Draghi vuol dire fiducia

Il premier è ottimista e presenta i conti della Nadef: più 6 per cento di crescita. G20 sull'Afghanistan il 12 ottobre. Centro destra nei guai e non solo per Morisi. Calenda sfida il Pd e la destra

Il presidente Mario Draghi e il ministro dell’Economia Renato Franco hanno presentato ieri in conferenza stampa la Nadef, che poi sarebbe la Nota aggiuntiva del Def, il documento di programmazione economica. Il Def è quello dello scorso aprile, la Nota va resa nota entro ottobre ed entrambi poi contribuiscono alla stesura della legge Finanziaria, da varare entro il 31 dicembre. Insomma è il Pit Stop autunnale dell’andamento economico del Paese. E questa Nota è fortemente positiva: +6% di Pil, anche l’occupazione cresce, il debito pubblico diminuisce. Merito delle misure dei Governi (anche di Conte), del quadro internazionale e soprattutto della campagna di vaccinazione, cui gli italiani hanno aderito in massa. Draghi ha anche annunciato che ci sarà un G20 straordinario sull’Afghanistan a Roma il 12 ottobre. Sulla corsa al Quirinale, Draghi poi ha detto che è il Parlamento a decidere il destino di Draghi: “Civil servant” fino in fondo.

I buoni dati economici aprono uno scenario confortante sulla nuova legge di bilancio e sulla possibile riforma di fisco e catasto. Anche se su quest’ultimo punto c’è un fuoco di sbarramento del centro destra. La discussione slitta a dopo il voto amministrativo, com’è naturale. A proposito di voto, si va delineando, nella mosceria generale, un’importante partita su Carlo Calenda, candidato sindaco di Roma e outsider. Se dovesse arrivare al ballottaggio, metterebbe in crisi un po’ tutti i partiti. E infatti destra e sinistra lo temono. Il caso Morisi è un caso giudiziario importante per i suoi risvolti politici. Ma i problemi strategici di Lega e centro destra non sono solo legati ad esso, come testimoniano i pensieri di Berlusconi riportati dal Corriere e dalla Stampa.

Buona notizia dalla Tunisia. Il presidente Kaïs Saïed, appellandosi a misure eccezionali, ha incaricato un’autorevole professoressa, Néjla Bouden, di formare il nuovo governo. Sarebbe la prima volta in assoluto di una donna premier in un Paese arabo. Intanto si apprende che il marito della Merkel è stato ingaggiato dall’Accademia delle Scienze di Torino. Un futuro di Angela sotto la Mole?  

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

La conferenza stampa di Draghi e Franco è in primo piano. Per il Corriere della Sera: «Torna la fiducia nell’Italia». Il Sole 24 Ore spiega: Manovra, 22 miliardi per la crescita. Draghi: «Ora c’è fiducia nell’Italia». La Repubblica è sulla stessa linea: Draghi: crescita solida, avanti con le riforme. Per il Quotidiano Nazionale il presidente del Consiglio è di buon umore: Draghi ottimista: c’è fiducia nell’Italia. Metafora del Giornale per i miliardi della prossima manovra: Spunta il tesoretto. Espressione condivisa dal Mattino di Napoli: Il tesoretto per tagliare le tasse. Tira in ballo il fisco anche Il Messaggero: «Meno tasse per i ceti medi». Libero teme la confermata revisione delle regole sugli immobili, anche se per Draghi sarà a costo zero: Riforma del catasto. Le mani di Draghi sulle nostre case. La Stampa sottolinea gli impegni contro i continui incidenti: Basta morti sul lavoro “Subito pene più severe”. Tornano sul caso Morisi Il Fatto: Il Gay Pride della Lega per far la festa a Salvini. E il Manifesto che parla della crisi politica della Lega, usando una metafora marinara: Scarroccio. La Verità insiste nella polemica sulle misure anti Covid: La “cura” Speranza fa morti. Mentre il Domani attacca il candidato sindaco del centro destra a Roma: La campagna di Michetti in mano al senatore votato dalla mafia. Avvenire dà spazio al messaggio di Francesco alla riunione milanese sul clima: Il Papa ai giovani: costruite il futuro.

DRAGHI: “CRESCITA E FIDUCIA PER L’ITALIA”

Il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia hanno illustrato la Nadef. Ottimi i dati su crescita, occupazione e riduzione del debito. Prevale l’ottimismo. La cronaca di Roberto Mania su Repubblica.  

«Una manovra per la crescita. Le misure che saranno inserite nella prossima legge di Bilancio saranno scelte in base alla loro capacità di aumentare il Pil. «Tutto il resto non va bene», ha detto ieri il presidente del Consiglio Mario Draghi, illustrando in una conferenza a Palazzo Chigi, insieme al ministro dell'Economia Daniele Franco, le previsioni della Nadef, la Nota di aggiornamento del Def, approvata dal Consiglio dei ministri. Perché è la crescita - ha spiegato Draghi - che ci permette di abbassare il debito, che dimostra la nostra credibilità di fronte agli investitori internazionali e che determina un aumento dell'occupazione. I numeri presentati da Draghi e Franco raccontano un'economia italiana in significativa ripresa, trascinata prima dall'industria e dalle costruzioni, ma ora anche dai servizi. Meglio del previsto, con gli stanziamenti e le riforme del Pnrr (il Piano di ripresa e resilienza) che hanno solo iniziato a produrre i loro effetti sugli investimenti. Così calano il debito e il deficit, e si liberano risorse per oltre un punto di Pil (pari a circa 19 miliardi di euro) per un totale di 22,5 miliardi nel 2022 e di 76 miliardi nel triennio. Vanno poi aggiunti i 4,4 miliardi di maggiori entrate da destinare al taglio delle tasse. Serviranno alla legge di Bilancio: per cominciare a tagliare l'Ipef, per rinnovare il Superbonus del 110 per cento, per riformare - tra le altre cose - gli ammortizzatori sociali. Il tutto in un un contesto mondiale ancora positivo (forte domanda, investimenti, politica monetaria espansiva), ma minacciato dalla carenza di materie prime sui mercati, dalla ripresa dell'inflazione e - ancora - dalle varianti del virus. L'Italia chiuderà il 2021 con un incremento del Pil intorno al 6 per cento, più del 4,5 per cento indicato ad aprile nel Def (il Documento di economia e finanza). Perché? Innanzitutto - è stata la risposta di Draghi - hanno funzionato i vaccini. Nei prossimi giorni - scrive il ministro Franco della premessa alla Nadef - sarà raggiunto l'obiettivo di vaccinare l'80 per cento della popolazione sopra i dodici anni. Certo, tornando all'economia, c'è un importante effetto rimbalzo nella crescita del Pil, visto che lo scorso anno si registrò un tracollo di quasi il 9 per cento, ma l'economia sta tirando. Nel 2022 il Pil salirà del 4,7 per cento, del 2,8 nel 2023, dell'1,9 nel 2024. La sfida è rendere strutturale questa tendenza. «L'Italia - ha detto il ministro Franco - si muove in un sentiero di crescita superiore a quello dello scorso quarto di secolo ». Sono livelli che non toccavamo da decenni. Fino al 2024 la politica di bilancio sarà espansiva, poi - sempre Franco - «dovrà essere maggiormente orientata alla riduzione del disavanzo strutturale e a ricondurre il rapporto debito/Pil al livello precrisi (134,3 per cento) entro il 2030». C'è fiducia, dice Draghi: «Ora c'è nell'Italia, fra gli italiani e nel resto del mondo verso l'Italia». Per questo bisogna rispettare i tempi e gli impegni assunti sul fronte delle riforme. Quella fiscale che arriverà all'esame del Consiglio dei ministri la prossima settimana e poi quella della concorrenza entro la fine di ottobre. La delega fiscale si occuperà anche del catasto per realizzare «un'operazione di trasparenza». «Nessuno - ha detto il premier - pagherà di più, nessuno di meno. E il governo non si prepara a tassare la prima casa». Poi servono buone relazioni industriali. Draghi ha voluto ripeterlo, dopo averlo già detto la scorsa settimana all'assemblea della Confindustria: «Per la crescita sono molto importanti buone relazioni industriali orientate alla fiducia reciproca». La crescita per curare la nostra malattia del debito. Dunque anche per affrontare - dopo che in Germania sarà stato formato il nuovo governo - la discussione sulla riforma del Patto di Stabilità, sospeso per tutto il 2022. Difficile dire come finirà, ma di certo lo scenario è profondamente mutato con le politiche di austerity destinate ad essere espulse dall'agenda. «In questi mesi - ha ribadito Draghi - si sono rivelati dei bisogni esistenziali per la stessa Europa che non potevano non essere soddisfatti dall'intervento pubblico. Prima di tutti, i vaccini». L'Europa ha scelto di accelerare la transizione ecologica e in questo processo vanno «protette le classi più deboli». Serve, anche qui, l'intervento pubblico. E ancora: la difesa comune. «Le ultime esperienze internazionali - ha spiegato il premier - hanno mostrato che ci dobbiamo dotare di una difesa più significativa: non è chiaro se si farà in Europa, ma è chiarissimo che bisognerà spendere molto di più in difesa di quanto fatto finora». E allora «è un po' irrealistico pensare che le regole del Patto di Stabilità siano le stesse di due, tra anni fa». Dipenderà dal prossimo ministro delle Finanze tedesco? «Mi sembra semplicistico pensare che la politica economica di un Paese cambi a seconda della persona che farà il ministro delle Finanze», ha risposto».

CATASTO: CENTRO DESTRA SULLE BARRICATE

Dunque la riforma del catasto si farà. Anche se Draghi ha specificato che non ci saranno aumenti di tasse sulle case per gli italiani. Ma allora perché riformarlo? E come sarà? Ne scrive Gino Pagliuca sul Corriere della Sera.

