"Figli di papà..."

I viziati hanno preso in mano il Governo, secondo Travaglio. Polemiche sui giornali. Oggi di nuovo i ristoratori in piazza a Roma. Green pass per le scuole. Inizia il maxi processo in Vaticano

Ci saranno ancora manifestazioni contro il Green pass e contro i vaccini. Oggi pomeriggio scendono in piazza a Roma i ristoratori (domanda a cui difficilmente risponderanno: ma chi ha preso i ristori può aumentare così i prezzi?) e domani sono previste altre proteste. Il Viminale vigilerà. Mentre la senatrice a vita, testimone della Shoah, Liliana Segre, ha stigmatizzato l’uso della stella gialla sul petto dei non vaccinati. La campagna vaccinale prosegue intanto spedita. Ieri 572 mila 516 iniezioni nelle ultime 24 ore. Il Governo sta studiando nuove misure per le scuole. Per scongiurare la DAD, si pensa ad un obbligo vaccinale per i prof o ad un Green pass per tutti quelli che entrano.

Fra tutte le vicende politiche, la più interessante (anche perché riguarda giornali e giornalisti) vede al centro Marco Travaglio e la sua intervista pubblica alla festa di Leu Articolo Uno. La Versione stamattina dà spazio ai tanti commenti, compresi la difesa dell’interessato. Sicuramente si discute di un modello di giornalismo (potremmo definirlo populista) che è andato molto di moda a destra e a sinistra. Dove la denigrazione, l’insulto personale, lo storpiamento del nome, la critica del difetto fisico sono diventati parte integrante della polemica. Ferrara mette in guardia anche dal lecchinismo nei confronti di Draghi. Ma certo il senso della misura riguarda non solo il buon gusto ma anche la credibilità. O almeno dovrebbe.

Ci sono spiragli sulla riforma della giustizia nel dialogo fra Cartabia e i 5 Stelle, ma Forza Italia scalpita e non vorrebbe accettare alcune richieste. Il Csm non sembra abbia intenzione di recepire l’appello dei Pm milanesi contro Greco e a difesa di Storari nel caso della loggia Ungheria, sempre più intricato.

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LE PRIME PAGINE

Secondo i giornali, c’è la scuola in cima ai pensieri del Governo nella strategia di contrasto alla pandemia.  Corriere della Sera: Scuola, la spinta di Draghi. Per la Repubblica la misura riguarderà i docenti: Obbligo di vaccino per i prof. Concorda La Stampa: Vaccini obbligatori per tutti i prof. Il Quotidiano nazionale vede sì un obbligo ma di certificato verde: Scuola, verso l’obbligo di Green pass. Il Domani è pessimista: Vaccini ai ragazzi per evitare la dad. Ma sulla scuola il governo arranca. La Verità insiste sempre con l’opzione No Vax: I numeri del rischio: ecco perché all’estero non vaccinano i minori. Ma Libero ricorda altri numeri: Nove ricoverati su dieci non sono vaccinati. Il Messaggero avverte i romani, visto che oggi subiranno altre manifestazioni di ristoratori: «Cortei No Vax, sale il contagio». Il Fatto con la consueta bonomia verso il Governo titola: Il Green Pastrocchio degli incompetenti. Il Manifesto si concentra sugli incendi in Sardegna: Estate inferno. Avvenire sceglie il tema della mancanza di cibo nel mondo: Crimine fame. Il Giornale resta sulla vicenda delle guerra tra toghe: Sentenza Eni: pressioni dei pm. Il Sole 24 Ore aggiorna sulle nuove frontiere della lotta all’evasione: Fisco, criptovalute e digitale sotto tiro.

NO PASS E RISTORATORI ANCORA IN PIAZZA

Ancora in piazza a Roma oggi i ristoratori e poi domani sera in tutta Italia. Il Viminale sottolinea che ci sono regole da rispettare anche per le proteste. Rinaldo Frignani sul Corriere.

«Oggi pomeriggio alle 15 la prova generale di quello che potrebbe accadere domani, alle 17.30 e alle 21. No vax e no green pass tornano a piazza del Popolo a Roma per tre manifestazioni consecutive, questa volta non vietate dalla Questura. Anzi, la prima con la location proposta proprio dalla polizia dopo il divieto di manifestare in piazza Montecitorio, richiesta all'inizio dal movimento #ioApro, composto soprattutto da commercianti e ristoratori da sempre contrari alle chiusure causa Covid decise dal governo, che avevano preavvisato la presenza di cento partecipanti. I timori che possano essere molti di più - con il rischio di assembramenti, oltre che di problemi di ordine pubblico - ha spinto la Prefettura a proibire l'evento, poi trasferito in piazza del Popolo, con gli organizzatori che prevedono invece in questo caso «50 mila partecipanti» provenienti da tutta Italia. Un evento comunque non abusivo, al contrario di quelli di sabato scorso, con il ministro Luciana Lamorgese che ribadisce: «Guardiamo con attenzione alle manifestazioni dei no vax, che ricordo non erano autorizzate, anche perché sono stati usati simboli ormai passati, come la stella di David. Non c'è alcuna dittatura sanitaria: vaccinarsi è fondamentale per superare questa pandemia. Tutti i provvedimenti del governo - aggiunge la responsabile del Viminale - sono stati presi per tutelare la salute pubblica e perché la vera libertà è poter andare dove si vuole senza danneggiare gli altri». Anche ai sit-in di domani sono state annunciate circa 500 persone, ma si prevede che la piazza sia gremita. Iniziative analoghe, anche se non ovunque preavvisate, sono state annunciate dal comitato «Libera scelta» in altre dieci città, da Milano a Palermo, da Padova a Santa Teresa di Gallura (Sassari) per le ore 20. A Roma, dove secondo gli organizzatori hanno dato la loro adesione anche volti dello spettacolo ed esponenti politici, come Enrico Montesano, Vittorio Sgarbi, Antonio Maria Rinaldi, Alessandro Meluzzi, Simone Pillon e Gianluigi Paragone, il preavviso è stato presentato in Questura dall'avvocato Edoardo Polacco, del movimento «Sentinelle della Costituzione»: si è occupato dei ricorsi di alcuni medici sospesi dal servizio perché non vaccinati e si appresta domani in piazza a raccogliere firme per querelare il premier Mario Draghi e il virologo Roberto Burioni «per le gravi minacce diffuse contro i cittadini che non hanno voluto vaccinarsi». Il rischio di incidenti viene considerato basso, comunque secondario rispetto a quello di nuovi contagi, e dalla Prefettura viene anche confermata l'eventualità della presenza a piazza del Popolo di CasaPound e Forza Nuova. Già oggi le forze dell'ordine isoleranno l'area, con alcune centinaia di agenti soprattutto attorno all'area riservata alla manifestazione. Digos e Scientifica filmeranno striscioni e cartelli, dopo quanto accaduto sempre sabato scorso, con gli espliciti paragoni fra la persecuzione degli ebrei e le ragioni dei no vax e dei no green pass. «Follie, gesti in cui il cattivo gusto si incrocia con l'ignoranza», commenta la senatrice a vita e testimone della Shoah Liliana Segre. «Spero che quei manifestanti rappresentino una minoranza. Perché - si chiede - come si fa a non vaccinarsi con una malattia terribile come questa che ha ucciso senza distinzioni?». E ai complottisti anti-vaccini la senatrice consiglia: «State a casa. Da soli. Non girate per le strade, non danneggiate gli altri». 

SCUOLA, IL GOVERNO PENSA ALL’ OBBLIGO PER EVITARE LA DAD

Tommaso Ciriaco per Repubblica fa il punto sulle misure che il Governo pensa di adottare per evitare a settembre di ricorrere nuovamente alla DAD.

