo la possibilità dei tamponi per accedere a ristoranti, bar, teatri, cinema e stadi», afferma in un'intervista a La Stampa Matteo Bassetti, primario di malattie infettive al San Martino di Genova. E in serata giunge notizia che il Friuli sta lavorando a un piano per aumentare i posti letto in ospedale».

ANCORA SUL DDL ZAN

Paolo Flores d’Arcais sul Fatto si rivolge direttamente al segretario del Pd Enrico Letta per sostenere la necessità di una nuova legge sulla omotransfobia. Che però eviti i pesanti difetti del vecchio testo, messi bene a fuoco dal filosofo.

 «Caro Enrico Letta, (…) tra sei mesi una legge contro l'omofobia si potrà ripresentare. Anzi, si deve. L'omofobia è intollerabile, e invece ancora larghissimamente diffusa. Quindi una legge capace di punirla con efficacia deterrente è irrinunciabile. La legge Zan, rispetto a questo scopo sacrosanto e urgente, è la migliore possibile? Niente affatto, purtroppo. Pessimo è già l'articolo 1, che offende lingua italiana e biologia attraverso una scombiccherata distinzione, che però è anche intreccio, tra sesso, genere (sessuale) e identità di genere, per cui quest' ultima, cruciale per i successivi articoli della legge, sarebbe "l'i dentificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione". In italiano meno criptico: sei femmina quando ti senti femmina, sei maschio quando ti senti maschio, fluidamente, à la carte. Pura follia. Nei mammiferi esistono solo due sessi, dunque anche in quella scimmia specialissima che tutti noi siamo, dove la cogenza degli istinti è largamente surrogata dalla creazione di una norma. Nella femmina la 23ma coppia di cromosomi è XX , nel maschio XY , e la cultura ha portato femmine e maschi di Homo sapiens a elaborare una cornucopia di preferenze sessuali talmente variegata da far impallidire anche le scimmie Bonobo. Perciò DUE sessi, e mille preferenze sessuali, tra cui il voler diventare del sesso opposto perché così ci si è sempre sentiti, per cui, adulti e consapevoli (anche del carattere irreversibile dell'operazione) ci si sottopone a bisturi e/o chimica per realizzare la "transizione". Altra cosa è la mera "identificazione percepita", mutevole e, soprattutto in età adolescenziale, dai possibili rischi tragici. E comunque dalle pretese improponibili: gareggiare tra le donne nello sport, accedere ai bagni riservati alle donne, o alle sezioni femminili di ospedali, carceri, collegi, rientrare nelle quote rosa per le cariche elettorali malgrado l'XY garantisca muscolatura più competitiva e apparato urinario con erezione incorporata. I casi di XY che con autocertificazione di "identificazione percepita" femminile hanno violentato donne nei bagni cominciano a venire alla luce, e se la follia del sesso percepito prende piede, come sta avvenendo, sono destinati a moltiplicarsi. L'articolo 4 è una contorta "excusatio non petita" sulla "libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee", che è già garantita dalla Costituzione (tranne, ricordiamolo, perché lo si dimentica sempre, per opinioni, convincimenti e condotte fasciste). L'articolo 7 che istituisce una giornata contro "l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia" (in realtà la lesbofobia dovrebbe essere già compresa nell'omofobia, "omo" non sta per uomo ma (da uguale, simile), indica preferenza per il proprio stesso sesso sia da parte di uomini che di donne, nasce dai migliori propositi. La Chiesa non la vuole (dovrebbe celebrarla in tutte le scuole cattoliche "parificate"!), va invece confermata, non è negoziabile. Ma diventerà occasione rituale, retorica, burocratica, o peggio, se nelle stesse scuole non sarà stata intanto istituita come materia fondamentale l'educazione sessuale, dall'infanzia alla "maturità" liceale. (…) Una legge chiara e stringata, che punisca chi offende, minaccia o istiga alla violenza contro omosessuali e trans in modo molto più duro di quanto la legge già non faccia rispetto a tutti i cittadini. Ovviamente nessuno potrà più dire che un omosessuale è contro natura (più diffamazione di così!), neppure da un pulpito di Santa Romana Chiesa, esattamente come non può dire (e infatti più non dice) che la donna è inferiore all'uomo, benché lo abbia certificato san Paolo (oltre a infiniti passi della Bibbia). Tuo Paolo».

