Fare i conti col Pass

Governo e Cts studiano a chi e come dare l'attestato per muoversi. Scuole nel caos. Ma la sfida vera è il Recovery entro il 30 aprile. Renzi punzecchia Conte. Bufera su Salvini. Navalny rischia

Riflessioni politiche e analisi economiche nel tipico lunedì mattina dei quotidiani italiani. Dopo gli annunci sulle riaperture del 26 aprile si discute su che cosa davvero poi in pratica avverrà. Soprattutto per quanto riguarda il Pass, che è allo studio. Oggi si riunisce il CTS e in settimana si dovranno prendere delle decisioni. La sostanza è che ci si potrà muovere in tre casi: o se si è vaccinati, o se si è già superato il Covid oppure se si è negativi e quindi si ha un tampone recente che lo certifica. Speranza preferirebbe una tessera ad hoc, vedremo. Intanto sulla campagna vaccinale c’è da dire che dalle 6 di ieri, domenica, alle 6 di questa mattina sono state fatte 245 mila 602 somministrazioni. Sotto di 30 mila unità rispetto all’obiettivo giornaliero, ma è un dato molto buono per essere di un giorno festivo.

La scuola, al di là dell’ottima intenzione per spingere tutti in classe al 100 per cento, è il solito casino. I Presidi dicono che non sono in grado di far tornare tutti insieme e rispettare le misure di sicurezza, non hanno spazi e strutture organizzate. I sindacati gli danno pienamente ragione. Gli studenti, in rivolta qualche tempo fa, forse preferirebbero ora le ultime interrogazioni, quelle decisive, in Dad, da casa.

Ma la vera questione sotto i riflettori è il Recovery plan, la scadenza in quel caso è il 30 aprile e in questo caso Draghi è meglio si prenda troppi rischi, ragionati o meno. Deve concordare i contenuti con tutti i partiti e fare un passaggio parlamentare prima di spedire il Piano italiano a Bruxelles. Il Fatto, riprendendo la Reuters, dice che in Europa ce l’hanno con il nostro Governo, cui imputano ritardi.

Il dibattito politico è vivace. Per il caso Salvini, Lupi chiede al Pd di solidarizzare con il leader della Lega. Renzi parla a Repubblica a tutto campo e consiglia Conte di lasciar perdere i 5 Stelle. Mauro si chiede perché i grillini rifiutino l’idea di stare a sinistra, Ceccarelli analizza le scelte nostalgiche sulle candidature a sindaco nei casi di Milano, Roma e Napoli. Non è politica in senso stretto, ma è una guerra commerciale a tutti gli effetti la storia della Super Lega del calcio europeo. Angoscia il caso del dissidente russo Navalny, alcuni intellettuali si sono mobilitati in un appello internazionale perché non sia lasciato morire in carcere. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Le vacanze, i ristoranti al chiuso o all’aperto, molta politica ed economia, ma non nei titoli di apertura. Il Corriere della Sera punta i riflettori sul lasciapassare allo studio del Governo: Un pass per l’estate sicura. Anche il Quotidiano nazionale va su questo tema: Ecco il pass per andare in vacanza. Il Messaggero spera che una volta riaperta la ristorazione, la situazione possa migliorare ancora: Locali al chiuso, ok più vicino. La Repubblica va sul rompicapo di un ritorno in aula difficile al 100 per cento: Milioni di test per la scuola. Anche Il Mattino insiste, per il secondo giorno consecutivo: Scuola, il rientro tra i rischi. La Stampa si concentra ancora sull’annuncio (non confermato) che prima o poi il vaccino AstraZeneca sarà messo fuori gioco: Dall’Europa 54 milioni di vaccini e da giugno stop ad AstraZeneca. Polarizzati sul caso Salvini sono Il Fatto: Salvini: «Indagare Speranza e no emergenza fino a luglio» e Libero: Salvini è innocente. Mentre
Il Giornale di Sallusti attacca il ministro della Salute: Speranza sapeva: ecco le prove. Veleni giudiziari anche per La Verità: REDDITO AGLI EXTRACOMUNITARI, IN MIGLIAIA SOTTO INCHIESTA. Sull’economia Il Sole 24 Ore del lunedì: Crisi dei consumi. Famiglie, spese ko: da risparmi e aiuti le leve della ripresa. Mentre Il Domani se la prende con il ministro Cingolani, ancora dirigente di Leonardo: Transizione ecologica con conflitto d’interessi.

IL PASS E LA RIVOLTA DELLO CHEF VISSANI

Nuova riunione del Cts, prevista per oggi: gli scienziati daranno un parere al Governo per dettagliare le gole dal 26 aprile: sul tavolo soprattutto il pass. Sarzanini e Guerzoni sul Corriere anticipano le possibili decisioni.