«Obbligo di vaccinazione per il personale scolastico. È questo l'orientamento del governo che si concretizzerà già giovedì in un decreto, sempre che superi indenne le prossime 48 ore di prevedibile battaglia politica. Matteo Salvini ha già fatto sapere di essere contrario. Per questo, sul tavolo resta a dire il vero anche un intervento in due step: prima una raccomandazione non vincolante e poi, senza una risposta soddisfacente nelle prenotazioni in tempi brevi, un'imposizione. L'obbligatorietà, però, continua a essere l'opzione più solida. Per i professori e il resto dei dipendenti ci sarebbe tempo fino al 12 settembre per adeguarsi, visto che per il 13 è fissato l'avvio delle lezioni a livello nazionale. Per chi non si mette in regola scatterebbe la sospensione, in linea con le scelte già prese per il personale sanitario. «L'obbligo? Valuteremo la soluzione migliore in queste ore - sembra confermare il ministro Speranza - Non escludo nulla». Tutto evolve molto rapidamente. Come anticipato da Repubblica , l'esecutivo pianifica un progetto di interventi da attuare entro il 15-20 agosto. Qualche giorno di decantazione, insomma, utile a far digerire il Green Pass lanciato pochi giorni fa». 

Libero, con Lorenzo Mottola, mette in fila i numeri sui ricoverati. Da cui si evince, senza alcun dubbio, che i vaccini sono molto efficaci.

«Noi abbiamo diritto e libertà di opinione e di parola contro i caproni che si sono vaccinati e adesso hanno il virus. È a causa loro si è formata la variante Delta». Così parlò un No-vax, uno dei tanti scesi in piazza sabato e tornati a manifestare ieri mattina a Torino per contestare il generale Francesco Paolo Figliuolo. Chi si fida di Pfizer o Moderna è una capra, tuona lo scettico. Chi affronta il Covid fregandosene del parere dei medici è invece scaltro come una faina. E infatti, spiegano i leader del movimento, nonostante la campagna condotta dal governo, la pandemia sta riprendendo quota. Ieri il tasso di positività è tornato al 3,5%, come a maggio. I ricoverati sono aumentati di 120 unità e altri quattro posti in terapia sono stati occupati. Leggendo i dati, però, emerge una realtà chiarissima. Il concetto da fissare è che in ospedale ormai ci finisce chi - per scelta o ritardo - non si è ancora vaccinato. In Italia su 151 persone ricoverate in terapia intensiva dall'11 giugno all'11 luglio solo 8 avevano già assunto i nuovi farmaci. Su quasi 2000 ricoverati solo 224 erano passati per i centri con la primula, praticamente uno su 10. In Veneto su 64 ricoverati non si trova neanche una persona già sottoposta a doppia dose. In Emilia Romagna situazione identica: zero vaccinati in corsia su 161 pazienti. Stesse cifre anche in Umbria e in Liguria, dove i medici non hanno più visto passare persone già immunizzate. Solo in Lombardia si trova una frazione di persone in ospedale - circa un decimo - che aveva già in tasca un Green pass, ma le autorità spiegano che bisogna anche vedere la ragione per cui sono state ricoverate, se per sintomi da Coronavirus o altro. D'altra parte, come spiega l'ultimo report dell'Istituto Superiore di Sanità, anche il siero contro il Covid, come accade per tutte le vaccinazioni, non è infallibile. Attualmente sappiamo che il ciclo vaccinale completo protegge all'88% dall'infezione, al 94% dal ricovero in ospedale, al 97% dal ricovero in terapia intensiva e al 96% da un esito fatale della malattia. Ecco spiegata la ragione per cui 10 persone tra i 60 e i 79 anni sono morte dall'11 giugno a oggi nonostante i farmaci. Va detto, però, che i non vaccinati deceduti sono stati dieci volte tanto. Altro punto: a trainare la ripartenza del virus sono, guarda caso, alcune delle regioni con meno iniezioni fatte: in particolare Basilicata, Calabria, Campania e Sicilia, toccano rispettivamente il 4%, 6%, il 5% e il 7% di terapie intensive occupate. Mentre nessuna regione del Centro-Nord supera la media nazionale. La convenienza del vaccino, insomma, pare evidente. Non solo per gli anziani. Le undici persone sotto i 39 anni finite in terapia intensiva quest' estate potrebbero testimoniarlo».

BERLUSCONI: “NON È QUESTIONE DI LIBERTÀ”

Soprattutto fra gli elettori leghisti e di Fratelli d’Italia potrebbe far breccia il messaggio che il Green pass (L’obbligo di essere o vaccinato o tamponato o guarito) toglie la libertà. Non è così e molti liberali stanno cercando di spiegarlo. Oggi Silvio Berlusconi interviene dalle colonne del Corriere della Sera proprio su questo punto.

«Il governo sta dando una risposta di alto profilo sia sotto il profilo sanitario, con un'adeguata campagna vaccinale come quella che avevamo chiesto, sia sotto quello della lotta alla crisi economica, con un Pnrr credibile che ci consentirà di utilizzare al meglio le ingenti risorse che l'Europa ha messo a nostra disposizione (me ne sono occupato personalmente con i maggiori leader europei). Bisogna continuare a lavorare su questa strada, nel modo più unito possibile. Per questo sono preoccupato dal fatto che il Paese si stia dividendo nella più assurda delle polemiche, quella sui vaccini. È del tutto illogico dare una caratura ideologica o politica ad una questione che è prettamente scientifica. Non parlo solo del green pass, che è una misura di buon senso alla quale noi siamo assolutamente favorevoli così com' è, ma che - come ogni strumento - naturalmente può essere discusso e migliorabile come legittimamente chiedono i nostri alleati. Parlo proprio del fatto che - se la grande maggioranza degli italiani è fortunatamente consapevole della necessità e dell'importanza del vaccino, non solo come mezzo di protezione individuale, ma come strumento per tutelare la collettività e il diritto degli altri a non essere contagiati - esiste però una minoranza non irrilevante e molto rumorosa che contesta tutto questo. Cattiva informazione, pseudo-scienza, paure irrazionali fomentate dalla babele di messaggi veicolati dai social, voglia di strumentalizzazione politica ma anche - dobbiamo riconoscerlo - la comunicazione confusa e contraddittoria di parte del mondo scientifico attratto dalla ribalta televisiva, hanno creato una miscela pericolosa. La cosa che più mi rattrista - avendo dedicato tutta la mia vita a battaglie di libertà - sono le parole di chi fa dell'opposizione ai vaccini e al green pass, ma anche all'obbligo delle mascherine e del distanziamento, una questione di libertà. Come se quella di non vaccinarsi, di non adottare elementari cautele, fosse una scelta che non ha conseguenze sugli altri. Come se non esistesse, fra i diritti tipicamente liberali, quello all'integrità della persona, e quindi ad andare al ristorante, a prendere l'aereo, a partecipare ad uno spettacolo o a una manifestazione sportiva senza il rischio di essere contagiati. Nelle manifestazioni ho visto i No vax indossare la stella gialla, per paragonarsi agli ebrei perseguitati dai nazisti: un paragone non solo ridicolo, ma blasfemo verso la memoria della Shoah, la più grande tragedia del XX secolo. Ovviamente a nessuno si può imporre il vaccino, nonostante ogni evidenza lo consigli, ma chi decide di non vaccinarsi non può imporre le conseguenze della sua scelta agli altri e deve accettare le limitazioni che ne derivano, per la tutela della salute delle altre persone. È come il divieto di fumo nei luoghi pubblici, che fu il nostro governo a volere (salvando migliaia di vite umane ogni anno): a nessuno è vietato di fumare, ma a nessuno è consentito infastidire o far ammalare gli altri fumando nei ristoranti, negli uffici o sui mezzi di trasporto. Per questo molto opportunamente Forza Italia chiede l'obbligo vaccinale in un settore delicato come la scuola, nel quale potrebbe essere in pericolo la possibilità stessa della ripresa della didattica in presenza, fondamentale per il processo formativo dei nostri ragazzi. Sui vaccini insomma sono necessari senso di responsabilità, unità nazionale, nessuna strumentalizzazione politica. Altrimenti rischiamo di spegnere la luce che comincia a vedersi in fondo al tunnel». 

