Figli di matrice ignota

Meloni non conosce la matrice dei disordini di sabato. Il 16 manifestazione dei sindacati a Roma. Il 15 scatta il Green pass sul lavoro. Polonia in piazza per stare in Europa. L'oppio di Kabul

Ieri mattina ho scritto che dai partiti della destra non è arrivata “nessuna critica” sui gravi disordini di Roma e sull’assalto alla CGIL. Mi ero sbagliato: volevo scrivere nessuna AUTO critica, perché, come sapete, ritengo da tempo che Meloni e Salvini abbiano sbagliato a indulgere in queste settimane in favore dei No Vax. Facendo addirittura sparire dai social precedenti prese di posizione a favore del vaccino. In effetti la leader di Fdi ha condannato gli scontri ma ha detto : “È violenza e squadrismo ma la matrice non la conosco”. Matrice ignota. Matteo Salvini, leader della Lega ha criticato il Viminale: “ Gli scontri confermano una volta di più l'inadeguatezza della Lamorgese”. Insomma bisognava bastonare di più i no Green pass, dicono i critici. Dopo gli assalti alla sede della Cgil e a Montecitorio, sabato notte è scoppiato il caos anche al pronto soccorso del policlinico Umberto I di Roma. I medici sono sotto choc: vengono messi nel mirino perché vaccinano.

Ora i giornali, anche dopo gli arresti dei leader neri della protesta violenta, parlano di “stretta” e di fermezza del Governo Draghi. Ma diciamolo: finché non ci sarà più responsabilità sul merito da parte di tutti, le violenze arriveranno sempre. Per fortuna i numeri della pandemia sono incoraggianti, così come la decisione che sarà presto formalizzata sull’attenuazione della quarantena a scuola. I sindacati hanno convocato tutti a Roma per una manifestazione in solidarietà alla Cgil per sabato prossimo, il 16. La politica, scontri di sabato a parte, è agitata dall’appuntamento elettorale. La Raggi annuncia una sua iniziativa autonoma dentro i 5 Stelle. Vedremo.

Dall’estero importante la manifestazione pro Europa che c’è stata in Polonia. Anne Applebaum (ultimo suo libro Il tramonto della democrazia), è una giornalista conservatrice americana che vive in Polonia e che ha sposato Radosław Sikorski, già ministro della Difesa e degli Esteri per quasi dieci anni. La Applebaum sostiene che ci sia bisogno di una forte destra liberale, moderata. Una destra ‘centrale’ che rispetti la democrazia e le sue regole. Nei Paesi in cui questa destra moderata scompare, come avvenne nella Germania prima dell’ascesa di Adolf Hitler, viene a crearsi un vuoto, uno spazio politico, che viene occupato dalla destra radicale, sovranista e populista. È quello che sta accadendo In Polonia. E forse anche in Italia.

Oggi sono da leggere anche due strepitosi reportage: sul Libano al buio, di Mannocchi per la Stampa, e sull’Helmand, la provincia afghana dove viene coltivato l’oppio, di Brera per Repubblica. La rubrica Data room del Corriere, a firma Gabanelli e Battistini, oggi è dedicata ad Erdogan che ricatta l’Europa sui migranti. La trovate fra i pdf.  

NOVE MESI CON LA VERSIONE

Stamattina rubo un po’ di spazio in più per parlare della Versione. Oggi sono esattamente 9 mesi che scrivo questa rassegna, ogni mattina, essendo dell’11 febbraio il primo numero. Cominciata per amici e parenti, è diventata appuntamento fisso per duemila persone. A volte di più. Grazie della fiducia e del seguito, che mi spingono a non mollare. Vi avevo promesso una sorpresa. Allora: da giovedì 14 ottobre e per 10 settimane, fino a prima di Natale, potrete ascoltare una mia serie Podcast originale realizzata da Chora Media per Vita.it. con Fondazione Cariplo. Il titolo è: Le vite degli altri e racconta  storie di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. Ritratti e interviste di uomini e donne premiati dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. Diceva Italo Calvino che ci sono due modi per sopravvivere all'inferno. Prenderne parte oppure raccontare ciò che inferno non è. Spero già domani di mettere in rete qui una prima anticipazione del Podcast per i lettori della Versione. Drizzate le orecchie, è il caso davvero di dirlo. Fino a venerdì avrete di nuovo la mia email entro le 8. Vi rammento anche che potete scaricare gli articoli integrali in pdf nel link che trovate alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito quello che vi interessa perché il file resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete arretrati. Fate pubblicità a questa newsletter, seguendo le istruzioni della prossima frase. Se invece la Versione non vi è piaciuta, beh non ditelo in giro.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Reazioni e commenti alle violenze di sabato catalizzano l’attenzione di titolisti e direttori. Il Corriere della Sera annuncia: Cortei, stretta sui violenti. La Repubblica rivela: Un piano nero contro le città. La Stampa rilancia la proposta del pd Fiano: “Sciogliere i movimenti neo fascisti”. Il Giornale polemizza con la titolare del Viminale: Lamorgese sotto accusa. Così come Il Fatto che ieri aveva minimizzato: Fascisti, governo impreparato. E venerdì 4 milioni senza paga. Per Libero: Dopo il giorno dei cretini. La sinistra ci marcia. La Verità che, come il Fatto aveva dato poco peso all’assalto all Cgil, oggi critica tutti gli altri: Non usate pochi violenti per occultare il green caos. Il Messaggero è il più esplicito, forse perché più attento a Roma: Stretta del governo sui cortei. Forza Nuova, arrestati i capi. Il Mattino è generico: No vax, giro di vite sui cortei. Il Sole 24 Ore fa invece il punto sull’obbligo che scatta da venerdì 15: Green pass al via sul lavoro: cosa fare in 20 casi risolti. Il Quotidiano Nazionale annuncia: A scuola sarà ridotta la quarantena. Mentre il Domani continua nella sua campagna anti Lega: Il trucco di Salvini per tenersi il partito.

SQUADRISMO DI SABATO. C’È UNA MATRICE?

Il sindacato ha reagito alle violenze di sabato e ieri in un’Assemblea pubblica ha convocato, insieme a Cisl e Uil, Sabato 16 tutti in piazza a Roma, a difesa del sindacato e della democrazia. La cronaca del Corriere.

«Rosso, rosso, rosso. È rossa l'Assemblea pubblica della Cgil. Lì alle spalle delle Mura Aureliane in quella striscia di asfalto tra il palazzone color salmone, che dalla Liberazione ospita gli uffici della Cgil nazionale, e il sottopassaggio che porta al Muro Torto, a un passo da Villa Borghese. Ci saranno un migliaio di persone, forse meno. Il gruppo dirigente della Cgil (poco più di trecento sono i membri dell'Assemblea, l'organismo rappresentativo della confederazione), iscritti, militanti, simpatizzanti, studenti, cittadini comuni, anche qualche bambino sulle spalle dei papà, come fosse una domenica normale. Ci sono la Cisl e la Uil. Tanta politica. Sono rosse le bandiere, rosse le mascherine, rosse le felpe, rosse le magliette, rossi i fazzoletti al collo intrecciati con quelli dell'Anpi, l'associazione dei partigiani, rossi i fratini del servizio d'ordine. Si canta Bella ciao; si grida "Ora e sempre: Resistenza". È il giorno dopo l'assalto neofascista. Maurizio Landini, segretario generale, di rosso questa volta ha solo il quadrato della spilla della Cgil sulla giacca del completo grigio scuro. "Cari compagne e compagni, cari amici, voglio.". Lo interrompono: "Ora e sempre: Resistenza". Farà fatica Landini a tenere insieme i temi sindacali, del lavoro, dello sviluppo compatibile con quello dell'antifascismo. Perché questa è una manifestazione antifascista, la prossima ci sarà sabato, 16 ottobre, promossa da tutte e tre le confederazioni aperta a tutte le forze sociali e politiche antifasciste. Dice Landini, stanco ed anche emozionato: «Se qualcuno ha pensato di intimidirci, di metterci paura, di farci stare zitti, deve sapere che la Cgil, il movimento operaio, hanno sconfitto il fascismo e riportato la democrazia. Non ci fanno paura, non abbiamo nessuna paura. Diciamo le cose come stanno: qui non è in discussione il diritto di manifestare le proprie idee. Ieri (l'altro ieri per chi legge, ndr ) è accaduta una cosa molto precisa. C'è stato un disegno premeditato di gruppi organizzati, un'operazione squadrista e fascista. Con la scelta di colpire la Cgil si è voluto colpire tutto il movimento dei lavoratori. Un attacco inaccettabile, una ferita alla democrazia, un'offesa alla Costituzione nata dalla Resistenza. È stato un atto che ha violentato il mondo del lavoro e i suoi diritti». Alla sua destra la tapparella della finestra è divelta, un po' più su penzolano i cavi delle telecamere di sorveglianza strappati a mano dagli assalitori la sera precedente. Sono entrati proprio da quella finestra. Accanto c'era il grande manifesto, con lo sfondo rosso, per ricordare i cento anni di Luciano Lama. È stato strappato anch' esso. Dalla finestra alla portineria di Corso d'Italia 25. È ancora tutto a soqquadro. I cavi dei telefoni sono stati tagliati, gli apparecchi buttati per terra, i computer spaccati, le sedie sfregiate, i monitor scaraventati a terra. La foto in bianco e nero di Giuseppe Di Vittorio, appesa su una colonna in alto, è rimasta intatta. Dall'interno hanno poi aperto il portone centrale. Da lì sono penetrati a decine con la voglia di rompere tutto. Scene simile all'assalto di Capitol Hill a gennaio, a Washington. Al piano terra a sinistra, poco prima degli ascensori c'è una tela che Ennio Calabria, pittore romano, ha donato alla Cgil. Ora ha un taglio proprio al centro. Rappresenta un gruppo di lavoratori che reggono da dietro un enorme paracadute rosso. È del 1973, "Senza titolo". L'Istituto centrale del restauro lo rimetterà a posto dopo la richiesta del ministro Dario Franceschini. È al piano terra che si sono scatenati gli assalitori. Nella furia si sono feriti anche loro, probabilmente con i vetri delle finestre rotte o con le schegge di legno delle porte spaccate. Ci sono tracce di sangue sui pavimenti, sulle scrivanie, sui libri buttati per terra, sulle pareti, sugli stipiti delle porte, sul marmo che lastrica l'ingresso. L'opera di Calabria non è di particolare valore. I neofascisti non si sono accorti, invece, che quello a pochi metri di distanza è un Guttuso. Ne hanno scalfito solo la cornice. Hanno attaccato anche l'area del server della Cgil. Solo oggi si capirà l'entità del danno. Ieri è crollato il sito della Cgil. Forse sono saliti anche ai piani superiori ma non ci sono danni visibili. Sempre al piano terra è stata devastata l'area della comunicazione. Buttati giù gli armadietti e le cassettiere, prese a calci le stampanti, lanciati tutti i libri a terra (lì c'è la casa editrice della Cgil, Ediesse), strappati i quadri e i manifesti delle storiche manifestazioni sindacali, pestate le tastiere dei computer, sollevate le scrivanie. Vetri rotti dovunque. Calcinacci. Un piccolo divano nero era stato messo davanti alla porta che conduce agli ascensori principali. "Qui si fa la storia", ha scritto un neofascista su un'agenda da tavolo di una scrivania rimasta apparentemente indenne. Landini chiede a tutti di esserci sabato prossimo in piazza a Roma. Quando Francesco Lollobrigida, capogruppo di Fratelli d'Italia, si avvicina per portargli la solidarietà di Giorgia Meloni, il leader della Cgil lo saluta ma resta gelido. Nemmeno una parola. Meloni è a Madrid, ospite d'onore alla convention di Vox, il partito neo-franchista. Alla fine tutti in coro Bella ciao. Pugni chiusi in alto. Anche quello di Landini. Si alza lo striscione: "La Costituzione è antifascista"».

