Draghi vede Angela, non Matteo

Nessun incontro fra Draghi e Salvini. Sul fisco ancora tensione. Mentre la Merkel arriva a Roma. Nel centro sinistra Conte non vuole Renzi e Calenda. Putin fa scendere il gas. Becciu azzerato

L’aspra diatriba fra Draghi e Salvini per ora non si è conclusa. I giornali si dividono fra chi vede il Governo tirare dritto e chi vede la Lega tenere duro. Vedremo se ci sarà davvero un incontro ravvicinato fra i due, intanto oggi il nostro Presidente del Consiglio incontrerà Angela Merkel, a Roma in un tour di saluti alla fine del suo cancellierato. Chiederà consiglio? La materia dello scontro, la riforma del Fisco, non giustificherebbe grandi rotture ma certo il voto amministrativo ha messo forte disagio nel centro destra. Per Brambilla il centro destra non c’è più, mentre per Gramellini è altamente simbolico, per l’impresentabilità della destra di Meloni, che la più votata a Roma sia Rachele Mussolini. Stavolta fanpage non c’entra.

A sinistra, dove pure la linea di Letta appare vincente, c’è anche lì una discussione in corso in vista del ballottaggio. Si perché Calenda, diventato ingombrante per i consensi raccolti, appoggerà Gualtieri ma nei 5 Stelle cova un bel malumore nei confronti del Pd. Travaglio sostiene che Conte pone il veto contro Renzi e Calenda all’interno del nuovo Ulivo, ma se fosse davvero così, potremmo dire che anche il centro sinistra rischia di sfasciarsi ancor prima di maturare il suo nuovo assetto. Sul Corriere il guru del Pd Bettini consiglia di tenere da conto l’alleanza coi grillini, valorizzando però anche il rapporto con Calenda, protagonista di “un successo chiarissimo”.

Il Papa ha commentato il rapporto choc sulla pedofilia in Francia. «È il momento della mia vergogna, della nostra vergogna», ha detto all’udienza in Aula Nervi. Giuliano Ferrara va controcorrente e parla di nuovo caso Dreyfus contro la Chiesa. Al processo contro Becciu e altri 9 imputati, sono stati annullati i rinvii a giudizio, buona parte del processo è da rifare. Secondo il presidente del Tribunale Pignatone gli imputati non hanno potuto esercitare il diritto di difesa. Ma per gli espertoni Galli della Loggia e Feltri non era un processo farsa, senza garanzie? Mah.

Dall’estero, sono continue le minacce militari cinesi a Taiwan. Sull’energia, mentre l’Europa cerca misure comuni, Putin rassicura sulle forniture e il prezzo del gas scende del 6,6%. Per il Presidente russo la colpa del boom dei prezzi è anche colpa della Ue, che ha sbagliato calcoli e procedure. La Russia comunque aumenterà le forniture, ha promesso, e così le quotazioni del gas salite del 40 per cento in mattinata si sono sgonfiate in serata.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Lo scontro fra Salvini e il presidente del Consiglio e lo scontento provocato dal voto di domenica tengono ancora banco. Il Corriere della Sera vuole rassicurare: Draghi: nessuna patrimoniale. Avvenire fa un titolo in stile Manifesto, riprendendo il nome di una famosa serie tv: La casa di carta. Il Domani sostiene: Alle minacce di Salvini non crede più nessuno: la crisi era un bluff. Per la Repubblica, è come in un incidente automobilistico: Salvini sbatte su Draghi. Per La Stampa c’è ostilità: Draghi, uno schiaffo a Salvini. Anche  il Mattino drammatizza: Fisco, Draghi gela Salvini. Il Quotidiano Nazionale è più oggettivo: Draghi tira dritto: no a logiche elettorali. Il manifesto sempre ironico con la foto di un Draghi sorridente ma con l’ombrello: No problem. Il Messaggero: Tensione Lega, Draghi va avanti. Per Libero chi tiene duro è Salvini: La Lega non molla. Il Sole 24 Ore ricorda che sul 110% il Parlamento spinge in direzione opposta al monito del Ministro dell’Economia Franco: Le Camere: prorogare i bonus edilizi. La Verità torna sull’amato virus e vorrebbe processare gli esperti: Agenzia del farmaco indagata per le mancate cure anti Covid. Il Fatto ragiona sui rapporti a sinistra: Letta imbarca Calenda e Renzi. Conte dice no. A proposito dell’ex premier il Giornale spara: Il legale indagato tramava per Conte.

FISCO, DRAGHI NON SI FERMA

Tommaso Ciriaco per Repubblica racconta la giornata di Mario Draghi che dalla Slovenia manda messaggi precisi a Roma.

«La pioggia cade su Brdo senza pietà. Dentro la saletta dell'hotel Elegans si soffoca. Venti cronisti sono stipati in trenta metri quadrati. Arriva Mario Draghi. «Spostiamoci, altrimenti nei tg la notizia diventa che non abbiamo rispettato il distanziamento». Nel corridoio trasformato in sala stampa, invece, si respira. Il premier prende fiato e chiude la partita con la Lega: «Una crisi? Il governo va avanti. L'azione dell'esecutivo non può seguire il calendario elettorale. E oggi Salvini ha detto che la partecipazione al governo non è in discussione ». È evidente che già considera sedata la rivolta. L'insofferenza verso il leader del Carroccio è forte, però. «Basta fake news - si infuria Maria Stella Gelmini - Draghi non metterebbe mai le mani nelle tasche degli italiani!». Come sempre, decidono i rapporti di forza. «Non credo che Salvini strapperà davvero - confidava ieri Renato Brunetta a un collega - Ma se anche lo facesse, lo farebbe da solo». I ministri leghisti non accettano una crisi. I governatori neanche. A via Bellerio ancora si soffre per lo scandalo Morisi. Ad ogni arretramento del leader del Carroccio, corrisponde un passo avanti di Draghi. È successo l'altro ieri, sulla delega fiscale approvata senza la Lega. Ed è capitato ancora ieri mattina, a Palazzo Chigi, durante una riunione nella quale a un certo punto è calato il gelo. L'incontro tra gli sherpa dei ministeri era stato convocato per discutere della legge sulla concorrenza. Quando è toccato a uno dei tecnici dello Sviluppo economico, l'imbarazzo si è impossessato della sala: «Non abbiamo il mandato di poter esprimere un parere, in questo momento ». Più che segnalare uno stallo, è il sintomo di una debolezza. «È una situazione confusa - si è lasciato sfuggire nei colloqui privati delle ultime ore Giancarlo Giorgetti, con la consueta e brutale franchezza - neanche noi sappiamo bene la direzione». Draghi, comunque, porterà il testo sulla concorrenza in consiglio dei ministri entro una decina di giorni. La linea comunicata dal premier, d'altra parte, resta quella di sempre: c'è un esecutivo di unità nazionale, e questo esecutivo governa finché gode del sostegno della maggioranza di unità nazionale. Significa due cose. Primo: Draghi non presterà volto e braccia a uno stallo imposto da ragioni politiche. Secondo: nessuno immagini che uno strappo della Lega sia privo di conseguenze, o che la formula di unità nazionale possa essere sostituita da schemi politici diversi. Chi si assume la responsabilità di una rottura, sceglie un salto nel vuoto. E infatti, il messaggio sembra raggiungere il destinatario. Salvini, dopo aver sparato fuochi d'artificio a ritmo frenetico, fa marcia indietro. E lo fa dopo che Draghi ribadisce dalla Slovenia quello che aveva ripetuto in diverse occasioni: nessuna tassa sulla casa sarà imposta. Il premier sembra infastidito quando gli domandano della presunta patrimoniale denunciata da Salvini. «La riforma del catasto non è una patrimoniale. Questo governo non tocca le case degli italiani, né aumenta le tasse. Vogliamo lasciare che la ripresa si consolidi, senza turbarla con attacchi fiscali». Di più: il presidente del Consiglio sembra quasi sfidare l'ex ministro dell'Interno sul merito: «Quella sul catasto è un'operazione di trasparenza. Perché nascondersi dietro l'opacità e calcolare le tasse sulla base di numeri che non hanno senso? Non è meglio fare luce?». I due si incontreranno, annuncia Draghi. Presto, comunque entro l'inizio della prossima settimana. Al leghista, il premier chiederà responsabilità e prometterà ascolto, invitandolo però a slegare l'azione di governo dal legittimo nervosismo post elettorale. E, d'altra parte, ritiene che dopo la pandemia il Paese chieda moderazione e non urla, decisioni e non rinvii. Inutile incaponirsi nello scontro frontale. L'ultimo fotogramma torna alla saletta dell'hotel di Brdo. «Presidente - sorride un giornalista prima del "trasloco" in corridoio della sala stampa - facciamo una chiacchiera informale?». «Magari, io e lei?», la replica del premier. «È stato mai tradito da un giornalista? », insiste. "«No, forse a metà degli anni Novanta». Sono passati quasi trent' anni, non sembra aver voglia di farsi sgambettare neanche da un leader politico».

Secondo Marco Galluzzo del Corriere della Sera, la strategia di Draghi è accelerare. Ci saranno due consigli dei Ministri a settimana.

