Droni contro kamikaze

Afghanistan: ma chi sono i nemici? Le foto di due giovani donne sintetizzano la tragedia. Covid, contagi in calo. La Versione presenta una novità: da oggi tutti gli articoli sono offerti anche in pdf

Benvenuti alla Versione della Sera, rubrica domenicale estiva, dedicata ai quotidiani di questo fine settimana. Comincio parlando di noi, perché da oggi c’è già una grande innovazione. Vi avevo promesso un “grande balzo in avanti”. Ecco il primo regalo. Allora, da questa sera la Versione di Banfi non vi offre solo estratti ragionati dei vari pezzi citati, con i neretti a mo’ di sottolineatura. Alla fine vi sarà  regalato anche un link che vi porterà ad un Dropbox pubblico dove potrete accedere a tutti gli articoli integrali in formato PDF. Testata, impaginazione e titolo compresi. Basta cliccare sul link che trovate alla fine. Oggi, essendo la Versione del fine settimana, i link saranno due: tutti gli articoli del sabato 28 agosto e tutti gli articoli della domenica 29. È uno sforzo che aumenterà la grande ricchezza di contenuti offerti dalla Versione. E spero mi renderà più libero nel selezionare anche brani più corti dei vari articoli, sapendo che l’abbonato potrà ricorrere sempre all’integrale, con un semplice click. Attendo commenti e reazioni.   

Veniamo a quel che succede. In Afghanistan gli Usa hanno deciso di colpire, in ritorsione all’attentato di giovedì scorso. “Strike back”, dicono i giornali americani. Una riposta arrivata velocissimamente, dopo un’inchiesta lampo dell’intelligence sugli autori dell’attacco terroristico. Ma ci sono due foto che sintetizzano e simboleggiano queste giornate. Due immagini che ritraggono due donne: una bambina afghana vestita di giallo, insieme alla sua famiglia, che salta di gioia all’arrivo in Europa. E una soldatessa Usa, la sergente Gee, 23 anni, immortalata mentre culla una piccola profuga all’areoporto, prima di rimanere uccisa nell’attentato di giovedì.

Tanti i materiali di commento sulla geo politica del dopo Kabul: da Giuliano Ferrara che commenta Kissinger a Lucio Caracciolo che teme nuovi attentati. Da Alberto Negri che vede un cortocircuito jihadista a Domenico Quirico, che ragiona sul cui prodest dell’attentato. Con due ex presidenti del Consiglio, Berlusconi e Prodi, che scrivono in prima persona: il primo sull’identità cristiana, il secondo sulla necessità di una maggiore autonomia militare europea. Bella pagina di diario di Cecilia Strada che si chiede: chi siamo? Chi vogliamo essere?

Sul fronte della lotta al virus, i numeri dei contagi sono confortanti, perché ancora in calo. Sono 77 milioni le dosi di vaccino distribuite finora, anche se la media dell’ultima settimana è bassa: 238 mila iniezioni al giorno. La Sicilia già in giallo rischia, fra due settimane, l’arancione. Bella intervista sul Corriere del rapper J-Ax che racconta di essersi ammalato di Covid, parla della sua fede e dei No Vax. Il cantante dice una frase perfetta per commentare gli applausi regalati dal Meeting a Giorgia Meloni: “Adesso che è mainstream essere populista, mi ritrovo ad essere alternativo”. A proposito di Meeting, interessante articolo, con un bilancio finale, di Paolo Viana su Avvenire. Bebe Vio vince l’oro alle Paralimpiadi, evviva. Buona lettura, ci vediamo domattina.

LA RISPOSTA USA TEMPESTIVA E COI DRONI

La risposta Usa è arrivata dunque quasi immediata. C’era poco tempo per capire chi fossero gli autori dell’attentato di giovedì scorso all’aeroporto, ma l’intelligence ha bruciato le tappe. Marilisa Palumbo sul Corriere.

«La risposta americana è arrivata prima del previsto, prima ancora che martedì l'ultimo soldato Usa dica addio al suolo afghano. «Vi daremo la caccia, e ve la faremo pagare», aveva detto un Joe Biden commosso e furioso dopo l'attacco all'aeroporto di Kabul che ha ucciso tredici militari Usa e 170 civili. All'alba di ieri in Italia, dopo l'autorizzazione diretta del presidente e il via libera del segretario alla Difesa Lloyd Austin, un drone «Reaper» alzatosi in volo dal Medio Oriente ha colpito nella provincia di Nangarhar, vicino al confine pachistano. Uccisi due militanti dello Stato islamico, ferito un terzo. Non è chiaro se fossero tra le menti dell'attacco di giovedì. «Erano facilitatori dell'Isis-K e questa è una ragione sufficiente. Non entrerò nei dettagli di chi siano questi individui e quali potessero essere i loro ruoli specifici», ha detto in una conferenza stampa il portavoce del Pentagono John Kirby. Ma secondo molte fonti americane nessuno dei due era una figura di alto livello. Arriveranno altre operazioni nei giorni a venire: l'attacco «non sarà l'ultimo», ha assicurato Biden ieri in un comunicato. Il ritorno dei talebani in Afghanistan, con la conseguente prevista presenza crescente di gruppi terroristici, «condanna» la Cia, che avrebbe voluto tornare a dedicarsi a più tradizionali operazioni di spionaggio, a restare concentrata sull'antiterrorismo. E se, come ha detto un funzionario della Difesa alla Reuters , «non siamo riusciti a distruggere il gruppo in Afghanistan dal 2014 e con migliaia di truppe sul terreno», sarà ancora più difficile ora dopo il ritiro. Washington sostiene che il raid di ieri non abbia causato perdite civili, ma alcuni residenti di Jalalabad, capitale della provincia di Nangarhar, parlano di donne e bambini tra le vittime di un'esplosione che però non è chiaro sia la stessa causata dal drone. I talebani, nemici dello Stato islamico ma sotto accusa per non essere riusciti a mantenere la sicurezza promessa agli americani, hanno condannato l'operazione. «Avrebbero dovuto informarci, è stato un chiaro attacco sul territorio afghano», ha detto un loro portavoce. L'allarme all'aeroporto resta altissimo. Un nuovo attacco più che una ipotesi è una quasi certezza, Biden l'ha definito nel comunicato di ieri «molto probabile» da qui a domani, e i funzionari Usa non nascondono il timore che possa essere persino più pesante dell'ultimo. La corsa contro il tempo per far uscire le truppe è cominciata. Dalle 5800 dei primi giorni di agosto, quando il presidente americano aveva inviato i rinforzi per l'evacuazione, ieri ne restavano meno di 4mila. I talebani sostengono che «molto presto» avranno il controllo completo dell'aeroporto di Kabul. Secondo Middle East Eye sarà Ankara con il Qatar a gestire lo scalo: ci sarebbe già una bozza di accordo con i talebani che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan deve approvare dopo consultazioni con la Nato e Washington. Decine di migliaia di afghani, terrorizzati dalle rappresaglie per aver collaborato con gli occidentali, sono destinati a restare indietro, per questo molti Paesi, da Parigi a Berlino, stanno parlando con i nuovi padroni dell'Afghanistan per la creazione di corridoi umanitari per farli uscire. Washington intanto comincia a concentrarsi sul come gestire gli arrivi. Il dipartimento della Homeland Security è in allerta per il pericolo che associati di Isis o Al Qaeda possano usare il processo di ricollocamento per entrare negli Stati Uniti. Gli evacuati vengono controllati prima nelle basi fuori dagli Usa, poi in quelle dentro il territorio americano. Ma c'è un allarme anche sulle cellule dormienti che sono già nel Paese e potrebbero essere «riattivate» dagli eventi afghani. E infine un altro rischio: quello del terrorismo domestico dei suprematisti bianchi, fomentato dalla retorica anti migranti».

IL DESTINO NELLA FOTO DI DUE DONNE

Una bambina che salta di gioia sulla pista di un aeroporto europeo, dove è appena sbarcata con la sua famiglia. La foto è in prima pagina su Avvenire e il commento è di Marina Corradi.

«Una famiglia arrivata in Europa e i salti di gioia sulla pista di Melsbroek, aeroporto militare di Bruxelles, scendono in fila, appena sbarcati da Kabul. Prima il padre, pensieroso, il figlio piccolo per mano. Poi la madre, seria, incredula ancora. Ma, ultima, la bambina, sui 9 anni, vestita di chiaro, non cammina, salta: di gioia, come i bambini cui è promesso un regalo, o una cosa meravigliosa. Prima la lunga angoscia, chiusi in casa per giorni, poi la fuga, poi la calca disperata, all'aeroporto. Le grida, i pianti, le carte con i timbri esibite dagli adulti, supplicanti. E infine nella carlinga di un aereo militare che decolla, nel fragore del motore, immobili per ore e ore fra cento altri. Sfinita s' era addormentata la bambina; mentre sua madre le sussurrava all'orecchio di una nuova casa, di una scuola, di un'altra vita davanti. E ora che il portellone s' è aperto e il chiarore di fine estate a Melsbroek, 50 chilometri dal Mare del Nord, si allarga attorno, la bambina afghana proprio non può camminare, ma salta, colma di gioia. Quella luce mite, l'orizzonte piano, e il silenzio: la pace, si dice, dev' esser questa, eccola, finalmente. E corre e ride, i capelli bruni al vento: è lei stessa la vita, catturata in uno scatto sull'asfalto di Melsbroek, Belgio, Europa».

Anna Lombardi per Repubblica ci racconta un’altra storia e un’altra immagine: quella della sergente Gee, esercito americano. Una sergente che cullava i bambini all’aeroporto, lanciati oltre le barriere dalle madri disperate. Una donna che in quello stesso aeroporto ha perso la vita per l’attacco terroristico.

«Amo il mio lavoro». Il sergente Nicole Gee, 23 anni appena, aveva scritto proprio così sotto la foto pubblicata una settimana fa sul suo account Instagram, che la ritraeva mentre in mimetica, ma senza elmetto cullava uno dei bebè afghani passati attraverso il filo spinato ai soldati da familiari disperati. Una foto che ha fatto il giro del mondo, condivisa migliaia di volte sui social e pubblicata anche da Repubblica. Ora il suo nome è nella tragica lista dei 13 militari americani caduti nell'attacco di giovedì al Karzai Airport di Kabul. «Era una guerriera, lavorava ispirata da Dio. Sempre alla ricerca di donne e bambini afghani fra la folla, per aiutarli a uscire dal paese». È così che la descrive il capitano Karen Holliday sulla sua pagina Facebook personale. Ricordando- e con amarezza - come un'altra foto dove Gee scorta alcune ragazzine agli aeroplani, per assicurarsi di metterle al sicuro, aveva scatenato nei giorni scorsi molti commenti sessisti che avevano ferito la sergente. «Ha compito il suo estremo sacrificio pochi giorni dopo quello scatto». Nata a Roseville, California, Nicole sul campo avrebbe dovuto svolgere il più semplice compito di tecnico di manutenzione presso la 24esima unità dei marines: «Ma era un soldato modello e l'avevamo recentemente promossa a sergente con merito grazie al suo impegno costante e punteggi perfetti», scrive ancora Captain Holliday: «Ha fatto ciò che più amava fino all'ultimo respiro». Giovanissimi d'altronde, anche gli altri caduti nell'attentato più letale subito dalle forze americane in Afghanistan dal 2011».

