Essere Mario Draghi

Primo Consiglio dei Ministri sui nuovi divieti. Preparato di domenica. Le Regioni sperano, i vaccini mancano. Gentiloni beatifica il nuovo Premier

Il Lunedì è già cominciato ieri sera. Partiti e Presidenti di Regioni lo hanno capito, bisognerà abituarsi ai ritmi lavorativi di Mario Draghi e al suo metodo. Una domenica in cui si è allestito il primo Consiglio dei Ministri sull’emergenza virus, che si tiene stamattina. I giornali annunciano possibili misure. Aspettiamo di conoscerle davvero, per parlarne. Una cosa è certa: questa volta per intervenire non si è arrivati alla mezzanotte del giorno di scadenza del precedente decreto. Nel frattempo la mancanza dei vaccini preoccupa, a fronte di un piano finalmente capillare per la loro distribuzione. È chiaro che c’è un aspetto europeo e di trattative con le case farmaceutiche che è il primo impegno per Draghi. Per il resto dibattito politico sempre durissimo nei 5Stelle, fra espulsioni e nuovo Direttorio, grande solidarietà alla Meloni per gli insulti ricevuti da tutto l’arco parlamentare.

LE PRIME PAGINE

Nei titoli quasi tutti puntano ancora sull’emergenza COVID. Il Corriere della Sera va sul didascalico: Ristori e divieti: le regole di Draghi. Mentre Repubblica usa la stessa parola, divieti, ma per prevedere che dureranno: Divieti fino a primavera. Il Messaggero cerca di dare una prospettiva: «Chiusure per riaprire a Pasqua». Quotidiano Nazionale vede più di un mese di restrizioni: Spostamenti vietati fino al 27 marzo. Per Libero: Draghi ha un nemico: il virus. Mentre La Verità insiste sui vaccini: CASERME, PARCHEGGI, FABBRICHE TUTTO PRONTO, MENO CHE I VACCINI. Due interviste in apertura per La Stampa che punta sul nostro commissario europeo: Gentiloni: «Con Draghi rinasce l’Italia». E per Il Fatto che interpella l’ex Ministro Bonafede:«Rifondare il M5S con Conte Draghi, fiducia non in bianco». Mentre Il Giornale mette in apertura la polemica sugli insulti a Giorgia Meloni, che ha ricevuto la solidarietà di Mattarella e una telefonata di Draghi: Via i prof che odiano. Due titoli di prima pagina da notare, che parlano del nostro Mezzogiorno. Il Sole 24 Ore: Sos giovani: Italia ultima in Europa, deserto al Sud. Mentre il Domani sceglie un tema molto presente nelle ultime settimane ma solo nelle cronache giudiziarie e nelle notizie degli arresti: L’eterna lotta tra Stato e ‘ndrangheta. Che il governo Draghi cambi le cose anche nel contrasto a questa particolare criminalità? Obiettivo ambizioso.

VACCINI E NUOVI DIVIETI

L’emergenza principale riguarda sempre i vaccini. Oggi dopo una serie di incontri nella giornata di domenica, si dovrebbe arrivare al punto di caduta delle nuove misure e dei nuovi divieti. Marco Galluzzo sul Corriere spiega sempre il piano vaccini:

«Mario Draghi ieri è stato tutto il giorno al lavoro a Palazzo Chigi. Alle prese con i dossier più urgenti, dalla proroga del congelamento di avvisi fiscali e cartelle esattoriali alle misure del prossimo decreto Ristori, che è in lavorazione al Mef e che potrebbe vedere la luce anche prima del fine settimana. Ma è soprattutto sui vaccini che è concentrata l'attenzione del premier: sia sul fronte di una distribuzione più rapida e capillare sia su quello di un approvvigionamento più ampio. E su questo punto sono in corso contatti con la Commissione europea per verificare la fattibilità di una produzione autonoma nel Vecchio continente, magari anche costruendo delle sinergie industriali fra diversi Paesi della Ue. In sostanza dividere la produzione di un vaccino già autorizzato in più stabilimenti, ognuno in grado di concorrere al prodotto finale. Un obiettivo che potrebbe essere a portata di mano nel giro di un paio di mesi e sul quale il capo del governo si sta spendendo in prima persona. Un lavoro che avrà certamente una tappa di rilievo nel prossimo Consiglio europeo informale di giovedì e venerdì prossimi. Sta emergendo a Palazzo Chigi il metodo Draghi, quel particolare approccio al lavoro per il quale l'ex governatore della Bce è conosciuto: Draghi chiama i ministri, li mette in contatto fra loro, individua un obiettivo, ma non sempre partecipa poi alla riunione. Segue il lavoro a distanza, come nel caso di ieri con l'incontro fra le Regioni e il governo, in cui erano presenti solo il ministro della Salute Roberto Speranza e Mariastella Gelmini, titolare degli Affari regionali».

Se i vaccini ci fossero, ci sono idee più chiare ed efficienti su come usarli. Anche nelle grandi stazioni, ad esempio, e c’è l’accordo coi medici di famiglia. Lorenzo Salvia sempre sul Corriere:

«La lista è lunga. Ma tra le stazioni arruolate per la vaccinazione di massa contro il Covid ci dovrebbero essere due luoghi importanti non solo per il numero delle somministrazioni possibili ma anche dal punto di vista simbolico. A Roma la Stazione Termini, con i tamponi sotto la cosiddetta pensilina del Dinosauro e le vaccinazioni vere e proprie nell'area parcheggio di piazzale dei Cinquecento. A Milano in Stazione Centrale, con uno schema simile ma ancora da definire. Il tutto sotto l'egida di Rete ferroviaria italiana, Ferrovie dello Stato e Croce Rossa. (…) Ma una grossa mano arriverà dai medici di famiglia. Dopo vari annunci e una lunga gestazione, ieri è stato finalmente siglato l'accordo che consente loro di vaccinare, anche a domicilio. Dovrebbero essere in tutto 35 mila. «Questo ci permette di rendere più forte la nostra campagna» dice il ministro della Salute Roberto Speranza. Ma per il momento il nodo resta sempre la disponibilità di dosi che, salvo nuove sorprese, a fine marzo dovrebbero comunque raggiungere quota 13 milioni. Pfizer e Moderna saranno usati per completare l'immunizzazione del personale medico e andare avanti con le persone che hanno più di 80 anni. Si può accelerare con AstraZeneca che, sebbene con nuovi tagli, ha da poco cominciato a consegnare. Il fatto che, da protocollo del ministero, il richiamo debba essere fatto almeno dopo dodici settimane consente di coinvolgere più persone. »

Fra i Presidenti di Regione ci sono diverse personalità “pragmatiche”, amministratori nel senso migliore. La pandemia, in questo senso, ha messo in luce le doti di Zaia in Veneto e di Bonaccini in Emilia-Romagna. In tanti mesi di pandemia quanti di noi avrebbero voluto essere cittadini assistiti dal sistema sanitario di queste due regioni? Oggi al Corriere parla Bonaccini che, lo abbiamo visto negli ultimi due giorni di Versione, ha insistito per un confronto col Governo, anche nel fine settimana. Fra le righe due cose importanti: 1. la scuola, con le varianti e i minori super diffusori torna nel mirino 2. Il CTS, i virologi, potrebbero avere un portavoce unico, sul modello di Fauci in Usa.