«Tre le ipotesi prevalenti sul lasciapassare. La prima è consentire lo spostamento - almeno in una prima fase - a chi presenta un certificato della Asl o una autocertificazione che attesti i requisiti richiesti. La seconda è ricorrere al tesserino sanitario, sul quale verrebbero caricati i dati. La terza ipotesi è realizzare una tessera digitale. È la via meno immediata, ma anche quella preferita dal ministro Roberto Speranza, che vorrebbe informatizzare il nuovo strumento, purché non slittino troppo i tempi. Oltre alla Salute ci stanno lavorando i tecnici dell'Innovazione tecnologica e Transizione digitale, il ministero guidato da Vittorio Colao. Al tavolo interministeriale, che dovrebbe riunirsi per la prima volta oggi, sarà valutata anche la possibilità di avvalersi dell'app IO, già usata per il cashback e attivata da dieci milioni di italiani. Possibile il coinvolgimento di Poste Italiane. Dal 26 aprile cade il divieto di circolazione tra regioni gialle (le altre dovranno attendere il pass). Ci si potrà spostare liberamente anche per turismo, senza bisogno di presentare l'autocertificazione. Nelle regioni arancioni resta il divieto di uscire dal comune se non per urgenza, lavoro e salute. Il motivo dello spostamento va giustificato con l'autocertificazione. Nelle regioni rosse i limiti sono ancora più stretti. Si può uscire di casa solo per necessità, urgenza e salute e per andare nei negozi aperti. Non è consentito uscire dal comune se non per validi motivi e sempre con l'autocertificazione. Le regole cambieranno quando arriverà il lasciapassare del governo e si potrà entrare e uscire anche dalle regioni più a rischio. Le regole sulle seconde case per ora non cambiano. Resta consentito andarci, anche in fascia arancione e rossa, a meno che la regione non abbia emesso ordinanze restrittive. L'abitazione di villeggiatura può essere raggiunta soltanto dal nucleo familiare convivente che ne abbia titolo di proprietà o di affitto prima del 14 gennaio 2021 ed esclusivamente se la casa è vuota. Non si può andare con amici e parenti. (…) La decisione non è stata ancora ufficialmente assunta, ma per ora il governo sembra intenzionato a conservare l'obbligo di quarantena di cinque giorni per chi rientra dai Paesi dell'Unione Europea e di 14 giorni per chi torna in Italia dai Paesi extra Ue. Per consentire la ripartenza del turismo l'Europa sta lavorando a un «green pass» che consenta di circolare in sicurezza: sarà pronto il 1° giugno. Nel mese di luglio la tessera Ue dovrebbe essere pienamente operativa».

Lo chef Gianfranco Vissani, sciarpa rossa, scarpe rosse, uovo tartufo e crostata al seguito, è andato sotto la casa di Mario Draghi a Città della Pieve, in Umbria, a protestare. Per lui i dehors sono peggio dei saloni interni ai locali. Racconta a La Stampa:

«A Città della Pieve lo chef e alcuni colleghi, insieme a produttori e viticoltori, si sono ritrovati ieri mattina per il simbolico invito a pranzo rivolto al premier. (…) «Alla fine il dehors è sempre un ambiente chiuso. Allora è meglio aprire dentro al ristorante, con le distanze, i vetri che separano. I vetri eh, non il plexiglass, quello neanche sulla cassa da morto. Noi siamo certificati Nasa, abbiamo dei macchinari per purificare che, di fatto, creano delle vere e proprie bolle, quindi se sei positivo, il contagio non si diffonde. Siamo molto attenti a queste cose, i ragazzi lavorano con la mascherina. Certo dietro la mascherina si lavora male. Però speriamo che Dio ci aiuti a superare questa crisi, perché c'è bisogno di denari, denari puliti, che possano salvaguardare queste aziende. Aziende che, non lo hanno capito, ma solo letteralmente familiari». Denari, sottolinea lo chef di Baschi che non sono i ristori finora ricevuti, «ventimila euro in 13 mesi, neanche le bollette». Che 2021 sarà Vissani? «Non lo so. Io all'inizio della pandemia dicevo che ci sarebbero voluti cinque anni per rimettere le cose a posto. E questo sta succedendo. Mancano i vaccini, diminuiscono ogni giorno. Come è possibile?». I suoi clienti, affezionati, chiamano? «Chiamano, hanno chiamato. Ma sono poche le certezze che possiamo dargli». Poche certezze, sulla data se non altro, per la riapertura del ristorante di famiglia, Casa Vissani. «Quando riapriremo? Non lo sappiamo». Andando a fare una stima, ai conti della vostra azienda quanto manca? «Due milioni all'incirca. Ragazzi, sono 13 mesi. I dipendenti che se ne vanno, devono lavorare. La cassa integrazione che arriva dopo mesi e mesi. Dai, è un po' vergognoso». 

