Foto di gruppo anti Covid

Scatto simbolo del G20 con medici e volontari: oggi si conclude ma sul clima è difficile l'intesa. Ok su tasse globali e vaccini. Zan risponde a Renzi. Sindacati soft sulla manovra. Lode al tiramisù

L’idea chiave di Mario Draghi sta tutta nella foto ufficiale dei grandi riuniti a Roma per il G20: ha fatto posare i Capi di Stato e di Governo fra i medici, gli infermieri e i responsabili della protezione civile, che sono stati in prima linea in questi mesi nella lotta contro il Covid. La prima riunione in presenza di questo tipo coincide così con una battaglia comune contro il nemico più insidioso: la pandemia. Dal punto di vista del risultato politico, conclusioni previste nel pomeriggio di oggi, c’è invece poco, per ora. L’accordo sulle tasse minime globali e sulla distribuzione dei vaccini al mondo (impegno preso: 70 per cento degli abitanti della terra vaccinati entro il 2022) erano per così dire già acquisite prima del summit, che invece ha arrancato sulla strada dell’accordo sul clima. Proprio sul clima, anche in vista della Cop26 che inizia stasera a Glasgow, intervengono oggi il principe Carlo d’Inghilterra e Papa Francesco. Il primo, invitato da Draghi a Roma, pubblica un articolo sulla Stampa (lo trovate fra i pdf). Del secondo il Corriere della Sera pubblica un testo inedito di che costituisce la prefazione al libro Laudato si’ Reader, pubblicato da Libreria Editrice Vaticana (Lev) in occasione del vertice di Glasgow. Anche questo lo trovate fra i pdf.

Nel G20 sono stati importanti gli incontri bilaterali: i faccia a faccia. Quello di Draghi con Erdogan. Ma soprattutto quello di Biden con Macron, a chiudere la crisi dei sommergibili nucleari australiani. Non per niente ieri il New York Times aveva scelto una foto di questi due presidenti come immagine simbolo, benché si trattasse di un summit romano. Oggi Prodi sul Messaggero, commentando questi incontri, spiega perché il multilateralismo diventa il fattore più importante delle relazioni internazionali. Critiche al G20 sono arrivate sia da destra che da sinistra, pacifico il corteo romano sfilato al grido di: “Voi la malattia, noi la cura”.

La politica italiana è ancora alle prese con gli strascichi del voto in Senato che ha fermato il Ddl Zan. Oggi su Repubblica lettera dello stesso Zan in risposta alla missiva di Renzi, pubblicata ieri. Sul fronte manovra e pensioni, i sindacati hanno deciso una reazione per ora soft alle misure del Governo. Negli schieramenti grande agitazione interna. Nei 5 Stelle fa notizia la prima uscita di Alessandro Di Battista a Siena, mentre nel centro destra tiene banco la decisione di Michetti di non entrare in consiglio comunale. Preoccupa la recrudescenza del contagio del Covid soprattutto perché nessuno ne sa spiegare i motivi. Caso Trieste a parte.

Dall’estero notizie confortanti e impegnative sul fronte Ong. Una organizzazione non governativa lavora in Afghanistan per l’istruzione delle donne. Mentre la Focsiv, con la Caritas, lancia un’iniziativa di solidarietà per combattere la pandemia della fame nel mondo, articolata in 64 progetti.

Chiudiamo la Versione con il dolce, oggi. Perché parliamo di tiramisù. Fra i pdf trovate anche un articolo di Antonio Socci, pagina di cultura di Libero, che difende i “maledetti” toscani: “Con la scusa di Renzi…” troppe critiche. Se poi Rosy Bindi arrivasse al Quirinale…    

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il G20 a Roma e il suo esito nelle scelte dei quotidiani di oggi. Il Corriere della Sera sottolinea gli aspetti positivi: Tasse e vaccini, le intese del G20. Come il Mattino: «Il mondo rinasce solo insieme». E il quotidiano della città ospite, Il Messaggero: «Insieme per ripartire». Sulla mancata intesa a proposito di emergenza climatica ci sono La Repubblica: Clima, la strada è in salita. E La Stampa: Clima, il G20 brucia le speranze. Avvenire fa un gioco di parole: Un brutto clima al G20. Identica scelta per Il Giornale: Brutto clima al G20. Il Quotidiano Nazionale mette insieme i due aspetti: G20, sì alle tasse ai big. Flop sul clima. Per il Domani c’è poco da fidarsi: Vaccini anti Covid ai Paesi poveri. Il G20 promette ma non mantiene. Il Fatto prende in giro la genericità dei buoni propositi: I banal grandi. Il Manifesto allude al luogo di arrivo dei manifestanti anti-summit, che diventa piazza simbolica: Bocca della verità. Cambiano argomento e parlano di pandemia Il Sole 24 Ore: Assunzione per 33mila precari anti Covid. E La Verità: «Non tornano i numeri dei morti di Covid». Libero vorrebbe elezioni anticipate, subito dopo il semestre bianco: Il segreto dei politici per non farci votare.