Sul Fatto Giacomo Salvini nota che alla Meloni non sono bastate le immagini e gli arresti: “la matrice non la conosco”, ha detto.

«Non le sono bastate le immagini degli esponenti di Forza Nuova che assaltavano la sede della Cgil per parlare di "fascismo". Dopo giorni in cui Giorgia Meloni era riuscita con difficoltà a prendere le distanze dai nostalgici dentro il suo partito, ieri la leader di FdI da un lato ha espresso solidarietà alla Cgil ma dall'altro non è riuscita a parlare di "fascisti" descrivendo gli aggressori come "quattro imbecilli": "La matrice non la conosco" ha detto da Madrid dove ha partecipato al congresso del partito di ultradestra spagnola e neofranchista Vox. E ancora: "Non so quale fosse la matrice, sarà fascista, non sarà fascista non è questo il punto. È violenza e squadrismo e vanno combattuti sempre". Poi Meloni ha spostato l'attenzione sugli scontri, accusando la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese ("è inadeguata"): "La gestione della sicurezza pubblica è stata ridicola. Qualcuno deve assumersi la responsabilità di conoscere nomi e cognomi delle stesse persone che fanno sempre le stesse cose e sono sempre libere di farle". FdI chiede un'informativa di Lamorgese in Parlamento, la Lega le dimissioni. A Meloni rispondono fonti del Pd che le chiedono di firmare la mozione dem per lo scioglimento di Forza Nuova: "Se non sa chi siano gli esponenti di FN arrestati, glielo spieghiamo noi: sono i capi di una organizzazione fascista". Poi il segretario Enrico Letta attacca: "Meloni ha detto una frase infelice. La matrice è fascista". "Invito Meloni e Salvini a non alimentare ambiguità" gli fa eco il leader M5S Giuseppe Conte. Il capogruppo di FdI Francesco Lollobrigida ha partecipato alla manifestazione della Cgil ma ha parlato di "pochi violenti". Salvini invece si dice "anti-fascista e anti-comunista" e annuncia che la Lega non sarà in piazza sabato con la Cgil».

Ugo Magri sull’Huffington Post, con la consueta arguzia, prova a ragionare sul perché Giorgia Meloni resti incatenata a certi schemi. In politica il problema sono sempre i contenuti: se si sposano populismo e sovranismo difficile che non arrivi l’appoggio dei “neri”.

«Nel lessico di Giorgia Meloni sono entrati i camerati che sbagliano. Cioè quei nostalgici le cui gesta fanno il gioco degli avversari. “Utili idioti”, al servizio della sinistra, li aveva definiti dopo l’inchiesta di Fanpage. “Delinquenti”, ha rincarato dopo l’assalto alla Cgil: per colpa degli squadristi è passata in cavalleria la protesta no-vax. Non solo Giorgia prende le distanze da loro, ma rinfaccia a Luciana Lamorgese di non averli fermati in tempo. Fosse dipeso da lei, li avrebbe gonfiati di botte, e c’è da capirla: i facinorosi neri rappresentano un rischio mortale. Immaginiamo se si fossero scatenati alla vigilia delle elezioni politiche, con tutti i riflettori addosso, scatenando un imbarazzo anche internazionale. Il danno sarebbe stato peggiore. Per buona sorte della Meloni il bubbone è scoppiato in anticipo, così d’ora in avanti massima severità. Ed è già una svolta rispetto a quando rifiutava di ammettere il problema. Fino a ieri il fascismo le rimbalzava (vedi l’agiografia “Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee”). Si dichiarava estranea a certi mondi. Escludeva di compiere abiure, conversioni, autocritiche tipo quella di Gianfranco Fini, perché lei non aveva nulla di cui chiedere scusa. Odia le dittature, prova orrore dei razzisti, è perfino amica di Israele: che altro si pretende da lei? (…) Prendiamo il sovranismo, quella certa idea di nazione che nel secolo scorso ha scatenato un paio di guerre mondiali e che, nella variante attuale, si accontenta di disfare l’Europa. Quando Meloni sostiene Orban, o spalleggia il Gruppo di Visegrad, oppure sponsorizza i polacchi che si rivoltano contro l’Unione, i veri “fasci” vanno in sollucchero. Stessa cosa se appoggia i muri anti-immigrati o invoca blocchi navali intorno alla Libia (“Tripoli bel suol d’amore”): i nipotini del Duce si spellano le mani; ne fanno, per restare in tema, la loro Ducetta. C’è dell’altro, naturalmente. Al garantismo tra i Fratelli d’Italia si preferisce il massimo della pena, senza farne mistero. La retorica contro le élites finanziarie ripropone la stessa antica avversione contro le potenze demo-plutocratiche dell’Occidente, sacrificate al dio denaro. Michetti che a Roma compatisce gli ebrei riecheggia pregiudizi da Savi di Sion. La visione democratica dei Fratelli d’Italia ricorda poco Montesquieu e molto l’argentino Peron: spallate anti-sistema in luogo dei compromessi, tra istituzioni e piazza meglio la piazza (come si è visto a Roma). Disattenzione ai diritti. Tanti omaggi alla Tradizione. Che Giorgia lo riconosca o meno, sono tutti messaggi in codice, richiami della foresta. Pretendere che i camerati si allontanino, dopo averli ingolositi, è come scacciare le mosche dal barattolo del miele. Per liberarsi di certe presenze a Meloni servirebbe un antidoto, un vaccino contro la nostalgia. Più delle grida manzoniane ci vorrebbe una svolta culturale. Andrebbe chiarita la differenza tra post-fascismo e destra conservatrice: due scelte inconciliabili. La confusione permane perché le politiche sono le stesse di prima, idem le persone. Quei dirigenti di cui Meloni si fida sono figli della stessa storia, prodotti dello stesso ghetto politico-culturale. Ne condividono idiosincrasie e riflessi condizionati. Quello che del tutto manca ai Fratelli d’Italia è la contaminazione liberale. Unica eccezione è Guido Crosetto, un po’ poco però (con rispetto parlando). Nel circolo meloniano non c’è una persona colta, un solo intellettuale che sappia dare ripetizioni di liberalismo come ebbe l’umiltà di chiederli, per esempio, Silvio Berlusconi. Il quale si circondò di professori del calibro di Lucio Colletti, Giuliano Urbani, Marcello Pera, Saverio Vertone. Più, finché gli fecero comodo, un drappello di garantisti veri. Giorgia tenti di reclutarne qualcuno, il poco rimasto. Si faccia dare consigli su pesi e contrappesi, organi di garanzia, diritti. Scelga una battaglia liberale simbolica, una qualunque non importa quale. E vedrà che, come d’incanto, i nostalgici cercheranno casa altrove, senza bisogno di accompagnarli alla porta».

VIMINALE: CRITICHE E AUTOCRITICHE

Salvini e Meloni hanno criticato duramente l’operato del Viminale. E anche da quelle parti si fa autocritica. Alessandra Ziniti su Repubblica.

«Questa volta l'autocritica è impietosa: sottovalutazione delle presenze in piazza, schieramento delle forze in campo insufficiente e risposta tardiva all'attacco delle frange violente della manifestazione. Sull'ordine pubblico si cambia: accelerazione al lavoro di prevenzione sui social, massiccio aumento delle forze dell'ordine in strada e soprattutto nuove regole di ingaggio. Se sarà necessario usare la forza si farà. Senza tentennamenti. Il Viminale incassa a denti stretti, fa tesoro della lezione e corre ai ripari. L'autunno caldo è arrivato e ci sono due scadenze ravvicinate sulle quali non sono ammessi errori: la giornata di fuoco di venerdi 15 ottobre, giorno di esordio del Green Pass obbligatorio sui luoghi di lavoro e il G20 a Roma il 30 e 31 ottobre. Mercoledì il Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza definirà la nuova strategia del pugno di ferro. La ministra Luciana Lamorgese, sempre di più nel mirino di Salvini e Meloni, resta in silenzio dopo l'analisi del pomeriggio di guerriglia nel centro di Roma ma fonti del ministero spiegano: «Non nascondiamo una forte preoccupazione. Ci aspettano giorni caldi e l'appuntamento del G20 sarà per l'Italia una vetrina mondiale. Sarà messo a punto un piano di forte rafforzamento dell'ordine pubblico. C'è una stagione in cui la politica del contenimento non basta più. Il dilemma se e quando usare la forza in una manifestazione che diventa violenta è il dilemma di sempre, di tutti i governi. Il contenimento non è una scelta solo della politica ma anche dei tecnici. Bisognava rispondere prima e avere in campo gli uomini necessari per farlo». I tecnici, dunque: il prefetto e il questore di Roma, che avevano affrontato la questione nella riunione del Comitato provinciale ordine e sicurezza convocato 24 ore prima. Come è potuto succedere che chi doveva gestire la piazza si sia fatto trovare impreparato ben sapendo da tempo che Forza Nuova avrebbe guidato la protesta, che la tensione alla vigilia dell'entrata in vigore dell'obbligo di Green Pass sui luoghi del lavoro era altissima? Come possono essere rimasti non presidiati obiettivi sensibili come la sede della Cgil? Il prefetto di Roma, Matteo Piantedosi ( al secondo "incidente" dopo la sfilata non autorizzata della Nazionale di calcio sul bus scoperto dopo la vittoria agli Europei) sente il terreno che scotta sotto i piedi e, a sera, affida ad una nota la sua autodifesa. Cominciando con l'ammettere che chi ha disposto i servizi per la manifestazione non aveva idea di quante persone sarebbero scese in piazza. «Solo nelle ultime ore, man mano che diverse migliaia di persone giungevano da tutta Italia nella Capitale - dice il prefetto - è stato possibile rilevare un livello della partecipazione non solo quantitativamente molto elevato ma pure caratterizzato dalla variegata composizione dell'adesione alla manifestazione, verso la quale andavano confluendo da persone comuni a gruppi organizzati di facinorosi». Troppo tardi per capire cosa avevano in mente Forza Nuova e le altre frange violente che invece la loro strategia l'avevano studiata con largo anticipo. Troppo tardi per lanciare i lacrimogeni in una folla dove gli incappucciati si nascondevano dietro famiglie con i passeggini, troppo tardi per mandare rinforzi, rimasti bloccati nella protesta, gli idranti rimasti a secco. Eppure Piantedosi rivendica la predisposizione di «un'adeguata cornice di sicurezza per fronteggiare anche le frange più radicali della protesta» e «la barriera che le forze di polizia avevano eretto a protezione dell'ingresso della Cgil». Per poi concludere che «l'uso della forza è qualcosa che deve essere sempre ponderato con equilibrio, soprattutto quando si fronteggiano gruppi indistinti di persone». I 12 arresti di ieri e la sostanziale decapitazione di chi finora ha governato la protesta dei No Pass in parte rassicurano il Viminale. Dove però adesso si chiedono: quanti sono in Italia i cani sciolti, i facinorosi non aderenti a nessuna organizzazione che, al primo input arrivato su whatsapp, sono pronti a replicare il sabato di guerriglia?».

