Draghi di Natale

Il premier tiene fede al suo decisionismo e vara nuove regole: arriva il Super Green pass dal 6 dicembre. Giornata contro la violenza sulle donne. 31 migranti morti nella Manica. Addio a Ennio Doris

Il super Green pass è una realtà. Ieri il Presidente del Consiglio, il Ministro della Salute e la Ministra dei rapporti con le regioni hanno annunciato in conferenza stampa i nuovi divieti: Green pass “rafforzato” obbligatorio sui mezzi pubblici di trasporto anche locale, negli hotel e nei luoghi di ritrovo. Dal 6 dicembre non basta più il tampone. O si è vaccinati o si è guariti. Vaccino obbligatorio per forze dell’ordine, militari, personale sanitario e personale scolastico. Ci sarà una terza dose dal primo dicembre per tutti coloro che hanno compiuto 18 anni. Possibile il vaccino ai bambini dai 5 agli 11 anni, se l’Ema lo approverà. Queste in sostanza le nuove misure.

Non mancheranno le criticità. I controlli, soprattutto sui mezzi di trasporto cittadini, allungheranno i tempi di viaggio di bus, trame e forse metrò. Dovrà ripartire la macchina degli hub e della vaccinazione di massa, soprattutto per la terza dose. I pediatri andranno sotto stress per la vaccinazione ai bambini dai 5 agli 11 anni. C’è anche da mettere in conto un’ulteriore aggressività dei No vax che torneranno a manifestare e a protestare. E tuttavia una decisione andava presa in vista del Natale. Non ci saranno altre restrizioni, anche se dovesse scattare la zona rossa per il numero dei contagi. Insomma, Draghi ha fatto il Draghi.

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Come sempre in queste occasioni, il rischio è la scontata ritualità, ma quest’anno la sensibilità è rafforzata dai dati drammatici di un fenomeno in aumento. Anche per via del lockdown. La ministra Cartabia dice che sono una “vergogna” del Paese ed ha ragione. Interessante l’analisi delle sentenze che propone il Manifesto. Ci sono dentro tutti i pregiudizi alla base di questa piaga. Le Vite degli altri, il podcast realizzato da me con Chora media, per Vita.it e col sostegno della Cariplo, oggi propone un episodio bellissimo, in tema. È la storia di Nicoletta Cosentino, diventata una “cuoca combattente”. Qua sotto ne riparliamo.

Nella corsa al Quirinale c’è da registrare un retroscena che coinvolge Enrico Letta (copyright Maria Teresa Meli). Mentre sul Colle oggi sarà firmato il Trattato fra Italia e Francia. Ne sapremo di più sui contenuti? A proposito, la vicenda Tim è tutt’altro che risolta. Ieri ha fatto un più 15 per cento in Borsa, il che fa pensare che alla fine gli americani di Kkr potrebbero davvero concludere.

Dall’estero naufragio nella Manica: 31 migranti muoiono per un barcone rovesciato. Cercavano la fortuna nell’Inghilterra della Brexit dove sarebbero stati clandestini. Biden esclude la Cina e la Russia, ma anche Turchia ed Ungheria da un Forum sulla democrazia. Però la Polonia ci sarà. È scomparso Ennio Doris, fondatore di Banca Mediolanum, grande innovatore e generoso imprenditore: il suo modello di banca ha cambiato il Paese. In meglio.

È disponibile on line da oggi il settimo episodio della serie Podcast Le Vite degli altri da me realizzata con Chora media, in collaborazione con Vita.it e con Fondazione Cariplo. Il titolo è: LA CUOCA COMBATTENTE. Esce, non a caso, oggi, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. È la storia affascinante di una 50enne di Palermo, Nicoletta Cosentino, che è sopravvissuta a una relazione abusante, di cui si è liberata a fatica. Oggi Nicoletta accompagna altre donne sullo stesso percorso. Quando l’ho incontrata mi ha dato subito l’impressione di una persona che si è conquistata la serenità grazie alla consapevolezza di quello che è riuscita a costruire sulle ceneri della sua vita passata. Insieme ad altre donne con una storia simile alla sua ha messo in piedi a Palermo un’impresa sociale che produce dolci, conserve e marmellate. Si sono chiamate “Le cuoche combattenti” e su ogni loro vasetto scrivono una frase, un motto che aiuti le altre a essere più consapevoli. Volete festeggiare la Giornata in difesa delle donne? Comprate i loro prodotti sul web (https://www.cuochecombattenti.com) e cercate questa cover…

… e troverete Le Vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast... cliccate su questo indirizzo e ascoltate il sesto episodio:

https://www.spreaker.com/user/13388771/le-vite-degli-altri-cuoche-combattenti-v

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

La conferenza stampa del governo sulle nuove misure campeggia sulle prime pagine. Il Corriere della Sera sintetizza così: Super Green pass dal 6 dicembre. Avvenire propone un gioco di parole: Pass corto per i no-vax. Il Fatto sottolinea la disparità rispetto ai visitatori stranieri: Il Natale non sarà più uguale per tutti. Anche il Giornale sta sulle Feste: Natale senza no vax. Il Quotidiano Nazionale riecheggia le parole di Draghi: Col Super pass l’Italia resta aperta. Aperta ma chiusa per chi non ha fatto il vaccino, come dice Il Mattino: L’Italia chiusa ai no vax. Il Messaggero ne fa una questione di salvezza: Super pass per salvare il Natale. Anche la Repubblica usa lo stesso verbo: Draghi, stretta sui No Vax per salvare il Natale. La Verità è contrariata: Segregati otto milioni di italiani. Libero è selettivo anche negli auguri: Buon Natale solo ai Sì Vax. La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne è il tema del giorno per Il Manifesto: I corpi del reato. Anche La Stampa dedica al tema una contro copertina: Violenza sulle donne adesso basta. Il Domani spiega: Troppi uomini giustificano ancora le violenze e così le donne muoiono. Il Sole 24 Ore è invece concentrato sulle agevolazioni fiscali: Nuove regole sul patent box.

SUPER GREEN PASS: NUOVE REGOLE DAL 6 DICEMBRE

Stretta del governo che di fatto cancella l’opzione tampone per ottenere il Green pass. O guariti o vaccinati. Draghi la presenta come una necessità per salvaguardare le feste di Natale. Il punto è non chiudere. Monica Guerzoni racconta sul Corriere la conferenza stampa del governo sulle nuove misure.

