Draghi dirà le date?

Nuova conferenza stampa di Draghi, attese novità sulle riaperture. Varati DEF e scostamento di bilancio. Le Regioni sperano. Speranza resiste, D'Alema lo difende. La Pfizer vince la gara sui vaccini

Oggi dopo la cabina di regia, Mario Draghi dovrebbe annunciare il cronoprogramma delle riaperture. I giornali abbondano di possibili nuove regole e indiscrezioni sulle varie proposte avanzate dalla Regioni nelle riunioni delle ultime ore. Aspettiamo date (è il caso di dirlo) e dati certi. Fra l’altro sempre oggi, come ogni venerdì, ci sarà anche il punto degli esperti sul contagio e i vari colori. Una decisione presa formalmente è intanto quella del Consiglio dei Ministri di ieri che si è occupato di economia. Deciso lo scostamento di bilancio di più di 40 miliardi e varato il nuovo DEF. La notizia chiave è: aumenta il debito (siamo al record del 160 per cento in rapporto al Pil) per far aumentare la crescita. Sfida rischiosa, ma necessaria. Come spiega bene Verderami sul Corriere, è il vero programma di Draghi: scommettere su un debito “buono” (come disse al Meeting di Rimini) per ricostruire, con i giusti investimenti pubblici, la nostra economia. Sfruttando i finanziamenti dell’Europa.

I giornali ci aiutano fare il punto sulla campagna vaccinale: le somministrazioni sono tornate sopra le 300mila dosi in 24 ore e l'obiettivo di Figliuolo è che si continui a viaggiare costantemente su questi ritmi. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono state infatti iniettate 332 mila 185 dosi di vaccino. L'altra indicazione non derogabile è quella che riguarda le categorie: prima si vaccinano gli over 80 e i fragili, poi i settantenni e quindi i 60enni. Nella fascia 80-89 sono in testa, tra le regioni, il Veneto (87,5% di prime somministrazioni e 45,5% di seconde), la Lombardia (85,8 contro 43,1), l’Emilia-Romagna e la Basilicata. In fondo alla classifica Sicilia, Calabria e Liguria. Negli altri Paesi Ue non si è fatto molto meglio.

I sei giorni di stop in Usa del vaccino Johnson&Johnson condizionano anche l’Europa. L’Ema prende tempo e si riunirà solo il 20 aprile. I dettagli scientifici di alcune ricerche attribuiscono la responsabilità dei rarissimi casi di trombosi in giovani donne, come effetto collaterale, all’adenovirus, utilizzato come vettore virale. Meccanismo simile presente sia in AstraZeneca che in J&J. Anche Sputnik usa, in prima dose, un adenovirus come vettore. È possibile che si finisca per sancire delle restrizioni di età, non usando questi vaccini per le donne sotto i 60 anni. Vedremo le decisioni. Remuzzi, dell’Istituto Mario Negri lo dice chiaro: “Quelle donne avevano ben poche probabilità di morire per il Covid”. L’intervista del Corriere della Sera all’AD di Pfizer, Alberto Bourla, sembra tanto la sanzione di una vittoria insieme scientifica e geopolitica del vaccino americano. È sicuramente un vaccino superiore, spiegano gli esperti, quanto a nuova tecnologia ed efficacia e le ultime settimane lo hanno dimostrato.

Per la politica italiana segnaliamo una difesa da parte di Massimo D’Alema del ministro Speranza, per cui la Meloni ha presentato una mozione di sfiducia, che non avrà conseguenze. A Bologna una candidata sindaco renziana si getta nella mischia ed è, oltre le amministrative di Roma, un altro nodo per Letta. Bella intervista di Avvenire ad un campione di basket turco. Padellaro chiede a Draghi di trattare l’egiziano Al Sisi come Erdogan. Un dittatore tira l’altro. Oggi è il compleanno di Joseph Ratzinger, auguri al Papa emerito. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Effetto annuncio sui giornali, in attesa di decisioni definitive. Il Corriere della Sera anticipa: Maggio, tornano le zone gialle. Anche la Repubblica si porta avanti: Il calendario della ripresa. «Si riapre dal 3 maggio». Secondo La Stampa l’apertura è più in là, almeno di una quindicina di giorni: «Riapriamo tutto in un mese». Draghi: Salvini, basta dispetti. Quotidiano nazionale comincia a dettagliare, ma non siamo ancora alle decisioni finali: Bar, scuole, spettacoli: ecco le regole. Il Mattino più realistico: Riaperture, avanti adagio. Il Fatto, polemico come sempre: 400 morti al giorno e vogliono riaprire. Così come quelli del Domani: L’epidemia c’è ancora: i numeri non giustificano le riaperture. Della serie trame inconfessabili, La Verità accusa: ZINGARETTI REGALA AI RUSSI DATI GENETICI DEGLI ITALIANI. Mentre Il Giornale sostiene che contro le regioni del Nord il complotto è stato internazionale: Oms contro il Veneto. «Niente elogi a Zaia». A proposito di regioni, sui vaccini singolare titolo del Messaggero: Lazio, AstraZeneca ai volontari. Com’è giusto, Il Sole 24 Ore si occupa del Consiglio dei Ministri di ieri: Deficit all’11,8% e debito al 159,8%. Lo fa anche il Manifesto, che avvicina la pandemia da virus ai guai da nuovi stanziamenti pubblici: La variante del debito. Per Libero: Crescono solo i debiti. Avvenire sceglie di occuparsi della sentenza della Corte costituzionale contro l’ergastolo ostativo: Mai fine pena mai.

