DURA LEX PER I NO VAX

Vaccini. Si pensa ad una legge per obbligare medici e infermieri. L'Europa rischia una Waterloo. Biden promette. Le Regioni, offese, corrono ai ripari. Toscana esclusa. Viva Dante, lettera del Papa.

A proposito di vaccinazioni e dipendenti pubblici, per una volta Gramellini, Serra e il Ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta la pensano allo stesso modo: un No Vax medico o infermiere non può pretendere di essere pagato ugualmente dallo Stato. Brunetta dice che se i casi di questo genere si moltiplicheranno andrà prevista un’obbligatorietà. Una legge ad hoc.

La metafora del Medioevo, lanciata ieri nella Versione stimolati dall’accoppiata Dante e Anagni, sta sfuggendo di mano. Ieri è piaciuta a Nicola Porro nella sua Zuppa. Egli ha osservato che anche la lotta contro il Covid 19 sembra a volte medievale. Non sappiamo se siamo stati noi ad influenzare anche il Presidente della Regione Veneto Zaia quando dice stamane al Corriere: «Sentir dire che è meglio centralizzare... beh, mi sembra una corrente di pensiero medievale, fuori dalla storia e fuori dalla Costituzione». Qui medievale è sinonimo di arretrato. Storicamente non è che il localismo non ci fosse nel Medioevo… è difficile immaginare un’Italia dei campanili più decentrata di quella raccontata da Dante. Però accogliamo l’immagine di Zaia, che peraltro ieri, festeggiando i 1.600 anni di Venezia, ha annunciato un nuovo sforzo per accelerare sui vaccini. Anche Zingaretti ha promesso di andare avanti in piena notte. Dunque questi Governatori sembrano offesi sì (parola chiave “scaricabarile”), ma appaiono anche stimolati dalle osservazioni di Draghi. A parte il governatore Giani. La Toscana continua ad essere non pervenuta ed anzi Enzo Cheli, vice presidente emerito della Corte costituzionale, denuncia che a 86 anni non è ancora riuscito a vaccinarsi. Brutta storia.

Draghi si è immerso nella prima giornata di Consiglio Europeo. I numeri della disfatta del nostro continente sono stati elencati dalla von der Leyen. Solo il 4 per cento dei cittadini europei sono oggi vaccinati. La Ue ha esportato finora 77 milioni di dosi, ne ha utilizzate solo 88. Verso il Regno Unito sono andati 11 milioni di vaccini da febbraio, neanche una dose in direzione opposta. Una vera Waterloo, visto che sono soprattutto gli inglesi ad essersene giovati. L’impressione è che i vari Belgio, Olanda, Danimarca e per altri versi l’Austria vadano in ordine sparso, in un rapporto diretto con la Gran Bretagna e con AstraZeneca. Macron oggi ammette delle colpe sui vaccini, anche se proprio non chiede scusa. Come Moratti e Merkel. Certo quella dell’Europa è una figuraccia.  “Ahi dura terra, perché non t’apristi?”, direbbe Dante. Sul caso Boldrini va segnalato che ora anche il Corriere della Sera si occupa del caso dei maltrattamenti dell’ex presidente della Camera alle sue dipendenti. E dopo la replica di ieri dell’interessata su Repubblica alla notizia, peraltro mai data da quello stesso giornale, oggi Filippo Ceccarelli recupera alla grande. Anche i giornaloni hanno un’anima.  Parliamo ancora di Dante perché oltre alle molte celebrazioni di ieri c’è da segnalare una lettera apostolica del Papa dedicata al grande poeta. Mentre un giornale tedesco ha criticato l’Alighieri. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera fa propria la denuncia di Mario Draghi: «Gli europei si sentono ingannati». Così come La Stampa che però indica genericamente le case farmaceutiche: Draghi: basta inganni da Big Pharma. La Repubblica che puntava molto sul nuovo apporto atlantico del Presidente Usa, si consola coi buoni propositi: Biden, promessa alla Ue: vaccini prima possibile. Ah, ecco. Il Quotidiano nazionale mette in luce la richiesta di Draghi alla Ue perché venga messo un freno all’esportazione: «Ingannati sui vaccini, no all’export». Stessa scelta Il Mattino: Draghi: «Europei ingannati». Vaccini, la Ue blocca l’export. Per Il Domani è più interessante la geopolitica dei vaccini: L’alleanza Draghi-Macron per riportare la Libia fra le priorità dell’Europa. E anche Il Sole 24 Ore prende un altro lato del vertice: Draghi: accelerare sugli Eurobond. Stanno invece sui divieti e le riaperture Il Messaggero: Lazio in arancio, scuole aperte e La Verità: LA MERKEL APRE, INVECE SPERANZA CI VUOLE RINCHIUSI FINO A MAGGIO. I titolisti di Belpietro vincono una bambolina se citano tuti i giorni nel titolo principale il Ministro della Salute? Libero sottolinea il caso di Lavagna: Infermiere non vaccinato contagia 13 pazienti. Il Fatto prende in giro il nuovo Commissario: Task force di Figliuolo: 1 medico e 2 infermieri. I titolisti di Travaglio tengono sul tavolo la foto dell’ex Arcuri? L’ Avvenire sceglie il tema del Recovery Plan che trascurerebbe le nuove generazioni: Un piano poco giovane. Mentre Il Manifesto va sullo sciopero dei fattorini in bicicletta, proclamato per oggi: Non c’è pasto per te. Copyright della De Filippi.