«Un Natale normale», almeno per quell'87% di italiani che Mario Draghi ringrazia per la «grande partecipazione» alla campagna vaccinale. Un Natale «diverso dall'ultimo», con i negozi aperti, i ristoranti e i cinema pieni e gli sciatori sulle piste innevate. «Per i vaccinati spero sia un Natale normale». Il Paese è diviso tra immunizzati e no vax e ogni parola di Draghi, che ha ripreso a correre sulla strada del rigore anti-Covid, è scandita per premiare i primi e bacchettare i secondi. Ma ora che il decreto ha avuto il via libera da tutti i partiti, il premier tende la mano a contrari e dubbiosi: «Spero che coloro che da oggi saranno oggetto di restrizioni possano tornare a essere parte della società con tutti noi». E come? Quando? «Se non scatteranno chiusure, la ripresa economica andrà avanti e il successo sarà il miglior modo di conciliare persone con convinzioni diverse». Il messaggio alla Lega In conferenza stampa, tra i ministri Roberto Speranza e Mariastella Gelmini, il capo del governo spiega gli «importanti provvedimenti» presi per controllare la pandemia e «dare certezze alla stagione turistica». Se ha avuto dei dubbi non li fa trasparire e se ci sono stati scontri politici, l'importante è averli superati: «Per ricucire questa contrapposizione tra chi si vaccina e chi non si vaccina bisogna che il governo sia compatto. Non deve avere cedimenti o posizioni diverse... La mancanza di compattezza viene utilizzata come scusa per evadere l'obbligo». Il messaggio alla Lega è chiaro. Ma l'importante è che in Cdm le «posizioni diverse siano sparite». Come ha fatto a convincere Salvini, che non voleva divieti in zona bianca? «Non ci sono stati sforzi di convincimento», sdrammatizza Draghi e per due volte cita e loda il presidente Massimiliano Fedriga, che ha guidato i governatori verso la soluzione che consentirà di mandare avanti il Paese: «La questione è non chiudere e secondo me è molto convincente». Il cauto attendismo del premier è diventato fretta di agire davanti ai dati epidemiologici di Paesi vicini come Austria e Germania. Nelle riunioni a Palazzo Chigi i vertici del Cts, Franco Locatelli e Silvio Brusaferro, hanno illustrato la proiezione verso l'alto della curva del virus e suggerito misure forti per non perdere il controllo della pandemia. Anche il ministro della Salute Speranza, in asse con Gelmini e Franceschini, ha spinto per la linea dura: «Se non si rafforzano le misure - ha spiegato - si rischia di dover rincorrere il virus. Per non disperdere il tesoretto di vantaggio che abbiamo accumulato dobbiamo giocare in anticipo e fare mosse forti, che ci consentano di evitare gli scenari drammatici che si vedono altrove». Evitare rischi Davanti ai giornalisti il premier rivendica che da noi «la situazione è sotto controllo», ringrazia Figliuolo per il «successo notevole della campagna vaccinale» che ci ha messi «nella situazione migliore in Europa» e fa sua la filosofia del Cts: «Vogliamo essere molto prudenti per evitare i rischi». Il ricordo del presidente va ai 134 mila morti, alla caduta dell'8% del Pil, ai «ragazzi in Dad che non sono stati bene e alcuni stanno ancora soffrendo». E alla povertà. Gli italiani hanno reagito e il decreto serve a «conservare questa normalità». Il Viminale Adesso il tema cruciale sono i controlli. «Mi auguro che questa volta vengano fatti», ha ammonito Draghi in Consiglio dei ministri rivolto a Luciana Lamorgese. La responsabile del Viminale ha ricordato che la polizia «ha mille fronti aperti e le forze sono quelle che sono». E il premier, secco: «In questa partita i controlli sono fondamentali, altrimenti il decreto non tiene». A telecamere accese, senza troppo ammorbidire gli accenti, il presidente conferma di aver investito del problema la ministra: «Le forze dell'ordine saranno mobilitate in modo totale con un impianto diverso dal passato. C'è tutta una aneddotica sui mancati controlli, bisogna potenziarli». E ai valichi di frontiera? «Faremo controlli a campione». I no vax Gli chiedono se l'obbligo vaccinale generalizzato non sarebbe stato una scelta migliore per ricucire il Paese e Draghi glissa. Ma sulle conseguenze che un decreto così duro potrebbe avere sull'umore delle piazze no vax, il premier non si sottrae: «È importante non sottovalutare né criminalizzare chi ha diversità di vedute e comportamenti, ma continuare sulla strada, cercando di convincere». Il capo del governo tirerà dritto, qualunque sarà la reazione politica e sociale alla stretta. Stato di emergenza Sulla proroga dello stato di emergenza che scadrà il 30 gennaio la riflessione è aperta e Draghi ci scherza su: «Non mi azzardo a dire niente a un mese dalla scadenza sennò Cassese mi sgrida». Poi semina un indizio e fa capire che a Palazzo Chigi si ragiona su come «avere a disposizione tutta la struttura di mobilitazione sanitaria» senza più stato di emergenza. Brunetta un'idea ce l'avrebbe: «Una struttura di missione presso la Presidenza del Consiglio». Ora c'è da spingere sulla terza dose e Draghi, contento per i «numeri molto incoraggianti», comunica di averla già fatta (al Celio, ndr ). E c'è da convincere le famiglie a far vaccinare i bambini da 5 a 11 anni. Non appena l'Ema avrà dato il via libera, partirà la campagna di comunicazione del governo per tranquillizzare i genitori: «Ci possono essere resistenze». Pnrr e bollette E il Pnrr, come procede? «Entro fine anno raggiungeremo i nostri 51 obiettivi». Ma bisogna essere «molto vigili», avverte Draghi, memore della storica difficoltà di spesa dell'Italia. E se le bollette di gas e luce continueranno a salire? Il governo ha già impegnato 3 miliardi «per alleggerire il carico» e Draghi annuncia un aiuto ulteriore a famiglie e imprese: «Il governo è pronto a investire anche di più».

La Verità è schieratissima contro le nuove misure. Titolo principale: Segregati 8 milioni di italiani. Per il direttore Maurizio Belpietro i veri Talebani sono i Sì Vax, maggioranza rumorosa e arrogante.

«Per i talebani del vaccino, il mondo è diviso in due: da una parte i sì vax, quelli che si sono sottoposti all'iniezione e che dunque hanno acquisito ogni diritto, compreso quello di sentirsi superiori e persino più intelligenti di chi ha rifiutato il siero; dall'altra i no vax, una minoranza che con argomenti stupidi, quasi sempre frutto di ignoranza, mette a rischio la libertà dei sì vax, i loro interessi economici e sociali, e perfino la loro salute. Stando così le cose, per i talebani non esiste altra soluzione se non quella di privare dei diritti civili tutti i renitenti al vaccino, limitandone la libertà di movimento, cominciando dal lavoro per finire agli aspetti ordinari di vita quotidiana. Qualcuno, più talebano di altri, vorrebbe anche far pagare le cure ai non vaccinati o, peggio, toglier loro la copertura garantita dal Servizio sanitario nazionale che, ricordiamo, è assicurata a spese della collettività perfino ai clandestini e a chiunque non sia in grado di pagarsela. Tutto ciò è alla base della decisione di inasprire il green pass istituendo un super green pass, per impedire che i non vaccinati possano accedere ad una serie di servizi anche se, grazie al tampone, sono in grado di dimostrare di non essere contagiosi. Peccato però che, a differenza di quanto credono i pasdaran del vaccino, il mondo non sia diviso in due, con da una parte le persone civili, colte e informate, e dall'altra una banda di cretini, disinformati, ignoranti, arroganti e violenti. Il mondo è più variegato ed è fatto di persone intelligenti e documentate dall'una e dall'altra parte, con argomenti validi e concreti su entrambi i fronti, ma in mezzo c'è una maggioranza rumorosa di persone che non sa nulla e recita a ripetizione - anche se ha una laurea in medicina - alcuni dogmi. Ma l'arroganza con cui la maggioranza rumorosa pro green pass e vaccino mette a tacere qualsiasi dubbio e ogni obiezione è una contraddizione in termini. Perché chi si fa scudo con la conoscenza, vantando le proprie competenze e bollando come sciocchezze le altrui argomentazioni, dimentica che la scienza si nutre di domande e non di certezze. E chi si interroga osservando dati contraddittori, non è necessariamente uno stupido o un pazzo».

Per il Fatto c’è una disparità di trattamento fra italiani (che devono essere vaccinati per evitare le restrizioni) e gli stranieri che arrivano nel nostro Paese (che finora invece possono non esserlo). Cosimo Caridi e Stefano Caselli.

