Eurodraghi

Il premier illustra la sua posizione in vista del Consiglio europeo. Critico sui migranti e con la Polonia. Rivendica la lotta al Covid. Vertice del centro destra. Calenda parla a Letta. Caos a Beirut

L’europiano (copyright Avvenire) che Mario Draghi ha tracciato ieri in Parlamento, in vista del Consiglio Europeo che apre oggi, tocca vari punti. Ci sono la preoccupazione per la sentenza della Corte costituzionale polacca che porta quel Paese fuori dall’Unione europea, i timori per i rincari dei prezzi, la crisi dei migranti che Bruxelles sembra ignorare, quando non affrontare solo in chiave egoista, di costruzione di muri e barriere. Nel suo discorso Draghi ha sottolineato i buoni risultati ottenuti dall’Italia nella lotta al Covid.

Proprio ieri un rapporto dell'Istituto superiore di Sanità ha ricordato che in Italia dal primo febbraio al 5 ottobre di quest' anno sono morte 38 mila e 96 persone positive al virus, di cui 33 mila 620 non si erano sottoposte nemmeno alla prima dose, e 1.440 avevano effettuato il ciclo completo. Quest' ultimo dato rappresenta il 3,7% di tutti i decessi. A leggere le notizie dagli altri Paesi si inorridisce. Dalla Gran Bretagna, previsti ancora 100 mila morti, alla Russia, di fatto in lockdown, al Brasile dove Bolsonaro rischia l’incriminazione. Per non parlare degli Usa, solo ora alle prese con l’obbligo di lasciapassare per i lavoratori.

L’impressione è che in Italia la vicenda del Green pass non riguardi più il merito. Nessuno più pensa davvero che i vaccini siano inutili o dannosi. Mentre il tam tam sulle prossime manifestazioni di venerdì e sabato, a Trieste e non solo, conferma come ci sia un’ampia strumentalizzazione e una convergenza di tutti i gruppi estremisti violenti. Anche in vista del G20 a Roma.  

La metabolizzazione del voto locale impegna tutti i partiti. Ieri importante vertice del centro destra nella nuova residenza di Berlusconi sull’Appia (Villa Grande che fu di Zeffirelli). Si è stabilita una cabina di regia per l’alleanza, ma c’è maldipancia in Forza Italia e fra i ministri. “Unità per il Quirinale”, dice il comunicato finale del vertice. In politica vale una vecchia regola ecclesiastica: quando si parla di unità, qualcuno divide o vuole dividere. Chi sarà? E su quale candidato? Anche a sinistra grandi movimenti. C’è un’interessante intervista a Carlo Calenda su Repubblica. Parlano anche il sindaco Pd di Firenze Nardella sul Corriere (“alleanza con i costruttori”) e Bersani alla Stampa (che dice al Pd “Attenti a non bruciare Draghi”), li trovate nei pdf.

Dall’estero segnalo la vicenda del Libano e la tristissima storia della pallavolista di Kabul decapitata. Vivace anche il dibattito nella Chiesa: sia sul Sinodo (Camisasca sul Foglio) che sulla Settimana sociale dei cattolici che si apre a Taranto (Santoro su Avvenire).

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Non c’è un tema unico per i titoli dei quotidiani. Il Corriere della Sera sottolinea una frase di Draghi in Parlamento: «Vaccini, l’Italia va veloce». Il nostro capo del Governo l’ha pronunciata illustrando la posizione dell’Italia al Consiglio europeo. Per Avvenire si tratta di un: Europiano Draghi. Il Messaggero sceglie le valutazioni del premier sui prezzi: Draghi alla Ue: allarme sul gas. Dal pane al latte, primi rincari. Della previdenza si occupano La Repubblica: Pensioni, Draghi tira dritto sette giorni per l’intesa. La Stampa: Pensioni, il no dei sindacati. “Quota 102, una presa in giro”. E Il Manifesto che gioca con parole dell’ospitalità alberghiera: Mezza pensione. Il Giornale celebra il vertice Berlusconi-Salvini-Meloni: Patto nel centrodestra. «Ora uniti per il Colle». Mentre il Domani racconta che sulle formazioni neo fasciste è passato solo un ordine del giorno: Parlamento e governo salvano Forza Nuova: niente scioglimento. Anzi per Libero: Anche Letta vuol far fuori la Lamorgese. Il Fatto insite contro Italia Viva: Open pagava a Renzi viaggi, hotel e fotografo. Il Quotidiano Nazionale è preoccupato degli hacker che hanno violato la Siae: Nuovo attacco web, Italia senza difese. Il Mattino teme una nuova discriminazione anti meridionale: Recovery, con i primi fondi aumenta il divario Nord-Sud. Il Sole 24 Ore dà notizia degli ottimi risultati delle nostre esportazioni: Export al record dei 500 miliardi. La Verità punta su un tema nuovo da quelle parti, il Green pass: Ma quale spinta ai vaccini: boom di tamponi e certificati.

IL PIANO DI DRAGHI PER IL CONSIGLIO EUROPEO

L’Avvenire di oggi lo chiama l’“europiano Draghi”. E’ il discorso di Draghi alla vigilia del Consiglio Ue. È molto critico con l’Unione solo in tema di migranti. Difende invece l’idea d’Europa dalla deriva sovranista della Polonia. E rivendica il primato dell’Italia nella lotta al Covid. La cronaca del Corriere a cura di Marco Galluzzo.

«L'Europa ha un ruolo «unico, necessario, insostituibile», e «ci si sta non solo per bisogno, ma per realismo e idealismo»: senza la sua capacità di spesa non avremmo avuto i risultati attuali di vaccinazione della popolazione («e siamo sopra la media europea»), ma nemmeno sarebbe arrivata la ripresa, e non si potrebbero impostare la transizione digitale ed ecologica, che hanno bisogno di centinaia di miliardi di euro all'anno. Mario Draghi in Parlamento anticipa gli argomenti che affronterà oggi e domani a Bruxelles, nel corso del Consiglio europeo, mette talvolta sotto accusa la Commissione Ue, almeno sul dossier migranti, per la lentezza delle proposte. Ma su tutto il resto difende a tutto tondo l'istituzione, a cominciare dalla prevalenza della Corte di giustizia europea sul potere delle Corte costituzionali nazionali: sui casi recenti di Polonia e Ungheria, «la posizione non può che essere di fermo, fermissimo sostegno alla Commissione. Il nostro auspicio è che si rientri nell'alveo della giurisdizione della Corte di giustizia europea, come è avvenuto in tanti altri casi». Draghi sciorina i numeri della necessità dell'intervento finanziario, e massiccio, della Ue sui bilanci nazionali: sulla difesa europa, perché «non potremmo mai vincere sul piano nazionale la sfida della difesa, ma ciò richiede un'enormità di mezzi che un Paese singolo non ha». Stesso discorso per la transizione verde e digitale, cui pure è dedicata gran parte del nostro Pnrr: «Per darvi un'idea la stima della Commissione europea di fabbisogno di investimento addizionale, privato e pubblico, riguardo alla transizione verde e a quella digitale sarà di circa 650 miliardi di euro all'anno fino al 2030. La transizione verde soltanto comporterà investimenti per 520 miliardi per anno. I settori dell'energia e dei trasporti richiederanno una stima di investimenti di 390 miliardi di euro per anno, cioè a dire il 50 per cento superiore che non in passato. Sono dimensioni che non riusciamo semplicemente ad affrontare a livello nazionale. Per cui l'Europa svolgerà necessariamente un ruolo insostituibile, sia per le dimensioni degli interventi sia per le molte circostanze in cui la solidarietà sarà necessaria». Di questi argomenti si discuterà oggi al tavolo del Consiglio europeo, che affronterà dossier caldi aggiuntivi, dal commercio estero al costo dell'energia, dai vaccini alla preparazione della Cop26 di Glasgow. E a proposito di pandemia Draghi coglie l'occasione per ringraziare gli italiani che hanno scelto di vaccinarsi, «in particolare i giovani e giovanissimi, e chi ha deciso di farlo nelle scorse settimane dopo aver superato le proprie esitazioni e in Italia la campagna procede più spedita della media Ue: a oggi l'86% sopra i 12 anni con almeno una dose e l'81% è completamente vaccinata». Aggiunge il premier che negli ultimi quattro mesi il Paese ha vaccinato «metà della popolazione, uno sforzo straordinario per cui dobbiamo essere grati al nostro sistema sanitario», mentre «dal decreto che prevede l'estensione ai luoghi di lavoro (del green pass) le prime dosi di vaccino sono cresciute del 46% rispetto al trend atteso tra il 16 settembre e il 13 ottobre. Ci sono state 559.954 prime dosi di più rispetto al previsto». Ma un'altro topic sarà il digitale, la tabella di marcia europea sino al 2030: «L'Italia ha fatto propri gli obiettivi dell'agenda digitale e ne ha anticipato il raggiungimento al 2026, anche grazie alle risorse del Pnrr. Siamo ancora indietro, ma intendiamo colmare rapidamente il divario che ci separa dal resto d'Europa, e in alcuni settori guidare la transizione digitale europea». Stesso discorso sulla transizione climatica, che ha bisogno dell'accettazione consapevole della popolazione e «che non comporta una riduzione dei posti di lavoro ma un aumento». A questo proposito Draghi tiene molto ad alcuni dati: «Sulla riduzione dei combustibili fossili: noi abbiamo fatto molto bene finora. Nel 2019 in Italia il 18,2% del consumo finale di energia era prodotta con fonti rinnovabili: più della Francia e della Germania. Questo è stato l'effetto di un forte aumento nell'uso dei rinnovabili rispetto al 12,8% di 10 anni prima. Abbiamo quindi fatto bene ma dobbiamo fare ancora molto, è una partita difficile». Come per altri settori sarà necessario il coordinamento della Ue, massicci finanziamenti comunitari, e il governo italiano «ha sollecitato la Commissione a esplorare rapidamente l'opzione di acquisti e stoccaggi congiunti di gas naturale su base volontaria con misure di medio periodo. Questa strategia può essere utile per resistere meglio agli choc e sviluppare le capacità industriali di deposito. La Commissione presenterà una proposta di revisione del quadro normativo entro dicembre». E alle Camere Draghi ha ribadito l'impegno del governo per il contenimento delle bollette spiegando, tuttavia, di avere «buone ragioni per pensare che l'aumento del gas sia temporaneo». Altro argomento di discussione sarà «l'autonomia tecnologica nei semiconduttori. L'Europa è passata dal 44% della capacità nel 1990 ad appena il 9% nel 2021. Dipendiamo sempre di più dalle forniture extra-europee. Per produrre il 20% dei semiconduttori mondiali entro il 2030 dobbiamo intervenire subito e con decisione». Draghi fa anche un confronto internazionale: «I sussidi statali di Cina e Stati Uniti vanno dal 30% al 60% del costo di un impianto di semiconduttori. Per fare questa transizione ecologica e digitale non ci sono alternative all'intervento dello Stato». Che a sua volta non può non essere inserito in un progetto della Ue. Il Consiglio discuterà anche di commercio internazionale. Il premier parla della ripresa degli scambi che «nel secondo trimestre di quest' anno erano del 5% più alti di due anni fa, prima della pandemia», ma oggi ci sono enormi colli di bottiglia nelle forniture, che causano inflazione. Quindi i migranti: il premier ammette che gli sbarchi sono doppi rispetto all'anno scorso, anche per questo Draghi attende «il previsto Piano d'azione europeo che deve includere obiettivi, misure di sostegno e tempistiche precise», oltre alla «presentazione di un rapporto al Consiglio sul miglior utilizzo possibile di almeno il 10% dei fondi dello strumento di Vicinato, Sviluppo e Cooperazione».