INDONESIA, STRAGE DI BAMBINI DA COVID

Mette i brividi pensare che la gran parte della popolazione mondiale non ha la possibilità di vaccinarsi. Drammatiche le notizie provenienti dall’Indonesia, dove muoiono i bambini. Andrea Marinelli per il Corriere.

«Centinaia di bambini indonesiani sono morti di Covid nelle ultime settimane. L'arrivo della variante Delta nel Sudest asiatico, dove i tassi di vaccinazione sono bassi e i Paesi molto popolati, ha colpito in particolare l'Indonesia, il quarto Paese con più abitanti al mondo, che a luglio ha superato India e Brasile per numero di contagi quotidiani, diventando il nuovo epicentro della pandemia: secondo i dati diffusi dal governo, soltanto venerdì si sono avuti quasi 50 mila nuovi casi e 1.566 vittime, che portano il totale oltre i 3 milioni di casi e le 83 mila vittime dall'inizio dell'emergenza sanitaria. Secondo gli esperti, tuttavia, i numeri potrebbero essere molto più ampi, perché i tamponi sono molto limitati. Questa nuova ondata, la più forte dall'inizio della pandemia in Indonesia, ha colpito in particolare i bambini. Nell'ultimo mese ne sono morti oltre 100 a settimana: si tratta del tasso di mortalità infantile più alto del pianeta. «I nostri numeri sono i più alti del mondo», ha detto al New York Times il dottor Aman Bhakti Pulungan, capo della società pediatrica indonesiana, secondo cui oggi i bambini rappresentano il 12,5 per cento dei contagi, in notevole aumento rispetto ai mesi precedenti. Soltanto nella settimana del 12 luglio, specifica il dottor Aman, oltre 150 bambini sono morti di Covid, e metà avevano meno di 5 anni. Dall'inizio della pandemia, le vittime di età inferiore ai 18 anni sono oltre 800. Secondo gli esperti interpellati dal Times , molti avevano condizioni di salute pregresse, come malnutrizione, obesità o diabete, che rendono i bambini più vulnerabili. Un altro fattore è rappresentato dal basso tasso di vaccinazione: soltanto il 16 per cento degli indonesiani ha ricevuto una dose e appena il 6 per cento è stato completamente vaccinato. L'Indonesia, oltretutto, ha aperto solo recentemente la campagna ai ragazzi di età compresa fra i 12 e i 18 anni. Gli ospedali sono poi saturi e solo pochi istituti sono in grado di curare bambini malati di Covid. Molti adulti vengono mandati a casa, in isolamento, dove aumentano però le possibilità di contagiare i più piccoli. Un altro fattore di rischio, soprattutto per i neonati, è rappresentato dalle tradizioni. «Ci sono molti neonati che vengono dimessi con un test negativo, ma che puoi contraggono il Covid attraverso le visite di parenti e vicini di casa, e muoiono», ha spiegato Edhie Rahmat, di Project Hope. C'è infine l'effetto sulle vaccinazioni di routine, fondamentali per la loro sopravvivenza: secondo Al Jazeera , sono circa 800 mila i bambini che lo scorso anno hanno saltato quelle per poliomelite, orecchioni ed epatite B.». 

TRAVAGLIO DI BILE: GLI INSULTI A DRAGHI

Di tutti i fatti politici, è il più interessante della giornata. Il direttore del Fatto Marco Travaglio, invitato alla Festa di Articolo Uno, ha completamente perso il controllo di fronte ad una platea che lo ha applaudito ed ha attaccato personalmente Mario Draghi. La cronaca di Ettore Maria Colombo per il Quotidiano Nazionale

«La frase del direttore del Fatto quotidiano, Marco Travaglio («Mario Draghi è un figlio di papà che non capisce un c... di sanità, di sociale, di vaccini») crea un immediato scalpore e un fiume di polemiche, anche perché Mario Draghi ha perso il padre a 15 anni e la madre a 19 anni ed è stato cresciuto da una zia. Le giustificazioni di chi lo ospitava, la Festa nazionale di Articolo Uno (il movimento 'di sinistra' a sinistra del Pd guidato da Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani) sono imbarazzate. Travaglio parla domenica, sotto un sole cocente, per presentare la sua ultima fatica letteraria, I segreti del Conticidio, alla festa nazionale di Articolo Uno che si svolge al Parco Cevenini di Bologna. Di gente in platea ce n'è davvero tanta. Travaglio tira fuori la boutade, di cui dopo dirà non essersi pentito affatto, in platea tutti applaudono, molti ridono di gusto, la sua interlocutrice - la direttora del sito e responsabile comunicazione di Articolo Uno, Chiara Geloni - non controbatte, anzi: gli sorride e, più tardi, giustificherà in tutto e per tutto l'uscita di Travaglio. Subito, però, monta la polemica. Twitter erutta fuoco contro Travaglio. A onor del vero, da Iv - dal capogruppo al Senato, Davide Faraone, fino al leader, Matteo Renzi - sono ben felici di poter cogliere in castagna il loro nemico, ma certo è che il tam-tam rende il video virale. Renzi segna un goal a porta vuota: «parole offensive e deliranti che dimostrano come il direttore del Fatto sia semplicemente un uomo vergognoso. Stupisce che ancora venga pagato per insultare tutti a reti unificate. Solidarietà al presidente». Renzi vuole cacciare Travaglio dalla tv, la Lega vuole cacciare, come si sa, Speranza, ministro e leader di Articolo Uno, dal governo. Dal vicesegretario Lorenzo Fontana ai capigruppo di Camera e Senato, Molinari e Romeo, partono caldi inviti a Speranza: «Rifletta e si dimetta» mentre sia dal Pd che da Iv si chiedono a Speranza come a tutti i dirigenti di Articolo Uno «parole di netta dissociazione» che non arrivano. Il guaio, infatti, è che le reazioni dei dirigenti di Articolo Uno latitano per ore o non ci sono affatto. Proprio Speranza, domenica sera era sul palco con Romano Prodi per discutere, pensoso, sul «Mondo che cambia»: non dice una parola. Poi, il giorno dopo, costretto a parlare dalle critiche che montano e tracimano, si limita a un generico «frase infelice che non ci rappresenta».

Alessandro Sallusti dedica l’editoriale di Libero alla vicenda.