«Si fa presto a dire super green pass, specie se di mezzo c'è il turismo. Come sappiamo, dal 6 dicembre gli italiani potranno entrare in bar e ristoranti al chiuso, palestre, impianti sportivi, cinema, teatri, discoteche, partecipare a spettacoli, feste e cerimonie pubbliche solo se in possesso del certificato "rafforzato" riservato esclusivamente a vaccinati e guariti. Ma come la mettiamo con gli stranieri, in particolare con i turisti delle ormai prossime festività natalizie? A oggi per varcare le frontiere italiane e dell'Unione europea - ma anche per i viaggi da e verso Gran Bretagna, Usa, Canada, Giappone, Norvegia e altri Paesi - è richiesto il certificato digitale Ue Covid-19 che può essere rilasciato a chi ha completato il ciclo vaccinale, è guarito o è risultato negativo a un tampone. Il paradosso, dunque, è che dal 6 dicembre il turista straniero in possesso di Green pass europeo rilasciato dopo un tampone negativo, possa fare ciò che non è consentito agli italiani non vaccinati, cenare in un ristorante o visitare un museo con il solo esito negativo di un tampone. Difficile che a questo non si ponga in qualche modo rimedio, poiché significherebbe attribuire a cittadini non italiani maggiori diritti rispetto a cittadini italiani, ma il punto non è di immediata soluzione. Sul tavolo esiste un'altra opzione, estendere ai turisti stranieri gli stessi vincoli imposti agli italiani: a cena e al museo solo se vaccinati o guariti, niente tampone. Questa sembra essere la soluzione prediletta dal ministro della Salute, Roberto Speranza, ma il rischio di un contraccolpo per un settore vitale per il Paese come quello del turismo è evidente: "Stiamo riflettendo sui provvedimenti da adottare sugli arrivi dall'estero - ha detto ieri il presidente del Consiglio, Mario Draghi - e comunque il nostro intento è dare certezze alla stagione turistica". Oggi la Commissione europea, intanto, dovrebbe presentare le nuove linee guida sui viaggi nell'Ue passando da un approccio basato sul Paese di provenienza a uno incentrato sul pass digitale valido: "Proprio in queste ore - ha detto Speranza - è in corso un confronto importante a livello europeo e ci viene comunicato che con tutta probabilità, nei prossimi giorni, ci sarà un aggiornamento delle regole e raccomandazioni di viaggio dell'Unione europea. Noi leggeremo con attenzione gli esiti di questo confronto e poi valuteremo se adeguare le nostre misure". Sembra tuttavia che la Commissione Ue non intenda prevedere restrizioni per i viaggi dei non vaccinati, il che potrebbe creare qualche problema al super green pass italiano. Le mappe dei contagi elaborate settimanalmente dal Centro europeo per la prevenzione ed il controllo (Ecdc), inoltre, terranno conto non solo dell'incidenza del contagio e del tasso di positività, ma anche di dati come le percentuali di vaccinazione. L'ultima mappa Ecdc colora di rosso scuro Grecia, Bulgaria, parte della Romania, Ungheria, Croazia, Slovenia, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, parte della Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Irlanda, Islanda, la Germania sudorientale, il Belgio, i Paesi Bassi e parte della Francia del Centro e del Sud. L'Italia (al momento quasi tutta in giallo tranne alcune province in rosso nel Nordest) è di fatto circondata. Altri Paesi si sono già mossi: la Germania ha imposto la quarantena per chi arriva dall'Austria. Entrano solo i vaccinati. I test non valgono più anche se ci sono eccezioni per i lavoratori transfrontalieri. In Francia chi arriva da Austria, Belgio e Germania dovrà essere in possesso di un test negativo fatto meno di 24 ore prima dell'ingresso. In Usa e Israele, infine, da settimane si entra solo se vaccinati».

Nessuna polemica dalla Lega, per ora. Il Salvini “finalmente assennato” piace molto al Foglio:

«Matteo Salvini, con un tono tutt' altro che assertorio, ha dato conto dell'orientamento della Lega stabilito dopo un confronto con i presidenti delle regioni, abbandonando la tradizionale strizzatina d'occhio ai No vax. La linea definita di "buon senso" corrisponde sostanzialmente a quella indicata dai governatori e in particolare da quello del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, che è anche presidente della Conferenza delle regioni. Al di là della pur rilevante modifica nel merito, va sottolineato il cambiamento di metodo. Per una volta Salvini, favorevole all'estensione del green pass decisa ieri dal governo, ha abbandonato la prosopopea del "capitano", ha ascoltato le opinioni di chi deve fronteggiare sul campo l'emergenza sanitaria e si è presentato come portavoce di una scelta collettiva. Non è un cambiamento da poco e fa intendere che il metodo precedente era entrato in crisi: i governatori andavano per la loro strada, magari sostenendo che era la stessa indicata dal segretario della Lega anche se questo era solo un artificio verbale che contraddiceva la realtà che era sotto gli occhi di tutti. Se Salvini recupera il valore delle buone amministrazioni guidate o sostenute dal suo partito, non fa altro che rafforzare la sua posizione. Se riprenderà invece a presentarsi come leader incondizionato e incondizionabile rischia di finire nell'isolamento. Nessuno nella Lega lo contesterà apertamente, ma tutti i responsabili non terranno in realtà conto delle esternazioni che non li convincono. D'altra parte se vuole mantenere una possibilità di coordinare una eventuale maggioranza di centrodestra dopo le elezioni deve dimostrare di essere disposto all'ascolto e alla comprensione delle opinioni e delle posizioni altrui. Ma un federatore non è un caudillo, accresce la propria autorevolezza proprio in quanto rinuncia ad atteggiamenti autoritari e autoreferenziali: forse (sempre che non ritorni rapidamente al piglio caporalesco del recente passato) Salvini sta cominciando a capirlo. Meglio tardi che mai».

PROSSIMA TAPPA: VACCINARE FRA 5 E 11 ANNI

Già dai prossimi giorni potrebbe partire una specifica campagna vaccinale per i bambini dai 5 agli 11 anni, particolarmente vulnerabili in questa ondata. Adriana Logroscino sul Corriere.

«Primo responso, europeo, oggi. Secondo, italiano, a stretto giro. Avvio delle vaccinazioni dopo il 20 dicembre. È il calendario ipotizzato dal ministro della Salute, Roberto Speranza, per la somministrazione dei vaccini ai bambini tra i 5 e gli 11 anni. Riceveranno, è stato spiegato, un terzo della dose riservata agli adulti. Per oggi è attesa la pronuncia dell'Agenzia europea del farmaco (Ema). L'ente regolatorio Ue ha infatti ufficializzato che in giornata si tiene il meeting straordinario del «Comitato per i medicinali a uso umano» in cui si discuterà la richiesta di estendere ai bambini dai 5 agli 11 anni l'uso del vaccino anti Covid di Pfizer BioNTech. «La pronuncia dell'Ema è il primo passaggio formale - ha spiegato il ministro Speranza -. Dalle notizie che abbiamo, questa approvazione può avvenire già nella giornata di domani (oggi per chi legge, ndr) ma comunque l'impegno è di esprimersi entro questa settimana. A quel punto gli atti formali verranno inviati alla nostra Agenzia del farmaco, l'Aifa, che farà le opportune verifiche e si pronuncerà con tutta probabilità dando un parere che sarà allineato a quello di Ema». Poi, naturalmente, si dovrà attendere la fornitura, da parte di Pfizer, delle dosi ridotte che dovranno essere somministrate ai bambini. Per Speranza, potrebbero arrivare «nella terza decade di dicembre». L'allargamento della platea vaccinabile agli under 12 non si traduce, per ora, con l'estensione dell'obbligo di green pass ai bambini. «Nessun obbligo - ha dichiarato il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri - ma avere il vaccino disponibile tra i 5 e gli 11 anni è una possibilità che viene offerta per garantire sicurezza a questa fascia di età. Bisogna vaccinare i bambini perché se si ammalano rischiano complicanze anche a carico del sistema nervoso centrale o del cuore. Complicanze reversibili o purtroppo non reversibili, che durano nel tempo. È il Long Covid che si verifica anche nei bambini con una percentuale impressionante: anche del 10-12%. La gestione delle complicanze che il Covid dà, è una pandemia nella pandemia».

LA VIOLENZA SULLE DONNE, CARTABIA: “UNA VERGOGNA”

Triste bilancio del nostro Paese in occasione della Giornata proclamata dall’Onu: aumenta la violenza contro le donne. La ministra Cartabia dice: "Una vergogna". Presto le misure anti-femminicidi. Alessandra Paolini per Repubblica.