PENSIONI, SI CERCA UN ACCORDO

Spedita la lettera a Bruxelles, in cui è fissata una manovra da 23,4 miliardi, di cui quattro in sostegni alle imprese, restano delle decisioni da prendere nei prossimi giorni. Enrico Marro per il Corriere.

«Con l'invio, ieri, del Documento programmatico di bilancio (Dpb) al Parlamento e alla Commissione Ue, diventano chiare le poste finanziarie della manovra. Che, complessivamente, per il 2022 vale 23,4 miliardi, con un trascinamento di 5,3 miliardi nel 2023 e 4,9 nel 2024. La voce che nel 2022 assorbirà più risorse è la riduzione delle tasse, con 8 miliardi, di cui 2 già stanziati in precedenza. Serviranno per tagliare il cuneo fiscale sul lavoro, come chiesto anche ieri dall'Ocse. Il Dpb (60 pagine) si limita a elencare i capitoli della manovra. E così sulle tasse si parla solo di «attuazione della prima fase della riforma fiscale». Il resto arriverà nel 2023 con l'attuazione della delega approvata di recente dal governo. I dettagli sul fisco così come sugli altri capitoli della manovra si conosceranno all'inizio della prossima settimana, quando il Consiglio dei ministri varerà la legge di Bilancio. Questi giorni saranno impiegati a definire le norme trovando un accordo nella maggioranza, dove sono sopratutto due i temi di conflitto: le limitazioni alla proroga dei bonus edilizi prefigurate dal ministro dell'Economia, Daniele Franco, e le poche risorse per le pensioni. Appena 600 milioni il primo anno, 450 il secondo e 500 il terzo per sostituire Quota 100, tema sul quale la Lega ha già espresso una «riserva politica», bocciando l'ipotesi avanzata dallo stesso Franco di fissare Quota 102 nel 2022, che significherebbe limitare l'accesso anticipato alla pensione solo a chi raggiunge 64 anni d'età e 38 di contributi, per salire poi a Quota 104 nel 2023. Con 600 milioni di maggiore spesa prevista nel 2022 difficile si possa fare di più, comprese le ipotesi di allargare la platea dei lavori gravosi ammessi all'Ape sociale e di prorogare «opzione donna». Non a caso la reazione dei sindacati è durissima. Cgil, Cisl e Uil chiedono al governo una convocazione urgente e minacciano la mobilitazione. Se sulle pensioni è possibile che Franco debba fare delle concessioni è ancora più probabile che ciò avvenga sul capitolo degli ecobonus edilizi. Qui il Dpb si limita a parlare di «proroga dei bonus per le ristrutturazioni edilizie, riqualificazione energetica, mobili, sisma, verde». Nell'elenco manca il bonus del 90% sul rifacimento delle facciate. Altro problema: Franco ha spiegato che la proroga del Superbonus del 110% al 2023 sarebbe limitata ai condomini e alle case popolari, escludendo quindi le ville uni e plurifamiliari. E dal 2024 il Superbonus scenderebbe al 70%. Contro queste ipotesi si sono schierati praticamente tutti i partiti. «Il bonus facciate è una misura che sta funzionando - dice il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini (Pd) -. Per questo insistiamo perché non venga eliminata». Per la proroga di tutti i bonus senza limitazioni anche la Lega mentre i 5 Stelle sono contrari a escludere le case singole dal Superbonus così come alla riduzione dello sconto al 70%. Più leggero del previsto anche lo stanziamento per la riforma degli ammortizzatori sociali: 1,5 miliardi, ai quali potrà però aggiungersi un altro miliardo e mezzo frutto della sospensione del cashback. In tutto 3 miliardi per estendere la cassa integrazione alle piccole imprese del terziario. Stanziamenti importanti sono invece previsti per la sanità (4 miliardi) per gli incentivi alle imprese (4 miliardi per Transizione 4.0 e Sabatini) e per calmierare il caro-bollette (2 miliardi anziché 1 come ipotizzato nei giorni scorsi).».

Sulle pensioni Salvini vuole più risorse per uscite anticipate, mentre il premier sarebbe pronto a concessioni solo sui lavori gravosi. Annalisa Cuzzocrea per Repubblica.