«Mario Draghi sarebbe «un figlio di papà che non capisce un ca...», o almeno così lo ha definito Marco Travaglio raccogliendo gli applausi convinti dei presenti alla festa di Articolo 1, il partito di maggioranza in cui milita il ministro della Sanità, Roberto Speranza. Va da sé che Mario Draghi non può tecnicamente essere "figlio di papà" in quanto orfano fin dalla tenera età, ma si sa che i giornalisti spesso buttano lì le cose senza neppure informarsi. Ma questioni familiari a parte, sono interessanti le motivazioni per cui Draghi non «capirebbe un ca...»: per Marco Travaglio il premier «non sa nulla di sanità». Ecco, parlasse un premio Nobel per la medicina, un illustre primario, un grande ricercatore non capirei l'invasione di campo ma almeno l'interessato avrebbe il titolo per farlo. Ma mi chiedo: che cavolo ne sa Marco Travaglio di Covid e sanità per dare pagelle di competenza? E soprattutto, perché tale ignoranza non venne a suo tempo rinfacciata a Giuseppe Conte che sicuramente non distingue una Aspirina da un antibiotico? In realtà non mi risulta che nella storia ci si mai stato un premier con particolari competenze mediche, competenze che peraltro non sono richieste al momento della sua assunzione. A un premier è chiesta visione e capacità di scegliere gli uomini giusti al posto giusto e qui casca l'asino Travaglio: Conte si era affidato ad Arcuri (caos mascherine, banchi a rotelle e migliaia di morti), Draghi ha scelto il generale Figliuolo (90 per cento di over 70 già vaccinati, ricoveri in terapie intensive di fatto azzerati se non fosse per i no vax rimasti in circolazione). Ma si sa, Dio li fa e poi li accoppia, dice il proverbio, migliori con migliori e incapaci con incapaci (infatti la domanda più frequente è: che cosa ci fa Draghi insieme a Speranza?). E anche i giornalisti seguono il loro destino perché questo sarà anche un Paese di "figli di papà" ma è anche pieno zeppo di "figli di...". E ogni giorno c'è qualcuno che ce lo testimonia».

Interviene Giuliano Ferrara sul Foglio, che mette in guardia i colleghi giornalisti sul troppo zelo verso Draghi, solo perché Travaglio ha emesso un “rutto”:

«Soprattutto, niente zelo. Il rutto di Marco Travaglio contro Mario Draghi merita una pernacchia, non il linciaggio morale in nome di un orfano che oggi ha 74 anni e fa il capo del governo. Nella devozione, lo zelo è commovente. In critica e in politica è molesto, autolesionista, supremamente inelegante. In fondo, che cosa rappresenta il direttore del Fatto? E' pazzo di Conte, Conte e Bisconte indifferentemente, perché era pazzo di Grillo, che lo aiutava a sputare sulla Repubblica, sul garantismo giuridico, su una generica decenza che con quella pretesa di mettere agli arresti la politica e quel giornalismo da mattinale di polizia è evaporata inevitabilmente. Fino al Papeete, anche Salvini gli andava benone. Ora non gli va bene nemmeno più Grillo. Non fosse parte di quel progetto malmostoso, e dunque stupidamente cieco al fenomeno Draghi, sarebbe lodevole perfino, e segno di critica e di schietta opposizione, la sua difesa del presidente modesto e, come dice Bersani, fuori dal giro, che però ha domato il virus e fatto cacciare i quattrini ai frugali d'Europa. Come ha sempre fatto, Travaglio ha trasformato la sua malattia in fissazione, quella del Conticidio, e scrive di economia e di giustizia con una precisa misura psichiatrica di patologia quotidiana, ma è nell'ambito dei suoi diritti che nessuno zelo dovrebbe affrettarsi coralmente a negare. E' fastidioso ammirare come noi il politico Draghi, celebrare la virtù e la preziosa necessità delle élite, augurarsi il meglio per la legge Cartabia e quella sulla concorrenza, magari conservare un buon ricordo di un governo biscontiano che smentì, anzi capovolse, la logica dell'assalto rancoroso, frustrato e autoritario alle istituzioni del Salvini- Di Maio, di cui Conte era notoriamente vice dei vice, e ritrovarsi in compagnia di un vociame zelante e intollerante, in tutto degno del bersaglio che si è scelto in questa ridicola campagna sull'orfelinato. Non è che Travaglio sia un grande problema, da lui non ci si aspetta niente di meno che la feccia del montanellismo, quello dell'attacco alle mestruazioni di Rossana Rossanda, mentre il brio e la verve del Montanelli migliore non sempre sono alla sua portata».

Su Repubblica Sebastiano Messina non ne fa, come Ferrara, una questione di bon ton professionale, ma piuttosto di deriva politica. Se un partito di governo chiama Travaglio alla sua festa e di fronte alla sua base per parlare di Draghi, c’è qualcosa che non torna.

«Il «caso Travaglio» in realtà non è il caso Travaglio. Quello che è successo domenica sera alla festa del partito di Speranza, Bersani e D'Alema è qualcosa di ben più importante delle insolenze e del turpiloquio di un giornalista che passa le sue giornate a intingere la penna nella bile. Il «caso Travaglio» è un caso politico per tre ragioni che vanno oltre la spregevole scelta di definire «figlio di papà» un uomo che perse il padre quando aveva 15 anni, e superano persino la villania di dire che l'italiano oggi più rispettato in Europa è uno che «non capisce un cazzo». La prima ragione è la decisione di un partito di governo, «Articolo Uno», di invitare il piccolo Vyinskij del "Fatto" come ospite d'onore di una festa che ha come titolo «Quello che ci unisce». Ora, sappiamo tutti cosa pensa Travaglio del governo Draghi, quel governo che secondo lui non sarebbe mai nato, essendo «un governo che non ha nessuna possibilità di esistere» (17 dicembre, Otto e mezzo). Non riuscendo a darsi pace perché la realtà si è rifiutata di adeguarsi al suo programma, lui ha cominciato a bombardare il governo che non sarebbe dovuto nascere. Ma non solo, e non tanto, con le critiche e con gli attacchi che ogni giornale ha il diritto e anzi il dovere di rivolgere a chi sta al potere. No, da sei mesi a questa parte Travaglio sgancia sul governo insulti da querela. Al terzo posto, il generale Figliuolo, raffigurato in vignetta come un ubriacone («Un altro grappino?»). Al secondo, la ministra Cartabia, che secondo Travaglio «non è un giurista vero, non distingue un tribunale da un phon o da un tostapane», «la ministra bugiarda» autrice di quella riforma della giustizia che lui ha bollato come «il nuovo Salvaladri», anzi «il Salvamafia», o meglio «la schiforma». Al primo posto, ovviamente, il presidente del Consiglio, sul quale questo Torquemada de noantri ha rovesciato una sequenza di improperi che domenica ha toccato il suo culmine. Ora, poiché tutto questo era arcinoto anche alle pietre, davvero non si riesce a capire perché un partito che ufficialmente sostiene questo governo gli abbia offerto una tribuna. La seconda ragione per cui questa sequela di insulti è diventata un caso è l'applauso dei presenti che l'ha accolta. Facendo sorgere il legittimo dubbio che a quel ramo della sinistra Travaglio piaccia perché ha la sfrontatezza di dire in pubblico quello che loro pensano ma non hanno il coraggio di dire. Cosa che, se fosse vera, sarebbe inquietante. La terza ragione, infine, è la reazione di Roberto Speranza, leader di Articolo Uno e ministro della Salute, che ha liquidato la violenza delle parole di Travaglio come «un'uscita infelice». Infelice. Come se si fosse trattato di una battuta inopportuna e non di una fucilata verbale al suo presidente del Consiglio. Come se quell'ospite così perbene avesse fatto un discorso ineccepibile, finché non è inciampato nell'ultima parola. Ha detto cazzo? Eh no, non si può: «Uscita infelice». Ma via, signor ministro».

Lui, Marco Travaglio, si difende sul Fatto non allontanandosi dal suo stile.

«Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. L'altra sera ho accolto l'invito alla festa di Articolo 1 e, intervistato da Chiara Geloni, ho risposto addirittura alle sue domande. E il pubblico ha osato financo applaudire. Apriti cielo. La Lega ha chiesto le dimissioni di Speranza (giuro), il quale ha dovuto precisare che, quando parlo io, non è lui che parla (ri-giuro). Una domanda riguardava una frase di Speranza sull 'estrazione sociale dei ministri del Conte-2, quasi tutti figli del popolo, diversamente da quelli che contano nel governo Draghi: tutti figli di papà, cioè del solito establishment, a cominciare dal premier, rampollo di un dirigente di Bankitalia, Bnl e Iri. La consueta combriccola di spostati, falliti e leccapiedi che bivacca sui social ne ha dedotto che ho offeso la memoria dei suoi genitori prematuramente scomparsi, dunque secondo Rep avrei fatto "una gaffe". Per dire com' è messa questa gente. Un'altra domanda riguardava la diceria, molto in voga fra i leccadraghi, sui Migliori discesi dall'empireo per salvarci dal "fallimento della politica". Siccome dissentivo, pensando che fosse ancora lecito, ho ricordato qualche "Migliore": Brunetta, Gelmini, Cingolani, Cartabia. E ho aggiunto che Draghi è un ex banchiere esperto di finanza, ma non ha la scienza infusa e i suoi atti dimostrano che non capisce una mazza di giustizia (solo ora lui e la Cartabia scoprono cosa c'è scritto nella loro "riforma" e quali catastrofi ne seguiranno), di politiche sociali (licenziamenti subito, nuova Cig chissà quando, Fornero consulente) e di sanità. (…) L'unanime sdegno per la duplice lesa maestà, manco avessi detto "figlio di Tiziano" (il riferimento non esplicito è a Renzi e a suo padre ndr), mi ha fatto ricredere: Egli è onnisciente e, a dispetto delle biografie, non è nato ai Parioli, ma a Betlemme, in una mangiatoia».

GIUSTIZIA, DIALOGO CON I 5S MA FI NON CI STA

Se Travaglio oggi non si occupa del tema della giustizia non è solo per questione personale. Significa forse anche che si sta trovando una soluzione. Liana Milella su Repubblica.

«Il team Draghi-Cartabia scandisce le mosse sulla giustizia per portare a casa la riforma del processo penale. Da oggi a venerdì, quando è previsto l'approdo in aula alla Camera, il percorso sarà irto di ostacoli. Non se lo nascondo il premier e la ministra della Giustizia negli oltre 60 minuti di colloquio a palazzo Chigi. Entrambi hanno "trattato" per tutta la giornata con i grillini di Giuseppe Conte da una parte, ma anche con Forza Italia dall'altra. Perché i fronti aperti sulla giustizia non solo più uno solo, le aperte contrarietà di M5S sulla riforma, ma due. Si è aggiunta la fortissima pressione del partito di Berlusconi che vuole cambiare le regole dell'abuso d'ufficio, «per tutelare i sindaci e gli amministratori pubblici» come dice il coordinatore Antonio Tajani. Ma anche per modificare le figure del pubblico ufficiale e dell'incaricato di pubblico servizio, con un'immediata ricaduta su tutti i reati di corruzione. Al punto che, alla Camera, si è aperta la "caccia a quale processo" (magari dello stesso leader di Fi Berlusconi) potrebbe essere favorito da una modifica del codice penale che si applicherebbe ai dibattimenti in corso. Cartabia mette sul tavolo preoccupazioni e passi avanti. La Guardasigilli porta la prima bozza del possibile emendamento da presentare al neo leader di M5S. Se Giuseppe Conte chiede di garantire la conclusione del processo per tutti i reati di mafia, la via è quella di cambiare il comma 8 dell'articolo 14 della riforma, laddove è indicato che i reati da ergastolo non rientrano tra quelli che devono rispettare le regole dell'improcedibilità. Ecco l'emendamento che assegnerebbe una vittoria a Conte. In quel comma, spiega Cartabia, rientrano i reati di mafia, dall'estorsione al voto di scambio, ma anche altri reati gravi che verrebbero graziati. È un lavoro difficile, su cui si stanno misurando i tecnici della Giustizia e di palazzo Chigi. Cartabia sa che da M5S arrivano altre richieste, spostare la data da cui parte il conteggio per i processi d'Appello, nonché quella dell'entrata in vigore per i reati gravi. Oggi Conte incontra i deputati M5S, e sul tavolo ci sarà se l'accordo è una vittoria o una sconfitta. Fiducia compresa. Draghi e Cartabia sanno bene però che nel centrodestra c'è allarme per le modifiche. Ritenute una concessione eccessiva e immotivata. Di mattina sbuffa Maria Elena Boschi, ma a sera Renzi dice che Iv voterà la fiducia su «tutto ciò che ci porta lontano dalla riforma Bonafede ». Ma Enrico Costa di Azione tuitta che "non è credibile il ritorno al fine processo mai", mentre Giulia Bongiorno, la plenipotenziaria di Salvini, dice "vogliamo leggere ogni minima modifica, non firmiamo nulla a occhi chiusi". Forza Italia è in subbuglio. Ma un Draghi dialogante ripete a Cartabia che la riforma va chiusa i primi di agosto. La fiducia è a disposizione. La proposta del Pd sull'entrata in vigore - il lodo Serracchiani - è accettabile. Il Csm, come annuncia il vice presidente David Ermini, darà il suo parere prima del voto. Ma adesso a Draghi e Cartabia sono giunti i segnali di "guerra" su abuso d'ufficio e corruzione. Il fronte aperto a sorpresa da Fi che unisce centrodestra e renziani: il protagonista della battaglia è Pierantonio Zanettin, avvocato, ex laico del Csm, capogruppo in commissione Giustizia, e pure cognato del noto avvocato Franco Coppi. È di Zanettin la mina sulla riforma. Tre emendamenti riscrivono le regole dell'abuso d'ufficio, non esiste se il fatto commesso è "tenue", ma soprattutto la definizione di pubblico ufficiale e di incaricato di pubblico servizio, le figure chiave per tutti i reati di corruzione. Martedì 20 luglio Zanettin li presenta. Il presidente della commissione Giustizia Mario Perantoni di M5S venerdì li dichiara inammissibili. Lui rincorre al presidente della Camera Roberto Fico. Il plico arriva ieri. Oggi la decisione. Zanettin chiede che il "perimetro" della riforma si allarghi a questi reati. Cartabia condivide con Draghi il timore che ciò blocchi la legge. Fico deciderà oggi se il ricorso di Zanettin è ammissibile. Ieri sera ha detto: "Sulla riforma, dialogando, si può trovare un punto di caduta"».

LOGGIA UNGHERIA, IL CSM SNOBBA I PM DI MILANO

Il Csm non ha accolto la presa di posizione dei Pm di Milano contro Francesco Greco. La vicenda della loggia Ungheria rischia di diventare sempre più complicata. Virginia Piccolillo per il Corriere.

