Esteso ma non troppo

Green pass ancora tribolato, la Lega vota con Fdi. Per ora è allargato nella scuola. Ma Draghi vuole insistere. Il governo di Kabul va riconosciuto? Brunetta sullo smart working, scontro sulle tasse

Tira e molla della Lega nell’itinerario di approvazione dell’ultimo decreto del Governo sull’emergenza Covid. Anche ieri i leghisti hanno votato alcuni emendamenti con l’opposizione sul Green pass. Le letture prevalenti sono due: molti commentatori vedono un logorio evidente della maggioranza e sono ormai scettici sull’estensione del certificato verde. Altri ritengono che Draghi sia ancora in grado di gestire e metabolizzare l’atteggiamento leghista e di estendere comunque il Green pass. Oggi praticamente allargato solo alla scuola. Vedremo. Certo le elezioni amministrative fra meno di un mese si fanno proprio sentire, nei comportamenti dei partiti.

Ieri in Parlamento si è parlato molto anche di Afghanistan. Come comportarsi nei confronti del nuovo regime talebano? Ci sono state due riunioni internazionali parallele ed un’importante telefonata fra il nostro Draghi e il presidente turco Erdogan. L’Europa deve trovare una sua strada e Draghi gioca tutte le sue carte sul G20 autunnale. Alberto Negri sul Manifesto nota che il nuovo governo di Kabul (inaugurazione ufficiale l’11 settembre, vietato anche lo sport alle donne) è sostenuto e voluto dal Pakistan. Bel reportage di Battistini sul Corriere dal confine fra Polonia e Bielorussia che ci ricorda l’emergenza profughi e la cattiva coscienza dell’Occidente sulla materia.

Se le tasse (arrivano le cartelle) e la polemica sulla fine dello smart working negli uffici pubblici segnano ancora il dibattito politico, è la corsa al Quirinale, partita con le dichiarazioni di Bettini alla festa del Fatto, a catalizzare la grande attenzione di tutti. Oggi ne scrive Verderami nel suo retroscena. Ma chi sono i candidati al Colle, oltre ai due super partes, Mattarella e Draghi? Per ora sono tutti coperti, partire troppo presto può essere fatale.

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Vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Prudenti i giornaloni, sul continuo strappo della Lega sul certificato verde. Il Corriere della Sera è quasi omissivo: Green pass per chi lavora in scuole e Rsa. Tra una settimana tocca a bar e ristoranti. La Repubblica è esplicita ma ottimista: Draghi media con Salvini. Il super Green pass si farà. Gli altri giornali sono più critici. Avvenire: Frenata sul Pass. Il Fatto vede: Un Green pass piccolo piccolo. Per il Quotidiano Nazionale è una: Retromarcia sul super Green pass. Il Manifesto gioca ironicamente con le parole: Pass falso. La Stampa sottolinea l’intervista col Ministro dell’Istruzione: A scuola solo col Green pass. Bianchi: “Ma la Dad è finita”. Il Mattino va sulle scelte degli esperti: Il calendario dalla terza dose. La Verità attacca sullo stesso fronte: Di corsa verso la terza dose, senza sapere né a chi né come. Incubo fisco per Libero: Draghi ci sommerge di cartelle esattoriali. E per il Giornale: Fermate le tasse. Il Messaggero si occupa ancora della nostra vecchia compagnia di bandiera: La sanzione Ue affonda Alitalia. Mentre Il Sole 24 Ore lancia l’allarme sul rincaro delle materie prime: Energia, stangata per le imprese. Il Domani nota: Dopo quasi trent’anni l’Italia è ancora appesa a Berlusconi.

LA LEGA FRENA IL CAMMINO DEL GREEN PASS

Iter tribolato in Parlamento per il decreto sul Covid. La Lega ha votato diversi emendamenti con l’opposizione. Per Repubblica Draghi media con Salvini ma sull’estensione del Green pass va avanti. Tommaso Ciriaco.

«Concedere qualcosa alla Lega, accogliendo oggi in Aula sei ordini del giorno del Carroccio. Ricomporre il quadro politico, scosso dai voti contrari alla Camera. Ottenere in cambio il via libera al decreto d'agosto. Ecco a cosa è servito il colloquio telefonico tra Mario Draghi e Matteo Salvini. Una toppa, quanto temporanea si vedrà, per coprire gli squarci aperti dall'ex ministro dell'Interno. Da domani, però, Palazzo Chigi tornerà ad occuparsi dell'estensione della carta verde. Lo farà con «gradualità». Ma lo farà. La posizione di Draghi a favore del green pass non cambia dopo una telefonata. Neanche se Salvini continua a boicottare la misura, neanche se in Aula i leghisti tradiscono di nuovo il patto di maggioranza per inseguire Giorgia Meloni. Il premier, però, ha ben chiaro anche il tunnel senza uscita in cui si è infilato l'ex ministro dell'Interno, inseguendo la radicalità "No Vax". E gli offre una via d'uscita onorevole. Oggi, alla Camera, l'esecutivo fornirà parere positivo su sei ordini del giorno del Carroccio. Così facendo, si impegnerà a valutare un'eventuale campagna d'informazione sulla vaccinazione, ad indennizzare i soggetti che hanno scontato alcuni effetti dall'assunzione del vaccino (i casi di pericardite, ad esempio). Ed ancora, vaglierà l'opzione dell'impiego di anticorpi monoclonali, l'estensione della validità del passaporto vaccinale per chi è guarito dal Covid - a patto che si registri un parere favorevole degli scienziati - e l'eventuale validità dei test salivari come criterio per ottenere il Green Pass. La svolta arriva al termine di una giornata di trattative. Alla Camera, tocca al ministro Federico D'Incà mediare con i leghisti. Sono aperture di piccola entità, quasi scontate, su cui l'esecutivo ragionava già da tempo. E manca quella, ben più pesante, sui tamponi gratuiti, che restano esclusi. Il risultato è comunque una frenata e una mano tesa a Salvini. Dal quale, a questo punto, il governo attende oggi risposte conseguenti in Aula. Con un voto favorevole sul decreto d'agosto. E con il via libera alla mini-estensione del pass durante il Consiglio dei ministri (che si terrà senza cabina di regia). Da dopodomani, però, si tornerà a ragionare di tutto il resto, come al solito sotto la regia del sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli. L'intenzione dell'esecutivo è estendere il certificato vaccinale. Prima alla pubblica amministrazione, con un decreto che sarà approvato la prossima settimana o comunque nel corso di settembre. E poi ai luoghi di lavoro privati, appena la mediazione con le parti sociali sarà ultimata. Certo, l'esecutivo userà gradualità, la stessa che il presidente del Consiglio non ha mai nascosto di voler garantire agli italiani nella fase di transizione dall'era della pandemia a quella della vaccinazione di massa. Ma, alla fine, si arriverà a metà ottobre con la carta verde necessaria per muoversi, lavorare e vivere le occasioni di socialità. Metà ottobre non è una data casuale. Sarà allora che Draghi valuterà per davvero la mossa più estrema: l'obbligo vaccinale. Preferirebbe evitarlo, questo è certo. Ma sceglierà insieme a Roberto Speranza in base alle curve del contagio nelle scuole e alla copertura vaccinale. La soglia che va superata è alta, ma raggiungibile: il 90% degli over 12. Che il governo non cambi idea soltanto per le resistenze di Salvini, d'altra parte, dipende da alcuni ragionamenti del premier che si possono sintetizzare così: gli italiani vogliono vivere e lavorare in sicurezza, sono favorevoli a vaccinazioni, green pass e obbligo, perché dovremmo fermarci proprio adesso? La tempistica più blanda elaborata nelle ultime ore dipende semmai da altri fattori. Innanzitutto, alcune valutazioni sulla complessità di estendere le misure all'intera galassia del lavoro. E poi, la presa d'atto di nodi giuridici ancora da sciogliere. L'impatto del Green Pass, ad esempio, su grandi aziende controllate come Poste. Oppure, gli effetti in alcuni specifici contesti: come comportarsi con i consiglieri comunali e i sindaci (soggetti eletti) che lavorano a contatto con i dipendenti comunali a cui verrà richiesta la carta verde? Draghi se ne occuperà presto. Ben sapendo che servirà affrontare la sfida della Lega. O, forse, delle due Leghe: di Giorgetti e di Salvini. Incontrerà quest' ultimo prima di una nuova cabina di regia. E cercherà di frenare un metodo, quello del leader, che promette nuovi incidenti. «Il voto alla Camera - ragiona Peppe Provenzano, numero due del Pd - è totalmente fuori dalle regole del gioco. Tutti i partiti conducono le proprie battaglie, ma non finiscono per votare con l'opposizione. È un precedente grave». Al premier il compito di decidere fin quando tollerare questo stato d'eccezione».

LEGA DI LOTTA E DI GOVERNO

Ma perché la Lega ha questo comportamento? Il Fatto ricostruisce la linea salviniana del “Tanto Draghi non cade”. Giacomo Salvini.