«Con il nuovo Dpcm bisogna cambiare il sistema dei colori e inasprire le regole, anche fino a un nuovo lockdown? «Le persone sono esauste. Il continuo entrare e uscire da zone colorate, senza che si riesca a piegare la curva in maniera strutturale, non aiuta. Ci sono attività economiche che non sanno cosa accadrà il giorno dopo, altre chiuse da troppi mesi. Occorre cambiare schema. Al governo chiediamo un confronto sulla revisione dei parametri e delle misure, per dare maggiori certezze a cittadini e imprese e rendere più efficace l'azione di contrasto al virus». Pensa ancora a una zona arancione per tutta l'Italia? «Qualcuno ha interpretato la mia proposta come l'estensione della zona arancione a tutto il Paese. Non è così, dobbiamo evitare che dopo l'anno dell'unità e della solidarietà, segua l'anno della rabbia sociale e della frustrazione. Chiediamo al Cts indicazioni più chiare e al governo di riconsiderare l'impianto dei provvedimenti». Fino a quando sarà prorogato lo stop agli spostamenti, che scade il 25 febbraio? «Valuteremo insieme al governo, sentendo il parere di Iss e Cts. La pandemia non è finita e serve attenzione». Sullo sci Draghi si è mosso in sintonia con Speranza. Contesterete la linea del rigore? E chiederete di cambiare il Cts? «Draghi ha convocato il Cdm e sembra andare verso un portavoce unico del Comitato tecnico-scientifico, credo sia la strada giusta. In ogni caso noi proponiamo una tempistica diversa per esame dei dati, ordinanze, decorrenze. Non deve più succedere che si prendano decisioni all'ultimo minuto». Tra i presidenti delle Regioni c'è chi spinge per rimandare a casa gli studenti, come ha fatto la Puglia. Ma è saggio tenere i ristoranti aperti e le scuole chiuse? «Eviterei di mettere in contrapposizione esigenze primarie come istruzione e lavoro, ma eviterei anche scontri ideologici. Ci servono numeri aggiornati sull'impatto delle nuove varianti e poi valuteremo come rendere compatibile la lotta all'epidemia con le attività essenziali».

LA GEOPOLITICA E LO STILE DI DRAGHI

Doppia paginata di intervista del direttore de La Stampa Massimo Giannini a Paolo Gentiloni, Commissario europeo per l’Economia, ex presidente del Consiglio, esponente del Partito democratico. Gentiloni promuove Draghi a pieni voti e spiega, dal punto di vista di Bruxelles, la grande opportunità economica e geo politica del nuovo esecutivo.  

«… L’effetto Draghi conta molto. E l’azione del suo governo, che va esattamente in questa direzione (le riforme strutturali ndr), è fondamentale perché ricrea fiducia nel Paese e aiuta a superare le eventuali resistenze degli altri Stati membri sui meccanismi di riforma del Patto. Questo è un fattore importantissimo a Bruxelles, ma se mi permette lo è anche a Roma. Non vi fidavate più del governo Conte? Il governo Draghi è fortemente atlantista ed europeista, dentro una Ue rafforzata… Vuol dire che quello di prima non lo era? Lo era. Diciamo che con il governo ancora precedente avevamo avuto alcune gravi sbandate. Dopo l’insediamento di Draghi e il suo discorso programmatico, il nuovo governo ha ora le carte in regola non solo per farsi accettare, ma anche per farsi valere in Europa. È una differenza notevole»

Sempre sul quotidiano tornese Massimo Panarari analizza il profilo comunicativo del nuovo presidente del Consiglio:

«Una comunicazione per sottrazione, nella quale la discrezione e il riserbo - caratteristici dell'approccio alla governance delle istituzioni di regolazione dell'economia globale -, si sposano con il «discernimento», fondamento del modello educativo gesuitico (appreso da Draghi durante la formazione giovanile). Un «codice comunicativo» (che l'ex presidente della Bce vuole estendere ai suoi ministri) profondamente differente da quello degli inquilini precedenti di palazzo Chigi, da Matteo Renzi a Conte, passando (seppure in misura minore) per Paolo Gentiloni. Altrettanti governi nei quali, all'insegna di caratteristiche differenti, i registi delle macchine comunicative (in due casi su tre un campione del settore, Filippo Sensi) immettevano abbondanti dosi di spin, storytelling e politica pop nei flussi di informazioni in uscita, prodigandosi per orientare il newsmaking. E si tratta di quel format della comunicazione politica postmoderna che si ripropone dalla Parigi di Emmanuel Macron alla Londra di Boris Johnson, fino alla squadra tutta al femminile che cura l'immagine di Joe Biden, messo sotto taluni aspetti soltanto in standby dalla pandemia. Una comunicazione postpolitica (ed emozionale) da cui ha preso sostanzialmente le distanze solo Angela Merkel, che ha fatto spesso ricorso a dei "silenzi comunicativamente eloquenti", utilizzandoli come formula prudenziale (e negoziale) per tenersi alla larga dalle issues divisive. (…) Anche se, nondimeno, non va trascurato un rischio. L'allergia al sensazionalismo, alla cacofonia e alle derive della digital propaganda, infatti, non può tradursi in silenzio (ovvero blackout comunicativo). Perché in politica e in comunicazione il vuoto non esiste, e qualcuno potrebbe riempirlo mediante la misinformation o incrementando il tasso di incivility in rete..»

