Edizione speciale. Governo Draghi

Un cambiamento radicale. No al sovranismo populista

EDIZIONE SPECIALE

Edizione speciale de La Versione questa mattina per raccontare i commenti della stampa al “Governo dei Presidenti” (titolo di Avvenire). Quella di Draghi è una squadra folta di competenze ma nel rispetto dell’equilibrio dei tanti partiti che dovranno dare il loro voto. Governo tecnico-politico che ha una forte continuità in ruoli chiave: Interni con la Lamorgese, Esteri con Di Maio, Sanità con Speranza. Ma allo stesso tempo grande innovazione in materia economica e strutturale del Paese. Con due Ministeri che ricordano l’ambizione programmatica del Centro sinistra: l’innovazione tecnologica digitale con uno dei migliori manager italiani, Colao, e la Transizione Ecologica con Cingolani, uno stimato studioso di Fisica capace di organizzare con efficienza. Ma andiamo con ordine.

LE PRIME PAGINE

La chiave della giornata è che il Governo Horror (copyright Di Battista) parte con molti fischi dalle curve dei tifosi. La quasi unanimità parlamentare non si rispecchia nei commenti della stampa italiana. Anche perché Draghi non concede nulla. Non un’indiscrezione il giorno e le ore prima, non uno spunto per le migliaia di interventi in rete e le centinaia di ore di inutili dirette tv. Prima rivoluzione copernicana. Altro che Conte Ter. Casalino, dove sei? Così Il Fatto dell’affranto Marco Travaglio torna sull’Aventino, dopo due fasi di appoggio ai governi, col titolone: “Tutto qui?”. Come una partner insoddisfatta. Dall’altra parte dello schieramento editoriale, sul populismo di destra critiche molto simili da Libero (“E sarebbero questi i migliori?”) e dal Tempo (“Non è un Governo da Draghi”), con La Verità che pure aveva incalzato la Meloni perché entrasse nel Governo che sceglie: “Il Draghi uno sembra il Conte ter”. Oggettivi e benevoli i giornali meno schierati: “Task force Draghi” per Repubblica, un classico “Ecco la squadra” del Corriere, entusiasta La Stampa “Crepi il lupo”. E felice Il Giornale: “Fine dei dilettanti”. Per il Messaggero è “Un governo per la ripartenza”, e per il Quotidiano Nazionale “Un governo di responsabilità nazionale”. Il Manifesto diverte sempre: “Dragstore”, gioco di parole per dire che il nuovo Presidente del Consiglio “vende” di tutto… L’impressione è che ci troviamo di fronte ad un vero terremoto senza precedenti nella storia politica del nostro Paese. Forse l’unico paragone possibile è quello coi Governi Andreotti 1976-1979. Come sempre, l’Italia è un laboratorio cruciale di strategia politica. Fummo i primi (vi ricordate l’entusiasmo di Bannon per il governo giallo-verde?) a varare un governo completamente populista solo due anni fa. Oggi siamo i primi nel mondo a cercare una strada di riforme, rilancio e innovazione POST populista. Guidati dal più autorevole “civil servant” che l’Italia abbia dato al mondo negli ultimi anni. La cartina di tornasole di questo notevole cambiamento di paradigma è rappresentata dai tanti malcontenti che suscita: soprattutto nella pancia dei due partiti maggiori populisti, come Lega e 5Stelle.

I COMMENTI

Marco Tarquinio su Avvenire: «Un ritorno al senso (costituzionale e civile) del limite. E già questo è un incredibile progresso, che dopo la stagione de 'pieni poteri' invocati o evocati gli uni contro gli altri potrebbe favorire - è una lancinante urgenza democratica - un'evoluzione finalmente positiva del legittimo e necessario confronto tra proposte politiche anche seriamente alternative. È nato, così, il governo giallo-rosso-verdeazzurro. E neanche il più ottimista degli analisti all'inizio di questa storia avrebbe firmato la previsione di un grande abbraccio finale in nome del prioritario interesse nazionale ed europeo».