ROMA CAPUT MUNDI

Col G20 di Roma tornano i grandi summit in presenza. Anche se Putin e Xi si sono solo collegati a distanza. Oggi pomeriggio si chiude il vertice. Per ora c’è intesa sulle tasse, la global minimum tax, e sui vaccini per i Paesi poveri. Non sul clima. La cronaca di Antonello Guerrera per Repubblica.

«Al G20 di Roma, che nel quartiere Eur tra imponenti misure di sicurezza e proteste pacifiche per i vaccini liberi ieri ha accolto Mario Draghi, Joe Biden, Emmanuel Macron e gli altri 17 leader mondiali poi riuniti in una foto di gruppo con sanitari e soccorritori definita «splendida » dall'uscente Angela Merkel, gli sherpa hanno negoziato tutta la notte. Perché ci sono due grossi nodi, da risolvere entro oggi pomeriggio, che non solo rischiano di ridimensionare questo grande evento della politica mondiale finalmente riunita in presenza alla Nuvola di Fuksas definita «opulenta» dal premier canadese Justin Trudeau, ma anche la Cop26, il cruciale vertice sul clima di Glasgow, che parte oggi. I due nodi sono il clima, appunto, e l'energia. Sul primo, dopo il pessimismo delle scorse settimane, i leader proveranno a trovare una vaga sintesi. Certo non una buona premessa per la Cop26. Non a caso, nelle bozze di accordo finale che circolavano già ieri, la formula «azioni immediate » contro le emissioni, presente nelle versioni precedenti, è sostituita da «azioni significative ed efficaci». Saltato anche il riferimento all'obiettivo di emissioni zero entro il 2050, perché la Cina non si schioda dal 2060: nel testo ci dovrebbe essere solo un «entro la metà del secolo». Infine, per l'obiettivo vitale dell'aumento della temperatura limitato a 1,5 gradi nei prossimi decenni, si certifica un impegno collettivo. Ma l'unica vera rassicurazione è stare sotto i due gradi. Insomma, quasi nulla di nuovo rispetto agli accordi di Parigi di sei anni fa. L'altro nodo, strettamente legato al clima, è l'energia, aggravato dalla recente crisi del gas e dall'uso del carbone. Xi Jinping, assente al G20 come Putin «causa crisi Covid», nel suo intervento in video-collegamento non è arretrato e anzi è tornando a sostenere il principio «delle responsabilità comuni, ma differenziate ». Allora si sta provando a convincere l'India, sia da parte italiana che inglese, per magari innescare un effetto domino. Ma il premier Modi, unitosi all'ultimo a Roma, non vuole saperne, a meno di enormi compensazioni finanziarie. E Nuova Delhi non ha presentato un serio piano di emissioni. Risultato: nel comunicato finale del G20 mancherà con molta probabilità la promessa di rinunciare al più presto al carbone. Ma si continua a trattare, almeno per facilitare i colloqui delle prossime due settimane a Glasgow. Ma dal G20 emergono anche note positive. La rivoluzionaria global minimum tax (tassa minima globale) al 15% contro Google, Facebook, Amazon e altri giganti del web è stata vidimata anche dal G20, dopo il G7 e l'Ocse. Soddisfatto Biden, che pure l'avrebbe preferita al 21%: «La nostra diplomazia dà una nuova forma all'economia globale, a favore dei cittadini». Promesse su azioni comuni su ripresa, vaccini («immunizzare il 40% della popolazione mondiale entro il 2021 e il 70% entro il 2022 per superare disparità sconvolgenti », ha detto Draghi) e lotta alla pandemia nei Paesi più poveri. Un apparente disgelo tra Ue e il presidente turco Erdogan dopo le ultime frizioni. E continuano i progressi sulla caduta dei dazi tra Usa, Ue e Regno Unito. Dopo Airbus, Boeing e altri prodotti alimentari, ieri a margine del G20, Ue e Usa, «con grande soddisfazione » di Draghi, hanno trovato un accordo per rimuovere i dazi su acciaio e alluminio fissati al 25% dall'amministrazione Trump. Decisione che, secondo una nota di Palazzo Chigi, «conferma l'ulteriore rafforzamento in atto delle già strette relazioni transatlantiche e il progressivo superamento del protezionismo degli scorsi anni». Ecco dunque l'importanza del multilateralismo, «l'unica risposta possibile», ha ammonito ieri il premier aprendo il summit: «Agire da soli non è un'opzione possibile». E dunque crescita, meno diseguaglianze, sostenibilità: questo, secondo il presidente del Consiglio, deve essere il «nuovo modello economico » grazie ai pacchetti di ripresa post Covid e «ricostruire meglio»: «Tutto il mondo ne beneficerà». Secondo Draghi, dunque, si può guardare al futuro «con più ottimismo». Allo stesso tempo però «non bisogna fare errori», mentre ci si lascia lentamente alle spalle la pandemia. «Anche perché già in passato abbiamo affrontato protezionismo, unilateralismo, nazionalismo».