«Mario Draghi e Matteo Salvini non si sono ancora parlati. Ma hanno deciso di farlo. Gli staff hanno già preso contatti. Si vedranno domani, o forse sabato, ma non per sancire una pace, quella è già stata acquisita, piuttosto per discutere delle prossime scadenze del governo. Il leader della Lega ha apprezzato non solo le rassicurazioni del presidente del Consiglio a margine del summit europeo, nel castello di Brdo, in Slovenia, quel rimarcare che nella delega fiscale non esiste alcuna patrimoniale o tassa aggiuntiva, ma anche alcune decisioni che sono imminenti e che lasciano più che soddisfatto l'ex ministro dell'Interno. Per alcuni saranno lette come concessioni che il premier ha deciso per rabbonire Salvini, e ovviamente a Palazzo Chigi smentiscono: non leggono l'azione di governo come strumento di composizione del conflitto politico. Eppure dal provvedimento sulla concorrenza, che toccherà interessi consolidati dei partiti e dei loro apparati di interesse, un testo di riforma che Draghi ha promesso di portare in Consiglio dei ministri prima della fine del mese, sembra sia sparito l'argomento concessioni balneari: l'Europa ci ha messo in mora da anni, il premier ha deciso che ci sono argomenti più urgenti e importanti, a cominciare dalle partecipate locali e dalle loro regole. Il leader della Lega aveva sparato a zero qualche settimana fa alla sola ipotesi che le concessioni degli stabilimenti balneari fossero riviste: che la bozza del provvedimento non contenga l'argomento è una dato da registrare. Sia all'andata che al ritorno da Lubiana, nell'aereo che lo porta al vertice europeo, questi argomenti rimbalzano in modo disteso: si discute di un'agenda fittissima di qui a fine anno, di contenuti ad alta caratura politica, di un metodo di lavoro, quello impresso da Draghi alla macchina dell'esecutivo, che si conferma per accelerazione. Almeno due Consigli dei ministri a settimana, ha deciso il premier, sino al 31 dicembre, non si può rallentare, semmai andare ancora più di corsa. Ci sono più di 50 adempimenti da varare o coordinare per l'attuazione del Pnrr, e poi la legge di Bilancio, quella della concorrenza, un capitolo, quello della pandemia, che si è ridotto, ma non azzerato. Correre dunque, anche a scapito di qualche corto circuito come quello sulla delega fiscale: è vero che la Lega si è trovata con soli 20 minuti per leggere la bozza della delega, ma è anche vero che il premier aveva un impegno europeo e che ha deciso, ma non da ora, che se i documenti circolano fuori da Palazzo Chigi (per «fuori» si intende anche presso i ministeri) aumenta il rischio di una fuga di notizie. Infinitamente dannose, a suo giudizio, e per il buon governo e per la celerità della sua azione. Un'azione che oggi avrà un altro tassello significativo nelle decisioni del Consiglio dei ministri, il secondo della settimana, sulle capienze di locali pubblici e discoteche. Il Comitato tecnico scientifico ha dato il suo parere, Draghi ha deciso che è arrivato il momento di fare passi in avanti anche su questo tema, che da mesi è uno dei cavalli di battaglia di Salvini. È certamente solo una coincidenza, ma per chi segue da vicino il lavoro del premier è anche la conferma che prima o poi gli interessi dell'esecutivo e quelli della Lega possono coincidere. Del resto il voto amministrativo - soprattutto nella grandi città - sembra aver confermato che gli italiani apprezzano più il taglio pragmatico e sin qui efficace del governo piuttosto che una continua propaganda politica capace di imporsi nel dibattito mediatico, ma senza conseguenze sul piano pratico. Oltre a vedere la Merkel, a presiedere il Consiglio dei ministri, oggi Mario Draghi avrà anche una cabina di regia necessaria per definire i finanziamenti ad alcuni progetti contenuti nel Pnrr: i primi miliardi di euro, già arrivati da Bruxelles, destinati a scuole, hub universitari, ricerca. Se la Lega può chiamarsi fuori da tutto questo, la risposta del premier, non ufficiale, è assolutamente negativa».

DIALOGO A SINISTRA: CONTE E LETTA, CALENDA E RENZI

I rapporti di forza sono cambiati all’interno del centro sinistra. Ci hanno pensato gli elettori a farlo. Ma i giochi finiranno davvero col secondo turno. Giovanna Vitale per Repubblica.

«La partita non è ancora finita, saranno i ballottaggi a decidere chi ha davvero vinto le amministrative d'autunno. Lo sanno bene al Nazareno, dove si sono messi a far di conto: restano ancora da assegnare tre capoluoghi di regione, tra cui Roma e Torino, e 14 capoluoghi di provincia. Perderli significherebbe ridimensionare, e di molto, il successo riscosso al primo turno. Perciò quando a sera Carlo Calenda va in tv a dichiarare la sua preferenza per il candidato di centrosinistra nell'Urbe, al Nazareno non nascondono la soddisfazione. «Penso sia giusto andare a votare e come tale sicuramente non voterò Michetti ma Gualtieri perché mi corrisponde di più», si impegna pubblicamente il leader di Azione dopo 48 ore trascorse a maramaldeggiare, indeciso se schierarsi a destra o a sinistra, sentendosi padrone del centrocampo che nella capitale può fare la differenza. «Il problema di Michetti non è che è un neofascista » bensì che è «totalmente incapace», attacca davanti alle telecamere di Otto e mezzo , gelando le speranze del fronte sovranista che pure lo aveva molto corteggiato. «Ma non è un'indicazione urbi et orbi , voglio essere chiaro: questa è la scelta di Carlo Calenda, che non mette in discussione i tanti dubbi che ho sulla classe dirigente e sul programma di Gualtieri». Un colpo al cerchio e uno alla botte, che ormai è un po' lo stile della casa. Con una chiara strategia in testa: far pesare il 20% ottenuto nelle urne capitoline per condizionare le alleanze future. Utilizzando il risultato elettorale come grimaldello per ridefinire il perimetro del Nuovo Ulivo a cui Enrico Letta lavora da tempo, avendo come primo interlocutore Giuseppe Conte. Un'opzione che l'ex ministro dello Sviluppo, per una volta d'accordo con Matteo Renzi, non apprezza affatto, tanto da chiedere esplicitamente l'esclusione del M5S da qualunque patto di coalizione. A partire da quelli nelle città che si stanno costruendo per il secondo turno delle comunali: la prova generale delle politiche che verranno. «Gualtieri deve dire che non metterà i grillini in giunta», il veto lanciato per due giorni di seguito all'indirizzo dell'aspirante sindaco di centrosinistra. Il quale non ha potuto far altro che confermare la decisione già presa in campagna elettorale. Una mossa che però, oltre a suscitare l'irritazione dei dem romani - «Non si capisce perché Roberto abbia dovuto inseguire Calenda e dire un no preventivo all'ingresso in squadra dei 5S, che peraltro non glielo avevano chiesto» - ha scatenato l'ira del Movimento e del suo capo politico. «Dettare condizioni agli altri mi sembra quanto meno arrogante », la replica al curaro di Conte, che peraltro deve fare i conti con una nutrita fronda interna contraria a schierare il M5S accanto al Pd. Tant' è che «l'imperativo categorico è mai con la destra», dice l'ex premier, ma per i ballottaggi «faremo valutazioni, gli elettori non sono pacchi postali ». Feroce l'avvertimento di Roberta Lombardi: «Una certa sinistra radical chic continua a guardarci con condiscendenza. I nostri elettori certo non apprezzeranno questo mal posto senso di superiorità nei nostri confronti». Esattamente lo scontro che Letta aveva cercato in ogni modo di evitare, annunciando che né a Roma né a Torino si sarebbero fatti apparentamenti: «Nei prossimi giorni cercherò Conte, Renzi, Calenda e tutti quelli che non hanno fatto parte della nostra coalizione al primo turno. Noi non faremo accordi basati su posti e assessorati, ma cercheremo di convincere i cittadini che la scelta è tra noi e la destra. O di qua o di là. Perché se a Roma vincesse Michetti sul palco a festeggiare ci ritroveremmo la Meloni con Fidanza e tutto quel mondo neofascista lì». Un pericolo da scongiurare. Ecco perché servono tutti e non si può escludere nessuno. Certo non il M5S «che ha già mandato segnali chiari», riflette il segretario dem. Nonostante Virginia Raggi. Che forse per alzare il prezzo all'interno del Movimento, ha deciso di accettare l'invito di Michetti: andrà a prendere un caffè con lui. E poi chissà».

I dati percentuali dei 5 Stelle nelle città non sono facili da digerire. Sale nella base grillina la rabbia contro il Pd, alleato sanguisuga. Luca De Carolis per il Fatto.

«Due giorni dopo, gli effetti della botta da urne per i 5Stelle si vedono e si sentono. Si vedono nei capannelli dei deputati a Montecitorio, più stufi che arrabbiati. E si sentono nelle voci su un'altra, imminente infornata di addii: c'è chi dice fino a 20, alcuni dei quali in direzione Lega, e l'ex sottosegretario Gianluca Vacca lo conferma: "L'identità è sbiadita, se non troviamo il modo di discutere di ciò che dobbiamo essere altre uscite saranno inevitabili". In diversi toccano note simili: "La gente non capisce più cosa siamo, perché dovrebbe votarci?". Il perché lo dovrà spiegare innanzitutto Giuseppe Conte, a cui i parlamentari chiedono di nominare in fretta la segreteria e i referenti territoriali, e di rilanciare "con due o tre temi forti" il M5S . Lo sa, l'avvocato, come sa bene che quasi tutti non hanno gradito l'Enrico Letta che in queste ore ha aperto a una coalizione larga con lui federatore e dentro il Movimento, certo, magari però assieme a Carlo Calenda - che ieri ha annunciato il sostegno al dem Roberto Gualtieri a Roma - e Matteo Renzi. Proprio lui, il segretario del Pd, che in mattinata a Roma incrocia i ministri grillini e il presidente della Camera Roberto Fico alla festa per i 70 anni di Pier Luigi Bersani, al Palazzo delle Esposizioni. Sorrisi e brindisi, anche con altri ospiti di riguardo come Romano Prodi, Massimo D'Alema e Walter Veltroni. Sorride largo, Letta. Ma i 5Stelle no. "Non possiamo stare con Calenda e Renzi, non era questo il perimetro" s' infiamma un big, mentre nel M5S il malumore trabocca: "Siamo troppo schiacciati sul Pd, ci stanno già calpestando". Sa pure questo Conte, e non a caso dalla Sicilia, ennesima tappa del suo tour, avvisa tutti che la strada resta quella: "La nostra è una traiettoria politica che vede un dialogo costante con il Pd". Però qualcosa va precisato, servono segnali, anche per calmare le truppe. Così in serata l'ex premier rintuzza il Calenda che aveva posto l'assenza di assessori del Movimento come condizione per sostenere Gualtieri: "Calenda sta facendo un suo percorso politico autoreferenziale, e noi glielo facciamo fare tranquillamente, ma è all'inizio di un cammino politico nazionale, e quindi dettare condizioni agli altri mi sembra quantomeno arrogante". Detto questo, "gli apparentamenti nei ballottaggi sono da escludere, ma non c'è alcuna possibilità di poter collaborare con un'eventuale giunta di centrodestra". L'avvocato parla al capo di Azione per rivolgersi anche al Pd, facendo capire che per lui Calenda non è dentro la coalizione. Quanto ad accordi, "non abbiamo chiesto nulla e non abbiamo mai pensato di avere assessori a Roma". Conte ha già fatto intendere che va sostenuto Gualtieri - "è un mio ex ministro" - e lo ripeterà. Nell'attesa si espongono i suoi fedelissimi, il ministro Stefano Patuanelli - "ho lavorato con Roberto, se i dati economici sono migliorati è anche grazie a lui" - la viceministra Alessandra Todde: "Lo voterei". Ma niente accordi formali. Non dopo che Virginia Raggi, ancora popolarissima nella base, ha spiegato che non farà dichiarazioni di voto. E comunque il nodo resta quello, i dem che aprono ai "moderati", perfino a Renzi. E fonti vicine a Conte spiegano che no, questo no: "Renzi non può essere un nostro interlocutore". Poi c'è anche altro, il fastidio dei 5Stelle per le parole del ministro del Lavoro, Andrea Orlando, contro il salario minimo. "È una nostra proposta" ringhiano. Non caso il M5S rilancia sul salario con una nota. Chissà se ne avranno parlato Letta e Conte, che ieri si sono sentiti per telefono, discutendo innanzitutto di Comunali. "Noi non siamo infallibili" ricorda l'avvocato da un palco siciliano. Ma da qui in avanti, meglio limitare gli errori».