L’ULTIMO VOLO DA KABUL

Gli italiani di Kabul sono tornati a casa con l’ultimo volo fra venerdì e sabato. Con loro quasi 5mila afghani salvati. La cronaca di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera di sabato.

«E' finita. Nel bene, con i 4.890 cittadini afghani salvati - ma anche nel male provato per tutti i disperati che non sono riusciti a partire - la missione Aquila Omnia si è conclusa ieri alle 15 (ora italiana) con il decollo dell'ultimo C-130 dell'aeronautica militare dall'aeroporto Hamid Karzai di Kabul. Poco prima avevamo visto l'ultimo equipaggio italiano che si riposava un attimo al Marriot di Islamabad e in procinto di ripartire alla volta del caos carico d'incognite in cui si era via via trasformato lo scalo della capitale afghana. Per loro da Ferragosto era diventata routine. Quasi quattro ore da Kuwait City a Kabul, quindi due ore per Islamabad, rifornimento di carburante e infine ripartenza per le sei ore di viaggio per il Kuwait, pronti per la prossima missione a Kabul. Ma ogni volta la situazione peggiorava. Il rischio attentati cresceva. Ieri sull'ultimo volo si trovavano 110 persone, tra cui 58 afghani. A bordo anche l'ambasciatore Stefano Pontecorvo che dirigeva lo staff della Nato. Al suo fianco, il console 31enne Tommaso Claudi, «l'eroe della fotografia» come è stato ribattezzato in Italia, dopo che la sua immagine con il bambino in braccio preso dalla folla e spostato nell'area protetta delle partenze era diventata subito virale ed è assurta a simbolo dello sforzo nazionale per portare in salvo il massimo numero di civili. In parallelo alla missione italiana, è terminata anche quella turca a testimonianza delle difficoltà sul campo. I soldati turchi, infatti, avrebbero dovuto garantire il funzionamento dello scalo nella transizione ai talebani. Ma le tensioni provocate dall'attentato dell'Isis due giorni fa hanno spinto Ankara a cambiare programma. «Sono state evacuate 5.011 persone, di cui 4.890 afghani. Tra loro 1.301 donne e 1.453 bambini», ha annunciato il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. Un successo superiore a quanto si fosse previsto. Ancora Guerini ha infatti specificato che il ponte aereo si è intensificato con l'aggravarsi della situazione politica e sociale nel Paese. La repentina caduta di Kabul in mano ai talebani ha spinto gli aerei della missione a «portare in Italia un numero di persone ben superiore a quello previsto inizialmente».

Questo che segue è un documento eccezionale: è una pagina del diario personale di un afghano, Bilal Sarwary, diventato giornalista dopo l’11 settembre per Abc e Bbc, che ripercorre questi vent’anni. In Italia è stato pubblicato dal Corriere della Sera.

«Nel 2001 vendevo tappeti al Pearl Continental Hotel di Peshawar, in Pakistan. Non dimenticherò mai il momento in cui, levando lo sguardo alla tv tra una vendita e l'altra, ho visto le immagini in diretta di un aereo passeggeri che virava verso il World Trade Center di New York. Poi un secondo. Un altro ancora si schiantò contro il Pentagono. La nostra vita non sarebbe stata più la stessa. I riflettori internazionali sono stati subito puntati sull'Afghanistan. Il governo talebano era accusato di dare rifugio ai principali sospettati dell'attacco, Osama bin Laden e gli uomini di Al Qaeda. Il giorno seguente, all'improvviso, nell'atrio dell'albergo si sono riversate centinaia di giornalisti stranieri, alla ricerca di qualcuno che parlasse inglese per aiutarli come interpreti in Afghanistan. Da allora ho sempre lavorato al loro fianco. Avevo lasciato l'Afghanistan da bambino: la nostra famiglia era fuggita dalla guerra civile seguita al ritiro delle truppe sovietiche, negli anni Novanta. Quando ho rimesso piede a Kabul dopo tutto quel tempo, sono rimasto sconvolto: la capitale era in macerie, con centinaia di edifici ridotti a cumuli di calcinacci e metallo. I suoi abitanti erano sprofondati nella miseria e nel terrore. Sulle prime sono stato ingaggiato dalla tv di Abu Dhabi, e alloggiato all'Hotel Intercontinental con altri giornalisti. Kabul era diventata il principale bersaglio dei raid aerei americani. Talebani e noti agenti di Al Qaeda entravano e uscivano dal nostro albergo e li vedevamo vagare nel quartiere. La notte era dilaniata da esplosioni. E poi, una mattina dei primi di dicembre, i talebani si sono dileguati. In poche ore i cittadini di Kabul si sono messi in coda alle botteghe dei barbieri per farsi radere le lunghe barbe. Il ritmo della musica riempiva nuovamente le strade. Si tornava a vivere. Da quel momento sono stato un osservatore privilegiato del ritorno alla normalità, come giornalista. Dai reportage su Tora Bora, fino alla battaglia di Shai Koat a Paktia, ho assistito alla disfatta dei talebani. I loro combattenti sembravano inghiottiti dalle zone montuose più impervie, i comandanti fuggivano in Pakistan. Ora capisco che questa fu un'occasione sprecata. Avevo notato la sincera volontà, tra i talebani, di deporre le armi. Ma non era quel che volevano gli americani. Presto fu opinione diffusa tra gli afghani (e da me condivisa) che la loro vera motivazione fosse cercare vendetta per l'11 settembre. Gli anni che seguirono furono funestati da una lunga scia di errori. Contadini afghani, poveri e innocenti, bombardati e imprigionati. Il governo afghano aveva affidato agli stranieri il comando delle operazioni militari, scavando un fossato incolmabile tra i vertici del Paese e la popolazione. Gli americani usavano la mano pesante e provocavano molti morti tra i civili. Per minimizzare le perdite, avevano adottato come metodo preferito di combattimento bombardieri e droni, risparmiando le truppe di terra. La fiducia in loro veniva meno giorno dopo giorno. Di tanto in tanto si avvertiva un fugace spiraglio di quello che l'Afghanistan sarebbe potuto diventare. Ormai era possibile, per esempio, spostarsi in auto per migliaia di chilometri senza la paura di finire assassinati. Ho attraversato il Paese da un capo all'altro, nel cuore della notte o all'alba. Ma il 2003 fu l'anno della svolta. I ribelli cominciarono a rispondere agli attacchi. Ricordo un episodio. Un grosso camion bomba spaccò il cuore di Kabul, facendo sussultare la città intera e mandando in frantumi i vetri di tutte le finestre. Ero tra i primi giornalisti accorsi sulla scena e ho ancora i brividi. Sarebbe diventata la nuova normalità: carneficine, brandelli umani, pozze di sangue. Gli americani intensificarono i bombardamenti aerei, allargando stavolta la gamma dei bersagli a matrimoni e funerali nelle campagne più sperdute. Per i normali cittadini afghani il cielo era diventato una minaccia. Erano spariti i giorni in cui si aspettava l'alba o ci si attardava ad ammirare il tramonto e il firmamento alla ricerca di ispirazione. Durante un viaggio verso la rigogliosa valle del fiume Arghandab, nei pressi della città di Kandahar, mi ero fermato per gustare le rinomate melagrane della regione. Ma al mio arrivo il rosso che vidi fu quello del sangue. I talebani si erano infiltrati nella valle, ma le forze governative facevano di tutto per respingerli. Quel giorno fu segnato da 33 bombardamenti separati. Case e ponti in macerie, terreni devastati. In seguito ho perso il conto delle autobombe e degli attentati con cui i talebani reagirono. Molti bombardamenti americani erano guidati da informazioni sbagliate raccolte dai servizi segreti, spesso fornite da gente animata da rivalità personali o da dispute per proprietà terriere. Per gli americani era difficile capire se le informazioni erano buone, a causa della crescente diffidenza tra loro e la popolazione afghana. Questo periodo, tra il 2001 e il 2010, fu anche quello in cui la generazione dell'11 settembre, la gioventù afghana che aveva studiato all'estero in India, Malesia, Stati Uniti ed Europa, tornava in patria per ricostruire. Questa nuova generazione sperava ardentemente in un rinnovamento. Trovò invece nuovi signori della guerra al governo, al soldo degli americani. E toccò con mano la corruzione che dilagava. Quattro anni fa ero nella provincia di Wardak per un matrimonio. Al calar della notte, la gente si era radunata a banchettare sotto il cielo stellato. All'improvviso, il buio fu squarciato dal rombo di un'operazione militare poco lontano. Una cupa disperazione si abbatté sui commensali e spense la festa. Più tardi, quella sera, condivisi un pilaf Kabuli , pane e carne, con il padre di un talebano che mi descrisse nei più tragici particolari la morte del figlio nella provincia di Helmand. Il figlio aveva solo 25 anni, lasciava una vedova e due bambini piccoli. Con malinconico orgoglio il padre mi spiegava che suo figlio era stato un combattente di talento, che aveva creduto in una vita diversa. L'opinione pubblica ha spesso sottovalutato il costo umano patito anche dai talebani. Anche dal loro lato sono rimasti orfani, vedove, padri che hanno perso i figli, e un'infinità di giovani mutilati di guerra. Chiesi al padre del combattente talebano che cosa desiderasse e i suoi occhi si riempirono di lacrime: «Voglio la fine delle ostilità. Ne abbiamo avuto abbastanza. Ho perso un figlio». Il mio ufficio a Kabul era vicino a un grande ospedale militare. Amici, familiari e conoscenti in visita dalla mia provincia natale, Kunar, spesso mi chiedevano di accompagnarli lì per identificare i corpi di qualche parente arruolato tra le forze di sicurezza. Talvolta mi sembrava che lo spirito della mia provincia fosse oppresso e annientato dal peso di quelle bare. Quando gli americani hanno avviato i negoziati con i talebani a Doha, abbiamo sentito rinascere la speranza. Il Paese anelava a un cessate il fuoco allargato e permanente, e le trattative sembravano l'unica via di uscita. Ma ben presto si è capito che i colloqui miravano solo a trarre il maggior vantaggio dalle vittorie sul campo, anziché a un futuro di pace. Dalla prospettiva dell'uomo comune in Afghanistan,non avevano senso. Gli americani rilasciarono seimila talebani, una mossa che fu fatta passare come la via verso un cessate il fuoco permanente. Non avvenne mai. Mentre si svolgevano i colloqui tra americani e talebani, un capo della polizia locale si alzò in piedi, nel bel mezzo di una riunione del consiglio di guerra, e urlò che gli americani avevano abbandonato l'esercito afghano allacciando rapporti con il nemico. «Ci hanno pugnalato alla schiena». Un mio vecchio compagno di scuola milita tra i talebani e abbiamo la stessa età. Negli ultimi vent' anni abbiamo continuato a parlarci malgrado questo. Ma di recente l'ho rivisto a un matrimonio e l'ho trovato indurito e inasprito. Ho visto con i miei occhi come il conflitto abbia diviso gli afghani. Non avevamo più nulla da dirci. Non era più l'amico che ricordavo dai nostri giorni a Peshawar, trascorsi a giocare a cricket e a riempirci la bocca di arance sugose. Il fratello, il padre e lo zio erano rimasti uccisi in un raid aereo. Spero che ci riconcilieremo. Ma quel futuro appare ancora remoto. Nelle ultime settimane ho inviato i miei servizi dai capoluoghi caduti in mano ai talebani, con le forze afghane che si arrendevano in massa. Ma non avrei mai pensato che i talebani avrebbero preso Kabul. La notte prima della conquista, i funzionari che avevo consultato erano convinti che la città potesse reggere ancora. Si parlava inoltre di un passaggio di potere pacifico, di un governo inclusivo. Ma a quel punto il presidente Ghani è fuggito in elicottero e di colpo i talebani erano in città. Poi mi hanno detto di fare attenzione, la mia vita era in pericolo. Ho preso due cambi d'abito e sono stato accompagnato in un luogo segreto assieme a mia moglie, la nostra bambina piccola e i miei genitori. Conosco intimamente questa città, ogni suo centimetro. Appartengo a questa città e non riesco a credere che non ci fosse nessun posto sicuro per me». 