 «A chi gli chiede a cosa porteranno questi strappi nella maggioranza, Matteo Salvini risponde così: "Non vi preoccupate, tanto Draghi non cade".Una sicurezza data dal contesto, il semestre bianco in cui il presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere, che in pochi giorni si è trasformato nella "strategia del logoramento", come la chiamano i salviniani. Un modo, cioè, per piantare le sue bandierine - lotta agli sbarchi, no al green pass, no agli obblighi vaccinali, abolizione del reddito di cittadinanza - durante l'ultimo mese della campagna elettorale perché terrorizzato dal sorpasso di Giorgia Meloni alle prossime amministrative, ma non solo. Salvini sa che per mandare Mario Draghi al Quirinale a febbraio e porre fine a questa esperienza di governo che sta facendo perdere voti alla Lega a discapito di FdI, c'è un solo modo: logorare il presidente del Consiglio. Alzare i toni dello scontro, aprire spaccature nella maggioranza, provocare gli alleati di governo. Per far sì che a febbraio l'esausto Draghi, che come noto mal sopporta le schermaglie tra i partiti, possa convincersi che salire al Colle sia meglio che farsi logorare per un altro anno a Chigi. E dunque i voti con l'opposizione sul green pass sono solo un assaggio dell'autunno caldo che Salvini ha in mente, a partire dalla battaglia per abolire il reddito di cittadinanza. Strategia confermata ieri direttamente dal segretario della Lega: "Se alzare i toni ci permette di avere dei risultati, allora vuol dire che stiamo facendo il nostro mestiere". Non che fino a oggi il leader della Lega si sia comportato molto diversamente. Da febbraio il Carroccio ha messo in difficoltà il governo votando con le opposizioni o astenendosi per ben otto volte. Più di una al mese. L'esecutivo non è mai andato sotto in questi casi per il muro della maggioranza Pd-M5S ma il problema politico rimane. La prima volta risale al 7 aprile scorso quando la Lega, insieme a Forza Italia, decide di astenersi su una mozione di Fratelli d'Italia che chiedeva di abolire il cashback del governo Conte con il parere contrario di Draghi. Nemmeno due settimane dopo arriva il primo strappo, quello più doloroso, nel nuovo esecutivo: il 21 aprile i tre ministri leghisti Giancarlo Giorgetti, Erika Stefani e Massimo Garavaglia decidono di non votare in Consiglio dei ministri un decreto fondamentale, quello sulle riaperture. Dopo ore di trattative e di tensioni, Salvini ottiene la riapertura del Paese dal 26 aprile ma si impunta sul coprifuoco alle 22: obbliga Giorgetti a dichiarare l'astensione della Lega in Cdm ("Voi sapete perché" dice lui irritato). Un partito di governo che non vota un provvedimento in Consiglio dei ministri. Una settimana dopo, stesso film in Parlamento: il 27 aprile, alla Camera, i deputati della Lega decidono di uscire dall'aula su due ordini del giorno di Fratelli d'Italia per chiedere di abolire il coprifuoco o allungarlo alle 24. Ma il Carroccio non ha messo in difficoltà il governo solo sulle misure anti-pandemia. Anche sulla giustizia quest'estate ha spaccato più volte la maggioranza. Il 26 luglio, mentre proseguono frenetiche le trattative tra Draghi, Cartabia e Conte per modificare la riforma della Giustizia, in commissione alla Camera Forza Italia prova a far approvare un emendamento per riformulare il concetto di pubblico ufficiale e salvare Silvio Berlusconi dai tre filoni del processo Ruby Ter. Una norma ad personam, bocciata solo grazie ai voti giallorosa e quelli dei totiani che si oppongono al blitz di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia. Una settimana dopo, il 3 agosto, lo stesso succede in Aula: il Carroccio si astiene su un ordine del giorno dei meloniani che impegna il governo a introdurre la responsabilità diretta dei magistrati. Infine si arriva a mercoledì scorso, quando in commissione Affari Sociali alla Camera il salviniano Claudio Borghi e altri 6 dissidenti, imbeccati dal leader, votano per abolire il certificato verde. Uno smacco a cui seguono i voti in Aula di martedì e ieri: l'accordo Draghi-Salvini prevede che la Lega ritiri i suoi emendamenti e il governo non ponga la fiducia. Ma poi il tradimento arriva lo stesso: i leghisti in due giorni appoggiano quattro emendamenti di Fratelli d'Italia contro il pass. Nessuno approvato. Ma il governo traballa sempre di più».

BIANCHI: “PRONTA LA SCUOLA DEL GREEN PASS”

Nel consueto Forum col direttore, il ministro dell’Istruzione Bianchi parla a La Stampa alla vigilia del rientro a scuola. Da lui arriva la conferma: il Green pass sarà esteso negli istituti scolastici.

«Siamo pronti», dice sicuro Patrizio Bianchi, a cinque giorni dalla partenza dell'anno scolastico in quasi tutta Italia. «La ripresa della scuola è una grande sfida - ammette il ministro dell'Istruzione - significa rimettere in movimento l'intero Paese: quasi 10 milioni di studenti, le loro famiglie, oltre un milione di dipendenti, i lavoratori dei servizi esterni e tutto quello che ruota intorno». Nonostante le numerose bucce di banana su cui rischia di scivolare, già nelle prime settimane, Bianchi non si mostra preoccupato. Intervistato dal direttore de La Stampa, Massimo Giannini, per la trasmissione "30 minuti al Massimo" (versione integrale su lastampa.it), garantisce che da lunedì tutto funzionerà al meglio, a cominciare dalla piattaforma per il controllo del Green Pass di docenti e collaboratori, che sarà messa a disposizione dei dirigenti scolastici. L'associazione dei presidi si è lamentata per il ritardo nella consegna di questa nuova app. Ci siamo? «C'è una sola sigla sindacale che gioca al rimbalzo, ma ci siamo presi una settimana per il collaudo, il 13 sarà operativa ed eviteremo le file all'ingresso proprio quando arrivano gli studenti. Ai dirigenti stiamo dando tutte le indicazioni: basteranno pochi clic al computer per esaminare la lista del personale presente ogni giorno, a ciascun nome sarà associato un bollino verde o rosso. Si procederà a una verifica solo per i casi segnalati». L'obbligo di Green Pass sarà esteso a tutti coloro che lavorano nelle scuole? «Sì, è una decisione che deve passare dal Consiglio dei ministri, ma il pass sarà richiesto anche al personale esterno, come i lavoratori delle mense scolastiche o quelli che si occupano della manutenzione. Chi per lavoro entra nelle scuole deve essere soggetto alle stesse regole». (…) La risposta del mondo della scuola la soddisfa? «C'è stato grande senso di responsabilità, quasi il 92% del personale scolastico è vaccinato con almeno una dose, come più dei due terzi degli studenti. In particolare, oltre il 70% dei ragazzi e ragazze tra i 16 e i 19 anni: un dato importante, visto che il problema del sovraffollamento nelle classi riguarda essenzialmente le scuole superiori». Le famose "classi pollaio", come si sta intervenendo su quel fronte? «È da aprile che ci stiamo preparando, abbiamo stanziato 400 milioni per il personale aggiuntivo, per limitare il sovraffollamento, poi 270 milioni per gli interventi degli enti locali. Inoltre, abbiamo dato alle scuole pubbliche 350 milioni per dotarsi di strumenti di aerazione, altri 60 milioni alle private». Dalle scuole, però, arrivano testimonianze di un problema ancora lontano dall'essere risolto… «La scuola vive sul principio dell'autonomia, noi abbiamo messo le risorse a disposizioni degli istituti e degli enti locali. Abbiamo 48.400 edifici, alcuni sono in una situazione critica, altri migliore, altri li stiamo costruendo. Ricordo che le scuole sono di proprietà di comuni e province, li stiamo aiutando nella progettualità, c'è un accordo con Cassa depositi e prestiti. Dal Pnrr arrivano 18 miliardi, di cui 2 miliardi e mezzo saranno per l'edilizia scolastica, per mettere in sicurezza e ridisegnare le scuole, e altrettanti vanno per la digitalizzazione». A proposito, con la didattica a distanza come la mettiamo? «La Dad è finita». E andiamo in pace. «Semmai costruiamo la pace, che ce n'è bisogno. Comunque, la Dad come l'abbiamo intesa finora è finita, non ha funzionato l'idea che si possa sostituire la didattica in presenza con una surrogata. Ora dobbiamo tornare in presenza, ma uscendo dalle mura della classe, aprendo la scuola all'esterno: bisogna usare le tecnologie per collegare i ragazzi tra loro, unendo gli studenti siciliani ai lombardi o a quelli di altri Paesi. Una Dad per aprire e non per chiudere, per stare vicini e non lontani». 

Giornalista scientifico e divulgatore, ha scritto Spillover, il saggio che anticipava l’arrivo di una pandemia. David Quammen è stato intervistato dal direttore di Repubblica Maurizio Molinari.

 «Sei anni prima di Covid-19 aveva previsto tutto. Nel libro "Spillover, l'evoluzione delle pandemie", il saggista e divulgatore scientifico statunitense David Quammen aveva parlato del "Next big one", il virus che prima o poi avrebbe infettato il mondo intero. Oggi il salto di specie è diventato realtà. Quammen, cosa non conosciamo ancora di Covid-19? «Non sappiamo con certezza dove abbia avuto origine il virus. È molto probabile sia stato trasmesso all'uomo da un pipistrello, forse della specie a ferro di cavallo, nel sud della Cina. Diversi dati scientifici sembrano confermarlo. In teoria, esistono altri possibili meccanismi. C'è chi parla di un incidente di laboratorio, ma non è un'ipotesi verosimile». Perché ancora oggi resta questo mistero sull'origine? «I motivi sono tre. Innanzitutto, la Cina è una società che qualcuno definisce "chiusa". Non ha permesso di ispezionare i materiali di laboratorio dell'Istituto di virologia di Wuhan e c'è chi pensa nasconda qualcosa. Ma se cercassimo di accedere ai dati dei più importanti centri degli Stati Uniti, o dell'Italia, avremmo le stesse difficoltà. Gli scienziati non li condividono volentieri. Il secondo motivo è l'interesse politico nell'affermare che la colpa sia di un altro, non del nostro comportamento. Infine, è sempre difficile risalire all'origine di un nuovo virus negli animali selvatici. Quando nel 2003 scoppiò la Sars, gli scienziati impiegarono quattordici anni a scoprirla. Del virus Ebola, che ha contagiato l'uomo nel 1976, non la conosciamo ancora. Sono milioni, per ognuno serve una continua indagine scientifica, come la campionatura di tutte le specie selvatiche». Perché così tante polemiche sul modo di agire dell'Organizzazione Mondiale della Sanità? In cosa può migliorare? «Viene spesso criticata quando insorge una nuova malattia. Era successo nel 2014, quando il virus Ebola colpì tre Paesi in Africa occidentale, uccidendo 11 mila persone e terrorizzando il mondo. Per migliorare ha bisogno di un sostegno internazionale maggiore, in termini di finanziamenti, capacità operativa e collaborazione. L'Oms non è un organismo indipendente, ma il risultato di accordi tra Stati tramite le Nazioni Unite, detiene solo i poteri che le vengono concessi, grazie al consenso di tutti i Paesi membri. Deve diventare un'istituzione solida, autorevole e con un largo consenso». In che modo potrebbero agire i governi per migliorare la salute dei cittadini? «Eventi del genere vanno presi sul serio, non solo da scienziati e autorità sanitarie, ma anche dalla classe politica, che deve dare ascolto agli esperti. È questa la lezione più importante. Credo che in Italia la risposta non sia stata ineccepibile, ma il vostro Paese è stato davvero sfortunato, colpito fin dall'inizio dal virus, trasmesso dai viaggiatori stranieri prima ancora di essere individuato. Gli Stati Uniti non hanno avuto sfortuna, la risposta dei politici è stata la peggiore possibile, nonostante la competenza di scienziati ed esperti. Abbiamo dato prova di ottusità e negligenza e abbiamo registrato il più alto numero di contagi e vittime. In altre nazioni, come Corea del sud e Nuova Zelanda, la classe politica ha fatto un buon lavoro». Sta quindi suggerendo di includere la scienza nell'idea stessa della sicurezza nazionale? «Certo, nessuno Stato è al sicuro senza la salute dei propri cittadini. Il Consiglio per la sicurezza nazionale, principale organo di consultazione del presidente degli Stati Uniti, aveva istituito un direttivo per la gestione delle pandemie. Inizialmente ideato da George W. Bush, è stato potenziato da Barack Obama, per essere poi abolito da quel presidente in carica nel 2020. Non mi ricordo il nome, un narcisista ignorante». Cosa pensa delle origini e delle motivazioni del movimento No Vax? «Il grande problema è il rifiuto, la negazione dell'evidenza scientifica. Succede nel vostro Paese, nel mio e in molti altri. È fondamentale il rapporto che il cittadino medio ha con la scienza, che deve entrare nelle scuole. Iniziamo insegnando ai bambini il pensiero critico, intendo quella capacità di mettere da parte emozioni e pregiudizi, di giudicare le informazioni in base alla legittimità e credibilità della fonte. È pieno di pseudo-esperti che divulgano pseudo-informazioni su Internet. Quello non significa informarsi». Alcuni vaccini sono stati realizzati in un arco di tempo di 10 mesi dall'inizio della pandemia. Quali sono le radici di questo successo? «Ci sono scienziati che studiano nuovi metodi di vaccinazione da vent' anni. Lavorano sul principio fondamentale di modernizzare la produzione. Per esempio, i vaccini a mRna (Rna messaggero, ndr), come quelli prodotti da Pfizer e da Moderna. Ci sono voluti vent'anni per sistemare la tecnica, solo dieci mesi per metterli in circolazione. In futuro potremo utilizzare tali strumenti per creare e produrre velocemente vaccini per nuovi virus che si presenteranno. Ma questo non basta, servono persone disposte a vaccinarsi. la gente deve capire che non è solo per il bene della propria salute e di quella dei figli. È una decisione che influisce sull'intera comunità, verso cui si hanno delle responsabilità». Cosa può anticiparci del suo nuovo libro? «Stavo lavorando a un altro testo, quando la mia casa editrice mi ha chiesto di scrivere un libro su Covid-19. Ne esistono tanti sull'argomento, così mi sono concentrato su Sars-CoV-2, sulla sua origine, evoluzione, sull'elevato contagio tra gli uomini. Sto intervistando Anthony Fauci, Alessandro Vespignani, George Gao. Il libro cercherà di aiutare la gente a capire da dove arriva questo virus, come muta, produce varianti e si trasformerà nel futuro. E cosa fare per fronteggiarlo. Forse, per sempre».