OGGI DRAGHI ANNUNCIA LE RIAPERTURE

Tommaso Ciriaco su Repubblica fa il punto sul Venerdì campale del governo Draghi.

«Saranno aperture «graduali», dirà Mario Draghi. Da fondare su dati scientifici solidi, senza fughe in avanti. Una volta decretate, però, saranno aperture «irreversibili». Inizieranno a maggio e proseguiranno nei prossimi 45 giorni, in crescendo. «Una cosa non posso consentire - è la linea che il premier ha anticipato al suo governo in queste ore - è che si decida la ripartenza di un settore e poi si torni indietro». Sarà il presidente del Consiglio ad accennare oggi le novità, prima alle Regioni e poi in conferenza stampa. È lo scheletro del decreto che sarà approvato giovedì prossimo in Consiglio dei Ministri. Draghi traccerà un orizzonte di «speranza» per dare forza a un Paese talmente «sfinito» da mostrare sintomi gravi che minano la tenuta sociale ed economica. Un modo per intercettare quella voglia di ripartenza che preme con sempre maggiore intensità alle porte di Palazzo Chigi. La chiave che consente di essere ottimisti per il futuro, è opinione di Draghi, sono ovviamente i vaccini. La gradualità promessa - la stessa su cui ha insistito ieri Roberto Speranza, sostenendo che «non si possono sbagliare tempi e modi delle riaperture» - sarà invece garantita da un cronoprogramma e servirà ad assicurare nel frattempo il maggior numero possibile di over 60 vaccinati, al ritmo attuale di un milione ogni tre giorni. Il primo segnale potrebbe arrivare già il 26 aprile, perché è allo studio in queste ore un cauto allentamento, ancora però da confermare: quello di tenere aperte alcune attività commerciali in zona rossa, dove per adesso i negozi sono chiusi. Ma la svolta è in agenda a inizio maggio (se il primo o il tre del mese è oggetto di un duello nella maggioranza). Di certo riapriranno tutte le scuole di ogni ordine e grado, anche in area rossa. E torneranno le zone gialle. Questo comporterà che anche i cinema e i teatri potrebbero tornare accessibili al pubblico - ovviamente garantendo protocolli di sicurezza a cui lavora il ministro Dario Franceschini - visto che l'ultimo dpcm prevedeva appunto questa possibilità. In "giallo" potrà anche riprendere il servizio dei bar, forse anticipando la loro chiusura dalle 18 alle 16. E, soprattutto, riprenderanno a lavorare i ristoranti a pranzo. I governatori e la Lega, in realtà, chiedono di farli ripartire fin da metà aprile e anche di sera, dove il contagio è basso. Ma è proprio su questo nodo che dovrebbe consumarsi lo scontro più duro, perché lasciare queste attività aperte di sera comporterebbe un allungamento dell'orario del coprifuoco. Il governo procederà, come detto, per gradi. Per questo, si studia in queste ore una soluzione intermedia che non scontenti troppo le Regioni, e a cui lavora anche la ministra Maria Stella Gelmini. L'idea è fissare un secondo step delle riaperture per il 17 maggio. Consentendo la mobilità tra Regioni. Riaprendo dove possibile bar, ristoranti e pub anche la sera, ma a condizione di servire ai tavoli e all'aperto. Il problema è che per farlo si dovrebbe mettere mano al divieto di circolazione fissato per il momento alle 22: potrebbe essere posticipato alle 24».

DEF E SOSTEGNI BIS: DEBITO AL 160% DEL PIL

A proposito di misure economiche. Ieri riunione importante del Governo: decisi scostamento di bilancio e DEF. Enrico Marro sul Corriere della Sera:

«Il prodotto interno lordo, dopo il -8,9% del 2020, crescerà quest' anno del 4,5%, grazie anche agli aiuti all'economia: quelli già decisi col decreto Sostegni per 32 miliardi e quelli che, alla fine del mese, si aggiungeranno col dl Sostegni bis per 40 miliardi, anche questi finanziati in deficit. Questo il risultato del Consiglio dei Ministri che ieri ha approvato il Def, Documento di economia e finanza, e la relazione alle Camere per chiedere appunto lo «scostamento di bilancio». Decisione, quest' ultima, che farà impennare il deficit 2021 all'11,8% del Pil, contro il 9,5% del 2020 e l'1,6% del 2019. Anche il debito pubblico, contrariamente a quanto previsto lo scorso autunno dal governo, salirà, sfiorando il 160% del Pil: 159,8%, per la precisione, superando il picco storico del primo dopo-guerra. E proprio ieri Bankitalia ha diffuso l'aggiornamento sul debito pubblico, che lo scorso febbraio ha già raggiunto il record di 2.643 miliardi di euro. Il Governo, spiega il ministro dell'Economia, Daniele Franco, nell'introduzione al Def, è convinto che «la partita chiave per il nostro Pese si giochi sulla crescita economica». Le politiche di bilancio rimarranno espansive fino a tutto il 2022, saranno neutre nel 2023 e dal 2024 seguiranno «un graduale cammino di consolidamento fiscale e persistente riduzione del rapporto debito/Pil». Nello scenario programmatico, il Pil cresce del 4,8% nel 2022, del 2,6% nel 2023 e dell'1,8% nel 2024».

Francesco Verderami sul Corriere propone un retroscena in cui offre una chiave per comprendere le mosse del Presidente del Consiglio: i prossimi quindici giorni sono quelli in cui Draghi si gioca tutto.  