Il messaggio più importante del G20, come spesso accade, sta tutto nella cosiddetta “photo opportunity” per i media. Lo scatto ufficiale dei partecipanti al vertice. In questo caso Mario Draghi ha voluto che accanto ai grandi della Terra ci fossero medici e sanitari anti-Covid. Lo spiega il Corriere.

«È stato il presidente del Consiglio Mario Draghi a volere come foto simbolo del G20 un'immagine che desse l'idea di un «ponte tra i Grandi della terra e le persone che hanno vissuto l'emergenza della pandemia». E la sua portavoce Paola Ansuini ha trovato il modo di rendere nel migliore dei modi quello che il Covid-19 ha rappresentato per i governi e per i cittadini. L'ha fatto grazie alla collaborazione preziosa del fotografo Filippo Attili e del capo del cerimoniale di Palazzo Chigi Enrico Passaro che hanno riunito nella sede del summit medici e infermieri che hanno vissuto in prima linea e rappresentano l'intero personale sanitario che ovunque ha combattuto contro il virus. «Excellent idea», ha commentato Joe Biden, presidente Usa, dopo essersi fatto un selfie con Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani. Parere condiviso da Angela Merkel. Poi il presidente americano «ci ha ringraziato per il grande lavoro fatto durante la pandemia», ha aggiunto Vaia che ha voluto ringraziare a sua volta il presidente Draghi».

La lotta alla pandemia è una grande metafora della possibile soluzione dei problemi. Non possiamo fare tutto da soli, sostiene Draghi che esalta il multilateralismo. Marco Galluzzo per il Corriere.

«È il padrone di casa, alla sua prova più difficile a livello internazionale cerca un accordo sul clima che possa fare del G20 non solo una vetrina ben riuscita. Anche per questo Mario Draghi si presenta di fronte ai venti leader del summit con un messaggio che è un appello accorato: non possiamo più fare da soli, le sfide globali si affrontano insieme, «il multilateralismo è la migliore risposta ai problemi che affrontiamo oggi. Per molti versi, è l'unica soluzione possibile. Ed è splendido vedervi tutti qui dopo questi anni difficili». È il primo grande vertice in presenza dopo quasi due anni, può essere una tappa verso una ricostruzione delle relazioni internazionali che per il premier italiano non possono non mutare dopo la lezione della pandemia, la crisi economica che ne è seguita, gli effetti globali sulle diseguaglianze che il mondo sta sperimentando. Per questi motivi il leit motiv è incentrato sul concetto di un nuovo multilateralismo: «Dalla pandemia, al cambiamento climatico, a una tassazione giusta ed equa, fare tutto questo da soli, semplicemente, non è un'opzione possibile», rimarca Draghi, che invita i partner a «fare tutto ciò che possiamo per superare le nostre differenze e a riaccendere lo spirito che ci ha portati alla creazione e al rafforzamento di questo consesso». Ed in effetti qualcosa si muove, i 20 leader sono d'accordo nel sottoscrivere l'accordo globale sulla minimum tax per i colossi dell'economia mondiale. Ma si cerca una strada comune anche nella sfida contro la pandemia, una sfida che per Draghi rafforza l'esigenza di «un nuovo modello economico che stiamo costruendo». Gli guastano un pò la festa sia Putin che Xi Jinping che in collegamento da Mosca e Pechino, almeno sul Covid, avanzano le stesse richieste e lanciano le stesse accuse, chiedendo un riconoscimento reciproco dei vaccini e una reale solidarietà internazionale sulle conseguenze della pandemia. Eppure per Draghi sembra filare tutto, la sua avvertenza è che la pandemia non è finita, ma ora «possiamo finalmente guardare al futuro con più ottimismo: campagne vaccinali di successo e azioni coordinate da parte dei governi e delle banche centrali hanno permesso la ripresa dell'economia globale. Molti dei nostri Paesi hanno lanciato dei piani di ripresa per dare impulso alla crescita, ridurre le diseguaglianze, promuovere la sostenibilità. Insieme, stiamo costruendo un nuovo modello, e tutto il mondo ne beneficerà». A margine del vertice Draghi ha più di un bilaterale. Il più delicato è quello con il presidente turco Erdogan: l'esordio del premier («non ci siamo parlati per molto tempo») è anche un modo per superare l'incidente fra Roma ed Ankara di qualche mese fa, quando il premier definì Erdogan un dittatore. Palazzo Chigi fa sapere che è stato «un costruttivo scambio di vedute». Ma anche il faccia a faccia con il premier britannico è significativo: «Ho bisogno del tuo aiuto», gli dice Boris Johnson, sperando che le conclusioni del vertice romano sul clima possano rafforzare i lavori della Cop26 che inizia oggi a Glasgow».

