Draghi non molla sui brevetti

Al WTO puntano su risultati concreti entro maggio. La Biontech intanto vola negli utili. AstraZeneca criminalizzato. Tre nodi per la politica: riaperture, sbarchi e giustizia. Letta metabolizza Raggi

Parliamo ancora di vaccini. Su AstraZeneca si potrebbe scrivere un intero romanzo giallo alla Dan Brown, per le cose che sono state fatte, e soprattutto per quelle dette e scritte. Sono stati evidenti gli interessi della Ue, dei singoli Stati e delle case farmaceutiche a boicottarlo. Eppure i grandi difensori del mercato e dei profitti, che si sono inalberati in questi giorni contro la proposta Biden sulla sospensione dei brevetti, parlano poco volentieri di questa clamorosa mancanza di uguali opportunità data ad un vaccino che costa un ventesimo di quello Pfizer Biontech. Il dato di fatto è che in mezza Italia c’è una grande diffidenza per il siero anglo svedese, dopo la girandola di decisioni europee ed italiane su rischi e fasce d’età più adatte. Per questo il ritmo dei 500 mila vaccini al giorno non è costante. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono state fatte 448 mila 646 somministrazioni, 50 mila meno del dovuto.

Intanto, anche a conferma del titolo della Versione di ieri, la Biontech tedesca, partner della Pfizer, ha presentato i conti dell’ultimo anno: era in rosso ed ora avrà utili per ben 12 miliardi di euro. Non solo, in linea con la Merkel, il Ceo della compagnia ha annunciato una grande alleanza con la Cina. Draghi però non molla e insiste sulla sospensione dei brevetti, ieri ha avuto un lungo vertice con la direttrice generale del WTO. Si punta a risultati concreti entro fine maggio.  

La politica italiana è tormentata su tre fronti: le riaperture dei locali con il valzer sul coprifuoco e sulle date. Gli sbarchi a Lampedusa, che non possono andare avanti molto con questo ritmo. La riforma della giustizia che ha tempi stretti, stabiliti dall’Europa e che ieri ha cominciato il suo iter con l’intervento della ministra Cartabia. Il Pd cerca di metabolizzare l’aver accettato le candidature di Raggi a Roma ed Appendino a Torino, sindache uscenti avversate per 5 anni. Non c’è, se non in Liguria, un vero candidato comune coi 5 Stelle. Esiste ancora un’alleanza organica? Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Annuncio sulle riaperture per il Corriere della Sera: Così cambierà il coprifuoco. Altro annuncio anche dal Messaggero ma questa volta sulla campagna di Figliuolo: Caos vaccini, cambia il piano. Mentre La Stampa promette, rilanciando il generale: Figliuolo: «Svolta a giugno con i vaccini nelle farmacie». Il Quotidiano nazionale è pessimista: La macchina dei vaccini non decolla. Altro tema sono i migranti, la Repubblica: Migranti, Draghi all’Ue: «Un patto con la Libia». Libero vorrebbe il Capitano con pieni poteri: Rimettete Salvini al Viminale. La Verità fa i paragoni: Per gli italiani divieti e multe. I clandestini li ammassano così. Il Domani ricorda la missione in Libia di Draghi e Di Maio: La guerra alle ong e i favori alla Libia non fermano gli sbarchi. Del Medio Oriente si occupano Avvenire: Gerusalemme brucia e il Manifesto: A tutta spianata. Della riforma dei processi scrivono Il Giornale: Giustizia, si cambia. Il Mattino: Giustizia, l’aut-aut di Cartabia. E Il Fatto di Travaglio: La svolta Cartabia è quella di Berlusconi. Il Sole 24 Ore titola sugli utili di Borsa che distribuiranno le società quotate in Piazza Affari: Super dividendi da 17 miliardi.

IL VALZER DELLE RIAPERTURE

L’immagine è di Marco Conti sul Messaggero: su divieti e orari del coprifuoco più che uno scontro, c’è un ballo fra le forze politiche: in primo piano gli orari e i conti in tasca al commercio.

