Estate con le varianti

Senza mascherine ma con il rischio delle varianti, non è un "liberi tutti". Sulla Nota vaticana, Draghi ribadisce che l'Italia è uno Stato laico e il Parlamento sovrano. Grillo a Roma, accordo sui 5S?

Non vivete in Iran. E neanche nella Salem (Massachusetts) del 1600, il paese puritano della Lettera Scarlatta. Ieri Mario Draghi, nel suo doveroso discorso al Parlamento commentando la Nota verbale vaticana sul Ddl Zan, ha ricordato che l’Italia è uno Stato laico. Ovvietà, come lui stesso ha detto. Ovvietà da ricordare e che dobbiamo ai nostri padri costituenti. E in particolare ai cattolici. Anche il Concordato è nella Costituzione, articolo 7. Il Parlamento è sovrano e discute delle leggi come e quando vuole. Ovvio che l’Italia terrà conto degli impegni di collaborazione con la Chiesa, come previsto dalle procedure costituzionali.

La palla dunque passa al Parlamento. Altra ovvietà, che aggiungiamo noi: non si può ora pretendere che il dibattito sul merito non esista, come invece vorrebbe la Cirinnà del Pd. Ma certo oggi la sua è l’unica voce del Pd a parlare, in un’intervista sul Manifesto. Letta, come segretario, ha sempre dato l’impressione di ignorare il dibattito a sinistra, prodotto dall'Arcigay, dalle femministe di Se non ora quando e dall’appello con centinaia di firme di area progressista per modificare alcuni punti del testo. Lo ricorda Emma Fattorini su Avvenire.

C’è poi un nodo interno al dibatto fra cattolici e nella Chiesa. Perché si è usato il bazooka dell’appello formale al Concordato e quindi ai rapporti fra Stato e Chiesa? Le sollecitazioni dei Vescovi italiani non avevano avuto esito, ma forse il passo diplomatico è stato estremo. Gli influentissimi Andrea Riccardi e monsignor Paglia (il quale dice a La Stampa: “Quella nota non andava scritta”) prendono le distanze dalla mossa della Segreteria di Stato. Distinguo sul metodo. Perché sul merito, a nessuno va bene il Ddl Zan così com’è.

L’estate senza mascherine è a rischio varianti. Il focolaio di cui parlano oggi i giornali è quello in Sardegna, divampato per via di una produzione cinematografica con molti addetti arrivati da Londra. Magrini dell’Aifa teme che il sistema italiano non sia in grado di tracciare la variante Delta e isolare i focolai. Il vantaggio italiano, rispetto alla Gran Bretagna, è che la variante colpisce in grande maggioranza i non vaccinati o chi ha fatto solo la prima dose. Da noi il 30 per cento ha fatto le due dosi, a Londra sono indietro. La campagna vaccinale va avanti spedita. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 555 mila 241 iniezioni.

Oggi giornata decisiva per il destino dei 5 Stelle. Grillo a Roma si incontrerà con il nuovo leader del Movimento Giuseppe Conte. Ci sono i margini per un accordo sullo Statuto e sulla governance. Conte smentisce la notizia di voler fare un suo partito. Fumata nerissima invece su Milano: il centro destra è in alto mare, dopo il ritiro di Oscar di Montigny dalla corsa a sindaco. Paradossale proprio quando i sondaggi dicono che Milano è tornata “contendibile”. Storia letteralmente “favolosa” quella del piccolo Nicola di due anni, scomparso da casa e ritrovato vivo. Grazie ad un collega della Vita in diretta di Raiuno. Per una volta, la tv della felicità. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Draghi in Parlamento sulla nota vaticana è una scelta quasi obbligata per tutti. Corriere della Sera: «Il nostro è uno Stato laico». Per la Repubblica sempre tra virgolette: «L’Italia è uno Stato laico». La Stampa: Draghi: Stato laico, Parlamento libero. Anche l’Avvenire sottolinea il concetto: Sfida di vera laicità. Per Il Messaggero: «Questo è uno Stato laico». Il Quotidiano Nazionale: Draghi sulla legge Zan: Italia stato laico. Per il Giornale è: Il concordato di Draghi. La Verità interpreta: Draghi al Senato: sistemate il ddl Zan. Mentre Libero si lamenta perché l’autore della legge in discussione non avrebbe accettato il vicedirettore Senaldi in un confronto tv: Zan censura Libero. Il Manifesto gioca col latinorum: Possumus. Mentre il Domani è vagamente bellicista: L’Italia è ancora uno Stato laico. Draghi respinge l’assalto vaticano. Spariglia Il Fatto, scegliendo la politica, oggi è una giornata cruciale per i 5 Stelle e una frase di Conte viene preferita all’ovvietà di Draghi: «Grillo non mi vuole più capo? Mi ritiro». Di economia si occupano Il Sole 24 Ore che segnala: Sostegni, restano in cassa 5,6 miliardi e Il Mattino: Tasse, accordo sul taglio. Ecco chi ci guadagnerà.

DRAGHI RICORDA LA LAICITÀ DELLO STATO

Dunque Mario Draghi ha risposto in Parlamento, con quelle che lui stesso ha definito “considerazioni ovvie”. La cronaca di Marco Galluzzo per il Corriere della Sera.