VACCINI 1. VERTICE UE, MEZZ’ORA CON BIDEN  

Dunque è iniziato il Consiglio europeo, in gran parte sui vaccini, che prosegue oggi. Per ora i risultati non sono granché. Ma la situazione è drammatica. Marco Galluzzo sul Corriere della Sera.

«I capi di Stato e di governo dei Ventisette hanno discusso su come migliorare la produzione di vaccini e la capacità di distribuzione, e sulla strategia da tenere sulle esportazioni fuori dall'Ue dei vaccini anti-Covid (la Commissione ha rafforzato il meccanismo per la trasparenza e l'autorizzazione all'export) e nei confronti delle case farmaceutiche inadempienti. È il caso di AstraZeneca, che si era impegnata per 120 milioni di dosi nel primo trimestre ed è arrivata a malapena a 18 milioni sui 30 milioni attesi. Per Draghi, che ha dato pieno sostegno al nuovo meccanismo, l'Ue non deve restare inerme: «I cittadini europei - ha detto - hanno la sensazione di essere stati ingannati da alcune case farmaceutiche». In conferenza stampa la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha chiarito che «AstraZeneca deve prima di tutto recuperare» sulle dosi concordate con l'Ue «e onorare il contratto con gli Stati membri prima di poter impegnarsi di nuovo nell'esportazione di vaccini». I numeri sui vaccini li ha mostrati von der Leyen nel suo intervento: le attese per il secondo trimestre sono di 360 milioni di dosi, di cui 200 milioni da Pfizer-BioNTech, 70 milioni rispetto ai 180 promessi da AstraZeneca, 35 milioni da Moderna e 55 milioni da Johnson&Johnson. A colpire sono i numeri dell'export. Dal 1° dicembre scorso a ieri hanno lasciato l'Ue 77 milioni di vaccini. Nell'Ue ne sono stati distribuiti 88 milioni e 62 milioni sono le dosi somministrate. La popolazione europea finora vaccinata è il 4,1%. Sul meccanismo per l'export si sono registrate divisioni tra gli Stati Ue, con Irlanda, Belgio, Danimarca, Svezia e Olanda che temono un impatto sulle catene di fornitura. I leader nella dichiarazione finale riconoscono «l'importanza delle catene di valore globali». Il cuore del problema è lo scontro con il Regno Unito, verso il quale sono partiti 11 milioni di vaccini da febbraio ma nessuno in direzione opposta. Londra ha bisogno delle dosi Ue per garantire i richiami. I leader Ue hanno fatto anche il punto sul certificato verde digitale e sula ridistribuzione dei 10 milioni di dosi Pfizer-BioNTech anticipate al secondo trimestre per aiutare Paesi come Bulgaria, Croazia e Lettonia, che hanno puntato la loro strategia su AstraZeneca. Il cancelliere austriaco Kurz ha chiesto di accedere a quelle dosi. Gli ambasciatori presso la Ue dovranno trovare la soluzione..

Lui, Biden, prima di concedersi per 30 minuti alla riunione con gli europei, aveva parlato in una conferenza con la stampa americana, dichiarando: "Avevo promesso cento milioni di vaccinati nei primi cento giorni di governo. Abbiamo raggiunto l'obiettivo in 58 giorni. Perciò oggi raddoppio: entro i cento giorni voglio aver tagliato il traguardo dei duecento milioni di vaccinati". Giuseppe Sarcina sul Corriere.   