«Al ballo delle riaperture c'è chi si lancia in avanti e chiede di azzerare ogni restrizione (Lega), chi vorrebbe mantenerle ancora per due o tre settimane (Leu e M5S) e chi è più selettivo e difende le ragioni dei centri commerciali (Pd) o del wedding (FI). Ma intanto le categorie fanno i conti. E Confesercenti stima in 30 milioni i consumi in più nei locali, bar e ristoranti, per ogni ora di apertura aggiuntiva, ma un po' tutti i servizi studi si stanno esercitando sul tema. Il solo prolungamento alle 23 potrebbe valere fino al 10% del fatturato, secondo Fipe. In vista della riunione della cabina di regia convocata per oggi e che dovrà decidere anche delle possibili riaperture, Matteo Salvini ha riunito ieri i ministri leghisti indicando «tre priorità: aperture, aperture, aperture», già «da questa settimana» e «senza coprifuoco». L'astensione all'ultimo decreto dei ministri leghisti, e l'entusiasmo mostrato ieri, fanno pensare che è possibile già da lunedì un deciso cambio di marcia che Salvini intende legare anche al varo del decreto sostegni il cui via libera è quindi subordinato all'accordo sulle riaperture. Ma contro «pifferai magici» che provano ad intestarsi le scelte del governo si scaglia il segretario del Pd Enrico Letta che rivendica la posizione cauta del Pd e sostiene la prudenza di Roberto Speranza. Il «rischio ragionato» resta il criterio che Mario Draghi intende seguire anche stavolta. Il principio di «gradualità» - enunciato anche di recente - applicato su ogni singola misura, tenendo conto degli effetti sanitari ma anche delle conseguenze economiche che, con l'avvicinarsi della stagione turistica, rischiano di pesare non poco. E' quindi possibile che il coprifuoco venga spostato alle 24 da lunedì, in vista di una sua abolizione a giugno, anche se al ministero della Salute spingono per le 23 da lunedì e poi dalle 24 tra una settimana».

LA CATTIVA REPUTAZIONE DI ASTRAZENECA

Mentre nel nord Italia non ci sono problemi rilevanti, la campagna vaccinale continua ad avere rallentamenti in alcune regioni, in particolare Campania e Sicilia ma anche Lazio, dove AstraZeneca resta in grandi quantità nei frigoriferi. Sul Corriere l’assessore regionale alla Sanità del Lazio rivendica la decisione di lasciare agli assistiti la scelta del vaccino. La cronaca di Enza Cusmai sul Giornale: 

«Nel Lazio, dove si può prenotare il vaccino che si preferisce, la gente ha molto gradito Pfizer tanto che nel mese di maggio ha fatto sold out, mentre i laziali hanno snobbato AstraZeneca dove, in questo momento, negli hub vaccinali ben 100mila dosi sono in attesa di volontari. E le prenotazioni latitano. Un po' come succede in alcune regioni del Sud dove faticano a inoculare il siero di anglo-svedese. In Sicilia, ci sono ancora più della metà delle dosi in frigorifero. Per l'esattezza, le dosi snobbate sono il 52% del totale. E forse proprio per alleggerire il carico delle scorte inutilizzate che giovedì, 13 maggio, ben 50mila dosi di AstraZeneca saranno trasferite dall'isola alla regione Puglia. Un bel gruzzoletto che forse avrebbe voluto ricevere la Lombardia o il Piemonte che avevano pubblicamente chiesto di ottenere parte dei vaccini inutilizzati al Sud per accelerare la campagna di somministrazione regionale, ricevendo uno stop dal governo. Ma sembra che la scelta sia stata indirizzata sulla Puglia. Il motivo ufficiale è ancora sconosciuto».

Federico Fubini sul Corriere della Sera si sente in dovere di tornare all’Ema per rassicurare sulla qualità del vaccino AstraZeneca, intervistando Emer Cooke, la direttrice di Ema. 

«C'è molta confusione sui vaccini, sui rischi e i vantaggi. Qual è il suo messaggio ai governi su Astra Zeneca? «Il mio messaggio riguarda tutti e quattro i vaccini da noi autorizzati (di BioNTech/Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Johnson & Johnson, ndr): sono sicuri, di qualità ed efficaci. Abbiamo un sistema che ci permette di monitorare gli effetti collaterali dei prodotti. Così siamo stati in grado di valutare alcuni effetti collaterali molto rari dei vaccini di AstraZeneca e di Janssen (Johnson & Johnson, ndr)». I diversi Paesi Ue danno restrizioni e criteri d'età diversi per AstraZeneca. Qual è l'approccio giusto? «Noi lo abbiamo autorizzato dai 18 anni in su, sulla base delle prove presentate nel dossier relativo. Ora, i Paesi possono prendere decisioni diverse che dipendono dalle situazioni nazionali. Noi valutiamo il prodotto in sé». C'è una soglia di vaccinazioni oltre la quale torneremo a un po' di normalità? «Sarebbe bello avere una palla di vetro. Ma, al momento, l'unica cifra che posso dare è l'obiettivo della Commissione Ue: il 70% della popolazione europea adulta vaccinata entro l'estate. Siamo in linea con questo obiettivo».