«Quel che la Lega vorrebbe almeno ottenere sulle pensioni, lo dice il presidente dei senatori del Carroccio Massimiliano Romeo in poche battute: «In Consiglio dei ministri non è stato ancora deciso niente. Questo è il momento di trattare per arrivare a una mediazione. Va bene superare Quota 100, ma non si può tornare alla legge Fornero: serve uno strumento per garantire flessibilità in uscita con una misura che sia attrattiva». Tradotto, senza penalizzazioni. Al ministero dell'Economia raccontano che quello che hanno chiesto i leghisti - attraverso il sottosegretario Federico Freni - è un fondo che garantisca esattamente questo, anticipare le finestre di uscita, senza perdere contributi, per l'intera platea che ora si troverà a dover rispettare nuove quote: 102 (64 anni di età più 38 di contributi) nel 2022, 104 nel 2023. Solo che una richiesta del genere vanificherebbe l'efficacia e il senso della misura, oltre a non essere sostenibile. Per questo Mario Draghi resta fermo sulla sua decisione. Ha già spiegato a Matteo Salvini - che aveva provato a insistere - che mantenere Quota 100 così com' è sia di fatto impossibile. Ed è pronto a spiegargli, nella settimana che porterà da qui al Consiglio dei ministri in cui la manovra dovrà essere varata, che quota 102-104 è già una mediazione. Il presidente del Consiglio è d'accordo sul fatto che il superamento di Quota 100 debba essere graduale, senza scaloni. Senza traumi al corpo sociale del Paese. Ma l'unica progressività che può essere accordata è quella già definita, di due anni in due anni. E la sola concessione maggiore riguarderà la platea dei lavori gravosi, già allargata - non senza polemiche - dalla commissione presieduta dall'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano. La possibilità di lasciare prima del tempo senza perdere contributi potrebbe quindi esserci, ma solo per le categorie entrate nella nuova lista dei gravosi. Il che, alla Lega, non basta. Secondo chi ha partecipato ad alcune delle riunioni tecniche, con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli, il ministro dell'Economia Daniele Franco, il sottosegretario Freni, il partito di Salvini non è disposto ad accettare che per le pensioni ci sia uno stanziamento minore di quello impiegato per il Reddito di cittadinanza. È anche una questione di bandiere: quelle sventolate durante il Conte 1 dal Carroccio da una parte e dal Movimento 5 Stelle dall'altra. E infatti Tiziana Nisini, sottosegretaria leghista al Lavoro, insiste: «Arrivare a un compromesso va anche bene, ma 8 miliardi per il reddito di cittadinanza sono troppi. È una misura di assistenzialismo che mette in difficoltà il mondo del lavoro, noi parliamo ogni giorno con imprenditori che a causa del sussidio non trovano manodopera. Bisogna che una parte di quei fondi sia spostata sulle pensioni, in modo da favorire il ricambio generazionale». In realtà, uno degli obiettivi fallito da Quota 100 è proprio il ricambio, il passaggio di testimone dai più anziani ai più giovani. Anche per questo, la prima proposta della Lega, quella di prorogarla almeno per un anno, è stata bocciata senza appello. «Siamo in una fase di mediazione - continua Nisini - ma va costruita in base ai soldi stanziati. È su questo che stiamo lavorando. Fare in modo che ci sia un'uscita dal lavoro a un'età adeguata ». La trattativa non sembra avere molti spazi. Né il presidente del Consiglio pensa di aver fatto alcun favoritismo ai 5 Stelle rispetto alla Lega. Perché il meccanismo del Reddito di cittadinanza sarà comunque profondamente riformato, con il décalage - il diminuire progressivo dell'assegno che consentirà di non farne una misura di assistenzialismo senza limiti. E con i controlli che invece di essere fatti ex post saranno eseguiti ex ante: quindi prima di concedere il sussidio. Non è poco, ma fin quando il fondo resterà intaccato, o addirittura potenziato come in questo caso, il Movimento è disposto a dire di aver vinto: «Quelle modifiche le hanno trattate con noi», rivendica nel cortile di Montecitorio l'ex viceministro allo Sviluppo Stefano Buffagni. «La verità è che abbiamo vinto su tutta la linea». La Lega fa trapelare disappunto, nulla di più. Alla parola «strappo », qualsiasi deputato o senatore - a parte Claudio Borghi, da tempo il fronte più avanzato dello scontento - scuote la testa spaventato. Le parole d'ordine inviate a tutti dal quartier generale di Salvini sono: noi restiamo nel governo difendendo le misure che servono ai cittadini. Nessuno arriva a minacciare, nessuno - per ora evoca scenari di rottura. Ma certo, il Carroccio ha bisogno di dimostrare che è in grado di portare a casa qualcosa. A maggior ragione dopo la batosta delle elezioni amministrative. Sulle pensioni, tirerà la corda il più possibile. Stando però meticolosamente attento a non romperla».

CALENDA E 5 STELLE AGITANO IL NUOVO ULIVO

A sinistra la prospettiva di Enrico Letta è quella di un nuovo Ulivo che coinvolga da Bersani a Calenda, passando per Renzi. Proprio il leader di Azione viene intervistato da Concetto Vecchio di Repubblica e rilancia l’idea di un governo Draghi “anche dopo il 2023”. Prospettiva non a caso molto criticata sempre oggi da Paolo Mieli sul Corriere. Ecco l’intervista di Vecchio.

«Carlo Calenda, perché non le piace lo schema "da Calenda a Conte" proposto da Enrico Letta? «Perché è vecchia politica. Il Movimento è imploso. S' insegue qualcosa che rischia di non esserci più a breve. Solo a Roma la mia lista ha preso più voti di tutte le liste Cinquestelle messe insieme in Italia». I Cinquestelle non hanno dimostrato di essere affidabili col governo Draghi? «Quali? Quelli populisti alla Virginia Raggi, Beppe Grillo e Alessandro Di Battista? O quelli governisti? Quest' ultimi, comunque, propongono cose per me inaccettabili come i tamponi gratis e il reddito di cittadinanza perpetuo. Col grillismo non si può governare». Qual è allora il suo schema? «Intanto andarsi a prendere i voti dell'Italia seria, quella che si è stancata di una politica che urla per finta. Ricordo che Giorgetti e Bersani governano insieme, e sono entrambi persone serie. Oggi la frattura passa su un crinale diverso dal passato, chi crede nella democrazia liberale e chi no. Letta è più vicino a Carfagna che alla Raggi». Giorgetti dovrebbe lasciare la Lega? «Dovrebbe sì, oppure contendere la leadership a Salvini». Non ha citato Renzi. «Con gli amministratori di Italia viva ho collaborato bene a Roma. E abbiamo eletto insieme cinque consiglieri. Porte aperte a chi vuole lavorare con noi. Ma non alleandosi con Micchiché e i Cinquestelle, a seconda dei Comuni, mischiando politica e business». Il centro è in fermento. Mastella sta già organizzando una convention a Roma. «Ma per favore! Faccia il sindaco di Benevento. Non è la mia strada». Non è un mondo che ha dimostrato di avere un suo spazio politico? «Non c'è nostalgia di moderatismo ma pragmatismo. Non un centro fritto misto che vuol fare l'ago della bilancia, ma un motore di radicale cambiamento del Paese». Nel concreto cosa immagina? «Una coalizione che crede nella democrazia liberale, nell'europeismo, pragmatica, competente. Una cosa che non può essere schiava dei tumulti di Raggi, Grillo, Salvini». Lei ha fatto bene a Roma, ma deve dimostrare di saper crescere nel resto d'Italia. «Certo, ma tutto è in cambiamento. Non guardate la politica dal retrovisore. Abbiamo riempito piazza del Popolo più della Meloni, perché le persone hanno sentito passione e idealismo. Questa è la scommessa. Farò un tour per fare conoscere le mie idee. Quelle di una forza liberal socialista, un pensiero che ci accomuna a Mario Draghi». Ha proposto il governo Ursula con Draghi premier nel 2023. Ma ci sono i Cinquestelle in quella coalizione. Non è una contraddizione? «Col cavolo. Quell'elezione li ha fatti esplodere. Vedrà che succederà anche qui». Berlusconi ha ribadito di voler stare con Salvini e Meloni. «E allora Forza Italia non potrà essere più il riferimento dei liberali e popolari europeisti. Non puoi tuonare contro i sovranisti a Bruxelles e alleartici qui». È favorevole alla legge proporzionale? «Sono a favore del doppio turno della legge delle comunali, ma nessuno la vuole fare e allora meglio il proporzionale rispetto a questo bipolarismo che ha fatto declinare il Paese per trent' anni».

Grande agitazione nei 5 Stelle, il capogruppo Davide Crippa non dà le dimissioni, come avrebbe voluto Conte, e resta al suo posto. Federico Capurso per la Stampa.

«Giuseppe Conte ha deciso con quale piede muovere il primo passo nella riorganizzazione del suo Movimento, dopo aver cambiato piani e idee continuamente, trascinato dai dubbi personali e dalle lacerazioni che in questi giorni stanno dilaniando il gruppo M5S alla Camera. Ieri pomeriggio, dopo l'ultima riunione fiume nel suo studio, con Luigi Di Maio e Vito Crimi, i tasselli del mosaico hanno però iniziato a incastrarsi. Oggi l'ex premier nominerà 5 vicepresidenti, che comporranno la segreteria ristretta del partito. Verranno comunicati in apertura dell'assemblea dei parlamentari, convocati per discutere dei risultati delle ultime Amministrative. In cima alla lista dell'ex premier ci sono la vicepresidente del Senato Paola Taverna, la viceministra allo Sviluppo economico Alessandra Todde, il braccio destro Mario Turco, il vicecapogruppo alla Camera Riccardo Ricciardi, l'ex ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina e l'ex reggente Vito Crimi. Sei candidati per cinque posti con il compito di fare da collante tra la presidenza e i gruppi parlamentari. Un inizio. Anche se non è esattamente quello che Conte voleva. Avrebbe preferito partire con il rinnovo dei direttivi di Camera e Senato, per testare - soprattutto a Montecitorio - le capacità di gestione del gruppo di alcuni deputati da inserire più avanti, nel caso, all'interno della segreteria di partito. L'attuale capogruppo alla Camera, Davide Crippa, si è però rifiutato di dare le dimissioni in anticipo rispetto alla naturale scadenza del suo mandato, prevista a gennaio. Un'impuntatura che ha mandato su tutte le furie gli uomini di Conte. Ricciardi, durante l'ultima riunione del direttivo - raccontano - avrebbe attaccato frontalmente Crippa, spalleggiato dal tesoriere Francesco Silvestri: «Davide, devi capire che non parli più a nome di tutti». Sono seguite urla e accuse, rimbombate oltre le porte chiuse della riunione. Ma il muro di Crippa non è crollato. E i veleni, fuoriusciti dopo la riunione, hanno costretto Conte alla marcia indietro: per il rinnovo del direttivo si può aspettare. Anzi, si deve. I parlamentari alla Camera sono spaccati. C'è chi spalleggia l'attuale capogruppo e chi invece vorrebbe subito il cambio, con l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede in pole per prenderne il posto. L'atmosfera è talmente tesa che in serata Conte deve gettare acqua sul fuoco: «Chiedo a tutti di evitare strumentalizzazioni che possano esacerbare gli animi, forse a beneficio di qualche singolo ma non di certo del Movimento». Non c'entra nulla, fa capire l'ex premier, la scarsa sintonia tra lui e Crippa: «Questa richiesta non nasce dalla sfiducia rispetto ai direttivi uscenti, che anzi hanno sin qui svolto un ottimo lavoro». Piuttosto, puntualizza, «ho chiesto ai direttivi di valutare l'opportunità di anticipare le procedure di rinnovo, in modo da poter affrontare l'appuntamento dell'elezione del Presidente della Repubblica con direttivi pienamente legittimati». L'ipotesi di costringere Crippa alle dimissioni, ventilata nelle ultime ore, sembra quindi accantonata. Sempre che Conte, oggi, non cambi di nuovo idea».