 «Non è stato accolto dal Consiglio superiore della magistratura l'appello firmato dalla quasi totalità dei pm milanesi (60 su 64) a sostegno del pm di Milano Paolo Storari, che rischia il trasferimento per l'affaire dei verbali del caso Amara. Non ha ritenuto di acquisirlo la prima commissione Csm che indaga sulla situazione degli uffici giudiziari milanesi. E tenta di capire se la posizione di Storari, o di altri, sia diventata incompatibile con l'ambiente che ha fatto da sfondo alla vicenda di quei verbali, in cui Amara parlava della presunta loggia Ungheria includendo tra gli affiliati due consiglieri Csm. Usciti dal computer di Storari, transitati per il Csm attraverso Pier Camillo Davigo cui Storari aveva denunciato l'inazione dei suoi capi su quelle gravi dichiarazioni, erano poi finiti ai giornali, quindi ritornati sul tavolo dello stesso pm, cui il procuratore Francesco Greco aveva affidato l'indagine sulla fuga di notizie iniziata dal suo pc. Senza che Storari ritenesse di dire alcunché. Ieri, non si sarebbe parlato di questi «dettagli». Ai magistrati milanesi auditi sarebbe stato chiesto di parlare solo genericamente della situazione in Procura e in Tribunale. E dei contrasti che impedirebbero la serenità del lavoro. I quesiti cui attenersi non avrebbero consentito di specificare lo scontro tra Storari, l'aggiunto Laura Pedio e il procuratore Greco. E nemmeno sul motivo dello scontro che ha opposto l'aggiunto De Pasquale e il pm Spadaro e i giudici del processo sulle tangenti Eni-Nigeria: ovvero il tentativo (fallito) dei pm di inserire tra i testi Amara. E lo scambio di sospetti dopo l'assoluzione di tutti gli imputati. Anche se tra gli auditi c'era Marco Tremolada, presidente del collegio giudicante, che non ha gradito che i pm avessero taciuto di aver mandato a Brescia accuse (archiviate) fatte da Amara proprio nei confronti di Tremolada «di interferenze su di lui dalla difesa Eni» che Amara avrebbe ripetuto in aula. E c'era anche il presidente del Tribunale, Roberto Bichi, che lamenta insinuazioni dei pm. Ma al cuore del problema si arriverà venerdì quando un'altra commissione, la disciplinare, ascolterà Storari. Qui si dovrà valutare la richiesta del Pg Giovanni Salvi di trasferimento cautelare del magistrato per «garantire» la «serenità di tutti i magistrati del distretto». Ma nemmeno la disciplinare intende tener conto di quell'appello».

CUBA, LA RIVOLTA POPOLARE PER PANE E VACCINI

Bel reportage da Cuba di Pietro del Re pubblicato in due paginoni da Repubblica. Ecco uno stralcio.

«Immiserita dalle misure anti- Covid, la capitale sembra davvero il teatro di un'utopia fallita che né l'orgoglio né il nazionalismo riescono più ad alimentare. Il centro è presidiato da squadroni di agenti che marciano compatti, mentre sono scomparsi i turisti stranieri che erano il vero motore delle entrate di denaro. La popolazione vive nel terrore, sempre alla ricerca di uno spaccio dove grazie ai buoni di razionamento poter arraffare una pagnotta, cento grammi di fagioli secchi o una coscia di pollo surgelato. Intanto, il 14 luglio, tre giorni dopo le manifestazioni, erano già state riattivate le reti 3G e 4G e le app di messaggistica, quali Facebook, WhatsApp e Twitter. «Il governo sa bene che Internet è la sola arma di cui dispongono i cubani. Ma non ha più un centesimo e non può rinunciare agli 80 milioni di dollari al mese degli abbonamenti Wi-Fi. Internet è anche vitale per le rimesse in valuta straniera della diaspora cubana. Online è finito perfino il mercato nero», dice Alfred Morales della piattaforma Joven Cuba, dove lavorano economisti, politologi e giovani attivisti che criticano il regime pur difendendo uno stato di diritto socialista. «Il problema è che nessuno crede in Miguel Díaz-Canel, il grigio funzionario di partito che con la sua nomina ha messo fine a sessant' anni di castrismo. Per i cubani è soltanto un leader autoritario, privo di carisma ». Per questo il regime è inquieto. Sa che per mantenersi in vita deve dinamizzare l'economia e garantire alla popolazione un incremento del potere d'acquisto. Ma adesso che si sono prosciugati gli aiuti venezuelani e che Joe Biden minaccia di inasprire le sanzioni, Díaz-Canel non ha più i mezzi per amministrare il fallimento del comunismo tropicale. Se non quello, ai suoi occhi impraticabile, di sacrificare se stesso».

LA TUNISIA È IN FIAMME

In Tunisia si vivono ore drammatiche. Una crisi politica e sociale sta scuotendo il Paese. La cronaca del Corriere.

«Tunisia in fiamme. Una crisi politica e sociale, che la mossa due giorni fa del presidente Kais Saied di sospendere il Parlamento per 30 giorni e licenziare il governo del premier Hichem Mechichi pare aggravare di ora in ora. Gli scontri tra sostenitori del presidente e oppositori guidati in particolare dal partito maggioritario Ennahda (Rinascita), legato alle correnti moderate dei «Fratelli Musulmani», si moltiplicano da Tunisi ai maggiori centri urbani. Di fronte al rischio della perdita del controllo delle piazze e dell'avvitarsi violento in una vera e propria guerra civile, Saied minaccia di fare ricorso all'esercito. Da ieri pomeriggio ha annunciato l'imposizione del coprifuoco dalle 19 alle sei di mattina. I militanti dei due campi si sono presi a sassate presso il Parlamento bloccato dai presidii dell'esercito. Tra i deputati in protesta c'era il leader storico di Ennahda, l'ottantenne Rashid Ghannouchi, che ha denunciato il «golpe gravissimo, un attentato alla nostra democrazia instaurata dopo la rivoluzione del 2011». In serata è stata chiusa la sede locale di Al Jazeera. Saied cerca adesso di gettare acqua sul fuoco. «Non è un colpo di Stato. Queste misure servono a salvare lo Stato, la normalità tornerà non appena l'ordine sarà restaurato», afferma. Ricorre all'articolo 80 della Costituzione (che lui stesso ha contribuito a stilare 7 anni fa), che prevede la possibilità di disporre di questi metodi «nel caso di pericolo imminente per il Paese». Ma minaccia anche rappresaglie dure contro chi dovesse ricorrere alle armi: «Risponderemo ai proiettili coi proiettili». Così, un Paese con meno di 12 milioni di abitanti, che tutto il mondo additava come l'unico successo rilevante delle «primavere arabe» nel 2011, torna adesso a mostrare le sue profonde fragilità. Preoccupazione è stata espressa dalla Farnesina: «L'Italia rivolge un appello alle istituzioni tunisine affinché venga garantito il rispetto della Costituzione e dello stato di diritto» si legge in una nota. Se il compromesso tra forze laiche e fronte islamico ha evitato il peggio, l'instabilità politica ( 9 tornate elettorali in 10 anni), la crisi economica e la pandemia hanno alimentato il malcontento popolare. Sono croniche le rivolte di giovani in cerca di lavoro e protezione sociale. E la crescita dei decessi per il Covid mette in luce il fallimento del sistema sanitario. Solo il 7% dei tunisini è vaccinato. Il tasso di mortalità è tra i più alti al mondo».

IL PAPA SULLA FAME NEL MONDO: UN CRIMINE SCANDALOSO

Al tema della fame nel mondo Avvenire dedica l’apertura di prima pagina. La cronaca di Matteo Marcelli:

«Anticipo del summit in programma il settembre prossimo a New York, ieri a Roma è iniziato il pre-vertice sui sistemi alimentari della Fao. Una tre giorni di confronto sotto la guida del segretario generale dell'Onu, António Guterres, e la partecipazione, oltre che del premier Mario Draghi, di capi di Stato e di governo . A intervenire sono ricercatori, piccoli agricoltori, popolazioni indigene, rappresentanti del settore privato e ministri dell'Agricoltura. L'obiettivo è quello di valutare paradigmi di produzione in grado di assecondare il crescente fabbisogno alimentare mondiale, ma anche la necessaria transizione verso modelli improntati alla sostenibilità e al rispetto dell'ambiente, in ottemperanza ai traguardi fissati dall'agenda 2030 dell'Onu. Un momento di dialogo che potrebbe favorire l'inizio di quell'ecologia integrale invocata da papa Francesco nell'enciclica Laudato si' e porre fine alla cultura dello scarto che proprio nell'accesso al cibo trova una delle sue manifestazioni più evidenti. Il Pontefice ha inviato al summit un messaggio inequivocabile: «Produciamo cibo a sufficienza per tutti, ma molti restano senza il pane quotidiano. Questo costituisce un vero scandalo, un crimine che viola i diritti umani fondamentali. Pertanto, è dovere di tutti sradicare questa ingiustizia attraverso azioni concrete e buone pratiche, e attraverso audaci politiche locali e internazionali». E ancora: «Abbiamo la responsabilità di realizzare il sogno di un mondo in cui pane, acqua, medicine e lavoro scorrano in abbondanza e raggiungano per primi i più bisognosi. Ci vuole una nuova mentalità e un nuovo approccio olistico. Occorrono sistemi alimentari che tutelino la Terra e mantengano al centro la dignità della persona umana - ha insistito Francesco - che garantiscano cibo sufficiente a livello globale e promuovano il lavoro dignitoso a livello locale, che nutrano il mondo oggi, senza compromettere il futuro». Il Papa ha poi rivolto un monito diretto alle istituzioni presenti: «Siamo consapevoli che interessi economici individuali, chiusi e conflittuali ci impediscono di progettare un sistema alimentare che risponda ai valori del bene comune, della solidarietà e della cultura dell'incontro. Se vogliamo mantenere un fruttuoso multilateralismo e un sistema alimentare basato sulla responsabilità, la giustizia, la pace, l'unità della famiglia umana è fondamentale». Nel 2020 sono state 800 milioni le persone che hanno sofferto la fame, 130 milioni in più rispetto al 2019 secondo i dati presentati da Guterres. Un aspetto che la pandemia da Covid-19 ha certamente aggravato, ma che la diffusione del virus, da sola, non spiega. I responsabili sono soprattutto «povertà, diseguaglianze, gli alti prezzi del cibo, gli effetti dei cambiamenti climatici e i conflitti - come ha fatto notare il segretario generale dell'Onu -. Eppure c'è ancora speranza. Dobbiamo rispondere a queste sfide con idee, energia e partnership». «La crisi sanitaria ha generato una crisi alimentare. Abbiamo assunto impegni per garantire che i vaccini siano disponibili per i più poveri del mondo. Dobbiamo agire con la stessa determinazione per migliorare l'accesso a una quantità adeguata di approvvigionamenti alimentari - ha invece evidenziato Draghi -. Dobbiamo promuovere abitudini alimentari sane preservando le culture alimentari tradizionali che sono state costruite nel corso dei secoli. Questo pre-summit è l'occasione per trasformare il modo in cui pensiamo, produciamo e consumiamo il cibo». Un obiettivo difficilmente raggiungibile se non si comincia a mettere mano agli squilibri: «Vogliamo arrivare a uno spreco zero per poi arrivare alla fame zero» è l'obiettivo ricordato dal direttore generale della Fao Qu Dongyu». 

RATZINGER PARLA ALLA CHIESA TEDESCA

Il Papa emerito Joseph Ratzinger interviene nel dibattito all’interno della Chiesa tedesca. Paolo Rodari per Repubblica:

«Il ruggito del Papa emerito. Rompe il silenzio Benedetto XVI. Dal ritiro del monastero Mater Ecclesiae dove abita da poco dopo la rinuncia, il 94enne Joseph Ratzinger risponde per iscritto alla rivista tedesca Herder Korrespondenz con riflessioni e critiche alla "sua" Chiesa tedesca. Per Benedetto la Chiesa di Germania deve parlare di più «con il cuore e lo spirito», deve «demondanizzarsi», perché «finché nei testi ufficiali della Chiesa parleranno le funzioni, ma non il cuore e lo Spirito, il mondo continuerà ad allontanarsi dalla fede». Ratzinger non lo cita mai, ma è evidente che sullo sfondo brucia per un "romano" come lui il cammino sinodale che la Chiesa tedesca sta compiendo a fatica. Le diverse richieste di aperture, dalle benedizioni per le coppie omosessuali fino al sacerdozio femminile e all'abolizione del celibato sacerdotale, per molti a Roma - tutto lascia pensare anche per Francesco - vanno oltre gli aggiornamenti che aveva messo in campo il Concilio Vaticano II. Ed è con ogni probabilità anche per questa sintonia nel contenuto con il Papa regnante che l'emerito si permette oggi un'uscita che è destinata a fare rumore. Un'uscita che a un Papa come Francesco, fedele alla linea conciliare di Paolo VI, non può che fare piacere. Ma non solo. Sullo sfondo c'è anche la crisi dell'istituzione ecclesiale tedesca in quanto tale. L'ultimo dossier della Conferenza episcopale di Germania spiega come fra i ventidue milioni di fedeli teutonici soltanto il sei per cento va regolarmente a messa. Mentre i matrimoni si sono ridotti a meno di un terzo. In calo sono anche le parrocchie costrette a chiudere per mancanza di fondi. Benedetto spiega che ciò che serve non è altro che «una vera e personale testimonianza di fede degli operatori della Chiesa». E per questo critica il fatto che «nelle istituzioni ecclesiali - ospedali, scuole, Caritas - molte persone sono coinvolte in posizioni decisive che non supportano la missione della Chiesa e quindi spesso oscurano la testimonianza di questa istituzione» mentre «i testi ufficiali della stessa Chiesa in Germania sono in gran parte scritti da persone per le quali la fede è solo ufficiale». Il richiamo alla demondanizzazione è una ripresa di un discorso pronunciato nel 2011 a Friburgo. Due anni prima di rinunciare al papato, Ratzinger esortò la Chiesa a «distaccarsi dal mondo» in quella che fu interpretata come un'esortazione a non adattarsi al mondo moderno. «Entweltlichung», demondanizzazione appunto, parola tratta dal filosofo Martin Heidegger, per il Papa emerito non era tuttavia adeguata in quanto non ha «espresso a sufficienza» l'aspetto positivo della sua argomentazione. Per Ratzinger, infatti, la Chiesa non deve fuggire dalle cose del mondo. Il suo compito non è separare il bene dal male, perché essa stessa «è fatta di grano e loglio, di pesci buoni e cattivi». E ancora: «Non è quindi questione di separare il buono dal cattivo, ma di dividere i credenti dai non credenti». C'è nella Chiesa tedesca, sembra voler dire Benedetto, una parte che non crede, e che vuole aperture contrarie alla strada del Concilio». 

ONFRAY, IL LIBERTINO CHE AMA IL LATINO

Massimo Borghesi scrive per Avvenire della paradossale vicenda dell’ateo devoto Michel Onfray “difende” la messa tradizionalista in latino.