Romano Prodi sul Messaggero sottolinea il valore degli incontri bilaterali:

«La presidenza italiana si è saggiamente dedicata a fare progredire, o a portare a compimento, solo le importanti missioni che potevano avere una condivisa approvazione, come un impegno aggiuntivo nei confronti della fornitura di vaccini contro il Covid ai Paesi in via di sviluppo, un passo avanti nella remissione dei debiti nei loro confronti e, soprattutto, una conferma dell'obbligo di assoggettare le grandi imprese multinazionali a pagare almeno una quota delle loro imposte nei Paesi dove il loro reddito si produce e non in compiacenti paradisi fiscali. Si può obiettare che si tratti di obiettivi in parte già preparati da precedenti processi decisionali, ma il fatto che siano stati precisati e confermati da Paesi che rappresentano l'80% del Pil mondiale e che sono responsabili dell'80% dell'inquinamento del pianeta, irrobustisce la speranza di consolidare nel futuro gli impegni multilaterali. Tali impegni sono stati rafforzati da una particolare caratteristica di questo G20: la messa in atto di un elevatissimo numero di incontri bilaterali che non si sono limitati a diminuire le tensioni o aumentare i momenti di collaborazione unicamente fra i protagonisti dei colloqui stessi. Quando Biden ha discusso con Macron le possibile evoluzioni del processo di difesa comune, quando ha cercato di smussare le tensioni derivate dal famoso contratto dei sottomarini australiani o ha affrontato in modo più consapevole i problemi libici, non ha adempiuto a un compito che interessa solo gli Stati Uniti o la Francia, ma anche il futuro di numerosi altri Paesi. Allo stesso modo l'incontro fra Draghi ed Erdogan è certamente servito non solo a smussare le tensioni verbali intercorse fra i due leader, ma anche a chiarire gli obiettivi e a definire i limiti della politica turca nell'intero mediterraneo, a partire dalla Libia. Il G20 romano ha infine reso palese che l'Italia può ritornare a giocare il ruolo che in passato le spettava, quello di essere un punto di riferimento della politica internazionale, non tanto per la sua forza militare quanto per un'autorevole capacità di mediazione. Tutto questo è stato reso possibile anche per il modo, fino ad ora impeccabile, con cui il nostro governo ha gestito il vertice. Si è molto insistito che questo ruolo sia stato favorito dalla fine del lungo potere della cancelliera tedesca. Credo invece che sia contato molto di più il fatto che la buona gestione del G20 sia stata accompagnata dai positivi risultati del governo Draghi, con un tasso di crescita del nostro Paese al di sopra di ogni attesa e un messaggio di stabilità che non si percepiva da tempo. Tutto questo, unito alla dimostrazione che l'Italia persegue con coerenza l'obiettivo di difendere il dialogo e il multilateralismo, in un periodo in cui queste virtù positive sono messe pesantemente in crisi, non potrà che esercitare un'influenza positiva sul nostro futuro».