Il generale Figliulo fissa un altro obiettivo: raddoppiare nel mese di giugno le somministrazioni. Arrivare ad un milione al giorno. Come? Con farmacie e medici di base. Lo dice a Grazia Longo su La Stampa.

«Il mio obiettivo è superare le 500 mila somministrazioni al giorno entro giugno». In che modo sarà possibile? «Occorre coinvolgere maggiormente i medici di base e le farmacie, in modo che il loro intervento passi dall'attuale regime di emergenza a una fase più strutturata. Attualmente l'impiego dei medici di libera scelta non è omogeneo nelle varie Regioni, ma è indispensabile l'adesione uniforme e diffusa e una congrua quota di dosi loro dedicate». Com' è possibile che le dosi aumentino oltre le 500 mila unità al giorno? «In Italia ci sono circa 43 mila medici di famiglia e 20 mila farmacie. Se ogni medico inoculasse dieci vaccini al giorno, otterremmo 430.000 dosi in più alle quali se ne potrebbero aggiungere altre 100.000 per il ruolo delle farmacie. Le previsioni sono approssimative, ma se aggiungiamo a queste proiezioni quello che già facciamo possiamo riuscirci. Teniamo presente che i medici di base sono in grado di somministrare ogni anno 8-11 milioni di vaccini antinfluenzali in pochi mesi. I pazienti si fidano di loro, si rivolgono a loro con maggiore disponibilità rispetto a un anonimo seppur efficiente hub vaccinale. Per questa ragione auspico una sorta di emulazione virtuosa in modo che siano gli stessi pazienti a sollecitare il proprio dottore in base a quello che fanno altri suoi colleghi». Con quali mezzi i medici di base verrebbero riforniti del vaccino? E poi, non c'è il problema della catena del freddo per la conservazione delle fiale? «La consegna dei vaccini potrebbe usufruire del sistema già radicato della distribuzione dei farmaci. Mentre per la catena del freddo non c'è problema, perché una volta spacchettate le fiale possono essere tenute in un normale frigorifero. Ribadisco che dobbiamo accelerare e giugno è il mese clou, quello giusto per dare la spallata».

DRAGHI INSITE SULLA SOSPENSIONE DEI BREVETTI, PROFITTI PER BIONTECH

Sul fronte dei vaccini per tutti, Draghi non molla. Insiste con i partner europei e ieri ha avuto un lungo colloquio con la direttrice dell’Organizzazione Mondiale per il commercio. Che ora ringrazia l’Italia e dice: l’aria sta cambiando, entro fine maggio un primo risultato in accordo con le case farmaceutiche. La cronaca è di Avvenire.

«Una «soluzione pragmatica» sui vaccini entro dicembre. Che prende forma, sempre più nitidamente, grazie «al tono costruttivo e alla volontà di sedersi al tavolo del negoziato» dei produttori. Hanno un peso decisivo le impressioni della direttrice generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) Ngozi Okonjo-Iweala, rese pubbliche ieri durante la conferenza stampa successiva al suo incontro con il presidente del Consiglio Mario Draghi e con il ministro dell’Economia Daniele Franco. E non solo per il significato che la sospensione temporanea dei brevetti avrebbe sulla possibilità di un accesso universale ed equo ai vaccini, tanto auspicato anche nei giorni scorsi da Papa Francesco. Proprio dalla Wto dipende concretamente la decisione in questione, e proprio al tavolo del Consiglio generale dell’organizzazione sono stati posti veti incrociati negli ultimi mesi, a partire dalla convinzione (ribadita in questi giorni da diversi governi europei) che i brevetti siano incentivi irrinunciabili all’innovazione scientifica e persino alla produzione stessa dei vaccini. L’aria, invece, ora sta cambiando. «Ho l’impressione di una maggiore apertura a sedersi al tavolo del negoziato e arrivare a un risultato pragmatico» ha detto Ngozi Okonjo-Iweala, ringraziando tra l’altro le autorità italiane, che hanno la presidenza del G20 quest’anno, del «grande aiuto» per rafforzare le vaccinazioni su scala globale. La revisione della proposta per superare i brevetti sui vaccini contro il Covid-19 è attesa per fine maggio, «la mia aspettativa è che tale data potremo avere tutte le parti sedute al tavolo negoziale» e che tale proposta arrivi «il prima possibile». La direttrice non si è sbilanciata su quale possa essere il punto di caduta di un accordo, se una spinta per la produzione nei Paesi emergenti da parte delle case farmaceutiche che hanno i brevetti o una rimozione degli stessi: «Speriamo però di avere una decisione prima del mese di dicembre, che è la tempistica che si sono date le parti coinvolte».