Ma se nel  nuovo Ulivo di Enrico Letta ci sarà posto per Calenda e Renzi, esiste una qualche competizione fra i due? Giovanna Casadio per Repubblica.

«Il "fenomeno" Calenda rimescola le carte in quell'area centrista di cui Renzi si ritiene il dominus. Entrambi istrionici e fumantini, riformisti e liberali, fuoriusciti dal Pd e leader di due partiti - Azione e Italia Viva - accreditati nei sondaggi nazionali pre-amministrative a un punteggio calcolato sulle dita di una mano, eccoli riacquistare centralità grazie al risultato della "lista Calenda" per il Campidoglio. Ma sono già in competizione. Appena, appena tenuta sotto traccia anche se entrambi, prima Renzi e poi finalmente Calenda, hanno detto che voteranno il dem Gualtieri. A chi gli chiede se Carlo Calenda stia insidiando la leadership del centro, Renzi risponde «con Carlo vado d'accordo, assolutamente sì». Calenda dal canto suo dichiara che nel polo riformista, pragmatico e liberaldemocratico a cui intende lavorare non pensa ad accordi tra ceto politico. Girerà l'Italia («Da Bolzano a Siracusa »), avrà confronti con Carlo Cottarelli, Marco Bentivogli, anche con Emma Bonino. E Renzi? «Con Renzi il problema è che l'attività di leader politico non è conciliabile con quella di businessman. Ma in Italia viva ci sono persone di qualità come Elena Bonetti», dichiara il leader di Azione a La Stampa, forte del 20% di voti di lista con cui ha superato sia Fratelli d'Italia che il Pd a Roma. Una stoccata. Il leader di Italia Viva non raccoglie. Risponde in tv su La7: «Carlo è un po' così e cerca di fare qualche polemica anche con gli amici. E' andato molto bene a Roma e lo abbiamo sostenuto convintamente ». Però sui social circolano i numeri e le foto della superiorità renziana. Un esempio: i due consiglieri comunali largamente più votati della lista Calenda a Roma sono due giovani di Italia Viva, Valerio Casini e Francesca Leoncini. Sui social c'è la loro foto e un applauso: "Bravi". «Italia Viva è inspiegabilmente viva », ammette il leader. Che in privato ha confidato: se Azione, il partito di Calenda, voleva lanciare una Opa sull'area liberal democratica e riformista, ebbene non può farlo, non ha i numeri né la struttura. E qui i renziani offrono l'elenco dei loro risultati in giro per le amministrative. A Napoli la lista "Napoli viva" composta da renziani e forzisti in libera uscita, ha ottenuto il 5,6%. Azione con il suo simbolo lo 0,4%. A Milano nella lista dei riformisti per Sala la più votata è Lisa Noja di Iv. Comunque domenica nell'assemblea del partito, la questione della "competition is competition" con Calenda sarà affrontata. Dice Ettore Rosato, coordinatore di Italia viva e vice presidente della Camera: «Iv esce rafforzata e soddisfatta e con l'idea di un polo riformista ampio con le forze laiche, moderate e cattoliche che vanno da ministre di Forza Italia a +Europa». E Calenda? «Con lui per le elezioni romane abbiamo fatto un bellissimo lavoro: sarà co-protagonista del progetto, se vorrà». D'altra parte Renzi lo va ripetendo da tempo come un mantra, adesso con più forza convinto com' è che i populisti siano finiti e i 5Stelle in rapida dissoluzione «in 15 mesi»: «L'area riformista, dai moderati che non vogliono Salvini e Meloni fino ai democratici che non vogliono morire grillini, è fortissima e questo è fondamentale in vista del 2023. Noi con l'1% abbiamo preso più consiglieri comunali dei 5Stelle». Da +Europa, tra i sostenitori di Calenda sindaco, l'appello «a una federazione per un'area liberaldemocratica », ribadisce Benedetto Della Vedova dopo un colloquio con Calenda. Il Pd è pronto a capitalizzare l'allargamento del centrosinistra in ogni direzione: da Conte a Calenda e Renzi, modello che ritiene vincente».

Maria Teresa Meli ha intervistato per il Corriere il leader del Pd che invece più si era speso per il “papa straniero” Giuseppe Conte: Goffredo Bettini.

«Goffredo Bettini, il M5S è in caduta libera, ha ancora senso ritenerlo un interlocutore privilegiato? «Partiamo dall'essenza dei risultati elettorali. Hanno vinto i sindaci democratici delle grandi città. Il Pd di Enrico Letta. Il campo largo del centrosinistra. Si è rafforzato Draghi. La destra ha subito un duro colpo. Detto questo, il cammino è lungo. L'astensionismo aumenta. Le elezioni amministrative sono a noi generalmente più favorevoli rispetto a quelle politiche. La ripresa economica è appena all'inizio. E poi, tra quindici giorni va confermato il grande successo ottenuto, anche a Torino e a Roma. Sono fiducioso ma nulla, proprio nulla, è scontato. Occorre, anzi, combattere come e più di prima. Perché i nostri avversari cercheranno in tutti i modi la rivincita. Comunque, mettiamoci alle spalle le alchimie, i posizionamenti politicistici. Che significa privilegiato? I 5 Stelle insieme ad altri sono impegnati a costruire con la loro autonomia una credibile alternativa alla destra. Conte da poco ha preso la direzione del Movimento, dandogli una curvatura unitaria, di governo, amichevole nei confronti della sinistra e credibile con i principi che invoca nella carta dei valori. Che dobbiamo fare? Gioire per le difficoltà di questa fase di passaggio? Mi pare più saggio, come ha detto Letta, sperare nello sviluppo positivo del suo rinnovamento. Anche perché, comunque, sia a Napoli che a Bologna abbiamo ottenuto i migliori risultati in Italia, con Manfredi e Lepore, grazie anche ad una alleanza con il partito di Conte». Carlo Calenda a Roma ha superato il Pd: non fareste bene a guardare a quell'area? «Noi guardiamo a tutte le forze democratiche. Il voto conferma che un Pd supponente e isolato perde. Mentre un Pd arioso, dinamico politicamente, dialogante e unitario vince. E difende anche meglio le sue idee. Questa ispirazione, dopo la sconfitta del 2018, guidò il gruppo dirigente di Zingaretti. E Letta l'ha ulteriormente sviluppata. Il rafforzamento di un'area liberale e di centro di cui hanno parlato più volte Calenda, Renzi, Bentivogli e altri ancora, come dico da almeno due anni, non solo è auspicabile ma indispensabile per vincere contro la destra». Conte dovrebbe fare un appello pro Pd prima dei ballottaggi? «Parlo di Roma che è la madre di tutte le battaglie. Non vanno fatte forzature. La Raggi è stata tenace e ha ottenuto un risultato di buona resistenza. Per Calenda c'è stato un successo importante e chiarissimo. Occorre comprendere bene le ragioni di chi non ci ha votato. Raccogliere le proposte che appaiono giuste e positive. Conte ha già dichiarato una preclusione verso i candidati della destra. Renzi ha detto che voterebbe Gualtieri. Calenda sta interloquendo. C'è un clima potenzialmente positivo. Fondamentale è rivolgerci a tutti gli elettori. Con l'autonomia del nostro candidato e la qualità del suo programma. È ragionevole pensare che gli elettori democratici che al primo turno sono andati divisi attorno a tre candidature diverse, si possano riconoscere in Gualtieri. Un democratico europeista, che ha dimostrato di saper governare in Italia e in Europa con autorevolezza e grande competenza. Dall'altra parte ci sono Michetti, Meloni e Salvini. Nulla di personale, ma una catastrofe politica e amministrativa». Enrico Letta nel 2023 sarà candidato premier? «Letta in sei mesi è cresciuto enormemente nella considerazione del Paese. Deciderà con libertà come procedere. Mi pare tuttavia che rimanga con i piedi ben piantati a terra. Questa volta mi pare possa stare sereno per davvero». Nuoce più al governo lo strappo di Salvini o la drammatizzazione che ne fa il Pd? «Il Pd non drammatizza affatto, piuttosto richiama tutti, soprattutto la Lega, alla responsabilità di governo e alla coerenza. Draghi stesso ha parlato di un fatto serio. La verità è che il partito di Salvini è un corpo politico tirato da carri che vanno in direzioni opposte. Sarà fonte, per questo, di ulteriori problemi e instabilità». Secondo Letta non ci sono spazi per il proporzionale. «Anche io vedo pochi spazi nel corso di questa legislatura. Ma resto della mia idea. Per certi aspetti confermata dall'aumento della disaffezione al voto. Servono partiti in grado di ripiantare la politica nel profondo della società, con profili ideali e programmatici chiari. Gli schieramenti "costretti", interessati prevalentemente alla dimensione del governo, rischiano di risultare più "aerei". Il campo largo del centrosinistra deve essere un'alleanza politica fondata su un compromesso trasparente, non un contenitore confuso all'interno del quale ognuno interdice e appanna le ragioni dell'altro». Lei pensa ancora che Draghi potrebbe andare al Quirinale e che il voto anticipato non sarebbe un dramma? «Di questo argomento si parlerà nei prossimi mesi. La mia opinione l'ho espressa, con un ragionamento elementare. Se il presidente Mattarella, un pilastro dell'equilibrio repubblicano, confermasse la sua indisponibilità per un secondo mandato, si aprirebbe il problema di una scelta da compiere. Invochiamo tutti la presenza di Draghi in Italia. Condivido. La sua persona incarna un sentimento larghissimo nel Paese. La cosa migliore sarebbe che egli governasse fino al 2023. Il Pd non farebbe mancare mai il suo sostegno. Sono convinto, tuttavia, che la Lega strapperà. Purtroppo, è nella logica delle cose. A quel punto, se Draghi non sarà stato eletto presidente della Repubblica, si troverà costretto a decidere se dar vita a un governo politico senza tutta la destra, e non mi pare nelle sue corde, oppure non sarà più a disposizione per l'Italia. Mi pare giusto riflettere su questo scenario che sarebbe disastroso per l'economia e per i nostri rapporti internazionali. Dico riflettere. Solo riflettere».