Sui giornali non mancano però le critiche al summit. Secondo Libero “il G20 romano sarà solo un autogol per l'Italia”. La stretta sulle emissioni si farà, anche se poi la applicheremo noi europei e non chi inquina davvero (come Cina e India). Scrive Sandro Iacometti:

«Per l'Italia potrebbe essere una fregatura. Il fantasmagorico summit di Roma, il primo dopo due anni che si svolge in presenza, con un'ammucchiata di leader e capi di Stato e un affollamento di first lady che non si vedeva da tempo, alla fine è sempre il solito G20, pieno di altisonanti e roboanti impegni, che difficilmente troveranno applicazione concreta. Un po' per la vaghezza (il multilateralismo, la cooperazione internazionale, l'attenzione ai Paesi più vulnerabili), un po', come nel caso della global minum tax, per la difficoltà di trasformare in leggi nazionali accordi di massima presi a livello mondiale. Ma oltre ad essere il G20 dell'emergenza sanitaria e della ripresa post pandemica, questo è anche il G20 del clima. E qui le cose cambiano. Su questo terreno, purtroppo, le promesse irrealizzabili e i cuori gettati oltre l'ostacolo producono anche effetti concreti, come quelli che stiamo vivendo in questi mesi in Europa, e soprattutto in Italia, per colpa della crisi energetica. Qualcuno, come il premier francese Emmanuel Macron, ha provato a buttare lì la proposta pragmatica e sensata di un coordinamento mondiale sul controllo dei prezzi. Ma al G20 si parla solo di nobili ideali e magnifici traguardi. Quindi lo sguardo resta puntato, irrazionalmente, su quel contenimento dell'aumento del riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi rispetto al periodo preindustriale e sull'azzeramento totale dei gas serra entro il 2050. Una missione suicida che, ed ecco il bello, la Ue, con noi a ruota, ha deciso di mettere in atto pure se nessuno la seguirà. Anche senza il contributo dei principali inquinatori del pianeta, come Cina e India, che ieri hanno fatto chiaramente capire che questo non è proprio il momento più adatto per pensare all'ambiente. Xi Jinping, che non è esattamente uno stupido, ha detto che le questioni ambientali sono importantissime e bellissime, ma sono i Paesi sviluppati (Cina e India sono ancora considerate economie "emergenti") che devono dare l'esempio, riducendo per primi le emissioni. Giusto. Ma se l'Europa, che produce solo il 9% dell'inquinamento mondiale, azzera la sua Co2, che aiuto potrà mai dare al pianeta? Nessuno lo sa, ma indietro non si torna».

PROTESTE PACIFICHE IN PIAZZA

«Voi la malattia, noi la cura. Voi il G20, noi il futuro. Stop ai brevetti, vaccino diritto globale», questo uno degli slogan della manifestazione che ieri nella Capitale si è mossa dalla Piramide alla Bocca della Verità. La cronaca del Messaggero a cura di Marco Pasqua e Flaminia Savelli.