«Come funzionerà il nuovo Catasto se e quando la riforma andrà in porto? Per determinare i valori degli immobili ai fini fiscali cambierà la suddivisione in aree dei comuni, dove sono già state identificate da molto tempo microzone omogenee dal punto di vista di prezzi e canoni. Per fare solo due esempi a Milano si passerà dalle attuali tre zone censuarie a 41, nella Capitale da sette a 233. La superficie degli immobili residenziali non sarà più espressa in vani catastali ma in metri quadrati. Infine cambieranno definizione e classificazione degli immobili, suddivisi tra ordinari e speciali. Tutte le volte che si è parlato di riforma del catasto lo si è fatto con la premessa che sarebbe avvenuta a parità di gettito fiscale. Così è anche questa volta, con l'aggiunta che se un incremento di entrate ci sarà, lo si otterrà stanando gli immobili sconosciuti al Fisco (sarebbero 1,2 milioni) e recuperando l'evasione su Imu e imposte sulle locazioni. Ma l'invarianza su chi oggi è censito e paga regolarmente appare piuttosto complicata da conseguire. Fuor di dubbio che bisognerà rivedere al ribasso le aliquote dell'Imu: ai livelli attuali (0,76% l'aliquota di riferimento, l'1,14% quella massima) comporterebbero un aumento stratosferico delle imposte. Chiaro che si determinerebbe un rimescolamento di carte e che ci sarebbe chi finirà per pagare di più e chi di meno. Resta da capire se l'invarianza di gettito va considerata a livello nazionale o comunale. Non è una differenza da poco, perché ci sono comuni in cui la forbice tra imponibile Imu e valore venale è molto limitata e altri invece che registrano un gap tra mercato e Fisco molto alta. Invarianza a livello comunale significherebbe perpetuare una situazione di iniquità, invarianza a livello nazionale comporterebbe invece che in alcuni comuni le imposte siano destinate a salire molto, causando inevitabili proteste e che in altri comuni diminuiscano, con l'Erario che dovrà compensare le casse municipali rimaste a secco. Una volta assegnati i nuovi valori, poi, molti proprietari potrebbero presentare opposizione aprendo un contenzioso che ingolferebbe gli uffici. Infine, il presidente del Consiglio ha riaffermato che non si intende introdurre imposte sulle prime case, ma la revisione degli estimi potrebbe portare a una revisione sostanziale delle platea dei contribuenti esentati. Con le regole attuali non pagano l'lmu e pagano imposte ridotte (2% anziché il 9%, 4% invece del 22% in regime Iva) in caso di acquisto che rispetti determinati requisiti di possesso e residenza tutte le abitazioni che non appartengano alle categorie catastali A/1, A/8 e A/9, i tre gruppi che identificano le residenze di lusso. Il cambio di classificazione porterà a modificare la definizione di immobile di lusso e a ricomprendervi molte più case di quelle attuali».

Attacca Maurizio Belpietro dalle colonne della Verità.  

«La casa sarà il bancomat del governo. A tutti è noto che cosa accadde nel 2011, con l'introduzione dell'Imu sulla prima abitazione. Già provato dalla crisi internazionale dei subprime, il mercato immobiliare crollò dopo anni di crescita, dando la sensazione a chi si era indebitato per comprar casa di essere più povero, con il risultato che non solo si fermarono le compravendite di abitazioni, ma pure i consumi frenarono, perché se un consumatore si sente più povero spende meno. Ecco, i soloni dell'Economia a Bocconi (anche Cecilia Guerra vanta un'esperienza da professoressa della celebre università che ha dato il rettorato a Monti), non contenti dei risultati del primo esperimento, hanno intenzione di riprovarci. Consci del fatto che, se devi mettere una tassa sui grandi patrimoni fai fatica, perché mentre i capitali si spostano facilmente, gli immobili non hanno le gambe per fuggire e dunque li puoi stangare come e quando credi, come dimostra la tassa di successione, il cui gettito arriva in gran parte dal mattone. Del resto, anche Draghi ieri in conferenza stampa ha confermato che la riforma del catasto si farà, aggiungendo: «Nessuno pagherà di più». Ma il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, non ci crede e ha twittato: «Indiscrezioni confermate: la riforma fiscale conterrà - nonostante la decisione contraria del Parlamento e il no di tutto il centrodestra - l'intervento sul catasto. Ora diranno che è altra cosa, ma sono chiacchiere».Ciò detto, noi ci saremmo aspettati che il centrodestra di governo facesse le barricate contro la revisione del catasto, ossia contro l'incremento delle tasse sulle case. Ma a quanto pare, se si dà retta alla Guerra, il centrodestra chiede solo di posticipare la faccenda di qualche settimana, così da superare indenne le elezioni. Siccome alle dichiarazioni della sottosegretaria non sono seguite smentite, cominciamo a credere che lo scherzetto sia proprio questo e dunque, siccome non abbiamo intenzione di essere presi per il naso, e tanto meno di far prendere per il naso i nostri lettori (che guarda caso spesso sono anche elettori del centrodestra), andiamo subito al sodo: che ci stanno a fare la Lega e Forza Italia in un governo che si appresta a stangare i proprietari di casa? Se questo è il governo che deve portar fuori l'Italia dalla crisi, meglio portar fuori il prima possibile ciò che rimane della faccia, prima di perderla del tutto in nome del Pnrr, di Letta, Conte e compagni.».

Anche Alessandro Sallusti sulla prima pagina di Libero critica l’eventuale riforma.

«Mario Draghi ha confermato che il governo sta per varare la riforma del catasto, in altre parole cambiare il valore fiscale delle nostre case, ovviamente all'insù. Per due volte ha specificato che «nessuno pagherà un euro in più né un euro in meno» ma è sembrata una excusatio non petita, una scusa non richiesta per tranquillizzare gli italiani che sulla casa non accettano scherzi. In altre parole è possibile che Draghi ieri abbia detto la sua prima bugia politica, una bugia - o mezza verità - per tenere insieme la variegata maggioranza che lo sostiene e che sull'argomento ha opinioni assai diverse. Non voglio mettere in dubbio la parola dell'italiano più potente, influente, preparato e apprezzato (anche da me) ma mi chiedo che senso abbia fare una riforma epocale della fiscalità sulla casa per rimanere al punto di partenza. È ovvio che qualcosa per qualcuno cambierà (i ben informati dicono tutto per tutti) certamente sulle seconde case ma probabilmente anche sulle prime e sugli effetti a cascata nella denuncia dei redditi. Sarebbe stato meglio dire: signori, la pacchia è finita, il valore catastale delle case sarà equiparato a quello commerciale perché non si può rimanere fermi ai tempi di Napoleone, il primo che cercò durante la sua occupazione di mettere mano alla materia. Oppure: è vero che l'Italia sta crescendo sopra le aspettative (anche grazie a lui) ma dobbiamo prepararci a restituire i soldi che l'Europa ci ha prestato e ad abbassare il debito, in altre parole a pagare più tasse. E quale tassa è più certa di quella su un immobile che per definizione è difficile da nascondere o trasportare in qualche paradiso fiscale, ammesso che oggi ancora ne esistano. Scoprire le verità un po' alla volta non allevia il dolore, lo diluisce nel tempo ma non per questo lo fa risultare più accettabile. La parte del centrodestra che ha accettato - a mio avviso giustamente - di sostenere questo bizzarro governo lo ha fatto ad una condizione, quella che le tasse non sarebbero aumentate. Neppure attraverso subdole scorciatoie, tipo quelle del catasto, nome che apparentemente e a prima vista non sa».

CONTINUA LA STRAGE SUL LAVORO

Nella conferenza stampa di ieri Draghi ha dedicato diverso tempo anche a parlare dei morti sul lavoro. Maurizio Crosetti su Repubblica prova a togliere la freddezza delle statistiche alle ultime notizie e a raccontarci le storie di chi non c’è più.