CHE COSA ACCADE ADESSO NEL MONDO

È la domanda angosciosa che tutti ci facciamo in questi giorni: che cosa accadrà ora nel mondo? Lucio Caracciolo, direttore di Limes, è stato intervistato da Salvatore Cannavò del Fatto. Il rischio, dice, è quello di un nuovo terrorismo.

«Il rischio, dice in questa intervista Lucio Caracciolo, direttore di Limes, uno dei migliori interpreti italiani della politica internazionale, è ritornare al vecchio circolo della guerra al terrorismo. E questo avverrà con un'America in crisi di identità e un'Europa che non può costituire un'alternativa semplicemente perché non esiste». Con quello che accade in queste ore, il ritorno degli attacchi con i droni, la guerra al terrorismo, possiamo dire di essere punto e a capo? «Sì, ma non per quello che accade sul terreno, ma per un problema culturale. Gli americani non sono usciti mentalmente dalla guerra al terrorismo, cioè da un meccanismo che possiamo definire nevrotico, per il quale da un attacco terroristico si genera unareazione militare da cui scaturisce un nuovo attacco terroristico e così via in un gioco infinito. Questa, però, non è una guerra contro un nemico, perché il terrorismo è un metodo che chiunque può adottare, non è identificabile, è mutante e infatti muta in continuazione. È però anche una guerra contro noi stessi». Perché contro noi stessi? «Perché il modo di approcciare il tema crea un meccanismo negativo, costringendoci in un circuito infernale nel quale non abbiamo possibilità di vittoria ma di sicura sconfitta. Non nel senso strategico, ma di un progressivo logoramento, in particolare della reputazione americana e occidentale. E questo riguarda anche noi europei, in particolare noi italiani nella misura in cui, per certificare la nostra esistenza in vita, partecipiamo a missioni in cui non abbiamo nessun interesse da difendere se non dimostrare che esistiamo. Senza avere nessuna idea su quale tipo di scambio ottenere». In questo quadro pieno di ombre che giudizio dare degli Usa? Sono in grado di reggere la scena? «Impossibile dare giudizi definitivi e tranchant. Mi pare evidente che esista una crisi identitaria e culturale che da diversi anni sta colpendo gli Stati Uniti. Il suo punto di inizio può essere rintracciato nella vittoria della "guerra fredda" che ha privato gli Usa di un nemico perfetto, che tra l'altro risparmiava loro la metà del lavoro (ad esempio in Afghanistan c'erano i sovietici) e la cui scomparsa ha fatto perdere la bussola strategica. Le strategie all'insegna dello "scontro di civiltà" o della "fine della storia" non sono state un'alternativa... Tutte le strategie dopo l'89 sono state degli adattamenti. E così gli Stati Uniti pensano fino all '11 settembre di essere in cima al mondo e si lanciano in un'avventura di cui non si vede l'obiettivo finale semplicemente perché non esiste». La crisi è più profonda, si esprime anche negli assurdi dibattiti attorno al conflitto tra "democrazia" e "schiavo-democrazia" che proiettano il passato sul presente facendo perdere il principio di realtà. E questa crisi mette l'America in una situazione di stress come si è visto a Capitol Hill il 6 gennaio. Non è un problema di Trump o Biden, ma di America Sul fronte afghano, invece, quanto sono diversi i talebani? «Non ho frequentazioni, ovviamente (ride, ndr), ma da quello che si intuisce ci sono differenze e la principale è che ora sono diventati loro il governo. E come accade quando si va al governo questo implica un cambiamento di fondo. L'ultima volta che hanno avuto il potere è finita come è finita. Il rischio, anzi la certezza, è che ci sarà un certo grado di guerra civile, o di guerra tra potentati, e il controllo dei talebani non sarà totale. Anche perché il sistema afghano non garantisce un controllo totale». Pensa che l'Europa, come scrivono diversi analisti possa ora trovare un suo nuovo spazio? «No, non ci sarà nessun cambiamento, semplicemente perché gli Stati Uniti esistono mentre l'Europa no. Certo, appare evidente che per via della postura assunta dagli Usa nel tempo, la stabilità interna dei Paesi europei è in questione e il grado di sicurezza proveniente dagli Usa è ora discutibile. Questo implica delle novità per i Paesi che possono surrogare questa carenza». Si tratta quindi di prospettive che riguardano i singoli Paesi? «Nessuno può pensare di agire ed esercitare un ruolo da solo, ma si possono creare delle solidarietà e delle intese. Penso in particolare a Italia, Francia e Germania, sapendo che gli inglesi restano dentro lo spazio europeo con una forza rispettabile». Che efficacia può avere l'iniziativa di Mario Draghi per un G20 che governi la crisi? «Può avere un fondamento perché coinvolge cinesi, russi, ma anche iraniani e pakistani, cioè le potenze interessate al caso afghano. Ma il nostro problema non è l'Afghanistan, siamo noi nel contesto europeo e occidentale che rischiamo di entrare in un altro ciclo di guerra al terrorismo». 

Giuliano Ferrara sul Foglio di sabato-domenica chiosa il commento di Henry Kissinger del giorno prima e torna a difendere “il progetto attivo contro l’islamismo politico”.

«Henry Kissinger ha scritto ieri che non si poteva ragionevolmente costruire una democrazia moderna,che implica un potere centrale forte, in un Paese feudale e tribale come l'Afghanistan. Quell'uomo così intelligente, quel cinico indifferente alle nozioni di bene e male intese come scelte etiche, convinto com' è - e quanto giustamente - del primato della politica nella persecuzione dell'interesse generale, deve aver creduto a quanto una volta gli disse lo statista cinese Ciù Enlai ( o Zhou EnLai): "Lei mi domanda un giudizio sulla rivoluzione francese? E' troppo presto per formularlo". Il "valore universale della democrazia" e dei diritti, un concetto abbracciato per un momento anche dal comunista italiano Enrico Berlinguer quando pensò di emanciparsi dal comunismo sovietico, è oggi in effetti un flatus vocis. Sembra troppo presto per tirare le conseguenze dell'ottantanove (1789). Eppure Roosevelt, Churchill e Truman si accordarono con Stalin per sconfiggere Hitler, ma all'indomani della vittoria non considerarono chiusa la partita. Lavorarono per contenere il soviettismo dietro la cortina di ferro, dettarono una Costituzione al Giappone imperiale, radicarono nella democrazia politica la Germania dell'ovest che aveva conosciuto il concetto di libertà civile solo nella breve tumultuosa parentesi della Repubblica di Weimar, presidiarono- presidiano la Corea dall'espansionismo cinese e testimoniarono in mille altri modi che le democrazie muoiono se non si difendono contro le autocrazie (le teocrazie erano in senso politico di là da venire). La Guerra fredda non fu un atto di idealismo, ovviamente, bensì la realistica modalità di difesa del mondo libero. Fu a suo modo un giudizio forse prematuro, ma alla fine efficace, sulle conseguenze della rivoluzione francese da tirare alla luce della rivoluzione comunista e poi stalinista. La battuta di Ciù Enlai è immortale, come immortale è la capacità cinese di prendere per il naso i nemici dei poteri mandarinali e imperiali, contando sempre sul fattore tempo. Kissinger è orripilato dall'incapacità americana di tenere botta di fronte a una controffensiva tribale e feudale, e nel suo testo attribuisce la rinuncia al governo di un mondo ordinato dalla libertà e dai diritti alla debolezza dell'opinione pubblica occidentale e americana, che sostituisce ai tempi della storia il suo sogno welfarista e irenista. L'ex braccio destro di Richard Nixon ne sa qualcosa, visto che negoziò, ma in tutt' altro contesto e a condizioni meno umilianti, nonostante la fuga da Saigon, la resa vietnamita. Il mondo del 1968 si ribellò all'imperialismo americano e vinse quella che Goffredo Parise chiamò con pertinenza "l'unificazione armata tonchinese". Kissinger dice molte cose giuste, ma le sue parole non spiegano come si possa reagire all'Islam politico dopo la rivoluzione iraniana del 1979, dopo l'11 settembre culmine di una vasta offensiva del terrorismo internazionale di matrice islamista. Accenna alla vecchia filosofia del containment, indica nell'interesse comune di russi, cinesi, pachistani e indiani il perno di una diplomazia antiterrorista dello status quo, intesa come alternativa alle guerre di controffensiva nel segno del "nuovo secolo americano", eppure resta anche lui sulle generali e procede per sottili ed esperte astrazioni nellastoria fatta con i "se". Meglio comunque il realismo della vecchia scuola dell'impasto confuso di principi e disdetta della forza per attuarli che ha caratterizzato l'operazione Biden in Afghanistan: "America is back", che poi è America is back home, al costo che sappiamo; e "lega delle democrazie" in nome della retorica dei diritti, che poi è l'attuazione dell'accordo di Doha, firmato da una banda di dementi trumpiani sensibili solo ai sondaggi e privi di alcun rapporto con l'interesse generale per quattro anni in svendita ai quattro angoli del mondo. Che il New American Century come progetto attivo contro l'islamismo politico e il terrorismo fosse rimandato a data da destinarsi si era capito dai tempi delle dimissioni di Rumsfeld e dell'elezione trionfale di Obama. Una sapiente tela difensiva, che alcuni di noi giudicano irrealistica, è comunque un obiettivo migliore della gestione di una fuga disordinata da tutte le responsabilità».