LA SCUOLA? ORA NESSUNO VUOLE TORNARCI

Massimiliano Fedriga, Presidente del Friuli-Venezia Giulia e neo Presidente della Conferenza delle Regioni, è preoccupato per le conseguenze pratiche di far tornare a scuola studenti e docenti, al 100 per cento, per l’ultimo mese. Lo dice al Corriere.

«Presidente, lei ha apprezzato le riaperture decise dal governo, ma sulla scuola non è d'accordo. Perché? «Ero in disaccordo, non per la scuola in sé, ma per i trasporti - risponde Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli-Venezia Giulia e neo presidente della Conferenza delle Regioni - . In settimana incontreremo il governo per vedere gli orari di apertura e chiusura delle scuole perché così non va bene». A Roma hanno fatto il passo più lungo della gamba? «Immagino che il governo sia a conoscenza dei problemi. Noi abbiamo dato la disponibilità a risolvere le criticità». Il nodo sono i trasporti? «Sì, con le dotazioni attuali non siamo in grado di dare risposta ad un'utenza riportata al 100%. È chiaro che, non potendo intervenire più di tanto su questo fronte, sia necessario agire sullo scaglionamento degli orari di ingresso e uscita dalle scuole». Se avesse dovuto decidere lei come si sarebbe mosso? «Secondo me, con l'apertura al 50% ci si era già spinti ad un buon punto. Era stato raggiunto un buon equilibrio, un compromesso che consentiva di lanciare anche un segnale importante ad un settore delicato come la scuola». Sulle altre aperture nulla da obiettare? «È stato fatto un passo avanti importante, anticipando la possibilità di utilizzare gli spazi esterni. È chiaro che siamo in una situazione transitoria». 

Anche i dirigenti scolastici chiedono flessibilità. Lo spiega al Corriere il Preside del Liceo Tasso di Roma.

«Paolo Pedullà guida il liceo classico Tasso di Roma e dallo scorso settembre ha provato varie soluzioni per gestire 1.500 studenti divisi in 44 classi: da metà classe in aula e il resto in Dad, al doppio ingresso, dalle 8 alle 10. Ha pensato a nuove modalità per il 100% degli studenti? «Bisognerà prima vedere con quali regole si torna in presenza e capire se le prescrizioni di sicurezza sono le stesse dello scorso settembre, perché allora il 100% è impossibile. Io auspico che l'indicazione alla fine sia di far rientrare gli studenti "fino al 100%", lasciando flessibilità alle scuole». Se così fosse, come potrebbe organizzare il suo liceo? «Intanto concentrerei la presenza delle prime e delle quinte, poi dovrò rifare tutti gli orari». Ha senso tornare in classe al 100% solo per l'ultimo mese di scuola? «Diciamo che ha un valore simbolico. Ma la domanda che mi faccio è: fino a che punto è calcolato il rischio?».

RECOVERY SIGNIFICA RIFORME

Ora la vera scadenza è il 30 aprile. Entro quella data l’Italia deve fornire a Bruxelles il suo piano di ricostruzione nazionale. Draghi vuole coinvolgere il Parlamento, prima di andare in Europa. Ed ha cominciato ad incontrare le singole delegazioni dei partiti. Federico Fubini sul Corriere ne spiega la strategia: debito e riforme per far ripartire la crescita.  

«Solo un antidoto può compensare il debito pubblico di questi anni: un piano credibile di riforme. Mario Draghi ne è consapevole più di chiunque altro ed è anche per questo che il premier adesso sta dando un impulso perché il lavoro su questo fronte del Recovery Plan diventi più incisivo. (…) Il debito salirà ancora. La scelta di allargare i sostegni con decisione nasce dalla certezza che il Paese socialmente rischierebbe di non tenere, prima che i vaccini riportino un po' di normalità. Draghi in questo non fa che assecondare le raccomandazioni del Fondo monetario internazionale, che consiglia all'area euro un'ulteriore espansione di bilancio del 3% del Pil (l'ultimo decreto del governo vale il 2,3%). Ma l'eredità di debito rimane. Ed è per questo che anche sulle riforme si sta accelerando, con l'obiettivo di favorire la crescita, rendere sostenibili i conti pubblici e rassicurare così i mercati finanziari. Una delle decisioni più recenti riguarda l'avvio di un gruppo di lavoro che proponga interventi per aprire di più l'economia alla concorrenza. Si tratta di una delle misure che la Commissione Ue chiede all'Italia di inserire nel Recovery e questo offre a Draghi un'opportunità: se le riforme di concorrenza sono incardinate nei progetti europei, benché non approvate subito, anche i futuri governi italiani dovranno attuarle e mantenerle per continuare a ricevere i bonifici da Bruxelles. Un progetto ben fatto oggi, vincolato al Recovery, legherebbe le mani ai partiti anche in futuro. (…) La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha costituito una serie di gruppi di lavoro, tutti con tempi stretti per presentare dei progetti. Il più recente riguarda il codice sulle crisi d'impresa, per rendere più agili le procedure fallimentari. Entro fine mese deve presentare le sue conclusioni a Cartabia un gruppo di lavoro sulla giustizia civile, prevedendo riforme che vadano oltre l'assunzione di migliaia di assistenti per giudici e magistrati. In comproprietà fra Giustizia e ministero dell'Economia, è all'opera un gruppo di lavoro sulla giustizia tributaria per rendere meno onerosa e più semplice la vita delle imprese. Perché il debito pubblico fatto per tenere insieme la società in piena pandemia è stato necessario, ma anche una scommessa. Per vincerla serve disperatamente una crescita che, senza riforme, resta fuori portata».

