Draghi, parla con noi

Ieri conferenza stampa del premier. Pragmatico e diretto. Su vaccini, condono, bandiere dei partiti. Deve farlo più spesso. Riparte AstraZeneca. Usa, grande freddo anche con la Cina

A giudicare da ieri, Mario Draghi avrebbe dovuto parlare di più in queste sue prime settimane da Presidente del Consiglio. Ieri grazie alla conferenza stampa sul Decreto Sostegni, tutti hanno visto che il suo modo di parlare è sintetico, convincente, pragmatico. Aggettivi che trovate sulla stampa questa mattina. Anche gli avversari politici e i critici ad oltranza (in primis Il Fatto) devono riconoscere che non c’è ipocrisia nei termini che sceglie. Ieri la questione che ha ritardato il Consiglio dei Ministri sul primo grande decreto economico del governo Draghi ha riguardato le cartelle esattoriali. Da una parte Lega, Forza Italia e anche 5Stelle (almeno così riportano le cronache, riferendosi al ministro Patuanelli) spingevano per una cancellazione delle tasse non pagate. Dall’altra il Pd e Leu temevano il colpo di spugna. Draghi ha raggiunto un compromesso (niente sconti fiscali a chi è sopra i 30mila euro di reddito) e non ha avuto remore a dirlo e chiamarlo col suo nome: “condono”. E poi ha spiegato: i partiti hanno le loro bandiere identitarie, devono capire quando è il caso di ammainarle.Anche sui vaccini, Draghi è stato sorprendente perché molto diretto. L’Europa è ed è stata importante, ma l’Italia ha il diritto di fare anche da sola. AstraZeneca è sicuro e lo stesso premier se lo farà iniettare, visto che nel Lazio i suoi coetanei hanno già potuto riceverlo. Sputnik? Perché no, se riusciamo, ha detto. Non è il salvatore della patria, non è l’uomo della Provvidenza, però potrebbe tirarci fuori da qualche guaio.

Sempre sulla campagna vaccinale, molte cose interessanti sui giornali e le troverete qui: segnaliamo lo studio dell’Ispi ripreso da Libero e i dati sulla Regione Lazio. Dove la vaccinazione va veloce ed è centrata sulle fasce a rischio, diminuiscono i morti. La politica dei partiti è un susseguirsi di criticità. Letta deve scegliere (o riconfermare) i capigruppo di Camera e Senato. Grillo detta comportamenti alle televisioni per la presenza di esponenti del Movimento. Meloni e Salvini hanno rapporti gelidi, non si parlano. Sulla politica estera, grande scontro USA Cina al vertice di giovedì scorso. Dopo gli insulti con Putin, Biden è più vivace di quanto si poteva immaginare. Ecco i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

La scienza triste (copyright Thomas Carlyle) per una volta vince su tutti gli altri argomenti. Si parla di economia e del decreto Sostegni varato ieri dal Governo. A fare un titolo sintetico, stile Manifesto, anche se un po’ elogiativo, stamattina è l’Avvenire: Governo di sostegno. Il nostro giornale economico per eccellenza, Il Sole 24 Ore, si prende due righe: Aiuti, condono, lavoro: via al decreto. Draghi: «Una risposta alle povertà». Il Fatto si straccia le vesti: Draghi ammette: “Sì è un condono”. Anche La Stampa sembra critica sulla materia fiscale: Draghi: più ristori, ma c’è il condono. Mentre il Corriere della Sera rilancia, senza virgolette, un’altra frase secca della conferenza stampa del Presidente del Consiglio: Draghi: più fondi e più in fretta. Il Giornale allora promette la lista: TUTTI I SOLDI DI DRAGHI. Mentre La Gazzetta del Mezzogiorno fa il verso al famoso slogan berlusconiano: Vaccino Draghi, più soldi per tutti. Il Quotidiano Nazionale spiega: Ecco a chi vanno i 32 miliardi di aiuti. Il Mattino punta su un’altra espressione usata dal premier: «Questo è l’anno degli aiuti». Il Messaggero, molto simile: «Quest’anno i soldi si danno». Ieri in piazza sono tornati gli attivisti ambientalisti dei Fridays for future, Il Manifesto sceglie questo tema come argomento principale: Zona verde. Tre giornali restano sulla campagna vaccinale. Repubblica decide di privilegiare la parte di conferenza stampa a Palazzo Chigi dove Draghi ha risposto sul tema: «Vaccini, pronti a fare da soli». Mentre La Verità continua a tenere nel mirino il Ministro della Salute: SPERANZA ALIMENTA IL CAOS, SI PUÒ SCEGLIERE IL VACCINO. Mentre Libero riprende la polemica sulle precedenze nelle liste: Muoiono gli anziani, ma vaccinano i giovani. Le Regioni in ordine sparso, secondo uno studio dell’Ispi, starebbero ritardando l’effetto beneficio dei vaccini, proprio perché non si sono concentrate sulle fasce deboli. Siamo quasi al 10 per cento degli italiani vaccinati, come gli inglesi due mesi fa.