«Mario Draghi ci ha riflettuto 24 ore, si è consultato con i giuristi del governo, alla fine come promesso ha fissato la posizione dell'esecutivo rispondendo in Senato, durante il dibattito sul Consiglio europeo di oggi e domani, e rimarcando almeno due principi. Il primo: «Questo è il momento del Parlamento e non del governo». Una precisazione che non solo difende le prerogative delle assemblee parlamentari, ma che insiste sul metodo e sui tempi del possibile confronto con il Vaticano. È come se Draghi dicesse: in ogni caso in questo momento non spetta a me, all'organo che rappresento, avere un ruolo nel corso di un iter legislativo aperto. In sintesi, un concetto basilare di una Repubblica parlamentare. Secondo, ed è la parte politicamente più forte delle parole del presidente del Consiglio (anche se lui le definisce «considerazioni ovvie») c'è comunque la sottolineatura della natura laica del nostro Stato: «Non voglio entrare nel merito della questione. Quello che però voglio dire - specialmente rispetto agli ultimi sviluppi - è che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento è certamente libero di discutere e di legiferare». Ma non solo, il capo del governo considera la nota che il Vaticano ha fatto pervenire al nostro governo in qualche modo come prematura. In primo luogo perché una legge ancora non esiste, e il ddl Zan in discussione alla Camera potrebbe persino essere modificato con i voti del centrodestra nel senso auspicato dalla Santa Sede. Ma in ogni caso, sottolinea Draghi, «il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità, e poi ci sono i controlli successivi nella Corte costituzionale». Insomma anche se un problema di violazione del Concordato dovesse essere dibattuto ci sarebbero procedure, sedi e modalità previste per legge, e al momento opportuno. Draghi richiama infine una sentenza della Corte costituzionale del 1989: «La laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali». E il concetto per il capo del governo vale anche a ricordare che «l'Italia ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all'orientamento sessuale. Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare». Sulla materia è intervenuto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, dichiarando in modo fermo che «il Parlamento è sovrano, i parlamentari decidono in modo indipendente. Il ddl Zan è già passato alla Camera, ora è al Senato, sta facendo» il suo iter «e noi non accettiamo ingerenze. Il Parlamento è sovrano e tale rimane». Intanto il centrodestra promette comunque cambiamenti al testo del ddl. Per Giorgia Meloni «l'iter parlamentare della norma si dovrebbe fermare». Matteo Salvini, dopo uno scambio di battute all'uscita del Senato con Draghi, entra nel merito: «Raccolgo l'appello della Chiesa, il testo sarà rivisto». Una posizione che è anche di una fetta prevalente di Forza Italia. Cambiamenti o meno, Pd, M5S, Leu e Iv sono pronti a chiedere la calendarizzazione in Aula del ddl Zan quanto prima. Subito dopo le parole di Draghi sono molte le reazioni di soddisfazione nel centrosinistra, a partire da Enrico Letta: «Ci riconosciamo completamente» in quanto detto dal premier».

Pochi editoriali sul tema. Il Quotidiano nazionale propone un commento di Raffaele Marmo, poche righe in prima pagina:

 «Mario Draghi ha fatto Mario Draghi. Ha detto quello che uno statista cattolico afferma con determinazione quando si appalesa anche solo il fumus di una possibile lesione esterna alla sovranità e alla laicità dello Stato e, dunque, alla libertà e alla non confessionalità del Parlamento. Prima di lui lo hanno fatto altri statisti cattolici, come De Gasperi e Moro. Una volta rimesse le cose al loro posto nelle relazioni tra Italia e Vaticano, lo stesso premier, però, ha avvisato che il disegno di legge Zan è materia delle Camere e non del governo. E, dunque, come tale è laicamente e legittimamente discutibile: una possibilità che il pensiero unico della neo-religione gender, però, aborre».

Francesco Verderami scrive un retroscena per il Corriere della Sera:

«Draghi ha appena terminato di parlare al Senato, quando Renzi commenta con alcuni esponenti di Italia viva il passaggio riservato dal premier al ddl Zan: «Il Vaticano ha commesso un errore, perché il testo di legge non viola il Concordato. Semmai viola le regole della matematica, perché al Senato non ci sono i numeri per approvarlo. Il rischio è che venga cassato a scrutinio segreto. E visto che di voti a scrutinio segreto ce ne saranno una ventina, immaginate cosa potrà combinargli Calderoli». Se Renzi già scarica sulla Lega la responsabilità di un eventuale affossamento del provvedimento, è per allontanare da sé i sospetti che montano nel Pd: l'accusa di intendenza con Salvini, insieme al quale starebbe costruendo un accordo in vista della corsa al Colle. L'ex premier pare non curarsene, scaricando a sua volta sul Nazareno la colpa di un esito che dà (quasi) per scontato: «Questo è il risultato della politica degli influencer, che a forza di inseguire i like di Fedez finisce per smarrirsi». E oplà. Si torna all'eterno derby tra Renzi e Letta, che pure non intende «indietreggiare» sul ddl Zan, nonostante tutto sembri congiurare contro: dalle bordate della Santa Sede verso cui mostra «rispetto», fino ai malumori che covano nel suo partito. Perché nel Pd l'area cattolica ribolle, se è vero che un suo autorevole esponente definisce «un grave errore cercare di costruire il nostro profilo identitario su una bandierina ideologica grillina, senza curarsi nemmeno di parlarne con il Vaticano, con cui non si tengono più rapporti strutturali come un tempo. Così un tema laico di notevole rilevanza finisce per trasformarsi in uno stendardo del laicismo». Le obiezioni tra i dem di ogni latitudine sono di merito ma anche di metodo, dato che la prova di forza - la volontà cioè di votare subito il provvedimento - sconta peraltro l'evanescenza del principale alleato: «Se Conte finora non si è esposto, è perché magari non vuole irritare suoi vecchi sponsor in Vaticano. Vedremo se sarà l'araba fenice che farà risorgere M5S. Al momento è solo cenere». Insomma il Pd teme di combattere la «battaglia di civiltà» sul ddl Zan scoprendo di non avere con sé il blocco riformista, se è vero che persino Calenda è rimasto coperto. Certo ha poca rilevanza parlamentare, ma come racconta Costa il testo non persuade il leader di Azione: «La tutela dell'identità di genere, lui dice, è un principio che può scardinare certi meccanismi di legge. E non solo. Per esempio, se un uomo si sente donna può chiedere di candidarsi nelle quote rosa? O di iscriversi ad una gara sportiva femminile? Eppoi, politicamente, non è facile trovare un compromesso: se ti siedi a discuterne con i cardinali non ne esci più. È un ginepraio. A quel punto che fai, ti alzi e li mandi a quel paese?». In appena ventiquattro ore una delicatissima questione che aveva investito il governo per via della nota inviata dalla Santa Sede, è tornata ad essere una materia squisitamente parlamentare. «Draghi è stato abilissimo», sorride Lupi: «Meno male che non è un politico». In effetti ieri il premier, dopo aver consultato alcuni costituzionalisti, al Senato ha prima ribadito i principi dello «Stato laico», riconoscendo alle Camere la «libertà di legiferare». Poi ha delimitato i confini delle leggi, ricordando i controlli dello stesso Parlamento e della Consulta a «garanzia» dei dettami costituzionali e degli impegni internazionali, «tra i quali c'è il Concordato». Così per un verso ha rassicurato il Vaticano, con cui c'era stata un'interlocuzione precedente all'invio formale della nota. Per l'altro ha messo al riparo il suo gabinetto dalle tensioni parlamentari. Il sei luglio infatti il Senato voterà se calendarizzare per la settimana successiva l'esame in Aula del ddl Zan, come hanno chiesto M5S e Pd. Ma siccome il provvedimento è di natura parlamentare, qualsiasi sarà la soluzione non inciderà sugli equilibri di governo. Per i partiti il caso è aperto, e bisognerà capire se il Pd - alla vigilia delle votazioni a scrutinio segreto - cercherà un'estrema mediazione che rimanderebbe il testo alla Camera. Per Palazzo Chigi invece il caso è chiuso. E l'ha chiuso Draghi. L'altro ieri, mentre infuriava la polemica, un suo ministro aveva ricevuto uno stringato messaggio: «Tenersene fuori». È chiaro a cosa si riferisse, ma non è noto chi glielo abbia mandato...».