E IL CENTRODESTRA? FORSE NON C’È PIÙ

L’elaborazione del voto amministrativo a sinistra è una passeggiata rispetto al maldipancia del centro destra. Michele Brambilla sul Quotidiano Nazionale sostiene: il centro destra non c’è più.

«Il centrodestra è maggioranza nel Paese - lo dicono tutti i sondaggi, a prescindere dai risultati delle ultime amministrative - e se si andasse ora a votare per le politiche, vincerebbe le elezioni. Ma esiste ancora un centrodestra in Italia? Un'alleanza unita e coesa come ai tempi in cui Berlusconi faceva da federatore? A noi pare che, di centrodestra, oggi ce ne siano almeno cinque. Il primo è Forza Italia: un partito moderato, liberale, convintamente europeista e draghiano. Il suo leader non diventerà presidente della Repubblica, perché Pd e M5S non lo voteranno mai, ma non è più il Cavaliere Nero, il Caimano, il Nemico da abbattere con ogni mezzo. La sinistra non lo odia più: anzi, in confronto a Salvini e Meloni, lo considera una specie di Cavour. Poi c'è la Lega, o meglie le tre leghe. Una, quella che fa riferimento a Giorgetti e ai governatori del Nord (Zaia soprattutto) è anch' essa draghiana ed europeista. O meglio, non è che sia draghiana ed europeista per ideologia o vocazione: lo è per pragmatismo. È la Lega del Nord produttivo, dei tanti imprenditori e commercianti che sanno bene quanto siano provvidenziali, per la ripresa post-Covid, il governo Draghi e i soldi dell'Europa. Sanno pure che è provvidenziale anche il Green pass. L'altra Lega è quella dei Borghi e dei Bagnai e di tanti altri: nostalgici del movimentismo, anti-Europa e anti-euro, oltre che anti-Green pass. Al governo con Draghi e peggio ancora con il Pd stanno solo perché costretti. La terza Lega è Salvini, il Capitano che ha trascinato il partito a percentuali mai viste prima, e che ora oscilla tra le due prime leghe, cioè tra l'opportunità di restare in questo governo di emergenza nazionale e la tentazione di un altro Papeete. Spaventato dalla crescita di Fratelli d'Italia, Salvini potrebbe rompere tutto, nella speranza di raccogliere i frutti nelle urne. Ma è una speranza che probabilmente si rivelerebbe un'illusione, perché gli italiani oggi vogliono Draghi, e chi non lo vuole è già stato sedotto dalla Meloni. La quale Meloni - quinta anima - è convintamente anti-europeista e, più che di centrodestra, è di destra-destra. Si è lamentata dell'inchiesta di Fanpage, che sorprende alcuni suoi dirigenti nel fare il saluto romano, e si può capire la sua reazione. Ma se poi a Roma candida una donna che si chiama Rachele Mussolini (la quale risulta poi la più votata) vuol dire che certi voti non le dispiacciono, anzi che li cerca. Questo centrodestra vincerebbe le elezioni, d'accordo. Ma sarebbe poi in grado di governare? Le sue diversità non sono normale dialettica all'interno di una coalizione».

Anche Massimo Gramellini nel suo caffè sulla prima pagina del Corriere sceglie il tema dell’affermazione di Rachele Mussolini. Anzi Rachele M.

«Ha ragione Rachele Mussolini, prima eletta a Roma nelle liste di Fratelli d'Italia, quando dice che è stata votata non solo per il cognome. L'hanno votata anche per il nome: quello della nonna, moglie del dittatore. Rachele M. - proprio come la sua leader Giorgia M. - appena le si chiede che cosa pensa del fascismo risponde che si tratta di un discorso troppo lungo. Dipende. In realtà può essere anche molto breve. Se un partito candida una persona che si chiama Mussolini ed è nipote di Mussolini, lo fa per attrarre i voti di chi rimpiange Mussolini. Punto. Uno dei libri più amati dalla comunità di Giorgia Meloni e Rachele Mussolini jr. è «Il Signore degli Anelli» di Tolkien. Entrambe ricorderanno senz' altro che l'eroe della saga non rischia la pelle per conquistare qualcosa, ma per sbarazzarsene. Lo abbiamo sperimentato un po' tutti nella vita: si evolve solo rinunciando, anche dolorosamente, a un pezzo del proprio passato. L'Anello dei Fratelli (e delle Sorelle) d'Italia è il legame ambiguo con il fascismo. Se lo gettano via, perdono un consistente pacchetto di voti e di candidati che parlano a braccio (teso), ma in compenso possono finalmente intercettare quel vasto elettorato allergico alla sinistra, però non reazionario, che un tempo fu terreno di caccia della democrazia cristiana e di Berlusconi. Se invece l'Anello se lo legano al dito, resteranno per sempre prigionieri nella terra di mezzo: arroccati in un angolo, a destra».

AMMINISTRATIVE, L’IMPEGNO DEI CATTOLICI

E i cattolici? C’erano in questo turno di amministrative? Marco Iasevoli per Avvenire va a scovarli, con un certo ottimismo.

«La sensazione è che nelle grandi città i laici credenti abbiano messo in campo una presenza più diffusa e, soprattutto, più organizzata. Un segno nuovo, una volontà di impegno più esplicita, che dei primi frutti li ha dati - e per frutto in politica si intendono, pragmaticamente, gli eletti - e altri promette di darne. Ma che ha anche evidenziato nodi e problemi irrisolti, soprattutto quel rapporto complesso tra teoria e pratica, tra principi e raccolta del consenso. I modelli sono due: liste autonome con una propria identità che partecipano a coalizioni larghe; gruppi e reti che con 'candidati di bandiera' provano a farsi spazio dentro la vita dei partiti. Due modelli che coesistono e che probabilmente resteranno in piedi anche quando scenderà in campo nelle competizioni elettorali 'Insieme': la rete nazionale di ispirazione cristiana ha deciso di non partecipare a queste amministrative e segue una strada alternativa rispetto a quella del nuovo bipolarismo emerso nelle città (con la complicità ovviamente del sistema di voto per i sindaci, mentre non è ancora chiaro con quale legge elettorale si voterà per il Parlamento nel 2023). Sulla strada delle liste autonome, con proprio simbolo e identità, fa un passo avanti nel percorso di crescita PER le Persone e la comunità. La rete campana degli ex responsabili di Azione cattolica Nicola Campanile e Giuseppe Irace, che ha esordito alle scorse Regionali incassando 26.500 voti, si è presentata a Napoli nell'ampia coalizione a sostegno di Gaetano Manfredi. Con 6mila preferenze cittadine e circa 7.500 nelle Municipalità e un risultato finale dell'1,84%, 'PER' elegge sette consiglieri circoscrizionali. Mentre per Irace - 1.750 preferenze personali - l'ingresso a Palazzo San Giacomo sfuma di poco. Il primo consigliere comunale 'PER' lo elegge però a Salerno, dove la lista, sempre inserita nel centrosinistra, arriva al 2,41%. A Roma il risultato di Demos- rete guidata da Mario Giro e in cui confluisce l'anima 'politica' della Comunità di Sant' Egidio - sembra essere legato all'esito del ballottaggio. Paolo Ciani, consigliere regionale e sorprendente terzo alle primarie che hanno indicato Roberto Gualtieri per il Campidoglio, avrebbe una chance di entrare in Consiglio comunale in caso di vittoria del centrosinistra, eventualmente lasciando il posto alla seconda per preferenze, Barbara Funari. La lista prende 9.600 voti e lo 0,95%, davanti a simboli 'storici' come Verdi e Socialisti. A Napoli Demos ha candidato nella lista del sindaco Manfredi la coordinatrice regionale Roberta Gaeta, che però non ha preso il seggio nonostante 1.075 preferenze. La rete politica ha contribuito a eleggere un consigliere di opposizione a Novara, mentre a Torino - dove è confluita nella lista di Lo Russo - aspetta l'esito del ballottaggio per sapere se potrà intestarsi un seggio a Palazzo Civico. Una possibilità per un consigliere comunale in quota Demos ci sarebbe a Milano, se il sindaco Sala dovesse chiamare in giunta dei neo-eletti. Per il Popolo della famiglia di Mario Adinolfi non funziona il test in solitaria a Roma: 1.634 voti di lista (0,16%) e 2.055 per la candidata a sindaco Fabiola Cenciotti. A Torino il Pdf nella coalizione di centrodestra fa lo 0,44% con 1.320 voti di lista, non sufficienti ad entrare in consiglio comunale anche in caso di vittoria di Damilano al ballottaggio. Adinolfi però rivendica il contributo dato alla lista 'Napoli capitale', che ha espresso un consigliere comunale, e alle liste che hanno portato un eletto a Pianezza, Busto Arsizio e Gallarate. Non supera la tagliola del 4% la lista composta in Calabria insieme a Noi con l'Italia. Sul fronte invece dei candidati nei partiti 'tradizionali' provenienti dal mondo cattolico, le esperienze principali sono a Milano e Torino. Nel capoluogo lombardo eletti con ottimi riscontri Gabriele Rabaiotti della lista Sala e tre esponenti dell'associazionismo cattolico candidati dal Pd: la scout e prima donna per preferenze Anna Scavuzzo (già confermata vicesindaco), l'operatore Caritas Marco Granelli, Roberta Osculati (una lunga esperienza in Azione Cattolica). Anche nel centrodestra i cattolici riescono a farsi spazio a Palazzo Marino: Matteo Forte nell'area di Maurizio Lupi e Deborah Giovanati con la Lega, entrambi con una storia in Comunione e Liberazione. A Torino l'area cattodem coordinata dal parlamentare Stefano Lepri incassa un consigliere comunale ( Vincenzo Camarda) e dodici eletti nelle circoscrizioni, mentre l'elezione di Annalisa Santiangeli a Palazzo Civico è subordinata al risultato di Lorusso al ballottaggio. I cattodem torinesi esprimeranno anche uno dei tre presidenti di circoscrizione del Pd, l'ex 'fucino' Luca Rolandi».