«Tutto in due settimane. Sul fronte della pandemia e su quello dell'economia, la sfida di Draghi di qui a fine mese sarà rendere visibile una netta discontinuità rispetto al governo precedente. Il Consiglio dei ministri di ieri e la cabina di regia di oggi sono funzionali a quel cambio di passo che il premier vuole imprimere per mettere in sicurezza i cittadini dal virus cinese, restituirli progressivamente alla normalità, e così uscire dalla crisi che ha colpito imprese e lavoratori. Da quando si è insediato a Palazzo Chigi Draghi lavorava a questo momento, e se inizialmente puntò sulla chiusura del Paese fu proprio perché voleva anticiparne la riapertura, unico strumento per rilanciare l'economia nazionale. È stata una scelta politica che ora si accompagna al varo del Def, al decreto da 40 miliardi e al Recovery plan nel quale - rispetto al vecchio progetto - vengono dirottati 50 miliardi in più su nuovi investimenti. Le consultazioni avviate in questi giorni con i partiti, in vista della presentazione del Pnrr al Parlamento, sono parte della sua strategia: meglio accordarsi prima per evitare grane dopo. Gli interventi rapidi e diretti a favore delle imprese - garantiti dal nuovo scostamento di bilancio - serviranno ad assicurare che il sistema Italia si faccia trovare pronto quando l'economia ripartirà, per evitare il rischio che al semaforo verde le aziende restino ferme al palo senza benzina. Per il resto la scommessa di Draghi sta nel binomio debito alto-crescita alta: ai ministri infatti ha spiegato che in questa fase non si dovrà guardare ai tassi d'interesse ma al tasso di crescita, che bisognerà puntare sull'espansione dell'economia visto che non ci sarà spazio per una riduzione delle tasse. Draghi è convinto che i risultati si vedranno presto. (…) È politicamente complicato per un premier mettere in atto la discontinuità con il passato, se nel governo e in Parlamento bisogna collaborare anche coi protagonisti di quel passato. Certe malmostosità Draghi le avverte ancora in Consiglio dei ministri, ma è consapevole che gli sforzi vadano adesso concentrati sulla riuscita della missione, mantenendo un equilibrio tra i partiti che gli garantiscono la fiducia. E a fronte di un'evidente impasse dei giallorossi, deve gestire l'attivismo di Salvini, secondo cui «il governo è sempre più attento alle sensibilità del centrodestra, ha detto addio all'epoca delle mancette di Conte, e appoggia le riaperture ragionevoli». «Questo è un governo di unità nazionale», ha detto il premier alla delegazione leghista incontrata per discutere di Recovery plan: «Non serve farsi i dispetti». Ché poi è quanto si dicevano ieri alcuni ministri del Carroccio e del Pd alla fine del Consiglio. Anche perché la sfida di Draghi è la sfida del Paese. I cocci di un eventuale fallimento invece sarebbero tutti dei partiti».

VACCINI 1, LA SUPREMAZIA DI PFIZER

Parla in un’intervista esclusiva per l’Italia (è fatta insieme ad altri due giornali europei), l’AD di Pfizer, Alberto Bourla, un greco di origine ebraica. Per il Corriere della Sera doppia paginata scritta da Federico Fubini. Ecco un passaggio.   