Il Giornale intervista Maurizio Gasparri, nato nella destra missina romana, da anni approdato a Forza Italia. Pierfrancesco Borgia.

«Onorevole Gasparri c'è un ritorno della violenza politica. Gli incidenti di ieri sono un campanello d'allarme? «Sicuramente lo sono ma è anche vero che c'è stata da parte delle autorità competenti una sottovalutazione dei rischi». In che senso? «La protesta di per sé ovviamente era legittima e anche la manifestazione. Quando però vedi salire sul palco e nelle tribune personaggi che da tempo si distinguono per essere sempre protagonisti in proteste violente, allora vuol dire che chi doveva controllare l'ordine pubblico ha se non altro peccato di leggerezza. Una grave sottovalutazione dei rischi come è accaduto quest' estate in occasione del rave party nel Viterbese». Il Pd chiede che il Parlamento intervenga per sciogliere Forza Nuova. È d'accordo? «Ci sono le leggi per questo. Sarà la magistratura ad accertare ogni tipo di violazione. E c'è il governo e le forze dell'ordine a perseguire i colpevoli di reati. Non è compito del Parlamento sciogliere formazioni politiche. Se ricorrono i requisiti previsti si agisce a norme di legge. Forza Italia non deve prendere lezioni da nessuno visto che è da sempre nettamente contraria a ogni forma non solo di violenza ma anche di estremismo politico». Forza Italia ha deciso di non partecipare alla manifestazione del 16 ottobre. «Ma è proprio necessario farla alla vigilia del voto? In pieno silenzio elettorale? Berlusconi ha subito telefonato a Landini per esprimere massima solidarietà. Ma non possiamo rischiare eventuali strumentalizzazioni». Come isolare gli estremismi in politica? «Molto semplicemente non avendo mai nulla a che fare con esponenti di questi movimenti. Mai apparentarsi, mai cooptarli, mai partecipare a iniziative insieme con loro. Dobbiamo essere distinti e distanti. Lontani da ogni forma di estremismo. Anche quello apparentemente non violento. I personaggi che incitano la folla, che soffiano sul fuoco del malcontento per destabilizzare, a ben vedere, sono sempre gli stessi. Oggi fomentano la piazza dei no vax (la cui protesta, che non condivido, è pur tuttavia legittima), prima erano dietro ai ristoratori che si lamentavano delle chiusure provocate dal lockdown. La protesta in sé è soltanto un pretesto. Mi chiedo soltanto come mai i magistrati non prendano provvedimenti concreti. Sono conosciuti i facinorosi dei centri sociali che a Roma occupano le case o dei no tav che in Val di Susa non lesinano violenza nelle loro proteste». Questa protesta no vax nasce dai social dove la contrapposizione si spinge fino all'odio. Cosa si può fare? «Semplicemente non bisogna prostrarsi a questa spasmodica ricerca di like e consenso. I social vanno usati con costrutto e soprattutto bisogna sempre dare il massimo delle informazioni per evitare fake news e campagne d'odio. Però queste c'erano già prima dei social. E Berlusconi ne è stata una vittima illustre. Quando uno squilibrato nel 2004 gli lanciò un cavalletto si disse che era l'azione di un singolo. In verità la campagna d'odio nei confronti del leader azzurro era fortissima. E allora non sono mica arrivate le telefonate di solidarietà dei sindacalisti». Le violenze di questi giorni e le polemiche suscitate influiranno sul ballottaggio? «Ci sarà senz' altro chi tenterà di utilizzare queste vicende. È fondamentale però non sottovalutare la violenza e osservarla a 360°. Anche a sinistra. Dall'omicidio Calabresi in poi, fino ad arrivare a Berlusconi e alla val di Susa, anche la violenza politica di sinistra va isolata e combattuta».

Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera spiega la nuova linea della fermezza, sposata da Draghi:

«Le immagini ritenute intollerabili sono quelle dei manifestanti che sabato sera a Roma assaltano il portone della Cgil, entrano negli uffici e poi si mostrano nei video trasmessi via social. Si vantano per la conquista, rivendicano di aver portato a termine l'attacco. Istantanee di una giornata nera che il presidente del Consiglio Mario Draghi ha voluto stigmatizzare in maniera netta. Perché «non può passare l'idea che quattro facinorosi tengano in scacco le istituzioni». La linea è tracciata: adesso la strategia deve cambiare, il sistema di prevenzione - questa la posizione di Palazzo Chigi - deve essere più incisivo e attento. Il via libera alle manifestazioni dovrà arrivare dopo una valutazione rigorosa dei rischi, limitando al massimo i cortei. Nessuna limitazione a chi vuole esprimere dissenso, ma le regole dovranno impedire che la situazione degeneri, «dimostrare che lo Stato c'è e interviene per contrastare i violenti, per stroncare gli estremismi e le iniziative di chi mira a creare tensione e instabilità». Il presidente del Consiglio ha parlato in queste ore con la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, con il sottosegretario delegato Franco Gabrielli, con i collaboratori più stretti. Nessuno ha potuto negare gli errori e le sottovalutazioni. Perché il dispositivo di sicurezza messo a punto in vista della manifestazione di sabato in piazza del Popolo a Roma prevedeva che i partecipanti potessero essere al massimo tremila e invece le forze dell'ordine si sono trovate a fronteggiare oltre diecimila persone, e centinaia di loro sono sfuggite al controllo. Ma anche perché molti «obiettivi sensibili» sono rimasti scoperti, nessuno ha evidentemente ritenuto indispensabile proteggere le sedi sindacali con i mezzi blindati nonostante il leader romano di Forza Nuova Giuliano Castellino avesse detto di voler arrivare proprio alla Cgil e minacciato dal palco: «Stasera ci prendiamo Roma». Come è possibile - ci si chiede a Palazzo Chigi - che non siano state intercettate le intenzioni dei leader di Forza Nuova, degli estremisti di Casa Pound che partecipavano alla manifestazione, quelle dei cittadini no vax e no green pass che, richiamati attraverso i social network, hanno voluto esprimere la propria rabbia partecipando all'incursione squadrista alla Cgil e al tentativo di arrivare fino alla sede del governo oppure a Montecitorio. I prossimi giorni si annunciano difficili per la gestione dell'ordine pubblico. Oggi i sindacati di base saranno in piazza per uno sciopero generale, altre mobilitazioni di no vax sono state programmate e annunciate attraverso i social network e i messaggi spediti con Telegram. Venerdì 15 ottobre scatta l'obbligo di green pass per tutti i lavoratori, la protesta potrebbe coinvolgere numerose città. Ecco perché il capo della polizia Lamberto Giannini ha già sensibilizzato - come ormai accade quasi quotidianamente - le questure «alla massima attenzione di tutte quelle aree di malcontento» che potrebbero pianificare azioni eclat anti, ma anche aggregare personaggi che mirano a fomentare le paure e le contestazioni dei cittadini. E la ministra Lamorgese ha convocato per mercoledì un comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza che servirà ad analizzare che cosa non ha funzionato sabato, ma soprattutto a fornire indicazioni per evitare che si ripetano situazioni analoghe alle forze dell'ordine e agli apparati di intelligence che hanno tra i compiti primari il monitoraggio degli ambienti più pericolosi per la sicurezza nazionale e la possibilità di portarli a termine con strumenti adeguati. Durante la fase acuta della pandemia erano stati vietati i cortei e consentiti soltanto i sit-in all'aperto con mascherine e distanziamento, comunque in casi davvero particolari. Adesso che la situazione sanitaria sembra uscita dalla crisi grave si era deciso di accogliere alcune richieste di svolgimento dei cortei. Un «allentamento» che si è deciso di rivedere drasticamente. E anche le autorizzazioni alle manifestazioni statiche potranno essere rilasciate soltanto con garanzie reali di rispetto delle regole da parte degli organizzatori. Si dovrà valutare se il luogo richiesto sia adeguato, se ci siano possibili vie di fuga in caso di scontri e possibilità di presidiare le vie limitrofe in modo da impedire a chi protesta in maniera violenta di andare altrove. E, sempre, dovrà essere stilata la lista dei luoghi che potrebbero essere presi di mira da chi protesta, predisponendo un cordone di protezione. Se si riterrà che non ci siano le condizioni per garantire la sicurezza, la manifestazione dovrà essere vietata impedendo in ogni modo a chi ha presentato richiesta di riuscire comunque a scendere in piazza».

15 OTTOBRE, IL D-DAY SUI LUOGHI DI LAVORO

Scatta il Green pass e Il Sole 24 Ore fa il punto su controlli e sanzioni. Doppio ordine di monitoraggio sui luoghi di lavoro e nei confronti delle aziende. Allo studio di Sogei c’è una app che potrebbe consentire di effettuare verifiche «generali, massive e preventive». Articolo a tre firme: Serena Uccello, Valentina Melis, Valeria Uva.