PARLA DRAGHI 1. SUL DECRETO SOSTEGNI  

Repubblica con Tommaso Ciriaco offre un verbale preciso della conferenza stampa di Draghi. Dunque da lì prendiamo le frasi secche del premier, per ricostruire con precisione quello che ha detto sul Decreto Sostegni, approvato ieri.  

«La ragione della conferenza stampa è innanzitutto l'approvazione del "decreto sostegni". Draghi quantifica la portata dell'intervento in 32 miliardi. «I pagamenti inizieranno l'8 aprile, per chi avrà fatto domanda. Se tutto va come previsto oggi, 11 miliardi entreranno nell'economia nel mese di aprile». Capisaldi del decreto sono il sostegno alle imprese, al lavoro e aiuto contro la povertà. L'operazione del decreto sostegni è soltanto «un primo passo e ce ne sarà un secondo». Ci sarà un nuovo scostamento ad aprile. L'entità dell'intervento, però, è da stabilire: «Al momento non lo abbiamo quantificato», dipende dalla pandemia, dall'economia e dai vaccini. «Molte poste di questo decreto sono indirizzate al turismo», soprattutto a quello invernale. Ma è su tutto il turismo che l'Italia deve continuare a puntare, aggiunge Draghi, perché «sappiamo già che appena la pandemia finirà, tornerà a essere prospero». Nel provvedimento c'è inoltre un altro miliardo e mezzo in più per gli autonomi. Non nega che la sanatoria della cartelle esattoriali, approvata in una lunga e tormentata trattativa che ha preceduto del consiglio dei ministri, rappresenti un condono. Ma ne ridimensiona la portata. «Avrà impatti molto limitati», perché rivolto tra l'altro a chi ha un reddito sotto i trentamila euro, dunque a chi ha «forse una minore disponibilità economica». Lo stralcio delle cartelle prevede un importo massimo di 5.000 euro, «che corrisponde ad un netto di circa 2.500 euro tra interessi e sanzioni varie». E questo «permette all'amministrazione di perseguire la lotta all'evasione anche in modo più efficiente». Non usa la diplomazia neanche su questo dossier, il premier. Anzi: «È chiaro - dice - che sulle cartelle lo Stato non ha funzionato. Ne ha permesso l'accumulo di milioni e milioni che non si possono esigere: bisogna cambiare qualcosa». Per questo, nel decreto sostegni ci sarà anche «una piccola riforma della riscossione, del controllo e dello scarico» delle cartelle. Dopo il braccio di ferro sulla sanatoria, il premier bacchetta la Lega. «Oggi è un momento di grande condivisione. Tutti i partiti sono entrati in questo governo portandosi un'eredità di vedute, convinzioni e annunci fatti in passato. Tutti hanno delle bandiere identitarie, si tratta man mano di chiedersi quali sono quelle di buon senso e quelle a cui si può rinunciare senza fare danno né alla propria identità, né all'Italia». Non è il momento di pensare al Patto di stabilità, né al rientro nei parametri classici, dice Draghi. Di più: «Verrà il momento di guardare al debito, ma questo è un anno in cui non si chiedono soldi, si danno soldi».

Sul Manifesto Andrea Colombo commenta in modo sintetico l’atteggiamento di Draghi.

«Pragmatismo. La parola chiave per indicare lo stile di governo che Draghi ha illustrato nella sua prima conferenza stampa è questa. Coniugata con la consapevolezza di stare guidando una barca nella tempesta, senza possibilità di tracciare rotte a lungo raggio. A chi gli chiede la sua visione della politica economica lo dice chiaramente: «È una domanda da tempi di normalità ma qui siamo nell'emergenza». Una visione della società e delle gradi scelte economiche «spero di poterle illustrare». A tempo debito. E così sulla Lega, che per tutto il gior no ha dato battaglia per allargare le maglie del condono, è cordiale ma drastico: «Tutti sono entrati in questa maggioranza con le loro bandiere identitarie. Si tratta di vedere quali sono di buonsenso e quali fanno danno alla stessa identità e al Paese».