«Il trattore. La trebbiatrice. Il tir. La cisterna. L'impalcatura. La scala. Il furgone. Strumenti di lavoro che diventano dinamiche di morte. Dieci persone hanno perso la vita così, in due giorni. E sono più di 700 nei primi sette mesi di questo 2021 che pure è l'anno della ripresa, a che prezzo però. Una necropoli della nostra modernità a volte spaventosa che continua a uccidere gli operai come nell'Ottocento, come nel dopoguerra neorealista, come negli anni Cinquanta del boom edilizio. Come se non si fosse percorso neppure un passo sulla strada della sicurezza e dei diritti. Come se non si potesse uscire dal medioevo del lavoro senza protezioni e senza cuore. Come se le tecnologie in cui siamo immersi, e delle quali non possiamo più fare a meno - molte sono difatti preziose, e ci migliorano l'esistenza - non servissero a proteggere chi ci costruisce il mondo intorno, chi permette di mandarlo avanti alzando palazzi, spostando merci, mettendo a disposizione servizi. Perché una cosa dev' essere chiara: chiunque muoia sul lavoro muore per gli altri, muore per noi. Sono i caduti di una guerra dove si continua a combattere con armi antiche, oggetti e mezzi che sanno di passato: i ponteggi dei cantieri, i bisonti della strada, i maledetti silos che traboccano azoto liquido. Sono le vittime di un contemporaneo ovunque, senza confini né margini, perché si muore in campagna come in città, da dipendenti ma anche da titolari, come Leonardo Perna che aveva 72 anni ed era il proprietario dell'officina meccanica dove è caduto dal tetto, forse per togliere un piccione incastrato in una grondaia. Un destino circolare e senza tempo perché il tempo del lavoro manuale si è fermato alla preistoria, non ha quasi garanzie e colpisce alla cieca. Dormono sulla collina e non si sveglieranno più. Non rivedranno mogli, figli, nipoti. Come Fabrizio Pietropaoli, il muratore di 47 anni che ieri è caduto da un'impalcatura all'Eur, un volo di undici piani in viale America. O come l'agricoltore di Riziano, in Val Passiria, travolto dal trattore che si è ribaltato. Un incidente che chi lavora in campagna conosce bene perché lì il pericolo è tanto, le colline ripide, a volte basta niente e il trattore si rovescia. In quanti sono morti così, e continuano a morire. Poche ore prima a Mesagne, nel brindisino, l'operaio Benito Branca era stato travolto dall'impalcatura nella palazzina che stava ristrutturando. E sono morti terribili, cruente. Pietro Vittoria aveva 47 anni e stava posando cartelli stradali sulla A14, non lontano dal casello di San Severo di Foggia: un tir non lo ha visto e lo ha centrato in pieno, coinvolgendo nell'incidente altri due operai che a differenza di Pietro si sono salvati. E ancora non si era finito di contare i morti di martedì, il giorno tremendo dei 6 caduti. Emanuele Zanin (46 anni) e Jagdeep Singh (42), uno bresciano e l'altro di origine indiana li hanno trovati nella "buca" piena di azoto della clinica Humanitas, a Milano, una cisterna da 6 mila litri, e quella del gas è una morte inodore e insapore, quando cominci a non respirare è già finita. Uno dei due ha cercato di aiutare l'altro, non sapremo mai chi, ma in fondo cosa importa, la morte sul lavoro a volte è una catena che lega gesti di solidarietà e soccorso, non si abbandona un compagno in trincea, si tende la mano, si allunga un braccio, a volte cercare di vivere in due diventa una maniera per andarsene insieme all'altro mondo. E si può morire tinteggiando un muro, "rinfrescandolo" come si dice con una frase gentile che può nascondere un dramma. Valeriano Bottero aveva 52 anni e stava facendo proprio questo, a Loreggia, provincia di Padova, quando è caduto da cinque metri. Spesso si muore soli, nel pieno della fatica. È successo a Giuseppe Costantino, camionista di Capaci che aveva appena scaricato il furgone e si era spostato dietro, sulla coda del mezzo, per controllare qualcosa: ma il furgone ha slittato e l'ha schiacciato. Si muore soli e terribilmente, come Massimiliano Malfatti, 54 anni, agricoltore a Pontasserchio, provincia di Pisa. Era nel suo campo di granturco. Il figlio si è accorto che qualcosa non andava perché a sera il padre non tornava, eppure la trebbiatrice era sempre in moto. Allora è andato a cercarlo e ha trovato il corpo, decapitato dalla macchina. Si muore così, in questo tempo antico del lavoro, un passato remoto che chiamiamo oggi».

CASO MORISI, VERBALI E VELENI

Grande spazio ancora sui giornali al caso Morisi, il guru leghista dei social, indagato per detenzione di stupefacenti. Repubblica intervista il giovane “escort romeno” coinvolto nell'inchiesta. La firma è di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci

«Quella notte a casa di Luca Morisi mi ha distrutto la vita. Mi sono sentito male e sono fuggito. Con me ho prove, foto e chat che dimostrano che tutto ciò che vi dirò è la verità». Parla P.R., il modello romeno di 20 anni, escort per necessità, che il 14 agosto scorso ha condotto i carabinieri nell'alloggio dell'ex guru social di Matteo Salvini mostrando loro dove era nascosta la cocaina. È in Romania adesso. Repubblica lo ha raggiunto, prima con messaggi su WhatsApp poi con una lunga videochiamata avvenuta intorno all'ora di pranzo di ieri. Il racconto di P.R., che accetta di rispondere a patto di non rivelare la sua identità, a tratti è confuso (per esempio quando ricostruisce l'arrivo dei militari della Compagnia di San Bonifacio), ma è lucido e preciso nei dettagli. È stato denunciato a piede libero per detenzione di stupefacenti, come Morisi. Di quanto è accaduto tra il 13 e il 14 agosto nell'appartamento dello spin doctor di Salvini è testimone oculare. «Sono incazzato per quello che sto leggendo sui giornali, le cose sono andate diversamente ». Come vi siete conosciuti con Morisi? «Un mio amico, anche lui ventenne che vive come me a Milano ed è romeno, è stato contattato da lui poco prima di Ferragosto». Come? «Sul web. Entrambi abbiamo profili sia su Instagram sia su Grindr, i nostri numeri sono su alcuni siti di escort gay. Sinceramente non so quali canali abbia scelto per agganciarlo. So soltanto che il mio amico a un certo punto mi chiama e mi dice che questo Morisi ci vuole incontrare». Avete pattuito una cifra? «Sì, 4.000 euro, per andare da Milano al cascinale di Belfiore e passare con lui una giornata. L'accordo tra noi era che ci saremmo divisi a metà il compenso. Prima di partire da Milano, il mio amico ha ricevuto da Morisi un bonifico di 2.500 euro. Me ne ha dati, in contanti, 500 perché aveva un debito da saldare avendo io sulla mia partita Iva il contratto del suo telefono. Dopo il primo bonifico, andiamo a Belfiore. Il secondo bonifico non è mai arrivato». Cosa vi diceva Morisi? «Era molto gentile. Abbiamo trascorso con lui la serata, circa dodici ore insieme o forse qualcosa di più, non so dirlo con certezza». Possibile che non si ricordi quanto vi siete trattenuti? «Di quella notte ho ricordi annebbiati, ho perso in parte la memoria per ciò che è successo...». E cosa è successo? «All'inizio ci siamo divertiti tutti, ci siamo drogati certo. La roba ce l'ha offerta Morisi. Non era la prima volta che lo facevo, non mi è mai capitato di sentirmi così male dopo... ero devastato, ne ho consumata troppa. Mi ha preso male e a un certo punto, non so dire dopo quanto tempo, volevo andare via perché non mi sentivo bene. Gli altri due mi hanno detto di no...». A quel punto cosa ha fatto? «Sono scappato! Mi hanno visto tutti, anche una signora col cane che abita lì vicino. Lo possono testimoniare i filmati delle telecamere di sorveglianza. Sono fuggito e ho chiamato col cellulare i carabinieri». Perché? Stava subendo violenza? «Assolutamente no, però non stavo bene. Ero terrorizzato ed alterato per la roba e volevo andarmene. No so, mi è sembrato naturale chiamare i carabinieri». Morisi l'ha in qualche modo obbligata a consumare droga? «No, nessuna costrizione». Dunque, lei è scappato. Per andare dove? «Sono corso fuori, lì davanti al cascinale c'è un viale alberato, mi sono messo a correre lungo la strada. Prima il mio amico romeno e poi Morisi mi hanno seguito». Come? A piedi o con la macchina? «Mi sembra con la macchina, ma ammetto di non ricordare bene. Ho visto l'auto nera dei carabinieri che veniva incontro a me. I carabinieri si sono fermati: c'eravamo io, il mio amico e Morisi. Ho raccontato cosa era successo, ho detto che da Morisi avrebbero trovato della droga e che ero disposto ad accompagnarli lì. Gli ho anche mostrato la boccetta con il Ghb, la droga dello stupro». Dove la teneva? «Mi ricordo che era nel cruscotto della macchina con cui siamo arrivati». E allora come fa a dire che era di Morisi? «Io non l'avevo portata». Forse il suo amico? «Non lo so. A me l'ha data Morisi e non so dire perché fosse finita in macchina». Ha assistito alla perquisizione domiciliare? «Certo. C'erano i piatti con la cocaina sopra. Sono stato io a indicare ai carabinieri la libreria al primo piano dove Morisi la teneva: lo sapevo perché durante la serata più volte era andato lì a prenderla». Alcuni vicini di casa hanno parlato di una quarta persona presente alla serata. «No, eravamo solo in tre». Dopo la perquisizione che avete fatto? «Ci hanno portato in caserma e i carabinieri mi hanno chiesto se volevo raccontare di nuovo tutto quanto, perché ero scappato, eccetera... Siccome ero confuso e siccome avevo realizzato che quel signore lì era un politico importante, ho avuto paura. Ho detto ai carabinieri di lasciare le cose come stavano. Volevo soltanto tornare a casa, ma è stato difficile perché fisicamente stavo male».

Odiosa la polemica sulla “corrente Mykonos”, ambiente gay della Lega denunciato dal senatore Pillon, su cui torna oggi Fabrizio d’Esposito per il Fatto. Anche Zan, quello del Ddl, conferma l’esistenza di questa corrente.