LA BEFFA DEI VACCINI NON DONATI AI PAESI POVERI

Lentamente continuano a migliorare i dati sul contagio pandemico. Alle 6 di questa mattina i vaccinati con due dosi in Italia erano il 79,6 per cento degli over 12. Stefano Vergine sul Fatto torna sulla promessa mancata dei vaccini ai Paesi poveri.

«La soluzione alla carenza di vaccini nel mondo. Lo strumento più efficace per proteggere dal Covid gli abitanti delle nazioni più povere del pianeta. A questo doveva servire Covax, creato nell'aprile del 2020 dall'Oms per "dare a tutti un vaccino". I numeri ufficiali, riassunti in una tabella aggiornata al 24 settembre e compilata da Our World in data, dicono che le nazioni più ricche del mondo hanno promesso di donare a quelle più povere 1,01 miliardi di dosi di vaccino, ma al momento ne hanno effettivamente regalate solo 143 milioni. Meno del 15% del totale. Una classifica in cui l'Italia non fa una bella figura. Su un totale di 45 milioni di dosi che abbiamo annunciato di voler donare, ne sono state effettivamente consegnate 1 milione: il 2,2%. Eppure la produzione di vaccini viaggia ormai a pieno regime. Secondo gli ultimi dati dell'Ifpma - International Federation of Pharmaceutical Manufacturers and Associations, l'associazione internazionale dei produttori di farmaci - in questo momento nel mondo vengono prodotte 1,5 miliardi di dosi di vaccino al mese. La stima è di arrivare a 12 entro la fine dell'anno. Significa, in teoria, che l'intera popolazione mondiale potrebbe ricevere la doppia dose entro dicembre del 2021. I dati sui vaccinati nel mondo dicono che sicuramente non succederà. Al momento sono 3,6 miliardi le persone che hanno ricevuto almeno una dose, il 47% della popolazione mondiale. La distribuzione dei vaccini è assolutamente iniqua. L'Italia è uno dei Paesi più vaccinati al mondo: il 72,4% della popolazione ha ricevuto la doppia dose. Nella Repubblica Democratica del Congo i vaccinati con doppia iniezione sono 36.255 persone, meno dello 0,1% della popolazione. In Nigeria lo 0,9, in Senegal 3,3, in Egitto 5,6, in Tunisia 3,6, Marocco 51,5. Cinque giorni fa, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha detto che in media in Africa il 4,4% della popolazione ha ricevuto la doppia dose. Covax nasce due mesi dopo i primi casi italiani, su iniziativa proprio dell'Oms, della Commissione europea e della Melinda Gates Foundation. Ora è gestita dall'Unicef insieme a Gavi e Cepi. Fino all'agosto del 2020 non ha fatto nulla, poi tra agosto e settembre dell'anno scorso moltissime nazioni hanno aderito, i primi vaccini sono arrivati sul mercato, ma la macchina non si è messa in moto fino quando Usa e Cina non hanno aderito, tra gennaio e febbraio di quest' anno. All'inizio le donazioni non arrivavano, la produzione è andata quasi interamente ai grandi Paesi che hanno comprato. Adesso che il mondo industrializzato è pieno di vaccini, le dosi dovrebbero arrivare. Ma ancora non sta succedendo. Cinque mesi fa, l'Oms aveva detto di voler "consegnare 2 miliardi di dosi entro 2021". Il 24 settembre eravamo a 143 milioni. La terza dose, già approvata in diversi Stati tra cui l'Italia, ha fatto sicuramente calare le donazioni. Il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha detto più volte in questi mesi di essere contrario, se prima non si distribuiscono i vaccini a tutti. Ma non è questo l'unico fattore. Nel caso dell'Ue, di sicuro un freno è dato dai contratti firmati con le case farmaceutiche. È impossibile controllarli tutti, perché sono ancora segretati, ma quello siglato il 20 novembre 2020 dalla Commissaria Stella Kyriakides con Pfizer e BionTech - che Il Fatto ha letto - prevede due condizioni particolari. Se uno Stato europeo che ha acquistato la fornitura di vaccino dalle due case farmaceutiche decide di donare le sue dosi a un altro Paese, "sarà soggetto al consenso del venditore", in questo caso Pfizer-Biontech. Inoltre - dice il contratto - il Paese a cui verranno donate le dosi erediterà la clausola sui risarcimenti in caso di danni, gli stessi firmati dalla Commissione europea, vale a dire che tutte le spese per eventuali indennizzi sono a carico del cliente. Motivi per cui anche i Paesi riceventi potrebbero non essere incentivati a chiedere. "Questa condizione è pazzesca. Abbiamo finanziato la ricerca sui vaccini, li abbiamo pagati per averli, e anche ora che ne siamo in possesso per donarli dobbiamo chiedere il permesso", dice Vittorio Agnoletto, medico e docente all'Università di Milano del corso Globalizzazione e politiche sanitarie, convinto fin dall'inizio della pandemia che l'unica soluzione sia la sospensione dei brevetti. I vaccini fin dall'inizio sono diventati un nuovo strumento geopolitico. Ogni grande potenza ha i suoi marchi, e ne usa una parta per consolidare alleanze e stringerne di nuove. Un mese fa l'Italia ha dichiarato i suoi obiettivi, partendo dal Vietnam. Una donazione da 800 mila dosi, scrive il ministro degli Esteri sul suo sito: "Un importante gesto di amicizia e di solidarietà nei confronti di un partner strategico per l'Italia nel Sud-Est asiatico e nell'Asean". L'Italia donerà vaccini anche ad Albania, Indonesia, Iran, Iraq, Libano, Libia, Yemen. "Il sistema delle donazioni - secondo Agnoletto - dipende dalla volontà soggettiva, che siano Stati o aziende produttrici, e questo si trasforma in Stati che decidono se donare, a chi, quanto e quando. La differenza è che con la sospensione dei brevetti nessuna azienda dovrebbe chiedere il permesso a qualcuno per produrre. Si sostituirebbe la carità, che dipende sempre dalla soggettività del donatore, a un diritto, che è un atto oggettivo". La possibilità che i brevetti vengano sospesi è appesa a un'ultima decisione. Il vertice decisivo all'Organizzazione mondiale del commercio è previsto per fine anno, dal 3 novembre al 3 dicembre, alla riunione ministeriale, dove saranno presenti tutti i Paesi membri. Dopo il cambio di decisione da parte dell'Australia, i contrari alla sospensione dei brevetti restano Regno Unito, Svizzera e Unione europea».

PARLA L’IMPRENDITORE CHE HA DENUNCIATO DI DONNA

Per fortuna è stato un caso giudiziario tenuto lontano dalle urne. Parliamo dell’inchiesta su Luca Di Donna, indagato per traffico di influenze, collaboratore dello studio Alpa. Per Repubblica Foschini e Tonacci intervistano l’imprenditore da cui è partita l’inchiesta.

