Edizione domenicale. Draghi giura

Conte lascia. Il circo mediatico a rischio chiusura

EDIZIONE DOMENICALE

Edizione domenicale de La Versione questa mattina per raccontare le reazioni della stampa al nuovo Governo che ha giurato. Ieri in realtà ci sono stati due momenti sul palcoscenico della politica: l’addio di Conte, con pianto del portavoce Casalino, applausi dalle finestre nel cortile interno di Palazzo Chigi e il contestuale ingresso dopo il giuramento di Draghi e dei suoi nuovi Ministri. Il cambio dell’inquilino dell’antico Palazzo che fu della famiglia di Alessandro VII ha avuto questo effetto sui giornali e in tv: molto rumore per chi esce (coi delusi 5stelle, le donne del Pd molto arrabbiate, i leghisti sovranisti abbacchiati), pochissimi fronzoli e grande silenzio per chi entra. Le penne più sbarazzine hanno identificato il look nero dei tecnici e il silenzio esplicitamente invocato dal neo premier con qualcosa di sobrio, severo, in genere preoccupato. Si esce dal Carnevale, si entra in Quaresima. Almeno sul piano dell’immagine. Conte scrive il suo addio sui social, Draghi non li frequenta, come Giorgetti.

LE PRIME PAGINE

Se non proprio Horror (copyright Di Battista), dunque Governo sobrio, serio, con pochissime concessioni all’immagine. Ecco i titoli. “Draghi ha un obiettivo”, dice Avvenire. Mentre il Corriere piazza l’indigesto vocabolo “dovere”: “Draghi: ora l’unità è un dovere”. Il Fatto continua a sognare, dando più spazio al Conte uscente: “Conte lascia a Draghi e prepara il ritorno”. Il Giornale sceglie la divulgazione: “Cosa farà Draghi”. Il Quotidiano Nazionale fa un titolo da dopoguerra: “Draghi ai suoi: ora risolleviamo l’Italia”. Simile Il Messaggero: “Mettiamo in sicurezza il Paese”. Repubblica usa un virgolettato ma Draghi non ha concesso interviste: “Così ricostruiremo l’Italia”, implicando sempre una grande emergenza. Libero va su Brunetta: “Ministro di alto profilo”. La Verità si concentra su un retroscena: “Le manovre di Mattarella per il bis”. Di solito il giorno dopo il giuramento si festeggia in lungo e in largo: pezzi sulle battute, com’erano vestiti i Ministri, chi li accompagnava, la moglie, il marito, Bossi nel salone del Quirinale imbucato come un parente al primo governo Berlusconi 1994... Questa volta l’effetto COVID ha aumentato la sensazione della fine di un mondo. Governo noioso fin dal primo istante. Severo. Senza neanche quei tecnici alla Veltroni, alla Leopolda, alla Casalino. Come se avessero detto a tutti i blogger, social, giornalisti, cameramen: andate a casa dalle vostre famiglie. Circo chiuso.

I COMMENTI

E infatti i commenti sono calibrati su questa atmosfera. Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera:

«Diciamo la verità: quando l'altra sera abbiamo sentito la lista dei ministri, e quando ieri li abbiamo visti sfilare nel rito del giuramento, accanto al sentimento prevalente di fiducia con cui l'opinione pubblica ha seguito la nascita del governo Draghi si è percepita anche una punta di delusione. Tecnici senz' altro preparati, ma il cui nome non sempre «suona», la cui sintonia con i cittadini è tutta da costruire; e poi molti politici, i confermati e i «revenants», tra cui non tutti avevano lasciato ricordi meravigliosi. Ma alla fine anche questo governo non sarà giudicato dai nomi, bensì dai fatti. (…) Non soltanto sarà complicato tenere insieme dem e leghisti sui migranti, grillini e berlusconiani sui magistrati. La navigazione presenterà altre incognite. L'importante è affrontarle consapevoli di quanto sia grave la situazione, di quanto stiano soffrendo gli italiani, di quanto abbiano necessità di provvedimenti concreti e anche di uno spirito di speranza. Alla fine, questa esperienza potrebbe rivelarsi un'opportunità non solo per l'economia ma anche per i partiti; ad esempio se facilitasse la nascita di una destra europea di governo, con buona pace degli assenti. In sintesi: il ceto politico questo è; la soluzione Draghi resta la migliore possibile; adesso si tratta di partire, sperabilmente con le forze della maggioranza che remano tutte nella stessa direzione, e gli osservatori chiamati a fare la loro parte; che consiste anche nel non perdere lo spirito critico.»