Anche sul Corriere Massimo Franco sembra quasi stupito del fatto che Draghi non abbia parlato prima, vista l’efficacia del suo approccio.  

«Non si può dire che sia stato un esordio timido. La prima conferenza stampa di Mario Draghi, dopo settimane di silenzio apprezzato o criticato, ha mostrato un presidente del Consiglio sicuro, rassicurante e a tratti ironico. Molto più a suo agio di fronte alle domande, a tutte le domande, di quanto si potesse immaginare. Pronto a vaccinarsi con AstraZeneca, dopo che lo ha già fatto il figlio a Londra. Consapevole delle difficoltà e della parzialità nella distribuzione degli aiuti. E molto sintetico. Anche se le oltre tre ore di ritardo con le quali si è presentato hanno rischiato di proiettare sul suo esordio le ombre del passato: quelle di una coalizione litigiosa e patologicamente protesa a frenare l'azione del governo. Il rinvio ripetuto dell'orario è dipeso da una lunga trattativa, soprattutto con la Lega, che voleva sottolineare la sua insistenza sul condono fiscale: un'impuntatura che alla fine si è rivelata un modo per marcare un fazzoletto di territorio elettorale; ma ha fatto pensare anche ad una certa incomprensione della fase nuova apertasi nel Paese».

Per Repubblica Sebastiano Messina scrive che è una svolta. Ascoltando quest’uomo, si lascia andare, senti l’accento dell’autenticità:

«Il format Salva Italia è al tempo stesso modesto e superbo. È quello di un premier che parla ai cittadini senza enfasi e senza retorica, ma con la serena concretezza di chi è abituato a trovare soluzioni, non a conquistare consensi. E ascoltandolo capisci che quest' uomo, Mario Draghi, ti sta dicendo la verità, e quando non sa qualcosa lo dice chiaro e tondo: «Questa domanda è molto vasta e francamente mi trova impreparato». Diciamolo: era bello, ieri sera, accorgersi che a Palazzo Chigi c'è un presidente del Consiglio che sta affrontando la pandemia armato di una solida fede nel pragmatismo e nell'efficienza e non crede di essere il salvatore della patria, ma gli basterebbe che «le future delusioni non fossero pari all'entusiasmo che c'è oggi». Uno che quando gli chiedono se sulla vicenda Astra Zeneca l'Italia non abbia agito per fare un favore ad Angela Merkel, mette una pietra tombale sulle fantasie dei dietrologi ripetendo con tono fintamente grave le stesse parole del giornalista mentre risponde che no, non è stata una decisione presa «per gli interessi tedeschi». Uno che ti parla da pari a pari, senza fronzoli e senza ammiccamenti, invece di provare a incantarti con l'eloquio furbo di un consulente assicurativo».

IL RETROSCENA SUL CONDONO FISCALE

Abbiamo già visto dai titoli e dal commento di Franco che la questione del condono fiscale è stata la grande questione politica del Decreto varato ieri. Roberto Mania su Repubblica scrive un retroscena sul “condono”, espressione che poi Draghi usa e già questo è un giudizio politico. 

«C'è anche il "partito Draghi" nella coalizione che sostiene il governo. È uscito allo scoperto ieri durante la lunga giornata che ha portato all'approvazione del primo decreto legge dell'esecutivo guidato dall'ex presidente della Bce. Sfidato dal subgoverno giallo-verde (Lega, M5S con l'aggiunta, in questo caso, di Forza Italia) sul terreno scivoloso della cosiddetta pace fiscale è stato costretto ad accettare un compromesso, perché un condono fiscale alla fine ci sarà. Ridimensionato e alleggerito, diverso da quello pensato dal subgoverno, ma ci sarà. Draghi non l'avrebbe proprio voluto. Lo ha detto con nettezza durante il difficile e teso confronto con gli "alleati" a causa del quale l'inizio della riunione del Consiglio dei ministri è slittato di quasi tre ore e mezzo. Ha accettato perché - lo ha detto - all'interno di una maggioranza così vasta ciascuna forza politica deve poter rappresentare le proprie istanze. Ma ha spiegato chiaramente che non su può dare il via libera a provvedimenti che suonino come un premio all'evasione. Poi, in conferenza stampa ha ammesso che si tratta di un "condono", senza ricorrere alla formula ipocrita della pace fiscale cara ai leghisti di Salvini. Ai quali ha spiegato pubblicamente che ci sono «bandiere identitarie» che dovranno essere ammainate. Messaggio anche al M5S. Ieri ha colpito la determinazione con cui il capodelegazione Stefano Patuanelli, vicino all'ex premier Giuseppe Conte, si è schierato a fianco del ministro leghista Giancarlo Giorgetti. Ciascuno ha marcato un territorio, con il Pd che può intestarsi il pacchetto per la protezione del lavoro presentato da Andrea Orlando. Al suo esordio, dunque, il "partito Draghi" ha scelto l'accordo di fronte a Lega e 5S che chiedevano un condono senza tetti di reddito (quello approvato vale solo per chi ha un reddito fino a 30 mila euro lordi annui), su cartelle relative al periodo 2000-2015 (ci si è fermati al 2011) e per importi fino a 10 mila euro se non di più (ci si è limitati a 5 mila). Arriverà, poi, la riforma del sistema di riscossione perché è evidente che se l'amministrazione fiscale accumula milioni di cartelle per oltre il 90 per cento inesigibili, vuole dire che funziona davvero male».