IL GOVERNO DEI TALEBANI VA RICONOSCIUTO?

Capitolo Afghanistan. Come guarda il mondo al nuovo governo afghano? Ieri c’è stata un’accelerazione del Pakistan nel vertice con i Paesi confinanti. Anche Russia e Cina confermano un’apertura. Ma Usa, Ue e Nato minacciano l'isolamento: "Diritti negati e rischio terrorismo". Il punto di Fabio Tonacci su Repubblica.

«La conclusione è nella premessa. In apertura del tavolo virtuale tra i sei Paesi confinanti con l'Afghanistan, il ministro degli Esteri pachistano Shah Mahmood Qureshi, che quel tavolo ha voluto e convocato, lascia cadere un'osservazione che è tre quarti di riconoscimento del regime talebano. «Dovremmo trasformare questa piattaforma in un meccanismo consultivo permanente - esordisce Qureshi - e con la partecipazione dei rappresentanti dell'Afghanistan in futuro ne aumenteremo l'efficacia per raggiungere i nostri obiettivi comuni che sono una pace durevole e la stabilità». Mentre, dunque, gli Stati Uniti, l'Unione Europea, la Nato esprimono perplessità, preoccupazioni e caveat sul nuovo governo di Kabul, per niente inclusivo e composto da ricercati dall'antiterrorismo americana, e mentre il premier italiano Mario Draghi ottiene l'ok dal presidente turco Erdogan a settare l'ordine del giorno del prossimo G20 sull'Afghanistan, il Pakistan avanza l'idea di far sedere i talebani al tavolo regionale. Rendendo così la partita della legittimazione del secondo Emirato islamico ancor più lacerante di quanto già non lo sia. La sola sovrapposizione, ieri, di due vertici internazionali tenutisi entrambi in videoconferenza per discutere su quale debba essere l'approccio - uno regionale voluto da Islamabad, l'altro più ampio, allargato a 22 Paesi e organizzato dalla base di Ramstein dove si sono incontrati il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas e il segretario di stato americano Antony Blinken - la dice lunga su quanto gli interessi politici attorno all'Afghanistan siano divergenti e guidati da forze centrifughe. Le televisioni pachistane per tutto il pomeriggio hanno riportato le dichiarazioni di Qureshi, la notizia ha avuto lo stesso spazio dato alle prime parole del neo primo ministro Hassan Akhund («Il tempo degli spargimenti di sangue è finito, abbiamo una grande responsabilità nei confronti del nostro popolo»). Il governo pachistano, pur con una certa cautela, non è contrario al regime talebano ma sa che non può, né gli conviene, riconoscerlo da solo. «Non è un problema solo nostro», commenta a Repubblica il generale Asad Durrani, ex direttore dell'intelligence pachistana e ascoltato analista. «La nostra capacità di influenza viene sempre esagerata, però è vero che abbiamo dei canali per fare pressione affinché i talebani rispettino i patti. Il vero obiettivo è rendere l'Afghanistan non un problema, ma un asset». Islamabad nel 1996 si affrettò, insieme con Arabia Saudita ed Emirati Arabi, a legittimare i talebani, e di quella scelta ha pagato conseguenze diplomatiche per anni. «Abbandoniamo le vecchie lenti e sviluppiamo nuovi punti di vista», spiega Qureshi ai ministri di Cina, Iran, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. «Il nostro approccio deve essere pragmatico ». Due le priorità su cui cercherà di far convergere il favore al riconoscimento: «Evitare la crisi umanitaria e il crollo economico del Paese». Temi su cui, in linea di principio, sono tutti d'accordo. La questione del contenimento dei profughi, in particolare, è l'arma più convincente soprattutto nei confronti dell'Europa. La reazione di Pechino è aperturista. Da una parte apprezza «la fine dell'anarchia a Kabul durata tre settimane» e stanzia 31 milioni di dollari in vaccini e medicinali per gli afghani, dall'altra sottolinea che - sono le parole del ministro degli Esteri cinese Wang Yi - «la natura ad interim del governo mostra ancora incertezze ». Neanche la Russia sembra poi così ostile ai nuovi padroni di Kabul. L'ambasciatore di Mosca è stato invitato alla cerimonia di insediamento dai talebani. «Saremo presenti - dicono - ma non equivale al riconoscimento del nuovo esecutivo». Sarà, ma è comunque un passo in quella direzione. Di tutt'altro tono le posizioni occidentali, dove si respira insoddisfazione. «Il riconoscimento dipenderà unicamente da ciò che farà quel governo, non solo da ciò che dice», è il monito del segretario di stato Antony Blinken. «Siamo preoccupati per i precedenti dei ministri scelti e per la mancata presenza di donne. Continueremo con l'assistenza umanitaria e cercheremo di riprendere l'evacuazione, ma i talebani al momento non permettono voli charter». Duro anche il ministro tedesco Maas: «Non siamo ottimisti, i talebani devono capire che l'isolamento internazionale non è nel loro interesse, un Paese con l'economia distrutta non sarà mai stabile». Luigi Di Maio, nel suo intervento, aggiunge: «I talebani si impegnino a impedire l'attività dei gruppi terroristici. Sul rispetto dei diritti acquisiti dai civili afghani non possiamo transigere». Sulle montagne del Panshir, intanto, le sacche di resistenza di Ahmad Massud definiscono illegittimo il governo di Kabul. E chiedono al mondo di non riconoscerlo».

Per Alberto Negri sul Manifesto è il Pakistan che vince davvero la partita del nuovo governo di Kabul.