Gad Lerner sul Fatto contesta che non è poi così chiaro questo programma di Governo (per Repubblica in cinque punti):

«Orbene, non discuto la correttezza della procedura costituzionale secondo cui il programma di governo va illustrato davanti al Parlamento. Né oso mettere in dubbio l'autorevolezza del premier cui tutti rendono omaggio. Voglio sperare che nel corso delle consultazioni i rappresentanti di partito ne abbiano saputo di più; anche se le cronache riferivano di un Draghi taciturno, propenso ad ascoltare e prendere appunti piuttosto che a scoprire le carte. Resta il dubbio che anche loro gli abbiano dato fiducia a scatola chiusa».

Alessandro Sallusti sul Giornale nota che chi veramente ha dato molto per il Governo Draghi, finora ha ricevuto molto poco in cambio:

«La foto di gruppo del governo Draghi dice tanto, ma non tutto. Mancano i quattro protagonisti della svolta che ha permesso al presidente Mattarella di portare la nave in porto. Questo governo è stato infatti fortemente voluto da quattro politici che ieri sono rimasti dietro le quinte, e mi riferisco a Silvio Berlusconi, che per primo l'ha cercato, a Matteo Renzi, che con le sue acrobazie l'ha innescato, a Matteo Salvini, che in extremis l'ha agevolato, e a Beppe Grillo, che con pratiche spericolate ha disinnescato la mina Cinque Stelle pronta ad esplodere. Il paradosso è che nessuno dei quattro leader è stato adeguatamente ricompensato. »

GRILLINI E DONNE DEL PD SULLE BARRICATE

Molto serie le critiche nel mondo grillino, che contesta le decisioni pur condivise dalla votazione di Rousseau. Matteo Pucciarelli ne fa una sintesi su Repubblica:  

«La sequela di contestazioni alla linea è lunga. Per Barbara Lezzi il voto su Rousseau va rifatto, quel quesito non ha trovato riscontro nella formazione dell'esecutivo, le dà manforte la collega Bianca Laura Granato, «era fuorviante, una presa in giro!». Uno della vecchia guardia come Nicola Morra affida i propri pensieri a Facebook: «Non posso accettare di poter avere fiducia in un governo che mi sembra essere Jurassic Park , con il recupero di mostri che hanno popolato il passato. Il M5S deve tornare ad essere una forza a difesa dei valori per cui è nato. Altrimenti sfiorirà». Il romano Emanuele Dessì, fedelissimo contiano, adesso dice basta, «qui è una questione di coscienza ragazzi, quando è troppo è troppo». Come detto, sui territori non va meglio. Un moderato del Movimento come Dario Violi, consigliere in Lombardia, si infervora: «Ora basta stare zitti, non ce la faccio a farmi insultare per strada, ma si può sapere chi cavolo è che prende le decisioni qui?». Domanda retorica, lo sanno tutti: in quattro o cinque a Roma, il resto esegue, la "democrazia diretta" è un orpello. Al sud, dove il M5S prese una montagna di voti, non va meglio visto lo sbilanciamento verso nord dell'esecutivo. Il deputato Giuseppe D'Ambrosio da Andria lascia: «Il vicolo cieco in cui ci siamo cacciati ormai è diventato evidente a tutti». Anche lui come Alessandro Di Battista parla della fine di una storia d'amore. Quanti saranno mercoledì e giovedì a porsi realmente fuori dal M5S? I più pessimisti dicono 40 parlamentari, altri pensano al massimo 20. Grillo dice che è ora di decidersi una volta per tutte. Ma a che prezzo». 

Donne del Pd in rivolta perché non ci sono Ministre democratiche nell’esecutivo. Interviene Rosy Bindi su La Stampa, leader e ministra a suo tempo oggetto di body shaming e di maschilismo:

«Mi dispiace molto, ora immagino che ci sarà un bilanciamento con i viceministri e i sottosegretari nell'affidamento delle deleghe, ma è chiaro che è una grande ferita. Considerando che le forze che hanno dato vita al Pd sono quelle che tradizionalmente si sono battute per la parità, è chiaro che l'assenza di donne stride molto». Come la spiega? «Un po' di responsabilità ce l'hanno anche le donne, un po' di più di solidarietà femminile non guasterebbe». A che cosa si riferisce? «Gli uomini sanno costruire catene di solidarietà maschile, le donne non hanno ancora imparato a farlo, non hanno imparato a difendersi e a promuoversi reciprocamente. Questo è un governo del presidente. I partiti hanno di sicuro segnalato nomi e li avranno indicati anche nel rispetto delle componenti e correnti interne». E le donne non guidano nessuna corrente. «Le donne se vogliono contare devono decidersi a assumere dei ruoli politici dentro il Pd. Ce ne sono molte brave, capaci ma prive di una soggettività politica autonoma, troppo spesso gregarie dei capicorrente uomini». 