CASO MELONI/GOZZINI

A proposito di “incivility” Il Giornale dedica il fondo, oltre al titolo di apertura, al caso degli insulti a Giorgia Meloni da parte del professor Giovanni Gozzini, docente a Siena (figlio del parlamentare che per primo firmò la giusta legge di clemenza per gli accusati di terrorismo). Insulti che hanno provocato le critiche di tutti. Il Quirinale è ufficialmente intervenuto. Luigi Mascheroni scrive oggi:

«Il caso di Giovanni Gozzini, docente all'Università di Siena che in una trasmissione radiofonica ha insultato Giorgia Meloni con violenza e sarcasmo, occupa da ore la politica, i giornali e i social. Apprezziamo, e molto, il fatto che per una volta l'intero arco parlamentare, sulla scia del portavoce del presidente Sergio Mattarella, abbia espresso solidarietà alla collega di Fratelli d'Italia. E mentre aspettiamo di capire che provvedimenti prenderà il preside dell'Ateneo nei confronti del professore, la visione del video - già rimosso dalla Rete - ci suggerisce due riflessioni. La prima. L'atteggiamento di Gozzini non è solo da condannare perché oltraggioso. Ma perché molto pericoloso nelle sue possibili conseguenze. Il punto non sono le offese zoomorfe, pesanti, e che non staremo a ripetere. Ma la scientificità raggelante, quasi una lezione universitaria, con cui il professore a un certo punto spiega che Giorgia Meloni non ha mai letto un libro in vita sua.(…)  La seconda riflessione è più malinconica. E riguarda il comportamento dell'altro ospite della trasmissione: Giorgio van Straten, scrittore, traduttore, da poco presidente della peraltro prestigiosa Fondazione Alinari di Firenze. Accanto a Gozzini ha riso compiaciuto, ha annuito, fatto a gara cercando di trovare le parole più offensive. Esempio perfetto dell'intellettuale impegnato, la cui biografia conta poltrone e prebende ai vertici della cultura italiana Biennale di Venezia, Rai, Palaexpo di Roma, Istituto Italiano di Cultura a New York persino quando governava il centrodestra. »

Sull’episodio interviene dalle colonne del Corriere della Sera Walter Veltroni, che criticando la violenza del “discorso pubblico”, analizza un’indignazione non sempre equamente distribuita, in un articolo vagamente cerchiobottista:

«Se si ha l'onestà di condannare, come ha fatto il presidente della Repubblica, gli epiteti orrendi usati contro Giorgia Meloni si ha poi l'autorità per condannare episodi analoghi di segno opposto. E viceversa. L'intermittenza dell'indignazione è parte di questo clima venefico. Quello che ha generato l'assurdità, non troppo censurata a destra, degli insulti e delle minacce fasciste a una donna, il meglio della società italiana, come Liliana Segre. Proprio lei ha detto: «Mi sono data il compito di fare qualcosa per evitare che il mondo vada verso una deriva d'odio. L'odio nasce dalle parole e dai piccoli gesti quotidiani e poi finisce nell'orrore, come io ho potuto vedere da chi prima l'ha predicato con le parole e poi messo in pratica con i fatti». L'odio di sinistra e quello di destra si assomigliano. Non hanno a che fare con il conflitto, che è anima della democrazia. L'odio è sempre la demonizzazione della diversità, di ogni diversità. Quella razziale, religiosa, sociale, di sesso».