BERLUSCONI A ROMA. VERTICE A VILLA GRANDE

Vertice a Villa Grande sull’Appia, la nuova casa del leader di Forza Italia a Roma, con Salvini e Meloni. Si è stabilito che i tre si vedranno ogni settimana per una cabina di regia del centro destra. Piefrancesco Borgia sul Giornale.

«Il primo ad arrivare è stato Matteo Salvini. La sua macchina ha varcato il cancello di Villa Grande sull'Appia, alle tredici in punto. Ad attenderlo il padrone di casa Silvio Berlussconi. Già mercoledì sera i due, con anche Giorgia Meloni, si erano sentiti per mettersi d'accordo. Un pranzo a Villa Grande per parlare del domani e per rinsaldare la coalizione. Pochi minuti dopo è arrivata anche la presidente di Fratelli d'Italia. Il leader azzurro ha scortato i suoi ospiti per un breve giro nel giardino e negli angoli più suggestivi della villa che è stata per tanti anni la residenza romana del regista Franco Zeffirelli. Salvini era già stato a Villa Grande, ma ammirarla in pieno sole di una classica ottobrata romana - confessa - è stato uno spettacolo inedito e davvero rimarchevole. Intorno a un sobrio aperitivo a base di crodino i tre hanno gettato le basi del confronto. Non è servito molto tempo per arrivare a una visione condivisa del prossimo futuro della coalizione. Più unità d'ora in avanti, questo il mantra. Il risultato delle amministrative va considerato un campanello d'allarme. Per il prossimo futuro le scelte dei candidati non soltanto dovranno essere condivise con maggior convinzione ma bisognerà evitare di fare il gioco degli avversari mostrando, anche involontariamente, una competizione interna. E proprio per rimarcare lo spirito di squadra si è anche stabilita una posizione comune sul delicato tema della legge elettorale. Non potrà essere il proporzionale puro, ammettono. Potrebbe danneggiare il singolo alleato. Meglio una norma che preveda una ratifica del ruolo della coalizione. Berlusconi, assicurano i rispettivi staff, ha accolto i suoi ospiti in un clima cordiale e collaborativo, certamente più disteso rispetto alle frizioni descritte dai giornali nelle ultime settimane segnate dalla campagna elettorale. Un'atmosfera di cordialità rimarcata dalle foto di rito e dai saluti affettuosi al momento del commiato. Saluti che hanno anticipato di pochi minuti la diffusione di un comunicato congiunto. «In un clima di massima collaborazione, dopo un attento esame dei risultati elettorali e delle cause che li hanno determinati - recita la nota -, i leader del centrodestra hanno stabilito che, d'ora in avanti, avranno incontri periodici, con frequenza settimanale, per concordare azioni parlamentari condivise. Con questo stesso spirito, il centrodestra intende muoversi compatto e per tempo per preparare i prossimi appuntamenti elettorali e politici, con particolare attenzione all'elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Il centrodestra intende continuare a lavorare come coalizione e ha confermato conseguentemente la propria indisponibilità a sostenere un cambiamento della legge elettorale in senso proporzionale». Davanti a un piatto di riso allo zafferano e pere al vin brulé come dessert si è stabilito che una legge elettorale maggioritaria garantisce il lavoro della coalizione che proprio all'appuntamento delle politiche del 2023 vuole arrivare unita. «Il sistema elettorale proporzionale significa il caos e noi vogliamo un sistema elettorale che la sera ti dice chi vince e governa», spiega Matteo Salvini ai cronisti davanti al Senato qualche ora dopo. Come racconta il leader della Lega, nel vertice è stato ribadito il fatto che il maggioritario va bene e che se c'è qualcuno che vuole modificare la legge esistente la deve pensare con un sistema maggioritario ancor più marcato. L'accordo sul sistema elettorale mostra un passo decisivo di Forza Italia in favore degli alleati. Una legge proporzionale, infatti, taglierebbe le gambe alle ambizioni di chi non può - per posizioni non conciliabili - trovare sponde e alleanze parlamentari. E questa coesione ha come primo frutto una posizione comune per l'elezione del presidente della Repubblica. È lo stesso Salvini a ricordare che è ancora presto per poter parlare del tema («siamo solo a ottobre»). Di fronte a una spigola, contornata da verdure tricolori, Berlusconi, Salvini e Meloni hanno comunque convenuto che il primo impegno sarà quello di portare a Draghi una sola voce per parlare di legge di Bilancio. E a questo proposito Salvini ha chiesto a Berlusconi un coordinamento anche fra i ministri di Lega e Forza Italia alla vigilia dei Consigli dei ministri».

Già, i ministri. Ieri per Forza Italia è stata una giornata nervosa, perché mentre sull’Appia c’era il vertice dell’alleanza, i deputati dovevano decidere il loro nuovo capogruppo. Salvatore Dama su Libero.

«Giornatina impegnativa in Forza Italia. D'altronde le premesse c'erano tutte: elezione del nuovo capogruppo alla Camera, con due candidature e una richiesta di procedere con scrutinio segreto. Materiale sufficiente per trasformare l'assemblea dei deputati in una resa dei conti. I fatti: il capogruppo in carica, Roberto Occhiuto, è stato eletto presidente della Regione Calabria. Va sostituito. Il successore designato è Paolo Barelli, considerato vicino al numero due del partito Antonio Tajani. Ma un terzo degli onorevoli azzurri non ci sta. In 26 (su 77) firmano una lettera per chiedere che si proceda con una elezione vera, non una acclamazione. Di più: vogliono che il voto sia affidato al segreto dell'urna. Tra questi ci sono anche i tre ministri forzisti. Il candidato proposto dai non allineati è Sestino Giacomoni. A pochi minuti dall'inizio della riunione l'esito della votazione sembra tutt' altro che scontato. Allora arriva un messaggio di Silvio Berlusconi. È un endorsement per Barelli. Discorso chiuso? Tutt' altro. L'assemblea azzurra si trasforma in uno sfogatoio. I toni più duri sono quelli della ministra Mariastella Gelmini: «L'ultima stagione del berlusconismo non mi rappresenta e non rappresenta neanche Berlusconi», dice la titolare degli Affari Regionali, che poi attacca i fedelissimi del Cav: Silvio, aggiunge, «ha avuto una parte della verità, non ha avuto una rappresentazione onesta e trasparente di quello che stava succedendo, gli è stato raccontato che noi al governo siamo draghiani e non berlusconiani, gli è stato detto che ci saremmo venduti. Proprio perché amiamo questo partito, o reagiamo adesso o mai più». Secondo Gelmini le comunicazioni con Arcore sono state interrotte: «Da sei mesi i ministri sono esclusi dai tavoli con il presidente e questo non lo trovo giusto. Siamo rappresentati come qualcosa di estraneo». Infine Mariastella punta il dito sulla linea politica, troppo appiattita sui sovranisti: «Non è il momento dei falchi, se non vogliamo che Forza Italia si riduca in un cortile per 10 eletti, la linea politica è quella di Mara Carfagna, non di altri». Parole, queste, che non piacciono a Berlusconi. Il Cav ricorda di aver costantemente consultato i ministri. Ieri, per esempio, ha ricevuto Renato Brunetta a Villa Zeffirelli. Il retropensiero è che la Gelmini abbia alzato i toni per rompere, attirata dal progetto del nuovo centro con Calenda e Renzi. Circostanza che la ministra smentisce seccamente. La battaglia, fa trapelare, è in Forza Italia, che però deve smetterla di inseguire la destra sovranista. Sentitasi chiamata in causa, risponde anche Licia Ronzulli: Gelmini «insulta l'intelligenza di Berlusconi», se pensa che abbia bisogno di «informarsi» attraverso i suoi collaboratori. Tra i quali, oltretutto, ci sono Fedele Confalonieri e Gianni Letta, «due antenne sensibilissime su tutti gli avvenimenti». Per la cronaca, alla fine, il nuovo capogruppo è Paolo Barelli. Come ha deciso Berlusconi».

SCIOGLIMENTO FORZA NUOVA? RIMANDATO

Per Forza Nuova nessuna spinta allo scioglimento dal Parlamento. Alla fine passa solo un ordine del giorno. Luca De Carolis sul Fatto.