Miracolo economico per la Biontech, l’azienda tedesca partner di Pfizer: in pochi mesi è passata dai conti in rosso ad oltre un miliardo di utili. Sul boom di profitti e sulla conferenza stampa dei manager di Biontech, che annuncia un’alleanza proprio con la Cina, scrive Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore.

«Ricavi 2021 stimati a quota 12,4 miliardi di euro sulla base dei contratti chiusi finora quest' anno per 1,8 miliardi di dosi da consegnare. Obiettivo 2022: andare oltre la soglia dei 3 miliardi di dosi prodotte, puntando anche sul nuovo stabilimento a Singapore dove a breve aprirà il primo quartier generale in Asia. La compagnia cinese Fosun Pharma ha annunciato l'accordo per istituire un impianto a Shanghai di co-produzione del vaccino anti Covid sviluppato da BioNTech per il mercato cinese. L'impianto di Shanghai è l'ultimo passo della partnership tra le due società formata a inizio pandemia per portare in Cina la tecnologia mRNA, e rientra nell'ambito di una joint venture da 200 milioni di dollari con partecipazione paritaria al 50%. BioNTech ha messo a segno ieri un trimestre superiore alle attese: 450 milioni di dosi già consegnate in 91 Paesi, ricavi per 2,02 miliardi, utile dopo le imposte (le tasse societarie in Germania sono al 31%) di 1,128 miliardi contro una perdita netta di 53,4 milioni nel primo trimestre 2020. «Nei prossimi 6-9 mesi avremo vaccini in abbondanza», ha assicurato l'amministratore delegato e scienziato Ugur Sahin, secondo il quale non c'è bisogno di sospendere i brevetti per aumentare la produzione. BioNTech ha iniziato il 2021 programmando una produzione annuale di 1,3 miliardi di dosi: l'ha già aumentata a 3 miliardi di cui «il 40% andrà a Paesi a reddito basso e medio», espandendo la capacità produttiva in Usa ed Europa. Per il ceo di BioNTech, è certa l'efficacia del vaccino contro le varianti: «non vediamo per ora la necessità di cambiare il vaccino per le mutazioni del coronavirus, è stato robusto contro tutti i tipi di varianti finora».

A proposito di Cina, Repubblica insiste sul mistero del rapporto sull’Italia dell’ OMS fatto sparire, all’inizio della pandemia, perché non gradito ai cinesi, pubblicando alcune carte dell’inchiesta della procura di Bergamo. La Verità con Maurizio Tortorella rilancia un inquietante articolo uscito in Australia.

«Già nel 2015 gli scienziati militari cinesi pensavano di sviluppare uno studio sui coronavirus, intravvedendo in quei pericolosi microorganismi il potenziale strumento di una futura guerra biologica. Cinque anni prima che esplodesse la pandemia globale di Covid-19, scienziati cinesi con le mostrine ragionavano sull'idea che un coronavirus simile a quello che provoca la Severe acute respiratory syndrome, cioè la Sars, ovvero la Sindrome respiratoria acuta grave, potesse essere la base per una «terza guerra mondiale». È quanto emerge da documenti resi noti pochi giorni fa dal quotidiano The Australian di Sidney, il più diffuso d'Australia: cinque anni fa un'equipe di ufficiali dell'esercito popolare di liberazione cinese avrebbe descritto i coronavirus della Sars come «base» da ingegnerizzare in laboratorio «per una nuova era di armi genetiche» e ne avrebbero magnificato le caratteristiche di contagiosità e rapidità di diffusione, utili a causare «il collasso del sistema medico del nemico». Le rivelazioni di The Australian si basano su un documento di 263 pagine, datato 2015 e intitolato The unnatural origin of Sars and new species of man-made viruses as genetic bioweapons (cioè «Le origini artificiali della Sars e nuove specie di virus prodotti dall'uomo come armi biogenetiche») che già fa capire quanto Pechino cinque anni fa fosse avanti nelle mutazioni di virus con possibili implicazioni belliche». 