Il merito della forte presa di posizione di Draghi è che non ha costretto i vari leader e partiti ad uscire allo scoperto. E se è vero che nel Pd il dibattito “ribolle”, come dice Verderami, Monica Cirinnà concede un’intervista al Manifesto in cui detta la linea del Partito democratico. Dice la Cirinnà:

«Tutti gli emendamenti votati a Montecitorio sono stati concordati con Italia Viva, portano la firma di Lucia Annibali; sull'articolo 7 che riguarda le iniziative per la giornata contro l'omobilesbotransfobia il testo è stato concordato anche con Francesco Paolo Sisto di Forza Italia. Non ci sono altre mediazioni possibili». Niente tavolo con la Lega e altri partiti contrari? «Appena si fissa la data del voto in aula il tavolo lo facciamo. Ma di certo chi incita all'odio contro la comunità lgbt non potrà avere aggravanti generiche come chiede il testo del centrodestra a firma Licia Ronzulli. Significherebbe annacquare la legge. Non vede rischi di censura per il mondo cattolico? «Assolutamente no. La legge Zan interviene sulla Mancino, che è in vigore dagli anni 90: se fosse una legge bavaglio qualcuno l'avrebbe già portata davanti alla Corte costituzionale. Nel testo Zan, rispetto alla Mancino, abbiamo persino eliminato tra le ipotesi di reato la «propaganda» di idee ostili al mondo lgbt, lasciando solo «istigazione a delinquere e atti discriminatori e violenti». Un prete potrà tranquillamente dire cos' è per la Chiesa la famiglia, se invece dovesse invitare i fedeli a prendere a botte le coppie gay commetterebbe un reato. Chiaro no?». Correrete il rischio di andare in aula senza un accordo? «In battaglia si può vincere o perdere, prima non si può sapere come finirà». Non teme i voti segreti? «Per il Pd se la legge cadesse sarebbe una grave sconfitta, se qualche nostro senatore vorrà colpire il partito se ne assumerà la responsabilità. Ma non credo accadrà». E i piddini dubbiosi? «Con gli ordini del giorno potremo affrontare alcuni aspetti, chiarendo che le donne non sono una minoranza e che questa legge non ha nulla a che vedere con quella sulla procreazione assistita. Sarà un modo per smascherare le bufale di Salvini, il cui vero obiettivo è cancellare la legge Mancino tout court». I renziani vi seguiranno? «Se il capogruppo in Senato Faraone vuole sbugiardare il lavoro fatto dalla ministra Elena Bonetti e da Annibali si accomodi pure. Auguri. Dopo quello che ha detto Draghi mi pare improbabile. Ho visto che Renzi lo applaudiva». Si fida di Renzi?O pensa che stia brigando col centrodestra per alleanze locali? «Credo che manterranno la parola, separando la tattica politica da questo tema. Sono certa che Matteo sappia che strappare sull'omofobia sarebbe un boomerang. Tanto più dopo le parole di Draghi». Sulle unioni civili lo scontro in Aula fu evitato con la fiducia. E stavolta? «Voteremo, articolo per articolo». Se la vecchia maggioranza del Conte 2 tiene senza defezioni i numeri ci sono. E conto anche sui liberal di Forza Italia. La legge passerà in Senato prima dell'estate? «Sicuramente. In autunno ci sono le amministrative, poi la sessione di bilancio, non ci sarebbe tempo. Per questo bisogna procedere rapidamente».

Avvenire da almeno quattro mesi ha raccolto pareri e prese di posizione critiche sul testo del Ddl Zan, soprattutto fra le femministe: da Paola Concia a Cristina Comencini. Oggi pubblica il parere di Emma Fattorini, a lungo senatrice del Pd e oggi vicina ad “Azione” di Carlo Calenda, promotrice dell’appello di personalità progressiste per la modifica del Ddl Zan.

«Non mi hanno stupita le parole di Draghi sulla difesa delle prerogative del Parlamento. E ho trovato molto acuta la definizione di laicità non come indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso ma come tutela del pluralismo e delle diversità culturali». Emma Fattorini, storica e scrittrice cattolica, già senatrice del Pd e oggi nell'area di Azione, è una dei firmatari dell'appello con il quale centinaia di persone di area progressista chiedono profonde revisioni del testo del ddl Zan. Nessun risultato, per il vostro appello... «No. E credo che non saremmo arrivati a questo punto se di quell'appello fosse stato accolto l'invito al dialogo su due punti critici evidentissimi come la definizione di identità di genere e la sua percezione soggettiva, e la modalità di coinvolgimento delle scuole sia nei corsi di formazione sia nella Giornata contro l'omofobia. Se avessimo almeno potuto ragionare su questi due punti, senza aggressioni, avremmo ottenuto una buona legge, che avrebbe aiutato i soggetti che ne hanno veramente bisogno. Invece il ddl ha conservato un lungo elenco di discriminazioni che nulla hanno a che fare l'una con l'altra, con il risultato di scontentare chi non si è visto compreso e di offendere chi non si considera soggetto 'minoritario e discriminato', come le donne. Il Pd, che ha presentato la legge alla Camera, sembra chiudere a ogni compromesso. «Come la vede? Non è questo il Pd che ho conosciuto. Continuo a sperare che riprenda la strada giusta, cercando pragmaticamente l'alleanza con tutti, smascherando chi persegue unicamente fini ostruzionistici, e tornando a parlare al Paese e con chi vuole davvero ottenere diritti concreti ed essenziali. Non serve moltiplicare confusamente la platea dei soggetti, rischiando il reato di opinione e confondendo spesso il desiderio soggettivo, pur legittimo, con un diritto su cui legiferare per punire. Insomma credo che la politica del Pd sui diritti sia da ripensare nel profondo, e non per annacquarla o ridurla, ma al contrario per rafforzarla. Cosa spera dal segretario Letta? «Spero che, da buon riformista, proceda alle due modifiche condivise e che porti in aula quel testo. Questa è la sfida». Ma la posizione del segretario sembra piuttosto netta. «Sì, è vero. Però Letta è arrivato alla fine di un processo e ora spero abbia la forza di ridiscutere alcuni fondamentali e migliorativi cambiamenti». 