«Tanto tuonò che finì con un ordine del giorno, il minimo sindacale, per non disturbare troppo il governo Draghi. Sul finire di una giornata di accelerazioni e frenate in un Senato pieno di vuoti, il centrosinistra molto (troppo) largo che va da Pd e M5S fino a Italia Viva ripone in un cassetto le mozioni con cui voleva chiedere al governo lo scioglimento del partito di estrema destra Forza Nuova, e si raggruma su un ordine del giorno unitario, approvato ieri sera da Palazzo Madama. Un atto di indirizzo non vincolante per l'esecutivo, meno incisivo di una mozione, con cui "si impegna il governo a valutare le modalità per dare seguito al dettato costituzionale in materia di divieto di riorganizzazione del partito fascista e alla conseguente normativa vigente, adottando i provvedimenti per procedere allo scioglimento di Forza Nuova e di tutti i movimenti politici di ispirazione fascista". Dall'altra parte, in tutti i sensi, resta il centrodestra, che alla fine si compatta su una mozione dove non si cita mai il fascismo. Piuttosto, il testo chiede al governo "di valutare le modalità per attuare ogni misura prevista dalla legge per contrastare tutte - nessuna esclusa - le realtà eversive che intendano perseguire il sovvertimento dei valori fondamentali dell'ordinamento costituzionale" esortandolo inoltre "a dare seguito alle verifiche e agli accertamenti della magistratura in ordine agli episodi del 9 ottobre", cioè al sabato dell'assalto alla Cgil. Sillabe concordate anche con Fratelli d'Italia, il partito ovviamente più sotto pressione sulla vicenda, che rinuncia alla propria mozione "contro tutti i totalitarismi". Ma il capogruppo di FdI, Luca Ciriani, morde ugualmente: "Il Senato è semideserto, eppure sembrava che la nostra democrazia stesse per cadere sotto i colpi dell'emergenza fascista e squadrista". Effettivamente a Palazzo Madama il colpo d'occhio non è da grandi occasioni, e la mancanza di certezze sul numero legale è un nodo con cui il centrosinistra deve fare i conti per tutta la giornata. E che influisce sulla scelta di planare su un ordine del giorno unitario, così da non dover affrontare varie votazioni, con il rischio di andare sotto o, chissà, dividersi. Ma c'entra, eccome, anche la voglia di lasciare le mani libere a Palazzo Chigi: propenso ad attendere una sentenza della magistratura prima di decidere per la soppressione di Fn. E infatti ai piani alti del governo notano i toni "non secchi" sullo scioglimento dell'ordine del giorno. Il resto lo fa il clima colloso di un mercoledì post elettorale, in cui gli emissari del governo e il Pd cercano un testo condiviso da tutti i partiti. Attorno alle 16.30 la capogruppo dem Simona Malpezzi chiede e ottiene un'interruzione dei lavori per un'ultima riunione. Ma dopo una breve e vivace capigruppo, in cui il leghista Massimiliano Romeo si fa sentire parecchio, si va in aula con due testi differenti. Ma c'è un patto di minima non belligeranza: centrosinistra e centrodestra votano e fanno approvare i rispettivi testi senza votarsi contro. A violare l'accordo sulle astensioni incrociate sono solo il dem Andrea Marcucci e Sandro Ruotolo del gruppo Misto, che votano no alla mozione del centrodestra. Su Forza Nuova è tutto qui: almeno per ora».

LASCIA WEIDMANN, IL FALCO DELLA BCE

Importante cambiamento nella guida della banca centrale tedesca: Jens Weidmann si è dimesso dalla Bundesbank prima della scadenza. Rigorista e uomo della Merkel, lascia l’incarico alla vigilia del nuovo governo socialdemocratico. Sul Sole 24 Ore, l'analisi di Isabella Bufacchi che sostiene: così è più forte il partito delle colombe, anche nella BCE.

«E con Jens Weidmann sono sei i membri tedeschi del Consiglio direttivo della Bce che rassegnano le dimissioni e lasciano l'incarico prima della scadenza. Tre se ne sono andati sbattendo la porta, in palese disaccordo con la politica monetaria della Banca centrale europea e i suoi strumenti non convenzionali: il presidente della Bundesbank Axel Weber nell'aprile 2011 e nel settembre di quell'anno il capo economista membro del Comitato esecutivo Jürgen Stark, entrambi contrari agli acquisti incondizionati di titoli di Stato di Paesi in difficoltà, del Securities market programme lanciato da Jean-Claude Trichet. Sabine Lautenschläger si è dimessa dall'Executive Board nel settembre 2019, con due anni di anticipo, in rotta di collisione con il presidente Mario Draghi. Altri due, il presidente della Buba Ernst Welteke e il membro del Comitato esecutivo Jörg Asmussen, sono andati via rispettivamente nel 2004 e nel 2013 per «motivi personali»: il primo per uno scandalo interno, il secondo come politico socialdemocratico per entrare nel governo federale. E poi c'è il caso Weidmann: non esce sbattendo la porta, perché non è nel suo stile, ma è uno dei pochi falchi rimasti tra tante colombe, che dalla crisi finanziaria e del debito sovrano alla crisi pandemica, ha perso artiglio dopo artiglio e che a dicembre rischia di essere spennato persino dal suo governo, la coalizione "semaforo" in arrivo a Berlino. La Bce e la Bundesbank distano l'una dall'altra una manciata di chilometri, nella piccola Francoforte. Ma per il presidente uscente Weidmann, come per Weber, Stark e Lautenschläger, la distanza va misurata in miliardi di euro, ed è pari a 3.800 miliardi di troppo: a tanto ammontano i titoli di Stato dei Paesi dell'area dell'euro detenuti dall'Eurosistema e acquistati con l'Asset purchase programme e il Pepp. Weidmann è noto per essersi opposto alle OMT, lo strumento del whatever it takes di Mario Draghi, le operazioni definitive monetarie che non sono mai usate finora per aiutare un Paese in difficoltà soccorso dal Mes. Per contenere i danni senza precedenti del Covid-19, tuttavia, Weidmann ha mandato giù il rospo del programma pandemico da 1.850 miliardi, che con una flessibilità senza precedenti ha spazzato via i paletti che lo stesso Weidmann aveva eretto per il QE standard a garanzia dell'indipendenza della Bce dalla politica fiscale. Il 16 dicembre la Bce discuterà come smantellare il Pepp finita l'emergenza ma forse cercherà di mantenerlo in vita tramite una riforma dell'App. In quello stesso mese il governo semaforo, con Spd e Verdi più vicini alle colombe e meno ai falchi, dovrebbe insediarsi a Berlino: è tempo di fare le valigie per Weidmann, dimissionario numero sei per motivi personali e una costruttiva uscita di scena».

“SIAMO OSTAGGIO DEGLI HEZBOLLAH”

Parla della drammatica situazione in Libano, sull’orlo della guerra civile, con Roberta Zunini del Fatto, il leader cristiano maronita Fares Antoun Souaid, cardiologo, che oggi guida un nuovo movimento interconfessionale.

«A una settimana esatta dallo scontro armato tra i sostenitori dei partiti sciiti libanesi - Hezbollah e Amal - e i residenti di un quartiere a maggioranza cristiana di Beirut, il governo è paralizzato e Hassan Nasrallah ha gettato pubblicamente benzina sul fuoco accusando, durante un lungo monologo televisivo, il partito Forze cristiano-libanesi di Samir Geagea di essere responsabile della morte dei propri otto miliziani uccisi da cecchini appostati sui tetti. La battaglia, durata alcune ore, ha fatto temere un'escalation settaria, se non l'inizio di una nuova guerra civile. Secondo molti libanesi invece è stata proprio la decisione del leader di Hezbollah di far scendere anche nelle strade abitate dai cristiani i propri miliziani pesantemente armati a provocare la fatale risposta. Tra i più strenui sostenitori di questa tesi e della pericolosità del partito armato di Nasrallah c'è Fares Souaid, cristiano maronita, già segretario generale della disciolta coalizione anti occupazione siriana "14 Marzo", ex parlamentare e ora a capo di Saydet El jabal. Dal gruppo che si opponeva alle intromissioni siriane fino a questa nuova iniziativa: di cosa si tratta? «Di un movimento interconfessionale, cioè composto non solo da cristiani ma anche da ex figure politiche sunnite e sciite, studenti, docenti e rappresentanti della società civile. Perché sarebbe colpa di Nasrallah quanto accaduto giovedì scorso? In fondo a morire sono stati solo dei suoi uomini… «Se il leader di Hezbollah avesse voluto fare una manifestazione pacifica non avrebbe mandato in strada i suoi miliziani equipaggiati con kalashnikov e lanciarazzi anti carro e se avesse voluto evitare scontri con i cristiani avrebbe dovuto dire ai propri sostenitori di raggiungere il Palazzo di Giustizia direttamente, senza entrare nel quartiere cristiano assalendo negozi e sfasciando auto. Infine perché è il capo di un partito-milizia, peraltro più forte dell'esercito nazionale libanese, che si sente il padrone del Paese. Per questo Nasrallah si permette di mandare i propri miliziani al Palazzo di Giustizia a minacciare il giudice istruttore, Tareq Bitar, che sta indagando sull'esplosione del porto affinché dia le dimissioni. Ricordo che Bitar ha rilevato l'inchiesta dopo che il primo giudice è stato rimosso con un pretesto ridicolo. Per quale motivo chiedono che Bitar si dimetta? «Il capo della sicurezza di Hezbollah era andato recentemente al Palazzo di Giustizia per cercare di minacciare il giudice, ma non riuscendo a incontrarlo aveva lasciato detto a una giornalista di informarlo che se non si fosse dimesso l'avrebbe 'sradicato'. Il motivo di questa campagna intimidatoria è che Bitar, come il giudice precedente, vuole portare a processo due personaggi di spicco del fronte sciita-cristiano. Uno è Youssef Fenianos, ex ministro dei Trasporti e Lavori pubblici del partito cristiano Marada, alleato del regime siriano e di Hezbollah; l'altro è l'ex ministro delle Finanze, Ali Khalil, oggi parlamentare di Amal, il partito sciita alleato di Hezbollah e del partito patriottico cristiano del presidente della Repubblica, Michel Aoun. Ciò che ha fatto infuriare Hezbollah e Amal è che Bitar non solo non si è dimesso, ma ha addirittura osato spiccare un mandato di arresto in contumacia per entrambi perché finora si sono rifiutati di essere interrogati. Sono accusati di omicidio colposo, dolo e incuria. Intanto il neo ministro della Giustizia, Henry Khoury, sta tentando di convincere i parlamentari a votare a favore di una commissione d'inchiesta allo scopo di intervenire sulle decisioni di Bitar. Sarebbe una mossa anticostituzionale, il potere esecutivo deve rispettare l'indipendenza di quello legislativo e giudiziario. Lei ritiene Hezbollah il male peggiore che affligge il Libano? «Sì, e vi spiego la mia opinione: Hezbollah fa solo gli interessi di Teheran. Nasrallah si è definito più volte un soldato dell'Iran, non ha deposto le armi come previsto da varie risoluzioni dell'Onu e con quelle armi e i soldi provenienti dal traffico di droga tiene in scacco le vite e l'economia di tutti i libanesi».