AFGHANISTAN, ATTACCO ALL’OSPEDALE

Dall’estero nuovo attentato in Afghanistan. Sono 25 i morti provocati ieri a Kabul dall'attacco che ha colpito l'ospedale militare Sardar Daud Khan. Gli assalitori, quasi sicuramente appartenenti alla branca locale dello Stato islamico, «Provincia del Khorasan», il cosiddetto Isis-K, hanno sparato sui talebani ricoverati. Reportage per il Manifesto da Mazar-e-Sharif di Giuliano Battiston:

«Gli italiani a Bala Murghab? Non era il posto loro quello». Noorani Sahib è a capo del dipartimento media per tutto l'Afghanistan del nord: «Comprende le province di Balkh, Jowzyan, Samangan, Sar-e-Pul, Faryab, Badghis». Il suo ufficio è in un'area centrale di Mazar-e-Sharif, capoluogo di Balkh. Hub regionale, snodo di commerci, energia, passaggi, dentro e fuori l'Afghanistan. A meno di due ore c'è il confine con l'Uzbekistan, Hairatan e il "ponte dell'amicizia". Se si punta a ovest, si arriva al confine con il Turkmenistan. L'edificio a un piano è presidiato da 3 militanti. Vestiti dai colori accesi, jilet/wasqat militare, kalashnikov. Uno ha i capelli lunghi. Noorani non avrà neanche trent' anni, la barba lo rende più vecchio. Nel governo ombra dei Talebani faceva lo stesso mestiere. Ora accoglie gli ospiti in un salottino, su una comoda poltrona, alle spalle una libreria a scacchi. Accanto a lui un vecchio stravaccato. Fuori c'è chi smista le visite. Due porte più in là, la sede dell'agenzia stampa governativa Bakhtar. «Siamo 4 giornalisti qui», dice il direttore Fareed Faizal. Fino al 15 agosto raccontavano le imprese della Repubblica islamica, del governo Ghani. Poi, quelle dell'Emirato islamico. Hanno mantenuto il posto. «Le notizie di oggi? I successi dell'Emirato», risponde il giornalista più anziano. Quali? Silenzio imbarazzato. «Amnyat». La sicurezza. «Una volta che prendi il permesso a Kabul puoi girare come vuoi. L'Afghanistan è sicuro ora», rivendica Noorani, che viene da Bala Murghab, nel Badghis. Per anni i soldati italiani hanno provato a conquistare il distretto. Inutilmente. Alcuni italiani sono morti. La guerra con gli stranieri è cosa vecchia per Noorani. La vittoria dei Talebani era inevitabile. «Non è posto per soldati stranieri l'Afghanistan». I Talebani hanno vinto. Ma il potere di Noorani è fragile. I rapporti centro-periferia non sono ancora rodati. La struttura di controllo dei Talebani è territoriale. Soldati semplici e funzionari sono del nord/nord-ovest del Paese. Ma l'impressione è che i capi locali temano guai con la leadership centrale. In più, la macchina statuale va avanti, con molta fatica, solo grazie ai funzionari del vecchio governo. «Un giorno è venuto un mawlawi, un religioso. Ha visto di che tipo di lavoro si trattava e mi ha detto di rimanere», confida un funzionario civile di alto livello di un altro dipartimento. La transizione è delicata. Qualche funzionario è rimasto perché senza scelta. Senza vie d'uscita né buone connessioni con gli stranieri. «Non so cosa possa accadermi domani». Lui ha inviato email su email, senza ricevere risposte. «Democrazia, democrazia, democrazia. Poi ci hanno lasciato qui. Trentacinque milioni di persone abbandonate». Uomo dalla stazza imponente, "Mohammed" (nome di fantasia) è stato arrestato. Sette giorni in carcere. Una petizione di famigliari e residenti l'ha fatto uscire di prigione. I Talebani lo hanno scambiato - dice lui - per un soldato. Cosa farà non lo sa di preciso. «Bisogna ricominciare da zero. È venuto giù non il governo, ma tutto il sistema, la tanzim», dice. Per lui e per i suoi amici l'arrivo al potere dei Talebani è «un piano dei pashtun per monopolizzare il potere. Per escludere uzbechi, tagichi, tutti gli altri. Chi l'ha voluto? I Talebani, Ghani, il Pakistan, gli americani!». «Siamo depressi», sostiene Maroof Torabi. Baffetti lunghi su barba, laureato in scienze politiche all'università privata Aria