Fin qui il fronte della politica, poi ci sono le discussioni oltretevere. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ed ex ministro nel Governo Monti, è intervistato da Repubblica. Ed esprime dubbi sulla “Nota verbale”, sul metodo scelto dalla Chiesa per fare pressione sul Parlamento. Quella Nota doveva comunque restare “riservata”…  

«Avevo visto nei mesi scorsi una linea della Cei molto equilibrata in merito. Presentava giuste preoccupazioni nei confronti di questa legge, ma senza assolutizzazioni e insieme concorde in un impegno contro l'omofobia e ogni discriminazione. Questo passo è una vicenda un po' particolare. Credo che provenga più che altro da ambienti italiani della Segreteria di Stato. I motivi non li conosco fino in fondo. Va però detto che è un passo riservato e che tale probabilmente doveva restare anche nella sua sofisticata diplomazia. In ogni caso è una Nota molto rara nelle relazioni fra Santa Sede e governo italiano. In genere si usa il telefono, l'incontro, e non un testo scritto che sembra voler evidenziare - ma nessuno può dire che le cose stiano davvero così - che il dialogo è arrivato a un punto morto per cui si vuole fare stato. Per questo sottolineo la particolarità di questo passo». La Nota sembra evidenziare una divergenza fra le aperture predicate da Francesco e fatte proprie da Bassetti. C'è chi sostiene che siamo di fronte a una seconda stagione del pontificato, un Papa che decide di virare su posizioni più intransigenti. «Non credo assolutamente a una seconda stagione del pontificato tipo quella vissuta da Pio IX. La lettera scritta dal cardinale Ladaria ai vescovi americani sul tema dell'eucaristia a Joe Biden era di tutt' altro tenore. Direi piuttosto che Francesco rimane fuori dalle controversie sulle legislazioni nazionali, questo è chiaro. In questo senso mi sembra una linea, quella della Nota, attribuibile alla Segreteria di Stato». Quali conseguenze può portare? «Difficile rispondere. Anch'io me lo chiedo. Temo possa rafforzare le voci che sostengono che l'accordo concordatario vada rivisto. Ritengo al contrario che l'accordo vada bene, come si è visto nella crisi delle migrazioni e della pandemia. L'8 per mille, ad esempio, è un eccellente sistema rispetto al modello tedesco perché è un contributo volontario. In ogni caso torno a dire che non ricordo passi analoghi nemmeno al tempo del divorzio sotto Paolo VI, che pure era un tema sentito drammaticamente dalla Chiesa. Ci fu una deplorazione orale del Papa. I rischi di questo linguaggio diplomatico sono anche quelli che la Santa Sede si schieri con una parte del Parlamento». Si dice che nella Chiesa italiana molti desiderino una leadership più attiva politicamente. «Ci sono sensibilità diverse tra i vescovi che a volte corrono il rischio di esprimersi dando l'impressione di una disunione. In questo senso la Nota secondo alcuni omologherebbe queste voci diverse. Ma io non lo credo. Penso più che altro che la Segreteria di Stato si senta in qualche modo custode del Concordato e anche per questo abbia deciso un intervento. In altri tempi si sarebbero percorse quelle che monsignor Loris Capovilla chiamava le "scalette", le passerelle tra le due rive del Tevere in maniera informale».

Matteo Matzuzzi vaticanista del Foglio interviene sullo stesso versante, e si chiede anche lui: chi ha fatto uscire la notizia della Nota, offrendo lo “scoop” al Corriere della Sera?

«L'unica divisione che c'è nelle alte sfere ecclesiastiche riguarda il mezzo scelto per protestare con il governo italiano, e cioè la Nota verbale consegnata all'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede. Sul resto, che poi è il merito della questione, oltretevere sono compatti: il Ddl Zan, così com' è ora, non va bene. L'ala "dura" della Cei, legata ai tempi delle battaglie pubbliche in nome dei valori non negoziabili, premeva da tempo sui vertici affinché facessero sentire la voce senza ambiguità o perifrasi accademiche, come accaduto sul tema del fine vita che vide l'irrilevanza totale nel dibattito della Chiesa italiana, salvo qualche dichiarazione pro forma buona per le agenzie di stampa e convegni serali. L'ala per così dire moderata, più affine ai programmi di Francesco e al suo "sentire pastorale", avverte invece che una Nota del genere rischia di irrigidire ancora di più la controparte, con la prospettiva di ottenere il contrario di quanto sperato. Possibile, se non fosse che - fanno notare in Segreteria di stato - tutto va letto considerando che ora a Palazzo Chigi c'è Mario Draghi. È a lui che ci si rivolge, più che ai partiti pronti a strumentalizzare la vicenda in ottica meramente elettorale. Il premier è l'interlocutore privilegiato, assai apprezzato anche da quanti (e non sono pochi) auspicavano il tramonto della fase "filocinese" del governo italiano, che qualche sostenitore l'aveva trovato anche nella cerchia dei collaboratori papali, ora meno centrali rispetto a qualche mese fa. Quanto detto in Senato da Draghi, ieri pomeriggio, non fa che confermare tale convinzione: "Senza entrare nel merito, il nostro è uno Stato laico, non confessionale. Il Parlamento è libero di discutere e legiferare e il nostro ordinamento è in grado di dare tutte le garanzie verificare che le nostre leggi rispettino sempre i princìpi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa". Rispetto per il ruolo delle Camere ma nessuna orgogliosa difesa del disegno di legge. In Vaticano sanno che il sogno del combattivo vescovo di Ventimiglia- Sanremo, mons. Antonio Suetta - "Spero che il Ddl venga affossato", ha detto - è irrealizzabile, tant' è che subito l'Osservatore Romano si è affrettato a chiarire che la richiesta è di apportare migliorativi al testo, non di stracciarlo e cestinarlo. E' questione di mero realismo, non di connivenza col nemico come diversi aperti sostenitori dell'opposizione aperta e senza sconti al provvedimento in discussione vanno dicendo da tempo. A sanare la frattura sarà il compromesso e in questo senso il pragmatismo di Draghi è considerato essere la garanzia perché alla fine tutti possano dirsi più o meno soddisfatti. Dato per assodato questo, in Vaticano anche ieri ci si domandava chi abbia trasmesso al Corriere della Sera la Nota diplomatica, e soprattutto perché l'abbia fatto: c'era la volontà di assestare un altro colpo al pontificato che già non vive il suo miglior momento? Si voleva forse allungare la lista delle defaillances di questo giugno nero? In realtà, è probabile che l'obiettivo fosse quello di mostrare l'estrema debolezza di una Conferenza episcopale italiana ammutolita».