«Albert Bourla incarna la più grande speranza esista oggi al mondo di uscire dalla peggiore pandemia dell’ultimo secolo. Neanche lui se lo sarebbe aspettato quando nel 1993, piccolo veterinario di Salonicco, entrò in Pfizer per un lavoro sulla salute animale in Grecia. Già sembrava improbabile che fosse lì. I suoi genitori erano stati fra i pochissimi sopravvissuti ai rastrellamenti nazisti contro gli ebrei sefarditi di Salonicco. Sua madre fu portata via da un parente non ebreo, che corruppe un ufficiale minuti prima del plotone di esecuzione. Suo padre era per caso fuori dal ghetto quando tutti furono presi e deportati. Oggi Bourla parla quasi ogni giorno via Zoom con Uğur Şahin, il medico di origine turca, musulmano, con il quale ha sviluppato il vaccino Covid di maggiore impatto per l’umanità. «Penso che sia un messaggio meraviglioso. Siamo amici. Abbiamo iniziato a lavorare insieme un anno fa senza neanche avere un contratto, non c’era tempo di scriverlo. Dovevamo salvare il mondo». Pfizer ha rifiutato gli enormi sussidi del governo americano, ma è arrivata per prima all’autorizzazione di un vaccino contro il Covid-19. Come avete fatto? «C’è un rapporto fra le due cose. Siamo andati veloce, più veloci di piccole biotech, anche se ci si poteva aspettare che, grandi come siamo, saremmo stati più lenti. Ci siamo dedicati completamente all’obiettivo e io ho cercato di proteggere i nostri scienziati dalla burocrazia che i sussidi pubblici portano con sé. Quando prendi soldi dal governo, ci sono obblighi ed è giusto che sia così: il governo vuole sapere come spendi, dove, e che piani hai. Non è solo il tuo progetto, sono anche i loro soldi. Questo io non lo volevo. Volevo che i nostri scienziati avessero tutte le risorse a loro disposizione, dato che gli stavo chiedendo di rendere possibile l’impossibile. Non gli potevo chiedere di fare in nove mesi qualcosa che di solito richiede dieci anni, se dovevano anche preoccuparsi dei soldi. Quindi, abbiamo rischiato due miliardi: questa è la dimensione dell’investimento, non poca cosa. Sapevo che se avessimo fallito, finanziariamente Pfizer avrebbe sofferto. Ma sapevo anche che, grazie alle nostre dimensioni, un fallimento non avrebbe distrutto l’azienda. Non ci avrebbe affondato. E sapevo che se avessimo fallito, avremmo avuto problemi molto più grandi: non noi soltanto, il mondo intero. Dunque non volevo neanche pensare che il fallimento fosse una possibilità. E alla fine siamo riusciti a fornire vaccini sicuri ed efficaci e a produrli molto rapidamente». Quanto ci metteranno i Paesi avanzati a tornare a un po’ di normalità? Per quando crede che in Europa riusciremo a essere tutti vaccinati? «Non posso parlare per le altre aziende farmaceutiche. Noi stiamo programmando di aumentare drasticamente le nostre forniture di vaccini ai Paesi europei nelle prossime settimane. In questo trimestre consegneremo oltre quattro volte di più di quanto abbiamo fatto nel primo trimestre: 250 milioni di dosi, dopo averne date 62 fino a marzo. E siamo in discussioni per fare di più. Ho fiducia che ci riusciremo. Certo, c’è sempre la possibilità che qualcosa vada storto, come si vede dai problemi che stanno avendo altre aziende. Qualche questione può sempre sorgere, quando hai a che fare con la manifattura complicatissima di prodotti biologici. Ma sono ottimista, ho fiducia, perché finora abbiamo prodotto tantissimo ed è andata a buon fine quasi nel 100% dei casi. Non ci sono stati lotti da buttare. Il nostro processo produttivo si è dimostrato stabile e affidabile». Ma crede che un ritorno alla normalità in autunno sia realistico? «Credo di sì. Lo vediamo dall’esempio di Israele. Certo, Israele è un Paese piccolo, con i confini chiusi. I movimenti in entrata e in uscita sono limitati e la popolazione vive in uno stato di guerra quasi continuo, dunque sa come rispondere rapidamente a una crisi. Ma lì siamo riusciti a dimostrare al mondo intero che c’è speranza. Quello era il senso dello studio sui dati israeliani. Sapevamo che l’euforia dopo i primi vaccini sarebbe venuta meno quando, mese dopo mese, la gente vede che la vita non cambia molto. Ma in Israele si vedono i veri effetti del vaccino: quando copri una parte importante della popolazione, diventa possibile tornare quasi alla vita di prima. Il punto è quando si riesce a vaccinare la gente. Ma dal nostro punto di vista, sono ottimista: consegneremo numeri importanti di dosi».

Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, sempre dalle colonne del giornale di Via Solferino,  cerca di tranquillizzare sui meccanismi di controllo degli effetti collaterali. E, da esperto, dice una verità spesso sottaciuta sui rari casi di trombosi: “Quelle donne avevano ben poche probabilità di morire per il Covid”.

«Le limitazioni imposte ad AstraZeneca e Johnson & Johnson non rappresentano un fallimento e non sono neppure un errore. Anzi, dovrebbero aumentare la fiducia nei vaccini da parte della gente». Professor Remuzzi, i dubbi sempre più diffusi non sono legittimi? «Invece di fare il processo alla comunicazione delle due case farmaceutiche, anche loro alle prese con la prima pandemia della loro storia recente, sarebbe meglio ricordare che la scienza avanza sempre per approssimazioni successive. Più si fa, più si capisce». E con il caos piombato sulla campagna vaccinale che si fa? «Proprio il fatto che appena si vede un problema, per quanto raro, ci si ferma e si cerca di capire, deve aumentare la fiducia delle persone nel nostro sistema di controllo. Quella che chiamano confusione, in realtà sono nuove informazioni». Allora perché quasi tutti i Paesi hanno bloccato questi due vaccini? «Per giusta precauzione. Le complicanze trombotiche associate ai vaccini a vettore virale come AstraZeneca e Johnson & Johnson sono molto rare, 222 casi su 34 milioni di dosi nel primo caso, 6 casi su 7 milioni nel secondo, quasi sempre su donne sotto i sessant' anni di età». Quindi le probabilità sono inferiori a quelle di restare vittima di un incidente aereo? «Mi capita sempre più spesso di ascoltare questi paragoni. E non mi convincono. Non bisogna soffiare sulle paure, ma non bisogna neppure esagerare dall'altra parte, perché potrebbe essere controproducente. Quelle trombosi, in quelle sedi del corpo, non sono frequenti, soprattutto non nelle giovani donne. È molto probabile che siano legate al vaccino. Non può essere una coincidenza, un accidente come la caduta di un aereo o il morso di un cane». (…) Quindi per pochi casi di trombosi vale la pena sospendere la campagna vaccinale in un Paese che ha una media di 450 morti al giorno per Covid? «Sono due discorsi ben differenti. Non c'è alcun dubbio sul fatto che continuare a usare questi vaccini salva migliaia di vite. Tuttavia questi rari casi vanno capiti e chiariti. Altrimenti rimarrà sempre una nuvola di sfiducia. Quelle donne avevano ben poche probabilità di morire per il Covid. È bene dirlo. Saranno anche pochi decessi, ma vanno conosciuti e investigati, per evitare che si ripetano». Li possiamo curare? «Assolutamente sì. Sono eventi simili alle trombosi legate alla riduzione delle piastrine indotte dall'uso di eparina, un fenomeno ben conosciuto e abbastanza frequente. Ma se capita un caso del genere a un medico di famiglia, non è così scontato che arrivi alla giusta diagnosi. Per questo è importante sapere che può accadere, e ragionarci sopra». Come è possibile che solo ora si venga a sapere di queste controindicazioni? «La maggior parte degli studi registrativi è stata fatta su poche migliaia di persone. L'evento negativo è così raro che non è stato colto, salvo un caso isolato su trentamila per Johnson & Johnson. Solo quando cominci a vaccinare milioni di persone vedi cose che non ti aspetti. Non è una circostanza dovuta all'urgenza della pandemia. È stato così per ogni vaccino. Solo che prima non ci avevamo mai prestato tutta questa attenzione». 