Matteo Salvini, apparente sconfitto, parla dalle colonne del Corriere della Sera. Ha fretta, sta per prendere un aereo e cerca di convincere tutti.

«L'obiettivo condiviso Draghi-Salvini è mettere ordine nella giungla delle cartelle esattoriali. L'accordo è che entro aprile, quello del 2021, arrivi una revisione del sistema generale delle riscossioni. Con l'azzeramento di decine di milioni di cartelle». Matteo Salvini risponde al telefono dall'aeroporto, in attesa di imbarcarsi. Il Consiglio dei ministri ha da poco dato il via libera all'atteso decreto Sostegni nei confronti di imprese e operatori economici. Riguardo alle cartelle esattoriali, forse molti si attendevano di più. Soprattutto sul tetto al reddito, che è di 30 mila euro. «Come dicevo, c'è un accordo ai massimi livelli, frutto di giornate intere di lavoro e telefonate, che ha l'obiettivo di riportare a ragionevolezza il mastodontico magazzino giacente. Parliamo di 137 milioni di cartelle che riguardano 18 milioni di italiani: uno su tre. L'obiettivo è quello di cancellare il 90% di queste cartelle. Per la prima volta, nel decreto ci sono tre righe che impegnano a una riforma generale di quello che possiamo chiamare il sistema Equitalia: basta con i multati a vita».

PARLA DRAGHI 2. LA CAMPAGNA VACCINALE

Ma Mario Draghi ieri, trovandosi a rispondere alle domande dei giornalisti, ha risposto anche a tutti i quesiti sulla campagna vaccinale. Anche qui con franchezza, e senza giri di parole, ha detto cose molto importanti. Allora ritorniamo sulla antologia di frasi messa insieme da Ciriaco su Repubblica.

«Si vaccinerà. Lo farà con AstraZeneca. Punterà tutto sulla campagna vaccinale, cercando di coordinarsi con l'Europa. Ma assicura che l'Italia è pronta anche a fare da sola senza un passo veloce dell'Unione. (…) Dopo cinque settimane, il premier accetta di rispondere alle domande della stampa. Lo fa in modo diretto. Mostrandosi a suo agio. Mi vaccino con AstraZeneca «Non ho fatto la prenotazione, ma non c'è nessun dubbio che farò il vaccino. E sì, farò AstraZeneca. Mio figlio lo ha già fatto in Inghilterra», annuncia Draghi. Ricorda di avere 73 anni, dunque già in grado nel Lazio di assicurarsi una dose. Esiste una evidente distonia dei Paesi europei di fronte alla campagna vaccinale, ammette. Per questo l'Italia è pronta anche a fare da sola, se e quando sarà necessario. «Bisogna essere pratici: si cerca di stare insieme, ma qui si tratta della salute. Se il coordinamento europeo funziona, bisogna seguirlo. Se non funziona, bisogna andare per conto proprio». L'ha promesso Angela Merkel, Draghi non sarà da meno: acquisterà anche senza l'ombrello europeo il vaccino russo, se dovesse servire. «Se l'Ue prosegue su Sputnik bene, sennò si procederà in un altro modo. Con pragmatismo si deve cercare il coordinamento europeo, se non si riesce a mantenerlo si possono vedere altre strade. È quello che ha detto Merkel, è quello che dico io». Scuole aperte il prima possibile, ha dovuto chiuderle in gran parte d'Italia, è stato uno dei suoi primi atti. Promette di rimediare al più presto: «Sarà la prima a riaprire, perlomeno la frequenza scolastica fino alla prima media, quando la situazione dei contagi lo permetterà». Le Regioni sbagliano «Le Regioni vanno in ordine sparso e questo non va bene», attacca il premier. Critica in particolare i forti squilibri territoriali nella somministrazione dei vaccini: «Noi andiamo forte a livello nazionale, ma le Regioni sono molto difformi: alcune arrivano al 25% e altre al 5%». La sospensione temporanea di AstraZeneca ha causato danni, ma per Draghi poteva andare peggio. «C'è stato un rallentamento, ma non è stato disastroso. AstraZeneca? Credo che alla fine sarà la razionalità degli italiani a decidere. Siamo a 165 mila dosi al giorno. L'obiettivo è arrivare a 500 mila a metà aprile». Se non verranno rispettate le consegne, l'Italia continuerà a bloccare le richieste dell'export di vaccini verso altri Paesi. «Il mancato rispetto degli accordi va punito», ribadisce. Nessun diktat della Germania. Dietro lo stop temporaneo su Astra-Zeneca non c'è un diktat. «La decisione non è stata presa per imitazione o per "interessi tedeschi"...».