«Sostenevano di essere il braccio destro del premier Conte. E, per questo, potevano agevolare gli appalti con la struttura commissariale. Di certo parlavano molto con Arcuri...». Giovanni Buini è l'imprenditore che ha denunciato Luca Di Donna (dello studio Alpa, lo stesso dove lavorava Conte) e Gianluca Esposito, i due avvocati indagati dalla procura di Roma per associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di influenze. Se c'è un'inchiesta è grazie a Buini, il quale si è presentato spontaneamente dai pm. Classe 1986, nato ad Assisi, è il legale rappresentante di un'azienda di prodotti petroliferi che si chiama Carbo-Nafta ed è socio della Ares Safety, che produce dispositivi di protezione individuale. Ed è dalle mascherine anti-Covid che comincia il suo racconto. Quando ha cominciato a produrle? «Nel marzo 2020 ottengo dalla Struttura commissariale una prima commessa per un milione di chirurgiche. Ad aprile stavo negoziando un altra fornitura, molto più consistente». Quanto consistente? «Centosessanta milioni di pezzi. Il contratto che avrei dovuto firmare era per 10 milioni di mascherine a settimana. Dovevano andare alle farmacie a cui Arcuri aveva promesso un prezzo calmierato. Ne hanno parlato anche i telegiornali, e io avevo un accordo verbale con la Struttura». Poi che succede? «Un amico mi consiglia di incontrare Di Donna ed Esposito, perché, mi dice, potevano essermi in qualche modo utili. Li vedo entrambi il 30 aprile, nello studio di Esposito. Gli spiego cosa c'è in ballo ed Esposito afferma di potermi garantire affidamenti diretti dalla Struttura perché Di Donna è il braccio destro di Conte». E lei gli ha creduto subito? «Mi ha fatto vedere un articolo di giornale in cui Di Donna era descritto come fedelissimo del presidente del Consiglio. E Di Donna annuiva». Conte sostiene di non aver mai collaborato con Di Donna. «Non so come commentare... Oltre a Conte, erano vicini ad Arcuri. Mi hanno convinto a firmare una scrittura privata con cui io mi impegnavo a dar loro l'8 per cento dell'importo degli affidamenti che avrei ottenuto dal Commissario. La loro attività sarebbe figurata come "consulenza legale"». Perché si è affidato a loro, se già aveva avuto una prima commessa? «So come procurarmi i contratti da solo, perché sono sempre stato competitivo. Solo che quelli erano giorni difficili, non si capiva niente e mi sono fidato dei due». C'è stato un secondo incontro, il 5 maggio, presso lo studio Alpa a Roma. Come è andato? «Arrivo e trovo, oltre a Di Donna ed Esposito, due generali (uno è il capo di gabinetto dell'Aise, il generale Enrico Tedeschi, ascoltato come testimone dalla procura di Roma ndr ). Secondo me li avevano fatti venire per mostrarmi che facevano sul serio. Abbiamo parlato per 10 minuti, non di lavoro. Dopo una settimana, gli ho inviato una Pec per fargli sapere che non volevo più aver a che fare con loro e che la scrittura privata era sciolta. Avevo capito che c'era qualcosa di troppo strano». Finisce lì? «Magari. Il giorno dopo, dalla Struttura commissariale smettono di rispondermi al telefono. Era chiaro che non avremmo chiuso il contratto da 160 milioni di mascherine. Avevo messo a disposizione mezzo milione di mascherine a Malpensa, e non sono andati a ritirarle. Mi restituiscono 500 mila pezzi che avevo consegnato al Commissario con un mio vettore, e infine mi arriva una lettera con cui la Struttura mi comunica che non volevano avere più rapporti con la mia azienda». A Repubblica risulta però che il Commissario aveva dubbi sulla qualità delle sue mascherine. «Impossibile, sono pezzi che mi arrivano da un fornitore cinese, controllati e certificati prima della partenza». Lei è ritenuto credibile dalla procura di Roma, ma è indagato in diversi procedimenti penali in corso, in materia fiscale e di tutela ambientale. Può essere che Arcuri non le abbia dato la maxi commessa per questo? «Non credo proprio, come ho detto con lui avevo già firmato un primo contratto di fornitura».

GAS. IL WHATEVER IT TAKES DI PUTIN

L’Europa discute di come gestire il rincaro dei prezzi dell’energia. Mentre le rassicurazioni di Putin (che accusa la stessa Ue di avere sbagliato i calcoli) sulle forniture russe fanno scendere i prezzi in poche ore. Claudio Tito su Repubblica.

«Un'azione congiunta per controllare i costi dell'energia. Da attuare il più rapidamente possibile. E probabilmente con una decisione in occasione del consiglio europeo di fine ottobre. Mentre il prezzo del gas tocca in Europa il suo massimo storico, i leader dell'Unione provano ad organizzare una risposta che metta al riparo gli utenti da rincari esagerati. Nelle settimane scorse era stata ventilata l'ipotesi di acquisti collettivi per tentare di abbassare le quotazioni. Soluzione sollecitata anche ieri, in particolare dalla Spagna. Sebbene la strada più praticabile sia quella di uno "stoccaggio" europeo del gas attraverso l'adesione volontaria delle società di distribuzione. Un modo per avere una riserva pronta all'uso. Opzione esplicitamente appoggiata dal presidente del consiglio, Mario Draghi. «A parte la determinazione a proseguire la strategia di mitigare i costi sociali di questi aumenti dei prezzi tenendo in mente la sostenibilità del processo - ha spiegato il premier italiano - , bisogna pensare a misure di tipo strutturale e ciò avrà luogo all'interno della legge di bilancio». Draghi rammenta che al recente summit era stata in effetti ventilata la possibilità di acquisti comuni, come è accaduto per i vaccini. Sebbene questa sia una strada che nelle settimane successive è stata depotenziata dalle difficoltà tecniche legate a una tassazione diversa dell'energia in ogni singolo Stato. La prossima settimana, allora, nella cosiddetta "tool box" che sarà presentata dalla Commissione, verrà fatto il punto della situazione sul mercato energetico e saranno prospettate alcune soluzioni. Quella che al momento viene considerata più equilibrata si basa sullo stoccaggio volontario. «Certamente reputo una cosa molto positiva non farsi trovare impreparati rispetto a picchi dell'energia che non hanno solo conseguenze sull'economia ma anche sulla distribuzione, sulla diseguaglianza», ha commentato Draghi. Una linea che sembra ormai prevalente visto che pure la presidente della Commissione Ursula von der Leyen annuncia che con le comunicazioni di mercoledì prossimo ci sarà «un punto di partenza» ma è anche chiaro che «per l'Europa c'è un problema di stoccaggio». Il secondo aspetto riguarda il sistema che regola i prezzi. Su cui tutti, per prima ancora la Spagna con la Francia, chiedono un intervento. «Entro fine anno - risponde la commissaria all'Energia Kadri Simson proporremo una riforma del mercato del gas e rivedremo in quel contesto le questioni delle scorte e della sicurezza delle forniture». Nel frattempo, gli effetti dolorosi vengono avvertiti dagli utenti. Per il ministro dell'Economia Franco è una questione centrale nel nostro Paese e in tutta Europa. Si tratta di «uno degli elementi di incertezza più importanti, un tema che va monitorato. C'è un problema di equilibrio tra domanda e offerta di gas». Nelle ultime settimane i picchi del prezzo del gas hanno orientato l'attenzione verso la Russia e sui sospetti che Mosca abbia "giocato" sulle quotazioni per mettere in difficoltà l'Ue. Sospetti che Vladimir Putin respinge al mittente mettendo anzi sotto accusa proprio l'Europa. «Il prezzo è una somma di diversi fattori, comprese azioni affrettate, che hanno portato a uno squilibrio dei mercati europei». «La Russia - ha sottolineato - è un fornitore di gas affidabile per l'Asia e l'Europa e rispetta gli impegni in pieno. Gazprom non ha mai rifiutato di aumentare le forniture di gas all'Europa, se richiesto ». Semmai sarebbe «la politica dei contratti di breve termine ad essersi rivelata errata». Le sue parole hanno fatto flettere di oltre il 10% le quotazioni del gas, che però erano salite del 60% in due giorni. E in qualche modo la Cancelliera tedesca Angela Merkel - che evita sistematicamente i conflitti frontali con Putin - conferma la posizione russa: sta adempiendo ai contratti e il gasdotto Nord Stream 2 non è ancora entrato in funzione».

IL CANCELLIERE AUSTRIACO KURZ NEI GUAI

Nuove accuse nei confronti del  cancelliere austriaco Kurz. La cronaca del Quotidiano Nazionale

«Una nuova bufera si scatena su Sebastian Kurz. Dopo giorni in cui si vociferava un'imminiente visita degli inquirenti negli uffici del cancelliere austriaco, ieri a Vienna la procura anti-corruzione si è effettivamente presentata alla cancelleria in piazza Ballhaus per acquisire documenti e supporti informatici dei più stretti collaboratori del capo del governo e leader del partito popolare ÖVP. L'inchiesta per peculato, concussione e concorso in corruzione riguarda presunte irregolarità nell'ambito di sondaggi e inserzioni commissionati a vantaggio dell'ÖVP, ma pagati dal ministero alle Finanze, cioè con i soldi pubblici. Per il 35enne sunny boy dei conservatori europei, ma anche per il governo ÖVP-Verdi, si tratta di una brutta batosta, soprattutto perché i reati ipotizzati sono pesanti. Kurz da questa primavera risulta indagato con l'accusa (considerata meno grave) di falsa testimonianza in merito ad una sua deposizione sullo scandalo "Ibiza-Gate" che travolse nel 2019 l'ex partner di coalizione Heinz Christian Strache. Da tempo la procura anti-corruzione si sta occupando anche di alcune nomine della Casinos Austria, toccando in più occasioni il cerchio magico del cancelliere. Ad alimentare le voci di una svolta nell'inchiesta il fatto che nei giorni scorsi al fascicolo sono stati aggiunti nuovi elementi secretati. Le speculazioni sono diventate così insistenti che a un certo punto la vice segretaria dell'ÖVP Gaby Schwarz ha convocato una conferenza stampa, definita da molti poi «bizzarra», nella quale ha sostenuto in merito ad eventuali perquisizioni che tanto non ci sarebbe stato «più nulla da trovare». La svolta di queste ore riguarda un nuovo filone su presunte irregolarità nell'assegnazione di inserzioni a favore della famiglia Fellner, editrice del tabolid Oesterreich e della tv oe24, e un sondaggio pagato dal ministero delle Finanze «esclusivamente per scopi partitici», secondo gli inquirenti. Risultano indagati, oltre a Kurz, anche alcuni suoi stretti collaboratori, soprattutto dello staff stampa. Gli investigatori vogliono anche vederci chiaro su 1,3 milioni di euro di inserzioni sui media della famiglia Fellner. Alcuni fatti risalgono però ai tempi pre-Kurz, ovvero prima della sua folgorante ascesa nel partito e al governo. I socialdemocratici SPÖ e l'ultradestra FPÖ hanno invocato le dimissioni di Kurz, che ieri era al vertice europeo in Slovenia, e una seduta straordinaria del Nationalrat, la Camera dei rappresentanti del Parlamento austriaco. L'ÖVP invece ha respinto tutte le accuse e attaccato gli inquirenti. Da tempo il partito del cancelliere accusa la procura anti-corruzione di portare avanti «inchieste politiche». Secondo i popolari, «dopo le false accuse contro Kurz» e altri esponenti del partito, «la cui infondatezza è ormai dimostrata, ora vengono costruite nuove accuse su vicende che in parte risalgono a cinque anni fa». «Tutto questo succede sempre con lo stesso sistema e lo stesso obiettivo: danneggiare gravemente il Volkspartei e Sebastian Kurz», ha affermato l'ÖVP. I Verdi, partner di coalizione, si trovano però in palese imbarazzo, non solo per l'inchiesta ma anche per le pesanti accuse dei popolari contro i giudici. Anche se il vicecancelliere Werner Kogler si è affrettato a ribadire che il governo non è in pericolo, alcuni osservatori lo vedono già vacillare. Mentre all'interno dei popolari si starebbe ricompattando il gruppo degli "ex", una volta potentissimo e poi rottamato dallo stesso Kurz».