«Strangolate, uccise a botte o a colpi d'arma da fuoco, più spesso accoltellate. Quasi nove ogni mese, poco meno di una ogni quattro giorni. Eliminate da uomini che dicevano di amarle. Centonove in tutto, la quasi totalità delle donne uccise in Italia nell'intero anno: l'8 per cento in più rispetto al 2020. È la foto color sangue che emerge dai dati dell'Istat nel rapporto "Gli effetti della pandemia sulla violenza di genere - anni 20/21". Un periodo difficile per migliaia di famiglie che hanno pagato un prezzo altissimo al Covid: ma che per tante mogli, fidanzate, compagne o semplicemente ex di altrettanti uomini ha significato l'ultimo atto di una storia di violenza e soprusi che ha preso forma e forza nel luogo in cui ci si dovrebbe sentire più sicuri, la casa. A poco più di due anni dall'entrata in vigore del"Codice rosso" è ormai grande la mole di numeri che raccontano, a poche ore dalla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, quella che per la ministra della Giustizia Marta Cartabia è «una vergogna della nostra civiltà». L'Istat racconta come nei primi nove mesi di quest' anno le richieste di aiuto al "1522" siano state 12.305 contro le 15.708 dell'intero 2020 e le 8.647 del 2019. Un indice di come probabilmente il lockdown, che costringeva le donne a stare fianco a fianco con i loro aguzzini, abbia pesantemente condizionato la possibilità di chiedere aiuto. Le statistiche descrivono un quadro crudo. Il Viminale a questi numeri aggiunge altri dati, segnalando come nei primi undici mesi del 2021 siano cresciuti del 35 per cento i casi di deformazione del viso con danni permanenti da acido o ferite da taglio. Ma aumentano del 45 per cento anche le segnalazioni di revenge porn, in cui le vittime sono oggetto della diffusione di immagini o video sessualmente espliciti, che vedono nel mirino donne soprattutto italiane, e nella quasi totalità dei casi maggiorenni. Riguarda invece soprattutto donne di origine straniera l'aumento dei matrimoni forzati, finiti all'attenzione della polizia proprio come risultato dell'entrata in vigore del Codice Rosso. Cartabia ha osservato che le leggi ci sono, ma per renderle efficaci occorre fare di più: «Sono aumentati i procedimenti per violazione del divieto di avvicinamento alle vittime - ha detto - ma questo non ha prodotto un vero effetto deterrente», come la cronaca di questi giorni - con i femminicidi di Vetralla e di Reggio Emilia - ha confermato. «Servono affinamenti delle norme in grado di evitare che gli autori della violenza restino in circolazione, con il rischio di fatti irreversibili», parlando del pacchetto di misure cui sta lavorando in team con le colleghe del governo e che arriverà in consiglio dei ministri a giorni. Su questo sfondo monta il dibattito sul che fare. Su "Repubblica", la ministra degli Affari regionali Mariastella Gelmini ha rilanciato l'idea di un sistema di scorte per le donne che denunciano: era stata la scrittrice Michela Murgia a lanciare per prima la provocatoria proposta di spostare gli apparati di protezione dai politici alle donne minacciate. Ma il dibattito registra anche voci contrarie: «Dobbiamo limitare i movimenti degli uomini, non la libertà delle donne", sostiene la senatrice dem Valeria Valente, presidente della commissione d'inchiesta sul femminicidio di Palazzo Madama. «Meglio allora il braccialetto elettronico e il fermo in flagranza di reato», incalza anche Lella Palladino, sociologa e presidente della cooperativa Eva: «Scortare le donne è una soluzione improponibile».

In occasione della Giornata Onu, Avvenire propone diverse esperienze di volontariato a difesa delle donne. Chiara Pazzaglia da Bologna racconta la storia di una Onlus che si occupa della violenza sulle donne disabili.

«Peggio della violenza contro le donne, c'è la violenza contro le donne disabili. Lo sa bene Loretta Michelini, presidente di MondoDonna Onlus, associazione bolognese nata nel 1995 con la prima casa rifugio mammabambino e, dal 2013, anche centro antiviolenza, che dedica alle vittime il sostegno degli sportelli fisici e telefonici dal nome emblematico di 'Chiama chiAma'. Proprio ad uno di questi, nel 2019, si è accostata la prima donna con disabilità. Un accesso che ha destato l'attenzione sul fenomeno della violenza esercitata su donne ancora più fragili e indifese. «Da allora abbiamo iniziato a studiare il tema» spiega Michelini «e, insieme ad altri partner, abbiamo aperto uno sportello apposito, che vede presenti un'operatrice antiviolenza e un'educatrice esperta di disabilità ». L'auspicio è che in ogni sportello di Chiama chiAma possa essere erogato questo servizio: «Tutti i Comuni dovrebbero avere un centro antiviolenza - insiste la presidente - perché, anche se non possiamo garantire una protezione personale ad ogni donna, dobbiamo comunque lavorare sul tema culturale, che riguarda tutta la comunità». Secondo Michelini, «occorre garantire l'accesso celere ai percorsi di protezione, che dovrebbero essere finanziati a livello nazionale, garantendo la prossimità territoriale e una capillare comunicazione » dice. Ma è così diffuso il fenomeno della violenza su donne disabili? «La percezione è che lo sia» spiega Corine, operatrice dello sportello dedicato, che racconta di «circa 15 accessi in un solo anno e mezzo di attività », nonostante il lockdown. Considerando che, spesso, le donne con disabilità faticano ad eccedere all'informazione o a contattare il servizio in autonomia, è chiaro che i numeri sono potenzialmente molto alti. I carnefici, spiega, sono per lo più «familiari e caregivers: talvolta sono i genitori stessi a usare violenza psicologica sulle figlie disabili, privandole della loro libertà, o anche del proprio reddito», limitandone così le possibilità di emancipazione. Ci sono anche donne anziane, che decidono di denunciare, oppure senza fissa dimora, con disabilità cognitive, sensoriali e fisiche. «Quasi sempre non vengono credute - racconta Corine - e la denuncia, per loro, significa riappropriarsi del senso di verità di ciò che hanno subito». Anche la formazione degli operatori è importante, perché sappiano riconoscere il fenomeno nelle loro assistite. Per puntare i riflettori sul tema e aumentarne la consapevolezza, domenica scorsa si è tenuta una manifestazione dedicata, promossa da Bologna for Community. Quattro donne con disabilità sono state accompagnate allo stadio, per assistere alla partita Bologna-Venezia, da quattro «volontari per un giorno»: un progetto di responsabilità sociale «che nasce dalla partnership tra Pmg Italia Società Benefit e il Bologna FC 1909, con il supporto della Io Sto Con Onlus» spiega Silvana Fusari, Responsabile Relazioni Esterne di PGM s.p.a., che si occupa di mobilità per le persone disabili. «Da tempo abbiamo messo a disposizione alcuni mezzi attrezzati per accompagnare allo stadio persone con disabilità fisica e sensoriale» spiega Fusari».

Sul Manifesto c’è un’interessante intervista ad Alessandra Dino, docente di sociologa all'Università di Palermo, che ha condotto un'analisi qualitativa su 370 sentenze in casi di omicidi di donne.