Antonio Polito sul Corriere della Sera: «Nel governo Draghi ha inserito figure di primissimo piano. Due per tutti: Vittorio Colao, supermanager il cui aiuto era stato prima sollecitato e poi messo da parte dal precedente premier. L'altro è Roberto Cingolani, lo scienziato oggi più avanti in Italia sul fronte dell'innovazione . La nomina di un ex Ragioniere dello Stato come Daniele Franco al Tesoro, dell'ex presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia alla Giustizia, del professor Giovannini alle Infrastrutture, integrano un team «tecnico» di alto livello. La scelta come sottosegretario alla presidenza di Roberto Garofoli, il «civil servant» che fu praticamente «cacciato» dal primo governo Conte, ha una valenza simbolica, oltre che un'alta affidabilità tecnica (…) I partiti sono rappresentati, e non in piccolo numero: tre ciascuno. Rientrano gli esponenti di Forza Italia con Brunetta e quelli della Lega guidati da Giancarlo Giorgetti, uno dei maggiori architetti della soluzione di «unità nazionale»; a fianco di Franceschini, il Pd manda al Lavoro il suo vice-segretario Orlando. I Cinquestelle, partito di maggioranza relativa, di ministri ne hanno quattro, premiando la corrente «di governo» con Di Maio e Patuanelli. La continuità con il Conte II è nella conferma di Speranza alla Salute e Lamorgese all'Interno. (…) Il governo Draghi rappresenta, anche per chi è rimasto fuori come Giorgia Meloni, l'apertura di una nuova fase «costituente». Le forze politiche hanno capito che la loro gara riparte daccapo, come quando nei circuiti di Formula Uno, dopo un incidente, entra la «safety car». Sanno che per un periodo di tempo che speriamo sufficiente, gli aspetti più deleteri della lotta politica vanno sospesi; per conquistarsi di fronte al Paese, risolvendo i problemi di oggi, le credenziali per governare domani, quando si tornerà alle elezioni e ai governi «politici». L'interesse nazionale, almeno per un po', dovrà essere interesse di tutti».

Marco Travaglio sul Fatto: «Mentre il Premier Incaricato, Sempre Sia Lodato, leggeva la lista del Governo dei Migliori con i Ministri di Alto Profilo, il primo pensiero andava a Cirino Pomicino: per reclutare una ciurma del genere, bastava e avanzava lui, senza scomodare Draghi. Il secondo pensiero era per i poveri 5Stelle e soprattutto per i loro elettori, gabbati da Grillo gabbato da Draghi, passati da partito di maggioranza relativa a partito e basta, con tanti ministri (peraltro inutili come gli Esteri o minori come gli altri) quanti il Pd (che ha metà dei loro seggi e 3 dicasteri più un tecnico d'area) e uno in più della Lega (metà dei loro seggi) e di FI (un quarto). Notevole anche l'ideona di inventare il super-ministero della Transizione Ecologica, già diventato mini perché gli manca il Mise, e regalarlo al renzian-leopoldiano Cingolani. Il terzo pensiero era per Previti e Dell'Utri: perché escluderli?»

Ugo Magri su La Stampa: «A Sergio Mattarella è riuscita un'impresa ai limiti dell'impensabile: mettere insieme un governo di persone stimate e rispettabili, con un tasso di competenza del tutto inusuale, guidato dall'unico vero fuoriclasse che all'estero ci viene riconosciuto, e con il sostegno dell'intero Parlamento (tranne i Fratelli d'Italia, che però non vedono l'ora di dare anche loro una mano). Per trovare un altro governo così largamente supportato bisogna risalire addirittura alla «solidarietà nazionale», quarto governo Andreotti, in piena emergenza terrorismo».

Maurizio Belpietro su La Verità: «Quando la scorsa settimana annunciò il fallimento della mediazione affidata al presidente della Camera, anticipando di avere intenzione di tentare la formazione di un governo istituzionale che evitasse lo scioglimento della legislatura, il presidente della Repubblica parlò di un esecutivo composto da figure di alto profilo. E dove è possibile rintracciare questo alto profilo se Luigi Di Maio rimane ministro degli Esteri? Davvero è pensabile che in Italia, dal punto di vista culturale, non ci fosse nessuno meglio di Dario Franceschini? E che dire del ministro che ha debellato il coronavirus, ma solo a parole, scrivendo un libro che è stato costretto a ritirare a seguito della seconda ondata dell'epidemia? Spiace dirlo, ma rivedere le stesse facce che hanno fallito e hanno dato pessima prova nei mesi precedenti non è di alcuna rassicurazione, nonostante l'autorevolezza del presidente del Consiglio».