TAIWAN: “LA CINA CI INVADERÀ”

Oltre 150 provocazioni militari dei cinesi nei confronti di Taiwan, alla vigilia della festa nazionale. La presidente taiwanese dice: non ci piegheremo. Roberto Fabbri sul Giornale.

«Uno stillicidio di provocazioni militari (quasi 150 violazioni in due giorni dello spazio di difesa aereo taiwanese da parte di jet cinesi) aggravate da esplicite di minacce di guerra «che potrebbe scoppiare in qualsiasi momento». Taiwan si prepara a festeggiare domenica prossima la sua festa nazionale il «Double Ten» che ricorda il 10 ottobre 1911 quando Sun Yat Sen fondò la Cina moderna di cui a Taipei si proclamano gli eredi diretti in un clima di tensione con la Cina comunista che è, nelle parole del ministro della Difesa Chiu Kuo-Cheng, il peggiore degli ultimi quarant' anni. A Taiwan sanno benissimo che l'enorme sproporzione tra le due Cine (più di 1,3 miliardi di abitanti per Pechino contro i soli 23 milioni di Taipei, un rapporto di 65 a 1) li condannerebbe senza scampo in caso di un conflitto che pure si dicono pronti a sostenere: la loro speranza è nella concreta solidarietà dell'alleato americano, dei giapponesi e in qualche misura del resto dell'Occidente. La presidente taiwanese Tsai Ing-wen ha detto che Taiwan non intende piegarsi alle minacce cinesi e che se necessario saprà difendere armi in pugno la sua libertà, ma ha sottolineato che «se noi cadessimo vi sarebbero conseguenze catastrofiche per la pace regionale e il sistema di alleanze democratiche: sarebbe il segnale che l'autoritarismo può sconfiggere la democrazia». Il ministro Chiu non si nasconde dietro un dito: dopo anni di enormi investimenti in armamenti, Xi Jinping sarebbe pronto anche adesso a scatenare la minacciata invasione dell'isola che considera nient' altro che una provincia ribelle da annettere con la forza. Ma a suo avviso aspetterà ancora a farlo per lo meno fino al 2025, mentre le stime degli specialisti americani indicano che Pechino non avrebbe la certezza di vincere una guerra con Taiwan prima del 2027. La piccola Cina nazionalista è infatti armata fino ai denti dagli americani, e Chiu ha parlato subito dopo che il Parlamento di Taipei aveva esaminato un budget straordinario di 8,6 miliardi di dollari per la difesa da investire in armamenti anti-nave, sistemi missilistici e in un piano di produzione massiccio di missili «made in Taiwan» e di modernissime navi da guerra. Mentre gli eserciti affilano le armi, le cancellerie internazionali e le diplomazie sono al lavoro. Taiwan è sicuramente al centro delle conversazioni in corso a Zurigo tra il consigliere per la Sicurezza americano Jake Sullivan e l'inviato di Pechino Yang Jiechi, mentre il segretario di Stato Antony Blinken ha messo in guardia la Cina dal continuare le sue provocazioni aeree nei cieli taiwanesi: anche piccoli errori di valutazione potrebbero rivelarsi molto pericolosi. Lo stesso presidente degli Stati Uniti, pur molto distratto da gravi difficoltà politiche interne, ha trovato il tempo di dichiarare di aver parlato al telefono con Xi Jinping: con lui, ha detto Joe Biden, abbiamo convenuto di attenerci al rispetto dell'accordo su Taiwan. Il problema è che questi accordi sono complicatissimi e lasciano spazio a diverse interpretazioni. Washington rispetta sulla carta la politica dell'Unica Cina, in base al quale da oltre 40 anni riconosce ufficialmente solo la Repubblica Popolare di Pechino e non più quella Nazionalista di Taipei. Di fatto però sostiene militarmente Taiwan e intrattiene con essa rapporti diplomatici sottotraccia, che negli ultimi tempi sono diventati più visibili. La stessa Taiwan, del resto, evita di proclamare la sua indipendenza, ma si comporta in tutto e per tutto da Stato sovrano. Pechino ritiene invece di avere diritto di annettere Taiwan e minaccia rappresaglie contro chiunque la riconosca. In questi giorni ad esempio esterna la sua collera con Parigi per la visita in corso a Taipei di un gruppo di senatori francesi che aveva «invitato» a non partire».

L’IRA DI FRANCESO SUI PRETI PEDOFILI

Papa Francesco ha parlato dello scandalo che sconvolge la Francia, nell’udienza di ieri mattina. Domenico Agasso per La Stampa.

«Il tono della voce e lo sguardo del Papa si fanno cupi e angosciati quando scandisce che questo è «il momento della mia vergogna, della nostra vergogna». Non solo del Pontefice, o delle Sacre Stanze francesi, ma della Chiesa universale. Chi ha incontrato Francesco nelle ultime ore lo ha visto turbato per gli agghiaccianti risultati dell'inchiesta sulla pedofilia del clero di Francia, un drammatico insieme di crimini «di carattere sistemico» che da settant' anni devastano la vita di migliaia di bambini. Durante l'udienza generale, nel saluto ai fedeli di lingua francese, Bergoglio ha manifestato la sua vicinanza alle vittime, alla luce dei «numeri considerevoli» e impietosi emersi dal rapporto della Commissione incaricata dai vescovi d'Oltralpe: 216.000 minori violentati dal 1950 a oggi da circa 3.200 preti pedofili; e il numero degli abusati sale a 330.000 con le aggressioni di laici che lavorano nelle istituzioni ecclesiastiche, come sagrestani, docenti nelle scuole cattoliche, responsabili di movimenti giovanili. Dalle parole e dal viso del Papa traspare «tristezza e dolore per i traumi che hanno subìto» le persone molestate, e poi «la mia vergogna, la nostra vergogna, per la troppo lunga incapacità della Chiesa di metterle al centro delle sue preoccupazioni». Francesco adesso incoraggia «i vescovi e i superiori religiosi a compiere tutti gli sforzi affinché drammi simili non si ripetano». Esprime ai sacerdoti innocenti «paterno sostegno davanti a questa prova, che è dura ma è salutare», e invita i cattolici francesi «ad assumere le loro responsabilità per garantire che la Chiesa sia una casa sicura per tutti». Le scosse di assestamento sono pesanti il giorno dopo il dossier-terremoto che ha devastato i Sacri Palazzi, la gente comune e le istituzioni francesi. Il presidente Emmanuel Macron sottolinea «lo spirito di responsabilità della Chiesa» che ha deciso «di guardare in faccia» allo scandalo. Ora però si augura che «il lavoro proceda in maniera lucida e pacifica. La nostra società ne ha bisogno. C'è bisogno di verità e di risarcimenti». Sui prossimi passi da compiere si è già espresso il presidente della Conferenza episcopale monsignor Eric de Moulins-Beaufort nell'intervista di ieri a La Stampa: «Saremo chiamati a decisioni necessarie su come prevenire gli abusi. Queste includono la formazione dei preti e la promozione di politiche per risarcire le vittime». Inoltre dal Vaticano filtra che il report sarà analizzato anche Oltretevere, Papa compreso, per valutare i provvedimenti necessari. Nel frattempo ieri Francesco si è riunito in un momento di preghiera silenziosa con quattro presuli transalpini, scrive Vatican News. Uno di loro, monsignor Emmanuel Gobilliard, assicura che adesso inizia «il tempo della conversione, di chiedere perdono e fare di tutto perché questa vergogna non si ripeta mai più».

Giuliano Ferrara sul Foglio va controcorrente e vede un nuovo caso Dreyfus contro la Chiesa francese.