«All'acme della sua parabola da leader supplente della Lega (erano i tempi di Bossi convalescente per l'ictus), Roberto Calderoli non si limitò solo a consigliare a Romano Prodi un noto unguento anti-emorroidale, la preparazione H, per guardarsi alle spalle dalle imboscate della sinistra massimalista di Nichi Vendola. No, il bergamasco Calderoli vaticinò un destino a suo dire funesto per la Padania maschia e celodurista. Era il 2006. Disse: "La civiltà gay sta trasformando la Padania in un ricettacolo di culattoni. Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni". Tre lustri dopo quella profezia si è trasfigurata sul volto ancora imberbe di Luca Morisi, il guru o l'anima nera del salvinismo, secondo la definizione dei "nordisti" vicini al filo-draghiano Giancarlo Giorgetti. E fu così che la Bestia prese la Lega per il sedere. Il cinquantenne che ha dato l'input social alla Lega razzista e omofoba dell'ex Capitano è infatti omosessuale, come raccontato da uno dei due ragazzi romeni contattati su Grindr. Non solo. In un'intervista rilasciata al Foglio e poi smentita malamente, l'ultrà leghista e clericale Simone Pillon ha invocato la giustizia divina sul povero Morisi, emulando quasi la scena biblica di Sodoma e Gomorra distrutte dallo zolfo e dal fuoco per i loro peccati "contro natura". Pillon ha pure fatto un esplicito riferimento alla corrente Mykonos della Lega. Che cos' è? Tutto origina dal recente libro di Alessandro Zan, Senza paura, il coraggioso deputato padovano del Pd che ha legato il suo nome al ddl contro misoginia, omotransfobia e abilismo. Un testo al momento impantanato al Senato per l'opposizione dei due Matteo, Salvini e Renzi. Ben prima dei fatti di Morisi, Zan ha smascherato la doppia morale del Carroccio, il cui leader durante i comizi si appella alla Madonna e bacia il rosario. Il politico racconta infatti questa scena: "In vacanza a Mykonos ho incontrato un deputato della Lega, del quale mi ricordo cartelli particolarmene aggressivi contro la legge Zan. Stava baciando un uomo". Di giorno omofobo, di notte gay, dunque. Zan giura che non farà mai il nome ma adesso che il caso Morisi è esploso, nella Lega si trovano numerosi riscontri alla corrente Mykonos perfidamente rivelata da Pillon. E sarebbe proprio il Rasputin della Bestia il promotore della corrente. Rivela un leghista della prima ora, dietro la garanzia di non citarlo: "Nel 2018 Morisi ha partecipato attivamente alla formazione delle liste. Parecchi uscenti sono stati fatti fuori per consentire l'ingresso dei suoi protetti, almeno una ventina tra Senato e Camera". Tutti gay? Risposta: "Sì". Ed ecco cosa racconta un altro parlamentare: "Ho sentito Morisi che si vantava di aver fatto eleggere questi miei colleghi. E non l'ha fatto solo con me". È la conferma che il potere del Rasputin salviniano andava ben oltre la Bestia e influiva sugli equilibri interni del fu partito leninista di Umberto Bossi, secondo la celebre definizione dell'ideologo Gianfranco Miglio. Chi sono allora i venti? La gran parte dei loro nomi non dice nulla. C'è sì un senatore abbastanza noto, ma non è questo quello che conta. La sostanza è appunto la doppia morale leghista. Magari adesso saranno realisti e cambieranno atteggiamento sul ddl Zan. Dice lo stesso Zan: "Lo spero, questa è una lezione al loro moralismo, adesso anziché fare la morale in base all'etnia e all'orientamento sessuale, questa destra sovranista cominci a rispettare le differenze". E il destino di Morisi? Ancora Zan: "È la legge del contrappasso di chi in questi anni ha impiegato lo strumento della comunicazione per colpire la reputazione delle persone e distruggere le loro vite. È la stessa storia dell'eurodeputato orbaniano beccato a Bruxelles in una festa gay durante il lockdown. Anche quel deputato nel suo discorso pubblico era molto aggressivo nei confronti della comunità Lgbt". Eh già: un'altra storia esemplare del sovranismo omofobo. József Szajer, questo il nome dell'ungherese, accompagnò il suo leader Orbán in Italia, quando questi incontrò Salvini. I casi della vita».

SALVINI CERCA DI DIFENDERSI

Convinto di essere vittima di una subdola manovra “a 5 giorni dal voto”, Matteo Salvini cerca di difendere se stesso e la Lega. La cronaca del Giornale.

«La Bestia è ferita gravemente, ma ancora respira. Salvini non è tipo che si arrende facilmente, è passato in fretta dallo sgomento all'incazzatura fino alla compassione per la caduta dell'amico Luca (Morisi), ma adesso il leader della Lega è «stufo del guardonismo» sulla vicenda, vuole rispondere ai cazzotti presi negli ultimi giorni. È convinto che la tempistica dell'inchiesta (a pochi giorni dal voto) non sia casuale, un copione che ha già visto in scena altre volte: «Sulla Lega sono anni che ne inventano. Attaccatemi sulle mie idee di Italia, i soldi in Russia non ci sono» dice riferendosi ad una delle tante inchieste, quella sui presunti finanziamenti «di Putin». E poi ancora: «È chiaro che la Lega per qualcuno è un ostacolo, a qualcuno dà fastidio, perché siamo quel granello di sabbia che farà saltare l'ingranaggio che gli altri vorrebbero andasse avanti così. Ma non mi sentirete mai parlare di complotto». Però «l'attacco nei confronti della Lega è indegno di un Paese civile», c'è «un trattamento arrogante e supponente», la vicenda di Morisi è un dramma personale, non uno scandalo politico, «spacciare è un crimine dei più odiosi, consumare droga è un crimine contro se stessi», e chi lo fa «va aiutato e curato». È evidente però che il caso Morisi ha accelerato un processo di «chiarimento» interno alla Lega, che già covava da mesi, con i tentennamenti di Salvini sul green pass, le posizioni no vax di alcuni parlamentari leghisti, e in generale un'ambiguità di fondo nella Lega di «Draghi e di lotta» che Salvini cerca di mantenere. Un pezzo del partito, e non una a caso ma quella dei territori storici leghisti, il Veneto in primis, è ormai draghiana («Draghi è un personaggio eccezionale» ha detto Giorgetti l'altro giorno a Conegliano Veneto per una tappa elettorale). Le ambiguità tra le due linee e gli scivoloni vengono mandati giù fintanto che le cose vanno bene, ma quando come adesso arrivano segnali di arretramento, la Meloni è incollata e si rischia un risultato non esaltante domenica prossima, allora è la volta che i malumori vengono allo scoperto. È quello che ci si aspetta succeda dopo le amministrative. Non proprio una resa dei conti, ma un chiarimento e una discussione sulla rotta (unica) da tenere come partito di governo radicato nel nord produttivo che vuole riaprire le attività in sicurezza (con vaccini e green pass), senza strani tentennamenti. «La Lega è una sola, non due tre o quattro» dice Luca Zaia, che però ammette «il dibattito c'è, un grande partito ha dibattiti al suo interno, ma non è un divario». In Veneto, dice un sondaggio Demos, le personalità politiche più apprezzate sono due: Zaia e Draghi. Salvini però non ha alcuna intenzione di «tornare indietro», alla Lega come portavoce del nord, e tantomeno a portarla tra i moderati del Ppe: «Sono menate giornalistiche, è un dibattito presente sui giornali ma totalmente inesistente dentro la Lega. Se qualcuno fuori pensa che la Lega debba solo occuparsi di pezzi di Paese io dico no. Non si torna al passato». Quanto alle correnti della Lega, «Le uniche correnti che mi preoccupano sono quelle d'aria». Anche sul resto Salvini tira dritto e non molla i cavalli di battaglia poco da Lega draghiana, come il martellamento sulla Lamorgese. Il ministro dell'Interno ha fatto sapere ieri che è disponibile ad un incontro con il leader leghista, «dove e quando? Quando?» risponde Salvini. Sulle amministrative consiglia di guardare quanti sindaci in più avrà, non i voti della lista o al confronto con Fdi. Forse perché potrebbero non essere le elezioni più esaltanti, in fatto di percentuali, per la Lega.».

CALENDA ROMPE I GIOCHI DEI PARTITI

Le amministrative di domenica prossima non sono di grandissimo interesse ma a Roma la candidatura anomala di Carlo Calenda potrebbe scompaginare i giochi sia a destra che a sinistra. Mauro Favale su Repubblica.   

« A Matteo Salvini l'ha detto lui stesso domenica scorsa, davanti al mercato di Porta Portese, in un improvvisato siparietto a favore di fotografi e telecamere: «I voti della destra li prendo io». Una "dichiarazione di guerra" arrivata a valle di una campagna elettorale giocata da Carlo Calenda col piglio da outsider, provando a pescare da bacini elettorali diversi, non disdegnando argomenti più classicamente "di destra" nonostante avesse a lungo provato convincere il centrosinistra a convergere su di lui. In questa direzione vanno le sue dichiarazioni a favore dei termovalorizzatori per risolvere l'emergenza rifiuti e, perfino, la corte a Guido Bertolaso che Calenda vorrebbe (pare non ricambiato) nella sua giunta con la delega al decoro. E ora che gli è arrivata la "benedizione" del ministro leghista Giancarlo Giorgetti, a Roma sono in molti a essere convinti che in uscita dal centrodestra c'è un pacchetto di voti destinati a Calenda. L'incognita reale, però, è "quanti": tanti a tal punto da trascinarlo al ballottaggio a scapito, magari, proprio del candidato "ufficiale" della destra Enrico Michetti? È questa la variabile sulla quale ci si interroga nella capitale a 72 ore dall'apertura delle urne. Per il ministro del lavoro Andrea Orlando «è poco interessante discutere se Calenda sia o meno di destra, è più obiettivo riconoscere che Calenda oggi è il candidato della destra e della Lega in particolare». Michetti liquida la questione con un'alzata di spalle e, con lui, i Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni che lo hanno indicato confidando nelle sue doti di "civismo" finora rimaste per lo più inespresse: «Giorgetti non conosce la città, qui decidono i romani». E poi c'è il fattore liste: Calenda ne ha una sola, Michetti ne schiera 6. Eppure la voce di Giorgetti («Calenda ha le caratteristiche giuste per amministrare una città come Roma») non è isolata nel centrodestra. Prima di lui, a maggio, si era espresso a favore del leader di Azione anche Marcello Pera, ex presidente del Senato con Forza Italia, invitando il centrodestra ad appoggiarlo. E, prima ancora, ad assicurare il suo sostegno a Calenda era stato Filippo Rossi, ex finiano, operatore culturale, fondatore de "La Buona Destra": «Giorgetti è arrivato per ultimo», sorride. «Si sono accorti troppo tardi di aver sbagliato - prosegue Rossi - Michetti è debole perché non si sceglie un candidato all'ultimo momento. Ora la gente sarà più libera di votare oltre gli schieramenti. Conosco molti avvocati, molte categorie imprenditoriali che voteranno per Calenda». «Ma non sarà una scelta maturata in queste ore - avverte Nicolò Rebecchini, presidente dei costruttori romani - chi si doveva fare un'idea su chi votare se l'è già fatta da tempo. Noi non ci schieriamo ma ci auguriamo che, chiunque vinca, cambi approccio e punti su una politica "del fare" più che "del vietare"». Di «smottamento» di voti dalla destra verso Calenda parla anche Umberto Croppi, presidente di Federculture, membro del cda della Quadriennale ed ex assessore alla Cultura di Gianni Alemanno, uno degli artefici, nel 2008, della rimonta dell'ex sindaco di destra su Francesco Rutelli. «Un travaso di preferenze da Michetti a Calenda ci sarà ma sarà spontaneo: il controllo "militare" del voto non ce l'ha più nessuno e la frase di Giorgetti farà presa nell'elettorato più attento». Certo è che nella "bolla" di Croppi («Ceto medio, non proprio i "salotti"») in tanti sceglieranno il leader di Azione. «Non io, che per mia fortuna non voto a Roma. Ma ci sono oltre 2 milioni di elettori che nessuno conosce e sondare la pancia dei romani è difficile. Vedremo presto se si è innescato un meccanismo di passaparola, quello che nemmeno i sondaggisti riescono a cogliere». E, a proposito di sondaggi, Calenda ieri ha promesso un esposto all'Agcom contro quelli "fake" diffusi, a suo dire, dal Pd: «È una cosa scorretta, hanno paura», attacca il leader di Azione che, come già avvenuto in questa campagna, quando punge i dem incassa il sostegno di Virginia Raggi: «Caro Carlo è una vergogna. Ai ballottaggi vado io». Lunedì pomeriggio si saprà chi ha ragione».