Il Fatto sostiene invece che in Europa c’è scetticismo nei confronti di Draghi: l’Italia sarebbe in ritardo col Recovery Plan. Salvatore Cannavò.

«La nota della Reuters che dà voce ai malumori della Commissione europea sulla gestione italiana del Recovery dimostra che le cose sono complicate anche per Mario Draghi. La prestigiosa agenzia di stampa dubita che l'Italia possa rispettare la scadenza del 30 aprile stabilita per la consegna del Piano nazionale di resistenza e resilienza e, cosa più importante, che una volta approvato questo possa essere attuato correttamente. Palazzo Chigi ha smentito e la voce, imprecisabile e anonima, che ha gettato ombre sul governo viene così fatta tacere. Diverse fonti governative consultate dal Fatto dicono che si tratta di una manovra per screditare l'Italia. Forse è vero, ma non era Draghi il "super-presidente" che l'Europa ci invidia? Da dove viene tanta malevolenza? "La Commissione è scontenta del piano di ripresa così com' è", scrive la Reuters, aggiungendo che Draghi "presenterà probabilmente il piano intorno a metà maggio, ma potrebbe essere necessario un periodo più lungo per superare le obiezioni della Commissione". Nemmeno Conte aveva subito avvertimenti così bruschi. Ma sul problema dell'attuazione i dubbi non sono fugati. Ed è molto probabile ormai che l'Italia non avrà l'anticipo dei fondi previsto a luglio (il 13%) perché arriverà comunque in ritardo. La prova è l'altra indiscrezione, fatta filtrare stavolta da Palazzo Chigi, circa l'ipotesi di un decreto ad hoc per regolare la "governance" del Pnrr e quindi le modalità di gestione finora mai definite. Vi ricordate quando Matteo Renzi si infuriò perché Giuseppe Conte voleva fare un decreto?».

SALVINI A PROCESSO

Non si spengono le polemiche sulla decisione del Tribunale di Palermo di processare Matteo Salvini per “sequestro”, nel caso della Open Arms. Vittorio Macioce sul Giornale.

«Neppure i suoi avversari ci credono davvero. Matteo Salvini è accusato di sequestro di persona e tra le sue vittime c'è anche un minorenne. Verrà processato e rischia fino a 15 anni di carcere. Il resto non conta. Non importa che tutto questo nasca dalla scelta di un ministro di non far entrare in porto una nave spagnola, la Open Arms, con a bordo 147 clandestini. Non ha alcun peso il comportamento degli altri ministri. Nessuno in quel governo fermò Salvini. Non fu sconfessato con un atto formale. Non fu ripudiato. Non fu cacciato. In quel momento furono tutti ignavi o complici. Tutto questo però ormai è superfluo. La realtà è che un confine è saltato: le scelte politiche possono essere processate. Ora ognuno dovrà farci i conti. Non saranno più gli elettori a giudicare i governi. Toccherà ai tribunali. Cosa rispondono gli avversari politici di Salvini, quelli che comunque ora sono con lui nella stessa maggioranza? Nicchiano, prendono tempo, qualcuno sta zitto, altri se la cavano anticipando la sentenza: tanto non verrà mai condannato. Enrico Letta indossa la felpa griffata Open Arms e poi si scusa. Qualcuno invece si preoccupa di non lasciarsi più invischiare in questa storia. È il caso di Danilo Toninelli. L'allora ministro dei Trasporti avrebbe dovuto avere l'ultima parola sui porti, ma si sfila di lato e lascia la parola ai suoi avvocati: «La difesa di Salvini è un malaccorto scaricabarile». Segue annuncio di querela. Toninelli, Conte e i Cinque Stelle temono soprattutto il contagio. A nessuno venga in mente di associare il loro nome a quello del «presunto sequestratore». Il problema però resta».

Maurizio Lupi, esponente del Centro destra, si rivolge al PD: la sinistra non comprende che avrebbe dovuto solidarizzare con l’alleato di governo.