«A tre settimane di distanza dalla ferita provocata dalla guerriglia anti-Cgil firmata Forza Nuova, No Vax e ultras, la Capitale, nel primo giorno di vertice del G20, può tirare un sospiro di sollievo. La Questura, infatti, supera l'esame dell'ordine pubblico anche se il sabato vissuto dai romani entrerà di diritto in quelli peggiori, dal punto di vista della vivibilità. Perché l'intera giornata è stata segnata dalle zone rosse, che hanno trasformato la città in un potenziale teatro di scontri e disordini (da evitare), e, di conseguenza, dai disagi. A partire da quelli che ieri mattina, sono stati provocati dai blitz, firmato dai centri sociali, sulla Cristoforo Colombo, con tanto di blocco del traffico. Lavoratori e cittadini hanno tentato di passare, ma è servito l'intervento (fermo, ma senza alcuna tensione) delle forze dell'ordine per ripristinare la circolazione su un'arteria già interessata da deviazioni e chiusure. E poi, il pomeriggio, ecco le due manifestazioni clou che hanno, di fatto, paralizzato due quadranti: quella di San Giovanni (statica) e, poi quella, con corteo, da Piramide alla Bocca della Verità. E proprio quest' ultima era quella che, sulla carta, preoccupava di più la Questura. Che, però, aveva messo in campo un numero impressionante di agenti in divisa e, soprattutto, in borghese. E che l'evento fosse tra quelli più caldi lo testimoniava anche la presenza, dello stesso capo della Digos, Giampietro Lionetti, che, con i suoi uomini, insieme a quelli del reparto informativo dei carabinieri, ha garantito che tutto filasse liscio. Nonostante la presenza, a partire dalle 14.30, di anarchici, ma anche di numerosi esponenti dei centri sociali alcuni capitanati da Nunzio D'Erme e da antagonisti arrivati dal Nord Italia. A dimostrazione del fatto che l'attenzione su questi mondi fosse altissima, i carabinieri hanno individuato, prima della partenza del corteo, in via Ostiense, 4 antagonisti tedeschi, ospitati dal centro sociale Acrobax, con gli zainetti pieni di bombolette spray. Oltre 10 i pullman arrivati da tutta Italia (e filtrati dalle forze dell'ordine). Nessun momento di tensione durante il corteo a parte un'auto dei vigili colpita da una bottiglia e neanche alla fine quando, i manifestanti per la Questura 5mila - arrivati a piazza Bocca della Verità, hanno chiesto di poter tornare a Piramide, sempre passando per via Marmorata. A guidare il corteo, i giovani ambientalisti di Fridays for Future, e poi, a seguire, i Cobas, i Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), e poi tanti lavoratori: i più arrabbiati erano quelli della Gkn di Firenze e di Whirlpool, che, a sentire gli slogan, avrebbero voluto sfilare contro il Mise, più che contro i Grandi del mondo. «Siamo venuti a riprenderci il nostro futuro», le parole degli organizzatori dal palco. Tanti gli striscioni in piazza pro vaccini e contro l'«apartheid vaccinale». «Stop brevetti, vaccino diritto globale. No profit on pandemic», si leggeva su un cartello. Cori e slogan contro il governo Draghi. Slogan contro il governo anche a piazza San Giovanni, dove in 200 si sono incontrati per il sit in organizzato dagli attivisti del Partito Comunista. Bandiere, fischietti e striscioni: No Draghi, il governo delle banche. Tutto il perimetro della piazza è stato blindato durante l'incontro. Per oltre due ore i partecipanti si sono confrontati sul palco allestito davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano. Una folla ordinata ma infervorata: «Oggi questa piazza fa finire la luna di miele di Draghi col popolo italiano, perché inizia la manovra finanziaria che fa ridere i banchieri, sorridere le multinazionali ha dichiarato dal palco Marco Rizzo, il segretario del partito - i giovani vedranno l'età pensionabile sempre più alta, i lavoratori vengono privati dello stipendio con il green pass». Quindi è stata la volta degli insegnanti precari: «Siamo 60 mila fantasmi per questa politica», hanno urlato dai megafoni».

DOPO VENT’ANNI UN LEADER INDIANO DAL PAPA

Importante bilaterale anche in Vaticano, a margine del vertice dei Grandi. Dopo 21 anni un leader indiano è stato in udienza dal Papa. Alla fine di un lungo colloquio c’è stato un abbraccio tra il primo ministro indiano Narendra Modi e Francesco. E Modi ha confermato: l'ho invitato a venire in India. Gianni Cardinale per Avvenire.