«In settant' anni, dal 1950 al 2020, 216 mila ragazzi e ragazze sono stati abusati sessualmente da preti e suore in Francia, sotto lo sguardo se non protettivo indifferente o complice delle autorità diocesane. Questa la notiziona, il fatto, nudo e crudo, con il numero limato al millimetro. La ricezione nel mondo dell'informazione registra un tasso isterico elevato: tutto vero e tremendo. Papa e clero si strappano i capelli. Non vola una mosca, niente critiche e indagini in contraddittorio. E' un altro capitolo, dopo Stati Uniti, Irlanda, Australia, Canada, Germania della saga internazionale, "i preti molestano i bambini", che è già costata alla Chiesa cattolica la renuntiatio di un Pontefice e la salita al Soglio di un gesuita della tolleranza zero, capace di tenerezza universale ma nemico implacabile del clericalismo, cioè della base della chiesa, che è per il Concilio popolo di Dio, ma in un cammino fondato sul clero ordinato, successione apostolica e amministrazione dei sacramenti. Seguirà l'Italia, se ne vedranno e udiranno delle belle. Nel febbraio del 2019, su richiesta dei vescovi francesi, una commissione indipendente presieduta da Jean- Marc Sauvé, un cattolico, si è costituita per indagare sugli abusi sessuali legati alla Chiesa di Francia dal 1950 al 2020, settant' anni. Ne hanno fatto parte, su scelta del presidente, un numero notevole di psichiatri, sociologi, gente di diritto, storici, teologi, canonisti, demografi, statistici e altri esperti, tutti a titolo gratuito e tutti laici. Il finanziamento dei lavori, ai quali hanno contribuito reti di collaboratori, l'istituto di sanità e il maggiore istituto di sondaggi e ricerche di mercato francese, l'Ifop, è stato garantito per complessivi 3 milioni e seicentomila euro dalla chiesa. Non ho speciali motivi per ritenere adulterato il lavoro della commissione indipendente, e per non rispettarlo. Ho specialissimi motivi per domandarmi su quali basi abbiano raggiunto, i commissari, le loro conclusioni, che ovviamente sono corredate di misure di governance, come si dice oggi, capaci di mutare la natura sistemica dell'istituzione alla base del crimine di massa perpetrato, asseritamente perpetrato. Ho anche un pregiudizio avverso alla giustizia delle vittime, sia in riguardo al # Metoo sia in riguardo al # Metoo della Chiesa cattolica. E dubbi nati tra l'altro da casi celebri, come quello del numero due o tre vaticano, il cardinale George Pell, trascinato in giudizio e in prigione da comitati delle vittime e sistema di giustizia dello stato di Victoria, in Australia, fino alla sua completa riabilitazione: non aveva abusato di due anonimi coristi, nella sagrestia della cattedrale di Melbourne, in cinque minuti e subito dopo la messa inaugurale del suo ministero arcivescovile. Altri dubbi li ho ripetutamente espressi qui, per esempio recensendo quella mignottata hollywoodiana che fu "Spotlight", efficacissimo e menzognero kolossal antipreti sul caso di Boston; e in mille altre occasioni definite dalla crociata forsennata e terzoconciliarista che cinge d'assedio Chiesa e Vaticano, per espugnare l'una e l'altro in regime di dottrina unica della secolarizzazione universale. Exsurge Domine, un cinghiale squassa la tua vigna: è la mia modesta conclusione. Ma nella chiesa tutto tace e acconsente. Munito, non armato, di questi pregiudizi, mi sono letto la sintesi ufficiale del rapporto Sauvé, oltre a quanto è stato pubblicato sulla stampa internazionale, comprese le geremiadi e le autoaccuse penose e pelose dei grandi prelati di Francia e non solo. E' uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. E come rendiconto dei primi esiti dell'esame di un lavoro indipendente, offro al lettore del Foglio la traduzione letterale dei princìpi in base ai quali si è stabilito che, a parte la famiglia, incubatrice sei o sette volte tanto di atti abusivi sui rampolli, la chiesa guida la classifica abusionista con un certo vantaggio quantitativo, per non dire di quello qualitativo, sulle scuole, le colonie di vacanza, le associazioni sportive e molti altri ambiti sospetti della società. "La Commissione ha deciso di mettere le vittime al centro dei suoi lavori. I suoi membri hanno ascoltato numerose persone che hanno subìto delle aggressioni, non in qualità di esperti, ma come esseri umani che accettano di esporsi e di confrontarsi personalmente e collettivamente a questa triste realtà. Con questa immersione, hanno inteso assumere la parte loro di comune umanità, in questo caso ferita e dolorante, che tutti condividiamo. Non è in effetti possibile comprendere e conoscere il reale com' è, e tirare le conseguenze, se non si sia capaci di lasciarsi toccare direttamente da quanto le vittime hanno vissuto: la sofferenza, l'isolamento e, spesso, la vergogna e il senso di colpa. Questo vissuto è stata la matrice dell'attività della Commissione. Nei mesi una convinzione si è imposta: le vittime detengono un sapere unico sulle violenze sessuali e solo loro sono in grado di farci accedere all'oggetto perché possa essere restituito. Di conseguenza è la loro parola che serve da filo conduttore al rapporto della commissione. E' grazie a loro che il rapporto ha potuto essere concepito e scritto. E' grazie a loro, e non solamente grazie a chi ha fornito a noi il mandato, che il lavoro è stato fatto. E' su questo scambio singolare e invisibile che il rapporto è stato costruito, senza che tutto ciò sia stato programmato all'origine". Quindi: vittime al centro, niente contraddittorio, la parola liberata è regina e per un settantennio, il dialogo è invisibile, come dicono, e su di esso si fondano le conclusioni di condanna di un clero che non fa parte della Commissione e ne è l'oggetto dannato. Continuiamo. "Senza elevarsi al di sopra del proprio mandato, la commissione propone misure sulle questioni di teologia, d'ecclesiologia e di morale sessuale perché, in questi campi, ritiene che certi santuramenti e interpretazioni hanno favorito abusi e derive. Fa anche delle proposte sulla governance della chiesa, la formazione dei preti, la prevenzione degli abusi e la presa in carico degli abusatori". Più in là la commissione registra delle "difficoltà a farsi conoscere delle persone vittime o testimoni degli atti perpetrati, come anche dell'incitarli a testimoniare, anche sotto il sigillo dell'anonimato". "Lanciato il 3 giugno del 2019 e chiuso il 31 ottobre del 2020, l'appello a testimoniare ha permesso di stabilire 6471 contatti: 3652 colloqui telefonici, 2459 scambi epistolari e 360 trattati dall'associazione France Victimes"; "un questionario anonimoamministrato dall'ifop, destinato a nutrire le analisi dell'inserm (Istituto di sanità)"; "quanto all'inchiesta sulla popolazione generale, è stata condotta online tra il 25 novembre 2020 e il 28 gennaio 2021, preso un campione di 28010 persone con un'età superiore ai diciott' anni, anche questo amministrato dall'ifop". Anonimato, indagini online, ricerche di mercato e sondaggi di opinione, l'accesso agli archivi ecclesiastici è menzionato in seconda linea e non dà gran frutti. Il risultato un po' Twitter un po' Facebook è quello in testa al presente articolo. 216 mila abusati in 70 anni da circa tremila preti e suore. Bum. Una bomba. Un'esplosione emozionale e sentimentale. Ricerche di mercato, lavoro specialistico di impostazione freudiana ( il senso di colpa), compassione per le vittime che sono sorgente e destinatario di questa forma di indagine per la giustizia: nessuna definizione storica o giuridica del fenomeno, nessuna scansione nel tempo, nessuna categorizzazione che non sia il fil rouge delle testimonianze, no statuizione degli eventuali profili di reato penale, condanna preventiva della chiesa come sistema e del clero in regime di anonimato testimoniale. Una replica del processo Dreyfus al cardinale Pell? Più o meno. Ma mi riservo di finire la lettura del centone d'accusa. Per ora quanto ho visto mi basta per confermarmi integralmente nei miei pregiudizi di non cattolico confessante contro la campagna per la messa fuori legge del clero pedocriminale».

BECCIU E ALTRI 9. PROCESSO DA RIFARE

Galli della Loggia e Feltri avevano fatto apparire il processo in Vaticano contro Becciu e altri 9 imputati un procedimento senza garanzie, voluto da un dittatore senza scrupoli: Papa Francesco. Nessuna garanzia per il povero Cardinale, ingiustamente imputato, nelle Sacre stanze. Sennonché alla terza udienza, i meccanismi di garanzia interna hanno già azzerato il processo. Mimmo Muolo per Avvenire.

«Colpo di scena (per altro atteso, visto l'andamento dell'udienza di martedì) al processo sulla gestione dei fondi della Santa Sede, che vede tra gli imputati anche il cardinale Angelo Becciu. Ieri infatti il Tribunale vaticano ha ordinato la restituzione all'Ufficio del promotore di giustizia degli atti, limitatamente a una parte degli imputati e dei reati loro ascritti. In sostanza ha riconosciuto che gli imputati non hanno potuto esercitare in quei casi il diritto di difesa e ha di fatto azzerato per loro il procedimento. Il Tribunale ha disposto anche che entro il 3 novembre si proceda al deposito degli atti ancora mancanti, tra cui le video registrazioni del testimone chiave monsignor Alberto Perlasca, del quale dovrà anche essere definita, sempre secondo l'ordinanza di ieri, la veste processuale: teste o imputato? La prossima udienza è fissata al 17 novembre. Ma conseguenza pratica della decisione di ieri è che il procedimento ora potrebbe dividersi in due o più tronconi. O per alcuni degli imputati (e dei reati) potrebbe anche non riprendere, se per esempio dagli interrogatori di garanzia che non sono stati effettuati nei due anni di indagini (e che ora dovranno esserlo) emergeranno comprovate non colpevolezze. Il collegio giudicante, composto dal presidente Giuseppe Pignatone e dai giudici a latere Venerando Marano e Carlo Bonzano, ha distinto tra le varie posizioni. Di fatto per Mauro Carlino, Raffaele Mincione, Nicola Squillace e Fabrizio Tirabassi il processo ricomincerà praticamente da capo per tutti i reati loro ascritti. Per Becciu, Tommaso Di Ruzza, Enrico Crasso, Logsic, Prestige Family Office, Sogenel Capital Investment e Hp Finance Llc solo in relazione ad alcuni dei capi di imputazione. Per Di Ruzza in particolare si tratta dell'accusa di presunto peculato, sulla quale si regge l'impianto accusatorio, ora probabilmente da rivedere. Per il cardinale Becciu viene invece 'stralciata' l'accusa di presunta subornazione, vale a dire il tentativo di fare ritrattare monsignor Perlasca, e la vicenda Spes, la cooperativa sociale di cui è legale rappresentante un fratello di Becciu. Per Crasso un'ipotesi di peculato, una di corruzione, cinque di truffa, una di falso e una di riciclaggio. Importante appare anche la nuova disposizione (la precedente era già stata fatta senza esito lo scorso 27 luglio) di deposito degli atti a beneficio degli imputati e dei loro difensori. Entro il 3 novembre dovranno essere messi a disposizione delle parti in particolare gli audio e video-interrogatori di monsignor Perlasca, i verbali delle dichiarazioni, le intercettazioni, mentre per i supporti informatici le parti possono chiedere di prenderne visione nei locali dove sono tenuti sotto sequestro, ed eventualmente richiederne copia. L'ordinanza fa anche notare che in questo caso «non si comprende come la tutela della privacy (addotta dai pm vaticani come motivo del mancato deposito, ndr) possa essere messa a rischio». La decisione di ieri segna un punto a favore delle difese, almeno sul piano procedurale, anche alla luce del tempo trascorso dall'inizio delle indagini. Per il legale di Becciu, Fabio Viglione, l'ordinanza del Tribunale rappresenta «una bocciatura della metodologia utilizzata» dal Ufficio del Promotore di giustizia».

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