DECAPITATA LA GIOVANE PALLAVOLISTA DI KABUL

I giornali di tutto il mondo pubblicano oggi la sua foto sorridente di giovane pallavolista. La notizia, giunta in Occidente solo poche ore fa, è che quella giovane di Kabul è stata decapitata. Francesca Mannocchi scrive un bel commento per La Stampa.

«Cosa fa di un evento una storia? Un testimone. Sono passati due mesi scarsi dall'assalto all'aeroporto di Kabul, l'Afghanistan è stato progressivamente messo in ombra da altre più attuali notizie, campagne elettorali, l'assalto fascista ai sindacati, le conseguenti manifestazioni di protesta, i ballottaggi, i vincitori e i vinti. Scivola via, tra le cose trascurabili e dunque trascurate, anche una notizia di ieri, la morte della giocatrice della nazionale junior di pallavolo afghana, Mahjabin Hakimi. L'avrebbero decapitata i taleban, a inizio ottobre. La notizia è arrivata solo ieri perché dopo l'omicidio i taleban avrebbero minacciato la famiglia di ritorsioni, intimandoli a non parlare con nessuno, finché non è stata diffusa sui social l'immagine macabra della sua testa mozzata. Mahjabin Hakimi era una delle lasciate indietro. Una di quelle che non ce l'hanno fatta a raggiungere l'aeroporto di Kabul e salire su un volo di evacuazione che l'avrebbe tratta in salvo. Oggi le foto del suo corpo brutalizzato diventeranno popolari ma probabilmente non virali, perché è finito il tempo dell'emergenza ed è iniziato quello della normalizzazione. I taleban sono in turnée in giro per il mondo nel tentativo di aprire canali diplomatici con la comunità internazionale, cercando non solo di negoziare ma di essere formalmente riconosciuti. E mentre cercano approvazione e legittimità, ricordano al mondo che sono quelli che sono stati. Lunedì scorso Sirajuddin Haqqani, già apparso nella lista dei ricercati dell'Fbi, con una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa e attuale ministro degli Interni, ha elogiato il "sacrificio" degli attentatori suicidi che hanno attaccato i soldati statunitensi definendoli «eroi dell'Islam e del Paese» e invitato i cittadini ad «astenersi dal tradire le aspirazioni dei martiri», donando 10.000 afghani alle famiglie degli attentatori e destinando a ognuna un appezzamento di terra. La comunità internazionale, intanto, aspetta. Perché è preoccupata dell'emergenza alimentare di una popolazione ormai allo stremo, della eventuale ondata di profughi diretta in Europa, della possibilità di organizzare dei voli umanitari e per regolare i voli umanitari si deve per forza parlare con chi governa, dunque con i taleban. Gli stessi che stilano liste di proscrizione. Che decapitano le atlete che abbiamo aiutato a emanciparsi dall'oscurantismo e che, però, non siamo riusciti a salvare da quello stesso oscurantismo. Gli stessi che elogiano attentatori suicidi come eroi dell'Islam. Cosa fa di un evento una storia, una notizia? Un testimone, una fonte storica, affidabile, che possa osservare, resocontare, interpretare un evento, una lacerazione individuale e collettiva provocata da una violenza estrema, così che diventi memoria culturale. Questo siamo chiamati a fare noi giornalisti. Cercare documenti. Vedere. Raccontare. Nelle ultime due settimane di agosto abbiamo speso pagine di giornali, ore di telegiornali nel resoconto dei voli di evacuazione. Abbiamo pensato di raccontare quello che accadeva a Kabul, invece stavamo raccontando solo quello che accadeva all'aeroporto di Kabul, cioè quello che accadeva a chi ce la faceva a scappare via, abbiamo avvicinato così tanto l'obiettivo alla notizia da perdere di vista il contesto, trascurando cosa stesse accadendo non solo nel resto della città, ma nel resto di quel vastissimo, fragile paese che è l'Afghanistan. Abbiamo raccontato la storia di chi fugge, e oggi stiamo trascurando la storia di chi resta. E stiamo trascurando il valore della testimonianza. Oggi sarà il tempo dell'indignazione. Scriveremo commenti di sdegno. Deploreremo i carnefici, celebreremo le vittime. Rabbia e pietas. Oggi è il turno della pallavolista, Mahjabin Hakimi. È il suo corpo a testimoniare, in assenza del nostro, cosa accada davvero in Afghanistan. È il suo corpo che porta inscritto su di sé il peso della violenza che ha subito. Il suo corpo che la rende vittima. Qualche anno fa Daniele Giglioli ha scritto un libro che descrive un esperimento con l'etica "Critica della vittima", esordisce così: La vittima è l'eroe del nostro tempo. Ci suggerisce Giglioli che l'ideologia vittimaria è oggi il primo travestimento delle ragioni dei forti. Perché la vittima si compatisce e si ricorda, non è soggetto attivo, è quello che ha subito. È la violenza che porta inscritta sulla carne. Non ci chiede più di essere salvata, non lo è. La vittima esiste nella stanca litania della celebrazione. È così che stiamo configurando il nostro modo di osservare le sorti delle donne afghane: le pensiamo in fondo già vittime. Siamo pronti, sempre, a ricordarle. Un po' meno pronti a sentirci responsabili del loro presente».

PROCESSO A BOLSONARO PER I CRIMINI SUL COVID

Un rapporto del Senato di 1200 pagine mette sotto accusa il presidente brasiliano Bolsonaro. Nel Paese ci sono stati 600 mila morti. Daniele Mastrogiacomo su Repubblica.