«Ieri lo stesso Biden ha alzato l'asticella: 200 milioni di americani immunizzati (e non più cento) entro il 30 aprile. Ciò significa che anche il momento del «surplus» potrebbe arrivare prima del previsto. In queste ore le diplomazie ragionano su diverse possibilità. Nelle società americane collegate ad AstraZeneca sono stoccate almeno 30 milioni di dosi, in attesa del via libera della Fda. La scorsa settimana Biden ha prestato 2,5 milioni di fiale al Messico e 1,5 al Canada. E ora ha promesso che potrebbe inviare parte delle dosi in surplus alla Ue. In parallelo il presidente Usa potrebbe spingere le multinazionali statunitensi a moltiplicare le intese per una produzione condivisa con la società europee, smussando i problemi legati ai brevetti. Il governo federale può far leva su Moderna, Johnson & Johnson e altre aziende, visto che ha finanziato la sperimentazione dei vaccini e, nel caso di Pfizer, ha garantito cospicui contratti al buio. D'altra parte, Cina e Russia stanno usando il siero anti-Covid per corteggiare o almeno seminare dubbi tra i Paesi occidentali. A Washington, specie nel Congresso, sta maturando la convinzione che non si possano più snobbare queste manovre».

A proposito di Waterloo, il presidente francese Macron ammette le colpe dell’Europa sui vaccini. Lo fa in un’intervista alla tv greca, pubblicata in Italia da La Stampa.

«Sui vaccini siamo stati troppo lenti, meno rapidi degli Stati Uniti. Non è stato un problema di coordinamento: non abbiamo capito che le cose sarebbero andate così in fretta». Cosa significa? «Una parte importante della ricerca sui vaccini è stata fatta in Europa. Ma gli americani hanno avuto il merito di dire, fin dall'estate 2020: non badiamo a spese e andiamo avanti. Hanno avuto più ambizioni di noi. E il principio per cui le cose si fanno "a qualsiasi prezzo", che noi abbiamo applicato alle misure di accompagnamento di tipo economico, loro l'hanno applicato ai vaccini e alla ricerca. Noi abbiamo pensato che arrivare alle dosi avrebbe necessitato più tempo. Anche gli esperti lo dicevano: mai nella storia dell'umanità si era messo meno di un anno per concepire un vaccino». E invece i tempi si sono ridotti. «Sì e su quello abbiamo sognato meno degli altri. Deve essere una lezione per noi europei. Abbiamo avuto torto nel mancare di ambizione, di follia: di dire, sì, è possibile. Forse siamo stati troppo razionali». Non sarebbe stato meglio, almeno in questo, agire a livello nazionale? «No, difendo l'idea che la vaccinazione possa funzionare solo per tutta l'Europa. Non ha senso farlo separatamente in ogni Stato. Se si vaccinano tutti in Grecia, ma non si possono aprire le frontiere, perché non si è vaccinato in Francia, Spagna e Germania, il turismo non ritornerà. Dobbiamo avere una vera vaccinazione dei 27 Paesi e, poi, dovevamo acquistare i vaccini insieme. D'altra parte, stiamo recuperando, siamo come un diesel, che si mette in moto lentamente ma va lontano. Abbiamo ordinato 2,5 miliardi di dosi. Saremo, da qui al secondo semestre, l'area geografica che produrrà più vaccini nel mondo. E poi dobbiamo preparare la capacità produttiva per quelli che serviranno a rispondere alle varianti. Ora dobbiamo riuscire davvero a coordinarci». 

VACCINI 2. ZAIA A VISTA E ZINGA A NOTTE FONDA

Sarà stato anche troppo severo Draghi, l’altro giorno in Senato, ma c’è la sensazione che abbia messo un po’ di pressione al sistema regionale delle vaccinazioni. Il Veneto di Zaia ha annunciato che per le vaccinazioni chiamerà le classi d’età per mesi ed anni di nascita “a vista”, mentre il Lazio ha fatto sapere che le somministrazioni andranno avanti fino a mezzanotte. Ancora brutte notizie dalla Toscana, osservata speciale. Marco Cremonesi sul Corriere si fa spiegare dal governatore del Veneto la sperimentazione.  