«È la settimana del debutto del green pass come strumento indispensabile di accesso al lavoro, per 14,6 milioni di dipendenti da aziende private, 3,2 milioni di dipendenti pubblici e 4,9 milioni di autonomi. Dal 15 ottobre, tutti dovranno avere ed esibire su richiesta la certificazione verde che attesta la vaccinazione anti-Covid, l'avvenuta guarigione dall'infezione o la negatività a un tampone. Chi non ha il pass, sarà considerato assente ingiustificato e non riceverà più lo stipendio, fino all'acquisizione della certificazione, e comunque non oltre il 31 dicembre, che al momento è la data finale dello stato di emergenza sanitaria. Le linee guida messe a punto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri -dipartimento per la Funzione pubblica per il pubblico impiego precisano che oltre alla retribuzione, non saranno più versati al lavoratore senza green pass neanche i contributi. Lo stop riguarda cioè - si legge - «qualsiasi componente della retribuzione (anche di natura previdenziale) avente carattere fisso e continuativo, accessorio o indennitario (...), previsto per la giornata di lavoro non prestata». Sempre secondo le indicazioni impartite per la Pa, i giorni di assenza ingiustificata non concorrono alla maturazione delle ferie e comportano per i giorni non lavorati la perdita di anzianità di servizio. Le sanzioni sono salate e sono persino più alte per i lavoratori che per i datori. Il datore che non controlla il rispetto delle regole sul green pass rischia una sanzione da 400 a mille euro. Il lavoratore che accede al lavoro enza green pass, è sanzionato con una multa che va da 600 a 1.500 euro. Le multe saranno irrogate dal Prefetto. I nodi aperti restano tanti, dall'esecuzione materiale dei controlli alla tutela della privacy dei lavoratori. Dalle norme emanate finora, si capisce che ci sarà un doppio ordine di verifiche. A "denunciare" al prefetto la presenza di lavoratori senza green pass potranno essere, dall'interno dell'azienda il datore o le persone alle quali ha assegnato l'incarico delle verifiche. Dall'esterno, le aziende potranno essere controllate dagli ispettori del lavoro e delle Asl (come spiega il direttore dell'Inl nell'intervista a pagina 3), dei quali si avvalgono i prefetti nei controlli anti-Covid. A soccorrere i datori di lavoro nella organizzazione delle presenze, per non dover scoprire ogni mattina che ci saranno alcuni lavoratori assenti, c'è una norma del Dl «Capienze», varato il 7 ottobre dal Consiglio dei ministri, secondo la quale il datore potrà richiedere preventivamente, per «specifiche esigenze organizzative volte a garantire l'efficace programmazione del lavoro» se il lavoratore ha il green pass oppure no. Questo dovrebbe consentire a chi organizza i turni di lavoro (ad esempio nei trasporti) di sapere in anticipo su quante persone potrà contare. A facilitare i controlli dovrebbe arrivare poi una nuova versione della App «Verifica C19», alla quale stanno lavorando senza sosta i tecnici di Sogei, il braccio operativo del Mef per l'It, con l'obiettivo di arrivare in tempo per la scadenza del 15 ottobre. L'idea è quella di arricchire con nuove funzionalità l'App già usata oggi da ristoranti, palestre e così via, da modulare a seconda dell'utilizzatore finale (pubblico o privato), quasi come una "libreria digitale". Il tutto per arrivare a semplificare la fase di verifica ed evitare criticità e code in entrata nei luoghi di lavoro. Si punta per questo a controlli anticipati e massivi, anche attraverso il codice fiscale dei soggetti da controllare. Ma sono ancora in corso le interlocuzioni con il Garante della privacy, per il via libera definitivo. Un tema delicato è quello dei lavoratori esclusi dall'obbligo di green pass perchè esentati dalla campagna vaccinale per motivi di salute. Questi lavoratori dovranno avere un certificato che attesta la loro situazione, ma dovranno essere particolarmente tutelati perchè i dati sulla salute sono sensibili. Su questo fronte saranno coinvolti i medici aziendali, come spiega Pietro Antonio Patané, presidente di Anma, l'associazione che li raggruppa: «Ci occuperemo dei lavoratori esentati. La legge - spiega - è molto chiara sulle caratteristiche che devono avere le certificazioni. Nei casi di certificazioni dubbie o non conformi, il datore di lavoro farà riferimento a noi. Così come per la gestione di questi lavoratori, che in quanto non vaccinati possono essere anche lavoratori fragili, la cui fragilità non era finora emersa». «La tutela della privacy sarà un punto molto delicato», rileva Tatiana Biagioni, presidente dell'Agi, Avvocati giuslavoristi italiani. «E sono diversi i nodi da sciogliere - aggiunge - nell'iter di conversione del Dl 127/2021 sul green pass: doppi controlli sui lavoratori, esenzioni, sanzioni, ricadute nelle aziende con meno di 15 dipendenti e smart working».

LA FINE DELLA PANDEMIA

Soddisfazione per il traguardo raggiunto, ieri mattina, dell’80 per cento dei vaccinati con due dosi over 12 e niente quarantena per le scuole. Il punto sulla pandemia di Valentina Santarpia per il Corriere.  

«Uso mirato dei tamponi per consentire, proprio per la specificità del contatto, di poter permettere la didattica in presenza»: lo aveva anticipato Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità, come sarebbero cambiate le regole della quarantena a scuola. E adesso iniziano a circolare i dettagli della bozza preparata dall'Iss insieme al ministero della Salute e a quello dell'Istruzione, che aspetta la firma delle Regioni, la prossima settimana, per diventare ufficiale. I test dunque saranno la chiave per valutare quando e se necessario fermare l'attività didattica in presenza per sostituirla con quella a distanza. Mentre oggi, appena uno studente risulta positivo al Covid, l'intera classe resta a casa, con le nuove regole gli studenti saranno sottoposti tutti a tampone e, se negativi, potranno continuare a frequentare le lezioni in presenza. È il «modello Bolzano», dove l'amministrazione della Provincia autonoma ha fin dall'inizio dell'anno lanciato screening a tappeto con tamponi nasali in tutte le classi. La partecipazione, in Alto Adige, è volontaria, ma in caso di un compagno positivo solo chi non accetta di sottoporsi ai test finisce in Dad, mentre gli altri alunni restano in presenza. Nel caso del piano che sta predisponendo il governo a livello nazionale, si prevede che a distanza di cinque giorni i test vengano ripetuti: nel caso in cui ci sia un altro positivo, gli alunni non vaccinati andranno in Dad, quelli vaccinati potranno restare in classe. Solo se si trovano tre positivi, scatta la quarantena per tutti, di dieci giorni per i non vaccinati e di sette per i vaccinati. Per gli studenti sotto i 12 anni, la quarantena scatta per tutti dopo due casi positivi. Nelle scuole dell'infanzia e nei nidi, la quarantena inizia subito, alla segnalazione del primo caso: non essendo obbligatoria la mascherina, il rischio contagio è più alto. C'è un altro elemento che sicuramente cambierà per la gestione dei casi: si introdurranno misure per valutare in maniera meno restrittiva il concetto di contatto stretto. Soddisfatti ma prudenti i dirigenti scolastici, che hanno per settimane chiesto regole chiare: «In linea di principio si tratta di regole migliorative, ma vorrei leggere la versione definitiva», dice Antonello Giannelli, presidente dell'associazione nazionale presidi. Cauta Maddalena Gissi, segretaria della Cisl scuola: «Mi auguro per le scuole che ci siano indicazioni univoche e che non si deleghino indicazioni sanitarie ai dirigenti scolastici. Sulle quarantene deve esserci una procedura definita puntualmente». Il timore è legato alla supervisione, nelle mani delle Asl, che spesso non riescono a rispondere in tempi stretti, non avendo personale dedicato, o che agiscono, come emerso nei giorni scorsi, in maniera difforme sul territorio nazionale. La nuova procedura dovrebbe semplificare un po' il loro lavoro ma non è detto che abbia lo stesso effetto sulla gestione dei casi. Poi c'è chi teme, come Elvira Serafini (Snals), che un allentamento porti una «trasmissione troppo veloce del virus». In realtà il governo sta «allargando le maglie» solo perché «la situazione epidemiologica è largamente favorevole, continua a migliorare - come sottolinea Franco Locatelli, coordinatore Cts - e la scuola non ha impattato negativamente».».

5 STELLE, LA SVOLTA DELLA RAGGI

Le cronache politiche sono impegnate nelle polemiche post disordini. Intanto nel dibattito fra i 5 Stelle si segnala il protagonismo della sindaca uscente Virgina Raggi. La cronaca di Repubblica.

«Sto già iniziando a progettare alcune possibilità e mi farebbe piacere parlarne con chi vuole». Firmato Virginia Raggi. L'ormai ex inquilina del Campidoglio irrompe nelle chat dei grillini romani e lancia l'appuntamento per martedì: parlamentari e consiglieri uscenti sono invitati in via di Campo Marzio, nella nuova sede del Movimento 5 Stelle, per la presentazione del nuovo «progetto» della pentastellata. Un piano per ora segreto. Una sorpresa che, però, pare non incontrare il gradimento di buona parte del M5S. La tornata delle Amministrative è stata pesante. Per festeggiare qualcosa, una settimana fa i big hanno abbandonato Roma e si sono fiondati a Napoli. Raggi se l'è legata al dito e, secondo chi teme il peggio, domani potrebbe far pesare il boom di voti degli iscritti che l'hanno eletta garante e le preferenze comunque messe assieme al primo turno di queste Comunali. Giuseppe Conte, leader del Movimento, è stato messo in guardia dai fedelissimi. Ma l'ex premier preferisce attendere: pensa che, se pure volesse dare vita a una nuova corrente, l'impatto mediatico di Raggi si sgonfierà una volta abbandonato il Campidoglio. Pare che Conte stia anche cercando di inserire il portavoce dell'ex prima cittadina capitolina nello staff che gestisce la comunicazione del Movimento. E Roma? Chi ha seguito da vicino Raggi in questi 5 anni ha pronta l'ipotesi bis: «Vedrete, vorrà parlarci di Roma dopo aver preso i due caffè con Michetti (venerdì, ndr ) e Gualtieri (l'incontro è in programma per oggi, ndr )». Nell'agenda della grillina, dicono dal Comune, c'è una riorganizzazione del Movimento sul territorio. Poi le richieste ai 5S: continuare a sostenere le periferie e il microcredito per i piccoli imprenditori, salvaguardare il lavoro sui trasporti (funivie incluse) e quello su Expo 2030. Il prossimo sindaco ha 10 giorni per cambiare faccia al progetto che sostiene la candidatura di Roma. Per quanto riguarda le questioni politiche, lo staff di Raggi non esclude annunci. Poi aggiunge: «È il momento di restare uniti. Non c'è nessuna intenzione di spaccare il Movimento». Si vedrà. Certo è che l'attivismo della sindaca uscente pare averle rallentato i ritmi social. Ancora in sella fino al ballottaggio («non si esprimerà per nessuno dei due contendenti», ribadiscono in Campidoglio) Raggi si è presa quasi 24 ore prima di commentare l'assalto dei No Pass alla sede della Cgil: «Le immagini di violenza che abbiamo visto sono inaccettabili. Solidarietà alla Cgil. Ribadisco chiaramente che Roma è orgogliosamente antifascista e che per Forza Nuova non ci può essere spazio nella nostra città». Passata la nottata, il tweet è servito».

Sugli altri temi nell’agenda politica, ecco l’intervista della Verità a Matteo Salvini di Federico Novella.