«Nel quadro delle infuocate critiche da parte di alcuni settori 'tradizionalisti' a seguito della pubblicazione di Traditionis custodes spicca un particolare: il filosofo francese Michel Onfray, campione dell'ateismo libertino consegnato nel suo Trattato di ateologia, è divenuto il portabandiera della destra cattolica. Il noto intellettuale, famoso per il suo tono dissacrante verso la religione, si è infatti espresso a favore della vecchia messa in latino e ciò è bastato per elevarlo a santo protettore di quanti si oppongono, da tempo, al pontificato di Francesco. Al pari dei teoconservatori americani degli anni passati, l'ateo Onfray giustifica la sua scelta a partire dalla difesa della 'civiltà occidentale'. Come l'autore ha affermato, in una intervista pubblicata su 'Il Foglio', («Habemus papam Onfray», 24 luglio 2021), la opzione per il rito tridentino dipende dal fatto che: «Sono un puro prodotto di questa civiltà che cristallizza e armonizza Saulo, Pericle, Cesare e Costantino. Non credo in Yahweh, Zeus, Giove o Gesù Cristo. Ma vibro con tutta questa civiltà che ha generato geni in filosofia, arte, architettura, agronomia, teologia, poesia, letteratura, storia, tecnologia, medicina, farmacia, astronomia, astrofisica, politica». Lo scettico, il miscredente, 'vibra' per la civiltà europea. Al modo di Charles Maurras, il fondatore dell'Action française, il movimento cattolico di destra francese sconfessato da Pio XI negli anni Venti, anch' egli è un ateo devoto, un conservatore che ama l'ordine 'antico'. Non per sé, si badi bene, ma per gli altri, per il popolo. «Sono stato uno di quelli che ha lavorato alla costituzione di un'etica post-cristiana. Ho pubblicato diversi libri a favore di questo progetto, nessuno dei quali rinnego - dal Traité d'athéologie a La Sculpture de soi a Théorie du corps amoureux o Féeries anatomiques. Questi libri rimangono la mia etica, ma un'etica privata non è un'etica collettiva. Perché un'etica collettiva presuppone il sacro e il trascendente per imporsi con l'aiuto di un braccio armato: Gesù non sarebbe bastato a creare una civiltà se san Paolo non avesse creato un corpo di dottrina sviluppato in seguito dalla patristica e, soprattutto, se Costantino non avesse messo la forza dello Stato al servizio di questa morale». Al pari degli atei libertini del XVI secolo, Onfray distingue tra la morale privata, quella gaudente- irreligiosa riservata a lui e all'élite, e quella pubblica regolata dalla religione e dalla spada. Cristo senza Costantino sarebbe nulla, il sacro esiste solo grazie alla potenza dello Stato. Lo scettico Onfray è un tipico rappresentante della teologia politica di destra. Della messa in latino non importa nulla al nostro filosofo. Importa solo come blocco, mattone di un ordine che deve essere conservato affinché il 'popolo' non si perda nell'anarchia. Strani compagni di strada quelli scelti dai cosiddetti cattolici tradizionalisti, cioè dagli anti- conciliari, per colpire il Papa. Criticati fino a ieri, per aver incarnato e promosso il libertinismo di massa dell'era della globalizzazione, oggi divengono, d'improvviso, gli apostoli della 'restaurazione', i custodi della retta dottrina, gli amanti della verità. Sono anni che questa destra cattolica si affida agli 'atei devoti' per criticare il Papa e salvaguardare una ortodossia immaginaria. Il Papa sarebbe l'eterodosso e Onfray l'ortodosso. Una singolare contrapposizione che induce a riflettere sul profondo declino di certo pensiero cattolico contemporaneo». 

INIZIA IL MAXI PROCESSO A BECCIU & C.

Inizia il processo all’interno delle mura vaticane contro il cardinal Angelo Becciu, già sostituto alla Segreteria di Stato, e contro altri 9 imputati. La cronaca di Gianni Cardinale per Avvenire.

«Inizia questa mattina in Vaticano il processo riguardante l'investimento finanziario della Segreteria di Stato nell'ormai famoso palazzo di Sloane Avenue a Londra. Dieci gli imputati. E tra loro c'è anche il cardinale Angelo Becciu. Sarà il primo porporato ad essere giudicato da un Tribunale dello Stato della Città del Vaticano dal momento della sua costituzione nel 1929. E lo sarà anche in virtù del fatto che lo scorso 30 aprile - tre mesi prima del 'rinvio a giudizio' formulato il 3 luglio - un motu proprio di papa Francesco ha disposto che anche i cardinali vengano giudicati dal Tribunale ordinario e non, come era previsto in precedenza, dalla Corte di Cassazione che è composta da tre porporati. Anche con le nuove norme rimane però che un cardinale può essere processato solo dopo espressa autorizzazione del Pontefice, che, in questo caso, Francesco ha accordato il 19 giugno. Il cardinale Becciu, che si è sempre professato innocente, viene processato per i reati di peculato ed abuso d'ufficio anche in concorso, nonché di subornazione (secondo l'accusa avrebbe fatto pressioni su monsignor Alberto Perlasca, all'epoca dei fatti un suo sottoposto, per farlo ritrattare). Oltre al porporato sardo sono imputati l'ex presidente dell'Autorità di supervisione finanziaria (Aif) René Brülhart, al quale l'accusa contesta il reato di abuso d'ufficio; monsignor Mauro Carlino, già segretario di Becciu in Segreteria di Stato, per i reati di estorsione e abuso di ufficio; l'uomo d'affari Enrico Crasso, per i reati di peculato, corruzione, estorsione, riciclaggio ed autoriciclaggio, truffa, abuso d'ufficio, falso materiale di atto pubblico commesso dal privato e falso in scrittura privata; Tommaso Di Ruzza, già direttore dell'Aif per i reati di peculato, abuso d'ufficio e violazione del segreto d'ufficio; Cecilia Marogna, la donna che avrebbe ricevuto dalla Segreteria di Stato somme ingenti per svolgere azioni di intelligence, per il reato di peculato; il finanziere italo-svizzero Raffaele Mincione, che gli inquirenti indicano come il «dominus indiscusso delle politiche di investimento di una parte considerevole delle finanze della Segreteria di Stato», per i reati di peculato, truffa, abuso d'ufficio, appropriazione indebita e autoriciclaggio; l'avvocato Nicola Squillace, per i reati di truffa, appropriazione indebita, riciclaggio ed autoriciclaggio; Fabrizio Tirabassi, dipendente dell'Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, per i reati di corruzione, estorsione, peculato, truffa e abuso d'ufficio; l'uomo d'affari Gianluigi Torzi, chiamato ad aiutare la Santa Sede a uscire dal fondo di Mincione, per i reati di estorsione, peculato, truffa, appropriazione indebita, riciclaggio ed autoriciclaggio. Coinvolte anche quattro società, tre riconducibili a Crasso, alla quale l'accusa contesta il reato di truffa, e una riferibile alla Marogna, per il reato di peculato. Tra gli imputati non ci sarà monsignor Perlasca, che pure è stato indagato. I magistrati inquirenti, con cui il prelato ha attivamente collaborato, non lo hanno ritenuto responsabile di comportamenti delittuosi. Le indagini, avviate nel luglio 2019 su denuncia dell'Istituto per le Opere di Religione (Ior) e dell'Ufficio del Revisore Generale, hanno visto la sinergia tra l'Ufficio del Promotore e la sezione di Polizia giudiziaria del Corpo della Gendarmeria. Le attività istruttorie sono state condotte in «stretta e proficua collaborazione» con varie procure italiane e con e il Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Roma e si sono svolte in vari Paesi stranieri (Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Jersey, Lussemburgo Slovenia, Svizzera), consentendo, secondo l'accusa, di portare alla luce una «vasta rete di relazioni con operatori dei mercati finanziari che hanno generato consistenti perdite per le finanze vaticane, avendo attinto anche alle risorse, destinate alle opere di carità personale» del Papa. Gli atti dell'inchiesta della magistratura vaticana comprendono circa 29mila pagine che sono state condensate in una richiesta di citazione in giudizio di poco meno di 500. Per gli inquirenti dell'ufficio del Promotore di Giustizia vaticano, due sono le parti lese: la Segreteria di Stato, che si è costituita parte civile, e lo Ior. Il collegio giudicante è composto dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone e dai giudici Venerando Marano e Carlo Bonzano. L'accusa sarà sostenuta dal promotore di giustizia Gian Piero Milano, dall'aggiunto Alessandro Diddi e dall'applicato Gianluca Perone. Nel sistema giudiziario vaticano è in vigore, con aggiustamenti, la procedura penale adottata in Italia fino al 1989». 

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