«Nell'ambito degli omicidi volontari di donne andati a giudizio, la lettura delle sentenze consente un'analisi non solo rispetto ai numeri ma anche per ciò che riguarda la qualità di ciò che viene dichiarato. Di dati, tabelle e comparazioni, si è occupata Alessandra Dino, sociologa all'università di Palermo, che ha condotto insieme alla sua unità di ricerca uno studio prezioso su 502 sentenze, selezionandone 467, infine fermandosi a 370. Ne dà conto nel volume Femminicidi a processo. Dati, stereotipi e narrazioni della violenza di genere (Meltemi) ma il lavoro sta proseguendo. «Dalla lettura si possono confermare alcuni punti», ci riferisce Dino, «ad esempio che la maggior parte dei femminicidi avviene all'interno di una relazione di coppia ancora in atto, quasi come se la donna debba preoccuparsi di più del partner che ha accanto che non di quello che ha lasciato». Le sentenze possono essere lette come dei testi condizionati da un immaginario culturale che risponde, oltre che all'applicazione della norma, al modo e alla qualità di chi le compone. Quali sono le insidie sulla rappresentazione delle donne uccise? «L'esito non è omogeneo, la lettura di queste pagine di sentenze ci consegna però una miniera di scenari che, a parte l'incipit e il verdetto, consente di verificare, nella cosiddetta «parte molle» cioè nelle motivazioni, quel che ogni giudice e ogni Corte può scrivere, utilizzando registri differenti: drammatico-passionali, logico-deduttivi, più legati ai precedenti penali. Le narrazioni interne sono completamente diverse e si possono leggere quasi come un atto teatrale, personaggi e interpreti di cui la regia è il collegio giudicante che utilizza di volta in volta, ibridandoli, linguaggi presi dalla giurisprudenza ma anche dalla psichiatria, dalla psicologia e da tutti quei saperi esperti di cui si servono per elaborare la sentenza stessa. Un esempio è la psicologizzazione dell'autore come affetto da qualche patologia psichica, mentre solo nel 7,8% è stata rinvenuta una psicosi grave». Quali altri elementi possono essere sollevati? «Sono diversi. L'efferatezza, cioè nella maggior parte dei casi abbiamo l'utilizzo di armi da taglio, oggetti contundenti, aggressione fisica. Si fa ricorso alle armi da fuoco solo nel 15% dei casi (tra gli italiani). Altro aspetto importante è il luogo del delitto che coincide spesso con l'abitazione della vittima, del femminicida o di entrambi. A proposito delle motivazioni troviamo, nel 44% circa, femminicidi che i giudici definiscono come sentimentali, per rifiuto abbandono gelosia, oppure relazionali, per possesso. Ci sono poi uccisioni per motivi economico-strumentali, mentre il resto (un 10% circa) sono i cosiddetti femminicidi per patologia mentale e altruistici, ovvero l'uccidere una donna, la propria compagna, madre eccetera, perché ha una patologia e non la si vuol far più soffrire. Soltanto nel 25% dei casi l'omicida ha precedenti penali generici e solo il 6% di essi riguardano reati di violenza contro la vittima, nel 37% dei casi ci sono invece violenze pregresse contro la vittima, denunciate o meno, da cui si evince la continuità. Sulla nazionalità, abbiamo un 25% di vittime e autori di reato che sono stranieri con una rappresentanza più rilevante da chi proviene dall'est europeo. Riguardo le pene comminate abbiamo notato delle ricorrenze (pregiudiziali?) tra la pena e la nazionalità, sia in primo che in secondo grado: quelle verso gli stranieri sono più severe». Quali aspetti concorrono a mantenere o a rompere i pregiudizi? «Il problema è quello di una scelta piuttosto arbitraria, compiuta dai giudici, fra la dimensione del malinteso spirito di possesso e quella della gelosia; quando c'è quest' ultima i futili motivi per esempio non sono spesso concessi. Parto da una premessa perché al momento mi sto occupando di un caso di femminicidio piuttosto paradigmatico andato a giudizio nel 2015 a Palermo; in questo caso, il delitto viene chiamato esplicitamente femminicidio perché, scrive il giudice nella sentenza di secondo grado, il termine è mutuato dal linguaggio giornalistico. E, aggiunge, che lo fa per mettere in evidenza la relazione di possesso e il senso di dominio che l'uomo esprime nei confronti della donna. Anche in questo caso virtuoso in cui si nomina ciò che è accaduto per quel che è, il collegio giudicante non riconosce all'assassino la premeditazione e parla invece di dolo d'impeto per segnalare che il motivo che lo ha spinto a quel gesto è stato il «sentirsi sbeffeggiato dalla donna». L'altro caso che viene in mente è quello di una donna incinta che viene strangolata con un laccio; da ciò che l'autore dichiara emerge una gelosia soffocante da parte di lei, una continua vessazione in nome di un malinteso legame affettivo per poi concludere che quanto all'aggravante per futili motivi la Corte osserva come «l'imputato sia stato indotto ad agire da un sincero e profondo amore verso la vittima, motivo di per sé non futile e non espressivo di un'indole malvagia o depravata ovvero di un malinteso spirito di possesso». Il processo di vittimizzazione secondaria sta nella descrizione della vittima che molto spesso viene vista come ondivaga, fragile, quando non si evidenzia la sua condotta sessuale disinibita all'origine del gesto».

QUIRINALE. LETTA: PREPARIAMOCI AL DOPO DRAGHI

Ieri c’è stato un faccia a faccia fra il segretario del Pd e il Presidente del Consiglio. Retroscena di Maria Teresa Meli per il Corriere della Sera.

«Ieri mattina Enrico Letta ha incontrato Mario Draghi. Il fatto in sé non è una notizia. Il segretario del Pd vede quasi regolarmente il presidente del Consiglio. Almeno una volta al mese. Ma tra i due non c'è quella confidenza che consentirebbe al leader dem di chiedere al premier quali siano le sue intenzioni sul Colle. Però qualcosa deve essere successo, si dicono i sindaci del Partito democratico che al Campidoglio partecipano all'assemblea indetta da Letta. Se lo dicono dopo aver ascoltato le parole del loro segretario. «C'è bisogno di un Pd unito per quando finirà la stagione Draghi. Una fase positiva che però a un certo punto terminerà». E ancora: «Quando Draghi smetterà di guidare il governo il Pd dovrà farsi trovare pronto ad assumersi le proprie responsabilità». Ai sindaci riuniti nella Protomoteca è sembrata quasi una chiamata alle armi per le elezioni che verranno. E tutti tra i busti di marmo di quella sala, che solitamente ospita convegni istituzionali e non assemblee di partito, hanno capito che Letta si sta preparando all'eventualità che Draghi vada al Quirinale. In questo caso il Pd lo appoggerà e poi si attrezzerà per l'eventuale voto. Se la situazione non dovesse tenere, se fosse impossibile mettere in piedi un altro governo con una maggioranza come l'attuale, il Pd sarà pronto. Ufficialmente, il motivo per cui il segretario dem è andato a palazzo Chigi è per parlare dell'«episodio inaccettabile» (così lo definisce Letta) della settimana scorsa, quando con i voti del centrodestra e di Italia viva sono passati due emendamenti al ddl Capienze ai quali il governo aveva dato parere negativo. «È accaduto anche altre volte che una parte della maggioranza si opponesse al governo, ma così non si può andare avanti», ha detto un preoccupato Letta a un assai meno preoccupato Draghi. Poi i due hanno parlato dell'emergenza Covid. «Noi siamo per la linea del rigore, quindi qualsiasi cosa faccia il governo in questa direzione, puoi contare sul Pd». Quindi si è passati a discutere della legge di bilancio. Con i sindaci, com' è ovvio, Letta non ha parlato (se non con alcuni, presi in separata sede) del suo colloquio con Draghi. In ballo c'erano altri temi che interessavano gli amministratori locali. Innanzitutto la revisione della legge Severino. Il segretario ha promesso che il Pd in Parlamento la cambierà. E infatti ieri i gruppi dem hanno presentato alla Camera e al Senato un ddl su questo. Un testo che prevede che non ci sia più la sospensione automatica per gli amministratori regionali e locali che riportano condanne non definitive, a meno che non siano condanne per reati gravi. Quindi la promessa della riforma dell'abuso d'uffiicio e l'assicurazione che l'articolo della legge di bilancio che aumenta gli stipendi dei sindaci dal 2022 non verrà toccato. Gli amministratori locali lì riuniti hanno tirato un sospiro di sollievo e di fronte alla possibilità di elezioni anticipate qualcuno di loro, in scadenza di mandato, è apparso assai interessato. Ma a un certo punto è calato il gelo dopo queste parole di Letta: «Oggi io sono il coach e ho il compito sgradevole e faticoso di fare le sostituzioni, anche se in squadra c'è uno che si chiama Ronaldo e serve maggiore freschezza in campo». Già, la derenzizzazione lettiana del Pd passa anche dai sindaci».  