«Come funziona? «La sperimentazione parte domenica in provincia di Treviso. Chi è residente nella provincia ed è nato nel 1936, poco meno di 5.000 persone, potranno andare nel punto vaccinale più vicino. Sapendo che ogni mese ha la sua ora: chi è nato in gennaio alle 8 del mattino, chi in febbraio alle 9, chi in marzo alle 10... E così, via via, fino a chi è nato in dicembre, alle 20. Oltre all’inoculazione, le persone riceveranno il certificato di avvenuta vaccinazione e l’appuntamento per la seconda dose. Il tutto, con una “modalità di ingaggio” assolutamente meno dispendiosa e che evita i problemi degli appuntamenti telematici».

L’ex vice presidente della Corte Enzo Cheli parla sul Corriere in modo molto netto delle gravi disfunzioni della Regione Toscana che in altri articoli stamattina finisce, insieme alla Campania, nella bufera. Ecco che cosa dice Cheli.

«Professore, è stato vaccinato finalmente? «No, sono ancora in attesa. Ho 86 anni ma nessuno mi ha chiamato qui in Toscana a differenza dei miei coetanei romani che hanno beneficiato della prima e seconda dose e sono immunizzati». Il professore è Enzo Cheli, vicepresidente emerito della Corte costituzionale. Una decina di giorni fa, insieme a scienziati, letterati e filosofi, aveva firmato un appello nel quale si chiedeva di fare presto a vaccinare gli ottantenni perché «l'inefficienza produce morte». Oggi, l'illustre costituzionalista plaude all'intervento di Mario Draghi che ha parlato di anziani trascurati a favore di gruppi che vantano priorità probabilmente in base alla loro forza contrattuale. Si è agito contravvenendo i principi costituzionali? «Il diritto alla salute è l'unico qualificato nella Costituzione come fondamentale. E dunque la sua tutela non può subire diversità tra luoghi nei quali la persona risiede. Non è possibile che un cittadino del Lazio possa avere un trattamento migliore rispetto a quello della Toscana. Ed è questo che Draghi ha voluto sottolineare». Il presidente ha parlato anche di anziani trascurati rispetto ad altri gruppi. Lei è d'accordo? «Sì, e questo è uno dei punti sui quali riflettere per capire che cosa non ha funzionato». Cosa non ha funzionato? «Ci sono stati errori e inefficienze sia nell'assegnazione che nella distribuzione del vaccino. Nell'assegnazione le regioni non hanno avuto responsabilità; nella distribuzione invece hanno sbagliato. In Toscana, per esempio, sino a qualche giorno fa le autorità regionali dicevano che tutti gli ultraottantenni, oltre 320 mila, sarebbero stati vaccinati entro marzo e che per vaccinarli i medici di base avrebbero avuto dalle 6 alle 12 dosi alla settimana. Bastava fare un po' di conti per capire che non si poteva arrivare a una copertura totale entro il mese di marzo». (…) Se la campagna vaccinale fosse stata organizzata direttamente dallo Stato le cose sarebbero andate meglio? «Sicuramente sì. La Costituzione indica che la profilassi internazionale (come in una pandemia) sia affidata in via esclusiva allo Stato. Lo Stato ha avviato una programmazione nazionale ma non ha avuto poi la forza di far rispettare alle Regioni i suoi principi».

NO VAX, MA A SPESE DELLO STATO?

Un episodio accaduto in Liguria sta facendo discutere mezza Italia. Infermiere non vaccinato contagia 13 pazienti, titola Libero, sintetizzando. Massimo Gramellini ci dedica la sua rubrica in prima pagina sul Corriere, titolo Dietro la Lavagna, anche se sostiene che i contagiati sono otto.

