È ora di cambiare l'Aria

L'agenzia della Regione Lombardia nella bufera. Appello per tornare in presenza a scuola. I vaccini vanno lenti e a volte ai furbetti. Paradossi: Letta Mannaro e Biden "trumpiano".

Va bene, ieri era domenica. Ma in Italia sono state somministrate, nelle ultime 24 ore, solo 132 mila dosi, un milione e 700mila sono rimaste ad aspettare nei frigoriferi delle Regioni. In Inghilterra sempre ieri, era domenica anche lì, e hanno fatto il record: 874mila vaccini in un solo giorno. A volte i numeri dicono tutto.  La pandemia ha colpito particolarmente duro in Lombardia, tanto che Bergamo è diventata l’epicentro del dolore nazionale. Col tempo forse la scienza ci dirà qualcosa in più sulle condizioni ambientali ideali per la diffusione del virus e quindi sulle ragioni di questo sfortunato destino. E tuttavia il Covid 19 è stato ed è un verto tormento per la Sanità lombarda. In un anno a Palazzo Lombardia si sono succeduti due assessori alla Sanità (Gallera e poi Moratti), tre Direttori generali e una catena di infortuni e inefficienze da record. Molte cose non hanno funzionato tanto più in una Regione che, giustamente, ha sempre vantato eccellenza in campo sanitario, visto che ancora oggi attira centinaia di italiani, i quali vanno a farsi operare nei suoi ospedali. Da una parte c’è chi la difende pregiudizialmente e vede, se non un complotto, un continuo intento politico nel dileggiare “la sanità di Formigoni” per partito preso. Dall’altra chi sembra sempre contento nel dimostrare disfunzioni e problemi di una struttura che era da tutti riconosciuta “eccellente”, tranne che dagli avversari. Non sappiamo se davvero, come si ipotizza sulla stampa stamattina, ci saranno a breve decisioni “drastiche” e qualcos’altro cambierà dopo il caos a Cremona. Tutti se lo aspettano. Mi permetto di aggiungere che i cittadini lombardi si aspettano anche delle scuse. È un esercizio molto raro e molto faticoso per degli amministratori, ma a volte è proprio necessario. Qui troverete le opinioni incrociate di Sallusti, Colaprico e Gino Strada.

Il resto delle notizie gira sempre intorno ad una campagna vaccinale che non decolla, come tutti vorremmo. Protestano studenti e professori, e anche genitori. Tutti chiedono di limitare la DAD. Vediamo se almeno da lunedì ci sarà qualche riapertura. Stamattina il Corriere ospita un appello e una statistica secondo cui l’incidenza del contagio nelle scuole è secondaria, se non inesistente. Intanto Repubblica racconta di un Draghi impegnato a chiudere con Merkel e Macron una nuova strategia sui vaccini per incalzare la UE. La politica italiana racconta di un Letta Mannaro (copyright Ceccarelli) che vuole donne capigruppo di Camera e Senato al posto di Del Rio e Marcucci. Due articoli ancora su Biden (e Putin): uno strepitoso Sergio Romano e un’intervista al redivivo Steve Bannon.

LE PRIME PAGINE

Due giornali scelgono di andare sul nuovo tilt organizzativo della Regione Lombardia, come titolo principale in prima pagina. Il Giornale, che gioca con l’agenzia informatica sotto accusa: Brutta Aria in Lombardia. E Il Fatto di Travaglio, che per una volta non mette Draghi o Figliuolo nel mirino, anche se chiede a loro di intervenire: Vaccini, l’ultima catastrofe. Lombardia da commissariare. Per il resto titoli comunque sempre dedicati alla campagna vaccinale. A cominciare dal Corriere della Sera: «Task force per i vaccini». Per proseguire con la Repubblica che privilegia sempre le mosse internazionali del premier: Vaccini, il piano Draghi per scuotere l’Europa. A La Stampa sono preoccupati del ritmo delle somministrazioni: Vaccini, consegne a rilento. Solo 200 mila dosi al giorno. Usa la stessa parola nel titolo anche Il Messaggero: Vaccini a rilento, stretta di Draghi. Il Mattino usa la metafora animale: Vaccini lumaca, allarme Draghi, il che ci apre per un attimo la prospettiva delle favole per bambini. Quotidiano Nazionale (in Toscana La Nazione) allude ai vari Scanzi di turno: Ritardi e furbetti, il caos vaccini. La Verità mantiene la sua attenzione sul Ministro della Salute: SPERANZA MENTE, RICCIARDI GUFA. Libero annuncia, riferendosi agli anticorpi monoclonali: L’Alpino ha trovato la cura. Che non è la grappa. Approfondimento del lunedì del Sole 24 Ore: Il nuovo lavoro oltre il Covid: le scelte del futuro.