Calenda non è una contraddizione solo per il centro destra. Ma anche per la sinistra. Beppe Sala, un altro fuoriuscito dal Pd, lo ha incontrato e si è fatto fotografare con lui. Maurizio Crippa sul Foglio pizzica Bettini e Orlando, due esponenti del Pd che sono evidentemente preoccupati del possibile sorpasso di Calenda sullo stesso Gualtieri, moscissimo candidato ufficiale dei dem.

«Ho il discreto culo di non votare a Roma, e qualcuno potrebbe anche dire: un cinghiale in meno. Ma il cinghiale è un animale nobile, conosce le rudimentali leggi dell'onore. Mentre invece la somaraggine di certuni politici somiglia a un grufolare pallido e assorto che mi fa felice, appunto, di non votare lì. Ad esempio Andrea Orlando, pure ministro. Che non avendo trovato in mesi e mesi un argomento forte per sostenere il ( pur valido, di suo) Gualtieri, come tutti quelli del Pd non sa fare di meglio che attaccare Calenda, l'unico apertamente contro Morticia Raggi. Ieri il lungimirante ministro, delocalizzato in Calabria, ha sputazzato: "E' poco interessante discutere se Calenda sia o meno di destra, è più obiettivo riconoscere che Calenda oggi è il candidato della destra e della Lega in particolare". Non sarebbe invece più decente, nei confronti degli elettori, ammettere che il Pd a Roma non sa che dire, perché ha il sommo unico problema di nonturbare la luna di miele coi Cinque stelle? Ci si è messo anche l'elegantone thailandese, Bettini, a rincarare su Calenda con volgarità da Beppe Grillo della prima ora: "Sono i suoi ultimi rantoli domenica per lui sarà tutto finito". Altro che cinghiali, qui siamo proprio alla Bestia».

BERLUSCONI: MANCA LA CLASSE DIRIGENTE

Le contraddizioni del centro destra non sono poche e solo legate all’enigma romano di Calenda. A Milano l’aspirante Sindaco Bernardo sembra quasi non corra più. Massimo Giannini sulla Stampa riporta quella che sembra una conversazione amichevole con Silvio Berlusconi, che ha appena compiuto gli anni e che mette il dito sulla piaga. Sintesi polemica dei suoi ragionamenti il titolo: Meloni o Salvini a palazzo Chigi? Non scherziamo.

«Sto bene, sto molto bene, e sono pronto a tornare in campo. E sa che le dico? Ce n'è bisogno, con questa penuria di classe dirigente che abbiamo». Chi lo dà per politicamente morto, chi lo dà per moralmente depresso, chi lo dà per mentalmente bollito. È il destino di Silvio Berlusconi, da qualche anno a questa parte. Lui l'ha in parte avvalorato, con i ricoveri ormai quasi settimanali al San Raffaele, non sai più se necessitati da patologie sanitarie o consigliati da idiosincrasie giudiziarie.Certo è che a sentirlo parlare al telefono, nel giorno delle sue ottantacinque primavere e nel pieno di una tormenta politica che squassa il centrodestra, tutto si direbbe fuorché si tratti di un "anziano" in disarmo. Al contrario. «Finalmente mi sento in forma», dice il Cavaliere sempre più insofferente per il suo lockdown nella Villa di Arcore. «E sa qual è la buona notizia di oggi? È che forse già da lunedì prossimo i medici mi daranno via libera per tornare a Roma, dove voglio riprendere subito a lavorare, per rilanciare Forza Italia e per unire il centrodestra». «Vaste programme», direbbe il solito generale De Gaulle. Con Forza Italia che sta annaspando, la Lega di Salvini che sta implodendo e i Fratelli d'Italia della Meloni che stanno dilagando. «Ha ragione - ammette Berlusconi - ma non è solo il centrodestra che è in difficoltà, è tutta la politica italiana che è in confusione totale. Anzi, le dirò di più: lo è tutta la politica internazionale. Guardi quello che sta succedendo in Europa, guardi quello che sta succedendo soprattutto in Germania, dove di fatto non ha vinto nessuno e Scholz pretende di formare il suo nuovo governo. Ma io lo conosco bene il signor Scholz, e le assicuro che è un politico modesto. Troppo modesto per guidare un grande Paese come la Germania, che esce dai sedici anni di Angela Merkel». Mancano in giro «statisti» all'altezza della fase e del ruolo, si lamenta il Cavaliere. Con tutta evidenza pensando, senza dirlo, a se stesso. «Le confesso una cosa. Poco fa mi ha telefonato l'amico Putin per farmi gli auguri, e gli ho detto esattamente questo: Vladi, non te lo dico per piaggeria, perché mi conosci e sai che sono sempre sincero, ma ormai nel mondo l'unico vero grande leader rimasto sei solo tu. Si è fatto una risata, ma la mia non è una battuta, è la semplice verità». (…) Non sarà che alzare gli occhi sul mondo è solo un trucco per non guardare alle miserie del fu glorioso "Popolo delle Libertà"? In realtà sui destini della sua creatura politica l'uomo di Arcore è altrettanto severo. «È chiaro che abbiamo problemi, ma proprio per questo voglio tornare in campo al più presto. Anche in questo caso mancano i leader». Fosse solo questo. Alle lotte interne sulla guida della coalizione, alle pessime scelte sui candidati, alle ambiguità strategiche tra sovranismo ed europeismo, adesso si sommano anche le inchieste su Luca Morisi e le richieste di Giancarlo Giorgetti. Un doppio terremoto, che fa sbandare il Carroccio e smottare tutto il campo della destra. Berlusconi ne è consapevole: «Ma sì, è chiaro che questa vicenda è un danno per Salvini e per la Lega. Quando c'è di mezzo la droga, poi, ci si fa sempre del male. Però se andiamo a vedere bene, alla fine il caso politico non esiste. Stiamo sempre a parlare di lesbiche e di omosessuali. In fondo Morisi che ha fatto? Aveva solo il difetto di essere gay». Non andiamo oltre, per carità di patria. E restiamo alla politica. La linea del Cav è nota ed è sempre la stessa: a destra serve un partito unico, dove l'anima "moderata" e occidentale di Forza Italia deve bilanciare quella "populista" della Lega e di Fdi. (…) E poi da vecchio leone conclude con l'ultima zampata per i suoi alleati. «Senta, siamo sinceri: ma se Draghi va a fare il presidente della Repubblica poi a chi dà l'incarico di fare il nuovo governo? A Salvini? Alla Meloni? Ma dai, non scherziamo». Auguri, presidente. A lei e al partito unico della destra divisa».

Francesco Verderami sul Corriere della Sera analizza proprio la partita del centro destra alle elezioni amministrative.

«Il punto è che stavolta la gestione delle candidature, specie nelle grandi città, ha lasciato molto a desiderare: tema che era stato oggetto di aspre discussioni nell'alleanza, e che il leghista Giorgetti a pochi giorni dalle urne ha reso pubblico. È un'arma mediatica che gli avversari potrebbero sfruttare in caso di vittoria, è una preoccupazione manifestata da alcuni maggiorenti della coalizione ai tempi delle trattative per i candidati: «Così ci votiamo a perdere. E finiremo per perdere male, con le annesse conseguenze». Le argomentazioni di allora potrebbero adesso trasformarsi in una sorta di divinazione, perché in caso di sconfitta si sarebbe offerto il fianco al centrosinistra, consentendogli una narrazione in base alla quale «noi non disporremmo di un'adeguata classe dirigente per governare le città, figurarsi il Paese». L'analisi è stata fatta propria anche da Berlusconi, che certo sostiene le scelte fatte ma scorge le insidie. È l'«unfit to lead» che in passato il Cavaliere dovette fronteggiare, disponendo però di una forza carismatica e di consenso che non appartiene agli attuali frontman. Il problema della «inadeguatezza» delle nuove leve riempie in queste ore i colloqui riservati dell'ex premier, secondo il quale gli italiani - dopo la sbornia grillina - pretendono politici competenti, «e se in questa fase non dimostri di avere cultura di governo gli elettori non ti premiano». Ecco il motivo per cui ripete spesso che «non esiste possibilità di governare il Paese senza un'area moderata che faccia da perno». Berlusconi continua a battere il tasto sul fatto che sia «indispensabile Forza Italia» proprio per spostare l'asse del centrodestra verso il centro, restituendolo così al suo progetto iniziale. Il derby tra Salvini e Meloni - a suo giudizio - spinge invece la competizione verso le estreme: è una corsa al rialzo che finisce per essere controproducente e favorire gli avversari. La sua volontà di partecipare alla corsa per il Colle lo induce in questa fase a evitare qualsiasi frizione con gli alleati: ha bisogno dei loro voti per continuare a sperare in un'impresa che appare a (quasi) tutti irrealizzabile, ma per la quale non demorde. Così si spiegano i suoi articoli sui giornali, l'intervento al Ppe e un libretto appena terminato. Però si rende conto che il centrodestra deve invertire la tendenza. L'unico modo, secondo il Cavaliere, è costruire un'area moderata più solida: «Lo spazio c'è», a metà strada tra il posizionamento della Lega e di Fratelli d'Italia da una parte e il Pd dall'altra. I grillini a quanto pare non li considera nemmeno. In quel punto della geografia politica nazionale c'è un arcipelago di formazioni che continuano a restare divise. Non è chiaro quale sia il progetto di Berlusconi, al di là dei suoi ragionamenti e degli incoraggiamenti con cui conclude le conversazioni. L'allerta in ogni caso è stata lanciata, e per quanto la sortita di Giorgetti venga considerata «intempestiva», testimonia di una preoccupazione reale, di un dibattito che attraversa da tempo Forza Italia, la Lega e i centristi. Va evitato che le Amministrative diventino un trampolino per il centrosinistra. Va smontata la tesi che il centrodestra non sia capace di offrire al Paese una classe dirigente adeguata a governare. Berlusconi raccoglie gli umori e invita tutti ad attrezzarsi: «Torno a Roma e ne parliamo di persona».