LAMPEDUSA DI NUOVO IN EMERGENZA

Retroscena di Marco Galluzzo sul Corriere della Sera a proposito dell’emergenza migranti. Con i numeri delle ultime 24 ore si arriva in fretta al collasso: 

«I numeri fanno paura. Nei rapporti che la nostra intelligence fornisce in modo costante al presidente del Consiglio lo scenario non è per niente rassicurante: attualmente in Libia ci sarebbero almeno 900 mila migranti, provenienti da altri Paesi africani. Di questi fra 50 mila e 70 mila sarebbero già sulla fascia costiera, pronti per finire nella rete dei trafficanti. Se i numeri fanno paura, anche in vista dell'estate, tolgono il sonno al nostro governo anche ulteriori dettagli forniti dall'Aise: scafisti e trafficanti libici dopo quasi due anni di fermo per la guerra civile, stanno riorganizzandosi, in modo più strutturato del passato, con molti agganci e zone opache all'interno del nuovo governo libico. Il profilo di alcuni personaggi noti ai nostri Servizi, conduce sempre allo stesso schema: nuovi e vecchi trafficanti sono disposti a trattare con chiunque, servizi di intelligence, diplomatici, militari, ma solo se debitamente pagati. È anche in questo quadro di allarme che per oggi, o al massimo per domani, lo stesso Mario Draghi ha convocato una sorta di cabina di regia con i ministri che hanno la competenza sul dossier: Luciana Lamorgese, che ieri ha chiamato la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, Luigi Di Maio, ministro degli Esteri. Ci sono problemi logistici immediati da risolvere, per i quali la titolare del Viminale ha contatti quasi quotidiani con il capo del governo: a Lampedusa sono disponibili almeno 4 navi che servono per garantire la quarantena delle migliaia di migranti che stanno sbarcando sulle nostre coste, con cadenza giornaliera».

Claudio Tito da Bruxelles per Repubblica scrive sui migranti. In realtà per Draghi la soluzione del problema dev’essere europea ed internazionale. Anche se lo scenario del Mediterraneo è complesso e la nuova ostilità dei turchi va tenuta presente quando si pensa alla Libia.

«Mario Draghi tenta il pressing sull'Unione europea per arrivare ad una nuova intesa sui migranti. Tra due settimane porrà la questione al Consiglio europeo. E l'obiettivo è quello di non limitare la discussione ai cosiddetti ricollocamenti. L'Italia è infatti alla ricerca di una exit strategy innovativa. Il primo passo potrebbe essere compiuto già nei prossimi giorni. Ieri mattina il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, ha partecipato a Bruxelles al Consiglio Affari Esteri. Ha posto sul tavolo, sebbene non fosse all'ordine del giorno, l'emergenza che il nostro Paese sta affrontando a Lampedusa. La risposta è stata unanime: tanta solidarietà a parole ma pochissima nei contenuti. A breve dunque volerà in Libia per incontrare il capo del governo unitario Dbeibah. Ma non ci andrà da solo, bensì insieme al Commissario europeo per i paesi confinanti, l'ungherese Varhely. Il viaggio, in questo modo, diventerà di fatto una missione europea. Sarebbe un risultato per l'Italia. Ma l'obiettivo finale è chiudere un accordo con Tripoli. Come? È allo studio l'ipotesi di invertire l'ordine del ragionamento fin qui seguito e provare a mettere sul piatto della bilancia anche dei finanziamenti comunitari per permettere al neonato esecutivo libico di controllare il problema all'origine, ossia le partenze. Un po' come si sta facendo con la Turchia per chiudere la cosiddetta rotta balcanica. Con una intesa fortemente voluta dalla Germania, l'Unione ha trovato nel suo bilancio sei miliardi da destinare ad Ankara. Perché il punto è proprio questo. Per il momento la solidarietà europea non contiene elementi pratici. Ieri c'è stato un primo contatto tra la ministra degli Interni Lamorgese e la omologa commissaria Johansson. L'esponente svedese ha confermato che questo «è il momento che l'Europa sia solidale». In quel colloquio è stato riproposto l'accordo di Malta siglato a settembre del 2019. Ma quel patto prevedeva il ricollocamento volontario dei migranti tra un gruppo ristretto di Paesi. Da almeno 13 mesi però se ne è completamente persa traccia».