«Tra quattro giorni entra in vigore l'obbligo di green pass nei luoghi di lavoro, e le Regioni temono il caos. Su quali punti combatterete in Parlamento? «Come già detto dai governatori e non solo, come minimo va estesa a 72 ore la validità del green pass, anche con tamponi rapidi o salivari. E i test potrebbero essere fatti direttamente in azienda, come proposto da tanti imprenditori. Non si possono lasciare a casa e senza stipendio milioni di lavoratori, medici e infermieri, poliziotti e operai, insegnanti e pompieri». Intanto sulla delega fiscale ha firmato una tregua con il premier Mario Draghi? Quale soluzione avete trovato sulla riforma del catasto? «Ci stiamo lavorando, giorno e notte. La casa per gli italiani è sacra, è fra le più tassate d'Europa, non si tocca. Far emergere il milione di immobili fantasma è un dovere, aumentare le tasse su un monolocale a Roma o Milano è una follia. Il presidente Draghi comunque mi ha confermato l'impegno a non aumentare le tasse, è un'ottima notizia e da parte nostra faremo di tutto affinché la pressione fiscale non aumenti, anzi cali, oggi e nei prossimi anni». I suoi avversari non si fidano della tregua. Enrico Letta ha detto: «Salvini racconta al Paese una storia, poi va a Palazzo Chigi e torna tutto come prima». Una pace ritrovata troppo in fretta? «Letta soffre molto Palazzo Chigi, perché è stato cacciato da lì dal suo stesso partito. Io ho il difetto di dire e fare le cose che penso, sia in pubblico che in privato: con Draghi il rapporto personale è ottimo, e sono sicuro che aumentare i nostri colloqui potrà migliorare l'efficacia dell'azione di governo. Esempio concreto: il green pass. Fino a qualche settimana fa mi davano del rompiscatole, ora emergono problemi pratici e molte voci, a partire dai governatori, suggeriscono giuste modifiche al decreto. La Lega è pragmatica e ragionevole, solleviamo questioni nell'interesse degli italiani e non per amor di polemica. La riapertura di tante attività e imprese che erano chiuse, lo stop alla tassa patrimoniale e alla tassa di successione, il no allo ius soli e al ddl Zan si devono alla Lega, questa è la realtà. Mentre Letta fa polemiche, noi diamo soluzioni». Dunque gli incontri che terrà ogni settimana con Draghi serviranno a vigilare sulla promessa di non alzare le tasse? È anche un modo per ribadire che nel partito comanda ancora lei? «Ragioneremo di tutto, proprio per evitare malintesi. Ho l'onore e l'onere di guidare la Lega, le voci di contrasti interni erano fantasie di alcuni giornali e trasmissioni tv che ora sostengono esattamente l'opposto. Fra novembre e dicembre faremo più di mille congressi cittadini in tutta Italia, siamo l'unico partito che esiste ancora in maniera reale e diffusa. E lì, chi avrà i numeri emergerà». Nel provvedimento fiscale non c'è la flat tax. È ancora un punto irrinunciabile? «Certo, l'ho detto a Draghi e sarà una nostra priorità a novembre, nella Legge di bilancio: puntiamo a portare da 65.000 a 100.000 euro la soglia di reddito per applicarla. Lavoratori autonomi e partite Iva sono una delle colonne portanti del nostro Paese. Ma la vera e propria flat tax la metteremo in pratica con un governo di centrodestra, scelto dai cittadini». In tutto questo, c'è davvero spazio per modificare il reddito di cittadinanza, e verso quale direzione? «Ne ho parlato con il presidente, sono evidenti a tutti problemi e storture che premiano i furbetti più di chi ha davvero bisogno. Avrò l'onore di mettere la prima firma a un emendamento della Lega in manovra di bilancio, a novembre. Per lasciare un aiuto a chi non può lavorare davvero come anziani, disabili e indigenti veri. E togliere miliardi di euro a furbetti, evasori e delinquenti vari senza voglia di lavorare». (…) Cosa non ha funzionato nel voto per le grandi città? Candidati sbagliati, troppa litigiosità tra i partiti della coalizione, o cos' altro? Si rimprovera qualcosa? «Non critico i candidati, anzi li ringrazio per l'impegno. Certamente alcuni li abbiamo scelti troppo tardi, e quindi è colpa nostra. Ci deve servire da lezione, anche perché l'anno prossimo ci saranno importanti elezioni amministrative in grandi città, da Palermo a Verona, da Genova a Como e Catanzaro. Entro l'autunno avremo i nomi dei candidati, alcune persone di valore per queste città le ho già incontrate, così avremo mesi di tempo per parlare dei nostri programmi e delle nostre idee». Dopo il voto amministrativo la fase «populista» della Lega è definitivamente archiviata? «Cosa intende per fase populista? Io preferisco il popolo ai salotti, preferisco il lavoro all'assistenzialismo, preferisco la sicurezza al caos. La Lega è la Lega, e continuerà le sue battaglie. Il centrodestra resta maggioritario nel Paese, e quando ci saranno le elezioni politiche sono certo che vincerà con la Lega primo partito». Ha avuto modo di parlare con Luca Morisi? L'indagine che lo riguarda va verso l'archiviazione. Che cosa pensa di quanto è trapelato sui giornali in questi giorni? «È giusto che Luca si prenda del tempo per sé, ora emerge la verità ma per troppi giorni - guarda caso prima delle amministrative - è finito nel tritacarne, trattato come uno spacciatore, con la sua vita privata messa sotto i riflettori. Davvero disgustoso e ignobile. Era e rimane un amico e una persona in gamba». Pensa che quell'inchiesta abbia influito sui risultati elettorali della Lega? «Non so, di certo per dieci giorni non si è parlato dei problemi di Roma e Milano ma della vita privata di una persona, di sesso e spaccio, tutto per attaccare me. L'accanimento contro la Lega e il centrodestra prima del voto è un brutto film visto troppe volte». Draghi è ancora il suo primo nome per il Quirinale? Quali sono le alternative? «Non voglio tirare per la giacchetta il presidente Draghi né intendo essere irrispettoso con il presidente Mattarella. Draghi sarebbe un ottimo capo dello Stato, come anche altri nomi, alcuni già usciti altri no. Ne parleremo a gennaio, adesso le priorità sono garantire il lavoro e abbassare le tasse».

LA POLONIA: SIAMO EUROPA

Grande marcia nazionale di protesta all’indomani della sentenza che spinge per l’uscita della Polonia dall’Europa. Letizia Tortello sulla Stampa.

«Unione sì, PiS no. Restiamo in Europa!». Gli abitanti di Katowice, nel Sud della Polonia non lontano da Cracovia, hanno portato anche i bambini alla grande marcia nazionale di protesta contro il rischio di una «Polexit», cioè l'uscita del Paese dall'Unione. Dalla capitale Varsavia, a Lublino, Poznan, Lodz e altre cento città: il richiamo dei sostenitori della Ue contro lo strapotere del partito nazionalista di Jaroslav Kaczyski (PiS) ha radunato in strada centomila persone, che hanno acceso candele, sventolato bandiere a dodici stelle e suonato l'inno alla Gioia, leggendo la Costituzione. «Sono nato in Polonia, preferisco morire nella Ue», recitava uno slogan. E un altro: «Abbasso l'anatra al potere», facendo riferimento al cognome del presidente di Diritto e giustizia, che ha la stessa radice della parola «kaczka», anatra appunto. Un raduno pieno di richiami simbolici, su invito dell'ex presidente della Ue Donald Tusk e leader dell'opposizione (Piattaforma civica), per reagire alla sentenza della Corte costituzionale polacca che giovedì ha sancito la priorità del diritto nazionale sulla legge europea. Da tre giorni il Paese era in subbuglio. Il pronunciamento della scorsa settimana ha segnato un nuovo punto di distanza nella disputa tra il governo nazionalista di Varsavia e Bruxelles su indipendenza della magistratura e rapporto fra leggi nazionali e comunitarie. Su quest' ultimo tema la miccia l'aveva accesa il premier Mateusz Morawiecki, che a marzo aveva presentato ricorso alla Corte costituzionale di Varsavia. La Commissione Ue a giugno gli ha chiesto di ritirarlo, perché in palese violazione con uno dei fondamenti dell'Unione: il primato del diritto europeo su quello nazionale. A metà luglio, una nuova puntata dell'escalation: la Corte di giustizia Ue ha obbligato la Polonia a sospendere le attività della sezione disciplinare della Corte suprema, la cui indipendenza non è garantita. Ma il governo non ha obbedito, ed è scattata la richiesta di sanzioni. La scorsa settimana alla tensione con Bruxelles si è aggiunta la sentenza dell'Alta corte polacca, con cui viene confermata la supremazia del diritto nazionale su quello europeo. La sentenza era stata rinviata quattro volte nell'estate, per paura che la Ue riducesse i Fondi non ancora erogati per il Covid, circa 36 miliardi. Varsavia è stata una delle principali beneficiarie dei soldi post-pandemia, che dovrebbero diventare la base per programmi sociali nei prossimi anni. Ma il PiS, con una campagna sempre più aggressiva, minimizza sull'importanza del sostegno comunitario per il bilancio del Paese. Ieri, invitato alla convention dell'ultradestra spagnola Vox, Morawiecki ha lanciato la stoccata a Bruxelles: «L'Europa è la nostra casa comune, dove vivono nazioni differenti e ognuna deve avere garantito uno sviluppo sovrano». Come a dire: non è Tusk l'unico difensore dell'Unione, ma il governo polacco vuole un'Unione diversa. La presidente della Commissione Ue von der Leyen si era detta «preoccupata» negli scorsi giorni per l'irrigidimento dei rapporti con Varsavia: le sentenze della Corte di giustizia europea sono vincolanti per tutti i tribunali nazionali, dice Bruxelles. Che tradotto significa: i magistrati polacchi non possono emettere sentenze sulla competenza di questioni che riguardano la Ue. «Questa è la nostra casa, l'Europa, e nessuno ci porterà fuori da essa», gridava ieri Wanda Traczyk-Stawska, una veterana di 94 anni, che partecipò alla rivolta di Varsavia del 1944 contro gli occupanti nazisti. Tusk, che ha arringato la folla davanti al Palazzo reale a Varsavia, ha ribadito: «Sappiamo perché il PiS vuole lasciare la Ue, per violare impunemente le regole democratiche».

AFGHANISTAN, LA TERRA DELL’OPPIO

I Talebani e l’enorme business dell’oppio in Afghanistan, l’85 per cento della droga del mondo viene da qui. Reportage su Repubblica di Paolo Brera dall’Helmand.