A proposito di Europa e di interessi tedeschi, sempre su Repubblica, parla Frans Timmermans, Vice presidente della Commissione europea. Lo intervista Alberto D’Argenio.

«Nei giorni scorsi lei ha ammesso errori da parte della Commissione nei contratti sui vaccini, in che cosa avete sbagliato? «Voglio essere chiaro, ho detto che in situazioni di crisi assolute come quella attuale si commettono dappertutto errori e c'è sempre spazio per imparare e migliorare. Ora la priorità assoluta è far arrivare più velocemente possibile i vaccini alla popolazione. Dopo analizzeremo che cosa è successo, che cosa abbiamo fatto noi, i governi e l'industria. Ad ogni modo la scelta di procedere con i contratti europei è stata giusta altrimenti oggi i partner Ue meno forti non avrebbero fiale». Se non riuscirà a rispettare l'obiettivo di vaccinare il 70% della popolazione adulta entro l'estate, Von der Leyen dovrà dimettersi? «Assolutamente no, si dedica giorno e notte ai vaccini, parla costantemente con i leader e con le industrie. Fa il possibile e le sono riconoscente perché non conosco nessuno in Europa che lavori così duro e con tanta energia». La Commissione ha appena inviato una lettera di messa in mora ad AstraZeneca: se l'azienda non aumenterà le consegne è favorevole ad azioni legali? «Aspettiamo di vedere che cosa succede. Se non rispettano gli impegni previsti dal contratto dobbiamo agire ed è esattamente quello che stiamo facendo». Condivide l'idea di chiudere l'export verso il Regno Unito? «L'Europa esporta più di tutti al mondo, ma chiediamo reciprocità ed equilibrio: chi produce vaccini deve anche esportarli, non solo prendersi i nostri. Così come non ha senso esportare verso nazioni che hanno un livello di immunizzati più alto del nostro, come Israele». Sarebbe d'accordo a sequestrare le fiale delle aziende che non rispettano i contratti, come AstraZeneca, attivando l'articolo 122 del Trattato? «Sarebbe un nostro diritto, tutti gli strumenti sono sul tavolo ma il lavoro del mio collega Thierry Breton sta andando molto bene e vedo un cambiamento da parte dell'industria quindi non penso che sarà necessario. In caso contrario, se costretti a farlo, lo faremo». ».

MORTI DIMEZZATE IN LAZIO, MA PER ISPI SI PUÒ FAR MEGLIO

Siamo al dieci per cento di italiani vaccinati, si comincia a vedere l’effetto nei numeri? Michele Bocci su Repubblica risponde di sì, ma quasi solo nel caso del Lazio, regione virtuosa nella vaccinazione.

«È la grande Regione che ha vaccinato più anziani e già vede i primi risultati. Il Lazio ha fatto almeno una dose di vaccino Pfizer o Moderna a circa l'80% dei suoi ultra ottantenni, compresi gli ospiti delle Rsa. La copertura non è ultimata, in tanti devono ancora ricevere il richiamo e quindi non hanno sviluppato l'immunità completa, per la quale ci vogliono alcune settimane, eppure ci sono segnali molto incoraggianti. Sul numero delle persone infettate, che sta addirittura calando in un momento di crescita importante della curva di incidenza, e pure sui decessi. Sono dimezzati, anche se il dato si basa su numeri ancora limitati. Prima di vedere con chiarezza gli effetti della vaccinazione sulle morti, che arrivano anche a tre settimane dall'infezione, ci vorrà ancora un po' di tempo ma la strada è segnata. In base ai dati elaborati dal Dep, il dipartimento di epidemia della Regione, se fosse stato per gli over 80 il Lazio sarebbe da zona gialla, con un'incidenza addirittura in diminuzione e un Rt sotto l'1».