«Il rinvio a giudizio di Salvini è un grave precedente istituzionale» dice Maurizio Lupi, leader di Noi con l'Italia, uno dei partiti che anima il centro del centrodestra. Dunque, ritiene che la vicenda Open Arms sia un attacco politico al leader della Lega? «Si può condividere o non condividere la scelta di un ministro dell'Interno in materia di migrazione. Ma di certo non possono essere i tribunali ad entrare a gamba tesa». Sta dicendo che la magistratura si sta servendo delle inchieste per indebolire Salvini? «Sto semplicemente affermando che questo rinvio a giudizio non fa bene alla magistratura, anche perché giunge dopo il caso Palamara, e dopo due decisioni opposte che hanno riguardato lo stesso Salvini. Fatta questa premessa, c'è una cosa che mi ferisce ancor più». Quale? «Una parte della classe dirigente, e mi riferisco al campo del centrosinistra, non comprende che continua ad essere a rischio l'equilibrio tra poteri dello Stato. Mi sarei aspettato che in un clima di unità nazionale, come quello odierno, si lavorasse tutti per ridare dignità alle istituzioni e il peso giusto a tutti i poteri dello Stato. E invece, continua questo singolare dibattito fra guelfi e ghibellini». È già finita la stagione dell'unità nazionale? «No, ma la sinistra ha perso una grande occasione. Sono stupito che non abbia espresso solidarietà all'ex ministro Salvini».

RENZI CONSIGLIA A CONTE DI MOLLARE I 5S

Annalisa Cuzzocrea intervista, in una paginata su Repubblica, Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva, che oggi incontrerà Draghi, gira il coltello nella piaga delle difficoltà nell’alleanza fra Pd e 5 Stelle, sempre più evidenti. A Conte, dice Renzi, converrebbe fare un partito da solo.

«Matteo Renzi, Enrico Letta punta a un centrosinistra largo che dialoghi con i 5 stelle. Lei è dentro o fuori? «Noi dentro, i Cinque Stelle no. Questa è anche la tesi di chi, tra i dem, ha visto all'opera i grillini a cominciare dai romani che hanno subìto l'amministrazione Raggi». Cosa non la convince? «Per me l'esperienza dei 5 Stelle è al capolinea. E dubito che Conte - che si definisce equidistante da destra e sinistra - accetti di guidare il Movimento. Non mi stupirei se alla fine rinunciasse: troppe tensioni a cominciare dalla rissa sul terzo mandato. Non sottovaluti la questione giudiziaria. Noi avremo un processo sul finanziamento illecito solo perché un magistrato dice che la fondazione che organizzava la Leopolda era in realtà un partito. Si immagina cosa accadrà quando gli inquirenti entreranno nel rapporto tra la Casaleggio, il Movimento, Rousseau, i gruppi parlamentari? Non mi stupirei se Conte provasse a fare qualcosa da solo. Credo gli convenga». Il consenso di Conte è alto, quello dei 5 Stelle buono, il suo è sceso. «Questo interessa a chi confonde la politica con il Grande Fratello. Eppure nella recente crisi abbiamo dimostrato che il Parlamento non è Facebook. Noi abbiamo fermato Salvini nel 2019 e creato le condizioni per il governo Draghi nel 2021. Siamo orgogliosi di questo, ma non basta. Nei prossimi giorni organizzeremo meglio Italia viva». (…) Goffredo Bettini ha parlato di interessi sovrannazionali che hanno fatto cadere il Conte due. È così? «Complotto internazionale è il nome che Bettini dà all'incapacità di ammettere che ha scelto una linea suicida: Conte o elezioni. Ha sbagliato, ha perso, lasci stare i fantasmi. Ma quali interessi? Serve più rispetto per Draghi ma soprattutto per Mattarella». Come bisogna correre alle amministrative? A Bologna avete candidato Isabella Conti. A Napoli appoggerete Roberto Fico? «Che siano i territori a decidere e scegliersi i sindaci, meglio se con le primarie». Salvini è stato rinviato a giudizio su Open Arms per il sequestro di 147 persone . Il leader della Lega si difende scaricando quella decisione sul governo di allora. Troppo facile? «Che il M5s viva contraddizioni è vero: sulla Diciotti hanno votato per Salvini, sulla Open Arms contro. Del resto, l'espressione taxi del mare fa parte del loro vocabolario, non del mio. E la guerra alle Ong l'ha fatta il governo Conte, non noi. Sei anni fa firmai un atto per raccogliere non solo i vivi, ma anche i morti, dopo un terribile naufragio al largo di Catania: per noi dare sepoltura era un dovere civile. Altri premier hanno chiuso i porti, ma vengono considerati leader di sinistra, chissà perché». Sulle riaperture Mario Draghi, che lei incontrerà oggi, ha deciso di assumere un rischio ragionato. Sta subendo l'influenza della Lega? «Non è l'influenza della Lega, è la leadership di Draghi a fare la differenza. Con Draghi è cambiata l'immagine dell'Italia nel mondo e abbiamo svoltato su vaccini e riaperture. Sbaglia chi lascia a Salvini questa bandiera: dobbiamo intestarcela noi, sia sulla scuola che sulle attività commerciali. Non di solo pubblico impiego vive l'Italia. E non di sola dad possono vivere i nostri figli». Che intende quando dice noi? «Noi, i riformisti. Quando vedo i bauli in piazza dico che riaprire i luoghi di cultura è la cosa più giusta da fare: gli artisti non sono come diceva Conte "quelli che ci fanno divertire". La cultura è l'anima della nostra comunità: alzare i sipari è un dovere civile. Non so se è di sinistra, ma sicuramente è un concetto giusto». (…) Perché non ha difeso Roberto Speranza dall'assedio della destra? «Veramente noi votiamo contro la mozione di sfiducia, che è un mediocre giochino di Giorgia Meloni per acquisire consenso. E tuttavia avanzare dubbi sulla gestione del ministero non è lesa maestà. Aggiungo che Iv propone di investire trenta miliardi sulla salute con il Piano Sanità 2030: non possiamo essere di nuovo impreparati». E il Mes, che sembrava così importante prima, non lo è più? «Che i 30 miliardi servano è un dato di fatto. Continuo a pensare che sia meglio usare il Mes che le forme tradizionali di indebitamento». Ha proposto una commissione d'inchiesta sull'operato di un governo di cui faceva parte. «Certo. L'abbiamo chiesta ufficialmente in aula, per primi, un anno fa. E dopo quello che è successo siamo ancora più convinti. Quando vedi 100 milioni di euro buttati via nei banchi a rotelle esigi chiarezza. Non contro Speranza, ma per la verità. A cominciare dalle mascherine, dai report Oms, dai ventilatori comprati a caro prezzo in Cina ma non funzionanti, nonostante le garanzie dell'onorevole D'Alema». 