«Nella sua raffineria di droga, decine di postazioni di lavoro sono desolatamente vuote. Feda Muhammad le guarda sconsolato. Il fiume di morfina ed eroina afghana che inonda l'Occidente «è in secca da 20 giorni. Fino a tre settimane fa - dice - avevo 24 operai». Ma non è preoccupato: «Per le pressioni internazionali - spiega - i talebani hanno detto che contrasteranno produzione e commercio. Il mercato si è fermato: stiamo stoccando, vedremo. Finalmente i prezzi potrebbero aumentare». Ridurre la produzione, come i talebani promettono, può essere un affare per tutti. Per capire cosa stia succedendo, Repubblica è entrata nella tana del lupo: abbiamo trascorso due giorni tra i contadini del papavero e i trafficanti dei suoi derivati, morfina ed eroina; abbiamo conquistato la loro fiducia, condiviso il latte cagliato; abbiamo dormito con una famiglia di narcos, discutendo di Afghanistan ed eroina, e pranzato coi grossisti nel loro bazar. E abbiamo visitato quattro raffinerie nelle campagne di Lashkar Gah, il capoluogo della provincia più pericolosa e violenta dell'Afghanistan: l'Helmand. L'85% del narcotraffico mondiale d'oppiacei nasce in Afghanistan. La produzione, stabile e con prezzi alti fino al 2000, dopo la cacciata dei talebani aumentò nonostante eradicazioni e bombe. Da 60mila ettari nel primo Emirato islamico è salita ai 224mila della Repubblica, nel 2020; il quadruplo della Birmania, secondo produttore. Il 16% del Pil afghano viene dal narcotraffico: 3 mld di dollari l'anno. La quota dei contadini è irrisoria: 347 milioni nel 2020. Una parte considerevole, invece, va nelle tasche dei talebani, che controllano le aree di produzione: era indispensabile, per finanziare la guerra. A Musa Qala, nel mercato all'ingrosso della droga, quintali di oppio passano veloci di mano: 500 dollari per un man, una borsa trasparente con 4,5 chili di melassa scura, l'oppio grezzo. Su questa sabbia arsa nessun civile occidentale ha mai messo piede: appena arrivati, mentre parcheggiamo col fiato in gola tra occhi che ci squadrano taglienti, tre sacchi - una campionatura - van giù nel bagagliaio del Toyota accanto a noi. Musa Qala è un villaggio ben protetto dal deserto oltre l'impervio e turbolento Sangin. Siamo nel cuore duro dell'Islam radicale, terra madre dei talebani, nella provincia ribelle dell'Helmand. Qui sboccia più di metà dei papaveri del Paese. Il nostro passepartout, e soprattutto il nostro biglietto di ritorno, è un commerciante di Lashkar Gah, pecora bianca di una famiglia di trafficanti. Uno dei sui fratelli ci ha fissato un appuntamento al famigerato mercato del narcotraffico. Partiti all'alba da Kandahar percorriamo la strada trafitta dagli ordigni esplosi. Nell'Helmand giriamo su una secondaria, in un panorama lunare fino all'ultimo avamposto d'Afghanistan rurale, il capoluogo spettrale del Sangin sfondato dalle bombe. Dopo il presidio di Emergency, c'è solo deserto. Sabbia e sassi per ore, e sole a picco. Arrivati nel gran bazar di Musa Qala, svoltiamo in un vicolo claustrofobico. Il bazar dei narcotici è una piazza a elle come una tessera del "tetris", l'unica via d'uscita è il vicolo infido. Attorno a noi c'è un alveare di cubicoli commerciali, sembrano i box auto malandati di un vecchio condominio popolare. Sono decine. Ogni box è la bottega di un grossista. Bambini incuriositi si avvicinano, gli sguardi dei trafficanti ci trafiggono. Il nostro contatto è irrintracciabile, e a Musa Qala non c'è connessione. L'autista sonda il terreno, poi fa segno di scendere: «Li ho convinti. Ho detto che c'è un giornalista italiano come Emergency, che li ha sempre aiutati». Entrati nel box, decine di turbanti neri si accalcano a vedere lo straniero senza armi né divisa. "L'infedele" che non sgancia bombe, senza sradicatori per distruggere i campi tra i blindati e i droni. Sono apparentemente amichevoli, cordiali, curiosi, divertiti. Credono di poter ricevere aiuto o fare affari, alcuni ci offrono la mercanzia. Se volessimo una tonnellata di eroina, nessuno batterebbe ciglio. Ma la diffidenza è reciproca. «Perché gli stranieri come te ci sparavano di continuo dall'alto? Perché hanno ucciso così tanti civili? L'anno scorso - dice Abdul Khalid, 30 anni - a un matrimonio i droni hanno ammazzato duecento invitati ». «In vent' anni - dice un altro - a Musa Qala non abbiamo avuto nulla dal governo né dai talebani. Non ho mai combattuto ma i miei bambini non hanno neanche la scuola». Mentre ci raccontano le sciagure di questa terra senza pace, un grossista squinterna davanti a noi un sacchetto d'oppio. Sembra l'impasto poco amalgamato di una torta al cioccolato. «Grezzo si usa come medicina - dicono - ed è afrodisiaco». «Adesso il mercato è basso, da 15mila a 22mila rupie al chilo», dice Umar Jan. Il narcotraffico opera in valuta pachistana: siamo sui 100 dollari al chilo. In un altro box stendono a terra una tovaglia di plastica, allineano due piatti con poca zuppa e una boule di latte cagliato. Si intinge la focaccia nella zuppa con mani non lavate, tutti nello stesso piatto; si beve di bocca in bocca dai due mestoli. Una ventina di persone non pranzano. La povertà è evidente. «Vengo da un villaggio - dice Haji Abdul Raman, 55 anni - non c'è famiglia qui che non abbia sepolto tre o quattro morti. La poca acqua la usiamo per l'oppio, è l'unico modo di sopravvivere ». «I bombardamenti americani ci hanno fatti a pezzi. In questi 14 anni - dice un altro - tutti i guai sono venuti dagli infedeli». Sareste disposti, domandiamo, a coltivare altro? «Siamo pronti, ma ci devono aiutare: non abbiamo nemmeno i soldi per mangiare». A Kabul è frequente vedere persone ciondolare con la siringa nel braccio. I talebani sono ferrei nel condannare il consumo di eroina, non l'esportazione. «Contadini e raffinerie pagano loro il 10% di tasse; noi paghiamo la protezione», spiegano i narcos che ci ospitano a Lashkar Gah. Qui non è illegale ciò che fanno, ma proviamo a stanarli sul piano morale: i morti, le vite bruciate, la tossicodipendenza... «Da voi la gente muore alcolizzata ma producete l'alcol e riscuotete le tasse, anche se qui è vietato. Non è lo stesso?». «Gli americani ci hanno bombardati tre volte. Questo era mio fratello maggiore, lo hanno ucciso», dice Feda Muhamad nella sua raffineria, una delle centinaia in Afghanistan. Le tecnologie necessarie sono banali: «In questi buchi sul pavimento racconta Ramat, un 24enne che ci implora di portarlo in Europa dove però la sua specializzazione non sarebbe molto apprezzata - buttiamo carbone e accendiamo il fuoco». Bagnato, scaldato e mescolato, l'oppio assomiglia a catrame fuso. Ramat mostra i bidoni e la pressa con cui, aggiungendo acqua e calce, produce morfina. «I clienti portano l'oppio grezzo - spiega Feda - e per essiccarlo pagano 100 rupie al chilo. Versiamo il 10% di tasse ai talebani». Su morfina ed eroina si guadagna di più. «Poi spediamo al mercato di Bahrm Chh», dicono i trafficanti. È un villaggio vicino all'Iran e al Pakistan. «Lì i balucistani - a cavallo dei tre Stati - prendono vie tra i monti. La droga va al porto di Karachi, in Pakistan; o in Iran, per poi entrare in Turchia ». Il ruolo dei talebani invece è «tassare produzione e raffinazione e proteggere i convogli. Carichiamo fino a tre tonnellate sulle Land Cruiser, ognuna costa 2 dollari al chilo, sui 5mila a viaggio. Più 80 per ogni talebano armato». Con un Paese alla fame, per contrastare il narcotraffico i talebani dovranno ricevere consistenti contropartite. Probabilmente si limiteranno a imporre un taglio alla produzione, una misura che potrebbe non dispiacere alla filiera: «Farà rialzare i prezzi». I più deboli resteranno contadini e braccianti come Mohamad Zamam: «La terra non è mia; la lavoro a secco, spargo il seme, inondo d'acqua. Dopo 30 giorni spunta la pianta - dice stringendo la vanga tra i papaveri - e dopo sei mesi raccolgo l'oppio». Ci mostra gli sfregi paralleli che infligge ai boccioli immaturi per estrarre il lattice essudato. Ha 21 anni, ma ne dimostra 45. Sole e fatica gli hanno bruciato le mani e solcato di rughe il viso».

TAIWAN NON SI PIEGA ALLA CINA

La Cina, con il presidente Xi, è tornata a minacciare Taiwan, dove gli americani hanno appena spedito consiglieri militari. Il punto per Repubblica è di Gianluca Modolo.

«Continueremo a rafforzare le nostre difese per garantire che nessuno possa costringerci ad accettare il percorso stabilito dalla Cina, che non offre né libertà né democrazia né tantomeno la sovranità per i nostri 23 milioni di cittadini. Non agiremo in modo avventato, ma è certo che il popolo taiwanese non si piegherà alle pressioni». Dopo le parole di Xi Jinping sulla riunificazione a tutti i costi di Taiwan, Taipei risponde: senza paura. Dal palco davanti al palazzo presidenziale, tra concerti, sfilate di carri armati e jet in cielo per la festa nazionale che celebra la Rivoluzione del 1911 che portò alla nascita della Repubblica di Cina (il nome ufficiale dell'isola) di Sun Yat-sen, "padre della patria" venerato su entrambe le sponde dello Stretto di Formosa la prima donna presidente, Tsai Ing-wen scandisce: «Siamo in prima linea nella difesa della democrazia». Pechino non la prende bene e in serata ribadisce che «Taiwan è parte della Cina e deve essere riunificata. La ricerca dell'indipendenza chiude la porta al dialogo». E aggiunge: «La provocazione sull'indipendenza è la più grande minaccia alla pace e alla stabilità». Il «percorso» di cui parla Tsai è quello di "Un Paese, due sistemi", già applicato a Hong Kong e che il governo comunista vorrebbe replicare anche qui. Percorso che sull'isola vista l'esperienza dell'ex colonia britannica nessuno vuole. «Più realizziamo i nostri obiettivi, più la pressione esercitata dalla Cina diventa forte», ricorda la leader democratica riferendosi ai quasi 150 aerei dell'Esercito di liberazione che nell'ultima settimana hanno sorvolato l'isola: così Pechino mostra i muscoli per ricordare tanto alla sua "provincia ribelle" quanto a Usa e alleati che Taiwan è «una questione interna e non ammette interferenze». Tutte le comunicazioni ufficiali con Taipei sono interrotte dal 2016, da quando Tsai venne eletta e si rifiutò di sottoscrivere pubblicamente il Consensus del 1992, cioè il fatto che esista una sola Cina, considerando l'isola, di fatto, già indipendente. Una dichiarazione esplicita in tal senso non c'è mai stata, visto che rappresenta la vera linea rossa di Pechino. Per questo anche ieri la leader ha ribadito il suo invito al governo cinese di impegnarsi per riattivare il dialogo "da pari a pari", dicendosi favorevole al mantenimento dello status quo. «Faremo del nostro meglio per impedire che venga modificato unilateralmente». «Distorce i fatti e incita allo scontro», replica Pechino. «A Washington, Tokyo, Canberra e Bruxelles, Taiwan non è più ai margini, con sempre più amici democratici disposti a difenderci. Non siamo più l'orfana dell'Asia, ma un'isola di resilienza che può affrontare le sfide con coraggio», ha continuato la presidente. «Ma oggi la situazione nell'Indo-Pacifico sta diventando ogni giorno più tesa. Siamo in una situazione più complessa rispetto a qualsiasi altro momento degli ultimi 72 anni. Ogni passo influenzerà la direzione futura del nostro mondo, e la direzione futura del nostro mondo influenzerà il futuro di Taiwan stessa».