Su Libero Fausto Carioti accusa l’ordine sparso delle (altre) Regioni. Parla infatti di uno studio del ricercatore dell’ Ispi Matteo Villa, che ha dei numeri agghiaccianti. Se avessimo fatto il vaccino a tutti i soggetti a rischio, avremmo dimezzato i decessi.

«Proprio perché è noto che gli ultra ottantenni rischiano di più, a gennaio il governo aveva deciso di vaccinare l' 80% di loro entro la fine di marzo: 3,6 milioni di persone. Un obiettivo che può dichiararsi fallito. Ieri risultavano vaccinati due milioni 479 mila 763 “over 80” italiani, e le possibilità che in 11 giorni si arriva al traguardo sono nulle.  Anche perché nota Villa su Twitter “nell’ultima settimana abbiamo registrato una costante diminuzione nella somministrazione di prime dosi agli ultraottantenni”, scese in media sotto le 50mila al giorno. Il motivo non è la cosiddetta “esitazione vaccinale” ossia la tendenza degli interessati a ritardare l'iniezione o a non farla. “È che ora si tratta di somministrare anche i richiami e le dosi sono quelle che sono”. Resta il fatto che di questo passo l'obiettivo di immunizzare l' 80% degli ultraottantenni sarà raggiunto solo il 22 aprile e bisognerà attendere l' 11 maggio perché tutti loro siano protetti dal virus. Ma l'errore è proprio nella strategia iniziale, sempre ammesso s'intende che lo scopo forse ridurre al massimo le morti da Covid, e non trovare un compromesso tra questo obiettivo e quello di difendere alcune categorie la cui età media però è associata a un rischio molto basso».

LA POLEMICA SULL’ESITAZIONE

È curioso notare che molti commentatori, fino a ieri inclini a essere scettici sulle stesse misure anti Covid, chiedano adesso punizioni violente e misure drastiche per chi esita (la cosiddetta “esitazione vaccinale” abbiamo visto è anche un termine tecnico) a scegliere il vaccino AstraZeneca. Emblematica è la polemica de La Verità di oggi. Il giornale di Belpietro lascia sullo sfondo condono e misure economiche (pur ammettendo che sul punto la Lega “ha perso”) per lanciare la crociata contro esitanti e indecisi. E contro Speranza che in questo caso sarebbe troppo permissivo. Su La Verità scrive Patrizia Floder Reitter:

«Torna a circolare AstraZeneca ma se un cittadino non lo vuole, è libero di scegliere con quale vaccino essere immunizzato. Ieri, giorno della revoca in Italia del divieto di somministrare il farmaco anglosvedese, un altro, forse più grave stop è stato formalizzato dai massimi vertici della nostra Sanità. Durante la conferenza stampa al ministero della Salute, il presidente del Css, Franco Locatelli, ha chiarito che se qualcuno rifiuta AstraZeneca «verrà riconsiderato nel tempo per altre tipologie di vaccini». Un De profundis più definitivo non poteva essere intonato, per un farmaco che sta scontando l'unica colpa di non essere tedesco e di costare meno di tutti gli altri antidoti al Covid.».

Dalle colonne del Corriere della Sera, Antonella Viola, immunologa, cerca invece di percorrere la strada della persuasione:  

«Sbaglia chi oggi sceglie di rifiutare il vaccino AstraZeneca? «Sbaglia di grosso», è il rimbrotto dell'immunologa Antonella Viola. Ci può dire un motivo per non cedere alle paure immotivate? «Rinunciare significa finire in coda e, in attesa di essere convocati una seconda volta per ricevere un preparato diverso, rischiare di essere contagiati dal virus che sta circolando parecchio». Perché non bisogna temere il vaccino AstraZeneca? «È sicuro ed efficace. È stato usato su almeno 27 milioni di europei e non ha provocato effetti gravi». E i 25 casi di tromboembolia segnalati in Germania e in altri Paesi? «Sono associati all'inoculazione solo come tempistica. I numeri ci dicono chiaramente che nei vaccinati l'incidenza di trombosi è inferiore al resto della popolazione».