VACCINI 2, LE FESTE DEGLI ALTRI

I social sono così: inducono a sommari referendum. I vicini fanno una festa, non proprio in osservanza delle norme anti assembramento, e voi che fate? Massimo Gramellini nel suo Caffè sulla prima del Corriere si chiede: Siete Gassman o Ruggeri?

«Che fare quando il vicino di pianerottolo organizza un assembramento festaiolo, premessa di un potenziale focolaio? Se lo è chiesto con l'abituale mitezza Alessandro Gassmann, limitandosi a esporre le possibili alternative: fare finta di niente, condurre una trattativa diplomatica con il vicino, denunciare gli aventi party alle autorità. I beceri in servizio permanente effettivo lo hanno coperto di insulti, attribuendogli la terza scelta per il solo fatto di averla evocata. Una minoranza di ironici, l'unica che qui ci interessa, ha parlato con la voce di Enrico Ruggeri, equiparando la delazione condominiale ai metodi della Germania comunista. (…) Messo alle strette, credo che mi comporterei come suppongo abbia fatto Gassmann. Prima sopporterei rodendomi il fegato. Poi andrei a parlamentare con i reprobi cercando di non lasciarmi corrompere da una tartina. E infine NON denuncerei nessuno (per farlo bisogna averci il fisico), limitandomi a scrivere la storia sui social senza fare i nomi, che se non uno sputtanamento è almeno un avvertimento. Nella speranza che il senso del ridicolo riesca sempre a proteggermi dal virus dell'ego, che ci fa parlare come Gassmann quando la festa è degli altri e come Ruggeri quando è la nostra».

D’ALEMA DIFENDE SPERANZA

Rompe il silenzio Massimo D’Alema. Nell’intervista sul Corriere con Tommaso Labate interviene sul ministro Speranza, che difende a tutto tondo, sul “complotto” evocato da Bettini che avrebbe fatto cadere Draghi, sulla Destra di Salvini. Dà la sua versione anche sulla storia dei ventilatori cinesi, comprati un anno fa e di cui si è occupata La Verità.

«Il ministro Speranza ha gestito bene una crisi difficile, drammatica e inaspettata, che ha messo in difficoltà tutto il mondo. È stato scrupoloso, attento principalmente all'obiettivo di mettere in sicurezza le vite umane, ha collaborato con la comunità scientifica. Ed è forse per questo che è finito nel mirino di quelli che evidentemente, se fossero stati al governo, avrebbero usato il metodo di Bolsonaro, con i risultati che purtroppo per il popolo brasiliano sono sotto gli occhi del mondo. Mi lasci dire che l'aggressione a Speranza ha molto a che fare con una certa cultura di destra, rozza e squadristica, che comprende l'insulto e gli attacchi fino a innescare minacce personali». Dal suo punto di vista, Draghi ha difeso a sufficienza l'operato di Speranza? «Il presidente del Consiglio si è assunto la responsabilità di una linea di condotta orientata alla difesa della salute degli italiani, che poi è la linea di Speranza. Per cui la risposta è sì. Entrambi i premier con cui ha lavorato hanno difeso il suo lavoro. Io rimango però preoccupato per la spinta di una destra molto becera, di cui la campagna contro il ministro della Salute è una spia evidente, che rischia di logorare rapidamente l'azione del governo Draghi, vittima di continui contrasti. La legge elettorale in vigore potrebbe portare molto presto questa destra a governare da sola. Perché agevola l'aggregarsi pasticciato e dannoso di soggetti che hanno lucrato una qualche legittimazione europea per aver scelto di sostenere questo governo, come la Lega, e forze che sono andate all'opposizione, come Fratelli d'Italia». Che bilancio dà dei primi due mesi di governo Draghi? «Le rispondo da militante di una delle forze politiche che sostiene il governo. Il governo Draghi è nato da uno stato di necessità: il governo precedente non aveva più la maggioranza e quindi il presidente della Repubblica, ritenendo con molte ragioni che non ci fossero le condizioni per tornare alle urne, ha scelto di affidare l'incarico a una personalità di grande valore. Questo si riflette in modo significativo nei rapporti internazionali del nostro Paese. Ma all'interno oggi sta emergendo con grande nettezza, com' era prevedibile, che una maggioranza più larga è anche, giocoforza, una maggioranza più divisa. Quello che guadagni in stabilità aritmetica lo perdi in stabilità politica» (…). Bettini è convinto che il governo Conte sia caduto per una «convergenza di interessi italiani e internazionali». «Da quello che ho letto, credo che in tanti non abbiano capito il pensiero di Bettini. Preferisco quindi non commentare i commenti altrui, che hanno oscurato l'importantissimo lavoro che Goffredo sta portando avanti e di cui abbiamo un grande bisogno. La rifondazione della sinistra deve ripartire dal lavoro, dall'attenzione alle diseguaglianze prodotte dallo sviluppo di questi anni e che la che la pandemia ha aggravato, dalla sofferenza sociale che cresce in tante parti del Paese. Tutto questo richiede una risposta forte e non solo congiunturale. Guardiamo alla massiccia azione di investimenti pubblici inaugurata da Biden negli Stati Uniti, che sarà ripagata col debito ma anche con un significativo aumento delle tasse ai ricchi. Qui da noi avrebbero preso l'inquilino della Casa Bianca per un pericoloso sovversivo, per un incallito statalista». Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, lei avrebbe avuto alcuni interessi diretti o indiretti nella diffusione di ventilatori made in China, l'anno scorso. Che cosa risponde? «Nel momento più drammatico della pandemia, in virtù delle mie buone relazioni internazionali coi cinesi, mi è stato chiesto di dare una mano a recuperare dei ventilatori. Il problema era che lo Stato italiano poteva pagare alla consegna mentre i cinesi chiedevano che si saldasse al momento dell'ordine. Un'associazione internazionale, di cui faccio parte, si fece carico di comprare questi ventilatori per conto del governo italiano, anticipando di fatto i soldi». Pare che i ventilatori fossero difettosi. «Non ho assolutamente idea di come sia maturata questa convinzione dopo un anno, tuttavia le modalità dell'acquisto furono assolutamente trasparenti e documentate sul sito della Protezione civile. I cinesi mostrarono la documentazione relativa ai modelli reperibili sul loro mercato e la Protezione civile scelse il prodotto di cui si parla; che, fra l'altro, era il più ricercato e di cui, negli stessi giorni, il comune di New York comprò mille esemplari. A quel punto, i ventilatori furono acquistati e inviati in Italia. Ritengo che chi si è attivato per il nostro Paese vada ringraziato; per quanto mi riguarda, ho solo messo in contatto le due parti. Tutta questa procedura, come ho già detto, è documentata sul sito della Protezione civile. A volte basterebbe saper leggere. E, ovviamente, aver voglia di farlo».