IL FAUCI AFRICANO DAL PAPA: VACCINI AI PAESI POVERI

Se i dati nazionali della lotta alla pandemia continuano ad essere incoraggianti, resta la grande incognita della diffusione del Covid nei Paesi poveri. Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera ha intervistato il virologo camerunense che è stato appena ricevuto da Papa Francesco.

«Sono stato felice di avere un'udienza con il Papa. Francesco ha insistito sull'ineguaglianza e il grido dei poveri. Ed è sorprendente che nei Paesi ricchi si tenda a non capire una cosa molto semplice: nessuno uscirà da questa pandemia se una parte del mondo è vaccinata e l'altra non lo è». Sul tavolo una tazza di caffè, accanto a sé la valigia già pronta, il dottor John Nkengasong, 62 anni, sta lasciando Roma per tornare ad Adidis Abeba, dove dirige i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc). Il virologo camerunense, collaboratore stretto di Anthony Fauci, ha lavorato più di vent' anni negli Usa ed è stato inserito quest' anno da Time fra le 100 persone più influenti del pianeta. Per il suo impegno contro il Coronavirus è stato premiato a Venezia dal Soft Power Club presieduto da Francesco Rutelli. In Vaticano ha partecipato all'Assemblea dell'Accademia per la Vita sulla «Salute pubblica in prospettiva globale, ed è stato ricevuto da Bergoglio. Joe Biden ha appena annunciato l'intenzione di nominarlo alla guida del Piano di emergenza del presidente per la lotta dell'Aids nel mondo, primo africano alla guida del programma che ha sede nel Dipartimento di Stato Usa. «Lo ringrazio per la fiducia, non bisogna dimenticare che la battaglia contro l'Aids continua: in Africa, credo che alla fine dell'anno avrà ucciso più gente del Covid». Dottor Nkengasong, la pandemia ha mostrato un problema di egoismo, e per di più autolesionista, nei Paesi più sviluppati? «Sono stupito dalla mancanza di comprensione nel Nord nel mondo. Il solo modo di uscire rapidamente dalla crisi del Covid-19 è una solidarietà forte che sostenga la cooperazione internazionale. Altrimenti non ce la faremo. Si creerà sempre un altro problema. Oggi ci preoccupiamo della variante delta, ma domani non sappiamo quali altre varianti potranno diffondersi. Dunque è nell'interesse dell'umanità assicurarsi che tutto il mondo sia vaccinato. Oggi il totale delle vaccinazioni in Africa è intorno al 4%: su una popolazione di circa 1,2 miliardi di persone». Che cosa si può dire a coloro che ancora hanno paura di vaccinarsi? «Sono biologo e virologo da più di trent' anni. Posso assicurare che la sola ragione per cui siamo ancora in vita è l'aver fatto dei vaccini, che fossero contro la poliomielite o la meningite o altro. I vaccini contro il Covid-19 non sono diversi dai vaccini che abbiamo già ricevuto. I vaccini sono efficaci, i vaccini sono sicuri. Da questa malattia terribile si esce solo assieme». Quando ne usciremo? C'è chi immagina richiami annuali «Dipende in larga misura dai nostri comportamenti. Se i vaccini sono disponibili per tutti e le persone si fanno vaccinare, potremo uscirne nel giro di due o tre anni. Ma se un parte delle persone si fa vaccinare e un'altra non lo fa o non può, come accade oggi, il virus continuerà a infettare anche chi si è vaccinato e resteremo in questa crisi a lungo». A quale percentuale si dovrà arrivare, nel mondo? «L'Oms dice che dobbiamo raggiungere il 70% entro un anno. Lo stesso obiettivo indicato dal presidente Biden». Il Papa ha insistito: i vaccini danno speranza «solo se sono disponibili per tutti». «Appunto. Bisognerebbe lavorare insieme e trovare soluzioni immediate e a medio o lungo termine, compresa la revoca o la sospensione dei brevetti, per produrre i vaccini nei Paesi non sviluppati». La sospensione dei brevetti è possibile? «È possibile e auspicabile. È solo questione di volontà». Ne ha parlato con il presidente Biden? «Non ancora». In Africa si potrebbero produrre vaccini anti Covid? «Esistono diverse strutture e ci sono almeno 5 Paesi - Sudafrica, Senegal, Marocco, Tunisia, Egitto - che già producono altri vaccini e avrebbero la capacità di farlo». E nell'immediato? «La cosa più urgente è assicurare che i Paesi che hanno vaccini in eccesso possano redistribuirli nei Paesi in via di sviluppo, subito». Che cosa non ha funzionato, finora? «Il multilateralismo è importante, ma il sistema ha mostrato i suoi limiti. Ora è tutto troppo centralizzato. All'inizio si è parlato del programma Covax, che doveva essere coordinato dall'Oms con la Global Alliance for Vaccines and Immunization. I Paesi africani erano sicuri che i vaccini sarebbero stati disponibili. Finora sono arrivate 30 milioni di dosi, per 44 Paesi. In Africa ci siamo organizzati e ne abbiamo acquisite 400 milioni. Anche a livello locale si può fare qualcosa. Se rimane questa iniquità, significa che qualcosa va cambiato».

CLIMA, IL PAPA PARLA AI GIOVANI

Papa Francesco ieri ha inviato il suo messaggio ai giovani impegnati a Milano, per discutere il futuro del Pianeta. La cronaca di Enrico Lenzi per Avvenire

«Un «grazie» ai giovani per «i sogni e i progetti di bene che avete» e un invito agli adulti e alle Istituzioni a «non aspettare altro tempo, ma ad agire». Insomma «è il momento di prendere decisioni sagge affinché si sappiano valorizzare le molte esperienze acquisite negli ultimi anni». Ancora una volta papa Francesco fa sentire la propria voce per sollecitare tutti a «prendersi cura della casa comune» e mettere in campo azioni concrete per evitare ulteriori disastri ambientali e umani. Lo ha fatto anche ieri con due messaggi. Per rivolgersi ai giovani partecipanti al seminario dedicato alla promozione di una educazione sostenibile organizzato dall'Italia nel quadro della copresidenza italo-britannica della Cop 26 nell'ambito della «Youth4Climate: driving ambition », in corso a Milano, Francesco ha scelto la formula del videomessaggio. «Vi incoraggio a unire gli sforzi mediante un'ampia alleanza educativa per formare generazioni salde nel bene, mature, capaci di superare le frammentazioni e di ricostruire il tessuto delle relazioni di modo che possiamo giungere a una umanità più fraterna» dice il Papa dopo aver ringraziato appunto i giovani per «il fatto che vi preoccupiate tanto delle relazioni umane quanto della cura dell'ambiente». A questi giovani, il Papa ricorda che «si dice che siete il futuro, ma in queste cose siete il pre- sente, siete quelli che stanno costruendo oggi, nel presente, il futuro». E in questo cammino si inserisce proprio quel Patto educativo globale, che lo stesso papa Francesco ha voluto lanciare nel 2019. Ma «le soluzioni tecniche e politiche non sono sufficienti se non sono sostenute dalla responsabilità di ogni membro - avverte il Papa nel videomessaggio - e da un processo educativo che favorisca un modello culturale di sviluppo e di sostenibilità incentrato sulla fraternità e sull'alleanza tra l'essere umano e l'ambiente. Ci dev' essere armonia tra le persone, uomini e donne, e l'ambiente ». E sottolinea che «non siamo nemici, non siamo indifferenti. Facciamo parte di questa armonia cosmica». Se con i giovani, papa Francesco assicura di «accompagnare il vostro cammino e vi incoraggio a portare avanti il lavoro per il bene dell'umanità», ai partecipanti dell'evento promosso dall'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa sui temi dello sviluppo e dei diritti umani in corso a Strasburgo, nel suo messaggio sottolinea con forza che «c'è bisogno di un reale cambiamento di rotta, di una nuova coscienza del rapporto dell'essere umano con sé stesso, con gli altri, con la società, con il Creato e con Dio». E bisogna fare in fretta perché «non c'è più tempo per aspettare, bisogna agire. Ogni strumento che rispetti i diritti umani e i principi della democrazia e dello stato di diritto, valori fondamentali del Consiglio d'Europa, può risultare utile per affrontare questa sfida globale». «In questo senso - aggiunge -, si vede con interesse la decisione che il Consiglio d'Europa vorrà prendere per la creazione di un nuovo strumento giuridico atto a legare la cura dell'ambiente al rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo», perché «tutto è collegato, e come famiglia delle Nazioni dobbiamo avere una comune preoccupazione: prenderci cura della natura, affinché essa si prenda cura di noi». Così il Papa, che ricorda nel testo anche l'intervento che fece al Consiglio d'Europa il 25 novembre 2014, richiama i rappresentanti delle Nazioni europea a non dimenticare che «dobbiamo pensare anche alla responsabilità che abbiamo verso le generazioni future». Ecco allora il pressante invito finale del Pontefice: «Agiamo con speranza, coraggio e volontà, prendendo decisioni concrete. Non possono essere rimandate a domani, se hanno come fine quello di proteggere la casa comune e la dignità di ogni essere umano».