VACCINI 1, IL CASO LOMBARDIA

Sul Corriere la cronaca del disastro in Lombardia è a doppia firma, Stefano Landi e Francesca Morandi.

«Dopo il blackout di sabato che aveva fermato oltre duemila sms di prenotazione per over 80 anni lombardi, ieri il bis a Cremona. Non doveva succedere, invece, è risuccesso che Aria, l'azienda che gestisce i servizi informatici per la Regione Lombardia, non riuscisse a recapitare le convocazioni ad anziani che da giorni vivono incollati al telefono, aspettando solo quello. «Le cose che non funzionano vanno cambiate e su Aria servono decisioni rapide e drastiche», promette l'assessore al Welfare Letizia Moratti. Praticamente in rima con il leader della Lega Matteo Salvini che qualche ora prima, in modo solo leggermente più sibillino, aveva commentato: «Chi sbaglia pagherà». Ieri a Cremona è andato in onda un (brutto) film già visto. Archiviato il sabato di caos sulle prenotazioni, che aveva coinvolto anche gli hub di Como e Monza, medici ed infermieri erano pronti a vaccinare ieri mattina nell'hub in Fiera. E invece, per il secondo giorno consecutivo è andato in tilt il sistema di Aria. Erano, infatti, solo 58 su 600 le prenotazioni di over 80 gestite con successo dalla piattaforma informatica. In due giorni, il sistema regionale ha inviato 160 messaggi sui circa 8 mila anziani in attesa di essere chiamati. Un buco non da poco. Così si è tornati alle vecchie maniere, con il personale dell'Asst attaccato al telefono quando si è capito che tirava brutta aria, nel vero senso della parola».

Stefano Boeri, grande architetto milanese, ideatore del Bosco verticale, presidente della Triennale, ha preso il Covid e se l’è vista molto brutta. È tornato da poco a casa, dopo un ricovero al Niguarda. Racconta la sua esperienza a Carlo Verdelli sul Corriere e dice la sua anche sui problemi della Regione Lombardia.

«E in Lombardia va anche peggio, non da oggi: terzo picco di contagi in un anno, la formidabile macchina da Pil che va ripetutamente in tilt, verso il fondo classifica per numero di vaccinati ma in cima per disguidi del sistema informatico e improvvisazioni, oltre che per record di infetti e decessi. Dalla sua abitazione, dove ancora convalescente cerca di stare il meno possibile a letto, il lombardo milanese Boeri allarga il tiro: «Non mi interessa farne un problema politico. Anche la Toscana o il Veneto hanno i loro guai. Il tema generale è che si è lasciato passare il messaggio implicito che mantenere accesi i motori dell'economia, curare ciascuno il proprio orticello, fosse più importante rispetto alla protezione dei deboli. Un errore strategico, oltre che di civiltà democratica: o ci salviamo tutti, partendo dagli ultimi, o le ondate del virus non si fermeranno per magia. Certo che va ripensato il sistema sanitario, certo che va ricostruita l'assistenza pubblica lungamente impoverita e ampiamente depredata. Il coronavirus ci costringe a un esame severo dei nostri errori. Riconoscerli è il primo passo per ricostruire». 

Alessandro Sallusti nel suo editoriale sul Giornale (titolo Chi gioca sporco contro i cittadini) prende l’argomento di petto.

«Quale sia il virus - tecnologico o umano - che ha infettato la Regione Lombardia, non è ancora dato sapere. Dall'inizio della pandemia - che qui ha avuto il suo cratere - le strutture tecniche sono state molto sotto pressione e quelle politiche al centro di un linciaggio mediatico vergognoso e immorale, oltre che di un'ostilità subdola del precedente governo. Ma qui è successo qualche cosa di più, io non escluderei che la guerra si sia spostata in casa dopo l'innesto in corsa di due corpi estranei ai delicati equilibri del Pirellone, due eccellenze assolute quali sono Guido Bertolaso e Letizia Moratti, che sono andati ad affiancare il presidente Attilio Fontana, suscitando probabilmente invidie e gelosie. In altre parole, io non penso che la Lombardia non sia in grado di organizzare una decente campagna di vaccinazione, non è possibile neppure pensarlo. E allora vuole dire che qualcuno nell'ombra sta facendo un gioco sporco, ma qualsiasi sia il motivo che l'ha generato, da qualsiasi parte politica o tecnica arrivi, questo boicottaggio deve finire subito. Certi giochini sulla pelle dei cittadini non sono accettabili. Ovunque, a maggior ragione in Lombardia».