Proprio Maurizio Belpietro dedica il fondo de La Verità all’iniziativa della Meloni di proporre alle Camere una mozione di sfiducia nei confronti del Ministro della Salute Roberto Speranza. La Lega non la potrà votare e, spiega il direttore, finirà nel nulla. Belpietro rilancia invece una commissione d’inchiesta sulle responsabilità del Governo Conte.   

«Voglio con questo dire che Fratelli d'Italia sbaglia a chiedere le dimissioni del ministro? No, io stesso le ho chieste più volte, ritenendole quasi obbligate, ma Speranza non ha alcuna intenzione di scollarsi dalla poltrona, perché sa che se lo facesse la sua carriera politica sarebbe conclusa. Che fare allora per liberarci dell'ingombrante personaggio? Va bene insistere per levarselo di torno, ma forse si potrebbe per una volta prendere la palla al balzo di un Renzi che chiede una commissione d'inchiesta sugli errori compiuti durante la pandemia. Conte e il suo ministro della Salute, a questo punto, potrebbero essere costretti a spiegarci tante cose, dal rapporto insabbiato da Ranieri Guerra, alla nomina di Domenico Arcuri, alle tante esitazioni che hanno accompagnato il «modello Italia». Altro che dichiarazioni in Parlamento: qualcuno dovrebbe rispondere alle domande».

PD: LA RENZIANA PENTITA E LA “DRAGHIANA” DI BOLOGNA

I maldipancia della sinistra. È una millennial, nata al partito con Renzi, che però ora lascia Italia Viva e torna al Partito democratico. Repubblica intervista Arianna Furi.   

«Classe ’98, maturità al liceo classico Visconti, iscritta a Giurisprudenza e un lavoro che già la soddisfa, ad appena 19 anni Arianna Furi diventa la più giovane componente della Direzione nazionale del Pd, allora guidato da Matteo Renzi. Una folgorazione per entrambi. In quel 2017 la vulcanica romana aveva difatti fondato l’associazione dei Millennials, che conta oggi più di 7mila under 30 impegnati nella politica e nel sociale. Quando poi due anni fa si consuma la scissione Arianna non ci pensa neppure un secondo: “Per tener fede ai miei principi e ai miei ideali” segue il suo mentore nella nuova avventura, animatrice delle ultime due Leopolde, entrando subito nel Comitato nazionale di Italia Viva (che è il corrispettivo della Direzione dem). “Peccato solo che non si sia mai riunito. Neanche una volta”. Perché ha deciso di tornare nel Pd? Io sono nata a e cresciuta con Renzi, ma mi sono resa conto che non abbiamo più la stessa visione politica e del partito. Per me è stata una grande delusione. Non mi aspettavo che Iv sarebbe stata così fluida”. Ma non è che va via perché ha litigato con Renzi? “Assolutamente no, non ho avuto nessun conflitto né con lui né con altri. Torno nella casa dove sono nata perché la casa dove sono adesso, semplicemente, non c’è”. Chissà Matteo come la prenderà…“Gliene ho parlato, l’ho avvisato. Lui mi ha risposto: 'Cara Arianna fa’ quello che senti di più vero nel tuo cuore'. Va bene così”. Ha cambiato idea su di lui? È Matteo che a un certo punto è cambiato. Ha perso la capacità di essere leader. Il leader non è semplicemente il capo di qualcosa, è chi riesce a coinvolgere collaboratori e attivisti, e sa fare squadra. Ma qui la squadra è inesistente. Ed è veramente triste”».

Sarà anche cambiato “Matteo”, ma la sua idea sul nuovo sindaco di Bologna sta scardinando le logiche della “ditta”, come ama chiamarla Bersani. Sempre Repubblica ci racconta dell’ascesa di Isabella Conti, proposta a sorpresa da Renzi come candidato sindaco.