«I legami tra Pakistan e talebani sono stretti e inequivocabili. I seguaci del Mullah Omar si formarono grazie al supporto dei servizi segreti pakistani e di Nasrullah Babar, ministro degli interni di Benazir Bhutto. E se visitate la Darul Uoulum Haqqania, la scuola coranica Deobandi nella provincia pakistana del Khyber, scoprite che in tanti di loro hanno studiato qui, compreso Serajuddin Haqqani, il ministro degli interni, capo di una potente rete jihadista e d'affari, che ha sul collo una taglia americana da 5 milioni di dollari. Senza il Pakistan i talebani non ce l'avrebbero fatta a resistere per vent' anni. Quello di cui ha più bisogno un gruppo estremista è un luogo sicuro dove organizzarsi, reclutare e raccogliere fondi. E' questo che il Pakistan ha offerto ai talebani. Basti pensare che il capo del governo ad interim di Kabul, il Mullah Hassan Akund, sulla lista Onu dei terroristi, è pure il capo della Shura di Quetta, il comando dei talebani in Pakistan. Non è un caso che il governo sia anche il risultato della mediazione tra le fazioni talebane del capo dei servizi pakistani (Isi), Faiz Hameed. Hameed era presente quando il 29 febbraio 2020 gli Usa firmano a Doha l'accordo con i talebani: i pakistani hanno seguito passo dopo passo tutta la vicenda, a partire dalla scarcerazione nel 2018, su richiesta americana, del Mullah Baradar che tenevano in carcere da otto anni. Baradar nel 2010 stava negoziando per conto suo con l'allora presidente afghano Hamid Karzai ma venne arrestato a Karachi dai pakistani temendo che potesse essere minata la loro influenza su Kabul. Poi Baradar è stato adeguatamente "istruito" dai pakistani ed è entrato nel negoziato di Doha. Nei giorni scorsi sono circolate foto che immortalavano Hameed in preghiera con Baradar, oggi vice capo di governo che viaggia con un passaporto pakistano. Altro che legami "segreti": i pakistani dell'Inter-Service Intelligence (Isi) hanno fornito, soldi, armi e assistenza militare per l'avanzata dei talebani e la conquista del Panshir. L'Afghanistan è considerato essenziale alla "profondità strategica" del Pakistan nucleare nel conflitto eterno che lo contrappone all'India nel Kashmir, un tassello irrinunciabile per la sua sopravvivenza. Non è un caso che l'India, alleata dell'ex presidente Ghani, abbia frettolosamente chiuso le sue rappresentanze diplomatiche in Afghanistan mentre i talebani conquistavano una provincia dopo l'altra. È in questa geopolitica che si inserisce il ruolo della Cina, il maggiore investitore in Pakistan in gasdotti, strade, porti e ferrovie che fanno parte della nuova Via della Seta. Il Pakistan intende mandare un messaggio a Pechino: "Siamo noi i garanti del governo talebano e possiamo influenzarlo in maniera decisiva". E qui che si gioca la credibilità dei generali pakistani, amici non riluttanti dei fondamentalisti ma anche bersaglio degli attentati della rete pakistana dei talebani (Ttp) e dell'Isis-Khorassan, gruppi per altro infiltrati dagli stessi agenti di Islamabad. Il gioco pakistano è complesso e pericoloso. Ma il governo talebano filo-pakistano è anche uno strumento negoziale nei confronti di Usa ed Europa. Il Pakistan infatti è nominalmente un alleato dell'Occidente, anche se proprio in Pakistan venne ucciso Osama bin Laden mentre il Mullah Omar morì in un ospedale di Karachi. Nelle ultime settimane il capo della Cia Williams Burns è stato più volte a Islamabad per incontrare i vertici militari: in discussione c'è la disponibilità del Pakistan a sostenere operazioni americane anti-terrorismo in Afghanistan, visto che gli Usa non hanno più truppe e intelligence sul terreno. Anche con gli europei il Pakistan cerca di capitalizzare il suo ruolo chiave. I ministri degli esteri europei, compreso il nostro, in poche settimane sono passati dalle critiche al Pakistan sui diritti umani a lodi sperticate a Islamabad, per due motivi: 1) il Pakistan è l'unico grimaldello degli occidentali a Kabul 2) i pakistani si devono prendere migliaia di profughi. I pakistani hanno mangiato la foglia e ricalcano con Bruxelles lo stesso ruolo già esercitato dalla Turchia di Erdogan: portare a casa il risultato diplomatico e andare all'incasso. Il Pakistan ha dunque un ruolo decisivo, oggi così come in passato. Facendo anche il doppio gioco: i servizi pakistani collaborano con la Cia sin dai tempi della lotta dei mujaheddin contro l'Urss, ma hanno anche dato sostegno a talebani e gruppi integralisti che operavano contro le forze americane e Nato. "Gli afghani hanno rotto le catene della schiavitù", ha dichiarato il primo ministro Imran Khan quando i talebani hanno conquistato Kabul. Una dichiarazione che già da sola dice tutto».

Martino Diez della Fondazione Oasis scrive sull’Osservatore Romano in edicola ieri pomeriggio.

«Mentre i talebani annunciano la formazione di un governo ad interim, due preoccupazioni si rincorrono nelle dichiarazioni della comunità internazionale: riguardano il livello di “moderazione” e di “inclusività” del nuovo esecutivo. In realtà, queste espressioni tradiscono la difficoltà a pensare il fondamentalismo islamico secondo le sue stesse categorie. Duro da accettare, ma non tutti i fenomeni sociali e politici si lasciano ricondurre alla metafora del centro e degli estremi, nata originariamente per descrivere gli emicicli parlamentari. Né la vaga categoria di inclusività è di per sé garanzia di successo per un esperimento politico. Proviamo allora a riformulare le stesse questioni in termini più vicini se non alla realtà afghana (che ben pochi possono dire di conoscere di prima mano) quanto meno alle sue categorie politico-religiose. La prima, la più importante: che regime politico hanno istituito i talebani? La risposta la offre già l’articolo 1 della bozza di Costituzione preparata nel 1996: «L’Afghanistan è un emirato islamico». In realtà, al centro del pensiero politico dell’Islam classico non c’è l’emiro, ma il califfo. È a questa figura unitaria che andrebbe idealmente affidata la guida della comunità dei credenti. Ed è intorno ad essa che si sono catalizzate le prime divisioni, tra cui quella tra sunniti e sciiti. Eppure non di rado accade che la teoria vada da una parte e la storia dall’altra. Così, mentre gli ulema discutevano di modalità di elezione, qualifiche e compiti del califfo, il suo potere andava sempre più riducendosi: una a una tutte le province dell’impero islamico si resero indipendenti, pur mantenendo una dipendenza formale dal califfo di Baghdad. Erano nati gli emirati, gli embrioni dei futuri Stati musulmani: province affidate a un capo militare, l’emiro appunto, alcuni dei quali col tempo avrebbero assunto il titolo di sultano. (…) Mentre diverse istituzioni islamiche, come al-Azhar, hanno affermato in tempi recenti, anche in risposta al trauma dell’Is, che il califfato rappresenta un’istituzione politica del passato, sostituita oggi dallo Stato nazione e dal concetto di cittadinanza, i gruppi jihadisti continuano a essere affascinati dalla possibilità di riesumarlo. E i talebani? Sulla carta, il loro movimento ha un orizzonte afghano e anzi offre un perfetto esempio di quella commistione di “spirito di corpo” e “tinta religiosa” che il grande storico maghrebino Ibn Khaldun aveva identificato, nel lontano 1400, come motore del cambiamento nelle società islamiche. Tuttavia l’emirato, nella giurisprudenza islamica a cui i talebani si rifanno, è afflitto da una pericolosa malattia, o più precisamente da un deficit cronico di legittimità religiosa. (…) L’emirato classico è perennemente di fronte a un bivio: o evolve verso le forme di uno Stato dinastico a dimensione nazionale, come storicamente è avvenuto in Arabia Saudita, o tenta l’upgrade a califfato, ovvero, per citare ancora al-Jabri, il passaggio dall’ideologia del sultanato alla mitologia dell’imamato, magari nella forma di un movimento messianico. Ed è esattamente questa l’alternativa che oggi si pone ai talebani. Da un lato, la sconfitta del 2001 e la ventennale traversata nel deserto ha insegnato loro quanto rischioso sia attirarsi l’ostilità globale. Dall’altro però il titolo stesso del loro leader religioso, “comandante dei credenti”, è quello di un potenziale califfo e le prevedibili difficoltà che incontreranno quando dai proclami media-friendly si tratterà di passare alle decisioni in fatto di amministrazione, economia, gestione della complessità etnica e religiosa, potrebbero rendere necessaria una virata massimalista. Questa tensione del resto si era già espressa nella Costituzione del primo emirato, che rimase allo stato di bozza per l’opposizione dell’ala oltranzista, per la quale l’unica Costituzione era la sharī‘a. Per il momento la scelta di distinguere un capo politico e un leader religioso ricorda da vicino il meccanismo adottato in Iran dopo la rivoluzione del 1978-1979. Il che insegna almeno due cose: da un lato, che l’Islam politico, nel suo tentativo di creare uno Stato islamico, finisce per relativizzare la distinzione sunniti/sciiti; e dall’altro, che può benissimo esistere una teocrazia anche in assenza di un clero formale. Semplicemente, esso è sostituito — e il guadagno è tutto da dimostrare — da un “clero diffuso”, fatto di studenti di scienze religiose (appunto, i taliban) auto-investitisi del compito di comandare il bene e proibire il male. (…) Com’è ovvio, la natura del regime politico e l’efficacia della sua azione sono temi che riguardano in primo luogo gli afghani. Indirettamente però investono i musulmani di tutto il mondo, riproponendo, come ha scritto efficacemente l’intellettuale libanese Ridwan al-Sayyid, le tre questioni di fondo che l’ascesa dei talebani non ha spostato di una virgola: «recuperare la serenità di cuore (sakīna) nella religione, rinnovare l’esperienza dello Stato nazione, e istituire un rapporto pacifico con il resto del mondo». Naturalmente la risposta a queste domande non sarà presa in astratto, ma tenendo conto dei condizionamenti del contesto geopolitico. Prendiamo ad esempio la Cina, confinante, seppure per un tratto limitato, con l’Afghanistan. Fino a poco tempo fa i talebani incarnavano per Pechino i Tre Mali, terrorismo, separatismo e fondamentalismo religioso. Ora è evidente che il bivio talebano designa anche per la Cina due scenari radicalmente diversi. Da un lato, un emirato afghano territorialmente delimitato non rappresenta un grosso problema per Pechino, abituata a impostare i rapporti bilaterali in termini economici. Questa possibilità d’intesa, basata su una logica transazionale e pragmatica, viene però a cadere con i movimenti jihadisti a tendenza universale. Per quanto riguarda l’Occidente — o meglio gli Stati Uniti — la vicenda afghana segna la fine di un ciclo storico. Quello della guerra al terrorismo. Lanciata da George Bush jr. dopo gli attacchi dell’11 settembre, questa ideologia aveva condotto all’invasione dell’Afghanistan, decretando la fine del primo esperimento di governo talebano. Vi aveva fatto seguito nel 2003 l’invasione dell’Iraq, completamente infondata sia sul piano del diritto internazionale che su quello del calcolo politico. Venti anni dopo siamo punto a capo. Ne esce sconfitta la pretesa di esportare la democrazia con le armi e la presunzione di poter rigenerare interi Paesi attraverso opere di ingegneria sociale. Tuttavia, le centinaia di migliaia di esuli che hanno cercato di abbandonare il Paese (non solo collaboratori della Nato) mostrano che molti afghani non si fanno illusioni sulla capacità dei talebani di governare. È da lì che bisogna ripartire, per arrivare, con più coraggio e meno arroganza, con la pazienza imposta dai cambiamenti sociali di lungo periodo, a porre la questione al livello che veramente merita: quello della libertà di coscienza. In questo momento il miraggio più lontano, tanto che sembra una follia anche il semplice evocarla, ma nei fatti l’unica possibilità di creare un’alternativa durevole e convincente all’ideologia del sultanato e alla mitologia dell’imamato. Tutto il resto sono palliativi».

DRAGHI A COLLOQUIO CON ERDOGAN

Dopo quello con il Presidente cinese Xi, ieri colloquio telefonico di Draghi con il Presidente turco Erdogan. Ilario Lombardo per La Stampa.