Piero Colaprico su Repubblica va in qualche modo sullo stesso tema di Sallusti: la guerra intestina Lega- Forza Italia. Ma ribalta la questione e si chiede: che cos’ha fatto esattamente la Moratti meglio del gaffeur Gallera?

«Oggi s' impone una domanda: rispetto a Gallera, che cos' ha fatto di nuovo e di utile Letizia Moratti, se non chiamare Guido Bertolaso e prendersela con i vari "sottoposti"? Noi che abitiamo in Lombardia non abbiamo registrato alcun miglioramento pratico per la nostra salute individuale e collettiva. L'«inadeguatezza» non è solo di Aria, che non riesce nemmeno a organizzare un'agenda delle vaccinazioni, ma è di un'intera politica sanitaria. Il modello lombardo, un intreccio di cliniche private ben pagate e ospedali pubblici, ha portato a cure di prim' ordine, finché non è arrivata la pandemia - che colpisce le persone in massa e non distingue il ricco dal povero - a mostrarne i gravissimi limiti di struttura e strategia. Piangiamo i malati di Covid rimasti senza cure nella prima ondata, siamo preoccupati per i troppi anziani e fragili abbandonati con il telefono muto. Di questo dovrebbe occuparsi Letizia Moratti, ma sotto l'attacco continuo delle opposizioni preferisce sgambettare Aria e i leghisti che l'hanno creata: alleati di governo, sì, ma sino a un certo punto».

EPPUR (LA CURVA) SI MUOVE…

I problemi della Lombardia non sono solo lombardi. Nel senso che in molte Regioni non si è seguito, per inefficienza o per scelta, il criterio di vaccinare innanzitutto le vere fasce a rischio. Venerdì lo studio dell’Ispi quantificava il peso negativo dell’ordine sparso delle varie Regioni su contagi e decessi. Molti quotidiani riprendono oggi la notizia della vaccinazione di un giovane giornalista e commentatore tv, Andrea Scanzi, che si è già vaccinato in Toscana. Mentre sui quotidiani ci sono diverse testimonianze di anziani non ancora vaccinati. E tuttavia nei numeri si comincia a vedere l’influenza della campagna vaccinale. Scrive il Quotidiano Nazionale.

«Negli ultimi 3-4 giorni si vedono piccoli segnali di rallentamento, anche se ieri sono state registrate ancora 300 nuove vittime. L'andamento dell'epidemia di Covid in Italia potrebbe avere raggiunto il picco. E dopo qualche giorno di andamento piatto, i contagi potrebbero scendere con maggiore decisione. Resteranno invece alti per due o tre settimane sia i ricoveri sia, purtroppo, i morti. I dati di ieri invitano alla cautela anche se in alcune situazioni, come nel Lazio, si raccolgono i primi segnali positivi».

Dalle colonne di Repubblica Alessandra Ziniti racconta che il commissario Figliuolo ha deciso di mandare un “inviato” del Governo in ogni Regione, con l’obiettivo di fare rispettare le priorità nella convocazione dei cittadini. 