 «Ora Isabella Conti vuole mangiarsi mezzo Pd e prendersi Bologna. La sindaca renziana del piccolo Comune di San Lazzaro che Matteo Renzi ha lanciato alle primarie del centrosinistra per la città solo una settimana fa - gettandola nella mischia del duello tutto Pd tra il favorito Matteo Lepore e Alberto Aitini - è pronta a correre ai gazebo. Non da rappresentante di Renzi, ma da indipendente, civica «senza padri né padrini» e senza bandiera di partito. Soprattutto senza quella di Iv, che rischia d'affondarla in partenza. Così la partita bolognese per il successore di Virginio Merola che pareva bella e fatta, chiusa nella sfida interna tra due assessori della sua giunta e con Lepore vincitore certo, diventa una delle più complicate e insidiose del già complesso scacchiere nazionale delle prossime amministrative. Renzi, non a caso, ha garantito a Conti massima libertà di movimento. E lei non se lo è fatta ripetere. In una settimana, tra ospitate in tv e contatti con tutti i livelli del Pd e della società civile, ha costruito una sua rete. Ha ricordato i suoi anni di militanza a sinistra e nel Pd e la sua indipendenza nella battaglia ambientalista di Idice. Ha aperto al M5S - «sono ex elettori di centrosinistra» - e alle Sardine - «siamo stati in piazza insieme, per Zaki e per il Black lives matter» - e ha rimarcato a ogni passo la sua autonomia definendosi non renziana ma "isabelliana". Il prossimo passo è annunciare una corsa civica, dribblando il tentativo Pd di tenere Italia Viva fuori dalla coalizione, e puntare a correre in ticket con il dem Aitini, sfidante di Lepore ed esponente di Base riformista. A braccetto con Aitini, Conti vuole aprire una breccia e prendersi ai gazebo larghe fette del Pd. Proprio come ha fatto nel 2019 a San Lazzaro, comune di sinistra-sinistra dove la sindaca, allora ancora tra i dem, con una lista civica autonoma ottenne da sola il 56%, riducendo Pd e sinistra al 16%. E costruendo attorno a sé una maggioranza "draghiana" dalla quale alla fine rimase fuori solo Fdi».

AL SISI E IL CESTISTA CONTRO ERDOGAN

L’Avvenire propone un’intervista-racconto scritta da Mauro Berruto, già allenatore della nazionale di Pallavolo italiana e da poco nominato da Letta nella segreteria del Pd.  Berruto è a colloquio con Enes Kanter, campione del basket Usa, di origini turche, voce delle vittime del regime di Erdogan.

«Prendere rimbalzi è un lavoro sporco, ma qualcuno lo deve pur fare. Se giochi a basket e tutti da te si aspettano quel lavoro, non hai grosse alternative. Usi i gomiti, impari il taglia-fuori, ne prendi e ne dai. (…). Prendere rimbalzi è qualcosa che sa fare egregiamente Enes Kanter, 28 anni, superstar dell'NBA di oggi. Lui arriva dal nostro continente, da quella Turchia che nomina abbassando lo sguardo, come trafitto da una nostalgia irrisolvibile, e il cui governo lo considera un terrorista. Ho incontrato Enes Kanter nelle poche ore che separavano due match della sua Portland: contro Detroit, la sera prima, e poi Miami, poche ore dopo la nostra chiacchierata. Ho fatto l'allenatore e, posso assicuralo, non ho mai incontrato una tale disponibilità e una voglia di guardare altrove, come in questo ragazzo a cui hanno tolto passaporto, famiglia, nazionalità e che insiste con coraggio a combattere e a prendere rimbalzi. Ne aveva presi trenta la sera prima, un record storico. «Prendere rimbalzi è qualcosa che ha a che fare con l'aiutare gli altri, è una specie di dono di Dio. In qualche modo intuisco dove la palla andrà a finire e faccio il mio lavoro. Prendere un rimbalzo dà grande fiducia alla squadra, regala una seconda opportunità. È soprattutto un fatto di volontà». Si può immaginare che questo gigante sia un incubo per i suoi avversari sotto canestro, ma a guardarlo, non si capisce come sia possibile vedere in lui un pericoloso terrorista. Il suo sorriso non si spegne, ma cambia significato: «Te lo spiego - mi dice - questo è il mio decimo anno negli Usa e nelle prime due stagioni non pensavo ad altro che al basket. Poi nel 2013 in Turchia ci fu un grande scandalo di corruzione. Erdogan era Primo Ministro e lui, la sua famiglia, alcuni membri del Congresso ne furono coinvolti. Gli investigatori trovarono delle registrazioni dove parlava con suo figlio e altri politici di quel denaro sottratto alla gente. Impazzì, letteralmente, e incominciò a incarcerare tutti coloro che si occupavano di quel tema. Ancora oggi la Turchia è fra i Paesi con il più grande numero di giornalisti in carcere e non c'è libertà di stampa. Così ho pensato che il mio compito dovesse essere quello di parlare dei diritti umani, della libertà di espressione o religione. Ogni volta che faccio un tweet su questi temi, diventa virale. Erdogan odia tutto questo. Lui vuole il mio silenzio. Ecco perché devo essere la voce di chi non ha voce». Enes Kanter sa che la libertà ha un prezzo che lui sta pagando e che il suo contratto milionario con Portland non potrà mai risarcire. «Mio padre era professore di genetica all'Università della Tracia. È stato licenziato, arrestato, condannato a 15 anni di prigione. Mia madre è un'infermiera, mia sorella ha studiato medicina per sei anni e non lavorano. Mio fratello gioca a basket ed è stato letteralmente cacciato da tutti i club turchi. Tutto questo per via del loro cognome. Mio padre è stato costretto a fare una dichiarazione a mezzo stampa disconoscendomi, chiedendomi di cambiarlo, quel cognome, per aver infangato l'onore della Turchia. Fu uno dei giorni più duri della mia vita». Il padre di Enes, grazie a pressioni internazionali, è stato scarcerato nel 2020, ma questa superstar che con un tweet può raggiungere milioni di persone, non si ricorda neppure quando è stata l'ultima volta che ha potuto parlare con la sua famiglia. «Mio padre è stato liberato, ne sono felice, ma il mio lavoro non è finito. Ci sono ancora tantissimi prigionieri politici, giornalisti, donne che sono in carcere e che hanno bisogno di aiuto. Non mi fermerò finché anche queste persone innocenti saranno libere». Quando parliamo di che cosa gli succederebbe se tornasse oggi in Turchia, lo sguardo scappa di nuovo da un'altra parte. «Hanno segnalato il mio nome all'Interpol. Ho informazioni certe che, durante la presidenza di Donald Trump, Erdogan gli chiese personalmente la mia estradizione, ma io, negli Stati Uniti, non ho mai preso neppure una multa per il parcheggio. Se tornassi in Turchia sarei portato immediatamente in carcere, torturato come migliaia di altre persone. Forse leggereste che sono morto suicida o avvelenato da qualche fanatico. Certamente non sentireste mai più una mia parola».