«Visita significativa e importante, quella compiuta ieri in Vaticano dal primo ministro indiano Narendra Modi, esponente del partito nazionalista indù Bjp, che al suo interno una forte componente fondamentalista e anticristiana. Era dal lontano 2000 che un premier di New Delhi non incontrava un Pontefice. Papa Francesco poi in passato aveva pubblicamente espresso il desiderio di visitare l'India, ma questo desiderio non si è potuto ancora realizzare perché, nonostante l'insistente richiesta delle Chiese locali, non era mai arrivata in Vaticano un invito formale da parte delle autorità governative. Ora, con questa visita, sembra che almeno su questo punto ci sia una svolta. Uscito dal Palazzo apostolico Modi ha infatti twittato in tono quasi trionfale: «Ho avuto un un incontro molto caloroso (very warm) con Papa Francesco. Ho avuto l'opportunità di discutere con lui una vasta gamma di questioni e l'ho anche invitato a visitare l'India». L'udienza di Modi con Francesco è durata 55 minuti, dalle 8.25 alle 9.20, ben oltre i 30 previsti. E questo è andato a scapito del successivo incontro in prima Loggia con i vertici della Segreteria di Stato, il cardinale Pietro Parolin e l'arcivescovo Paul Richard Gallagher. In questa «breve conversazione», ha informato un particolarmente scarno comunicato della Stampa vaticana, «ci si è soffermati sui cordiali rapporti intercorrenti tra la Santa Sede e l'India». Nell'intervista concessa sul volo di ritorno dall'Azerbaigian, il 2 ottobre 2016, il Papa si disse «quasi sicuro» di viaggiare in India e Bangladesh. Ma non se ne fece nulla, perché nonostante cenni di disponibilità esposti verbalmente non arrivò mai un invito formale, in scriptis, da parte delle autorità governative. Tanto che alla fine il viaggio si fece in Bangladesh e Myanmar dal 26 novembre al 2 dicembre 2017. Lo scorso 19 gennaio i tre cardinali indiani in attività (il malabarese George Alencherry, Oswald Gracias di Mumbai e il malankarese Isaac Cleemis Thottunkal) si erano recati in udienza da Modi per chiedergli di invitare il Papa. Lui rispose che avrebbe preso «presto» una decisione. Ora l'invito via tweet dovrà essere ovviamente perfezionato con una comunicazione formale per iscritto. Al momento dello scambio dei doni, Modi ha ha portato al Papa un candelabro di argento e un volume sull'impegno a favore dell'ambiente. Francesco ha ricambiato con una formella in bronzo con la scritta "Il deserto diventerà un giardino", volumi dei documenti papali (Laudato si' e Querida Amazonia), i testi del messaggio per la Giornata mondiale per la pace di quest' anno e del documento sulla Fratellanza Umana, firmato nel 2019 ad Abu Dhabi col Grande imam di Al-Azhar. Come rileva Asia News «al di là della differenza di accenti», rimane il fatto che nel Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo 2021, pubblicato da Aiuto alla Chiesa che Soffre l'India è definita «il caso più eclatante» di violazione della libertà religiosa (peraltro prevista dall'articolo 25 della Costituzione indiana) e sono frequenti i casi anche di violenza anticristiana. Anche Vatican News, nel dare notizia dell'udienza, ricorda che «in un contesto in cui si registrano anche violenze anticristiane, la Conferenza episcopale indiana ha sempre cercato il dialogo con il governo per il bene del Paese». Comunque i vertici della Chiesa indiana manifestano la loro soddisfazione per l'incontro. «Molto contento» si è detto, in una dichiarazione ad AsiaNews, il cardinale Gracias, che è anche presidente della Catholic Bishops' Conference of India (Cbci), la Conferenza che riunisce i vescovi indiani di tutti e tre i riti (latino, malabarese e malankarese). Per il porporato l'incontro «farà bene alla Chiesa cattolica, all'India e allo stesso Primo Ministro Modi». «È importante - ha aggiunto - che la Chiesa e il Governo lavorino insieme. So che questo è anche ciò che vuole il Santo Padre». Gracias si è detto anche «felicissimo » per l'invito al Pontefice di visitare l'India. «Il Santo Padre - ha detto Gracias - mi ha sempre detto del suo desiderio di venire. Papa Francesco sarà felice di vedere la fede delle persone e la spiritualità delle persone di altri fedi. La diversità e la cultura di noi indiani toccheranno il cuore del Santo Padre... Questo sarà molto buono per tutti i popoli della nostra amata madrepatria India e il Papa sarà accolto da popoli di tutte le fedi».

VACANZE ROMANE

Grande occasione di immagini e cartoline su una Roma che si è presentata nella più classica delle sue giornate di sole d’ottobre. I giornali (anche d’informazione) sembrano stamattina dei tabloid tante sono le foto pubblicate. I leader e le loro consorti si sono dedicati a shopping, trattorie e gite al Colosseo. In serata cena al Quirinale, ospite il principe Carlo. La cronaca del Giornale a cura di Massimiliano Scafi.