«Un'azione organica che porti le Regioni ad accelerare subito, con altissima priorità, sulle vaccinazioni degli over 80 e delle persone fragili, costituendo squadre dedicate per le somministrazioni a domicilio. Già da questa settimana in cui, per la limitata disponibilità di dosi, la media delle vaccinazioni giornaliere si attesterà intorno alle 200mila al giorno, meno della metà dell'obiettivo 500mila che dovrebbe essere raggiunto a metà aprile. È questa la forte sollecitazione rivolta alle Regioni dall'ufficio del commissario per l'emergenza Covid Figliuolo che, dopo aver chiesto ai governatori i piani vaccinali, invierà in ogni regione un esperto in pianificazione per non perdere altro tempo e utilizzare i vaccini disponibili secondo le priorità indicate. Senza alcuna eccezione. Dunque anziani e fragili innanzitutto. Ma c'è anche da garantire il recupero in pochi giorni delle dosi di AstraZeneca rimaste in frigo nei quattro giorni di sospensione. Anche qui le Regioni continuano ad andare in ordine sparso sulle modalità di riconvocazione ma, dopo un primo giorno in cui le adesioni sembravano non aver risentito dello stop, ieri dall'Umbria e dalla Campania sono arrivati numeri preoccupanti: a Napoli alla Stazione marittima su 840 cittadini del personale scolastico e universitario, si sono presentati solo 339, il 40,36 per cento. Ancora peggio nell'Umbria dalle terapie intensive più che sature dove, su oltre mille dosi di AstraZeneca disponibili, ieri nei punti di somministrazione dell'Usl Umbria 1 si sono prenotati solo in 96, il 9,2 per cento. (…) Farsi trovare pronti all'appuntamento con i 52 milioni di vaccini in arrivo nel secondo trimestre è il primo obiettivo a cui lavora la struttura di Figliuolo: a preoccupare è soprattutto la capacità di tenuta dei differenti sistemi di prenotazioni regionali, molti dei quali in difficoltà già oggi. Per questo l'invito è quello di appoggiarsi alla piattaforma nazionale messa a disposizione da Poste e utilizzata al momento da sole sei Regioni. Oggi comincerà la distribuzione delle 333.600 dosi di Moderna arrivate sabato e in settimana sono attese altre 279.000 dosi di AstraZeneca. Da martedì verrà aperto a Roma alle vaccinazioni dei cittadini anche il centro militare della Cecchignola e nei prossimi giorni verranno firmati i contratti con circa 1700 medici che hanno risposto nelle scorse settimane al bando del commissario per l'emergenza».

La Stampa intervista Gino Strada. Il suo punto di vista è radicale: con la pandemia lo Stato avrebbe dovuto riprendere in mano il sistema sanitario. La gestione delle Regioni non ha retto.

 «La sanità non può essere gestita dalle Regioni, soprattutto in questo momento». Parla con cognizione di causa, Gino Strada, fondatore di Emergency, che ha da poco terminato la gestione di un reparto Covid a Crotone. «Per fortuna non abbiamo dovuto affrontare numeri impressionanti nella seconda ondata - spiega - la struttura non è mai stata piena. Restiamo a disposizione per altro, se ce lo chiedono». Ad esempio, un supporto per la campagna di vaccinazione anti Covid? La Calabria è una delle ultime Regioni per numero di somministrazioni. «Pronti a dare una mano per cercare di accelerare la campagna, è inaccettabile che gli anziani ottantenni in Calabria aspettino ancora il vaccino, mentre in altre Regioni sono quasi tutti già protetti. Ma lì il problema è più ampio: la sanità territoriale è saltata, hanno chiuso 18 ospedali, le persone non sanno dove andare a farsi curare e vengono spinte verso le strutture private». (…) Il problema, forse, è aver affidato alle singole Regioni la gestione della sanità e, quindi, della campagna vaccinale? «Sì, così si aumentano solo le diseguaglianze. Sono convinto che la sanità, specie durante una grave pandemia, non possa essere gestita a livello regionale, deve tornare sotto il controllo statale. Serve un passo avanti, che in realtà è un passo indietro. Altrimenti succede che si vaccinano gli avvocati e i professori universitari prima degli over 80 e dei malati cronici: un non senso assoluto».

VACCINI 2, DRAGHI VUOLE L’ASSE CON MERKEL E MACRON

Ma la partita della vaccinazione di massa si gioca in Europa. Draghi lo sa bene e sta concentrando le sue energie sul rafforzare l’asse con Merkel e Macron per spingere la UE a decisioni più veloci e decise. Giovedì c’è un Consiglio europeo, il nostro Governo vuole arrivarci con un patto già blindato coi partner decisivi. Claudio Tito su Repubblica:  

«Mario Draghi cerca un coordinamento con Parigi e Berlino sulla crisi Una locomotiva europea con i motori di Italia, Germania e Francia. In grado di trainare politicamente tutta l'Unione e soprattutto la Commissione. Superando le incertezze che si sono registrate nella gestione dell'emergenza Covid. In vista del Consiglio europeo che si riunirà giovedì prossimo - non in presenza ma virtualmente in videoconferenza - Mario Draghi sta cercando di imprimere una accelerazione alla campagna vaccinale. Uno dei centri nevralgici, però, non si trova nel nostro Paese ma a Bruxelles. Ed è da lì che deve partire un cambio di marcia. Per i prossimi giorni, allora, il presidente del Consiglio sta studiando la possibilità di organizzare una serie di contatti informali che preparino i lavori del summit. Le interlocuzioni riguarderanno in primo luogo Germania e Francia. Merkel e Macron. Berlino, Parigi e Roma del resto rappresentano i soci più grandi dell'Ue, dal punto di vista economico e per popolazione».