E’ stata, insieme a Greta, la star dell’incontro milanese Youth4Climate, la riunione dei giovani di tutto il mondo in preparazione alla Cop di Glasgow. Si chiama Vanessa Nakate ed è ugandese. La racconta Sara Gandolfi sul Corriere della Sera.

«Non chiamatemi la Greta d'Africa. Io sono Vanessa Nakate. E non voglio neppure essere la "Vanessa d'Africa", perché qui non si tratta di una persona. Ci sono tantissimi giovani che stanno facendo cose incredibili, in Uganda e in tutto il continente. Il movimento per il clima è fatto di milioni di persone». L'attivista ugandese di 24 anni, che lunedì ha emozionato la platea dei 400 giovani riuniti a Milano per Youth4Climate si schermisce. Non le interessa rubare la scena a Greta, anche se conferma con orgoglio che quel discorso così potente - a nome di tutti i Paesi più vulnerabili del mondo - lo ha scritto da sola. Anche tu, come Greta, pensi che sia solo un «bla bla bla» o dalla Cop di Glasgow uscirà qualcosa di buono? «È bla bla bla quando i leader fanno promesse che non mantengono. Quando parlano di target, garantiscono di voler arrivare a emissioni zero entro il 2030, e poi aprono nuove centrali a carbone. Io, però, sono anche ottimista, perché è difficile essere attivista senza coltivare la speranza. Io lotto per qualcosa perché voglio che si realizzi, non voglio cedere al pessimismo. Per questo continuo a combattere e a parlare di giustizia climatica». Dici che non si può parlare di giustizia climatica senza affrontare il colonialismo e il capitalismo. Cioè? «Conosciamo la storia della crisi climatica, sappiamo che tutto è iniziato con la rivoluzione industriale. Il capitalismo è il primo responsabile, con le continue emissioni di gas serra, l'uso di combustibili fossili, le centrali a carbone, il gas estratto con il fracking . È tutto frutto del sistema capitalista che dà priorità al profitto invece che alle persone». Sei diventata famosa quando a Davos ti «cancellarono» da una foto di gruppo con Greta. Eri l'unica nera, si parlò di razzismo climatico. Tu hai detto: «Avete cancellato un continente, non me soltanto». Ora l'Africa è tornata al centro della foto? «Sta iniziando a entrare nella discussione. Noi attivisti abbiamo lavorato molto per occupare tutti gli spazi disponibili e fare in modo che la nostra voce fosse ascoltata. Ogni attivista ha una storia da raccontare, ogni storia ha una soluzione, e ogni soluzione può cambiare la vita di una persona. Soprattutto in Africa. Stiamo facendo il possibile per evitare che il nostro continente sia messo da parte nella discussione climatica, così come negli altri ambiti. Siamo sulla prima linea di questa crisi, ma non conquistiamo quasi mai le prime pagine dei giornali. Vogliamo cambiare questa dinamica e diventare protagonisti». È pericoloso essere attivista in Africa? «In base alla mia esperienza, è piuttosto difficile per le cosiddette questioni di sicurezza. Devi ottenere i permessi dalle autorità, se non sei sostenuto da grandi organizzazioni, non li ottieni. Per me è stata una sfida. Per questo molte delle iniziative che abbiamo portato avanti in Uganda si sono svolte all'interno delle scuole. Lezioni di educazione all'ambiente ma anche gli scioperi per il clima». Hai mai avuto problemi? «Quasi... ma siamo riusciti ad evitare l'arresto. Una mia amica attivista, però, in febbraio è stata arrestata». Andrai anche alla Cop di Glasgow con Greta? «Lo spero. Ma è così complicato. Accredito, vaccino, visto... Se tutto andrà bene, ci sarò. Ma non solo con Greta, con lei e molti altri attivisti». Alle Cop non è facile vedere attivisti dal Sud del mondo. Dove trovi i soldi? «Grazie ai fondi di un'organizzazione ambientalista. Da sola, non sarei mai riuscita a partecipare alle Cop. Molti attivisti rinunciano, pur avendo l'accredito, perché non hanno i soldi. Cop27, il prossimo anno, dovrebbe essere in Africa, forse in Egitto. I leader devono far sì che gli attivisti del continente siano presenti. Sarebbe assurda una Cop in Africa senza gli africani». I tuoi genitori e fratelli sono felici del tuo attivismo? «Molto e mi sostengono».

AFGHANISTAN, G20 STRAORDINARIO

Si farà il 12 ottobre il G20 straordinario sull’Afghanistan. Virginia Piccolillo sul Corriere della Sera.

«È dovere dei Paesi più ricchi evitare una catastrofe umanitaria». Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, annuncia che il vertice straordinario del G20 sull'Afghanistan si farà. Si terrà il 12 ottobre in videoconferenza, in anticipo rispetto all'appuntamento già fissato in presenza del 30-31 ottobre. Con l'obiettivo dichiarato di parlare di lotta al terrorismo e sostegno «senza condizionalità» al Paese che dal 15 agosto è tornato nelle mani dei talebani, dopo il ritiro degli Stati Uniti e la fuga del presidente Ashraf Ghani. A poco più di un mese dalla presa di Kabul, dall'assalto all'aeroporto internazionale di afghani e afghane in fuga, dopo le proteste delle donne in piazza per denunciare la retromarcia sui diritti del rinato emirato islamico, i grandi della Terra tornano a parlare del Paese ricco di terre rare, ma ridotto alla fame. Se ne discuteva da settimane, tra non pochi scetticismi, Draghi ieri, nel corso di una conferenza stampa, ha rotto gli indugi, annunciando il summit che si terrà in modalità virtuale e in formato «allargato», coinvolgendo non solo Paesi Bassi e Spagna ma anche Qatar, Nazioni Unite, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. Gli obiettivi sono già predefiniti. «C'è stata una riunione dei ministri degli Esteri del G20 che ha già iniziato a preparare la riunione dei capi di Stato: si tratta di vedere se c'è una comunità di obiettivi fra tutti i 20 Paesi più ricchi del mondo» ha chiarito Draghi. E li ha indicati. «Prima di tutto c'è un'esigenza umanitaria, c'è una catastrofe umanitaria che sta per dilagare», ha fatto notare il presidente del Consiglio. Aggiungendo che «è dovere dei Paesi più ricchi del mondo evitare la catastrofe, senza la condizionalità per cui "io ti do un pacco di grano se tu abiuri alle tue fedi"». Un tema cruciale laddove, in nome della fede, si è tornati a vietare alle donne anche l'università. «La seconda questione - aggiunge il premier - è quali passi la comunità internazionale può intraprendere per evitare che l'Afghanistan torni ad essere il nido del terrorismo internazionale». Tema spinoso visto che al potere sono tornate figure che in passato incutevano timore come Abdul Ghani Baradar, vice del mullah Omar. Draghi annuncia che al vertice ci sarà «uno scambio di esperienze su quello che la comunità può fare per evitare il diffondersi del terrorismo internazionale in Europa ma anche nei Paesi circostanti, che sono completamente coinvolti nella crisi afghana e avranno voce in capitolo». In prima fila c'è la Russia, che ha offerto le sue basi agli Stati Uniti contro la minaccia terroristica afghana. Il presidente russo Vladimir Putin ha fatto sapere, tramite il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, che deciderà sulla sua partecipazione al vertice quando saranno chiariti tutti i dettagli del summit. Nel frattempo Mosca sta lavorando a un incontro in presenza, Putin-Erdogan, per discutere, oltre che della Libia, proprio dell'Afghanistan. Soddisfatti del vertice i Cinque Stelle: «L'avevamo auspicato. Abbiamo il dovere di proteggere la popolazione dai taliban. Il nostro auspicio che al G20 straordinario, oltre all'Onu, siano coinvolte le organizzazioni umanitarie attive in quel Paese». Mentre la senatrice +Europa, ed ex commissaria Ue, Emma Bonino rilancia l'idea di una «commissione internazionale sui diritti umani che possa salvare le donne» dalle violenze dei talebani».