LETTA METABOLIZZA LA RAGGI. LEI DICE: “HO VINTO IL PRE-PARTITA”

La politica pensa anche alle prossime amministrative. Enrico Letta, al Nazareno, cerca di metabolizzare il forte indebolimento dell’alleanza con i 5 Stelle. La Raggi a Roma e l’Appendino a Torino sono una spina nel fianco. I Dem delle due città sono sempre stati all’opposizione delle sindache grilline e non vedono di buon occhio l’eventuale sostegno al secondo turno. Giovanna Vitale su Repubblica:

«Sino all'ultimo avevano sperato di non rivedere lo stesso film. Al Nazareno si erano convinti che la corsa di Nicola Zingaretti a Roma avrebbe aiutato a spezzare il sortilegio incombente da un paio d'anni su ogni vigilia elettorale. Oltre a blindare la vittoria del centrosinistra nella Capitale, l'accordone sul governatore del Lazio doveva infatti servire a propiziare le nozze Pd-5s nelle principali città chiamate al voto d'autunno. E invece, complici le manovre di Virginia Raggi («è stata grande, ha costretto Conte ad appoggiarla e così ha messo fuori gioco Zingaretti e Letta», gongolano i parlamentari a lei vicini), l'altare saltato in Campidoglio ha proiettato sugli schermi comunali il remake delle ultime regionali. Quando, dopo estenuanti trattative in Campania, Marche e Puglia, i giallorossi riuscirono a individuare soltanto in Liguria un candidato condiviso (e perdente). La medesima trama che rischia di riproporsi alle amministrative, con dem e grillini che a cinque mesi dal via sono quasi ovunque alla restituzione dei regali. D'altra parte «per fare un matrimonio bisogna essere in due» graffia il fiorentino Dario Nardella. Il primo effetto del patatrac capitolino si vedrà sotto la Mole. Il segretario Letta non lo nasconde: «A Torino e Roma, con Appendino e Raggi in campo, il lavoro è complesso perché il Pd era all'opposizione. È naturale che ci siano difficoltà».

Mario Ajello sul Messaggero celebra la vittoria della Raggi, almeno nel “pre-partita”.

«C'è chi dice che è fortunata. C'è chi dice che è diventata brava. Di sicuro il Pd, e soprattutto Conte, ora si leccano le ferite. Virginia Raggi li ha battuti sul campo. «Ho vinto il pre-partita», dice la sindaca ai suoi. E gli Europei di calcio, con quattro match compreso quello inaugurale giocati a Roma, a partire dall'11 giugno, saranno per la Raggi la prima vetrina del tentato bis. «Arrivano gli Europei a Roma e questo è un grande evento sportivo internazionale ed è anche un segno di ripartenza per il turismo, per il commercio, per l'intera economia. E' solo l'inizio». La testa è già, anche, al Giubileo del 2025. E' in versione grandeur Virginia, con Maurizio Costanzo suo massimo consulente e tutto il suo staff eccitato per come si sono messe, per ora, le cose. La candidatura Zingaretti sarebbe stata micidiale per la corsa della sindaca, con Gualtieri invece - questo il mood - la vittoria è possibile. «Mi hanno sottovalutata, ma vi stupirò!», dice Virginia ai suoi in modalità, un po' ma neanche troppo anche perché è laziale, Special One. E' riuscita nel miracolo di solidificare e compattare l'evanescenza impazzita di M5S intorno alla sua candidatura che non voleva quasi nessuno. E adesso invece Conte, Di Maio e tutti gli altri si sono scoperti più o meno Virginia' s follower. Fino ai limiti del comico: «Ha dato un nuovo volto a Roma», la vezzeggia Conte che fino a poche ore fa era impegnato a farla fuori». 