MA I 5 STELLE SONO DI SINISTRA?

Ezio Mauro, su Repubblica, ragiona su Conte e Letta. Meglio: su come i 5Stelle non vogliano scegliere il campo progressista, per non essere ingabbiati nello schema “vecchio” di destra e sinistra. E su come lo stesso PD abbia bisogno di un serio confronto con gli eventuali alleati. In politica, quando è così, c’è bisogno di una sola cosa: un congresso. 

«Come può il "nuovo" M5S ignorare cos'è la destra? E se invece lo sa, come può evitare di scegliere e soprattutto di distinguere, rifugiandosi nell'equidistanza? Vien da pensare ad un partito bifronte, che passa da Salvini a Zingaretti per opportunismo e non per scelta, convinto che le alleanze siano interscambiabili a patto che il movimento rimanga al comando, e soprattutto che le politiche nascano da scelte estemporanee dettate dalle contingenze, e non da una cultura ideale frutto di una visione del mondo. Ma così la politica non si inscrive in un quadro di valori, perché si incarna in singole misure demagogiche, generando automaticamente quel populismo antisistema più vicino alla Lega che alla sinistra. A questo punto nascono due problemi, per Letta e per Conte. Se manca un'esplicita scelta di campo, ma si continua a scegliere la neutralità tra destra e sinistra, l'alleanza tra Pd e Cinquestelle si derubrica infatti a semplice matrimonio di convenienza tra partner diversi e distinti, che si sono trovati insieme al bar del governo quasi per caso. Letta deve dunque ridiscutere le motivazioni e le prospettive di un'intesa, cercando prima di tutto di capire se i grillini sono interessati e pronti alla costruzione di un campo progressista, o se questa strategia ricade per intero sulle spalle del Pd. Conte d'altra parte deve chiarire se la nuova neutralità a Cinque Stelle può resuscitare il vecchio "bifrontismo" del movimento, magari non nelle alleanze ma nelle culture politiche: se cioè un pezzo d'istinto demagogico antisistema sopravvive nei grillini anche dopo la separazione da Salvini. E deve spiegare come poteva pensare di proporsi punto di riferimento di un nuovo centrosinistra se oggi accetta che i grillini continuino a discutere con chi devono stare, perché non sanno che cosa vogliono essere. Forse, come accade in democrazia, i due leader devono convincersi che i loro partiti dopo la pandemia hanno bisogno di un confronto libero, aperto e pubblico per discutere e scegliere una propria interpretazione dell'Italia e del mondo: chiarito questo, diventerà immediatamente chiaro anche chi sono gli alleati, gli avversari e i compagni di strada, qual è la gerarchia dei problemi da affrontare e la priorità nei programmi. Le grandi scelte, le alleanze e le svolte si decidono davanti al Paese, consacrando un leader e l'identità del partito, e riducendo lo spazio per manovre, tattiche e capriole. Ma se è così, alla fine resta solo una domanda: chi ha paura del congresso?».