DELTA, LA VARIANTE DELL’ESTATE

Mario Draghi in Parlamento ieri doveva parlare del Consiglio europeo, dell’economia e anche della pandemia. L’ha fatto ma il tema dello scontro col Vaticano ha messo in secondo piano gli altri temi. Con un’eccezione: le varianti del virus che possono condizionare la nostra estate. Giuseppe Alberto Falci per il Corriere:

«Sebbene in forte miglioramento, l'evolversi della pandemia deve essere monitorata con attenzione». A preoccupare il presidente del Consiglio è «l'emergere e il diffondersi di nuove e pericolose varianti», perché queste ultime «possono rallentare il programma di riaperture e frenare consumi e investimenti». Da qui il premier invia un messaggio che rivolge sì al Parlamento ma soprattutto all'esterno, ai cittadini, in vista della stagione estiva: «Non è un liberi tutti, l'anno scorso abbiamo avuto una lezione. Ora dobbiamo imparare a essere pronti con infrastrutture, logistica, trasporti locali e individuare i focolai. La continuazione della cooperazione con le Regioni è importante». Ed è altresì importante, continua Draghi, concentrarsi sulla ripresa economica. È vero, afferma il premier, «la situazione economica italiana ed europea è in forte miglioramento». Non a caso, Draghi segnala alcune proiezioni della Commissione europea che fotografano una crescita dell'Italia nel 2022 e nel 2023 del 4,2% e del 4,4%. «Il nostro obiettivo è superare in maniera duratura e sostenibile i tassi di crescita anemici che l'Italia registrava prima della pandemia». Dopodiché «dobbiamo assicurarci che la domanda aggregata sia in grado di soddisfare questi livelli di offerta». Infine, occorre raggiungere tassi di crescita notevolmente più alti di quelli degli ultimi decenni, così da «ridurre il rapporto tra debito e prodotto interno lordo, che è aumentato di molto durante la pandemia». Il premier, infine, ricorda l'aumenta della povertà. «Bisogna affrontare questo problema», taglia corto. In un quadro economico che sembra prefigurarsi positivo, restano alcuni rischi. Primo: l'inflazione. «Dobbiamo mantenere alta l'attenzione affinché le aspettative di inflazione restino ancorate al target di medio termine». Secondo: il debito pubblico. «È importante che tutti i governi si impegnino a tornare a una politica di bilancio prudente». Il tutto senza dimenticare il quadro epidemiologico, che continua a migliorare. Ieri si sono registrati 951 casi di Covid. Il tasso di positività è pari allo 0,5% (martedì 0,4%) con 198.031 tamponi. 30 i decessi e solo 4 ingressi in terapia intensiva: il numero più basso da quando viene fornito questo dato. Ed è in questo contesto che il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattia segnala un aspetto: non solo «la variante delta è più trasmissibile di altre varianti» ma «entro la fine di agosto rappresenterà il 90% di tutti i virus Sars-CoV-2 in circolazione nella Ue».

Federico Fubini, sempre sulle colonne del Corriere della Sera, intervista Nicola Magrini dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco:

 «In Italia, grazie alle doppie dosi di vaccino, siamo più protetti. Però fatichiamo molto a capire quanto sia diffusa la variante Delta e il motivo è semplice: «Facciamo pochi screening - dice Magrini -. Rispetto al Regno Unito ne facciamo dieci, forse venti volte di meno. La nostra capacità di tracciare su scala nazionale è limitata e probabilmente al di sotto dello standard per poter mappare con precisione. Certo abbiamo visto salire questa variante da un 1% o 2%, fino in doppia cifra». Diventerà la forma dominante di Covid dominante, come nel Regno Unito? «Nei prossimi mesi probabilmente sì, così come per l'Europa tutta. Ma ci sentiamo più protetti dei britannici, perché molti in Italia hanno già preso due dosi». La variante Delta probabilmente viene dall'India e ci ricorda che nessun Paese è al sicuro, finché tutti non sono al sicuro. L'Italia e l'Europa hanno un surplus di vaccini già ordinati: dovremmo donarli al Sud del mondo? «In Europa e in Italia abbiamo più del doppio del nostro stretto fabbisogno e con i nuovi ordini europei, altri 1,8 miliardi di dosi Pfizer (oltre 250 milioni per l'Italia), arriviamo a oltre tre volte. Non è stato un errore. È stato il modo più giusto di affrontare l'emergenza, quando non si conosceva l'efficacia dei diversi vaccini. Ora la situazione è diversa e Mario Draghi ha già detto che doneremo 15 milioni di dosi». Non è un po' poco? «No, perché non è tutto. Il G7 si è impegnato a donare un miliardo di dosi, dunque 500 milioni da parte dell'Europa e 60 o 70 milioni da parte dell'Italia. Verosimilmente avverrà nelle prossime settimane. Certo, dobbiamo sapere che per offrire una copertura al Sud del mondo servono almeno quattro-sei miliardi di dosi». Visti i ritmi di produzione dei vaccini, per avere sei miliardi di dosi e limitare l'insorgenza di pericolose varianti nei Paesi in via di sviluppo, dovremo aspettare il 2022 o il 2023? «Probabilmente sì. Ma il 2022 è vicino e vedremo per gli anni successivi. Fare previsioni a due o tre anni è difficile e l'impegno profuso è senza precedenti. C'è stata una prima accelerazione di capacità produttiva e altri vaccini stanno arrivando: Novavax e lo stesso Curevac nella nuova versione, molto più efficace rispetto ai primi risultati pubblicati. Per l'Hiv è servita una decina di anni per fornire farmaci a tutti i Paesi più bisognosi. Questa volta ci metteremo meno: due o tre anni; ci sono segnali di accelerazione e maggiore impegno dei governi». 

PATTO A TRE, CON TEDESCHI E FRANCESI, SUI MIGRANTI

Repubblica con Claudio Tito dà notizia di una importante trattativa a tre fra Italia, Germania e Francia, sul nodo dei migranti. Trattativa che sarebbe “ad uno stato avanzato”.