IL TRATTATO ITALIA-FRANCIA, OGGI LA FIRMA

A proposito di Quirinale, oggi Macron e Mattarella firmeranno il Trattato fra Italia e Francia. Ne parla Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore, corrispondente da Bruxelles e grande conoscitrice delle questioni economiche europee:

«Sono stati spesso burrascosi, roventi ma anche amabili i rapporti tra Italia e Francia, le cugine a cavallo delle Alpi, così prossime e così diverse: una eternamente in bilico tra Mitteleuropa e Mediterraneo, l'altra tutta affacciata su Mare Nostrum, Africa e Balcani, lontana dall'altrove nordico. L'una eterna nostalgica della Grandeur come la Gran Bretagna dell'Impero, l'altra affetta da troppi complessi di inferiorità e perciò ansiosa, come la Germania, di un'emancipazione da annegare nell'Unione più che da articolare sullo Stato-nazione di cui diffida, al contrario di Francia e Inghilterra. L'una forte di un sistema-Paese efficiente e onnipresente, l'altra tutto il contrario ma terra di eccellenze sparse e molto appetibili. In fondo nulla meglio del sorriso ambiguo della Gioconda di Leonardo che ammicca dalle pareti del Louvre esprime l'essenza della relazione ondivaga tra due Paesi affini e distanti, amici-nemici, partner-rivali. Nasce su questo sfondo il Trattato del Quirinale: specchio di quello franco-tedesco dell'Eliseo (1963) e di Aquisgrana (2019), figlio della ricerca di una correzione degli equilibri seguiti a caduta del Muro di Berlino e riunificazione tedesca e più di recente allo choc Brexit. E figlio dell'esigenza di pesare di più nel dopo-Merkel. Per l'Italia non significa (non ancora?) un posto al tavolo del consumato direttorio Parigi-Berlino. L'operazione della coppia Mattarella-Draghi, riuscita grazie alla credibilità europea di entrambi, ne segna però il rilancio politico in un'Unione dove per troppi anni è stata latitante ai limiti dell'autolesionismo. Per la Francia di Emmanuel Macron, tutta riforme Ue però di scarsa presa sui partner almeno finora, il patto con l'Italia è un ricostituente politico che ne rompe l'isolamento e la rafforza nel dialogo con Germania e gruppo dei Frugali: prima di tutto nel prossimo negoziato sulla revisione delle regole del Patto di stabilità. Roma e Parigi rivendicano all'unisono più flessibilità su investimenti verdi e debito, puntando anche a rendere permanente il Fondo Ue per la ripresa. In un Trattato bilaterale che tocca tutti i settori della cooperazione economica, industriale e strategica, l'Entente Cordiale rinasce ma non è perfetta. Anzi, molto da costruire. Su politica migratoria. Su alleanze e progetti nell'industria della difesa e telecomunicazioni, i dossier caldi del momento. Ma, prima di tutto, sulla fiducia reciproca, che non può essere un ingrediente passeggero. Il patto italo-francese però resterebbe monco senza un altrettanto naturale contraltare tedesco, senza affinità elettive europee e rodata interdipendenza economico-industriale che ci legano alla Germania. Sempre che i bilateralismi si mettano al servizio di un'Europa migliore e non la riducano a puro modello intergovernativo».

RENZI: I PM VIOLANO LA COSTITUZIONE

Ieri Sergio Mattarella ha ricordato la necessità di una riforma del Csm, perché la magistratura ritrovi il prestigio perduto. Sempre ieri Matteo Renzi al Senato si è difeso dalle accuse dell’inchiesta giudiziaria su Open. Claudio Bozza per il Corriere.

«Qui è bene fare chiarezza: io non voglio evitare il processo e non chiedo al Parlamento di evitarmelo. Io voglio provare che i pm di Firenze hanno violato palesemente la Costituzione. E oggi, in merito, ho portato in Senato quattro prove schiaccianti». Matteo Renzi ha appena finito un'ora di audizione-show davanti alla Giunta per le immunità del Senato, che ieri ha convocato il leader di Italia viva dopo la lettera che aveva inviato alla presidente Maria Elisabetta Casellati, denunciando la violazione dell'articolo 68 della Carta da parte dei pm che lo accusano di finanziamento illecito ai partiti nell'ambito dell'inchiesta Open. Agli atti dell'inchiesta, oltre 92 mila pagine, sono finite anche intercettazioni e corrispondenza del senatore di Firenze, passaggio contestato appunto da Renzi in quanto sarebbe stata violata la norma che obbliga i pm a richiedere l'autorizzazione alla Camera di appartenenza del parlamentare; passaggio chiave che, a detta di Renzi, nel caso di Open manca all'appello. L'ex premier, durante l'audizione a porte chiuse nella Giunta presieduta dal forzista Maurizio Gasparri, viene dipinto di buonumore, a tal punto da dire al collega Pillon: «Occhio che ti scateno i Måneskin», riferendosi alle critiche del leghista riguardo l'abbigliamento della rock band. Scintille, invece, con il senatore Grasso, che ha contestato la tesi di Renzi: «Si sente il rumore delle unghie sullo specchio», è stata la reazione. Ma la sensazione di Renzi è che, vista la geografia politica dei componenti della Giunta, alla fine prevarrà la linea garantista. «Anche da parte del M5S - riflette il leader Iv - perché davanti a prove solide di violazione della Carta li voglio vedere dopo le battaglie che hanno fatto». Al di là dei complicati meccanismi istituzionali, però, quale potrebbe essere il traguardo di questa battaglia? Nel caso in cui fosse provato che i magistrati non hanno rispettato l'articolo 68, il Senato potrebbe votare e decidere di appellarsi alla Corte costituzionale, aprendo un conflitto di attribuzione rilevante. A chi gli chiede se si senta perseguitato dai magistrati, l'ex premier risponde così: «Io non credo alla persecuzione: non ho mai parlato di questo e soprattutto stavolta non avete un politico che grida al complotto. Non sto chiedendo che non si applichi la legge per me, una scorciatoia: io sto chiedendo che venga applicata la Costituzione». E poi snocciola: «Questo pubblico ministero di Firenze ha arrestato mio padre e poi annullato l'arresto, indagato mio cognato, mia sorella e mi ha indagato in più di una circostanza. Ha una particolare sensibilità nei miei confronti. Questo pm (Luca Turco, ndr ) ha violato la Costituzione in quattro passaggi». Le quattro presunte «prove schiaccianti» di violazione dell'articolo 68 portate dal senatore sono: «L'acquisizione di corrispondenza del giugno 2018 con il dottor Manes (da cui è emersa la vicenda del jet privato pagato oltre 130 mila euro dalla fondazione Open per portare Renzi a Washington, ndr ); lo scambio di messaggi WhatsApp con il manager e amico Marco Carrai; una serie di mail dell'agosto 2019: queste tre sono palesi ed evidenti per tutti». La quarta prova - ha detto ancora il leader di Iv - che «trovo molto convincente ma sarà discussa dalla Giunta se lo riterrà, è quella relativa all'estratto conto con l'acquisizione da parte del pm in data 11 gennaio 2021». Al termine della lunga audizione c'è il tempo per un botta e risposta con l'ex premier Giuseppe Conte, accusato da Renzi: «Alla fine abbiamo scoperto che pure lui va a fare le conferenze», dice riferendosi a un evento ad Amsterdam. Secca la replica: «La differenza tra me è lui è profonda: io non ho preso un euro».

TIM, RIPARTE IL TITOLO IN BORSA

Mario Draghi parla anche di Tim, ricordando le priorità del Governo su fibra e occupazione. Oggi c’è una riunione del collegio sindacale e del comitato rischi. Mentre il titolo riparte in Borsa: +15%. Federico De Rosa sul Corriere.