LETTA ALLA PRESE COI CAPIGRUPPO

La prossima trappola sul cammino iniziale di Enrico Letta alla guida del Pd è la nomina dei capigruppo. Il nuovo segretario è ancora alle prese con due leader dei deputati e dei senatori, scelti al tempo di Matteo Renzi: Del Rio e Marcucci. Sul Corriere fa il punto Monica Guerzoni.

«Enrico Letta lavora per stringere i bulloni del Partito democratico. Un lavoro che richiede forza e cautela, perché le correnti, che pure lo hanno acclamato segretario, non sembrano tanto disposte a farsi spianare dal nuovo inquilino del Nazareno. Prova ne sia la sfida sottotraccia per i capigruppo di Camera e Senato. La decisione non ci sarà prima di martedì, quando il leader incontrerà i deputati al mattino e i senatori al pomeriggio, ma il tema è da giorni al centro dei colloqui e delle preoccupazioni dei dem. Graziano Delrio e Andrea Marcucci saranno riconfermati, o dovranno lasciare la presidenza dei rispettivi gruppi? Il dilemma si è aperto quando il giovane Brando Benifei, che guida la delegazione degli eurodeputati, ha offerto le sue dimissioni come «atto dovuto», un bel gesto che al Nazareno è stato apprezzato. Tanto che Letta ieri ha incontrato per la prima volta il gruppo e, dopo la verifica della fiducia, l'assemblea ha riconfermato Benifei alla guida della delegazione Ue. Adesso tocca ai presidenti dei gruppi di Camera e Senato. Delrio e Marcucci, «eredità» della segreteria di Matteo Renzi, ancora non hanno offerto le loro dimissioni. Formalmente Letta non ha chiesto nulla, ma si aspetta che i due presidenti accettino di «favorire una verifica».

GRILLO ALLE PRESE CON LA COMUNICAZIONE

Potrebbe essere stato un diversivo, ma Beppe Grillo ha voluto concentrarsi sui problemi di comunicazione dei 5Stelle. Non ha parlato di Rousseau, di Conte, di rifondazione ma di come sono trattati gli esponenti del Movimento quando vanno in tv. Spiega sul Corriere della Sera Emanuele Buzzi:

«Oggi come allora Grillo detta la linea, comprese le regole per andare o meno in tv. Il garante in un post si lamenta dei toni e dei modi dei talk show e prova a imporre dei canoni: «Chiediamo che i nostri portavoce, ospiti in trasmissioni televisive, siano messi in condizione di poter esprimere i propri concetti senza interruzioni». E ancora: «Chiediamo, inoltre, che i nostri portavoce siano inquadrati in modalità singola, senza stacchi sugli altri ospiti presenti o sulle calzature indossate, affinché l'attenzione possa giustamente focalizzarsi sui concetti». Per Grillo si tratta di «poche regole, di buon senso oltre che di buona educazione, che se osservate consentiranno ai portavoce del Movimento Cinque Stelle di presenziare a trasmissioni televisive». Qualche eletto storce il naso, ma il garante non si ferma qui. Già nei giorni scorsi Grillo ha redarguito chi si è lanciato in interviste, ora cerca - secondo quanto rivela l'Adnkronos - di mettere a punto contromosse anche per «migliorare» le performance dei parlamentari. Si fa strada l'ipotesi di corsi di public speaking per i pentastellati e anche di un ciclo di lezioni da parte di Marco Morosini, docente di Politica ambientale a Zurigo, esperto quindi di «transizione ecologica», considerato vicino a Grillo. Il garante poi interviene ironizzando - proprio come una volta - sull'uso del termine grillini: «Non ce la siamo mai presa, non ce la prendiamo». E poi ipotizza una serie di diminuitivi anche per altri interlocutori: piddini, salvinini, renzini, melonini. Intanto il post sulle regole tv provoca reazioni. Per il dem Filippo Sensi le parole di Grillo «segnano un pericoloso ritorno al passato». Replica anche Enrico Mentana: «Sono parole irricevibili». Il direttore del Tg La7 sottolinea: «Ognuno svolge il proprio ruolo, e a questo proposito ci sarebbe da capire quale è il ruolo di Grillo, e già che ci siamo di Conte. Se si chiede chiarezza bisogna anche dare chiarezza». 