Alberto Negri sul Manifesto di sabato legge le ultime mosse americane come gestione di un fallimento multiplo.

«Ci sono jihadisti utili e altri no. I jihadisti è meglio manovrarli che combatterli, hanno pensato gli americani dopo i fallimenti in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. Con i talebani ci si può anche mettere d'accordo: quindi nel 2018 hanno chiesto ai pakistani, sponsor dei talebani, di scarcerare il Mullah Baradar e sono cominciate le danze di Doha. Uno spettacolo che piaceva a tutti perché nessunodurante questo tempo ha detto una parola contraria. Certo bisognava vendere ai carnefici di prima gli afghani che avevano creduto nell'Occidente ma il pelo sullo stomaco alla Casa Bianca non manca, sia con Trump che con Biden. Del resto Trump nell'ottobre 2019 aveva venduto i curdi, valorosi alleati degli Usa contro l'Isis, allaTurchia di Erdogan: che male c'è a farlo un'altra volta? In fondo sia la Nato che gli europei digeriscono tutto. È una vecchia storia. È stato usando gli estremisti islamici che gli Usa avevano iniziato la loro avventura da queste parti: foraggiando negli anni Ottanta, insieme a Pakistan e Arabia Saudita, i mujaheddin afghani contro l'Urss. Molti erano jihadisti ma allora in Occidente li chiamavamo «combattenti per la libertà». Era stato un successo: l'Urss perse la guerra e nell'89 si ritirò lasciando un governo che comunque durò altri tre anni. Poi gli americani ci hanno provato anche in Siria, con la complicità della Turchia di Erdogan, per abbattere Bashar Assad: ma lì sono stati fermati nel 2015 dalla risorgente Russia di Putin. Era servito, al momento, anche eliminare nel 2011 il regime di Gheddafi. Guerriglieri libici e jihadisti reduci da Iraq e Afghanistan venivano trasportati dalla Libia alla Turchia per passare in territorio siriano insieme a tunisini, ceceni, marocchini e via discorrendo. Il segretario di stato Hillary Clinton, che allora aveva in squadra Toni Blinken, attuale capo della diplomazia Usa, avevano pensato di fare un'alleanza di comodo anti Assad con i jihadisti libici mandando l'ambasciatore Chris Stevens a Bengasi: venne fatto fuori dai salafiti di Ansar Al Sharia,era l'11 settembre 2012. E la Clinton ci rimise la Casa Bianca. Non governando il caos che loro stessi avevano creato, gli americani provarono a usarlo contro i rivali. In Iraq gli Usa si erano ritirati con Obama nel 2011, lasciando il Paese al suo destino dopo averlo invaso nel 2003 con la bugia delle armi di distruzione di massa: il Paese precipitò nelle mani di Al Qaeda e poi dell'Isis. Questi jihadisti erano utili per impantanare l'Iran, sponsor del governo locale: nel 2014 pasdaran e milizie sciite dovettero intervenire per fermare il Califfato alle porte di Baghdad. Bloccare la Mezzaluna sciita e metterla sotto pressione era il vero obiettivo geopolitico di Washington. A missione compiuta gli americani mollarono i curdi al massacro dei turchi, fecero fuori Al Baghdadi e il 3gennaio 2020 uccisero a Baghdad con un drone il generale iraniano Qassem Soleimani. Ora gli Usa se ne vanno, per la seconda volta, anche dall'Iraq lasciando il posto alla Nato con un contingente al comando dell'Italia. E dopo la disfatta di Kabul dobbiamo incrociare le dita, visto che di solito lasciano dietro terra bruciata. Gli accordi di Doha dovevano riconsegnare l'Afghanistan ai talebani, complici di Al Qaeda nell'11settembre 2001, ma anche eredi dei prediletti mujaheddin anti-sovietici. Insomma una bella operazione per sfilarsi e riportare «ordine» dopo avere preso atto del fallimento di esportare la democrazia liberale. Nel momento in cui si sono messi a negoziare in Qatar, a Washington erano consapevoli che avrebbero rinunciato alla «balla» filo-occidentale in un Afghanistan già controllato al 50% dai talebani. Bastava una ventata e tutto sarebbe crollato in mano loro. Il 2 luglio gli Usa chiudono di notte la base di Bagram, senza avvertire l'esercito afghano, tagliando luce e acqua: Kabul era già perduta allora. Il messaggio è stato devastante sul morale dei soldati afghani che si sono anche trovati senza copertura aerea perché avevano ritirato tecnici e contractors. Sono quindi stati calcolati male i tempi e gli Usa e la Nato sono finiti nel caos dell'areoporto e in un'evacuazione più caotica di quella di Saigon 1975, dove per altro non c'erano attentatori suicidi da affrontare. L'Isis-Khorassan non spunta dal nulla. Fondato nel 2015 ha portato una settantina di attentati e l'8 maggio ha fatto una strage di 55 studenti a Kabul. Per combatterlo si erano mobilitati americani, esercito afghano, talebani e persino Al Qaeda. Con l'attentato di Kabul l'Isis-K ha colto 4 obiettivi: 1) colpire gli Usa 2) minare la credibilità dell' "ordine" talebano 3) colpire la rivale Al Qaeda 4) lanciare un messaggio alla Jihad globale dall'Asia al Nordafrica, dal Medio Oriente al Sahel. Il ritiro americano può provocare un effetto domino sulla sicurezza internazionale. Quello che stiamo vedendo è l'anticipazione del caos che verrà in Afghanistan e anche in altre aree critiche del mondo. Adesso accorciare i tempi e fuggire lascerebbe bloccati in territorio ostile,secondo la maggior parte delle stime, centinaia di cittadini statunitensi e migliaia di collaboratori afgani. Tutti candidati a diventare ostaggi. Ma restare più a lungo sarebbe un invito a ulteriori attacchi terroristici all'aeroporto da parte dell'Isis-K e, dopo il 31 agosto, da parte anche degli stessi talebani. Il cortocircuito jihadista, innescato 40 anni fa dagli Usa, fulmina e incenerisce i suoi maldestri manovratori».

Romano Prodi sul Messaggero di oggi si concentra sul futuro della Nato. Che senso ha l’alleanza militare atlantica?

«Se la tragedia afghana, interpretata correttamente, non può mettere in discussione l'esistenza e l'importanza della Nato, nello stesso tempo ci obbliga ad una seria riflessione sul suo funzionamento. Non solo le decisioni sulle quali tanto si discute sono state prese in solitudine dal governo americano, ma esso non si è nemmeno peritato di informare gli alleati europei. Con singolare arroganza, per chi ha condotto l'alleanza a perdere la sua prima guerra, il Segretario Generale della Nato Jan Stoltenberg si è addirittura affrettato a sottolineare come l'irrilevanza dei Paesi dell'Unione Europea nella Nato sia in qualche modo certificata dal fatto che essi contribuiscono solo al 20% delle spese dell'Alleanza Atlantica. E ha anche aggiunto che la loro importanza viene ad essere ulteriormente diminuita dal fatto che essi sono protetti, oltre che dagli Stati Uniti, da Paesi non membri dell'Unione: la Gran Bretagna e il Canada a Ovest, la Turchia a sud e la Norvegia (di cui Stoltenberg è cittadino) a Nord. E con questo ha dimenticato che la protezione è quantomeno reciproca. A parte la necessità di precisare il significato concreto di queste affermazioni, tenendo ad esempio conto che il soldato americano costa il doppio di quello europeo, il messaggio di Stoltenberg è perlomeno chiarissimo: i Paesi dell'Unione Europea pagano poco e, perciò, non contano nulla. Di questo stato delle cose bisogna quindi prendere atto e affrontare finalmente in modo diretto e operativo il problema della difesa europea. Non per rompere l'Alleanza Atlantica, ma per renderla più efficace e più capace di affrontare con maggiore capacità di comprensione, che anche Kissinger ritiene necessaria, i problemi politici ai quali la più potente organizzazione militare esistente al mondo è chiamata a fare fronte. Appare infatti evidente per Stoltenberg che un'Europa divisa e frammentata non possa nemmeno vantare il diritto di essere informata. La conclusione è perciò una sola: non ci può essere alternativa alla situazione attuale se non compiamo un grande passo in avanti per costruire una comune difesa europea. Ne discutiamo da tanti anni, abbiamo anche messo in atto alcune forme di concreta collaborazione fra le diverse strutture di difesa ma, come l'Afghanistan dimostra, non abbiamo dato vita al progetto di inserire lo strumento militare in un grande disegno politico. Eppure penso che il caso afghano obblighi la politica europea a fare almeno lo stesso salto in avanti che il Covid ci ha costretto a compiere nel campo economico. La differenza è che, in questo caso, la necessaria rivoluzione non può essere guidata dalla Germania, ma dalla Francia. Solo la Francia, infatti, possiede i due grandi strumenti che possono permettere la costruzione di una politica di difesa comune, e cioè il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il possesso dell'armamento nucleare. L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione, così come ha reso possibile il lancio del Generation Eu, rende compatibile l'interesse di un solo Paese, in questo caso la Francia, con l'interesse comune degli altri protagonisti della politica europea. E insieme si può contare molto. (…) Il caso afghano non solo ha mostrato ancora una volta il volto crudele della guerra, ma ha reso ancora più visibili i limiti e gli aspetti negativi di un'Alleanza Atlantica nella quale il governo americano, con la complicità di un'Europa colpevolmente assente, è stato il solitario protagonista. Nello stesso tempo esso ha dimostrato in modo inequivocabile che non è interesse dell'Europa (e degli stessi Stati Uniti) che l'America e gli americani siano lasciati soli».

Domenico Quirico coglie tutta l’ambiguità del rapporto fra gli Usa e i Talebani. Chi si sta giovando dell’attentato terroristico di giovedì? Sicuramente il governo talebano, visto che ora il nemico è l’Isis-K, che ha organizzato l’assalto all’aeroporto.