5 STELLE: LEZZI SI CANDIDA, DI MAIO SPIEGA

Caos 5 Stelle. Su Repubblica Matteo Pucciarelli racconta il dibattito serrato all’interno dei grillini. Barbara Lezzi, intervistata ieri dalla Annunziata su Rai3, sebbene sia stata oggetto della procedura di espulsione, ha promesso ricorso e anzi si è candidata nel nuovo Direttorio, che dovrebbe sostituire il capo politico. Come aveva fatto il giorno prima Giarrusso, ma ci sono altri pretendenti:

«L'eurodeputato Dino Giarrusso è l'unico ad aver ufficializzato la propria corsa, ieri su Repubblica. Ci stanno pensando anche il vicepresidente del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo e il consigliere regionale lombardo Dario Violi, anch'egli durissimo giorni fa contro la gestione generale di questa fase di passaggio politico, dal fallimento del Conte ter all'attuale esecutivo («Il merito da noi è stato considerato una colpa, se non hai abbastanza like finisci nell'angolo», si sfogò). Piccolo particolare: il capo delegazione dei 5 Stelle al governo non potrà candidarsi. Nel Conte bis il ruolo era ricoperto da Alfonso Bonafede, a questo giro non è stato ancora designato. Ma comunque Di Maio non sarebbe interessato a farne parte. Poi c'è Barbara Lezzi, espulsa, che annuncia battaglie legali. Lei non si considera fuori dal Movimento e vuol correre per il direttorio. «Voglio restare, non mi vedo da nessuna altra parte, per questo faccio ricorso», le sue parole ieri, ospite di Lucia Annunziata su Rai3 . Gli espulsi in tutto, al momento, sono 40. Chi è fuori dal gruppo parlamentare è automaticamente fuori dal partito; se qualcuno (come Lezzi, appunto) pensa a ricorsi e carte bollate, molti altri ormai si sono messi l'anima in pace. »

Alessandro Trocino racconta sul Corriere la diretta Facebook di Luigi Di Maio, 24 ore dopo quella di Alessandro Di Battista. Il ministro degli Esteri difende la scelta dell’espulsione di chi ha votato no alla Camera e al Senato, promuove Grillo e Conte e la candidatura della Raggi a Sindaco di Roma:

«Il voto su Rousseau è come se fosse il nostro congresso. Il 60 per cento ha detto sì. Non dobbiamo darla vinta agli opinionisti da salotto. Io, Beppe e Gianroberto siamo anche stati smentiti dal voto, ma ci siamo attenuti ai risultati. Non ho la verità in tasca, sarà la storia a giudicarci. Ma ci sono faide nel Movimento che non fanno bene». Poi un accenno non formale all'ex presidente Giuseppe Conte. Non solo perché «si è comportato come un signore». Ma anche perché, dice, «questo è stato solo un arrivederci. Spero che il Movimento lo possa accogliere a braccia aperte il prima possibile. Conte incarna i nostri valori». Quanto a Grillo, precisa Di Maio con una sorta di rivendicazione di autonomia, «non è che sono a favore del governo perché sono d'accordo con lui, ma la pensiamo allo stesso modo». Il fondatore si fa sentire postando una foto della sindaca di Roma e un messaggio breve: «Aridaje. Roma ha bisogno ancora di te. Chi sta con Virginia, sta con il Movimento».