«Una telefonata attesa da cinque mesi: da quando Mario Draghi definì senza troppe premure diplomatiche Recep Tayyp Erdogan «dittatore». Non è stato facile ricucire lo strappo, ma il tempo, il lavoro degli ambasciatori e il caos generato dalla conquista taleban in Afghanistan hanno agevolato il disgelo. Il colloquio tra i due è avvenuto ieri ed è durato una ventina di minuti. «Una conversazione articolata», spiegano fonti di Palazzo Chigi, che ha soddisfatto «pienamente» il presidente del Consiglio, impegnato in serratissime trattative con i leader mondiali per organizzare un G20 dedicato alla crisi afghana. La Turchia è un attore molto importante a Kabul, e non solo perché assieme a Cina, Russia, Qatar e Iran ha già ricevuto l'invito all'insediamento ufficiale del governo dei mullah. Ankara è una sponda fondamentale anche per l'Italia, perché, come ha spiegato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio durante l'informativa alla Camera, con Doha è il Paese in prima fila per la futura gestione dell'aeroporto della capitale. La telefonata con Erdogan arriva 24 ore dopo l'atteso confronto con Xi Jinping. Pechino non ha offerto certezze, ma, stando a fonti ufficiali, Draghi resta fiducioso di poter ospitare il summit straordinario dei 20 tra fine settembre e la prima settimana di ottobre. L'adesione manifestata dal presidente turco darebbe una chance ancora maggiore al vertice. Restano ovviamente le ombre di un rapporto bilaterale che viene definito «eccellente» ma che non è stato sempre facile. Sulla Libia, per esempio, altro argomento affrontato nel corso della telefonata, dove Ankara ha piantato gli scarponi militari a difesa di Tripoli, con l'obiettivo di espandere i propri interessi nel Mediterraneo, in contrasto con quelli italiani, e complicando ancora di più il difficile processo politico che potrebbe veder sfumare le elezioni fissate a fine anno. L'emergenza adesso però è l'Afghanistan. L'Emirato dei taleban ha battezzato un governo che è fonte di imbarazzo globale».

IL MURO POLACCO PER ARGINARE I PROFUGHI

Francesco Battistini sul Corriere racconta che cosa accade lungo la linea del confine tra Polonia e Bielorussia. Lukashenko spedisce afghani e iracheni verso Varsavia e i polacchi hanno eretto una barriera. Il grande regista Zanussi dice: i profughi sono esseri umani.  

«Confine Polonia-Bielorussia. «Mani sul cofano, favorite i documenti». Ecco, fregati. Sono stati quei contadini, è sicuro. Quando abbiamo passato la fattoria Tadeusza, uno l'abbiamo visto: s' è alzato sui campi, ci ha scrutato fin verso il confine, s'è portato il cellulare all'orecchio. Maledetto spione. Tempo cinque minuti e dal sentiero sono spuntati i gendarmi della Straz Graniczna , la guardia di frontiera. Braghe mimetiche e radio gracchianti, un viavai di macchine della Zandarmeria militare, perfino un elicottero. Un'ora e mezza di controlli: chi siete, che fate, avanti aprite il baule, fuori i telefonini, cancellate questi video, non sapete che è vietato, guardate che si rischia l'arresto Mani sul cofano e bavaglio alla bocca: da lunedì c'è quel che nemmeno Trump in Messico aveva osato, lo stato d'emergenza. E su quest' estrema frontiera orientale, tre chilometri di profondità, 183 fra città e villaggi, qui la Polonia diventa un po' meno europea e un po' più bielorussa. A comandare sono solo esercito e polizia: niente foto né domande, zero giornalisti e umanitari. «L'immigrazione è un'invasione!», 1.935 solo nell'ultima settimana, e per un mese i diritti saranno sospesi lungo tutti i 185 chilometri di confine. Duemila soldati dispiegati, coprifuoco serale, nessuna manifestazione è autorizzata. La prima volta dal 1981, dai tempi del comunismo. Da quando c'era il Muro di Berlino e chi s' immaginava ne avrebbero costruito un altro qui, poco sopra Lublino. Posano due chilometri di filo spinato al giorno. Calcolano le spaziature. L'avvolgono a triplo giro. Allineano le estremità. Piantano le staffe. Un bel lavoro, non c'è che dire. Con le pinze, per non sentir dolore, neanche quello dei migranti. In guanti bianchi di lattice rinforzato, per non sporcarsi con le sozzure del mondo. «Lo faremo uguale agli ungheresi», aveva promesso in agosto il ministro dell'Interno, e così è: il Muro della Polonia è un metro più basso e 340 chilometri più corto di quello d'Orbán, ma promette di funzionare uguale, anche di più. «L'unica risposta possibile a una minaccia come quella dei nazisti e dei sovietici nel '39», esagera il presidente polacco Andrzej Duda, amico dei sovranisti. «Una disgustosa, cupa propaganda sulla pelle dei migranti», fa opposizione da sinistra Donald Tusk, l'ex presidente polacco del Consiglio europeo: «Una barriera alta tre metri e mezzo per difenderci da chi? Dalla povera gente che cerca solo un posto su questa Terra?». L'ultimo Muro taglia foreste e fiumi, costeggia chiese e paesi. S' addiziona alle barriere già erette in Grecia e Bulgaria, Austria e Croazia. Indigna il mondo, proprio nel pieno dell'esodo dall'Afghanistan talebanizzato. Rattrista i contadini, che l'autunno vedevano sconfinare mandrie di bisonti e ora chissà. Tranquillizza le famigliole, che si trovavano l'iracheno nel giardino di casa. Come si dice in polacco «Not in my Back Yard»? Da settimane, 32 afghani «nimby» sono intrappolati nella boscaglia d'Usnarz Gorny, al di là della rete, e non possono venire in questo cortile: li riforniscono d'acqua e cibo, perché l'ha imposto la Corte europea, ma niente asilo. A sentire i sondaggi, i polacchi sono d'accordo all'86% col governo e disapprovano i dodici pacifisti che hanno tentato di divellere il filo spinato. Perfino il kebabbaro di Kuznica: «È povera gente - dice il giordano Ahmed -, ma qui non c'è posto». Al santuario di Sant' Antonio, ci si prepara all'adorazione dell'ostia miracolosa e la Polonia Fidelis, inginocchiata e assorta nelle preghiere, non è che si danni tanto per i fratelli migranti: «Sento che la gente è rassicurata dalla presenza dei militari - spiega padre Wojciech - e un po' lo sono anch' io. È una faccenda politica, non di solidarietà. Perché un anno fa, in Bielorussia, non c'erano profughi?». Appunto: che ci fanno qui? Come in Lituania e in Lettonia, altri due Paesi che stanno apparecchiando il filo spinato, questa crisi migratoria è diversa dal resto d'Europa. E Kuznica somiglia poco a Lampedusa o a Lesbo. L'ultimo dittatore del continente, Aleksandr Lukashenko, traballante per le contestazioni interne e stretto dalle sanzioni Ue, ha imitato il turco Erdogan e deciso di vendicarsi: «Ho sempre fermato per conto vostro i migranti e la droga - ha detto agli europei -, ora pensateci voi». Di colpo, ha tolto l'obbligo di visto per iracheni, afghani e siriani che vogliano entrare in Bielorussia. E in otto mesi, ha rovesciato sull'Europa una quantità di disperati cinquanta volte superiore a quella dell'anno scorso. Destinazione Lettonia, Lituania e Polonia, dove guarda caso si sono rifugiati gli oppositori di Lukashenko e la velocista scappata dalle Olimpiadi di Tokyo. Gli immigrati come arma di destabilizzazione di massa: Varsavia ne è certa, il dittatore paga il viaggio a chi vuole entrare nell'Ue. Ci sono i video di poliziotti bielorussi che accompagnano gruppi al confine. Ai profughi sono state trovate in tasca boarding pass da Bagdad e da Istanbul, l'Iraqi Airways s' è convinta a cancellare il collegamento diretto con Minsk. E le reazioni dell'Ue verso il governo ultranazionalista di Morawiecki, se paragonate a Orbán, stavolta sono morbide: la Repubblica Ceca ha mandato ai polacchi mezzo milione d'euro di contributo, il Gruppo di Visegrad applaude, nessuno che attivi Frontex e le guardie frontaliere europee. «C'è un uso strumentale dei migranti dalla Bielorussia - riconosce il "ministro europeo" Josep Borrell -, diamo tutto il nostro supporto a Polonia, Lituania e Lettonia». Qualcuno imbarazzato, ancora c'è. «Politici, intellettuali, cattolici, lo siamo in tanti», confida al Corriere il regista Krzysztof Zanussi, già Leone d'oro a Venezia: «È il problema che ogni Paese occidentale sta affrontando: li consideriamo persone illegali o esseri umani? Profughi o migranti economici? È intollerabile il rifiuto dello straniero. Ma anche la paura dell'Islam qui non è mai stata una cosa solo teorica, e bisogna tenerne conto. Questa è una frontiera europea, non solo polacca, ed è con l'Europa che s' affronta il problema Bielorussia. Lo stato d'emergenza è una pessima reazione isterica, serve solo a questo governo sovranista per spaventare l'opinione pubblica e zittire il dissenso, accusandolo di tradimento». Che cos' avrebbe detto di questo Muro, il suo amico Wojtyla? «Quando scoppiò la guerra in Iraq, si schierò con l'uomo e non con le ragioni politiche. Oggi farebbe lo stesso». Ma c'era stata Solidarnosc, allora: solidarietà. Ed era un'altra Europa, un'altra Polonia».

CINA. IL CULTO DI MAO, INCORAGGIATO DA XI

Il Presidente cinese Xi spinge il culto del suo predecessore Mao Tse Tung, e incoraggia i viaggi nella sua città natale. I disastri della Rivoluzione culturale e del Grande Balzo spariti da ogni ricordo. Reportage di Gianfranco Modolo per Repubblica.