«Taleban, alqaidista, califfale, aqmista, Boko Haram o Shebab l'integralismo multiforme ma mono-teologico fa mentalmente e praticamente tutt' uno. Invece sondando nei particolari di crimini specifici e insieme assoluti, rifiutiamo con frettoloso manierismo gli accostamenti; per noi è sempre qualcosa di diverso. Ogni islamica follia massacratrice dovrebbe viaggiare sui binari di una via originale. Con cui sarebbero possibili, in alcuni casi, distinguo e perfino utili coincidenze. Ogni fanatismo al contrario cresce su un letame che somiglia agli altri. Il motto di questi catechismi infatti è: integralisti di tutto il mondo unitevi. Proprio perché integralista non è il corano, ma il modo di trarne argomenti assassini e reclusori. La unità del jihadismo moderno appare chiara considerando che maltratta allo stesso modo territori che in passato sono stati considerati inammissibili. Ma la pedagogia dell'odio ammette scioltezza e elasticità. La tattica, in questo orizzonte omicida e suicida, dà spazio anche a sorprendenti momenti di lotta fratricida con analogo stock di anatemi teologici e inviti al delitto. Ma alla fine, come le sigle con cui camuffano l'unico scopo, anche questa zuffa intestina trascende nel progresso della strategia escatologica dei profeti armati fino ai denti. Nella jihad vengono utili anche i compagni che sbagliano. L'Afghanistan sta diventando, sotto i nostri occhi, un caso perfetto. Apparentemente a Kabul dopo l'attentato firmato dalla laboriosità omicida dell'Isis nulla è cambiato: i fuggiaschi si accalcano all'aeroporto cercando aerei che non ci sono quasi più; o lontano dalle telecamere si avviliscono a posti di frontiera meno scenografici ma altrettanto aspri e amari verso il Pakistan e l'Iran. I diplomatici e portavoce occidentali continuano a ribadire con tono fermo che riconoscimenti dei taleban non sono in discussione. Invece impercettibilmente tutto si è messo in moto, gli ingranaggi silenziosi di uno scenario nuovo si incastrano e se ne colgono già i primi segni prodighi di inaspettate rivelazioni. È vero: gli uomini del califfato sono nemici dei taleban, la cui jihad è autarchica e si ferma al Kyber pass. Eppure il kamikaze dell'aeroporto è stato sanguinosamente utile soprattutto ai turbanti neri, gente che sa fare i suoi calcoli con l'impersonalità di una società di assicurazioni. Perché ha messo in campo, con un singolo gesto omicida, un nuovo nemico, anzi il Nemico, Isis. Se fino a ieri erano loro gli integralisti pericolosi di cui non ci si poteva fidare, adesso sono diventati in fondo dei moderati, dei cattivi ragazzi ma che si possono educare, a cui affidare perfino la sicurezza degli ultimi voli di profughi e stranieri. E la difesa dei marines. Con cui trattative e incontri, ultimi arrivati nella lista tedeschi e francesi, si fanno sempre meno cospirativi e segreti. Si prepara, prossimo, il riconoscimento, la riapertura delle ambasciate. L'identità dei taleban è cambiata, sono declassificati da pericolo numero uno. È quanto volevano, l'ammissione esplicita della loro vittoria, senza offrire nulla in cambio. Si dirà: ma ci sono i morti, i dodici marines e decine di afghani dilaniati. I primi li hanno ammazzati anche loro in questi anni, in gran numero. Gli altri erano irrecuperabili traditori che non volevano altro che andarsene. I soliti morti senza nome della Storia, da ammucchiare come bambole rotte. Difficile che qualcuno dei nuovi emiri l'abbia considerato un prezzo alto da pagare. Anzi. E se ci fossimo sbagliati quando pensavamo che lo scopo dell'Isis, con un attentato, fosse di far saltare l'accordo tra gli Stati Uniti e i talebani? Se non ci fosse gli ex studenti di teologia avrebbero dovuto inventarlo, l'omicida manipolo dei totalitari del califfo. Garantisce il super nemico, il leviatano che mette tutti d'accordo, su cui non si può discutere e autorizza alle più pregiudicate acrobazie ideologiche teologiche diplomatiche di fronte ad altri nemici per di più vittoriosi. Di fronte a cui l'accusa di maltrattare le donne, di vietare la musica e di malefici di ogni tipo sfumerà nelle denunce sempre più flebili e trascurate dei fuggiaschi. La guerra ai taleban è definitivamente finita, con una sconfitta. Ma è già pronta, per sostituirla, la guerra al terrorismo, il califfato universale, che non può e non deve finire mai. Ora gli Stati Uniti hanno qualcuno da bombardare comodamente per restaurare l'immagine sbrindellata di Biden e dei micro napoleoni del Pentagono. È già pronto qualche capo dell'Isis, ovviamente pericolosissimo e anonimo, individuato in appena 24 ore sulle montagne senza testimoni dell'Hindu Kush, da infilare nel mirino di un drone. Specificando che non è partito da basi in territorio afghano: già, i taleban potrebbero offendersi. Vi stupirebbe se gli americani affidassero la lotta all'Isis dell'Asia centrale ai taleban?».

“CHI VOGLIAMO ESSERE NOI?”

Cecilia Strada scrive per La Stampa di sabato un pezzo a metà strada tra la riflessione e la pagina di diario. Che finisce con una domanda chiave: ma noi chi vogliamo essere?

«Cartolina dalla rada di Augusta, dalla nave di soccorso ResQ People che sta per finire la sua quarantena dopo aver sbarcato 166 naufraghi soccorsi nel Mediterraneo centrale. Cinque minuti di pausa, un social network: "Cecilia, vuoi rivedere i tuoi ricordi?". E così mi ricordo che esattamente dieci anni fa, oggi, condividevo la notizia di un attentato al mercato di Lashkar-gah, provincia di Helmand, Afghanistan. Venticinque feriti arrivati in ospedale, tre morti prima di entrare in sala operatoria, compresa una bambina di pochi anni (sei-sette? Non lo sapevamo: era una bambina che chiedeva l'elemosina davanti alla banca). Invece cinque anni fa, oggi, ero a Kabul e pubblicavo la foto della lavagna del pronto soccorso del Centro per feriti di guerra: 102 letti occupati, 18 liberi. Un dettaglio di quella lavagna: "Lavanderia 0". E perché mai sulla lavagna di un pronto soccorso ci dovrebbe essere uno spazio dedicato alla lavanderia? Perché quando i feriti sono troppi, e non ci stanno più da nessuna parte, bisogna usare anche quella stanza per metterci i meno gravi. Quante volte è successo in questi anni in Afghanistan, nel solo ospedale di Emergency a Kabul? Tante, troppe. Quante stragi di civili in tutto il Paese, quanti morti negli attentati talebani, quanti nei bombardamenti dei soldati della coalizione internazionale? Troppi. E quanti titoli sui giornali italiani? Troppo pochi. Quanti post commossi sui social network? Idem. Eppure erano le stesse persone, le stesse famiglie che oggi si accalcano all'aeroporto. Oggi li vorremmo salvare tutti, ed è giusto così - perché non siamo stati capaci di vederli anche ieri? Ecco, forse l'Afghanistan dovrebbe aiutarci a capire questo: che è meglio occuparsi dei vivi finché son vivi. Finché hanno ancora una possibilità di salvezza, prima che siano completamente fregati. Un po' come succede con le immagini che arrivano dal mare, quel Mediterraneo che è diventata la frontiera più letale al mondo per donne, uomini e bambini che cercano di attraversarla. Abbiamo tutti - o quasi - pianto sulla foto di Alan Kurdi a faccia in giù nella sabbia. Abbiamo detto «Mai più». È giusto, è umano provare dolore e pietà per un bambino morto in mare. Perché non riusciamo a provare la stessa emozione per quei bambini che sono ancora vivi, in mezzo al mare, che saranno fra le onde domani o la prossima settimana? E soprattutto, perché non riusciamo a tradurre l'emozione in azione, quando siamo ancora in tempo a cambiare le cose? Quando c'è ancora qualcuno da salvare? Le risposte non le ho, sono solo piena di domande. E un'altra suona così: ci rendiamo conto che le persone che cercano di scappare dall'Afghanistan hanno diritto a farlo con un visto, su un sedile di un aereo e non attaccati alla carlinga? Se non usciranno su un aereo li ritroveremo da un'altra parte: in mezzo a un qualche mare, per esempio. Vivi o morti. Sulla rotta balcanica, con i piedi piagati. E come li guarderemo, allora: sempre con gli occhi della pietà e della solidarietà, o come i clandestini da lasciare annegare, congelare, sparire nel nulla? E quelli che provano ad aiutarli, tirandoli fuori dall'acqua o medicando ferite in una piazza di Trieste, come guarderemo loro? Con gli occhi con cui oggi guardiamo Tommaso Claudi sul muro dell'aeroporto di Kabul (tashakor, tashakor dal profondo del mio cuore) o di nuovo come se fossero pirati e criminali? L'Afghanistan oggi è in fiamme. E sono le stesse persone che morivano ieri, nel nostro silenzio, e che moriranno domani, in tutti gli Afghanistan del mondo. Che cosa vogliamo fare con gli afghani? La risposta che ci daremo sarà anche la risposta a un'altra domanda: chi vogliamo essere noi?».

DIPLOMAZIA. DRAGHI SPERA NELL’APPOGGIO DI XI

Il nostro Governo, al di là del numero record di profughi accolti, come si sta muovendo? Alessandro Barbera per La Stampa.

«Le diplomazie hanno fissato il contatto fra più di una settimana, martedì 7 settembre. Solo dopo la telefonata con Xi Jinping Mario Draghi capirà se ci sono i margini per organizzare un G20 straordinario sull'Afghanistan nella seconda metà di settembre. Comporre il puzzle necessario a dar soluzione alla crisi si fa sempre più complesso. Molte le ragioni: le incomprensioni fra gli americani e i partner della Nato, l'assenza politica dell'Unione europea, i pregiudizi fra le grandi potenze asiatiche, l'inevitabile attivismo di ogni leader e non ultimo, l'allarme attentati. La ragione che ha fatto slittare la telefonata fra Draghi e Xi è l'attesa per la riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu prevista domani. Boris Johnson, leader del G7 e membro permanente del Consiglio, spinge - d'accordo con Emmanuel Macron - per votare una risoluzione. A quel tavolo sono seduti solo in cinque: oltre a Gran Bretagna e Francia, Stati Uniti, Cina e Russia. «Bisogna far depositare la polvere», spiegano le fonti diplomatiche italiane. Il caos è testimoniato dalle notizie delle ultime 24 ore: il ministro della Difesa russo Sergei Shigu annuncia per settembre esercitazioni antiterrorismo in Kyrgysistan e Tajikistan delle sei repubbliche ex sovietiche sue alleate. Mosca ha due timori: il ritorno di cellule integraliste oltre il confine afghano e l'aumento del traffico di droga. Macron, ieri a Baghdad per una conferenza sull'Iraq, dice di aver iniziato una trattativa con i talebani per aprire corridoi umanitari. Né più né meno quel che promettono anche Johnson e Angela Merkel in una telefonata allargata al premier olandese Mark Rutte. Nel fiorire delle iniziative, per ora l'unica certezza è il timore talebano dell'isolamento internazionale. Spiega un portavoce alla Reuters: «Facciamo un appello agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e alle altre nazioni occidentali per mantenere un canale di dialogo». Mai come in questo momento l'Occidente dovrebbe parlare con una voce sola, e così non è. L'India e il Pakistan, storicamente legati da buoni rapporti con Londra e pessimi fra di loro, non hanno voglia di collaborare. Mosca chiede di invitare al tavolo l'Iran, con scorno degli americani. Pechino - anch' essa in pessimi rapporti con Washington - teme i musulmani uiguri e vuole rapporti più che cordiali coi taleban. Lungo il corridoio di Wakhan, la sottile linea di terra che unisce l'Afghanistan alla Cina, il vecchio governo di Kabul aveva pianificato la costruzione di una strada verso lo Xinjiang, la terra degli uiguri. Secondo alcune stime fatte dagli americani, nel sottosuolo afghano ci sono terre rare per un trilione di dollari. Se Pechino riuscirà a metterci sopra le mani, potrà rafforzare il monopolio nella produzione di microprocessori, la componente essenziale nella catena del valore dell'industria tecnologica mondiale. La richiesta di Johnson di votare sanzioni contro i taleban al Consiglio di sicurezza è andata già a sbattere contro il potere di veto di Pechino. Draghi, a cui il caso ha affidato la presidenza di turno del G20 durante la crisi, è costretto a fare di necessità virtù. Due giorni fa, durante l'informativa ai colleghi ministri ha detto di essere mosso da «pragmatismo diplomatico». Proprio lui, uno dei premier più atlantisti della storia repubblicana, ha dovuto prendere atto dell'atteggiamento di Washington e aperto per questo un dialogo anzitutto con la Russia di Putin. Per rendere possibile il tavolo G20 sta cercando di concentrare l'agenda attorno ai temi su cui non è difficile trovarsi d'accordo: la lotta al terrorismo e un'iniziativa comune sugli aiuti umanitari alla popolazione. Lungo i confini afghani è già iniziato l'esodo di migliaia di persone verso i Paesi vicini, soprattutto Pakistan e Tagikistan. Senza un intervento rapido dell'Onu e delle altre Ong è probabile che nel giro di qualche settimana molti dei profughi abbandonati dietro le reti dell'aeroporto di Kabul si facciano trovare ai confini orientali dell'Unione. Bruxelles è afona, benché consapevole del rischio. Lo diceva pochi giorni fa con la consueta franchezza il capo della diplomazia europea, lo spagnolo Josep Borrell: «Non possiamo lasciare che Cina e Russia prendano il controllo della situazione. Possiamo ancora essere rilevanti per affrontare le conseguenze geopolitiche di quanto sta avvenendo». Dopo la deludente riunione del G7 di questa settimana fa, il G20 potrebbe essere l'ultimo tentativo per evitare l'irrilevanza».