APPELLO: RIAPRIRE LE SCUOLE

Appello sulla prima pagina del Corriere della Sera di Gianna Fregonara e Orsola Riva per la fine della Didattica a distanza. Ieri manifestazioni di protesta in tutta Italia, che continueranno tutta la settimana.

«Riapriamo le scuole, riaprite le scuole. Questo chiedono genitori e figli, insegnanti, pedagogisti e psicologi scesi in piazza a Milano e a Roma, Trieste, Genova. Le proteste proseguiranno per tutta la settimana. La decisione di chiudere tutto, anche nidi, materne ed elementari, in seguito alla nuova ondata di contagi, è giunta improvvisa nella convinzione che non vi fosse alternativa. Ora l'esecutivo guidato da Mario Draghi dev' essere consapevole che non va perso nemmeno un giorno di scuola in più del necessario. Una settimana di didattica a distanza per i bambini è già troppo, ormai lo abbiamo imparato. Lo stesso premier, seguito ieri dal ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi, si è impegnato a riaprire «almeno fino alla prima media» appena le condizioni epidemiologiche lo consentiranno. Precedenza ai più piccoli, come non essere d'accordo? Ma questa attenzione, sacrosanta, ai bisogni dei bambini e delle loro famiglie non deve far dimenticare il sacrificio che è già stato chiesto alle loro sorelle e ai loro fratelli maggiori. Sono loro ad aver pagato finora il prezzo più alto. Le loro scuole, le superiori, non hanno mai ripreso a pieno ritmo le lezioni in presenza. (…)Possibile che l'unica soluzione per i più grandi resti la didattica a distanza, la reclusione in casa? Nessun'altra categoria è così penalizzata. Rispetto al lockdown di un anno fa si è capito che i ristoranti possono preparare pietanze da asporto, che gli sportivi un po' di allenamento lo possono fare. E gli adolescenti? Anche se la chiusura delle superiori non investe le famiglie con la stessa drammaticità di elementari e materne, un ragazzo di 14 anni da solo a casa rischia di sconnettersi - non solo dal suo pc - e pian piano di perdersi del tutto. E quando succede, a perderci siamo anche tutti noi.».

LETTA OVVERO L’ENRICO MANNARO

Filippo Ceccarelli ricorda che il giornalista degli anni Settanta Gianfranco Piazzesi aveva soprannominato il leader dc Arnaldo Forlani “coniglio mannaro” e che Enrico Letta sembra un po’ della stessa pasta. Lo battezza “Enrico mannaro”. Sui nuovi capigruppo di Senato e Camera, Letta ha deciso che dovranno essere donne, scelgano deputati e senatori chi. Annalisa Cuzzocrea su Repubblica.     

«Non tentenna, non aspetta, non lascia spazi, Enrico Letta. Il segretario pd ha chiamato sia Graziano Delrio che Andrea Marcucci, sabato. E a entrambi i capigruppo - di Camera e Senato - ha anticipato quello che avrebbero letto il giorno dopo sui due giornali delle loro regioni, la Gazzetta di Reggio e Il Tirreno: dopo tre anni con due uomini alla guida dei deputati e dei senatori dem - dice il leader pd - è il momento di due donne. Saranno i gruppi a dire chi, Letta non intende minare la loro autonomia. Ma pretende una discontinuità. Soprattutto pretende, per dirla con le parole usate dal vicesegretario Peppe Provenzano a In mezz' ora in più, che il Pd assomigli di più a quello che dice. Se parla di parità di genere, quindi, che la eserciti al suo interno. Non l'hanno presa bene, i parlamentari dem».

Paolo Mieli sul Corriere della Sera sembra apprezzare il nuovo segretario ma mette a fuoco il tema del sistema elettorale. Per Mieli la vera scelta rivoluzionaria annunciata da Letta è quella a favore del maggioritario.