«Spillette rosse con quel faccione inconfondibile appuntate al petto e bandierine con la falce e martello in mano, già di buon mattino la prima comitiva appena scesa dal pullman si mette in fila - non troppo ordinatamente per andare alla "Casa". A chi si arrampica fin quassù, tra le verdi colline dello Hunan, non serve aggiungere altro. La "Casa" è questa fattoria spoglia in riva ad uno stagno, tredici stanze di mattoni, dove il 26 dicembre di 128 anni fa nacque il padre della Cina contemporanea: Mao Zedong. L'uomo che si è inventato la rivoluzione e che vincendola ha dato al Paese una nuova dinastia, quella comunista, che regna ancora oggi. E ancora oggi, a 45 anni dalla sua morte - il 9 settembre del 1976 gruppi di nostalgici del Grande Timoniere arrivano qui per venerarlo come un dio. Benvenuti a Shaoshan. Benvenuti a "Maoland". In questo paesotto di poco più di 100mila anime, un'ora e mezza da Changsha, nel centro della Cina, tutto ruota attorno al culto del padre del comunismo, in un revival mistico e a tratti surreale dei "bei tempi che furono". Qui ovunque si posino gli occhi è impossibile non imbattersi nel suo sguardo. File di negozi con le sue statuette di plastica color oro di ogni dimensione e prezzo. Dipinti alle pareti del memoriale eretto in suo onore. Pendagli e collanine con il suo ritratto che gli ambulanti ai bordi delle strade offrono con insistenza ai pellegrini a prezzi proletari. Qui, nella Mecca del turismo rosso che il Partito del Nuovo Timoniere Xi da anni incentiva affinché i cinesi riscoprano i luoghi simbolo della creazione della nazione, arrivano ogni anno 7 milioni di visitatori. Pensionati, soldati, funzionari, intere famiglie con ragazzini al seguito. Pronti a riempire alberghi e ristoranti che campano soltanto di questo. A portarsi a casa una copia del Libretto Rosso e le poesie scritte in gioventù. A scattarsi selfie nella piazza che porta il suo nome e a posare fiori ed inchinarsi, in preghiera, davanti alla grande statua di bronzo che domina tutto. «È alta 10,1 metri. Dieci, come ottobre, e 1 come il primo giorno di quel mese del 1949 quando il presidente Mao annunciò la nascita della Repubblica popolare», scandisce con orgoglio la guida, Chen Shuae. «Ma per voi occidentali il mio nome è Ryan». Ok, Ryan. «Visitare questo posto è sempre stato il sogno della mia vita», racconta lentamente, appoggiandosi al suo bastone, il signor Yang, 77 anni. Che ha costretto il figlio ad accompagnarlo fino a qui dal lontanissimo Heilongjiang, al confine con la Russia. «Mao è stato un grande uomo che ci ha aiutati ad abbattere le tre montagne: il feudalesimo, l'imperialismo e il capitalismo che opprimevano il popolo cinese. E il popolo gli sarà grato per sempre». Un mito che fa presa anche sui giovani. Liu fa la commessa, viene dal Guangdong, nel Sud, ha 21 anni e parla come una veterana. «Indosso questa per rispetto», dice mostrando la spilla con il profilo dorato del leader incorniciato da una stella rossa. «Mao e i suoi compagni hanno scelto il comunismo come fede ponendo le basi della nostra felicità. Senza i loro sacrifici non saremmo così forti». Amen. Nessuno dentro al Partito, dopo la sua morte, ha avuto l'ardire però di denunciarne gli errori e gli orrori. Basta passeggiare dentro al museo per accorgersene. Tra le foto d'infanzia, la fondazione del Pcc, le battaglie contro l'invasore giapponese, l'epica Lunga Marcia e la guerra civile contro i nazionalisti, non c'è nessuno spazio a raccontare quel delirio di massa che fu il Grande Balzo e neppure quei dieci anni di isteria collettiva della Rivoluzione culturale. E allora, se non lo fa il Partito, il popolo può continuare, con la sua benedizione, ad alimentare questo revival nostalgico per un'epoca dove le disuguaglianze non erano forti come oggi, nella quale si era tutti più poveri, alla stessa maniera. «Se Mao sapesse che cos' è diventata la sua Cina, sarebbe talmente arrabbiato che chiederebbe di tirare giù il suo ritratto a Tiananmen », scriveva qualche anno fa in un libro delizioso il romanziere Yu Hua. Ombre maoiste, nota più di qualcuno, sembrano essere ritornate oggi con Xi al comando: la guerra ai grandi capitali, una centralità e un'intrusione del Partito nella vita privata che non si vedeva da decenni, un nuovo contratto sociale - un Red New Deal - per ridistribuire la troppa ricchezza in mano a pochi. Una nuova era politica, una "profonda rivoluzione" come ha teorizzato un anonimo blogger ripreso, però, dai principali media di Stato. Xi è il leader più potente dai tempi di Mao - il solo dopo di lui ad avere il proprio Pensiero nella Costituzione - e c'è chi si è affrettato a paragonarlo al Timoniere: qualcuno lo dice nemmeno troppo sottovoce anche qui a Shaoshan. Ma sono due Cine lontane anni luce: Mao si ritrovò tra le mani un Paese poverissimo al quale andava somministrata un'amara medicina, quella che governa Xi è la seconda potenza mondiale. E mentre il primo la rivoluzione la fece, il secondo quella parola l'ha cancellata dal vocabolario prediligendo ordine e stabilità. Non vedremo la furia ideologica e la violenza di quegli anni bui - che lo stesso Xi e la sua famiglia subirono - ma l'eliminazione del limite del doppio mandato che gli apre la strada ad una presidenza a vita e l'aver accentrato sempre più potere nelle proprie mani, raccontano bene il ruolo da "nuovo Timoniere" che Xi si sta cucendo addosso».

Sull’Avvenire Agostino Giovagnoli parla dei “nuovi e mai scontati passi del dialogo con Pechino”. Da Papa Francesco a Draghi.

«La videochiamata fra Mario Draghi e Xi Jinping non era scontata, invece alla fine c'è stata. Doveva riguardare solo l'Afghanistan, invece si è parlato anche di altro. Il presidente Xi - hanno comunicato fonti ufficiali cinesi - ha auspicato che il G20, di cui l'Italia è quest' anno alla presidenza, aderisca al «vero multilateralismo», promuova «lo spirito di solidarietà e cooperazione», dia «giusta direzione» alla governance globale e aiuti a «lavorare insieme per affrontare le sfide comuni». Ha chiesto anche che l'Italia svolga un ruolo attivo nel promuovere «lo sviluppo sano e stabile delle relazioni Cina-Ue» e cercato la solidarietà italiana contro il boicottaggio delle Olimpiadi invernali del 2022 (richiamando quelle di Milano-Cortina nel 2026). Molti messaggi insieme per molti interlocutori diversi, tanto che Palazzo Chigi ha precisato: «Non tutte le domande cinesi hanno avuto risposta». Ma esse rivelano una ricerca di dialogo con l'Occidente proprio mentre tanti attribuiscono alla Cina una concentrazione sull'Asia e il ritorno alla politica del Celeste impero che si circondava di Stati tributari. Una contraddizione, forse, ma anche un'opportunità. È un contesto che valorizza l'iniziativa di Draghi il quale, forte del suo sicuro atlantismo e del suo intenso europeismo, ha superato le perplessità americane e avvicinato la Cina a un'iniziativa comune sull'Afghanistan. Prima di Draghi, su questa strada si è messo da tempo papa Francesco, che pochi giorni fa ha confermato in un'intervista alla radio spagnola Cope la necessità e la positività del dialogo con la Cina, malgrado problemi e difficoltà. Quasi a conferma delle sue parole, viene la notizia dell'ordinazione del nuovo vescovo di Wuhan - oggi famosa in tutto il mondo come luogo d'origine della pandemia di Covid-19 - senza titolare dal 2007 e dove nel 2011 l'ordinazione del sacerdote Shen Gouan, decisa dalle autorità e già fissata, fu 'sospesa' su richiesta della S. Sede. Ad accogliere la richiesta fu proprio Xi Jinping, allora vicepresidente e in quei giorni in visita in Italia. Il nuovo vescovo si chiama Francesco Cui Qingqi e svolgeva da tempo la funzione di responsabile della diocesi di Wuhan, occupando il ruolo di segretario diocesano e di vicario generale. Nato nel 1964 a Changzhi (Shanxi), è stato ordinato sacerdote nel 1991. Durante l'ordinazione è stata annunciata ufficialmente l'approvazione papale e il direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni, ha confermato l'«ordinazione episcopale del reverendo padre Francesco Cui Qingqi, ofm, nominato dal Santo Padre vescovo di Hankou-Wuhan il 23 giugno 2021». La dichiarazione vaticana mostra che è stato anche superato l'ostacolo della divisione fra le diocesi Wuhan e di Hankou e sottolinea che «si tratta del sesto vescovo cinese nominato e ordinato nel quadro normativo dell'Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi in Cina». Sembra inoltre che sarà riconosciuto a breve un vescovo 'clandestino' - Peng di Guanzhou, nello Jiangxi - mentre la prossima riunione per eleggere i vertici della Conferenza episcopale e dell'Associazione patriottica, non riconosciuti da Roma, non desta particolari preoccupazioni a differenza di quanto avvenuto nel 2010 e del 2016. Sono tutte notizie che confermano la progressiva stabilizzazione del rapporto tra Santa Sede e Cina sulla base dell'Accordo sottoscritto nel 2018 e rinnovato nel 2020: il cammino è lento, ma si procede e le ragioni di chi non voleva questa intesa si indeboliscono progressivamente. Le parole del Papa sul dialogo con la Cina di qualche giorno fa hanno sollevato critiche e suscitato in alcuni commentatori - anche cattolici - la tentazione di insegnare al Papa il suo mestiere, come ha osservato ironicamente lo stesso Francesco. Ma la progressiva stabilizzazione dei rapporti fra Santa Sede e Cina, sembra mostrare che l'attuale pontefice sa fare piuttosto bene il suo mestiere. Se questa potenza globale è passata dalla politica di sostegno alla globalizzazione esposta da Xi Jinping a Davos nel 2017 alle chiusure attuali è anche perché gli occidentali - in primis gli Stati Uniti - l'hanno preceduta sulla strada delle chiusure e del conflitto. La Santa Sede, invece, è andata controcorrente e, se anche i risultati non sono eclatanti e permangono difficoltà, la stabilizzazione dei rapporti dopo l'Accordo del 2018 mostra una strada che altri potrebbero percorrere a beneficio della pace, della cooperazione mondiale, della lotta al terrorismo e di molto altro». 

LO SMART WORKING E l’INCUBO TASSE

Ma la polemica politica italiana non si esaurisce con la pandemia. Il Ministro della PA Renato Brunetta interviene sul Foglio sulla questione della fine dello smart working per i dipendenti pubblici.