SINDACI? USATO SICURO E UN PO’ MELANCONICO

Filippo Ceccarelli sempre su Repubblica mette insieme tre candidature annunciate ad altrettante poltrone di Sindaco, con un sapore lievemente nostalgico: Albertini a Milano, Bertolaso a Roma, Bassolino a Napoli. Che sta succedendo? 

«Fra l'eterno ritorno del Sempre Uguale e la minestra riscaldata, non è certo un buon segno che alle prossime elezioni municipali nelle maggiori città finiranno per candidarsi tre distinti patriarchi della Seconda Repubblica. A Milano, col centrodestra, Gabriele Albertini, 70 anni, che fu due volte sindaco dal 1997 al 2006, poi senatore ed eurodeputato; a Roma, sempre con mezzo centrodestra, Guido Bertolaso, 71, già vicecommissario del Giubileo e poi capo della Protezione civile tra il 2001 e il 2010, con appendice da sottosegretario all'emergenza; e infine, nell'ambito del centrosinistra ma fuori dal Pd, Antonio Bassolino, 74, che è stato pure ministro, ma soprattutto sindaco di Napoli dal 1993 al 2000 e per altri dieci anni presidente della regione Campania. È necessario aggiungere che gli ultimi due, il primo cittadino del Rinascimento napoletano e il Super eroe dell'età berlusconiana, ci avevano già riprovato nel 2016, ma gli ha detto male, e parecchio. È vero che sia l'uno che l'altro erano finalmente usciti indenni delle tante e a suo tempo clamorose vicende giudiziarie; ma al dunque, dopo tante lusinghe e promesse, Bertolaso era stato messo da parte senza complimenti da Berlusconi, incapricciatosi del più giovane Alfio Marchini; mentre il povero Bassolino aveva dovuto subire l'umiliante sconfitta da parte di una sua ex assessora, per quanto anche quelle primarie, tanto per cambiare, fossero con tanto di video dominate da compravendita di voti - e più lui si ribellava alle frodi, più i maggiorenti ne ignoravano le proteste, minacciando perfino sanzioni disciplinari. In politica, come del resto nella vita, il declino dei vecchi capi è di solito un triste, inevitabile spettacolo; e per quanto alle elezioni tutto possa sempre accadere, e la tenacia nell'azionare all'indietro la macchina del tempo possa ritenersi addirittura ammirevole, beh, in tutta franchezza non sembra che i tre abbiano maggiori speranze di farcela. Insomma, tentare non nuoce e loro ci provano. Ma da un altro punto di vista il triplice e simultaneo ritorno è ben peggio di un caso di modernariato amministrativo, usato sicuro o accanimento gerontocratico. Significa, molto semplicemente, che c'è il Nulla o, se si preferisce, che non rimane più altro, ormai. Il segno che l'odierna offerta politica sta a zero, che il vuoto di classe dirigente impone il primato del passato sul presente, che s' è bloccato ogni ricambio di generazione, che la democrazia sta per compiere la sua rotolata giù per la china. Si dirà: eh, quante storie, meglio gente di esperienza che questi ultimi scappati di casa! E un po' è pure vero. Ma anche ad attenuare i toni catastrofici, resta il fatto che il sistema - peraltro commissariato a livello centrale dal governo Draghi - versa in uno stato forse assai più grave di quello che i partiti o ciò che ne resta in termini di aggregati elettorali, personali, tribali o di cerchi magici abbiano interesse ad ammettere».

LA SUPERLEGA È IL CALCIO DEI RICCHI?

Repubblica dedica le pagine iniziali del numero in edicola allo scontro durissimo fra le squadre europee di calcio. Le società più ricche vogliono una competizione solo per loro. I 12 club più prestigiosi vorrebbero farsi il loro super campionato europeo ristretto tra i grandi, fra di loro per l’Italia ci sono Juventus, Inter e Milan. Ma le organizzazioni internazionali del calcio, Fifa e Uefa, hanno detto di no. La cronaca di Enrico Currò. 