«Jair Bolsonaro stavolta rischia grosso. Non si tratta dell'ennesima richiesta di impeachment. Può essere formalmente accusato e processato per crimini contro l'umanità. Sono previsti dieci anni di carcere. Ma deve rispondere di altre 9 accuse che spaziano dalla provocata epidemia, alla violazione delle norme di prevenzione sanitaria, diffusione di notizie false, istigazione a delinquere, falso in atto pubblico, distrazione di fondi pubblici e sterminio. È definito un ciarlatano. Dopo sei mesi di audizioni, cinquanta udienze (persino notturne), oltre 100 testimonianze e deposizioni, la Commissione Parlamentare di Indagine sul Covid (CPI), istituita per capire chi e in che modo ha contribuito alla morte di oltre 600mila brasiliani, arriva alle sue conclusioni e indica fatti, cifre, singole responsabilità. Propone l'incriminazione di 66 persone e di due rappresentanti di altrettante società farmaceutiche per 23 reati. Oltre al presidente e i suoi tre figli, Eduardo, deputato, Carlos, consigliere comunale di Rio de Janeiro, e Flavio, senatore, spiccano i nomi di quattro ministri in carica, tre ex ministri, lobbisti, medici, uomini d'affari, intermediari, tecnici e dirigenti del ministero della Salute, parlamentari, giornalisti, influencer, titolari di blog, attivisti sociali. Tutti, a vario titolo, hanno partecipato alla grande bugia sul Covid: diffondendo notizie false, contrastando l'uso delle mascherine e del distanziamento, spacciando l'idrossiclorochina e altri farmaci come prodotti miracolosi che proteggevano a guarivano dal virus. Ma anche bloccando i contratti per l'acquisto di dosi di vaccini, approvati e somministrati in gran parte del mondo, favorendo quelli che invece, nel frattempo, si dimostravano inefficaci e spesso dannosi. Con la complicità silenziosa dei ministri competenti che sotto la guida di Bolsonaro e i consigli di medici ed esperti avevano formato un di Comitato anti Covid parallelo a quello ufficiale. In 1200 pagine, gli 11 membri della Commissione hanno dibattuto sulla serie di reati contestati. I sette avversari di Bolsonaro volevano mantenere anche le accuse di omicidio di massa e genocidio dei gruppi indigeni in Amazzonia. Ma alla fine hanno raggiunto un compromesso con gli altri quattro legati al presidente e li hanno depennati perché già assorbiti da quello di crimini contro l'umanità. Un piccolo sconto sulla valanga di reati che cambia di poco la pesante responsabilità del leader della destra estrema nella tragedia brasiliana. Si poteva evitare, sostengono adesso i componenti della Cpi. Se non si fosse banalizzato il virus spacciandolo per una piccola influenza, osteggiando mascherine e distanziamento, invitando la gente uscire per strada, con gli ospedali intasati, le terapie intensive stracolme. Bolsonaro puntava all'immunità di gregge. Era disposto a sacrificare vite umane per mantenere viva l'economia. Nel rapporto si citano le decine di mail spedite dalla Pfizer con cui si sollecitava l'ordine di acquisto. Non hanno mai avuto risposta. Martedì 26 il Congresso voterà il rapporto. Se sarà approvato verrà trasmesso al Procuratore generale, il quale avrà 30 giorni per formalizzare l'accusa. Se il dossier passerà, ma si dubita, il presidente sarà sospeso per 180 giorni dalla carica. In caso di condanna non potrà candidarsi per 8 anni. Sfuma la corsa al rinnovo prevista per il 3 ottobre. Lula intanto vola nei sondaggi, punta alla presidenza. La strada è in discesa. Bolsonaro rischia comunque di finire davanti al Tribunale internazionale dell'Aja. Una fine ingloriosa per l'uomo che giurava di far diventare grande il Brasile e lo ha ridotto a un cimitero».

PREMIO SACHAROV A NAVALNY

Alexseij Navalny ha vinto il Premio Sacharov 2021 per la libertà di pensiero, un prestigioso riconoscimento destinato a irritare il Cremlino. Marta Ottaviani per Avvenire.

«Alexeij Navalny, il principale oppositore a Vladimir Putin, ha vinto il prestigioso Premio Sacharov 2021 per la libertà di pensiero. Il riconoscimento arriva dopo meno di due settimane dal Premio Nobel per la Pace al direttore di Novaya Gazeta, Dmitrij Muratov ed è destinato a irritare nuovamente il Cremlino. Ad annunciare l'assegnazione, è stato il presidente dell'Europarlamento, David Sassoli, che è tornato a chiedere la liberazione del dissidente, attualmente detenuto in una colonia penale a 200 chilometri da Mosca. L'ex blogger si trova in carcere da febbraio, ufficialmen- te per appropriazione indebita. Ma il motivo reale è politico. Navalny rappresenta l'unico leader in grado di organizzare una vera opposizione al sistema di potere del presidente Putin, di cui da anni denuncia le pratiche illegali e le connivenze. Inoltre, l'oppositore, anche grazie a un uso dei social network molto calibrato, è riuscito a raggiungere diverse fasce della società russa, soprattutto i giovani. Per questo, dopo il suo arresto, il suo partito Rossija Buduschego, Russia del Futuro, e la sua Fondazione anti-corruzione, sono stati dichiarati organizzazioni illegali. Alla formazione politica e ai suoi candidati non è nemmeno stato concesso di partecipare alle ultime elezioni politiche, che si sono svolte in settembre e sulle quali pendono accuse di brogli e censura preventiva degli organi di stampa. Il team del dissidente, quasi tutto agli arresti domiciliari o rifugiato all'estero, dopo la notizia, ha esultato sui social. Leonid Volkov, braccio destro di Navanly, ha commentato su Twitter: «Pienamente meritato, grazie a tutti quelli che ci hanno sostenuto». «Il Parlamento Europeo - ha spiegato David Sassoli - ha scelto Alexeij Navalny per la sua strenua campagna contro la corruzione del regime di Vladimir Putin e, attraverso i suoi account social e le campagne politiche, la denuncia degli abusi interni al sistema riuscendo a mobilitare milioni di persone in tutta la Russia che hanno sostenuto la sua protesta. Per questo, è stato avvelenato e imprigionato». Parole di encomio da parte dell'Alto rappresentante per la politica estera Ue, Josep Borrell: «È un riconoscimento del suo impegno nella difesa della democrazia in Russia, con un grande costo personale. L'Ue continuerà a chiedere il suo rilascio immediato e incondizionato ». Tributo anche dalla Novaya Gazeta, che ha ricordato non solo le battaglie di Navalny, ma anche il fatto che lo scorso anno il Sacharov è andato a Svetlana Tikhanovskaja e all'opposizione bielorussa. Per il resto, la notizia è stata praticamente ignorata dai quotidiani e delle agenzie nazionali, molti dei quali sono sotto il controllo diretto del governo. Nessuna reazione, per il momento, dal Cremlino - impegnato nella difficile gestione della pandemia - che già dopo il Nobel a Muratov aveva manifestato segni di insofferenza. Per oggi è stata annunciata la conferenza stampa della portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, che in passato aveva definito Navalny «un agente occidentale». Sulla Piazza Rossa devono aver preso molto male la notizia. I contrasti fra la Ue e il Cremlino sul dissidente sono stati molti. E il premio arriva anche in un momento di forte tensione fra Mosca e Bruxelles, dopo l'annuncio russo della sospensione delle relazioni con la Nato».

A TARANTO LA SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI

Intervista al Vescovo di Taranto Filippo Santoro all’apertura della 49esima Settimana sociale dei cattolici. “La città”, dice, “sarà un laboratorio di speranza”. Mimmo Muolo per Avvenire.