IL PROSSIMO AFGHANISTAN? LA SOMALIA

Padre Giulio Albanese su Avvenire analizza le conseguenze di quanto sta succedendo a Kabul sul continente africano:

«Quanto sta avvenendo in Afghanistan sta generando grande apprensione in Africa. Il timore è che la conquista del potere da parte dei taleban possa generare un effetto domino, in un continente che è pervaso da numerose cellule di matrice islamista. Ad esempio, in Somalia sono in molti a paventare che la capitale, Mogadiscio, possa prima o poi fare la fine di Kabul. Qui è dispiegata la missione dell'Unione africana (Ua) in Somalia, Amisom, che continuerà a operare fino al prossimo 31 dicembre. Tale missione ha conosciuto ogni anno una proroga del proprio mandato per la protezione di importanti strutture, il sostegno alle forze governative e la lotta contro l'organizzazione jihadista al-Shabaab. Questa formazione, che un tempo rappresentava l'ala radicale delle ex Corti islamiche somale, continua ad avere una componente legata al network di al-Qaeda, un'operazione di 'franchising' che le ha garantito visibilità sui media internazionali. Al contempo, però, si è insediato in Somalia lo Stato islamico (Is) che ha avuto origine da una frangia dissidente di al-Shabaab, guidata dall'ideologo Abdulqadir Mumin. La forza combattente conta oltre 300 effettivi ed è formata da miliziani somali, ugandesi, keniani e tanzaniani, che compongono il bacino somalo dei foreign fighters. In questi giorni, nonostante le smentite del governo di Mogadiscio che sostiene di avere la situazione sotto controllo, ha avuto clamore l'intervista rilasciata a 'Voice of America' da un ex funzionario dell'intelligence somala, Abdulsalam Gulaid. Egli ha affermato che «la Somalia potrebbe vedere uno sviluppo simile quello afghano a meno che il governo di Mogadiscio non ponga fine alla sua eccessiva dipendenza dalle truppe internazionali». Rimane il fatto che il processo politico, in questo paese del Corno d'Africa, continua a oscillare tra la ricerca di un risultato positivo e ostinate resistenze di centri di potere più o meno occulti che non guardano all'interesse nazionale. La dice lunga il clientelismo, la corruzione rampante e la circolazione illecita di armi e munizioni. Tutti ingredienti che pregiudicano le aspettative di pace. Ma la preoccupazione per una possibile deriva jihadista sta generando preoccupazione anche nei circoli politici africani. Ad esempio, il presidente nigeriano Muhammadu Buhari, dalle colonne del 'Financial Times', ha osservato che la partenza degli Usa dall'Afghanistan non può essere intesa come la fine della cosiddetta 'guerra al terrore', anche perché la cronaca di questi giorni, a Kabul e dintorni, lo smentisce palesemente. La minaccia, secondo Buhari, si sta però espandendo verso occidente, su una nuova linea di faglia che attraversa l'Africa. Il timore del presidente nigeriano è che il nuovo corso talebano possa incoraggiare i gruppi jihadisti disseminati nel continente, rafforzando la loro resilienza e dunque il loro impegno in vista di un'ipotetica vittoria. «Molte nazioni africane - ha scritto Buhari - sono sopraffatte dall'incubo dell'insurrezione», ricordando alcuni dei principali focolai di tensione che vanno dalla fascia saheliana fino al Mozambico. Un passaggio interessante della riflessione del presidente nigeriano è quando egli afferma che «alla fine, gli africani non hanno bisogno di spade ma di vomeri per sconfiggere il terrore», sottolineando l'importanza degli investimenti stranieri e del supporto tecnologico e infrastrutturale che a suo avviso rappresentano il vero deterrente contro la povertà a favore del progresso. Senza voler sminuire il ruolo di una task force internazionale come 'Takuba', fortemente voluta dalla Francia nel Sahel, con il coinvolgimento di numerosi Paesi europei, egli ha però inteso sottolineare che laddove vi è sottosviluppo, vi sono tutte le condizioni per affermare ogni genere di fondamentalismo. Da rilevare che nel frattempo dall'Africa arriva una bella lezione in questi tempi di ristrettezze economiche imposte dalla pandemia. Infatti, il governo ugandese ha accettato di ospitare temporaneamente duemila rifugiati afghani su richiesta degli Usa. L'Uganda, per inciso, accoglie già quasi un milione e mezzo di profughi. Questo certamente le fa onore».

GIÙ I CONTAGI, NO GREEN PASS VIOLENTI IN PIAZZA

Fronte pandemia. Il contagio continua a scendere, tensione ai cortei no green pass. La Sicilia rischia l’arancione entro due settimane. Valentina Santarpia sul Corriere.

«Tensioni ai cortei contro il «green pass». Mentre a Genova, Torino e Napoli hanno sfilato poche centinaia di persone senza creare problemi di ordine pubblico, sia a Milano - dove un gazebo M5S è stato rovesciato al grido «traditori» - sia soprattutto a Roma, la situazione ha rischiato di degenerare. Nella Capitale, esponenti di Forza Nuova hanno guidato un corteo che puntava sulla sede Rai di viale Mazzini: gli estremisti hanno lanciato oggetti e la polizia li ha tenuti a distanza. È andata avanti per ore, i manifestanti hanno minacciato di arrivare sotto casa del premier Mario Draghi, sono stati respinti, e gli elicotteri delle forze dell'ordine in volo hanno monitorato la situazione fino a tarda sera. E per mercoledì, i «No green pass» minacciano proteste in 55 stazioni: «Non partirà nessuno», è scritto sul volantino. L'associazione Assoutenti assicura di voler denunciare penalmente chiunque bloccherà le stazioni. E lo scontro politico adesso coinvolge anche la scuola. Per gli alunni sotto i 12 anni il leader della Lega Salvini cavalca la proposta di tamponi salivari per tutti. Tra tante polemiche, ecco i dati della pandemia. Scendono i casi, diminuisce il tasso di positività, ma ci sono state ancora 54 vittime (45 il giorno prima). I nuovi casi sono 6.860 (venerdì erano stati 7.826). Non si tratta di un calo dovuto ai tamponi, anzi: ne sono stati effettuati 293.464, a fronte dei 265.480 del giorno prima, e così il tasso di positività scende dal 2,95% al 2,34%. «Una settimana in continuità con le ultime. Mese di agosto tutto sommato sotto controllo, a dispetto delle paventate ondate», fa il punto su Facebook Francesco Vaia, direttore sanitario dell'Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani. Aumentano i casi fra le persone con età superiore a 60 anni rispetto alla settimana precedente (14,7% contro il 13,2% fra il 2 e il 15 agosto 2021). E ci sono ancora 511 pazienti ricoverati in terapia intensiva, come ieri, e i ricoverati con sintomi ordinari sono 4.111, mentre gli italiani attualmente positivi al coronavirus sono 139.428. L'anno scorso, nello stesso giorno, erano poco più di 23 mila, e i nuovi casi si fermavano a 1.462, con un tasso di positività dell'1,5%. L'Italia pensava di essere uscita dall'incubo del virus, per poi ripiombarci in autunno. Quest' anno c'è un'arma in più per fronteggiare il possibile peggioramento: il vaccino, che «si conferma strumento efficace», dice Vaia, e che restituisce respiro all'economia e agli spostamenti. Dal 31 agosto non sarà più in vigore la quarantena di 5 giorni per i viaggiatori in arrivo dal Regno Unito, purché abbiano appunto completato il ciclo vaccinale e siano negativi al test, ha annunciato il ministro della Salute Roberto Speranza. Nonostante il fisiologico rallentamento feriale, in Italia siamo arrivati a quasi 77 milioni di dosi somministrate, e sono 37 milioni e 301.764 le persone che hanno completato il ciclo, il 69,06% della popolazione. E potrebbero aumentare perché, «applicando il principio di massima precauzione», l'Aifa (l'Agenzia italiana per il farmaco) fa sapere che sarà possibile effettuare il richiamo con vaccino mRna, dopo una prima dose di AstraZeneca, anche agli over 60, nei soggetti che abbiano presentato reazioni avverse gravi. Una garanzia in più per chi temeva di effettuare la seconda dose con lo stesso vaccino. Ma si legge, nel report giornaliero del governo, ancora una disomogeneità nelle immunizzazioni, che poi si riflette sull'aumento dei contagi: non a caso la Sicilia, al 61,3% dei cittadini coperti, è la regione che ieri presentava il maggior aumento di contagi, 1.139. Tant' è vero che l'isola entra domani in zona gialla: mascherine obbligatorie all'aperto, 4 commensali al ristorante ma, a differenza del passato, si può cambiare regione, anche senza green pass».

INCHIESTA SUI NO VAX

Goffredo Buccini sul Corriere di sabato si occupa dell’universo dei No Vax.