 «L'ultimo caso è stato segnalato nell'ospedale ligure di Lavagna, dove un camice bianco ha preso il Covid per poi condividerlo generosamente con otto tapini affidati alle sue cure. Poiché i dipendenti dell'ospedale sono stati posti in sicurezza da tempo, si presume che il contagiato sia un No Vax. A questo punto uno vorrebbe sapere dove comincia, ma soprattutto dove finisce la libertà individuale del personale sanitario durante una pandemia, quando la scelta legittima di non mettersi in corpo una determinata sostanza contrasta con il diritto del paziente di non essere contagiato. Il buonsenso suggerirebbe a un No Vax di astenersi dal frequentare le corsie fino al cessato allarme, traslocando negli uffici amministrativi o restandosene a casa. Ma poiché il buonsenso non è mai di moda, forse ci vuole una legge che, sulle orme di quanto già stabilito da un giudice e da regioni come la Puglia, consenta agli ospedali di imporre sospensioni e traslochi ai potenziali untori. Anche per rispetto nei confronti di quei milioni di italiani che da un anno vivono semibarricati in tinello allo scopo di non fare agli altri quello che il No Vax di Lavagna ha appena fatto a otto di loro».

Per una volta ci autocitiamo, ma solo per dire che il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione del governo Draghi Renato Brunetta è intervenuto proprio sullo stesso tema: i sanitari che sono dipendenti pubblici e che rifiutano il vaccino. Lo ha fatto in un’intervista pubblicata sul sito 10alle5 Quotidiana. Ecco il passaggio dell’intervista realizzata dal vostro lettore di giornali. 

«Sono un liberale e quindi le cose obbligatorie mi piacciono poco. Ma è chiaro che se una persona sceglie di essere un operatore sanitario, ha un obbligo morale di fare il vaccino. E se l’operatore non sente quest’obbligo, e la cosa costituisce un pericolo per la funzione che svolge, si può pensare ad introdurre un’obbligatorietà. Se faccio il pompiere devo mettere una tuta protettiva, perché vado in mezzo al fuoco. Se sono un infermiere e tutti i giorni vado in corsia e mi espongo al virus, è indispensabile che protegga me stesso e gli altri. Spero sempre che il buon senso prevalga. Spero che tutti si vaccinino. Se ci dovessero essere delle falle serie, soprattutto fra gli operatori sanitari, dovremmo pensare di introdurre una obbligatorietà». 

Michele Serra su Repubblica nella sua rubrica l’Amaca (titolo: Rivoluzionari a costo zero) tocca lo stesso argomento:

«Il personale sanitario che non intende vaccinarsi ne ha tutto il diritto. A una condizione: si leva il camice, esce dall'ospedale, rinuncia allo stipendio e si rifà una vita altrove. (…) si sa anche di medici di base no-vax. È veramente difficile non disprezzarli. Non perché siano no-vax, ma perché lo sono a spese dello Stato, che si è invece abbondantemente e ufficialmente espresso a favore delle vaccinazioni anti-Covid. Il medico o l'infermiere no-vax è come l'impiegato delle Poste che, per ragioni sue, si rifiuta di fare le raccomandate. Se ne vadano altrove. Fare il rivoluzionario a costo zero è molto comodo, ma molto poco etico». 

VINCE LETTA MANNARO. MALPEZZI NUOVO CAPOGRUPPO

Simona Malpezzi è il nuovo capo gruppo dei senatori del Pd. Ieri l’aveva annunciato Andrea Marcucci, mollando l’incarico. Un punto a favore del Letta Mannaro. Alessandro Di Matteo su La Stampa.  

«Missione compiuta per Enrico Letta, il segretario Pd ottiene quella "svolta rosa" che aveva chiesto anche un po' bruscamente domenica scorsa a mezzo intervista. Dopo qualche giorno di polemiche e fibrillazioni, il Pd asseconda il ricambio ai vertici dei gruppi parlamentari eleggendo all'unanimità Simona Malpezzi al Senato e rinviando a martedì la scelta per la Camera, comunque in una rosa composta di due donne: Mariana Madia e Debora Serracchiani. (…)  Per il leader Pd l'importante era dare un segnale sul fronte della parità di genere e, certo, anche un messaggio di discontinuità rispetto ad assetti definiti in quella che a tutti gli effetti è un'altra era geologica nella vita del partito, quando cioè era ancora segretario Matteo Renzi. La Malpezzi è di Base riformista, indicata dallo stesso capogruppo uscente Andrea Marcucci, dunque in questo senso in continuità, ma è stata appunto votata da tutti i senatori, anche da quelli che non fanno riferimento all'area di Lorenzo Guerini e Luca Lotti. Dovrà lasciare il suo incarico da sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, appena ottenuto, e il suo posto potrebbe andare a Caterina Bini, altra esponente di Base riformista. La neo-presidente dei senatori ha subito fatto un discorso di riconciliazione: «Un partito grande ha bisogno di tante aree di pensiero, per cogliere istanze differenti e fare sintesi». Parole che sono piaciute molto a Letta, che vuole pian piano scardinare le storiche correnti del partito. Per scegliere il nuovo capogruppo a Montecitorio invece si dovrà aspettare fino a martedì».