«Un patto a tre. Un'intesa che faccia compiere alla questione migranti un vero salto di qualità. E che all'inizio coinvolga Italia, Germania e Francia. Sulla "questione delle questioni", il controllo dei flussi migratori, si sta dunque aprendo un doppio canale di trattative. Il primo riguarda il tavolo del Consiglio europeo che prende il via oggi e che avrà anche questo tema, su richiesta italiana, come uno dei suoi fulcri. Poi c'è un negoziato molto più riservato e molto più ristretto. Che, come spiega una fonte diplomatica di Bruxelles, «sta andando avanti anche in queste ore». Una contrattazione che ha preso spunto dall'iniziale tentativo di dar vita al cosiddetto accordo "Malta 2" per la redistribuzione tra 5-6 Paesi di chi sbarca soprattutto in Italia. Un quadro che potrebbe subire un'accelerazione proprio perché al momento si sta concentrando su un numero ancora più ristretto di partner: i "fondatori" dell'Unione. Italia, Germania e Francia. L'ipotesi è stata discussa anche nel corso dell'ultimo vertice a Berlino tra Mario Draghi e Angela Merkel. Certo, si tratta di un percorso difficile. In cui i particolari - come sempre - hanno la coda del diavolo. E quindi ogni passaggio viene sezionato parola per parola. Resta il fatto che l'ipotesi di lavoro su cui gli "sherpa" dei tre Paesi si stanno impegnando riguarda l'idea che la redistribuzione dei nuovi arrivi possa essere suddivisa in maniera paritetica: ossia un terzo per ciascuno. Ma questa tripartizione, molto vantaggiosa per il nostro Paese, non sarà gratuita. Sul piatto della bilancia, infatti, Berlino e Parigi stanno mettendo i cosiddetti dublinanti. Ossia gli extracomunitari che giunti in Italia hanno presentato la domanda per ottenere lo status di richiedenti asilo e poi si sono trasferiti. Secondo il Regolamento di Dublino dovrebbero essere riallocati nel Paese al quale hanno presentato domanda. Dovrebbero quindi tornare da noi e il loro numero non è certo esiguo. La trattativa va avanti proprio su questo aspetto: su quanti "dublinanti" dovrebbero tornare nei nostri confini; a partire da quando; se e con quale rapporto rispetto alla distribuzione dei nuovi arrivi. Si tratta di una discussione che, pur non essendo chiusa, ha raggiunto uno stato avanzato. E che in una seconda fase potrebbe essere allargata anche ad altri membri dell'Ue». 

GRILLO A ROMA, SI DECIDE IL FUTURO DEI 5 STELLE

Il Fatto dedica il titolo di prima pagina ad una uscita di Giuseppe Conte: «Grillo non mi vuole più capo? Mi ritiro». Ma in realtà a leggere l’articolo di Luca De Carolis, meno pessimista del solito, potrebbe essere imminente un accordo con l’Elevato. Conte non vuole fare un suo partito suo, ha già parlato al telefono con Grillo, lo aspetta a Roma.

«In Senato aveva programmato da giorni un incontro con la candidata giallorosa in Calabria, Maria Antonietta Ventura. Ma Giuseppe Conte ha "colto l'occasione" per incontrare anche i senatori dei 5 Stelle, divisi per commissione, e per confrontarsi con loro sulla faticosa gestazione del nuovo Movimento, che - dopo il divorzio da Davide Casaleggio - ora sta cercando la strada della convivenza pacifica con l'ingombrante fondatore in partenza da Genova. Ha voluto giocare d'anticipo, l'ex premier aspirante capo: perché oggi, a Roma, arriverà, Beppe Grillo per incontrare tutti gli eletti M5S. Ha scelto di venire di persona, non di scrivere un post sul blog. E se l'incontro "in presenza", da una parte, garantisce di essere meno tranchant di qualunque messaggio dato in pasto alla Rete, dall'altro - per il leader in pectore - sarebbe stato un rischio troppo alto lasciare solo a lui la possibilità, di "arringare" i gruppi sulle novità, dello Statuto. Perché va bene che i rapporti sono "cordiali" e che "nessuna guerra è in corso" - come ha ripetuto ieri Conte ai senatori -ma è pur sempre un rapporto impari quello che vede contrapposti lui, arrivato al vertice del Movimento soltanto tre anni fa, e "Beppe" che di fatto è colui che tutti devono sempre ringraziare se stanno dove stanno. Il richiamo della foresta, insomma, Conte ha provato a fermarlo sul nascere, anche incontrando un ristretto gruppo di deputati, ieri sera. E ha chiarito per prima cosa a tutti che non ha intenzione di mettere in piedi liste, che non ha nessun partito nel cassetto, consapevole che la "minaccia" che era circolata nei giorni scorsi poteva finire solo per irritare gli eletti che stanno aspettando il suo arrivo. "Il mio progetto è qui - ha spiegato a Palazzo Madama - non ci penso proprio a fare altro: ma io sono venuto per cambiare e il garante deve essere convinto, altrimenti faccio un passo indietro". E cambiamento significa, nello specifico, rivedere il rapporto tra capo politico e garante, ovvero tra lui e Grillo. Una convivenza "senza accavallamenti", ha spiegato, "altrimenti non potrei accettare". Torna a ventilare il passo indietro, l'ex premier, per chiarire a tutti qual è la posta in gioco. "È necessaria una separazione delle filiere - è il senso del suo ragionamento - Al capo politico spetta la titolarità, della linea politica, il garante sarà, invece il custode dei valori". Tutti, nel Movimento, sono consapevoli che il "totem" di Grillo non si possa toccare e che sia necessario preservare "una collocazione che lo rappresenti": "È la nostra storia - ripetono - Giuseppe deve capirlo". Ma è lo stesso Conte, raccontano, ad avere ben chiaro il concetto. Al punto che, nel nuovo statuto, sarebbe mantenuto intatto il potere di revoca del capo politico che è attualmente nelle mani del garante. Ma ammette pure che "i desideri sono tanti", che è un modo per dire che - nella trattativa - Grillo avrebbe alzato la posta un po' troppo in alto, a partire dai poteri sulla comunicazione che avrebbe voluto avocare a sé. La mediazione, secondo Conte e i suoi fedelissimi, si troverà. Già, ieri, i due si sono sentiti al telefono. Ma molto dipenderà, dai toni del faccia a faccia che "Beppe" avrà, con deputati e senatori oggi pomeriggio. "Se viene, ci vedremo sicuramente", ha detto l'ex premier: vada come vada, comunque oggi qualcosa si chiude».