MELONI E SALVINI NON SI PARLANO

Se Pd e 5Stelle sono sempre un po’ nei guai, non è che a destra il clima sia migliore. Secondo Amadeo La Mattina che ne scrive su La Stampa, Salvini e la Meloni non si parlano. Gelo completo. Almeno tre i motivi di dissidio: le alleanze internazionali, la mancata costituzione del coordinamento del centro destra e soprattutto le amministrative, anche qui come per Pd e 5Stelle, c’è l’ingombrante tema delle elezioni a Roma.  

«Rapporti ai minimi termini tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. A mettere zizzania tra i due ci si mette pure il premier ungherese Viktor Orbán. La leader di FdI sostiene che i rapporti con la Lega sono «in una fase di assestamento». Del resto sono due partiti che hanno scelto una collocazione diversa, il Carroccio al governo, FdI all'opposizione. Ma il gelo c'è. È caduta nel vuoto la proposta di Meloni di un coordinamento politico più stretto, un intergruppo per sostenere proposte comuni: «Potrebbe aiutare a rafforzare le idee del centrodestra all'interno del governo». Ma Salvini non ha voglia di sentirsi dire dagli occasionali compagni di viaggio nel governo Draghi di voler stare con un piede dentro e uno fuori. (…) Le spine sono tante. Niente intergruppo di centrodestra ma in compenso la Lega un "intergruppo" per spingere sulle infrastrutture e sul Ponte di Messina lo ha fatto con Forza Italia e Italia Viva. Perimetro di maggioranza. L'altra spina sono le candidature dei sindaci. In particolare sulla scelta a Roma. Lega e Forza Italia puntano su Bertolaso. FdI ha un altro candidato civico, Andrea Abodi, presidente del Credito sportivo. «È un nome poco conosciuto, rischia di non arrivare al ballottaggio», spiegano i leghisti. E poi, dice affilato Salvini, «chi ha detto no a Bertolaso su Roma proponga altro, non basta dire di no. Mi riferisco a Fratelli d'Italia». Una risposta che ha molto irritato Meloni, che da giorni chiede un vertice del centrodestra. Ma l’appello è caduto nel vuoto. «Basta mezz' ora per chiudere sulle candidature», afferma Meloni. E ricorda a Salvini che le ipotesi in campo sono due: Bertolaso e Abodi. Per Fdi non basta pensare alla corsa per il Campidoglio: le scelte devono riguardare tutte le città che vanno al voto e la corsa per la presidenza della Calabria».

SCONTRO USA-CINA

Biden cade per due volte salendo sulla scaletta dell’aereo presidenziale. Probabilmente la tv russa non ha nascosto la sequenza. Ma le Cancellerie di mezzo mondo tengono il fiato sospeso su un altro evento: il durissimo scontro Usa-Cina delle ultime ore. Proprio ieri l’analista Kupchan aveva inquadrato la polemica diretta con Putin nell’ottica della nuova competizione con Pechino. Paolo Mastrolilli su La Stampa ci aggiorna.

«La Cina è convinta che il vento della Storia sia cambiato, Usa e Occidente sono avviati verso un declino irreversibile, e quindi è arrivato il momento di premere sugli americani affinché si rassegnino alla perdita della primazia globale. La rissa diplomatica di Anchorage, avvenuta giovedì e ieri tra i responsabili della politica estera dei due Paesi, lo dimostra. Resta da capire se la strategia scelta da Biden per rispondere, basata sulla creazione di un fronte unito con gli alleati europei ed asiatici, basterà a cambiare la traiettoria, evitando quella che minaccia di diventare anche un'escalation militare. Lo scontro di giovedì è senza precedenti. Il segretario di Stato Blinken ha fatto una breve dichiarazione in difesa dell'ordine globale basato sulle regole, ammonendo che «l'alternativa è un mondo in cui la forza prevale e i vincitori prendono tutto, e sarebbe molto più violento e instabile per tutti noi». Pechino è responsabile dell'erosione dell'ordine globale, e Blinken le ha rimproverato diverse azioni, «incluso lo Xinjiang, Hong Kong, Taiwan, gli attacchi cibernetici contro gli Usa, la coercizione economica dei nostri alleati». Queste parole hanno urtato il direttore dell'Ufficio per gli Affari Esteri del Comitato Centrale Yang Jiechi, che si è lanciato in una ramanzina di 16 minuti: «Gli Usa hanno il loro stile di democrazia, e noi il nostro». Le guerre le fa l'America, che «dovrebbe smettere di esportare la propria democrazia nel resto del mondo».