«Riparte in Borsa la corsa di Tim, salita ieri del 15,6% arrivando a 0,497 centesimi, a un soffio dagli 0,505 centesimi indicati da Kkr nella sua manifestazione di interesse. La corsa è ripresa in seguito alle voci di un possibile ritocco del prezzo da parte del fondo Usa, che tuttavia ha smentito al momento questa possibilità. L'Opa è solo allo stadio di manifestazione di interesse e dunque non è ipotizzabile nulla. Ieri sul tema è intervenuto il premier Mario Draghi: «Siamo ancora ai primissimi passi in cui molte cose devono essere valutate, quello che il governo ha fatto e che ha detto è che ha tre priorità nell'analizzare questa offerta e il futuro di Tim: la protezione dell'occupazione, la seconda è la protezione della tecnologia, di grandissimo valore, che è all'interno del gruppo Tim sotto le varie società, la terza è la protezione della rete». Il governo «valuterà questa offerta, è una decisione di straordinaria importanza. Per questo motivo l'esecutivo ha creato un comitato nella gestione delle telecomunicazioni». Draghi, secondo diversi osservatori, in questo modo ha voluto ribadire che del dossier si occupa Palazzo Chigi. La proposta di Kkr tornerà domani sul tavolo del consiglio di Tim. La riunione chiesta dai sindaci e dai consiglieri in quota Vivendi, a cui si sono accodati altri componenti del board, potrebbe rivelarsi cruciale per l'assetto di management del gruppo. La media company di Vincent Bolloré continua a tessere la tela per arrivare a sfiduciare l'amministratore delegato, Luigi Gubitosi. La situazione viene definita ancora «fluida» da chi conosce le vicende. Ieri è girata voce di un possibile rinvio del consiglio, rimasta senza conferma. Per portare a segno la sua manovra, Vivendi deve essere certa di avere il consiglio dalla sua parte, non avendo la maggioranza nel board. Dunque se non riesce a blindarla prima, una mozione di sfiducia rischierebbe di non passare. Oggi è in programma una riunione congiunta del collegio sindacale e del comitato Controllo e rischi di Tim, per analizzare l'andamento attuale e prospettico del gruppo telefonico, di cui era stato chiesto conto nel corso dell'ultimo board dell'11 novembre quando è iniziato l'accerchiamento a Gubitosi. Il collegio sindacale (dove su 5 sindaci 3 sono stati nominati da Vivendi) verificherà in particolare l'allineamento tra le stime prospettiche basate sugli ultimi numeri dell'azienda e i target indicati. Si tratta di un passaggio molto delicato in vista della riunione di domani».

VARATO IL NUOVO GOVERNO TEDESCO

Parte il nuovo governo tedesco del dopo Merkel. C’è da temere per le linee di politica economica ed estera? Tonia Mastrobuoni nella sua analisi per Repubblica sostiene che raccoglierà l'eredità della Merkel in piena continuità. Recovery plan compreso.

«Il messaggio politico più forte dei vertici di Spd, Verdi e Fdp riuniti ieri intorno al prossimo cancelliere Olaf Scholz è arrivato dal liberale Christian Lindner. Che ha riconosciuto autentiche capacità di leadership al futuro capo del governo: «È un uomo che ha una solida struttura interna». Una citazione di Egon Bahr, lo stratega della "Ostpolitik" del leggendario cancelliere Willy Brandt. Un auspicio, per il resto d'Europa, che ieri potrebbe aver guardato con un pizzico di preoccupazione a due poltrone chiave del nuovo governo Scholz. E qualcuno potrebbe aver espresso l'auspicio, appunto, che la politica estera continui anche in futuro a essere di fatto chefsache, "roba del capo", come nell'era Merkel che si è appena conclusa. I "falchi" Fdp hanno conquistato un ministero chiave: quello delle Finanze. L'altro dicastero di peso, quello degli Esteri, sarà affidato alla verde Annalena Baerbock. Sul contratto di coalizione il politologo dell'Università di Kassel, Wolfgang Schroeder vede molte novità sull'ambiente, sull'energia, sul sociale. Ma scommette su «una sostanziale continuità» con l'era Merkel nelle priorità sulle politiche europee, nei rapporti con partner cruciali come la Francia o gli Usa e nelle relazioni con partner difficili come Cina e Russia. I partiti dell'alleanza "semaforo", si legge nel documento, ritengono il Fondo di ricostruzione Ue Ngeu «temporaneo», e il Patto di stabilità già abbastanza flessibile. Avvertono persino che l'inflazione fa paura e che la Bce potrebbe agire meglio se tutti rispettassero le regole di bilancio. Puro ordoliberismo alla Fdp. Tuttavia l'accento sarà anche sulla «crescita», soprattutto su quella per promuovere l'ambiente. E si capisce tra le pieghe del testo che se la Germania aggirerà il «freno al debito» che vuole reintrodurre nel 2023 per regalarsi un «decennio di investimenti » - magari coinvolgendo la Cassa depositi e prestiti tedeschi, la Kfw - se ne può dedurre anche una disponibilità a discutere del Patto in modo meno ideologico. Del resto il futuro cancelliere Scholz è stato finora il conciliante ministro delle Finanze che si è fatto promotore entusiasta del Recovery Fund e di un dialogo costruttivo sui conti anche con Paesi come l'Italia o la Spagna. Anche la prospettiva della Verde Baerbock agli Esteri aveva suscitato qualche grattacapo. Per la richiesta di spostare le armi atomiche della Nato dalla Germania o per l'aggressività nei confronti di Polonia, Cina o Russia. Ma anche qui il politologo Wolfgang Schroeder non vede grandi cambiamenti: «Baerbock non metterà a rischio i rapporti commerciali con la Cina». Nel documento è sparito anche ogni riferimento alla richiesta dei Verdi di stoppare Nordstream 2. Un punto che potrebbe irritare gli americani, che hanno appena inflitto nuove sanzioni contro due aziende legate al gasdotto russo-tedesco? Non leggendo il testo attentamente: il nuovo governo chiederà il rispetto delle regole europee. E proprio la Ue sta decidendo se il gasdotto è conforme, e qualche dubbio c'è. Infine ci sono i passaggi su cui i Verdi hanno palesemente ceduto: sì ai droni e sì alle armi atomiche della Nato. Anche sulla questione che agita l'Europa, la lesione dello stato di diritto in Polonia e la crisi in Bielorussia, le parole del contratto ricalcano la strategia più recente di Merkel. Su Varsavia si delega sostanzialmente alla Commissione e alla Corte Ue di bastonare il governo Morawiecki. «Ma sui grandi dossier internazionali - ragiona Schroeder - sarà comunque il cancelliere Scholz a decidere, è sempre stato così». Forte, infine, l'impegno a rinsaldare i rapporti con la Francia e gli Usa».

SCHIAFFO DI BIDEN AGLI AUTOCRATI

Schiaffo a Cina e Russia del presidente Usa Biden che non le invita al “Forum sulle democrazie”. Pechino protesta per la presenza di Taiwan perché equivale a riconoscere l’isola. Dentro la Polonia e l’Iraq, fuori anche Turchia e Ungheria. Paolo Mastrolilli per Repubblica.

«Taiwan sì, Cina no. Ma anche Polonia sì e Ungheria no; Brasile sì, Nicaragua no; Iraq sì, Turchia, Egitto, Arabia, Giordania, Emirati e Qatar no. Gli Usa hanno diramato gli inviti per il "Summit for Democracy", che Biden ospiterà in forma virtuale il 9 e 10 dicembre. Subito sono seguite le polemiche, ma le reazioni più negative sono venute dai soliti sospetti, Cina e Russia, con sfumature diverse. Pechino non è urtata per la propria esclusione, perché la democrazia non è una sua priorità, e anzi vuole dimostrare che il modello autocratico è superiore. La disturba però la presenza di Taiwan, perché equivale a trattare l'isola ribelle come uno stato. Mosca invece vorrebbe almeno fingere di essere una democrazia e quindi si offende perché Washington «cerca di privatizzare» il termine. Il Dipartimento di Stato ha spiegato così l'iniziativa: «Democrazia e diritti umani sono minacciati in tutto il mondo. Le democrazie affrontano serie sfide all'interno e all'esterno dei confini. La sfiducia pubblica e il fallimento dei governi nel fornire un progresso economico e politico equo e sostenibile ha alimentato la polarizzazione e l'ascesa di leader che minano norme e istituzioni democratiche. In tutto il mondo, la debole capacità statale e del diritto, l'elevata disuguaglianza e la corruzione continuano a erodere la democrazia. I leader autoritari scavalcano le frontiere per minare le democrazie, dal prendere di mira giornalisti e difensori dei diritti umani all'ingerenza nelle elezioni, il tutto seminando disinformazione per affermare che il loro modello è più efficace». Perciò «dobbiamo dimostrare che la democrazia funziona ancora e può migliorare la vita delle persone in modi tangibili. Per fare ciò le democrazie devono unirsi, per ringiovanire e migliorare dall'interno le nostre società aperte e rispettose dei diritti; stare uniti nella difesa dalle minacce delle autocrazie; dimostrare che possiamo affrontare le crisi più urgenti». Il vertice si concentrerà su tre temi: «Rafforzare la democrazia e contrastare l'autoritarismo, combattere la corruzione, promuovere il rispetto dei diritti umani». Lo scopo è prendere iniziative concrete per «rafforzare la governance responsabile, ampliare le opportunità economiche, proteggere diritti umani e libertà fondamentali, consentire una vita dignitosa. Mostreremo come società aperte e rispettose dei diritti possono lavorare insieme per affrontare efficacemente le grandi sfide del nostro tempo, come Covid-19, crisi climatica e crescente disuguaglianza». Tra un anno ci si rivedrà di persona, per misurare i risultati. Il portavoce di Pechino Zhu Fenglian ha risposto che l'invito di Taiwan «è un errore» e che «le azioni degli Usa dimostrano come la democrazia sia solo una copertura per far avanzare i loro obiettivi geopolitici». Il collega del Cremlino Dmitrij Peskov ha detto che Washington «preferisce creare nuove linee divisive, per separare buoni e cattivi». Ma «sempre più Paesi preferiscono decidere da soli come vivere», mentre gli Stati Uniti «cercano di privatizzare il termine "democrazia"». La verità è che, per quanto si voglia essere inclusivi, se l'obiettivo è rilanciare la democrazia bisogna partire dalle democrazie, sperando che poi il successo sconfigga populisti, sovranisti, trumpisti e autocrati, convincendo gli altri a unirsi. Perciò è dentro l'Iraq, che almeno tenta di costruirla, ed è fuori la Turchia, che sembra averci rinunciato. C'è la Polonia, magari per provare a riportarla sulla retta via, ma non l'Ungheria, dove l'unica speranza è che l'opposizione unita intorno a Péter Márki-Zay batta Viktor Orbán. Stesso discorso per il Brasile, se Jair Bolsonaro consentirà la sfida con Lula. Lista e metodo saranno imperfetti, ma le istituzioni inclusive esistono già, a partire dall'Onu, e svolgono una funzione diversa. Qui si tratta invece di riunire le democrazie, per rilanciarle».