Marco Imarisio sul Corriere della Sera cerca di interpretare il conflitto tra i due:  

«Il bersaglio del ritrovato attivismo di Grillo è proprio Conte. La battaglia sul nuovo Statuto sarà cruenta, sono in ballo principi fondamentali, ma è solo l'inizio. Nel suo continuo andare e venire dalla politica pesano stati d'animo molto personali. A volte è inutile cercare un filo di razionalità laddove semplicemente ci sono gli umori di un leader che si considera unità di misura del Movimento che lui ha creato. Quel che va bene a lui, va bene al M5S. E il passare del tempo non ha mai scalfito questa sua intima convinzione, così forte da farlo tornare più volte sui propri passi, dopo aver annunciato «il passo di lato», «il ritorno sulle scene», «la vita da Cincinnato». Grillo «sente» il Movimento come se fosse la sua linea d'ombra, come la vita mentre gli sembra di perderla. Più si isola, nell'ultimo caso da tutto, dal dibattito pubblico, dal palcoscenico, sempre di più rinchiuso in casa, più ritorna con rinnovata irruenza. L'ex comico ha la destabilizzazione nel proprio codice genetico. Uno vale uno, ma solo per l'Elevato. Il problema è che adesso sono in due, ed entrambi hanno scoperto la vocazione autoritaria dell'altro. L'investitura di Conte non è stata certo una decisione collegiale. Ha deciso Grillo da solo. Ma l'ex presidente del Consiglio non sembra aver capito cosa significasse quella mano calata dall'alto. Non esistono i pieni poteri, se non per una sola persona. Figurarsi quando l'Elevato ha cominciato a capire che i fini divergevano, e non di poco. L'ex comico identifica la salvaguardia del Movimento nel mantenimento di una linea antisistema, di natura ribellistica. Se il filone giustizialista si è rinsecchito causa l'alleanza del M5S con pressoché l'intero arco parlamentare, non restano che le Cinque stelle, acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo. Ma Grillo si è convinto che Conte sia più interessato a un semplice M5S governista che alla maieutica ecologista. E non può accettare un Movimento personale come era stato bi-personale quello suo e di Casaleggio padre, se svuotato di ogni antagonismo e trasformato in un piedistallo dove appoggiare quella popolarità che i sondaggi ancora consegnano all'ex premier. Alla fine, sullo Statuto si troverà un accordo, perché entrambi i contendenti, che a diverso titolo si sentono in debito con la sorte, avrebbero troppo da perdere da una rottura definitiva. Ma da due debolezze non nasce mai alcuna forza. E neppure un nuovo Movimento con basi solide».

Se Imarisio sembra in qualche modo giustificare Grillo, Gad Lerner, sul Fatto, lo critica in modo deciso:

«È dunque inevitabile che, in procinto di rifondarsi, e dovendo introdurre regole democratiche di vita interna funzionali a una presenza territoriale finora carente, il M5S sia costretto a fare i conti con una figura gerarchica ambigua qual è il Garante. Garante di che cosa? Ho sempre trovato fastidiosa l'ironia con cui Grillo usa autodefinirsi l'Elevato. Sopra chi e che cosa ritiene di elevarsi, tanto da rivendicare un'investitura a vita, come un monarca o un papa, sia pure travestito da giullare? So bene che ai suoi occhi il sottoscritto altro non è che un fantoccio del potere - qualche volta me l'ha scritto - ma è ai suoi sostenitori che oggi Grillo deve una risposta. Lui che ha avuto l'arditezza di definire "grillino" perfino Draghi, confidando su un senso dello humour anch' esso inevitabilmente datato. Non a caso la questione si pone adesso nel confronto con un leader, Giuseppe Conte, che a suo tempo fu designato nelle segrete stanze, ma che nel frattempo si è conquistato nell'azione pubblica una significativa credibilità. Davvero Conte, una volta ricevuta l'investitura degli iscritti, dovrebbe lasciare a un Garante l'ultima parola sulle scelte fondamentali del MoVimento? Cercando una giustificazione a tale pretesa, ne trovo solo due, per ragioni diverse entrambe inconsistenti. La prima sarebbe la riconoscenza: il fondatore ha meriti storici che non possono essere disconosciuti, limitarsi ad accantonarlo sarebbe irrispettoso. D'accordo, ma da qui a concedergli la titolarità di un potere di veto, ce ne corre. Ancor meno accettabile è l'altra motivazione: quella, cioè, secondo cui in Grillo risiederebbero innate virtù taumaturgiche; impersonerebbe l'anima del MoVimento per il solo fatto di averlo concepito. Qui però ci addentriamo nel campo della superstizione, una sorta di infallibilità sancita per statuto. Roba d'altri tempi. Qualcuno lo dovrà pur dire. Il numero di cittadini italiani che fanno dipenderei loro orientamenti politici da una speciale ammirazione per Beppe Grillo, col passare degli anni, si è naturalmente ridimensionato, proprio come avvenne ai fondatori dei partiti che citavo all'inizio. Votare M5S non equivale più a votare Grillo. Lui per primo dovrebbe compiacersene. Per quanto rimanga indefinito il profilo politico, culturale e sociale di un MoVimento che si immaginò pigliatutto, ma che dall'antipolitica s' è ritrovato al governo, e che infine ha dovuto scegliere di collocarsi nel centrosinistra, le scelte strategiche con cui Conte è chiamato a misurarsi sono ormai di ben altra natura. Personalmente dubito che il M5S possa ritagliarsi un futuro da forza moderata ("liberale e moderata", per dirla con Di Maio). Chi siano questi famosi moderati in un Paese, l'Italia, che ha visto prosperare da Berlusconi in poi l'anomala figura degli estremisti di centro, devono ancora spiegarmelo. Da Casini e Alfano, fino a Renzi e Calenda, mi pare che i partiti di centro non riescano a schiodarsi da percentuali esigue. Se invece il potenziale del M5S continuerà a risiedere nella capacità di rappresentare come in passato una protesta radicale e l'aspirazione a cambiamenti strutturali di sistema, non sarà certo più l'icona di Grillo a simboleggiare questo spirito. La sua comunicazione risulta usurata, inevitabilmente. (…) Quanto a Grillo, un grande uomo di teatro sa programmare anche la propria uscita di scena».

CENTRO DESTRA, BRUCIATO DI MONTIGNY

Se l’accordo fra Grillo e Conte si troverà, non c’è invece ancora accordo nel centro destra sul candidato sindaco di Milano. Oscar di Montigny ha gettato la spugna. Maurizio Giannattasio per il Corriere.