«Il nonno di Bill Gates untore della Spagnola. La fuga dall'Afghanistan arma di distrazione di massa dagli imbrogli sul Covid. E, insieme, terapie di antiparassitario per cavalli, diete liquide per guarire «in 48 ore», la guida per ristoranti che non cavillano sul green pass. Insomma, un vortice di alto e basso, rimedi della nonna e credenze escatologiche sotto il ritornello che dall'America fino a casa nostra ripete «noi, no, non ci fregate!» in faccia ai «sacerdot idell'ordine economico mondiale», vera, odiatissima Spectre dei No vax. L'universo antivaccinista è una vertigine che tutto spiega col Grande Inganno contro l'uomo comune. Ed è anche un posto dove la lite pianta radici nella storia. È lecito dubitare che ne sia consapevole l'intero popolo sceso in piazza quest' estate da Bolzano a Catania contro il «veleno per topi» «che ci rende schiavi della dittatura sanitaria»: fascisti e lunatici, anarcoidi e adepti di QAnon, arruffapopoli o soltanto poveri cittadini confusi al punto da mischiare il lasciapassare verde con la gialla stella imposta agli ebrei. Ma la diatriba tra miracolismo e razionalità è antica e risale ad altre epidemie e ben altri protagonisti, benché la rottura del patto di fiducia sociale sia certamente un frutto intossicato dell'era di Internet, come ricorda Gerald Bronner. «Innesto bestiale»: questo pare pensasse, ad esempio, Leone XII del vaccino antivaiolo nel 1824, fino al punto da meritarsi poi dure parole di Croce, dato che il vaiolo ammazzava 400 mila europei l'anno. Ci vuole tuttavia cautela, perché ancora oggi i cattolici insorgono contro la «fake news antelitteram», sostenendo che il Papa si limitò a togliere l'obbligo vaccinale introdotto due anni prima, senza tuttavia vietare la tecnica di Jenner. Qualche decennio dopo, la Societas universa contravaccinum virus, in una Londra ancora piagata dal morbo, si appellava alla divina provvidenza contro le pratiche mediche. Non troppo diversamente, in fondo, dall'internazionale antivaccinista denunciata ora dal Center for countering digital hate. Il mese scorso la ong americana, ripresa dai giornali di mezzo pianeta, ha snocciolato la lista dei «dodici più grossi diffusori mondiali di bufale sui vaccini» (titolo facile, la sporca dozzina). Il 65% della disinformazione totale sulla pandemia è attribuibile a loro, con 59 milioni di follower sulle maggiori piattaforme social: osteopati, psichiatri olistici, tribuni islamisti e, ciliegina, Robert Kennedy jr (i vaccini causano «un'ondata di morti sospette», posta l'attempato rampollo di Bob,senza uno straccio di prova). Per fermare l'uso dell'ivermectina, l'antiparassitario per bestiame propagandato dall'ostetrica Christiane Northrup al posto di Pfizer o Moderna, l'agenzia federale Fdaha dovuto ammonire i cittadini: «Non siete cavalli! Smettetela». Il più prominente della combriccola (tre milioni e mezzo di follower, 100 milioni di dollari di patrimonio), Joseph Mercola, si dichiara perseguitato da Biden e considera «le vaccinazionio bbligatorie parte di un piano per resettare l'economia globale»: il suo articolo sui miracoli terapeutici dell'acqua ossigenata è stato rilanciato su Facebook 4.600 volte».

Il rapper J-AX si confessa con Chiara Maffioletti sul Corriere di oggi: il Covid, la fede, le minacce dei No Vax.

«Non è mai stato ateo, J-Ax. Certo, nemmeno un grande credente. «Ero un cristiano come lo sono molti in Italia, non praticante. Ma ho avuto un'educazione cattolica piuttosto rigida, ho fatto tutti i sacramenti, mi sono sposato in chiesa. Quindi no, non ho quel rifiuto a priori che tanti si aspetterebbero da me».Quindi cosa è cambiato in lei? «Il mio è un discorso semplice: qualsiasi uomo, anche il più ateo, quando vede la morte da vicino si appella a qualcosa di superiore: può essere Dio o ogni altra entità a cui ti aggrappi». Ha visto la morte da vicino? «Quando ho avuto il Covid, ad aprile, ero terrorizzato. Avevo mal di ossa, ma era un male di ossa mai provato prima, come un mal di stomaco, un mal di testa mai provati prima. Era qualcosa di esageratamente più forte rispetto a come siamo abituati: la sensazione è che il tuo sistema immunitario stia fronteggiando un male a cui non era abituato. Lo avverti». Ed è in quei momenti che si è ritrovato a pregare? «Sì, è come un imprinting: ti scopri a recitare quelle preghiere che ti avevano insegnato da bambino. Per dieci giorni sono stato veramente male, non dormivo la notte e la preghiera era che tutto non arrivasse ai polmoni. Mia moglie non riusciva più a mangiare: non lo ha fatto per quattro giorni. Lei non riusciva ad alzarsi dal letto e io giocavo con mio figlio, che ha quattro anni. Il mio pensiero era: e se io peggioro, lui con chi va? Chi lo tiene? Come si fa?». Non è successo. «Ho tenuto duro pensando a questo, una situazione veramente assurda. Mi sforzavo di mangiare tenendo chiusa la bocca con le mani, per cacciare i conati di vomito: sentivo che dovevo farlo, per avere la benzina per stare con lui. Per fortuna abbiamo una casa abbastanza grande, con un giardino. Ci siamo inventati un po' di giochi, abbiamo fatto mille disegni. E ringraziando l'entità superiore che non vogliamo per forza chiamare Dio, ne siamo usciti». Come ci si sente, dopo? «Avercela fatta ad affrontare una situazione così, psicologicamente, dà un po' di autostima. Oltre alla botta di fortuna per esserne usciti hai la sensazione di essere riuscito a gestire qualcosa di grosso. Sono sicuro che il Covid è la sfida epocale della nostra generazione. Averlo superato mi ha portato a schierarmi anche per un mondo meno egoista, rafforzando la mia propaganda sui vaccini che mi ha portato molti hater No-vax e minacce, anche di morte». Di morte? «Sì: una volta ti mandavano dei proiettili, adesso foto di proiettili. Ma sono sempre profili anonimi, non ci mettono mai il nome. Io capisco che sia tutto nuovo ed è vero che non si sa molto su questi vaccini, ma basta per capire che è la scelta giusta, anche pensando agli altri, per non intasare le terapie intensive. Viene confuso il vaccino con l'antidoto, anche, ma alla fine sono tutte scuse che la gente si trova perché ha paura». Lei l'ha avuta prima di vaccinarsi? «Ho avuto il pensiero ma non ho mai avuto il dubbio, non vedevo l'ora di vaccinarmi e anche adesso tengo sotto controllo i miei anticorpi per essere sicuro di essere protetto. C'è chi dice che mi sono imborghesito: senza nulla togliere alla classe operaia da cui provengo, nel caso la mia è stata una crescita che mi sono guadagnato, anche studiando, approfondendo. Probabilmente il fatto è che negli anni Novanta, quando era di moda essere alternativi, noi eravamo populisti, mentre adesso che è mainstream essere populista, mi ritrovo ad essere alternativo». Va mai in chiesa? «Ogni tanto mi piace andarci per quel senso di pace, di spiritualità che si avverte. La vivo più come una tradizione, non seguo regole ferree. Ma il sentimento che c'è dietro mi piace. Ho anche difeso Suor Cristina a The Voice ... certo, quando ha chiesto a tutti di recitare il Padre nostro mi scappava un po' da ridere, ma andava bene così. Né con la polizia e né con la Chiesa faccio il discorso di tanti che vedono il marcio: penso che, come in tutte le istituzioni umane, ci sono persone fanno cose orribili e altre che vogliono fare del bene. Ma sono il primo a dire peste e corna della Chiesa quando tenta di interferire con la politica, tipo con il ddl Zan. Anche se nella bassa manovalanza delle parrocchie sono molto più progressisti che ai vertici». È da sempre una persona che si batte per gli ideali in cui crede? «No, il successo mi ha reso buono. Da giovane ero molto arrabbiato, risentito. Da ex ragazzino bullizzato mi ero trasformato in una iena e lo sono stato fino a che non ho trovato una serenità familiare e lavorativa. Sapere che se anche dovessi bucare tutti i miei dischi, da qui in avanti, non dovrò comunque cercarmi un lavoro, mi rende più riflessivo e mi fa vivere più positivo». 

BILANCIO DEL MEETING

Paolo Viana, che è stato inviato a Rimini durante la manifestazione, traccia per l’Avvenire di sabato un bilancio del Meeting.

«Meno visitatori e meno sponsor degli anni ruggenti, meno potenti e meno codazzi, meno lobbisti e meno metri quadri occupati... eppure il ritorno del Meeting 'in presenza' è stato la notizia dell’estate ecclesiale, culturale e politica. Si era capito già lo scorso anno, quando, in un’estate pavida e incredula, divisa tra il popolo del mojito e quello della pandemia sociale, la Fondazione riminese aveva deciso – con tenacia molto ciellina – di organizzare ugualmente un Meeting lunare, tutto in remoto, fatto di webinar e conference call, pieno di ospiti ma vuoto di pubblico in carne e ossa. Abbiamo sperato tutti che fosse almeno un laboratorio, un modello, un format, attanagliati com’eravamo dalla sensazione che non si potesse chieder di più a un mondo di sopravvissuti. Per i promotori invece, quella edizione era semplicemente la terapia intensiva, il tentativo consapevole di salvare una manifestazione che è rimasta l’ultima tribuna 'in presenza' di un dibattito pubblico ormai prevalentemente confinato nella dimensione digitale, dove le idee scorrono troppo rapide sulla superficie dei discorsi e, quanto ai partecipanti, si sa che ci sono ma non chi siano e cosa facciano realmente, né cosa pensino mentre sono collegati. Potere e limite della società online, sempre connessa e sempre tracciabile, ma dalle esperienze oramai incomprensibili, destinate a rimanere presunte e comunque impossibilitate a fecondare una relazione, se non si crede ancora che un like sia qualcosa di più di un indicatore di marketing. In questo tempo di paura e di disperanza, il Meeting c’è perché ha scelto di esserci e ha scelto di esserci – smilzo, impoverito, ma pur sempre capace di attrarre decine di migliaia di persone – perché la sua identità, esattamente come la cosmogonia ciellina, è alternativa alla pandemia, alla paura e alla rinuncia della democrazia fondata sulla partecipazione. Ciò non significa una contrapposizione al moderno, anzi. Il Meeting digitale, su cui si è ancora investito, resta lo strumento di diffusione e amplificazione del messaggio, ma non sostituisce l’esperienza dell’incontro dal vivo, come hanno confermato le giornate riminesi. Obiettivamente, quella che si è appena conclusa non è stata una edizione deluxe, ma ha tenuto alto il dibattito sull’Afghanistan e sul Reddito di cittadinanza, sulla letteratura e sul lavoro, come sempre. Mettendo a tacere ogni polemica, anche quelle interne sulla 'scelta religiosa', in un momento in cui serve unità, e dimostrando ancora una volta il profondo cambiamento del Movimento guidato da don Julián Carrón, oggi in dialogo fraterno con tutte le altre organizzazioni ecclesiali, a partire dall’Azione cattolica. Un cambiamento che molti osservatori faticano a comprendere: questo Movimento che convoca e interroga tutti i partiti di maggioranza e di opposizione sulla 'sua' tribuna – e tutti ci vanno, per la prima volta presentando fisicamente l’alleanza di governo assembrata sul medesimo palco – non è semplicemente orfano del potere, ma sta lievemente svolgendo un ruolo prezioso. Che non è solo prepolitico. Piadina e mascherina, folla e Green pass, tamponi per chi non era vaccinato: di nuovo, l’incontro genera l’avvenimento, che è quella passione per l’uomo capace di dire 'io' senza rinchiudersi in quelle due vocali, perché in relazione con tanti altri io. Da Kierkegaard a Giussani, dall’edizione 2021 al 2022 con una certezza sola. Che il 'vero' Meeting continuerà a esserci anche quando il Covid sarà morto. Perché la passione per l’uomo si nutre anche di sudore, sorrisi e lacrime vere. E perché, se quella contro il virus è una guerra, non la si vince rintanandosi sottoterra. Arrivederci a Rimini».