LIBANO. MANCA LA FORZA DI RIBELLARSI

Un Libano al buio: dai semafori alle case, non c’è luce. Reportage di Francesca Mannocchi sulla Stampa

«Hanno rubato i nostri soldi, i risparmi di una vita. Perché le persone restano in casa passivamente? Perché nessuno scende più in piazza a manifestare? Abbiamo perso tutto e nessuno si ribella, yalla Beirut, riprendiamoci ciò che è nostro!». Sono le dieci di sera, le voci degli ascoltatori delle radio libanesi risuonano sulla via che dall'aeroporto Rafic Hariri conduce al centro di Beirut. Intorno la città è buia. Spenti i semafori, buie le case, buie le strade. Bui Mar Mikhael, Gemmayze, i quartieri che fino a due anni fa erano animati da giovani, studenti, turisti. Buio il quartiere di Hamra: saracinesche abbassate, vetrine su cui si è accumulata la polvere di mesi di crisi che sta affamando il Paese. Sedute a terra, sull'asfalto, decine di donne a questuare. Tengono in braccio ragazzini scalzi, sporchi. Sono quasi tutti siriani, ne vivono un milione e mezzo in Libano. I più vulnerabili tra i vulnerabili. I distributori di benzina sono transennati. Tra luglio e agosto Electricité du Liban, la società statale dell'energia, ha garantito due o tre ore di elettricità al giorno. Sabato pomeriggio ha smesso del tutto di fornire elettricità al Paese. Ieri le due centrali sono ripartite grazie a 600 mila litri di carburante portato dall'esercito libanese. «La rete è tornata alla normalità», ha annunciato il ministro dell'Energia, Walid Fayad. Ma normalità significa che l'elettricità sarà disponibile a Beirut per due, tre ore al giorno. In due anni la lira libanese ha perso oltre il 90% del suo valore rispetto al dollaro Usa, raggiungendo, al mercato nero, più di 20.000 lire per dollaro la scorsa estate. Tuttavia, la banca centrale, Banque du Liban, mantiene un tasso ufficiale introdotto nel 1997, che agganciava la lira al dollaro a un cambio di 1.500. La lira dollarizzata, il cambio che ha retto lo schema Ponzi che ha consentito ai cittadini di godere di una valuta stabile e di un alto potere d'acquisto per decenni. Un sistema costruito attirando capitali esteri da depositare in Libano in cambio di un tasso di interesse di oltre il 10% l'anno. I tassi venivano ripagati attirando nuovi capitali, le banche incoraggiavano le persone - soprattutto i libanesi della diaspora - a depositare denaro sapendo che non avrebbero potuto ripagare quei tassi d'interesse. Una frode gigantesca cominciata a incrinarsi quando l'instabilità dell'area ha innervosito gli investitori, dopo l'inizio della guerra siriana, e che si è inceppata irreversibilmente dopo il 2017, quando l'allora primo ministro Saad Hariri è stato di fatto rapito per dieci giorni in Arabia Saudita e costretto alle dimissioni in diretta televisiva da Riad. La fragilità dei suoi movimenti, il terrore nel suo volto erano l'inizio della caduta definitiva dell'economia del Paese. Il castello di carte è cominciato a crollare, e le persone a scendere in piazza. Era l'autunno del 2019, l'autunno della «thaura», della rivoluzione. Dopo l'annuncio di una tassa sulle telecomunicazioni il Libano scende in piazza al grido di Ashaab yurid isqaat al nizam - «il popolo vuole la caduta del sistema», Kollun yani kollun - «tutti significa tutti». Di fronte alla gente in strada per settimane le banche limitarono l'accesso ai conti dei correntisti, limitarono i prelievi, e alla fine chiusero i battenti per due settimane. Alla riapertura il cambio dollarizzato a 1,5 era saltato. La frode smascherata. L'illusione del Paese in costante crescita era finita, i risparmi vanificati. Il sistema bancario è fallito e il debito pubblico sfiora il 180% del Pil. Chi aveva diecimila dollari di depositi, due anni fa, oggi si ritrova con 600 dollari a malapena. La pandemia e l'esplosione al porto di Beirut del 4 agosto scorso hanno fatto il resto. Oggi restano solo cocci da raccogliere. Amal vive a Naba' a, un sobborgo di Beirut, zona storicamente musulmana sciita e armeno-cristiana, una delle più vulnerabili del Paese. Dalla fine della guerra civile, negli anni Novanta, con l'arrivo di migranti asiatici e africani, Naba' a è diventata un crogiolo culturale, religioso e politico, è un quartiere oggi abitato da migliaia di rifugiati siriani e dalle fasce più fragili della società libanese. Come la famiglia di Amal, che vive al quinto piano di un edificio fatiscente in un vicolo stretto della parte armena. La struttura porta ancora i segni dei danni provocati dall'esplosione. È passato più di un anno ma qui gli aiuti statali non si sono visti. Le porte e le finestre le hanno riparate le organizzazioni non governative. Le stesse che oggi le portano i pacchi alimentari. «Viviamo all'inferno» è la prima cosa che dice accogliendoci sulla porta di una casa dignitosa. Appesi alle pareti i disegni fatti dai suoi tre figli, due ragazzi adolescenti di 13 e 16 anni e una bambina di otto. Appeso al frigorifero un paesaggio disegnato dal più grande, Mustafa. Un giovane dal sorriso affabile, premuroso con sua madre, sempre. La segue con lo sguardo mentre lei racconta la cronaca di un costante sacrificio. Inizia dalle regole, Amal: «È vietato aprire il frigorifero», in casa c'è un'ora di corrente al giorno e non possono permettersi il carburante al mercato nero. Il poco cibo fresco che si riesce ad acquistare è chiuso in frigorifero, che non va aperto affinché non vada a male, «mi sto abituando a non cucinare» dice, «come ci siamo abituati a lavarci con l'acqua fredda. È un anno e mezzo che non abbiamo l'acqua calda». L'ultima volta che in casa hanno mangiato la carne è stato tre mesi fa, oggi le abitudini alimentari sono cambiate: solo riso e lenticchie. Amal ne prende una scatola da un chilo dal pacco alimentare, un anno fa costava mille lire libanesi, oggi ne costa ventiduemila: «Un anno fa questo era il cibo dei poveri - dice -, oggi i poveri non se lo possono permettere». Amal lavora in uno dei ristoranti di lusso della costa che conduce ai faraglioni di Rouché, guadagna 700 mila lire libanesi. Un anno fa valevano circa 500 dollari, oggi 36. Lo stesso per suo marito che è autista. Così la scorsa estate Amal e suo marito hanno dovuto chiedere ai due figli adolescenti di andare a lavorare, è successo dopo che in una bottega lei ha realizzato di non avere abbastanza soldi neppure per comprare le candele «quindicimila lire per la scatola, prima ne costavano mille». Al racconto dei suoi sacrifici di adolescente Mustafa piange, un pianto composto, degno come quello di sua madre «non vorrei che lavorassero, vorrei che vivessero la loro età, che avessero l'adolescenza che meritano. Ma non avevamo scelta». Due anni fa anche Amal era in piazza, guardava al futuro pensando che la forza di quella protesta avrebbe regalato un Libano nuovo ai giovani, una protesta viva, non animata da spiriti settari in un Paese in cui ogni cosa, dal governo agli affari, è spartita su base confessionale, «ci hanno impoverito, ci hanno portato via i sogni della rivoluzione, perdevamo tutto mentre loro mettevano in salvo i soldi all'estero». Mentre le banche con problemi di liquidità trattenevano i depositi dei libanesi per evitare la fuga dei capitali, miliardi di dollari sono stati trasferiti all'estero da politici, imprenditori e banchieri. Secondo l'economista libanese Mahasin Mursil dopo il 17 ottobre 2019, data di inizio delle proteste, circa 10 miliardi sono stati trasferiti all'estero dalla classe dirigente del Paese, numeri aggravati dai recenti documenti dei Pandora Papers che hanno svelato la rete di società offshore del primo ministro Mikati e della sua famiglia, del governatore della Banca centrale Riad Salamé, dell'ex premier Hassane Diab e dell'ex direttore della Mawarid Bank, Marwan Kheireddine. In due anni, in Libano, la forbice della disuguaglianza sociale si è divaricata. Fatma è una sarta, anche lei vive a Naba' a. Anche lei sopravvive con un'ora di elettricità al giorno. Alle tre del pomeriggio il posto in cui vive è già buio, è un garage che ha adibito a casa e bottega insieme. C'è un materasso su una rete scalcinata, un lavandino e un water con una tanica d'acqua. E ci sono sei macchine da cucire, «un tempo il rumore dell'ago e dei pedali riempivano l'aria», dice. Il lavoro era così tanto che anche sua madre, anziana, doveva darle una mano per non tardare le consegne. Oggi i fili, le stoffe, i ricami, le spille, sono un altare alla memoria di un tempo andato. Una foto ritrae una donna in carne, è la lei di un tempo che non c'è più. Oggi Fatma ha un corpo esile che non è un corpo magro, è un corpo asciugato dalla fame. Non può comprare nemmeno un manaush, il tradizionale pane coperto di spezie. Costa 1000 lire libanesi, cinque centesimi. Non se li può più permettere».

LA GIORNATA MONDIALE DELLE RAGAZZE

Oggi è la Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze. Maria Latella sul Messaggero intervista la ministra per le pari opportunità Elena Bonetti.