«In una sola settimana - tanto è trascorso da quando è stato eletto segretario del Pd - Enrico Letta è riuscito a fare cose che sembravano impossibili. Ha ridisegnato l'intero assetto di vertice mettendo le donne in condizioni di parità e - se deputati e senatori lo consentiranno - su indicazione di Letta sarà femminile anche la guida di entrambi i gruppi parlamentari. Ma soprattutto, polemizzando con Matteo Salvini, il nuovo segretario ha schierato il partito in difesa di Mario Draghi e contro la Lega (alla quale per l'occasione si era associato il M5S) rea di aver «tenuto in ostaggio» il Consiglio dei ministri. Con questo passo ha compiuto una doppia operazione politica. In primo luogo ha tirato fuori il Pd da quel malcelato senso di nostalgia per l'era del governo Conte manifestatasi in qualche caso come risentimento per le modalità di nascita del nuovo esecutivo. In più, approfittando delle incertezze dei Cinque Stelle, è riuscito ad assegnare al proprio partito la leadership dell'intera sinistra che - in una logica bipolare - dovrà, un giorno, confrontarsi elettoralmente con la destra. (…) Chissà se è da prendere in parola Letta quando ha proposto un ritorno al «mattarellum» o a qualcosa di simile. Per chi, come noi, ha mantenuto ferma l'opzione a favore del maggioritario, è stata, quella di Letta, una gradita sorpresa. Intendiamoci: l'esperienza ha dimostrato che neanche il sistema maggioritario, se non è irrobustito da regole parlamentari che scoraggino eventuali trasgressori dei patti di coalizione, è in grado di garantire stabilità ad un'intera legislatura. Ma quello vagheggiato dal nuovo segretario del Pd, ci appare pur sempre migliore dei sistemi proporzionali destinati a provocare un'interminabile fibrillazione del Parlamento, nonché a produrre maggioranze eterogenee e perciò instabili. Maggioranze per di più non legate da programmi sottoposti al giudizio degli elettori. Né di conseguenza tenute a presentare al vaglio dei votanti il bilancio di un eventuale mancato mantenimento degli impegni. Non possiamo però non ricordare come l'intero Pd - eccezion fatta per alcune personalità d'area quali Romano Prodi, Walter Veltroni, Arturo Parisi - fino a dieci giorni fa la pensasse all'opposto. E ritenesse che solo l'introduzione di un sistema proporzionale fosse in grado di attenuare l'effetto negativo del taglio dei parlamentari. Nicola Zingaretti spiegò diffusamente come l'amputazione di deputati e senatori imposta dal M5S avrebbe comportato rischi autoritari se non fosse stata temperata dall'introduzione di un sistema elettorale proporzionale. L'intero partito condivise quell'allarme. E quel rimedio. L'apprensione di Zingaretti fu presa sul serio dall'allora presidente del Consiglio al punto da indurlo, due mesi fa, ad inserire l'introduzione del proporzionale tra i punti qualificanti del nuovo governo (da lui presieduto) che era sul punto di nascere. E che, come è noto, non nacque. Ora sarebbe ottima cosa se il Partito democratico facesse chiarezza, almeno in linea di massima, su tale questione.». 

IL CONTE SILENZIOSO

Da quando è stato designato dall’Elevato come il capo del Movimento, Giuseppe Conte non parla più. Da buon avvocato, sa che ogni parola può essere usata contro di lui, nel difficile mondo dei 5Stelle. Emanuele Buzzi sul Corriere rivela comunque le sue intenzioni.

«Il professore in queste settimane ha lavorato alacremente, «riscrivendo» di fatto la struttura del Movimento. Non solo: con Vito Crimi ha affrontato i nodi relativi a Rousseau, mentre ha incontrato i capigruppo per cercare di tenere la barra sui gruppi a Montecitorio e Palazzo Madama. «Parlare in questo momento non è utile, non ha nessun senso per lui», ribadiscono fonti vicine all'ex premier. Conte vuole evitare fughe di notizie, specie prima che il suo progetto sia condiviso dai Cinque Stelle. L'avvocato ha in mente un iter chiaro che vede appunto un confronto prima con i big, poi con gli eletti. Beppe Grillo è in costante contatto con lui. Dopo Pasqua si potrà scegliere come affrontare il nodo più spinoso, ossia le questioni politiche ed economiche con Rousseau. «I rapporti di noi parlamentari con Casaleggio sono chiari a tutti», dice un Cinque Stelle, che precisa: «Però in gioco c'è anche il legame con i nostri attivisti. Dobbiamo decidere se ripartire o meno da zero». C'è chi insinua che dietro al rallentamento dei piani dei pentastellati - da sabato ufficialmente senza un rappresentante legale - ci siano anche le difficoltà a trovare una soluzione per la piattaforma. Aggirare Rousseau è più complicato del previsto, anche per via di un comma dello statuto («La verifica dell'abilitazione al voto dei votanti ed il conteggio dei voti sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della piattaforma»). Di sicuro, Conte ha intenzione di rinverdire i rapporti con i territori (puntando su una struttura più tradizionale, a partire da referenti regionali) e di valorizzare le donne».