«Il dibattito che si è aperto sullo smart working assomiglia a una commedia degli equivoci. L'equivoco primario è proprio il pomo della discordia, l'oggetto stesso della discussione: una modalità di lavoro che viene chiamata smart working, ma che senza adeguati cambiamenti organizzativi e digitali dei processi produttivi, non è smart working. Poiché in gioco c'è la vita quotidiana di milioni di persone, occorre fare chiarezza e riportare il dibattito su binari di realtà, lontano dalle percezioni soggettive, quando non interessate, e dalle opzioni culturali e ideologiche di ciascun osservatore, e soprattutto fuori dalla polarizzazione che aveva già visto contrapporsi tecno-entusiasti e tecno-pessimisti sulla Quarta Rivoluzione industriale. Lo dobbiamo non solo ai 3,2 milioni di dipendenti pubblici, i "volti della Repubblica" cui si deve la resistenza dell'italia al Covid- 19, ma anche ai cittadini, alle famiglie e alle imprese che meritano servizi di qualità, adeguati a un paese che sta crescendo a ritmi da boom economico e che ha bisogno di una Pubblica amministrazione che sia davvero l'architrave della ripresa. All'altezza della sfida. Bisogna, dunque, partire da un dato di fatto, che pare ignorato dai fautori dello status quo emergenziale: quello che è stato sperimentato in massa nella Pubblica amministrazione italiana, a causa della pandemia che dal 2020 ha sconvolto il mondo, non è lo smart working inteso come filosofia manageriale e modello di organizzazione strutturato ispirato a flessibilità, autonomia e responsabilità. Piuttosto è una forma di lavoro domiciliare forzato, realizzata nel giro di pochi giorni trasferendo meccanicamente all'esterno delle amministrazioni alcune delle attività che prima venivano svolte in ufficio, e solo quelle che, nell'emergenza, potevano immediatamente essere delocalizzate in funzione dei processi e delle tecnologie esistenti, senza una scelta organizzativa e strategica di fondo. Nonostante gli innegabili meriti "sanitari" di questa soluzione, che ha permesso per quanto possibile la continuità dei servizi e ha tutelato la sicurezza dei lavoratori, ciò che è stato sperimentato non può certo definirsi né smart working nell'accezione manageriale classica, né lavoro agile secondo l'inquadramento normativo pre-pandemia come definito dalla legge 81/ 2017. Lo dimostra il fatto che si è proceduto a colpi di deroghe, innanzitutto con il venir meno della necessità dell'accordo individuale, e poi con eccezioni agli obblighi informativi e all'alternanza tra prestazione in presenza e prestazione da remoto. Deroghe che però sono state accompagnate dalla trasformazione per legge del lavoro agile da una delle possibili modalità di lavoro pubblico da incentivare nella Pa a "modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa" e poi a "una delle modalità ordinarie". In sintesi: quella che nel nostro ordinamento era già una sperimentazione è prima diventata una sperimentazione di massa e poi elevata per legge al rango di modalità ordinaria del lavoro pubblico, senza che nel frattempo sia intervenuta alcuna reingegnerizzazione dei processi e alcuna digitalizzazione dei servizi. Non esiste ancora una piattaforma sicura dedicata allo smart working nella Pubblica amministrazione, l'interoperabilità delle banche dati è un processo in fieri, spesso i dipendenti sono stati costretti a lavorare ricorrendo ai propri computer e ai propri device. (…) E qui vengo al secondo argomento ricorrente tra i difensori dello smart working: il suo utilizzo come grimaldello per avviare la rivoluzione organizzativa che si attende da anni e per eliminare la cattiva burocrazia. Può un banale e certamente più comodo lavoro da casa assolvere a questo compito? Dobbiamo essere sinceri: no. L'implementazione repentina legata all'emergenza sanitaria e alle connesse esigenze di distanziamento interpersonale ha portato ad annullare tutto il percorso operativo che era stato indicato nella legge 81/ 2017 e nella direttiva della Funzione pubblica n. 3/ 2017, oltre che le più recenti linee guide per la redazione dei Pola, i Piani organizzativi del lavoro agile. Nessuna azione di accompagnamento è stata possibile, nessuna sensibilizzazione e formazione specifica dei lavoratori. (…) Nessun coinvolgimento adeguato delle parti sociali è stato fatto affinché si contemperasse una prestazione di lavoro adeguata al rispetto dei valori e dei diritti dei dipendenti pubblici. Nessuna conoscenza acquisita nel tempo sul benessere del lavoratore e dell'ambiente di lavoro in cui opera è stata oggetto di ripensamento in chiave smart. Una mera traslazione fuori ufficio delle logiche proprie della prestazione in presenza, ossia quello che è avvenuto durante la pandemia, contraddice sia la filosofia manageriale dello smart working sia gli stessi desiderata della direttiva che doveva dare implementazione al lavoro agile nella Pubblica amministrazione. La sperimentazione emergenziale ha portato a dover prescindere da una valutazione attenta delle diverse posizioni lavorative anche in termini di responsabilità e connessione tra le varie figure. Sono rimaste del tutto in secondo piano le finalità proprie dello strumento: il miglioramento della conciliazione vita-lavoro e l'aumento della produttività. Il terzo abbaglio, conseguente, riguarda il presunto aumento di produttività delle pubbliche amministrazioni. Chi produce statistiche sullo smart working emergenziale nella Pa da quali dati attinge? Al momento non possediamo una panoramica completa delle informazioni relative all'andamento della produttività collegata al lavoro agile nel 2020. E non la abbiamo per i motivi elencati sopra: è mancata la programmazione, è mancata la definizione dei target e degli obiettivi e sono mancati gli strumenti informatici per la raccolta e analisi dei dati e per il monitoraggio dei risultati raggiunti. Piuttosto abbiamo registrato lamentele da parte di imprese e cittadini che hanno sperimentato ( comprensibili) ritardi nella loro interlocuzione con le amministrazioni pubbliche, a causa della mancanza di personale sul posto di lavoro. (…) Per citare un esempio concreto tra le maggiori aziende digitali, Google ha dichiarato che da questo mese i dipendenti torneranno in presenza - fatta eccezione per 14 giorni l'anno - per stimolare una nuova qualità dei servizi, ma anche per migliorare la serenità del personale. Immeritata e fuori luogo, infine - e passiamo al quinto punto - l'accusa di neoluddismo e di ritorno al passato. Grazie alla spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma non solo, il governo sta attuando una delle più grandi rivoluzioni che il Paese abbia mai conosciuto. Per restare soltanto alla Pa, abbiamo sbloccato e digitalizzato i concorsi, semplificato le procedure ed eliminato i colli di bottiglia che potrebbero frenare le transizioni digitale ed ecologica, introdotto modalità di selezione del personale rapide e moderne, in linea con gli standard europei, creato un Portale nazionale del reclutamento che già da ottobre consentirà a chiunque vorrà lavorare con la Pa di candidarsi con un clic. L'infrastruttura necessaria per i progetti di trasformazione digitale, come il cloud e la condivisione dei dati, sta procedendo con forza e con l'appoggio di tutto il governo. In pochi mesi, abbiamo costruito l'impalcatura pubblica per sostenere la ripresa economica, che viaggia a ritmi che non vedevamo dagli anni Sessanta. Ma questo cantiere ha bisogno di tutto il capitale umano disponibile, quello attuale - prezioso conoscitore della macchina amministrativa e quello nuovo. Le decine di migliaia di persone - giovani laureati e professionisti con maggiore esperienza - che saranno assunte nelle pubbliche amministrazioni per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) non potranno certo inserirsi efficacemente nel contesto lavorativo se metà dei loro colleghi sarà ancora in smart working, a casa. Come potrebbe avvenire l'indispensabile attività di training? Come alimentare lo spirito di squadra e la necessaria osmosi di competenze? Noi vogliamo arrivare in breve tempo alla possibilità di un vero smart working nella Pa, ma per farlo dobbiamo prima tornare alla normalità post- emergenziale. "Normalità" non è una brutta parola: il Covid- 19 dovrebbe avercelo insegnato. Le riforme che stiamo attuando servono proprio a proiettarci verso una nuova "normalità", dalla quale ripartire».

Fermate le tasse, chiede il Giornale nel suo titolo di apertura. L’articolo di fondo, che invoca la pace fiscale, è di Nicola Porro.

«La proposta avanzata ieri da Antonio Tajani di bloccare le cartelle esattoriali per alcune categorie in difficoltà è una proposta di buon senso. Da una settimana l'Agenzia delle Entrate è ripartita quasi a pieno ritmo. Entro fine anno smaltirà quattro dei 60 milioni di avvisi congelati dall'8 marzo del 2020. Quando si parla di fisco gli animi si scaldano, vieppiù se l'argomento riguarda presunte irregolarità. La storia è sempre la stessa. Da una parte i virtuosi, o che si sentono tali, che mal sopportano uno sconto sul prezzo dello Stato, che loro hanno pagato per intero. Dall'altra i debitori che lamentano ingiustizie, errori, inversione dell'onere della prova e infine l'impossibilità concreta, economica di tirare fuori risorse che non hanno. In questo caso però gli argomenti per la pace fiscale sono decisamente più forti del solito. Ecco perché. 1. Come tutti sanno, tecnicamente l'emergenza non è ancora finita. Al di là di come uno la pensi sui provvedimenti governativi, è un fatto che lo stato di emergenza sia stato prorogato fino al termine dell'anno. Ma non l'emergenza fiscale, evidentemente. 2. L'esecutivo ha messo in campo una serie di provvedimenti restrittivi della libertà personale e di circolazione. Anche in questo caso evitiamo di entrare nel merito della bontà di queste costrizioni e andiamo sul terreno concreto. Se siamo meno liberi di prima, sia dal punto di vista dei consumi sia dal punto di vista dei redditi, avremo una sofferenza. Perché far finta, solo per gli aspetti fiscali, che tutto sia come prima? 3. Uno dei grandi cavalli di battaglia contro i condoni e le rottamazioni è che una parte dei lavoratori, quelli dipendenti, hanno poco da evadere, visto che la loro busta paga prevede trattenute alla fonte. Ebbene, nei due anni di Covid la gran parte dei dipendenti ha lavorato. Il peso maggiore della pandemia si è sentito su pmi e lavoro autonomo, i primi che oggi avrebbero qualche giovamento dal blocco delle cartelle fiscali. 4. Il crollo dell'economia questa volta non è nato da una crisi dei mercati, ma da una decisione dei governi. Peraltro l'Italia ha chiuso prima e più degli altri. Insomma è il governo, in virtù della dichiarata emergenza, che ha creato la crisi. Non si capisce come possa oggi essere intransigente per una situazione che, obtorto collo direbbe qualcuno, ha esso stesso cagionato. C'è infine un ultimo punto, forse il più importante. Tutti hanno paragonato questa pandemia ad una guerra. Non vi è guerra che si risolva senza un'indulgenza. Keynes, che tanti a parole apprezzano e pochi conoscono, nel 1919 scrisse: «Se noi miriamo deliberatamente all'impoverimento dell'Europa centrale, la vendetta, oso predire, non tarderà». Se impoveriamo ancora di più autonomi e pmi, per gli affari di tutti noi le cose finiranno male».