«Oscar di Montigny si sfila dalla corsa. Non sarà lui il candidato a sfidare Beppe Sala per la poltrona di sindaco di Milano e il centrodestra ripiomba nel dramma. Il vertice, ancora una volta «decisivo» previsto per oggi, slitta a data da destinarsi. Il leader della Lega Matteo Salvini lo ringrazia - «Le sue idee e la sua esperienza saranno utili per costruire la Milano del futuro» -, insiste sul candidato civico e assicura: «Entro la settimana ci sarà non solo il sindaco ma tutta la squadra per Milano». Ma la verità è che si riparte da zero. A meno che non ci si affidi a un politico. In quel caso un nome c'è già, Maurizio Lupi. Un sondaggio di Antonio Noto lo dà al primo turno davanti a Sala di un punto percentuale. Seconda rinuncia nel giro di poche settimane. Dopo quella di Gabriele Albertini arriva anche quella di di Montigny, manager di Mediolanum e genero di Ennio Doris. Una rinuncia fatta a malincuore e con un filo di commozione perché la voglia di mettersi in gioco e a disposizione della collettività era ed è tuttora intatta. Cosa è mancato? «La mia unica vera riserva ancora da sciogliere era quella personale che avrei voluto gestire al meglio se la coalizione si fosse espressa». Così non è stato. I rinvii, i dubbi, le frenate, la freddezza di Berlusconi hanno rimandato sine die la convergenza sul candidato. «Non significa che avrei accettato - continua il manager - ma che sarei potuto andare dai miei figli e dirgli che sarei partito per un viaggio. Loro mi avrebbero chiesto "come parti? Con una caravella? Con un zattera? O con una nave da guerra?" Gli avrei detto "ragazzi sono con una zattera, fatevi il segno della croce", oppure "state tranquilli, salpo con una super nave da guerra e 10 ammiragli, ci vediamo tra 5 anni"». La superflotta non si è presentata all'appuntamento, ognuno ha remato per conto suo. «E siccome non so con che nave sarei partito, la questione non c'è più». (…) Proprio nel giorno delle rinuncia arriva il sondaggio che mette a confronto il civico di Montigny con il politico Lupi. La sorpresa non è tanto che Lupi, più noto e conosciuto del manager di Mediolanum, faccia meglio di di Montigny nella sfida con Sala, quanto che lo stesso ex ministro al primo turno sia avanti a Sala di un punto percentuale: 43 a 42. Mille interviste su candidati e intenzioni di voto. Ma anche un giudizio sull'amministrazione Sala che viene promossa da meno della metà degli intervistati. Il gradimento si ferma al 49%. «Diversamente da quanto riscontrato fino a pochi mesi fa - scrive Noto - Milano sembra oggi diventata politicamente contendibile». 

RAI, UNA FICTION SULL’ARTE SPARITA?

Per Rai fiction, idea di una nuova serie è già pronta. La lancia nella sua Amaca per Repubblica, Michele Serra che ironizza sui furti nelle sedi Rai.  

«La straordinaria storia delle opere d'arte trafugate lungo i decenni dalle sedi Rai, per essere poi battute all'asta in mezzo mondo, potrebbe essere il soggetto di una serie (Rai Fiction, ovviamente) di enorme successo, anche per parziale risarcimento economico. Dentro c'è tutto. Il giallo, ovviamente: chi sono i ladri? È vero che c'è una talpa? E se è vero (ecco la digressione satirica) in quota a quale partito? C'è l'Italia lungo i decenni, le varie correnti artistiche che la raccontano: la metafisica di De Chirico, il razionalismo di Giò Ponti, il realismo di Guttuso, eccetera. C'è la politica, perché la magnificenza stessa della collezione Rai, o di quello che ne rimane, è un'ottima via per capire la potenza del parastato nel nostro Paese, e la sua gloria perduta. C'è il sacco dei beni pubblici: un evergreen. Se è appassionante sapere come le opere sono uscite (a centinaia, pare), lo è anche sapere come sono entrate. In quali anni, a quale prezzo, e se in omaggio, in omaggio a chi: alla Rai stessa, per tanti anni regina solitaria della cultura e dell'informazione italiana? A questo o quel reggente? A questo o quel partito? Pensate ai colloqui che si sono svolti sotto quei quadri. Alle telefonate dei capi di partito, dalla cornetta allo smartphone cambia il mezzo, non il messaggio. Agli amori grandi e agli amorazzi pro-scrittura. Ai mobbing, alle raccomandazioni, alle vendette. E ovviamente ai talenti artistici, quasi tutto il meglio del Paese. Possibile scena: anni Sessanta, Tognazzi e Vianello discutono di varietà con un capostruttura che non si fida. Così animatamente che, alle loro spalle, mani misteriose staccano un De Chirico. Date retta, sarebbe un capolavoro». 

LA FAVOLA DI NICOLA (E DI GIUSEPPE)

Ultima segnalazione della Versione, la storia incredibile di Nicola, il bimbo di due anni scappato da casa e ritrovato sano e salvo dopo due giorni. Una favola a lieto fine. Lo ha ritrovato un bravo inviato de La vita in diretta, Giuseppe di Tommaso. Massimo Gramellini ne scrive in prima sul Corriere:

«Un giornalista che diventa l'eroe di un caso di cronaca è obiettivamente una notizia. Non ce ne vogliano i magistrati, ma anche la nostra categoria eccelle nell'arte di stare sulle scatole. Nella considerazione popolare, il giornalista oscilla tra il ruolo di testimone inutile e quello di impiccione. Un pregiudizio che colpisce in particolare i colleghi della tv, a cui tocca spesso il malaugurato compito di piazzare il microfono sotto il naso di persone disperate. Perciò sia reso onore a Giuseppe Di Tommaso, l'inviato della «Vita in diretta» che ha ritrovato il piccolo Nicola in una scarpata del Mugello. Non solo per averlo salvato, ma per non avere gonfiato il salvataggio con i sapori della retorica. Se Di Tommaso avesse detto di aver rintracciato Nicola al termine di una notte di ricerche avventurose, nessuno lo avrebbe potuto smentire. Invece ha ammesso di avere udito la voce del bimbo mentre respirava in un bosco a pieni polmoni per smaltire un attacco di panico. Si è buttato nella scarpata storcendosi un piede, altro particolare che lo rende poco epico e molto empatico. Temendo di rimanere imprigionato nei rovi, ha rinunciato al monopolio della gloria ed è risalito in strada per chiedere aiuto ai carabinieri. I quali, condizionati forse dalla cattiva fama di cui gode la corporazione, sulle prime non gli hanno creduto: «Avrai sentito il lamento di un capriolo». «I caprioli non gridano mamma!», ha replicato Di Tommaso, ed è stata una battuta da grande giornalista.». 

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana    https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi intervista da non perdere.