31 MIGRANTI MORTI NELLA MANICA

Dramma nella Manica: muoiono 31 migranti per il naufragio di un barcone. Il premier GB Johnson: più controlli a Calais. Macron dice: non lasceremo che il mare diventi un cimitero. I migranti che hanno tentato di superare la Manica sono stati 22mila nel 2021. Leonardo Martinelli per La Stampa.

«È una corsa contro il tempo. Prima che le temperature, nel cuore dell'inverno, si abbassino ancora e diventino glaciali, i migranti che vagano sulla costa francese, nell'attesa di raggiungere l'Inghilterra, stanno intensificando le traversate nelle acque della Manica. E ieri a Dunkerque, 40 km a nord-est di Calais, una cinquantina di loro è salito sulla solita imbarcazione di fortuna, fornita da un "passeur", trafficante di uomini. Al largo l'imbarcazione si è rovesciata: 31 corpi sono stati ripescati. Senza contare i vivi recuperati, ma in condizioni disperate. È stato un pescatore a ritrovarsi alle due di pomeriggio dinanzi a una quindicina di corpi che galleggiavano inermi. Elicotteri e navi, francesi e britannici, hanno perlustrato la zona per almeno otto ore. Le traversate a ripetizione su gommoni di pessima qualità sono cominciate nel 2018. Prima i migranti cercavano di passare penetrando all'interno dei camion, che poi s' infilavano nelle navi o salivano sui treni dell'Eurotunnel. Ma gli accessi al porto di Calais e al tunnel sotto la Manica sono stati resi impossibili. «Non lasceremo che la Manica - ha commentato Emmanuel Macron - diventi un cimitero». Quindi il capo dell'Eliseo - che oggi sarà a Roma per la firma del Trattato del Quirinale - ha chiesto un vertice dei ministri responsabili dei flussi migratori di tutti i Paesi della Ue. Intanto, quattro trafficanti, all'origine del tentativo di ieri, sono stati fermati dalla polizia francese (secondo Macron, 1552 sono stati arrestati dall'inizio del 2021, senza comunque impedire l'amplificarsi del fenomeno). «La Manica - sottolinea Pierre Roques, coordinatore dell'Ong Auberge des Migrants - sta diventando un cimitero a cielo aperto come il Mediterraneo». A Londra il primo ministro Boris Johnson si è detto «scioccato e indignato», ha convocato il comitato per la Sicurezza Cobra e ha chiesto a Parigi «di fare di più, insieme». Da tempo nel Regno Unito si criticano le forze dell'ordine francesi che non controllerebbero in maniera accurata la costa e chiuderebbero un occhio sulle traversate, ben contenti che i migranti se ne vadano. Prima dell'ultimo naufragio, dall'inizio dell'anno erano tre i morti e quattro i dispersi ufficiali provocati dagli attraversamenti illegali della Manica. Ma negli ultimi tre mesi i tentativi sono raddoppiati. Dal principio del 2021 31.500 migranti avrebbero lasciato la costa francese e 7800 sono stati salvati. Londra stima a 22mila quelli che ce l'hanno fatta. Si tratta in gran parte di afghani, siriani, sudanesi, eritrei ed etiopi, che spesso hanno già familiari che vivono nel Regno Unito e ritengono che lì sia più facile trovare lavoretti, senza troppi controlli e contratti coercitivi, come in Francia».

ENNIO DORIS, IL BANCHIERE GENEROSO

È morto Ennio Doris, fondatore di Banca Mediolanum. Augusto Minzolini sul Giornale lo ricorda così.

«I visionari sono quegli uomini rari, che guardando il presente immaginano il futuro. Ennio Doris a suo modo è stato un visionario, un innovatore, per alcuni versi, un rivoluzionario perché ha creato una nuova idea di banca, precorrendo i tempi e rischiando come sanno fare solo i veri pionieri. Si può dire, visto che i due sono stati amici per una vita e hanno cominciato l'avventura di Mediolanum insieme, che Doris ha cambiato l'istituto del risparmio in questo Paese, come Silvio Berlusconi la politica. Ha prima sognato e poi realizzato istituti di credito a misura d'uomo, senza sportelli per cancellare la distanza con i clienti perché nella sua mente sono stati sempre loro, con i loro risparmi, la banca. Ha cancellato la nozione ottocentesca degli istituti di credito e ne ha riscritto i principi. Alcune sue frasi celebri, immaginifiche e profetiche, ricordano quelle di quei pensatori che hanno cambiato il mondo: «Le banche sono come le cabine telefoniche. Non ci entra più nessuno, per cui spariranno». Non è solo una «provocazione», ma il germe di un progetto ambizioso: creare un rapporto diretto tra risparmio privato ed economia reale. Appunto, il visionario pensa l'impossibile, mette in piedi una banca per superare la stessa idea di banca, per costruire qualcosa che ne sia la negazione e la sintesi. È come se un qualunque correntista, provando sulla propria pelle i limiti, i vizi, i difetti, le vessazioni degli istituti di credito tradizionali, ne abbia costruito uno a sua immagine e somiglianza. In fondo il messaggio contenuto i n quella pubblicità rimasta storica, «la banca costruita intorno a te», sta a significare proprio questo. Ecco perché quella formula, «la banca etica», non è frutto di retorica, ma è l'approdo ideale di un self-made man che si è inventato una banca sui bisogni dei comuni cittadini, di quella classe media a cui apparteneva. Ed è stato coerente con quel sogno: quale banchiere avrebbe ridato i soldi indietro ai correntisti durante la crisi finanziaria della Lehman Brothers? Quale istituto di credito si sarebbe preso sulle spalle il peso di anticipare ai clienti i «ristori» stanziati dallo Stato per tenere in piedi la nostra economia durante la pandemia? In questo Paese purtroppo la politica, l'ideologia avvelenano, ma i meriti, specie se sono grandi, quando si arriva a fare il bilancio di una vita dovrebbero essere riconosciuti da tutti».

Leggi qui tutti gli articoli di giovedì 25 novembre:

https://www.dropbox.com/s/3fmwep5bddoidmj/Articoli%20La%20Versione%20del%2025%20nov.pdf?dl=0

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.

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