«Sono convinta che ci sia un legame tra la scarsa presenza delle donne nella politica italiana e la modesta presenza di diplomate e laureate nelle materie scientifiche. E' come se la nostra società avesse eretto barriere che inducono le donne a desistere, a pensare che la matematica o la fisica non è cosa per loro così come non lo è la politica. Da matematica, da educatrice e da ministra delle Pari opportunità il mio compito è dimostrare il contrario». Oggi, 11 ottobre, è la giornata mondiale delle bambine e delle ragazze, ed Elena Bonetti, ministra per le Pari a opportunità e professore associato di analisi matematica all'università di Milano, riflette col Messaggero sul senso di questa data, sul significato che dovrebbe assumere in un Paese che ha appena ratificato la vistosa mancanza di donne candidate in una importante tornata elettorale. Un Paese che, secondo il report 2020 dell'Istat, vede solo una italiana su sei laureata in materie Stem (Science, Technology, Engineeering and Mathematics). Ministra Bonetti temo che la giornata dedicata alle bambine e alle ragazze passerà quasi sotto silenzio. Anche tra i politici, impegnati su molto altri complicati fronti. Perché invece è importante che non passi inosservato? «Perché è una giornata che ci richiama a serie responsabilità. Lei accennava all'astensione elettorale e oggi tutti concordano sulla necessità di rinnovare la politica. Bene, ma il rinnovamento non può prescindere dal protagonismo delle donne. Perché è più difficile trovare candidate? Perché la politica finora è stata un gioco molto maschile, un agone con i suoi modi e orari e anche un suo linguaggio divisivo, cose che tengono lontane le donne dall'impegno politico». E lei coglie un parallelismo con la scarsa presenza di laureate nelle materie scientifiche? «Sì e anche in questo caso bisogna cambiare, parlare alle ragazze, mostrare come il volto della scienza abbia in sé il femminile. Il lavoro di empowerment delle donne parte anche dall'educazione. E dall'educazione scientifica perché nel mondo dell'intelligenza artificiale non si potrà prescindere da curricula che integrano competenze nelle Stem con competenze umanistiche». Bisognerebbe però aiutare sin dall'inizio del percorso scolastico. «Certo, per questo abbiamo progetti che parlano di scienza ai bambini della scuola d'infanzia e borse di studio per studentesse interessate alle Stem». Più difficile convincere gli uomini che ancora decidono dei destini in politica. «I talenti femminili servono alla comunità e la politica deve trasmettere alle ragazze la convinzione del loro valore e la necessità che si mettano in gioco. La parità deve entrare nella politica come struttura: a quel punto non è più il leader uomo che ti chiede di entrare in politica e si capisce meglio il senso della doppia preferenza di genere. Le donne verranno votate». Nella giornata dedicata alle bambine e alle ragazze, qual è il bilancio dopo la pandemia? «A livello globale la pandemia ha fatto registrare un aumento delle violenze sulle bambine e sulle ragazze. Un aumento delle gravidanze anche a dieci, undici anni. Parlo di violenze perpetrate nel mondo, ma qualche caso si è registrato anche in Italia. Il Covid ha danneggiato l'apprendimento, creato ansie sfociate in fenomeni di autolesionismo o disturbi alimentari. Con il piano nazionale per l'infanzia e l'adolescenza il governo si è impegnato per la salute fisica e psicologica dei ragazzi, ci saranno specialisti ai quali rivolgersi nelle scuole». Nei giorni scorsi ci sono state tensioni nel governo, la Lega ha disertato un Consiglio dei ministri. Tutto rientrato o ci sarà un prossimo round? «L'agenda Draghi procede ed è il compito alto a cui siamo chiamati. Dare seguito al Next Generation UE fa sì che tutti debbano remare nella stessa direzione, come accadde ai tempi della Costituente. Anche qui le donne sono protagoniste. Tra noi ministre collaboriamo veramente. Penso ai temi condivisi con le ministre Gelmini, Lamorgese, Messa e Cartabia Settantacinque anni fa le madri costituenti hanno fatto la differenza. Credo che potremo farla anche noi».

DELPINI: MILANO RIPARTE IN SALITA

Parla l’arcivescovo di Milano Mario Delpini. Lo ha intervistato Alessia Ardesi per Libero.

«Arcivescovo Delpini, come sta Milano? «Come una città sorniona e indecifrabile, ma fiera di essere protagonista di una ripresa un po' frenetica. Anche se ho come l'impressione che ogni tanto ci sia un brivido che pervade la schiena di Milano, lasciandola sospesa, in angoscia. Con il timore che tutto finisca da un momento all'altro e che i sogni di una nuova rinascita si infrangano». (…) Però ha appena parlato di ripartenza. «Sono riprese le attività negli uffici, nei ristoranti, nei teatri. "Ripartenza" sembra diventata la parola magica, anche se non ho ben capito cosa voglia dire. Rimane senza risposta una domanda importante che ci si deve porre: "Verso dove andiamo?"». Perché in passato ha definito Milano operosa e generosa ma triste? «Le faccio un esempio: vedo che ci sono tanti cani e pochi bambini, e i cani, con tutto il rispetto per loro, non sono ancora attrezzati per cantare i canti di Natale. C'è un'eccessiva sproporzione tra il numero delle persone anziane e i bambini piccoli. Bisogna riflettere molto su questo». La tristezza che vede dipende anche da altro? «Dipende anche dal non dare contenuto concreto alla speranza. Dal fatto che non si sappia bene dove si va. Dal fatto che le persone riempiono la solitudine con animali da compagnia, con i viaggi, con il lavoro eccessivo». (…) Qual è la priorità oggi della metropoli? «Quella di un'alleanza sul territorio tra istituzioni pubbliche, comunità cristiana e associazioni, che contrasti le disuguaglianze e non renda più ricco chi già lo è». E le priorità della Chiesa? «Annunciare una speranza affidabile. Ma mi sembra che manchi tra molti milanesi la voglia di partecipare, e con gioia, a quello che la Chiesa offre. Bisogna integrare di più le persone che vengono da altri Paesi attraverso lo sport, la cultura, l'università e gli incontri. I giovani sono sempre meno, ma non dobbiamo per questo custodirli sotto una campana di vetro. Va favorita la famiglia in tutto ciò di cui ha bisogno: casa, servizi, scuola, studio. La priorità è creare le condizioni perché si possano generare figli». Quale futuro vede per i giovani? «La società sembra trattarli come fossero gli unici destinatari delle attenzioni, tanto che si sente dire "Poverini i giovani". Ma non dobbiamo temere per loro: si costruiranno un futuro e saranno loro a scriverlo. È sempre stato così». (…) La pandemia ha riavvicinato la gente alle fede? «Non credo proprio. Ha indotto alcuni credenti a un distacco da alcune abitudini religiose. Però ha portato alcuni non credenti a interrogarsi sul rapporto con Dio». Le sembra che i milanesi stiano perdendo la speranza? «Purtroppo sì e anche questo contribuisce a rendere triste la città. Invece abbiamo molto bisogno della speranza, cioè dell'affidarsi a una promessa che è legata a una fede, non a un precedente storico. Bisogna andare oltre quello che è nelle nostre possibilità e apprezzare la vita come una benedizione». Davvero stiamo vivendo una decristianizzazione del mondo, dell'Italia e di Milano? «Sicuramente. E ce lo dice anche la statistica. Però vorrei ricordare che Gesù non si è mai preoccupato dei numeri ma della santità e della fedeltà. Quindi può anche darsi che se i cristiani si riducono, si qualifichino per rilevanza di significato e perché caratterizzano la loro presenza. Come è stato per il passato, quando il cristianesimo si è appropriato di tutti i linguaggi, dell'arte e della musica». Cosa bisognerebbe fare per gli anziani? «Ci sono molte diversità tra loro. Gli anziani che sono in pensione molto spesso si occupano dei nipotini e svolgono opere di volontariato. Poi ci sono gli anziani più fragili e che hanno bisogno di essere assistiti: è necessario sanare la tensione tra assistenza domiciliare e Rsa. E non dimentichiamo gli anziani soli: un tema su cui la comunità, il vicinato, la parrocchia e il territorio devono collaborare per aiutarli a riempire e compensare la solitudine». Lei ha frequentato l'oratorio, che ricordo ha del tempo trascorso in quel luogo? «Bello, e tante amicizie fatte là sono rimaste nel tempo. Giocavamo a calcio, facevamo teatro. È un'esperienza educativa che insegna a crescere: a stare in mezzo agli altri in un ambiente qualificato, ad assumersi le prime responsabilità, anche per gli altri». Ad esempio? «Per diventare prete sono passato dall'essere accolto all'oratorio ad essere accogliente». Come valuta il recente risultato elettorale? «È stato un peccato per l'astensionismo: se chi vive in una città non si interessa a chi la governerà è un problema».

LA FEDE E LA STANCHEZZA DEI PAPI

Un libro di Antonio Grana ripercorre le scelte degli ultimi pontefici. Fabrizio d’Esposito ne parla sul Fatto.

«La stanchezza dei papi. Tra problemi di salute e l'età che avanza. Ecco Benedetto XVI nell'ultimo giorno da pontefice regnante, in quello storico febbraio del 2013 che segnò la sua rinuncia al trono di Pietro: "La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi (dall'elezione nel 2005, ndr) ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre, chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. Il 'sempre' è anche un 'per sempre', non c'è più un ritornare nel privato". Papa Ratzinger aveva appena compiuto 78 anni quando venne eletto dal Conclave e ne aveva 85 quando rinunciò. Sulla sua decisione, meditata per mesi interi, pesò soprattutto la dimensione fisica, cioè il corpo di un papa anziano. Una dimensione, questa, che viene fuori con forza dal nuovo libro di Francesco Antonio Grana, vaticanista del fattoquotidiano.it: Cosa resta del papato. Il futuro della Chiesa dopo Bergoglio (Edizioni Terra Santa, 251 pagine, 16 euro). Con il rigore tipico di chi scrive di Vaticano e Chiesa, Grana analizza con notizie inedite (per esempio: l'elenco di coloro informati anzitempo da Benedetto della sua scelta) l'istituzione bimillenaria del papato e la sua evoluzione con l'attuale coesistenza di due pontefici, il regnante Francesco e l'emerito Benedetto. Non solo. La scansione del saggio fa brillare un solidissimo filo di fede, una fede cristallina e senza ombre, che lega Paolo VI , Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II , Benedetto XVI e Francesco. È un aspetto, questo della fede, che di solito chi decifra "politicamente" un pontificato subordina alla linea dottrinale e quindi alle conseguenti divisioni tra conservatori e progressisti, che comunque ci sono e l'autore affronta nel capitolo finale con un'intuizione oggettivamente decisiva: Francesco ha "aperto" talmente tanti fronti al punto da scrivere anche l'agenda del suo successore. Grana, dunque, restituisce a Ratzinger una visione intimamente cristiana lontana anni luce dall'icona clericale di destra che ne ha fatto il populismo sovranista di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Per tornare al corpo di un pontefice. I papi novecenteschi che meditarono sulle dimissioni furono Pio XII , Paolo VI e Giovanni Paolo II . Scrisse papa Montini: "La tentazione della vecchiaia: riposare, godere finalmente la vita, almeno al suo tramonto, dopo d'aver imparato a conoscerla. Ma per un servitore, un servitore di Cristo, non c'è questo riposo. Tanto meno per me, 'servo dei servi di Dio'. 'Amò fino alla fine'. Ma dove le forze? Dove la chiarezza di giudizio? Dove il gusto d'agire?". E allora: la figura del papa emerito sarà la norma o l'eccezione nel futuro della Chiesa? E come codificarla? Grana ricorda che da papa appena eletto, Francesco si rivolse a Benedetto XVI come "vescovo emerito di Roma". In seguito si corresse e lo appellò come "papa emerito" paragonato a "un nonno saggio". Avremo altri nonni saggi nella Chiesa? Per papa Bergoglio probabilmente sì: "Penso che il papa emerito non sia un'eccezione".».

Leggi qui tutti gli articoli di lunedì 11 ottobre:

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Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.

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