Per Stefano Folli di Repubblica il caso Roma dovrebbe spingere Giuseppe Conte a mettere in piedi un suo partito, in grado di condizionare davvero tutto il centro sinistra.

«Adesso i 5S sono una forza in declino, frantumata in fazioni ostili e priva di un capo effettivo. Tuttavia riescono a mantenersi al centro del palcoscenico proprio in virtù della loro debolezza, sommata a quella del Pd. Per cui l'alleanza, lungi dall'essere un progetto binario per la rinascita della sinistra, assomiglia ogni giorno di più a un gioco di potere in cui la capacità di attrito dei "grillini" s' impone sullo scarso dinamismo dei democratici. Era chiaro da tempo che Conte non aveva la forza per indurre Virginia Raggi a ritirarsi. Ne aveva l'interesse, essendo l'ex premier un convinto fautore dell'intesa con il Pd lungo l'asse Bettini-Zingaretti reinterpretato da Enrico Letta. Ma al dunque egli è impossibilitato a prendere decisioni imperative perché non è il leader indiscusso del movimento balcanizzato. Tuttavia di quel movimento nemmeno può fare a meno. Se potesse, Conte metterebbe in piedi un suo partito per riunire quel che resta del vecchio esercito populista. Una lista a suo nome, in grado di ambire al 10-12 per cento e di collegarsi in modo stretto al Pd, sarebbe per lui la soluzione più logica. Finirebbe per condizionare l'alleato del Nazareno persino più di oggi (e la vicenda Raggi-Campidoglio dimostra quanto già adesso i democratici siano subordinati al "punto di riferimento dei progressisti", cioè Conte secondo la celebre definizione). Al momento non si parla di tale lista, peraltro difficile da realizzare, mentre l'alleanza Pd-5S si è logorata prima del tempo. Ma Roma è più che un laboratorio: è un passaggio cruciale per determinare il futuro del fronte cosiddetto progressista». 

RIFOMA DELLA GIUSTIZIA, I PROCESSI SONO TROPPO LENTI

Alessandro Sallusti sul Giornale interviene sulla riforma della giustizia che inizia il suo iter, ci sono obblighi maturati con l’Europa che riguardano i tempi dei processi. Per Sallusti il vero tema è l’uso politico della giustizia, come emerso dal caso Palamara e dai recenti veleni al Csm sull’inchiesta che riguarda la loggia Ungheria.

«Il Guardasigilli Marta Cartabia ha annunciato il via all'iter per la riforma della giustizia. Ce lo impone l'Europa come condizione perché l'Italia possa accedere ai fondi straordinari stanziati per la ripresa post Covid. I tempi infiniti della giustizia, sia civile che penale, sono infatti una delle cause della mancata crescita e già questo certifica il fallimento della tanto sbandierata autonomia e dell'autogoverno della magistratura. A furia di lasciarli fare, i giudici hanno portato il loro Sistema sull'orlo del fallimento e più che riformata, come abbiamo già sostenuto, la giustizia andrebbe commissariata, se solo la Costituzione lo permettesse. Ma il problema della giustizia italiana non è solo l'efficienza, né è risolvibile semplicemente rimpolpando gli organici. (…) E qui si ritorna al problema principale, che è l'uso politico della giustizia, un cancro che ha condizionato - come raccontato da Palamara e come confermato dai più recenti fatti di cronaca - la vita democratica, oltre che l'assetto della magistratura. Applicando su se stesso il suo verbo, per intenderci, oggi Piercamillo Davigo, se ancora fosse in servizio, dovrebbe auto arrestarsi o, per lo meno, auto indagarsi, invece che arrampicarsi sugli specchi in un'imbarazzata e confusa difesa della propria diversità e immunità di casta. Vedremo se i magistrati anche questa volta alzeranno le barricate per difendere ciò che ormai è indifendibile. Se la politica cederà ai loro ricatti con la complicità della sinistra e dei Cinque Stelle, non solo metteremo a rischio i fondi europei, ma perderemo pure la speranza di vedere prima o poi riconosciuto a tutti gli italiani il diritto a una giustizia non soltanto veloce, ma soprattutto equa.». 