«Guerra mondiale del calcio. Non è affatto un'iperbole la definizione per sintetizzare lo scontro epocale sulla Superlega, il nuovo campionato d'élite a cui lavorano da mesi le società più importanti d'Europa. Il conflitto è esploso senza più barriere in grado di attutirlo tra i maggiori club del mondo e le due istituzioni, Uefa e Fifa, che lo hanno finora governato dalle rispettive sedi di Nyon e Zurigo in Svizzera, Paese neutrale per definizione. Ma ormai di neutrale non c'è più nulla. Da una parte ci sono 12 club potentissimi capeggiati dal Real Madrid - potrebbero arrivare a 20 - che vogliono creare e amministrare già dal 2022 i giganteschi ricavi di una competizione tutta nuova e tutta loro, sul modello dello sport professionistico americano. Hanno deciso che il tempo dell'attendismo è finito, spinti all'accelerazione dalla crisi finanziaria sotto la pandemia che ha vinto anche le resistenze dei club inglesi: non intendono più dividere con nessuno il colossale business che ritengono di generare. Il nuovo torneo è una torta da 4 miliardi di euro fra diritti tv e sponsor: la via per uscire dalla profonda crisi economica. Dall'altra ci sono i due altrettanto potenti organi di governo del calcio europeo e mondiale, Uefa e Fifa, che difendono l'esistenza di coppe internazionali e campionati nazionali nell'attuale veste: un supercampionato televisivo li ridurrebbe a mera appendice settimanale. Per questo Nyon e Zurigo, con i rispettivi presidenti lo sloveno Aleksander Ceferin e l'italo-svizzero Gianni Infantino, avevano accantonato vecchie incomprensioni, stringendo un patto contro il golpe, come viene etichettato il progetto di Superlega. Di fronte alle indiscrezioni sull'imminente annuncio della nascita della competizione - di fatto una scissione - ieri la Uefa ha ottenuto la presa di posizione congiunta delle tre Federazioni calcistiche e delle Leghe nazionali dei tre Paesi in cui alcune tra le squadre più importanti mediterebbero di prendere parte al nuovo torneo. Gli "scissionisti" arrivano dall'Inghilterra (Manchester United, Liverpool, Arsenal, Tottenham, Chelsea, più il Manchester City in bilico), dalla Spagna (Real, Atletico Madrid e il Barcellona che ha firmato l'adesione solo sabato) e Italia (Juventus capofila, Milan e Inter). Ne è uscito un comunicato durissimo, assai più di quello diramato a gennaio con cui Ceferin e Infantino avevano ricordato che squadre e giocatori che avessero partecipato a una eventuale nuova competizione sarebbero stati banditi da Mondiali, Europei, campionati e Coppe».

APPELLO PER NAVALNY

Un appello internazionale di scrittori, personalità della cultura e dello spettacolo, è stato rivolto al Presidente Putin. I firmatari chiedono le cure per il dissidente russo, arrestato lo scorso gennaio al suo rientro in Russia. Fra i firmatari dell’appello l’italiano Roberto Saviano. Ecco uno stralcio:

«In quanto cittadino russo, Navalny ha il diritto di essere sottoposto a esami e curato da un dottore a sua scelta. Dopo che questo diritto gli è stato negato, il 30 marzo ha iniziato lo sciopero della fame. Le chiediamo, signor presidente, di assicurare a Navalny il trattamento e le cure mediche immediate di cui ha urgente bisogno, e di cui ha diritto, secondo la legge russa. Avendo lei, su quella legge, pronunciato il suo giuramento, non dovrà far altro che seguirla». 

Su La Stampa il commento di Anna Zafesova. Si delinea un braccio ferro fra lo Zar e il suo oppositore, entrambi pensano di vincere.  

«Quando Alexey Navalny aveva iniziato il suo sciopero della fame in carcere, un altro ex detenuto politico russo che aveva fatto la stessa esperienza, Mikhail Khodorkovsky, ha commentato: «Uno strumento molto efficace. Con un unico problema: bisogna essere pronti a morire». Quello che si sta consumando in queste ore tra la colonia penale numero 2 di Pokrov e il Cremlino è uno scontro a chi si arrende per primo. La scelta di Navalny appare chiara. Il suo è un calcolo win-win: se costringe Vladimir Putin a rispettare i suoi diritti, può continuare la battaglia, se muore diventa un martire, mostrando a tutto il mondo quello che Joe Biden sa già, che il capo del Cremlino è un «killer». L'unico problema è il prezzo da pagare, ma se Navalny avesse voluto rimanere al sicuro non sarebbe tornato dalla Germania sapendo di finire in prigione. Anche Vladimir Putin pensa di essere in una situazione win-win: se Navalny rinunciasse allo sciopero della fame, perderebbe la sua credibilità di vittima del sistema, se morisse farebbe il favore di togliersi di mezzo da solo, dopo che i servizi segreti russi non erano riusciti a eliminarlo. (…) In vent' anni al potere, Putin non ha mai ceduto a pressioni sui diritti umani e libertà politiche. In vent' anni, le pressioni sul Cremlino della comunità internazionale non sono mai state così unanimi e pesanti. L'unico modo per impedire che Alexey Navalny venga lasciato morire sotto i nostri occhi è quello di dimostrare al padrone del Cremlino che la sua morte sarebbe più un problema che una soluzione. Prima che lo scopra da solo, a fatto avvenuto.».

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