poco prima che i Talebani prendessero il potere, voleva fare il diplomatico. «Ora? Non so. Non vedo futuro». Ai problemi economici, dice, si sommano quelli psicologici. «Non è un Paese facile il nostro». Per Abdullah (altro nome di fantasia), Mazar-e-Sharif è un rifugio. Lavorava a Kabul per il ministero degli Affari pubblici. Il suo dipartimento riceveva fondi stranieri. Quando i Talebani hanno cominciato a chiedere informazioni sui vecchi impiegati è scappato qui. «Se mi assicurano che non mi succede nulla, torno». Per altri pare impossibile. Wahid Sadat è un giornalista di Atv, la televisione del maresciallo e poi generale Abdul Rashid Dostum, simbolo della resistenza ai Talebani, uscito sconfitto ma salvo dall'ultima offensiva che li ha condotti al potere. «I Talebani mi hanno preso in un distretto di Balkh, portato in prigione qui a Mazar, per due giorni. Mi hanno picchiato duro». Rilasciato, è fuggito a Kabul. È rientrato da quatto giorni in città. «Cambio casa ogni notte, mi faccio vedere poco in giro». Lo sanno che è qui. «Ricevo minacce su Whatsapp». La sua colpa? «Lavoravo per Sada-e-Azadi, l'emittente dei militari». Una piccola parte del sistema di informazione e comunicazione finanziato da Isaf/Nato. La propaganda dei Talebani passa per la presenza nelle strade, qui limitata perlopiù all'area centrale intorno alla cosiddetta "moschea blu", simbolo della città. E per una campagna di merchandising. Le bandierine bianche con scritta nera stanno perfino sui carrelli dei venditori di pannocchie. Su uno dei lati della moschea, in uno spartitraffico centrale c'è un negozio ufficiale. Vende oggettistica. Bandiere, adesivi, penne, t-shirt, cappelli militari, tazze da tè con i volti di mullah Omar, fondatore del movimento, o di Haibatullah Akhdundzada, l'attuale Amir ul-muminin, il capo dei fedeli. Due giorni fa la notizia: ha tenuto un incontro pubblico in una madrasa di Kandahar. Ma immagini non ce ne sono. Rimane il tentativo di smentire le voci della sua morte. Al ristorante dell'alberghetto popolare Nazargah, di fronte alla moschea, un giovane talebano entra tenendo per mano due bimbi dai vestiti colorati. Li spinge oltre una tenda, spazio per donne e famiglie. Lui si sistema sul piano rialzato del salone. Posa il kalashnikov. Si fa portare il tappetino della preghiera. Sbaglia direzione. Corretta, recita le preghiere. Rimane a osservare l'ospite straniero. Ci raggiunge al tavolo. Al polso un orologio massiccio, un grande anello sulla mano destra. Tira fuori il cellulare. Digita qualcosa. «Vengo da Samangan e sono un soldato talebano. E tu?». Google translate. «Se fosse per me, non starebbero al potere e neanche in Afghanistan». Farkoonda Moradi è una ragazza esile di 22 anni. Un vestito giallo e nero, come lo scialle intorno al viso, finto Christian Dior. Viene all'appuntamento accompagnata dalla madre. «Studiavo letteratura dari in un'università privata. Lavoravo nell'ufficio del dipartimento per gli affari tribali e della frontiera, qui a Mazar. Curavo una rivista mensile in tre lingue». Ora non lavora più. Non studia più. «I colleghi hanno provato ad andare in ufficio, ma gli hanno detto che non li conoscevano. Vogliamo chiedere di tornare a lavorare due giorni a settimana». Con i Talebani è difficile. «Chiedo che ci lascino lavorare. Vogliamo scegliere come vestirci, cosa fare, cosa studiare. Prima non era facile, ma eravamo più libere». Pochi giorni fa in città c'è stata una protesta pubblica di attiviste. Repressa dai Talebani. Quante e quanti siano finiti in carcere non è chiaro. Ieri però una quindicina di ragazze hanno organizzato una protesta in casa. Volto coperto dalla mascherina, messaggi chiari: «Vogliamo tornare a partecipare». La sera, le strade centrali intorno alla moschea blu si fanno deserte. Pochi camion, qualche taxi. Tre membri delle forze speciali talebane presidiano gli incroci».