Liana Milella su Repubblica chiede all’avvocato Giulia Bongiorno perché la Lega sembri boicottare le riforme proposte dalla Cartabia, e richieste dall’Europa, con l’iniziativa del referendum.    

«Sembrate dei sabotatori... «Ripeto, nessun contrasto, noi vogliamo andare oltre. Quello che è venuto a galla, tra l'altro, è un correntismo esasperato che ha enormi ricadute sull'attività giurisdizionale: mina alla base la fiducia nella magistratura, nella sua indipendenza, nel suo ruolo di contrappeso agli altri poteri, come mai era accaduto nella storia della Repubblica. Un cambiamento radicale non è semplicemente necessario, ma addirittura vitale. Ed è sollecitato da tantissimi magistrati che non si rispecchiano in alcun modo nelle torbide acque di quanto emerso sinora». Allora come interpreta questa mossa sui referendum? Pare uno schiaffo a Cartabia e al suo disperato tentativo di tenere assieme una maggioranza disomogenea sulla giustizia. O no? «Non conosco i testi del ministro Cartabia, ma da quanto ha annunciato si occuperà di riforme sui processi, con qualche correzione al sistema delle nomine al Csm. La Lega ritiene questi temi fondamentali e darà il suo contributo, ma a noi non basta riformare le procedure. Ogni giorno vengono lanciate accuse gravissime tra magistrati. Ricordo che i magistrati sono coloro che decidono sulla nostra libertà, il nostro patrimonio, la nostra vita. A ciò si aggiunga che l'obbligatorietà dell'azione penale è poco più che un mito: in realtà c'è un'enorme discrezionalità, che riguarda anche la velocità da imprimere alle inchieste e i mezzi da impiegare. Serve una radicale riforma dell'ordinamento giudiziario, non basta riformare i processi».

DUE DUBBI DI FLICK SUL DDL ZAN

Avvenire torna ad occuparsi del merito del DDL Zan che sarà discusso dai senatori. Per Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta ed ex ministro di Grazia e Giustizia, oltreché professore di Diritto penale in Cattolica e alla Luiss, il Senato deve modificare la legge Zan prima della sua approvazione. Almeno su due punti critici: la definizione dell’identità sessuale, quello che le femministe indicano con il nodo del “Self-Id” e la libertà d’espressione, garantita dall’articolo 21 della Costituzione.

«Mi chiedo se sia giusta la scelta del legislatore di definire il sesso come una realtà unicamente biologico/anagrafica, che non includa esplicitamente nella definizione anche la componente affettiva e relazionale. Quella definizione la ritengo - come molti altri - ormai superata, anche alla luce delle discussioni che hanno accompagnato le vicende e i percorsi di cambiamento di sesso. E allora mi chiedo se, dopo aver definito restrittivamente il sesso nella legge, sia giusto ora inserire alcune proiezioni del "sesso", o delle manifestazioni della sessualità del singolo, richiamando termini che il legislatore ha utilizzato per altre finalità. Il "genere", ad esempio, viene preso in considerazione soprattutto per la disciplina elettorale; l’orientamento sessuale viene considerato per lo più in materia di lavoro e di privacy; l’identità di genere è emersa invece in relazione alle normative sull’immigrazione e sul carcere. Tutti contesti diversi rispetto a quelli che qui si vuol perseguire. Mi chiedo allora se sia logica la scelta, da un lato, di tenere la definizione di sesso in margini troppo riduttivi, per poi pensare di integrarla attraverso una serie di autonome previsioni che si vorrebbe far diventare elementi costitutivi del reato; sarebbe più logico e più semplice parlare di sesso in tutte le sue manifestazioni ed espressioni personali. (…) Qual è l’errore tecnico pericoloso? «Quello di restringere la portata del reato solo a questa forma di discriminazione e non alle altre. Non, ad esempio, per la religione e la razza. Quando nella norma si dice che «sono fatte salve le libere espressioni di convincimenti e opinioni», mi chiedo: e nei casi di discriminazione provocati da altri fattori? Lo stesso dicasi per le «condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee»: le condotte legittime per definizione non possono costituire reato. Sono quarant’anni che lo sostiene la dottrina in attuazione dell’articolo 21, che non mi pare quanto meno pretenzioso ripetere in questa sede. Occorre piuttosto applicarlo».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.