RETROSCENA E MALDIPANCIA

Impazzano sui giornali le figurine Panini dei nuovi Ministri. Quelle paginate di profili con foto e bio, che una volta venivano ritagliate e appese in redazione (quando non c’era Google). Divertenti e istruttive soprattutto sui tanti tecnici meno conosciuti, spesso un po’ troppo laudative. Il Ministro della Transizione Ecologica, per dire, Cingolani, risultava già nominato su Wikipedia prima ancora che Draghi leggesse la lista al Quirinale: scherzi dell’autopromozione digitale. Avremo tempo di conoscere i nuovi capi dei dicasteri. Una chiave però molto interessante la fornisce Repubblica che con Tommaso Ciriaco ci spiega che sì Mattarella e Draghi, come da Costituzione, hanno scelto i politici rispettando una quota partitica, ma attraverso il filtro del NON POPULISMO: «La scelta dei ministri sembra quasi scientifica: dentro gli europeisti, fuori i sovranisti. Spazio alla Lega di Giancarlo Giorgetti, tantissime risorse da gestire. Dentro anche un giorgettiano di ferro come Massimo Garavaglia. Ed Erika Stefani, più vicina a Luca Zaia. Il leader caduto al Papeete non gradisce, non può gradire che decidano altri in casa sua. In tv plaude ai ministeri ottenuti dal Carroccio, ma punzecchia: «Lamorgese e Speranza? Cambino marcia o avranno bisogno di aiuto». E i salviniani restano a bocca asciutta anche dentro Forza Italia. Trionfano, invece, gli unici che al leghista si erano opposti: Renato Brunetta, Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna. Sono gli stessi che non hanno sostenuto il "Conte ter", pur chiedendo larghe intese. E che hanno aperto il varco al nuovo esecutivo. Dietro, neanche in penombra, si staglia il profilo di Gianni Letta. Sembra la fotografia di un centrodestra europeo, incardinato nel Ppe. Sempre che Salvini non strappi il filo invisibile di Draghi».

Sulla stessa linea di ragionamento il retroscena di Francesco Verderami sul Corriere: «La fiducia arriverà, ovviamente, e sarà una sorta di fiducia ad personam . D'altronde l'immagine di Draghi copre il resto del Consiglio dei ministri. E il tratto di continuità della sua squadra rispetto al precedente esecutivo, non nasconde in ogni caso l'evidente segno di cesura rispetto al precedente presidente del Consiglio. La presenza di Colao nel governo - per di più in uno dei ruoli che Draghi considera «cruciali» - è un post it per Conte, che adoperò strumentalmente il manager nella commissione chiamata a supporto del vecchio governo, e che poi venne messo alla porta senza tante formalità dall'ormai ex presidente del Consiglio. Dietro il cambio a Palazzo Chigi si è combattuto un sordo scontro di potere da parte di chi ha cercato di resistere fino all'ultimo. La differenza con il recente passato si vedrà presto, per esempio dal meccanismo di gestione della crisi sanitaria e da chi sarà chiamato a investire le risorse per contrastare la pandemia. (…) Cartabia, è stata scelta come Guardasigilli, significa che il governo ha l'ambizione di sanare le ferite di un ordine - quello della magistratura - che è in crisi forse più del potere politico. Ed è lì che ogni partito deve fare i conti con l'avvento di Draghi e con le sue decisioni. Nemmeno letta la lista dei ministri, la larga maggioranza è alle prese con un violento stress test. L'ala movimentista (e quasi scissionista) dei Cinque Stelle accusa i governisti (e Grillo) di non aver ottenuto il dicastero della Transizione ecologica, senza ovviamente curarsi della Farnesina lasciata a Di Maio. Nel Pd le donne sono in rivolta e costringono il segretario Zingaretti a prendere posizione perché «il loro impegno non ha trovato rappresentanza» nella delegazione dem. Ma è soprattutto nel centrodestra che scoppia il putiferio. Salvini sembra stretto nella morsa. Per un verso la Meloni ha già iniziato a metterlo sotto pressione, puntando l'indice contro un governo «ostaggio della sinistra» e avvertendolo che il dicastero del Lavoro è stato affidato «a un esponente del Pd». Per l'altro deve gestire la presenza di Giorgetti nell'esecutivo, al punto da essere costretto a ricordare che nel Carroccio «l'ultima parola è la mia». Eppoi c'è Forza Italia, con Berlusconi che deve farsi carico dell'insurrezione di un pezzo del suo partito, rimasto escluso dal governo: perché la scelta dei ministri azzurri coincide con la linea di frattura che attraversa Forza Italia. »