Repubblica, con Emanuele Lauria, racconta la prossima sfida alla Camera, dove va designata la capogruppo dei deputati. C’è una poltrona per due: Madia e Serracchiani.

 «Debora contro Marianna, Marianna contro Debora: la questione che sembrava di più facile soluzione, per il Pd in rosa chiesto da Enrico Letta, si rivela un rompicapo. Al punto da lasciar trasparire la possibilità di una conta fratricida, o sorellicida se si passa la licenza. Se al gruppo del Senato, infatti, la robusta maggioranza di Base riformista ha permesso di eleggere subito Simona Malpezzi alla successione di Marcucci, per la poltrona di presidente dei deputati Pd si è scatenata la sfida fra Madia e Serracchiani. Trasversale, trasversalissima, come lo è d'altronde ciascuna delle due protagoniste: giovani incarnazioni della storia travagliata del partito. Amiche di tutti perché hanno frequentato (quasi) tutte le correnti, con incarichi importanti sin dal debutto. A dividerle le origini: una, Madia, figlia di un giornalista, attore e consigliere comunale dei Ds, viene dalla buona borghesia romana, con studi alla scuola francese. Anche l'altra, Serracchiani, nasce a Roma, ma nel quartiere Casetta Mattei, zona Portuense, da padre impiegato dell'Alitalia e a 25 anni si trasferisce a Udine, estrema provincia d'Italia. Entrambe, negli stessi anni, salgono sulla ribalta (…) eccole qui fra le non allineate, caratteristica che rende più suggestivo e incerto l'esito della partita per la guida del gruppo alla Camera. Nessuna ha intenzione di fare un passo indietro. In caso di elezione Serracchiani dovrebbe lasciare la presidenza della commissione Lavoro che finirebbe a un altro partito (Forza Italia?). Ma a favore di Debora c'è la maggiore esperienza negli organismi di partito e, in silenzio, una preferenza di Delrio. Letta ha lasciato totale autonomia al gruppo ma non è azzardato ipotizzare che preferisca Serracchiani. Cinque giorni perché una delle due si convinca (o venga convinta) a desistere. Poi a decidere sarà la conta». 

CONTE NON VUOLE RINUNCIARE AL SUO GRUPPO IN SENATO

Si rincorrono, in queste ore, voci sulle grandi perplessità dell’ex premier Giuseppe Conte ad assumere davvero la guida di quel Movimento 5 Stelle, che gli ha offerto Beppe Grillo. Ci sta provando Giuseppi ma, come minimo, vuol tenersi una prospettiva di fuga. Oggi Il Fatto, sempre bene informato sulle cose dei grillini, racconta che Conte sta cercando di mantenere in vita il gruppo ex Maie al Senato, che era stato messo in piedi per un governo che invece poi non c’è stato. Scrive Luca De Carolis:

«L'avvocato che ha appena aperto "un cantiere" con Enrico Letta prepara il suo progetto di rifondazione del M5S , senza anticipare nulla a nessuno. Ma il Giuseppe Conte che non risponde alle chiamate dei parlamentari semplici come dei big, sotto traccia segue più fronti. Per esempio, da giorni suoi emissari provano a tenere in vita in Senato il gruppo Europeisti - Maie - Centro democratico. Una pioggia di sigle per indicare quel raggruppamento di esuli vari da altri partiti, nato poche settimane fa per tenere in piedi un Conte ter. Ma è andata come è andata, con Mario Draghi a palazzo Chigi. E ora il Maie, con i suoi dieci membri (il minimo per formare un gruppo autonomo a Palazzo Madama), sta già evaporando. (…)  il tempo è poco e le adesioni non arrivano. Almeno due ex grillini raccontano di aver rifiutato "perché non ci sono prospettive chiare a medio termine e il gruppo è troppo eterogeneo politicamente". Anche l'abboccamento con gli ex 5Stelle di Alternativa c'è, la componente degli esuli che hanno votato no al governo Draghi, sembra non decollare ("alcuni dei suoi membri sono tutt' altro che europeisti.", fanno notare). Però le trattative andranno avanti. D'altronde c'è grande fermento nel M5S , dove spuntano correnti che già fanno rima con liste. Basti pensare a Italia più 2050, l'associazione appena fondata dai grillini di governo Dalila Nesci e Carlo Sibilia, con tanto di simbolo e manifesto programmatico. Ieri all'Adnkronos la sottosegretaria al Sud lo ha detto così: "Se questa può essere una lista per Conte? Gli sbocchi di un'associazione possono essere molteplici". Tradotto, l'obiettivo è una lista di appoggio al M5S che accolga parlamentari uscenti, eludendo il vincolo dei due mandati, e magari anche qualche ex. "Hanno già iniziato a reclutare eletti" sussurravano ieri dal M5S. Forse non a caso, in queste ore è nato anche un altro gruppo, Innovare, formato da grillini al primo mandato, che non vogliono cancellare il vincolo delle due legislature. Dichiaratamente non ostili a Davide Casaleggio e alla sua piattaforma Rousseau. Un'altra novità sul cammino di Conte». 