BIDEN E PUTIN COSTRETTI AD ALLEARSI

È ancora lucidissimo Sergio Romano, che è stato un principe dei diplomatici italiani e ambasciatore a Mosca. Con poche frasi ad Antonello Caporale del Fatto scolpisce il mondo violento del dopo Trump, che si va delineando con la presidenza di Joe Biden. Due osservazioni chiarissime: gli Usa hanno bisogno dell’alleanza con la Russia per il durissimo confronto con la Cina. Le offese verbali sono il segno della crisi della democrazia americana.

«È assolutamente certo che gli Stati Uniti hanno bisogno in questo momento della Russia per tenere alto e vincente il confronto con la Cina, il cui tratto egemonico impensierisce e tanto. Sembrava che con Trump fosse terminata l'età della parola disinibita, del colpo al di sotto della cintura. In generale il turpiloquio è figlio di un momento rivoluzionario in cui ci si sente liberi di esprimersi in qualunque modo, anche il più triviale. E non c'è dubbio che oggi siamo davanti al declino delle democrazie parlamentari in tutto il mondo. A gennaio siamo stati spettatori dell'invasione di fanatici nel congresso di Washington. Un'invasione a mano armata, un fatto inaudito. E pareva che Biden fosse colui che dovesse raffreddare la temperatura. Il nonno pompiere, pragmatico, ricostruttore di una identità comune. Quell'assalto è stato il punto di non ritorno ma anche la prova che il fatto più clamoroso, e più lontano dall'idea del possibile, poi si realizza per davvero. La democrazia americana è in grave crisi, il principio della supremazia assoluta del voto popolare è messa in dubbio. Chi perde non accetta il verdetto. Che resta la pietra angolare della salute democratica di ogni Stato. E in Europa fioriscono i sovranismi e prendono forma le democrazie illiberali, come quella di Orban. O quelle autoritarie come la Russia di Putin. Esatto. Dentro questo sommovimento il turpiloquio diventa un ulteriore segno della destabilizzazione identitaria. È la liberazione da ogni limite, la sovversione del principio della prudenza. Naturalmente dobbiamo dire che è anche la rappresentazione di una grande prova dell'ipocrisia. Gli Usa come la Russia non hanno alcuna intenzione di bruciare i ponti». 

Su La Verità Maria Luisa Rossi Hawkins intervista Steve Bannon, già consigliere strategico di Trump (e da lui graziato nell’ultimo giorno di Presidenza). Un’intervista sopra le righe, ma dove Bannon delinea il futuro dell’ex presidente che si preparerebbe a tornare alla Casa Bianca nel 2024.

«Trump è una forza politica più importante di prima. Stiamo ripulendo il Partito repubblicano dai globalisti, dai dinosauri, dai finti repubblicani e da tutti coloro che appartenevano al partito di Davos. Sotto la guida di Trump sarà un partito repubblicano diverso». Pensa di sbancare al Mid Term? «Ci opporremo alle politiche di Biden. La manovra da 1,9 trilioni di dollari avrebbe dovuto alleviare le sofferenze del Covid, ma è stata creata dai democratici per salvare i Blue states governati in maniera scellerata. Metteremo in risalto la debolezza di Biden nei confronti della Cina. Per non parlare del disastro al confine col Messico: situazione che sta esplodendo, simile a quanto avvenne nel 2015 in Europa e che ha innescato il movimento populista in Italia e, in un certo senso, la Brexit. Sarà l'agenda globalista di Biden ad aiutare il nostro movimento, che ha vinto nel 2016 e nel 2020, quando la vittoria ci è stata rubata dal cambiamento delle regole e dalle attività di Facebook».