ETIOPIA, STATO D’EMERGENZA

Il governo etiope lancia l'allerta per l'avanzata dei ribelli del Tigrai verso Addis Abeba. Revocati dagli Usa gli accordi commerciali. La cronaca di Avvenire.

«Le autorità etiopi hanno dichiarato ieri lo stato di emergenza dopo l'avanzata delle forze del Fronte di liberazione del popolo del Tigrai (Tplf), che ora potrebbero indirizzarsi verso la capitale Addis Abeba. A riferirlo sono stati i media ufficiali del Paese africano due giorni dopo che il primo ministro, Abiy Ahmed, ha esortato i suoi connazionali a registrare le loro armi e a prepararsi a difendere i loro quartieri. Lo stato di emergenza è stato imposto dopo che il Tplf ha rivendicato di aver conquistato diverse città negli ultimi giorni e ha affermato di considerare un'avanzata verso Addis Abeba. L'ultima volta che in Etiopia è stata imposta questa misura era il febbraio 2018 e rimase in vigore per sei mesi prima del passaggio del potere ad Abiy. È stato sancito il coprifuoco e sono limitati i movimenti delle persone. Gli Usa hanno messo in guardia i ribelli del Tigrai dall'avanzare verso Addis Abeba, esortandoli invece a sedersi a parlare con le autorità federali per raggiungere un cessate il fuoco. «Lasciatemi essere chiaro: ci opponiamo a qualsiasi mossa del Tplf per avanzare verso Addis Abeba o assediarla», ha intimato Jeffrey Feltman, inviato speciale Usa per il Corno d'Africa, sottolineando che il messaggio è stato riferito ai ribelli. Il rappresentante di Washington ha esortato le due parti a sedersi e lavorare per raggiungere un cessate il fuoco. Il presidente Usa, Joe Biden, ha intanto annunciato che revocherà le preferenze commerciali accordate all'Etiopia a causa della campagna militare nel Tigrai. Il conflitto nel nord dell'Etiopia in quasi un anno ha costretto due milioni di persone a lasciare le proprie case, portando centinaia di migliaia di persone alla fame e denunce di crimini contro l'umanità».

ASSEGNO UNICO, APPELLO A DRAGHI

Assegno unico, una nota del Forum delle associazioni familiari è stata inviata al premier Draghi: preoccupano finanziamento insufficiente, fine delle detrazioni e riforma fiscale. Gianni Santamaria su Avvenire.