«Settimana sociale di Taranto e Cammino sinodale. Mentre oggi si apre nella città dei due mari la prima e nei giorni scorsi ha presso avvio nelle diocesi il secondo, ci si rende conto della «stretta affinità» tra loro. Lo sottolinea anche l'arcivescovo Filippo Santoro, che in quanto padrone di casa e presidente del Comitato scientifico e organizzatore sottolinea: «Siamo arrivati al momento celebrativo della Settimana sociale di Taranto attraverso un metodo sinodale, che ha coinvolto tutte le diocesi italiane e le Commissioni Giustizia e Pace e Salvaguardia del Creato della Cei e delle diverse conferenze episcopali regionali. Abbiamo poi tenuto incontri preparatori al Nord (sulle imprese e la transizione ecologica), al Centro (con il coinvolgimento dei giovani di Economy of Francesco) e al Sud (sulla fragilità del territorio e la necessità di un riequilibrio con le altre parti del Paese). Abbiamo dunque camminato insieme verso questo momento assembleare. E continueremo a farlo anche dopo». E adesso ci siamo, dunque. Quale Taranto aprirà le porte ai 934 delegati in arrivo? E soprattutto che cosa ha da insegnare la città alla Settimana sociale? «È sicuramente una città ferita. Problemi di salute, problemi di lavoro che manca o potrebbe mancare, problemi di inquinamento. E l'intreccio a volte inestricabile di tali questioni. Taranto si presenterà dunque con i volti delle persone colpite dalla contaminazione ambientale, soprattutto i bambini e ci ricorderà che prima delle analisi o delle teorie vengono le persone. Da proteggere e salvare insieme con la natura, attraverso un lavoro uno sviluppo sostenibile. Ma Taranto sarà anche, grazie alla Settimana sociale, un laboratorio di speranza. La nostra ambizione è dare concretezza a quello che don Tonino Bello diceva, quando invitava a organizzare la speranza. Non partiamo da zero. Le buone pratiche ci sono già. Non solo al nord, ma anche nella nostra zona. E noi stessi vareremo alcune opere segno che non saranno solo simboliche, ma andranno a incidere concretamente sulla realtà». Vuole parlarcene? «Nel programma, domani pomeriggio, è inserita la visita ad alcune realtà produttive, che operano nel rispetto dell'ambiente. Cito ad esempio la Masseria Frutti Rossi, dove si coltivano i melograni, i cui scarti di lavorazione vengono riutilizzati per produrre energia elettrica pulita. Anche una delle due opere segno sarà ispirata a questo principio di economia circolare. Promosso dalla cooperativa 'Il Guscio', nata in seno alla parrocchia della Cattedrale, il progetto 'Prendi il largo' permetterà di realizzare un impianto di trasformazione degli scarti dell'allevamento di molluschi in materiali per la bioedilizia. Circa 40 operai saranno coinvolti e impegnati su più fronti, dalle fasi di recupero degli scarti a quelle della trasformazione, della destinazione commerciale e della ricerca. Per la comunità della città vecchia - alle prese con le sfide della povertà e della legalità - si aprono così nuove prospettive di sviluppo economico e occupazionale. E si darà un contributo anche alla bonifica del Mar Piccolo. Così come un aiuto a respirare meglio sarà la piantumazione di 50 platani, alberi che producono molto ossigeno, in ricordo dei bambini morti a causa dell'inquinamento». Oggi la Settimana sociale si aprirà con il video messaggio di papa Francesco. Qual è il rapporto dell'appuntamento tarantino con il magistero del Pontefice? «Il Papa ha già dato un grande contributo alla preparazione dell'evento. Il nostro faro è stato, e tale resta, l'enciclica Laudato Si', che mette al centro la categoria di ecologia integrale, da intendersi nella prospettiva indicata dalla Fratelli tutti. Dunque alcuni principi espressi nei due documenti ispireranno anche i lavori assembleari. Prima di tutto: il creato è un dono da custodire, non una realtà da depredare. Secondo: non esiste una crisi ambientale e una sociale, ma si tratta - come del resto Taranto drammaticamente insegna - di una sola crisi antropologica in cui tutto è connesso. E infine: proprio questa connessione richiede una conversione dei comportamenti che vanno dalla lotta agli sprechi di acqua e cibo, all'uso della plastica, agli investimenti sostenibili che potremmo riassumere nella necessità del passaggio dall'io al noi che abbraccia anche la casa comune. Come proprio papa Francesco ci ha ricordato durante la pandemia, nessuno si salva da solo». La Settimana sociale giunge nel momento in cui l'Italia si prepara a spendere i fondi del Pnrr. Come questo tema intercetterà i lavori dell'assise tarantina? «Nel documento Economy of Francesco si parla di «rigenerazione dei nostri sistemi sociali, instillando i valori della fraternità, della solidarietà, della cura della Terra e dei Beni Comuni» e il Piano nazionale di ripresa e resilienza è l'occasione imperdibile perché progetti di sviluppo durevoli inizino ad essere realizzati per segnare quell''energica ripresa' di cui il Sud ha bisogno. Naturalmente sarebbe necessario che il 70% di queste risorse arrivi al Sud perché è nell'interesse dell'intero Paese che il Mezzogiorno cresca non solo appena un po'. In questo caso una ripartizione delle risorse volta al riequilibrio servirebbe a colmare almeno parzialmente quelle disuguaglianze che il Recovery Plan vuole combattere». In conclusione, quali risultati vorrebbe fossero raggiunti in conseguenza dei lavori? «Innanzitutto che continui il grande lavoro sinodale svolto nella preparazione e nella realizzazione di questa Settimana in sintonia con quanto ci chiede il Santo Padre: questo porterà i suoi frutti. Il risultato più importante è lo sviluppo di una nuova cultura ambientale fondata sulla sobrietà, sulla costruzione del bene comune globale che oltre all'attenzione alla società abbraccia anche la cura della nostra casa comune. È un frutto di questa settimana anche la proposta elaborata dai giovani del modello dell'alleanza che rende possibile il lavoro comune di differenti realtà come parrocchie, enti locali e territoriali e l'incontro tra generazioni diverse per una sostenibilità ecologica unita ad una lotta contro la povertà attraverso una equità economica. C'è poi l'impegno delle nostre diocesi di essere carbon free e di comprare prodotti agricoli caporalato free e di lasciare le iniziative segno che abbiamo ricordato. Insieme a questi gesti ci saranno proposte di iniziative politiche concrete per il parlamento europeo e quello italiano che saranno elaborate dall'assemblea nei tavoli di lavoro. Tante iniziative che sono mosse da un cuore evangelico graficamente espresso dal dipinto di Giotto di San Francesco che predica agli uccelli, che troneggia nel Pala Mazzola di Taranto , sede dell'incontro».

"Uscire dalle canoniche e badare più alla fede che alla sociologia". Massimo Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia, parla al Foglio del Sinodo. Intervista di Matteo Matzuzzi.

«Il tempo dirà se il grande Sinodo sulla sinodalità inaugurato domenica 10 ottobre sarà un Vaticano III sotto mentite spoglie, se cioè dalla "base", dal popolo di Dio infallibile in credendo emergeranno istanze che non potranno essere ignorate dall'episcopato una volta che si ritroverà riunito a Roma, nell'autunno del 2023. Prima di allora, però, si lavora in diocesi. Mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia- Guastalla, aprendo il percorso locale, ha insistito sulla necessità di "aprire i confini della nostra tenda". L'esortazione cioè a uscire davvero dalle chiese e dalle case per andare incontro agli altri. E' forse questo, gli chiediamo, il rimedio a un ripiegamento che le comunità cristiane ( e cattoliche in particolare, specie alle nostre latitudini) stanno ormai conoscendo da tempo? Come ridestare questo "desiderio incontenibile" di uscire verso gli altri? "Tutto il pontificato di Papa Francesco si può raccogliere in un invito alla missionarietà", risponde mons. Camisasca: "Almeno questo è ciò che io ho raccolto e rilanciato nella mia Chiesa. Tutto il resto mi sembra relativo a questo invito e deve essere giudicato da esso. Papa Francesco viene da terre lontane, che sono state evangelizzate cinque secoli fa e che hanno messo nel suo animo questa tensione alla testimonianza. E' in quest' ottica che leggo il prossimo Sinodo dei vescovi e i cammini sinodali che hanno iniziato le chiese in tutto il mondo con maggiore o minore passione, con maggiore o minore consapevolezza. Non si tratta perciò di un invito nuovo, ma di una ripresentazione nuova delle parole conclusive di Gesù: ' Andate, predicate e battezzate'. Non potrebbe essere diversamente. Cosa c'è di nuovo allora? Nulla? No, c'è molto di nuovo. Innanzitutto l'insistenza a uscire. Le nostre chiese sono spesso ripiegate su se stesse. Le forme che la pastorale ha assunto dopo gli anni Sessanta hanno privilegiato gli uffici, i piani pastorali, la burocrazia, la proliferazione dei ministeri. Tutto ciò ha avuto come risultato non solo una chiusura della Chiesa in se stessa, ma anche, agli occhi del mondo, l'identificazione dell'evento ecclesiale e della sua proposta con i problemi interni alla sua vita. L'esempio più clamoroso di questo è il dibattito attorno al diaconato femminile, come se aggiungere qualche presenza sull'altare rendesse più luminoso e affascinante il volto della Chiesa. Si è creata così una situazione paradossale: da una parte, l'indebolirsi della fede ha portato ad assumere sempre più la logica del mondo, a vedere la Chiesa come un'istituzione umana, dominata dalle logiche della maggioranza e della minoranza, del potere e della accondiscendenza al mondo. Dall'altra, ci si è sempre più allontanati dagli uomini e dalle donne, dalla loro vita concreta, dai loro desideri più profondi". E' la novità di metodo proposta dal cammino sinodale, prosegue il vescovo: "Lasciare le nostre comode canoniche, andare verso le persone, accompagnarsi alle loro giornate, ascoltarle fino a cogliere la profondità della loro attesa e della loro domanda, oltre gli schemi soliti con cui abbiamo pensato il rapporto tra la Chiesa e il mondo. Sarebbe un cammino salutare. Saremo capaci di compierlo?". "Andare coraggiosamente incontro all'uomo ( tra l'altro questo era già l'invito di san Giovanni Paolo II che egli realizzò con la pluralità dei suoi viaggi) - prosegue mons. Massimo Camisasca - implica una fede profonda e un cuore libero, un forte radicamento nella preghiera e nella vita sacramentale, una vita comunitaria serena e profonda. Non c'è missione senza comunione vissuta". Il Papa più volte ha detto che è necessario non confondere la Chiesa con una moderna democrazia, con un sistema costituito da maggioranze e minoranze. La storia più recente dei Sinodi, però - e lo vediamo ad esempio in Germania così come lo vedemmo in occasione del doppio Sinodo sulla famiglia - testimonia che le divisioni e la conta all'ultimo voto sono la prassi. Come ci si può incamminare in un percorso che si ripropone di essere l'inizio di una nuova missione della Chiesa evitando di trasformare il Sinodo in una sorta di caotico Parlamento? Si può, risponde il vescovo di Reggio Emilia, "distinguendo radicalmente le logiche della sociologia dalle logiche della fede. Il Santo Padre ha richiamato più volte che il cammino sinodale deve avere come fondamento il sensus fidei fidelium, la coscienza di fede del popolo cristiano. Essa è come un fiume che attraversa i secoli, talvolta gonfio di acque, talaltra ridotto a un piccolo rigagnolo. Non si tratta perciò di cercare ciò che accontenta i più, ma di mettere in evidenza ciò che sempre la Chiesa ha creduto. Naturalmente riproponendolo alla luce delle nuove domande. Esse non potranno avere necessariamente delle risposte immediate o concordi. Non possiamo eliminare il lavoro del tempo come è stato necessario sempre, ad esempio per i concili. La bellezza della verità proposta da Cristo emergerà poco a poco, come da un'acqua mossa e torbida che, placandosi, diventa chiara e fa emergere i colori del fondo. La Tradizione non è un passato, ma è la contemporaneità della morte e resurrezione di Cristo al nostro tempo. Occorrono gli occhi della fede, come diceva Rousselot, amore alla verità, pazienza, ascolto reciproco, chiarezza di direttiva da parte dei pastori, coraggio di proposta, affidamento allo Spirito che guida la Chiesa"».

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