Antonio Padellaro sul Fatto chiede a Draghi una “seconda mossa” contro i dittatori. Dopo la Turchia, il Governo dovrebbe occuparsi dell’Egitto. Ce lo chiedono la memoria di Regeni e il carcere di Zaki.

«Adesso però nella presa di distanza dai regimi autocratici, il governo italiano è chiamato a una inevitabile seconda mossa poiché se parliamo di violazione dei diritti umani, il governo egiziano di Al Sisi non ha certo meno benemerenze del sultano turco. Mentre l'inchiesta sull'assassinio di Giulio Regeni si arricchisce di nuovi depistaggi (gli agenti sapevano della sua morte e decisero di inscenare una rapina finita male), mercoledì al Senato la richiesta di concedere la cittadinanza italiana allo studente egiziano Patrick Zaki, detenuto nelle carceri del Cairo sulla base di accuse pretestuose, è stata pressoché unanime. Di particolare valore morale e simbolico la presenza in aula della senatrice a vita Liliana Segre, 90 anni, che ha detto: "Sarò sempre presente quando si parla di libertà. Ricordo cosa si prova da innocente in prigione". Insomma, definendo Erdogan per quello che è, in difesa dei valori basilari della democrazia, Draghi ha intrapreso una strada accidentata che non gli procurerà molte simpatie da parte di certi nostri vicini che con la parola democrazia si puliscono gli stivali. Ma come ogni percorso consapevole, non può fermarsi alla prima tappa».

COMPLEANNO BENEDETTO

Il Papa emerito compie oggi 94 anni. Lo segnala Il Giornale con un articolo di Serena Sartini, che riporta le considerazioni del teologo Elio Guerriero su Joseph Ratzinger.

«La messa quotidiana, un pranzo con la sua famiglia, qualche regalo, la preghiera e la musica. Sarà una giornata semplice quella che oggi segna i 94 anni di Joseph Ratzinger. Il primo anno senza il suo amato fratello Georg, scomparso il primo luglio del 2020. Il Papa emerito - che vive oramai da otto anni nel Monastero Mater Ecclesiae nei Giardini Vaticani - è circondato dall'affetto del suo segretario monsignor Georg Gaenswein e dalle sue quattro memores, le suore di Comunione e Liberazione. In dono, come ogni anno, arriveranno dolci (non è un segreto la golosità di Benedetto XVI), libri - preferibilmente di teologia - e musica. Ma anche biglietti, telefonate e messaggi di affetto e vicinanza. «Quello che mi colpisce di quest' uomo - dice al Giornale il teologo e scrittore Elio Guerriero, autore del volume Servitore di Dio e dell'umanità. La biografia di Benedetto XVI - è il grande equilibrio che ha sempre avuto e che non è semplice da avere tra fede e ragione. Ratzinger nasce in una famiglia molto pia; ma in conseguenza della seconda guerra mondiale, del nazismo, con tutte le sue conseguenze, sviluppò abbastanza presto la capacità di voler comprendere. E queste due componenti, da una parte la fede - ereditata dalla famiglia - e dall'altra la grande sete di conoscenza e di voler capire, mi colpiscono molto dell'uomo Ratzinger». «Quest’anno, nel quale ricordiamo i 700 anni dalla morte di Dante vorrei ricordare che nell'Enciclica sull'amore, il Papa tedesco cita il verso conclusivo della Commedia: L'amor che move il sole e l'altre stelle: un segno anche della sua attenzione e affetto per la cultura italiana». Un uomo lucido e vigile, seppure con le sue criticità fisiche (problemi agli occhi e difficoltà nel camminare), ma chi lo ha visto recentemente riferisce di un 94enne che ascolta con profondità e attenzione, e che partecipa con grande intelligenza ai discorsi».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi La Versione del Venerdì, un commento corsaro. Non mancate.