I TEDESCHI CONTRO DANTE, IL PAPA LO ESALTA

Coda delle celebrazioni dantesche, in occasione dei 700 anni dalla morte del sommo poeta. Un giornale tedesco, per la verità non conosciutissimo in Italia, il Frankfurter Rundschau, lo critica dicendo che non ha inventato la lingua, copiata da altri, e che il grande T. S. Eliot ha fatto male ad equipararlo a Shakespeare. Un collage di critiche stereotipate e grossolane. (Forse ispirate dal nostro sopravvalutato Alessandro Barbero?) Come se noi dicessimo che l’unica cosa buona che viene da Francoforte (oltre a Draghi ovviamente) sono gli Hot Dog, i wurstel caldi, ai quali infatti gli americani hanno cambiato nome. Prima degli anni Dieci si chiamavano i Frankfurter, come è ancora scritto sui chioschi di Manhattan. Splendida oggi, sul tema, la rubrica di Maurizio Crippa sulla prima del Foglio:

«Quanto abbia fracassato i maroni il Dantedì, persino al netto di Benigni, francamente tra i meno peggio tra le esibizioni stile Canta giro, non lo stiamo nemmeno a dire. Del resto era stato istituito dal Conte bis, come i Dpcm, e dunque si può sempre sperare che Draghi lo cancelli senza manco fare una conferenza stampa, come con Mimmo Arcuri. Alla fine dell'estenuante maratona tutti erano così annoiati che si sono buttati su un articolo tedesco a firma di Arno Widmann (uno che ha tradotto Eco, mica pizza e fichi) che in buona sostanza dice che il Ghibellin fuggiasco era uno stronzo. Magari poi chiederà scusa, Merkel style. E' un peccato che invece sia sfuggita quest' altra notizia, più interessante: nei Paesi Bassi l'editore Blossom Books ha pubblicato una nuova traduzione dell'Inferno, dalla quale è stato cancellato il nome di Maometto, famoso ospite di Malebolge. Secondo la traduttora e l'editora, sarebbe stato "inutilmente offensivo" per "un pubblico di lettori che è "una parte così ampia della società ". Facciano come vogliono. Ma almeno un traduttore maschio, bianco come un guelfo e che parlasse fiorentino, Dante se lo meritava. In base al codice Gorman (la poetessa nera che ha recitato davanti a Biden ndr)».

Avvenire pubblica il testo integrale della lettera apostolica che Papa Francesco ha dedicato ieri a Dante Alighieri. Titolo: “Candor Lucis aeternae" che significa “Splendore della Luce eterna”. Ecco un passaggio della Lettera.

«Molto meglio di tanti altri, egli ha saputo esprimere, con la bellezza della poesia, la profondità del mistero di Dio e dell'amore. Il suo poema, altissima espressione del genio umano, è frutto di un'ispirazione nuova e profonda, di cui il Poeta è consapevole quando ne parla come del «poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra» (Paradiso XXV, 1-2). Con questa Lettera apostolica desidero unire la mia voce a quelle dei miei predecessori che hanno onorato e celebrato il Poeta, particolarmente in occasione degli anniversari della nascita o della morte, così da proporlo nuovamente all'attenzione della Chiesa, all'universalità dei fedeli, agli studiosi di letteratura, ai teologi, agli artisti».