BERLUSCONI E IL “NON POSSIAMO NON DIRCI CRISTIANI”

Il Giornale pubblica una pagina di Silvio Berlusconi che torna a riflettere sull’”identità cristiana” come elemento fondante di Forza Italia.

«Perché non possiamo non dirci cristiani» è il titolo di un celebre saggio di Benedetto Croce, il grande filosofo liberale che è stato forse il può influente pensatore italiano del Ventesimo secolo. Proprio pensando a questo mi capita spesso di usare l'aggettivo «cristiani» per definire i nostri valori di riferimento, insieme agli altri tre aggettivi «liberali», «europeisti» e «garantisti», che insieme si completano e definiscono l'unicità di Forza Italia nel panorama politico italiano. La settimana scorsa in un precedente articolo mi sono soffermato sul significato che ha per noi definirci liberali, oggi vorrei spiegare perché anche noi «non possiamo non dirci cristiani». Naturalmente questo non riguarda le convinzioni religiose di ciascuno, che sono un fatto privato (del quale tuttavia va garantita la libera espressione pubblica). Forza Italia comprende credenti: io sono credente, sia per convinzioni maturate negli anni che per l'educazione ricevuta dai miei genitori e dai miei insegnanti e non credenti, che naturalmente in un grande partito liberale hanno entrambi piena cittadinanza. Ma come spiegava Croce, maestro di liberalismo, spirito profondamente laico, il cristianesimo inteso come fenomeno storico-sociale, al di là della Fede religiosa è stato la più grande e più feconda rivoluzione della storia, che ha permeato di sé e dei suoi valori la nostra cultura e la nostra civiltà. In particolare il valore assoluto della persona, di ogni essere umano, a prescindere dalla razza, dal sesso, dall'età, dalla fede religiosa, dalle idee politiche, dal censo, dalle condizioni di salute e di ogni altra possibile differenza è al centro della nostra visione della politica, dello Stato, della società. Ogni essere umano per il fatto stesso di esistere è portatore di diritti fondamentali: libertà, dignità, proprietà. Diritti che non sono certamente una concessione dello Stato, ma vengono direttamente da Dio per chi crede e sono insiti nella condizione umana per chi non crede. Ma anche chi non crede non può non riconoscere che è stato il messaggio di Cristo, l'annuncio del Vangelo, a proclamare per primo l'idea della sacralità della persona, di ogni persona - creata da Dio a Sua immagine - e a permeare di questo concetto la storia e la società. Di più, la nostra civiltà, la civiltà dell'Europa e dell'Occidente, nata dall'incontro fra il pensiero giudaico-cristiana e la cultura greco-romana, è quella che ha prodotto il massimo di libertà e di uguaglianza fra le persone nella storia dell'umanità. Naturalmente tutto questo è avvenuto attraverso un percorso storico non privo di contraddizioni, di errori ed anche di crimini, come in tutte le vicende umane. Però è innegabile che l'Occidente cristiano abbia diffuso in tutto il mondo l'idea di libertà e di diritti individuali, nelle altre culture inesistente o limitata. La stessa storia della Chiesa materia molto ampia, che va ben al di là di questa riflessione ha naturalmente luci ed ombre, ma non si può negare che sia stata motore delle più grandi produzioni filosofiche, letterarie, artistiche, architettoniche, musicali, pittoriche della nostra cultura e della nostra civiltà. Cosa ancora più importante, la Chiesa cattolica ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli. Questo è il grande insegnamento del messaggio cristiano rivolto a tutti, credenti e non. Significa che nessuna persona può essere abbandonata a se stessa, nessuna persona può essere privata della speranza o della dignità. La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica. A chi è rimasto indietro, a chi è più debole, debbono essere offerte nuove opportunità per realizzare pienamente la propria vocazione e le proprie propensioni. Tutto questo è parte essenziale della nostra visione, cristiana e liberale insieme, alla quale siamo sempre stati coerenti, e sulla quale si basa la nostra appartenenza al Partito Popolare Europeo, che è uno degli aspetti salienti della nostra identità. Il Ppe è la più grande famiglia politica europea, fatta di partiti democratico-cristiani e liberal-democratici, alternativi alla sinistra e distinti dalla destra. I valori del Ppe sono i nostri: siamo stati noi, (me ne sono occupato personalmente) a riscrivere e aggiornare quindici anni fa la «Carta dei Valori» dei Popolari Europei. È la famiglia politica alla quale si deve l'idea di Europa nella quale noi crediamo, alla quale appartenevano i padri fondatori dell'Europa, De Gasperi, Adenauer, Schuman, statisti cattolici che per noi sono un modello di riferimento e figure simbolo della ricostruzione europea nel dopoguerra. Il nostro Europeismo è il loro, l'Europa nella quale noi crediamo è quella che si fonda sul messaggio cristiano e sulle idee liberali. Per questo a fianco alle parole «cristiano» e «liberale», che definiscono i nostri valori e la nostra visione, c'è la terza definizione, «europeista», perché l'Europa non è una costruzione artificiale, è la civiltà fondata sui valori nei quali crediamo. L'Europa cristiana, anche nelle sue espressioni laiche, è l'Europa delle libertà e dei diritti. Dunque siamo liberali e cristiani perché crediamo nel primato, anzi nella sacralità della persona, europeisti perché l'Europa ha prodotto la civiltà e posto la persona al centro, garantisti perché la persona, ogni singola persona, è portatrice di diritti sacri e inviolabili. Su questi valori, indissolubilmente legati, si fonda Forza Italia».

UN ORO CHE LUCCICA

Bebe Vio ha vinto l’oro alle Paralimpiadi. Leo Turrini festeggia l’impresa in un articolo per il Quotidiano Nazionale, in cui sostiene: smettiamola di lamentarci.

«C'è una cosa che Beatrice Maria Adelaide Marzia Vio, Bebe per tutti, insegna silenziosamente a noi italiani. In breve: smettiamola di lamentarci. Piantiamola di vedere soltanto il peggio di noi stessi. Facciamola finita con il vizio, molto tricolore, di esercitare quotidianamente la presunta arte della auto denigrazione. Ecco, io credo che questa sia la vera lezione che la campionessa Paralimpica del fioretto, confermatosi tale ieri a Tokyo, provvede a distillare a nostro beneficio. Urlando solo in pedana, testimoniando ogni giorno con garbo quasi adolescenziale il suo amore per l'ottimismo. E la sua fiducia nella vita. Bebe ha il sole in tasca, avrebbe detto Silvio Berlusconi quando vendeva spot per le sue televisioni. Bebe ha il cielo in una stanza, per scomodare Gino Paoli. La sua stanza. Quella che frequentava quando aveva undici anni e su in Veneto le dissero che le conseguenze di una meningite fulminante sarebbero state drammatiche. Amputazione di braccia e gambe. L'ingresso in un tunnel senza luce. Senza luce?!? Eh, se solo fosse possibile tradurre l'anima di Bebe in un virus, ma un virus buono, un sentimento capace di entrare sotto la pelle di ognuno di noi! Perché in quella bambina undicenne, che oggi è una donna matura di ventiquattro anni, in quella bambina, ecco, c'era il seme della rinascita, c'erano i blocchi per la ripartenza, c'era la proiezione di una vita viva, vera, bellissima. Nei giorni dell'infanzia, Bebe adorava già la scherma. Prima di essere aggredita dalla malattia, si chiudeva nella sua cameretta e a occhi aperti sognava di imitare l'idolo, quella Valentina Vezzali che con un fioretto in mano sembrava la versione femminile del D'Artagnan di Dumas. E oggi Valentina, tre volte oro olimpico nell'individuale, sta al governo con Mario Draghi. Fra vent' anni, non mi stupirei toccasse a Bebe, entrare nei palazzi del potere. E insomma. Scappare dalla rassegnazione. Riaccendere il motore della speranza. Generare emozioni nuove. Tutto questo c'era già nella testa della ragazzina. Beatrice Maria Adelaide Marzia nemmeno ha avuto bisogno di essere incoraggiata: era lei a fare coraggio agli altri. Una volta ho parlato con i suoi genitori. Bebe non aveva ancora conquistato il primo oro paralimpico, quello di Rio del 2016. Mi spiegarono che a loro era toccata la fortuna incredibile di essere trainati, trascinati dalla allegria della figlia. Il resto è venuto di conseguenza. Bebe è contagiosa e Dio sa quanto sia bello usare il termine in senso giusto. L'hanno portata alla Casa Bianca da Obama e dopo cinque minuti pare parlasse solo lei. Ha animato show televisivi, ha partecipato a video-clip, ha saputo trasformare la sua popolarità nella locomotiva di un messaggio sano, costruttivo, motivante. Il tutto, badate bene, senza mai mollare il fioretto. La fama non ha attenuato la fame. Di successi. Di medaglie. Di gloria agonistica. Perché qui sta la differenza tra l'essere 'social'ed essere autentico: Bebe, con le sue protesi, si rende conto che vincere è una missione. Come lo era nei pensieri di bambina, in una stanza che aveva il cielo e lei si teneva il sole in tasca. Per tutti noi».

Leggi qui gli articoli di sabato 28 agosto

https://www.dropbox.com/s/2cyy9o2gr81ant6/Articoli%20La%20Versione%20del%2028%20agosto.pdf?dl=0

Leggi qui gli articoli di domenica 29 agosto

https://www.dropbox.com/s/hhka791xzes2w2y/Articoli%20La%20Versione%20del%2029%20agosto.pdf?dl=0

Per la Versione si prepara un altro grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) già da domattina. VI ASPETTA UN’ALTRA SORPRESA. Intanto scrivete suggerimenti, considerazioni, reazioni alla novità di oggi usando la casella lelio.banfi@gmail.com. Ci vediamo per la rassegna stampa di domani lunedì 30 agosto.