CONTE VUOLE CONQUISTARE IL NORD

La corsa alle amministrative è segnata da varie incertezze, non solo per i sondaggi sulle città. Matteo Pucciarelli per Repubblica racconta la campagna “settentrionale” di Giuseppe Conte. Oggi il leader dei 5 Stelle sarà al Salone del Mobile.

«Politicamente parlando sono sempre state e per ora restano terre aride per i 5 Stelle. Anche nel momento di massimo splendore del M5S, cioè tre anni fa, se proprio si voleva fare un appunto a quel travolgente 33 per cento si andavano a vedere le percentuali lì, in Lombardia e Veneto, dove si genera il grosso del Pil nazionale: anche dieci punti sotto. Figuriamoci oggi. Giuseppe Conte lo sa bene, «dobbiamo essere umili e non presuntuosi - dice infatti in piazza a Milano - se finora non siamo riusciti ad avere molti consensi evidentemente abbiamo sbagliato qualcosa». Il suo tour al Nord scandito da quattro-cinque tappe al giorno è degno di quello schiacciasassi da campagna elettorale che è Matteo Salvini e anche il bagno di selfie che gli è stato via via riservato somiglia molto allo stesso tipo di consenso che aveva benedetto l'allora astro nascente della Lega Nord. «Sono emozionato per questa accoglienza», ammette infatti l'avvocato. A Treviglio, bassa bergamasca, curiosi e simpatizzanti lo aspettano al mercato agricolo, luogo del primo appuntamento. Comincia la processione per lo scatto con lo smartphone e per due parole, tanta è gente lì per caso che non resiste al fascino del volto noto e che tutto sommato piace, ma gli esercenti non fanno una piega e allora è Conte che va da loro: si ferma dal macellaio, dal salumiere, prende un caffè al bar e così via. «Come andiamo? Gli affari sono in ripresa?», chiede l'ex presidente del Consiglio. Quindi, piazza dopo piazza, dalla Brianza a Milano: le ragioni della piccola e media impresa e gli aiuti per tutelarla; il racconto sul superbonus al 110 per cento che genera lavoro («siamo assolutamente per la proroga»); le vaccinazioni per non chiudere più, e "chiudere" qui è inteso come zero fatturare; una volata dai ragazzi che fanno impresa e inclusione sociale di Pizzaut. Conte insomma punta molto sull'economia, sul famoso Pil una volta indice di sviluppo contestato dal M5S e ora invece non più. Oggi, non per caso, sarà al Salone del Mobile, manifestazione simbolo del made in Italy, della Milano locomotiva e tutto il resto. «È falso dire che siamo contro lo sviluppo - ragiona - ma anzi guardiamo con attenzione alle punte più avanzate dell'innovazione digitale». Se negli industriali del Nord né il Movimento né il contismo hanno fatto breccia - a Cernobbio non è partito nemmeno un applauso per lui, e l'essere in collegamento e non di persona è una spiegazione parziale - non sembra essere un problema, perché l'obiettivo del leader 5 Stelle è parlare alla fascia intermedia, quel mondo imprenditoriale e artigiano che si sente schiacciato da multinazionali e grande distribuzione. «Vogliono costruire 20, 30 supermercati qui, a quanti vogliono arrivare?», dice ad esempio durante il comizio improvvisato a Treviglio, e giù applausi. L'oggettivo consenso personale che l'ex presidente del Consiglio sembra mantenere, non certo intaccato dalla contestazione di una trentina di No Vax nella sua visita a Desio, ha comunque l'effetto di rinfrancare quel che resta del Movimento. La scena classica del tour è questa, cittadina dopo cittadina: consiglieri regionali e parlamentari del posto in fila, in trepidante attesa dell'arrivo del leader, prima preoccupati della possibile accoglienza riservata dai concittadini, infine sollevati dopo la bella figura con il capo. E magari a darsi di gomito: finito il M5S, sarà il partito di Conte a salvarli tutti. Dopodiché a questo giro di amministrative nessuno si aspetta risultati mirabolanti per il Movimento 2050, anzi. «L'effetto del nuovo corso non si vedrà subito», mette le mani avanti il presidente del M5S a proposito della candidata di Milano Layla Pavone (nel presentarla Conte si è sbagliato e l'ha chiamata "Romano"), ma le stesse parole le aveva utilizzate qualche ora prima in televisione a proposito di Virginia Raggi. Per la rivoluzione, insomma, serve ancora tempo».

CORSA AL QUIRINALE: I DUE SUPER PARTES E GLI ALTRI

Il guru del Pd Bettini alla festa del Fatto ha aperto pubblicamente la corsa al Quirinale, lanciando l’opzione Draghi al Quirinale a febbraio ed elezioni anticipate in primavera. Mentre il segretario del Pd Letta non parla, per ora, del Colle ma del governo Draghi che deve durare fino al 2023. Il centro destra è ancora coperto, pur avendo sventolato la bandiera della riabilitazione di Berlusconi. Oggi il retroscena di Francesco Verderami sul Corriere.

«Se oggi la corsa per il Colle è vissuta come una partita a due tra Mattarella e Draghi, è perché oggi fuori da questo schema si intravede solo il caos. È vero che all'elezione del nuovo capo dello Stato mancano ancora cinque mesi, ma è altrettanto vero - come sostiene un ministro - che «nel Paese si va consolidando l'idea di una rielezione dell'attuale presidente della Repubblica o dell'avvento al Quirinale dell'attuale presidente del Consiglio». E allora, più che attardarsi a capire cosa si dicono i segretari dei partiti, andrebbe capito cosa si dicono sul tema Mattarella e Draghi, che attualmente rappresentano il punto di equilibrio istituzionale del sistema: il primo ha espresso la volontà di chiudere la sua esperienza al termine del settennato, il secondo - racconta un dirigente del Pd - «è chiaro a cosa ambisce ma finora dinanzi a ogni sollecitazione non ha mai mosso un muscolo». E si capisce il motivo, vista la delicatezza della sua posizione che si unisce alla farraginosità del quadro politico, con un Parlamento balcanizzato dove i leader discutono di nomi mentre i peones discutono di date, terrorizzati di veder cessare la legislatura prima del luglio 2022 e preoccupati solo di arrivare al riscatto della pensione, dato che in tanti sanno già di non tornare. Non a caso Quagliariello ricorda che «a votare non saranno i partiti ma i parlamentari. A scrutinio segreto». Il rischio insomma è che gli accordi possano rivelarsi scritti sulla sabbia se dopo le elezioni presidenziali si aprissero le urne per le elezioni anticipate. Così tornano in mente le parole pronunciate da Franceschini in tempi non sospetti, quando spiegò ai compagni di partito che, «qualora si puntasse su Draghi, bisognerebbe prima stringere un patto di ferro con le altre forze per un governo fino al termine della legislatura». Fu una lezione di metodo quella del ministro della Cultura, memore che ogni intesa su un candidato al Colle passa da una serie di caveat stabiliti prima del voto: e in questo caso i punti da sottoscrivere sarebbero la data del voto e il sistema elettorale da adottare. Siccome al momento il patto non c'è, è chiaro perché il premier non voglia esporsi. «Ma il gioco è nelle mani di Draghi e Mattarella», spiega chi ha partecipato a molte trattative per il Quirinale. Ed è vero che stavolta non è come le altre volte, che la forza di maggioranza relativa non gioca un ruolo da protagonista ma agisce di risulta, e che i partiti alla vigilia della corsa arrivano a dividersi in pubblico, visto che il leader del Pd vuole la permanenza dell'ex presidente della Bce a palazzo Chigi «fino al 2023» - e di fatto non è propenso a votarlo per il Colle - mentre Bettini propone Draghi al Quirinale per andare subito alle urne. Così si torna al nodo delle elezioni che sarà lo snodo della sfida per il capo dello Stato. E le Amministrative incideranno sulla scelta. «Lì si capirà - secondo Lupi - chi avrà interesse ad accelerare verso il voto e si muoverà di conseguenza sulla presidenza della Repubblica». Lì si giocheranno «i destini di Salvini e Letta», dicono all'unisono personalità di schieramenti opposti. Perciò il patto che il capo della Lega avrebbe sottoscritto con la Meloni ha il sapore della mossa tattica in vista del voto nelle grandi città. I numeri peraltro evidenziano come in Parlamento non ci siano margini per soluzioni di blocco, cioè per candidati di schieramento: servirà invece un vasto accordo per compensare i franchi tiratori. Insomma è anche per esclusione che oggi si accreditano Mattarella e Draghi, per quanto - come si lascia sfuggire un esponente della segreteria dem - i partiti stiano lavorando a «figure di cerniera». I quirinabili non mancano, «già tra i nostri la lista è più lunga dei richiedenti il reddito di cittadinanza», sorride un dirigente del Pd. Ma a detta di un rappresentante del governo «non si può escludere una strada alternativa per un nome di ricomposizione, che restituisca ai partiti uno spazio altrimenti occupato da Draghi». In Parlamento Renzi è all'opera, e non fa nulla per dissimularlo. Mentre chi sta in Consiglio dei ministri segnala «l'attivismo silenzioso di Giorgetti». La dead line per l'operazione è «metà gennaio» e non esclude il rischio di una serie infinita di votazioni senza soluzioni, una sequenza di «bianca, bianca, bianca» che indebolirebbe ulteriormente i partiti e metterebbe a repentaglio il quadro di governo. Ecco perché oggi prevale lo schema Mattarella-Draghi. Anche se, a dar retta a uno dei partecipanti alla gara, «la corsa al Colle è da sempre una giocata da tripla».

Leggi qui tutti gli articoli di giovedì 9 settembre:

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Il grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) della Versione si va concretizzando: soprattutto nell’orario mattutino della consegna dal lunedì al venerdì, prima delle 8, e nella sontuosa antologia degli articoli citati in pdf scaricabile. Altre novità sono in arrivo. Occhio alle vostre caselle di posta.

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