«Dal primo di gennaio, per effetto congiunto delle attuali insufficienti risorse a disposizione dell'assegno unico e dell'eliminazione delle detrazioni fiscali, «l'Italia sarà caratterizzata da un effetto distorsivo del sistema fiscale» che interesserà soprattutto le famiglie numerose e del ceto medio. Il fisco sarebbe così improntato «solo a criteri di equità verticale», cioè chi più guadagna più paga, ma «ignorerà ai fini della determinazione del carico fiscale qualsiasi criterio di equità orizzontale, che considera quante persone vivono con quel reddito prodotto». È quanto scrive il Forum delle associazioni familiari in una nota tecnica inviata al presidente del Consiglio Mario Draghi in vista dell'approvazione nei prossimi giorni del decreto legislativo che istituirà definitivamente l'assegno unico, che entrerà a regime da gennaio 'sostituendo' in un sol colpo assegni familiari, assegno temporaneo, detrazioni e bonus vari (alle risorse provenienti da questi istituti si aggiungeranno 6 miliardi, meno di quanto necessari però perché 'nessuno ci perda'). Dal governo non sono ancora arrivate risposte ufficiali se non la rassicurazione che i primi mesi di attuazione del nuovo 'assegno unico' saranno attentamente monitorati. L'analisi parte dal regime attuale, che vedrà fino al giro di boa dell'anno la compresenza dall'assegno familiare tradizionale, l'assegno temporaneo (concepito per gli autonomi) e le detrazioni. E sulla scorta di simulazioni elaborate dal Forum, che sono sostanzialmente in linea con quelle di alcuni centri studi e dello stesso Mef, lancia l'allarme sull'effettiva capacità del nuovo sistema basato sull'assegno unico di raggiungere, con le risorse attuali, gli obiettivi. In particolare l'universalità della misura. Per questo il documento auspica alcuni interventi: dall'allocazione di più risorse all'eliminazione del limite Isee o a una sua riforma 'formato famiglia', altro fardello sulla strada dell'universalità, e una riforma fiscale che tenga conto del fattore famiglia. Lo scenario che si prefigura, nota il Forum, va in direzione contraria rispetto a quanto avviene in altri Paesi europei che prevedono allo stesso tempo assegni universali e detrazioni fiscali, come il quoziente familiare francese. Da noi, invece, «avremo un fisco esclusivamente individuale che non considera il valore dei figli», dato preoccupante, vista la tendenza demografica negativa. Dal beneficio «saranno escluse le famiglie del ceto medio », prosegue il Forum, notando come queste siano state le più penalizzate dalla pandemia. Alcune fasce di reddito, poi, saranno escluse e altre riceveranno dall'assegno unico - al netto delle clausole di salvaguardia - un importo inferiore all'attuale sistema con le detrazioni. Il Forum segnala poi all'attenzione del governo alcune criticità. Ad esempio, chiede che non superi il 20% la prevista riduzione dell'importo dell'assegno unico se i figli hanno tra 18 e 21 anni. Così come è «incomprensibile » la cessazione dell'erogazione al compimento dei 21 anni se i figli proseguono gli studi con regolarità. Il Forum ribadisce perciò la necessità di reperire nuove risorse attraverso il Pnnr, che nasce nell'ambito del Next generation Eu, «nome non casuale». Inoltre la richiesta è che arrivino segnali concreti sul fronte della riforma fiscale, nel momento in cui Parlamento dovrà decidere come indirizzare i 12 miliardi che la legge di bilancio destina al taglio delle tasse. Per uscire dalla «trappola» della «distorsione» due le proposte dell'organismo. La prima, dotare l'assegno di risorse sufficienti per essere davvero 'unico' e 'universale'. La seconda, in assenza di soldi, è una fase di transizione e gradualità mantenendo l'attuale struttura dell'assegno temporaneo, e con le attuali detrazioni da rivedere nell'ambito della riforma del fisco «in un'ottica di sostituzione con una no tax area per ogni figlio a carico: il fattore famiglia ». Il Forum indica, infine, la necessità di sburocratizzare il più possibile le procedure. L'Inps, «gravato da molteplici e compesse questioni», dovrà «attrezzarsi per assicurare la celerità dei pagamenti».

Leggi qui tutti gli articoli di mercoledì 3 novembre:

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