TUNISIA, UNA DONNA PREMIER

A proposito di diritti femminili, dalla Tunisia arriva una notizia clamorosa: per la prima volta in un Paese arabo potrebbe governare una donna premier. Lorenzo Bianchi sul Quotidiano Nazionale

«Per la prima volta nella storia del mondo arabo il presidente tunisino Kais Saied ha nominato una donna alla guida del governo. Il nuovo gabinetto però non dovrà ottenere il sostegno del parlamento. Saied, un conservatore che ha teorizzato la reintroduzione della pena di morte per gli omosessuali e la loro esclusione dalla vita sociale, il 22 settembre ha rafforzato i poteri della Presidenza. La premier prescelta è Najla Bouden Romdhane. Ha 63 anni, come Saied, ed è nata a Kairouan, sede della moschea più antica del Maghreb e sito dell'Unesco. La responsabile dell'esecutivo appena designata è un ingegnere. Insegna scienze geologiche ai suoi colleghi nella scuola nazionale della capitale tunisina. Ha una lunga esperienza nel valutare la vulnerabilità degli edifici in caso di terremoti e nel sensibilizzare la popolazione sulla gestione delle catastrofi. Al momento è anche la responsabile dell'attuazione del programma della Banca mondiale presso il Ministero dell'istruzione superiore e della ricerca scientifica. Dal 2006 al 2016 è stata la principale consulente dei sette titolari del portafoglio che si sono avvicendati in quel decennio. Dal 2011 al 2016 ha guidato l'unità di gestione degli obiettivi del ministero. In questo ambito ha istituito il primo programma di sostegno alla qualità (in sigla Paq), concepito per assistere progetti elaborati da imprenditori competitivi e propensi all'innovazione. La competenza di Najla Romdhane le ha procurato anche l'incarico di Copresidente del Gruppo consultivo mondiale dell'Onu sulla scienza e sulla tecnologia. Un video dell'agenzia Reuters l'ha ripresa in abito blu scuro e mascherina nell'ufficio del Capo dello Stato. Dietro a Saied campeggia un grande arazzo che mostra il territorio del Paese in giallo su uno sfondo marrone. L'ufficio del presidente ha definito la scelta «un onore per la Tunisia e un omaggio alle donne tunisine». Saied ha già fissato quali saranno i compiti del suo governo. Dovrà «porre fine alla corruzione e al caos che si sono diffusi nelle istituzioni statali». Najla Bouden Romdhane su twitter ha confermato l'obiettivo e ha chiesto «a Dio di avere successo». Dalla rivoluzione dei gelsomini del 2011 è l'undicesimo premier. Il suo predecessore Hichem Mechichi è stato destituito il 25 luglio quando Saied ha chiuso il Parlamento per un mese e ha cancellato l'immunità dei parlamentari. Il 20 settembre, ricorda il settimanale tunisino pubblicato a Parigi Jeune Afrique, il presidente ha sospeso l'attività dell'assemblea legislativa a tempo indeterminato. Sei giorni dopo si sono dimessi centotrentuno quadri di En Nahda (ndr, la Rinascita), il partito islamico moderato che detiene la maggioranza relativa in Parlamento con 54 deputati su 217. Non a caso ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel in un colloquio telefonico con Saied ha ribadito quanto sia «essenziale» che il Paese ritorni a essere «una democrazia parlamentare». L'ex funzionario dell'assemblea legislativa Cherif el Kadhi ipotizza che Najla Romdhane possa formare, anche in pochi giorni, un governo che sarà «formalmente approvato» con una semplice cerimonia di giuramento davanti al presidente Kais Saied. «Il Capo dello Stato - spiega El Kadhi - si oppone a molte parti della Costituzione del 2014 (ndr, che aveva contribuito a scrivere), vuole un nuovo regime ed è davvero disposto a cambiare il sistema politico, probabilmente ad ogni costo». Sfruttando la revoca dell'immunità parlamentare, giustificata invocando l'articolo 80 della Costituzione, Saied ha già ordinato l'arresto del deputato Yassine Ayari, 39 anni, indipendente eletto in una circoscrizione germanica, e di Maher Zid, un parlamentare della formazione islamica radicale Al Karama costituita nel 2019 in polemica con le scelte moderate di En Nadha».

NUOVO PIANO UE CONTRO IL TRAFFICO DI MIGRANTI

La Commissione europea si occupa dei migranti. Gli arrivi irregolari sono già 140 mila nel 2021, oltre alle rotte consolidate se ne aprono di nuove ad Est e l'Italia è il Paese più sotto pressione. Bruxelles vuole un partenariato antitraffico con i Paesi di origine e transito. Ne scrive Giovanni Maria del Re da Bruxelles su Avvenire:

«La pandemia e le crisi internazionali hanno rafforzato i profitti dei trafficanti di migranti, una piaga che va affrontata con maggiore decisione. A un anno dalla presentazione del suo Patto per la migrazione, la Commissione Europea torna alla carica, illustrando un nuovo piano per contrastare il traffico. «Come abbiamo visto nell'ultimo anno - commenta il vicepresidente Margaritis Schinas - si aprono nuove rotte a est, si continuano a sfruttare le rotte già sperimentate, che sono sotto pressione, e si continuerà a gravare su Italia, Spagna, Cipro e Grecia. La crisi dell'Afghanistan potenzialmente può portare a nuove crisi in Europa». La soluzione sarebbe il Patto migratorio, che per ora non decolla: «È come avere un paracadute e non usarlo », sospira Schinas. Complessivamente, dice la Commissione, gli arrivi irregolari verso l'Ue sono stati, nel 2021, 140.000, contro i 120.000 del 2020. E in questo quadro, avverte la commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, «l'Italia è il Paese che ha visto un aumento significativo, e questo la pone sotto pressione». Secondo l'esecutivo Ue, «il Mediterraneo centrale ha registrato l'aumento più elevato (+82%) di tutte le rotte nel corso del 2021», con 41.000 arrivi in Italia. C'è l'impennata di arrivi verso la Penisola dalla Turchia (+208%) con 6.175 approdi nel 2021 contro i 2.007 del 2020. Il grosso viene però dall'Africa, quasi la metà dalla Libia. «Anche la migrazione dalla Tunisia - si legge ancora nel rapporto - rimane elevata rispetto agli anni precedenti, rappresentando quasi il 40% dei migranti irregolari arrivati finora in Italia nell'anno in corso». Le cose stanno un poco migliorando, dice però Johansson: «Dopo essere andata due volte con il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese in Tunisia, abbiamo visto che il governo fa molto di più per prevenire la partenza dei migranti e sta rafforzando i rimpatri dall'Italia». «Il problema dell'immigrazione è strutturale - ha commentato Lamorgese - non congiunturale. È difficile parlare di immigrazione se non si fa un quadro della situazione geopolitica o economica. Abbiamo chiesto una redistribuzione obbligatoria dei migranti a livello europeo e penalizzazioni economiche per chi non dovesse accettare » ha aggiunto. Tra i punti principali della strategia della Commissione c'è un «partenariato operativo anti-traffico» con i Paesi di origine e di transito. Priorità sono i Balcani occidentali, il Mediterraneo Orientale e il Nord Africa. La Commissione vuole inoltre un rafforzamento tecnologico sul fronte del digitale, visto che i trafficanti sempre più si avvalgono di social media e applicazioni mobili, migliorando l'applicazione delle misure punitive già previste a livello Ue e internazionale. Sullo sfondo, anche il timore di «importare » terrorismo, soprattutto dopo l'arrivo dei taleban in Afghanistan e l'attività del dittatore bielorusso Aleksander Lukashenko per convogliare verso l'Ue i flussi di migranti irregolari, la Commissione già ha presentato agli Stati membri un piano d'azione antiterrorismo sull'Afghanistan. Intanto, per punire Minsk, la Commissione propone di sospendere la facilitazione dei visti con la Bielorussia».

HERR MERKEL A TORINO

Mentre a Berlino sembra avviata la trattativa per il nuovo governo del socialdemocratico Scholz, c’è interesse per i destini della ex cancelliera e del suo consorte. Lo chiamano Herr Merkel, col cognome del primo marito (che Angela ha conservato), ma il suo vero nome è Joachim Sauer. Sauer, chimico quantistico, avrà una cattedra a Torino. La Stampa gli dedica un paginone. La firma è di Uski Audino.

«Joachim Sauer, per tutti Herr Merkel, viaggerà «troppo spesso a Torino» nel prossimo futuro, per dirla con Heinrich Böll. Da giugno, infatti, il chimico quantistico di fama mondiale e coniuge della più nota Angela Merkel, è diventato socio straniero dell'Accademia delle scienze di Torino e avrà una cattedra nel corso di Scienze fisiche, matematiche e naturali. Il signor Merkel dunque potrà tornare ad essere il professor Sauer. Ma non chiamatelo Mr. Merkel, non gli piace e soprattutto non è lui. Quando nei primi anni ottanta il ricercatore di chimica teorica conosce all'Accademia delle Scienze della Ddr a Berlino-Adlershof la brillante studiosa e futura cancelliera, Angela Kasner porta ancora il nome del primo marito, Ulrich Merkel, da cui aveva divorziato due anni prima. Sauer, nato nel Brandeburgo nel 1949, accompagna Frau Merkel nella sua dissertazione di dottorato, e poi la coppia sceglie di andare a vivere insieme. Ma dopo anni di convivenza dalle pagine della Bild - siamo nel 1993 - il vescovo di Colonia Joachim Meisner tuona contro «una ministra» del governo Kohl «che vive nel peccato». La 39 enne che guida il ministero della Famiglia, in carica dal 1990, capisce l'ordine di scuderia e nel 1998 la coppia formalizza la sua unione. Ma ormai Angela Kasner è per tutti Angela Merkel, troppo tardi per diventare Frau Sauer. «Certo che inviteremo Frau Sauer, è semplicemente una elementare forma di cortesia» dice il professor Massimo Mori, presidente dell'Accademia delle Scienze di Torino, scegliendo di utilizzare l'uso tedesco dove uno dei due partner adotta un unico Familienname, un nome di famiglia. «Quando eleggiamo un socio straniero di grande profilo all'inaugurazione dell'anno accademico invitiamo, ovviamente, anche i consorti» prosegue Mori. Il professor Sauer è un grande chimico quantistico, è conosciuto in tutto il mondo, e inoltre vanta da tempo numerosi e frequenti rapporti con dei membri della comunità scientifica torinese. Seguirà la moglie in pianta stabile il marito nella sua trasferta italiana? È una domanda che rimarrà aperta, data la discrezione con cui la coppia ha sempre cercato di tutelare la sfera privata. Angela Merkel ha sempre detto che sfrutterà il suo tempo libero, ammesso che ne avrà molto, per riposarsi nella sua "dacia" nel Hohenwalde, a un'ora di auto a nord di Berlino, nell'Uckermark. Ma la musica è sempre stata una passione comune della coppia e non è detto che dopo Bayreuth e Salisburgo non si possa aggiungere anche la nuova stagione del teatro Regio di Torino. Intanto il 7 ottobre la Cancelliera uscente sarà a Roma per una visita di commiato al primo ministro Mario Draghi e per un'udienza dal Papa, nel suo tour di addio alle capitali europee. ».

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