LA DEMOCRAZIA DEI 5STELLE, CONTE E BONAFEDE

Ezio Mauro su Repubblica interviene proprio sul tema della democrazia interna al Movimento, riproponendo la linea di pensiero che avevamo espresso nella Versione di ieri:

«Saltato il governo, nulla più interpreta il movimento e lo rappresenta, niente tiene insieme i destini irrisolti del vecchio nucleo fondatore. E il nodo irrisolto della democrazia interna soffoca la libertà del confronto, liquidato a colpi di espulsioni e scomuniche, nella logica primitiva di una setta che non riesce a governare un moderno partito. Il conflitto intestino di oggi, infatti, è la conseguenza quasi matematica del rifiuto e della paura di un vero congresso pubblico e trasparente per spiegare il passaggio di alleanza da Salvini a Zingaretti, confrontare opzioni diverse per il futuro, scegliere, votare, decidere, e costruire un gruppo dirigente conseguente. La politica disprezzata si vendica. Quello di Grillo è dunque prima di tutto un meccanismo difensivo di salvaguardia, che cerca di assorbire le tensioni e di neutralizzare le spinte centrifughe tenendo in campo il movimento e facendo valere il suo peso in Parlamento, anche se non corrisponde più al peso nel Paese. Ma a ben vedere, c'è qualcosa di più, un tentativo di non disperdere l'esperienza vissuta dal M5S trasformandola in un sapere e addirittura in una dottrina, o almeno in una tradizione a cui appoggiarsi. Il passaggio dal "vaffa" dell'antipolitica alla costruzione di un quadro politico a cui far riferimento è un doppio salto mortale, il cui esito riguarda il movimento. Ma riguarda tutta la società politica, invece, l'opzione di un passaggio del grillismo dal "fuori" al "dentro", e lo sforzo (che non è detto riesca) di capitalizzare questi anni nella creazione di una cultura di governo, assumendosi per quota il carico di una responsabilità generale. »

Il Fatto di Marco Travaglio intervista un esponente dei 5 Stelle che ha fra i più cari: Alfonso Bonafede, ex Guardasigilli. Di fatto su Bonafede e la sua linea sulla giustizia è caduto il Conte 2, visto che rischiava di non avere la maggioranza dei voti parlamentari e l’avvocato del popolo dovette dimettersi prima. Il Bonafede di oggi però tende a rendere ragionevole la scelta pro Draghi, a spiegarla e insieme a minacciare che non sarà comunque una “fiducia in bianco”:

«Due governi caduti nel giro di un anno e mezzo, con la giustizia a fare sempre da miccia dell'incendio finale. E in mezzo al fuoco sempre lui, l'ormai ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, che ora può dirlo a mente moderatamente fredda: "Sapevamo che portare avanti le battaglie del M5S su certi argomenti non sarebbe stato per nulla facile ma, premesso che le rifarei tutte, la giustizia è stata davvero un pretesto. C'era l'intenzione di aprire una crisi, e chi è stato ai tavoli della trattativa nell'ex maggioranza sa che i temi non erano il vero punto". (…) Questa coalizione (l’alleanza Pd-5 Stelle-Leu ndr) va conservata e difesa, come sostiene Giuseppe Conte? Sono assolutamente d'accordo con lui. L'esperienza del governo giallorosa è stata positiva, e penso che questa coalizione debba lavorare per guidare il Paese anche in futuro. Con Conte federatore dell'alleanza o leader del Movimento? Questa ovviamente sarà una sua scelta. Ma io penso che il futuro del M5S non possa che essere intrecciato a quello di Conte. Intanto però c'è un nuovo governo, con dentro Forza Italia, Renzi e la Lega. Come potete deglutire tutto questo? Siamo in una situazione eccezionale, con la pandemia, e il presidente della Repubblica ha rivolto un appello a tutte le forze politiche. I cittadini ci chiedono di difendere gli interessi Paese nel segno della legalità e della transizione ecologica, e di completare il Recovery Plan. Il M5S deve dimostrare lealtà e responsabilità, come abbiamo sempre fatto. Ma il Movimento è lacerato e le espulsioni vi stanno decimando. La nostra non è una fiducia in bianco. Sarà essenziale stare in questo governo difendendo i valori che sono il nostro Dna, perché il principale rischio ora è smarrirli. »