RETROSCENA E COMPLOTTI

Sul Fatto Massimo Fini parla di un catto-complotto contro Conte e che avrebbe favorito Draghi, ma non è chiarissimo il ragionamento. Per di più rivolto al suo direttore Travaglio, anche lui cattolico, come ricorda lo stesso Fini. Mah… Invece su La Verità Maurizio Belpietro insinua che in realtà Mattarella abbia messo nei guai proprio Draghi. E affronta il tema rinnovo della Presidenza della Repubblica a gennaio 2022.  

«Sarà, ma a me sembra che il nuovo esecutivo nasca con figure al di sotto delle aspettative e rischi di danneggiare la stessa immagine di chi è stato scelto per guidarlo. In pratica, dopo aver visto la lista dei ministri e aver scoperto che molte erano le riconferme, mi è tornato in mente il sospetto che mi è stato confidato giorni fa e ho cominciato a chiedermi se tutto non sia stato studiato con dovizia per complicare la vita proprio a Draghi, rendendolo un po' più debole e un po' meno «quirinabile». In effetti, averlo spedito a Palazzo Chigi, a un anno esatto dalla scadenza del mandato di Mattarella, rende l'ex governatore poco spendibile per il Colle. Come si fa infatti a farlo capo dello Stato se poi rimane vuota la casella di capo del governo e per di più nel momento in cui c'è da gestire i soldi del Recovery plan? Va bene che l'uomo è descritto come dotato di superpoteri, ma neppure a Superman riuscirebbe l'impresa di saltare da un palazzo all'altro senza rischiare. Dunque? Ecco qui che si fa largo l'ipotesi dell'importante politico: e se Mattarella puntasse al bis per non essere da meno di Giorgio Napolitano?»

Ma questo benedett’uomo di Draghi non dice davvero nulla? Francesco Verderami sul Corriere della Sera racconta quasi laconico il suo esordio a Palazzo: 

«Restituire fiducia al Paese» è l'obiettivo del gabinetto che presiede, e che sarà chiamato ad affrontare le emergenze del presente come le pendenze del recente passato, così da mettere «in sicurezza l'Italia» e «costruire le basi per il suo futuro», con una visione «ambientalista e digitale». Per riuscire nella missione ha chiesto ai ministri uno sforzo collettivo: «L'unità non è un'opzione, è un dovere. Veniamo da culture politiche diverse, da esperienze professionali diverse. Le differenze devono essere elemento di ricchezza e devono servire per affrontare insieme questo disastro, che ha provocato una grave crisi sanitaria, economica, sociale culturale, educativa. Migliaia di morti, la sofferenza dei lavoratori e delle aziende, la perdita di due anni di scuola per i ragazzi». Un'introduzione breve, per una riunione durata appena mezz' ora. Poi un saluto e l'appuntamento per mercoledì al Senato, dove Draghi si presenterà per la fiducia. (…) I partiti della coalizione si dispongono a dare il loro contributo, e ieri alcuni leader hanno avuto contatti con il premier, dicendosi pronti a intervenire. Sono questi i nodi su cui Draghi è concentrato, non certo la comunicazione. Quando alla riunione di governo è stato sollevato il tema, è intervenuto dando un primo segno della novità: «Noi comunichiamo quello che facciamo. Non abbiamo fatto ancora niente e non comunichiamo niente».

Tommaso Ciriaco su Repubblica non la vede molto diversa:

«Draghi indica alcuni dei ministri politici con più esperienza come punti di riferimento. Non c'è ebrezza, comunque. E neanche euforia. È passata un'era. Non ci saranno dirette Facebook e neanche videomessaggi. Comunicazione minima, essenziale. «Serve sobrietà nella comunicazione». Niente interviste finché non avremo illustrato in Parlamento le cose da fare, è la linea chiesta dal premier ai suoi ministri, «non c'è nulla da raccontare o da comunicare perché il programma di governo non è stato ancora scritto», parliamo solo dopo la fiducia e soltanto di quello che siamo riusciti a fare. È una regola su cui altri predecessori hanno fallito, inesorabilmente. Un'altra sfida, per l'ex numero uno della Bce.»

Sì, chiudete il circo. Meglio.