«Boris? Dove sei Boris?», dice Draghi guardandosi intorno. Sparito. Sono tutti pronti alla Nuvola per la foto di gruppo del G20, tutti in posa insieme ai medici, agli infermieri, agli uomini della Croce Rossa che hanno lottano con il Covid. Manca solo Johnson, il solito birbante: chissà, scherzano gli altri leader, gli piace nuotare, sarà andato a fare il bagno nel Tevere. No, sta chiacchierando con Trudeau. «Eccomi», si scusa lui prima di prendere posto tra le risate. Boris c'è. Chi manca davvero, oltre a Putin, è Xi Jinping, e si tratta di un'assenza rumorosa, visto che in un modo o nell'altro la Cina è al centro di ogni dossier. E quando Xi si collega da Pechino per frenare sul clima, la sua voce metallica, un po' gracchiante, sembra arrivare da un altro pianeta, distante, ovattato, rarefatto. Niente a che vedere con l'esuberanza di BoJo, appassionato di storia romana, che dopo una cena con la sua Carrie a base di burrata e pajata, in mattinata si è fatto aprire il Colosseo per una visita privata. O con la voglia di struscio di Jair Bolsonaro, che come passione ha il prosciutto e quindi ha snobbato le Terme di Diocleziano per un giro delle salumerie del centro: Pantheon, Fontana di Trevi, un morso al panino e un selfie. Molto più chic invece Brigitte Macron, che l'altra sera ha trascinato Jill Biden in un ristorante di via Ripetta per due tartine al tartufo e un bicchiere di Sauvignon. «Due amiche insieme per Roma, che bello! - ha detto la first lady - Amiamo l'Italia, siamo come due sorelle». (…) Insomma, benvenuti a Roma, al vertice della normalità. «È bello vedervi. A circa due anni dall'inizio della pandemia - dice Mario Draghi aprendo i lavori - finalmente ci possiamo incontrare e guardare al futuro con maggiore ottimismo». Biden e Johnson hanno elogiato il lavoro preparatorio italiano. «Wonderful job». Ecco il successo, al di là dei passi avanti sui vaccini, il clima e la minimum tax, sta proprio nella celebrazione fisica del summit, del suo rilancio come camera di compensazione globale. Strette di mano: pure Ursula von der Leyen prende quella di Erdogan che l'aveva lasciata in piedi e solo Modi preferisce dare di gomito. Il G20 delle mogli (e un paio di mariti). I bilaterali. Gli incontri riservati. Si litiga, si trama, si cercano alleanze. Si torna a fare politica perché, dice Draghi, «il multilateralismo e l'unica risposta possibile». Così capita che, mentre Biden si scusa con Macron per lo schiaffo dei sommergibili, il premier italiano riceva Erdogan che aveva definito dittatore. E mentre Johnson polemizza con i francesi e tutta la Ue su questioni di pesca, le first lady si godono la giornata di sole. Serena Cappello, moglie di Draghi le accoglie a Villa Caffarelli, le porta al Colosseo, poi al Casinò del Bel Respiro di Villa Pamphilj, poi ancora alla Cappella Sistina, per confluire infine con i mariti alle Terme di Diocleziano. Gran cenone al Quirinale con ospite a sorpresa, il principe Carlo. L'ha invitato SuperMario.».

DDL ZAN, PARLA IL TITOLARE

Sullo stop al Ddl, ieri Repubblica aveva stampato una lettera di Matteo Renzi. Oggi tocca ad Alessandro Zan, deputato del Pd, padre della legge che porta il suo nome, rispondere. Scrive: La mia legge è stata tradita da chi voleva trattare con gli alleati di Orbán.

«Caro direttore, ieri sono stato in un liceo di Oristano. Con ragazze e ragazzi ho parlato di diritti, democrazia, responsabilità. Per me una boccata d'ossigeno. E sì, ho dovuto spiegare perché i senatori esultavano come in uno stadio per la sconfitta di una norma anti-discriminatoria. Avevano voglia di capire, avevano bisogno di capire. Il ddl Zan è stato più dell'ennesimo tentativo (il sesto dal 1996 a oggi) di dare all'Italia una legge contro i crimini d'odio: questi due anni sono stati un percorso di educazione alla democrazia per una generazione abituata a percepire il proprio destino lontano dalle istituzioni. Il tatticismo di chi, come Matteo Renzi, ha sostenuto la legge alla Camera per poi metterla in discussione e farla morire al Senato non ha solo fatto vergognare l'Italia, ma ha anche nutrito la delusione cronica di ragazze e ragazzi che avvertono la politica come una pratica lontana, distante, aliena. Ai liceali che ho incontrato ieri avrei voluto parlare di diritti, di futuro, di emancipazione e dignità. Invece ho dovuto spiegare sotterfugi e bugie, raccontare la sfortuna di una legge di civiltà incastrata nei giochi per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Il senatore Renzi ci accusa di populismo, ma non tutto quello che è popolare è populista. Non tutto quello che sta a cuore ai cittadini è populista. La verità è che chi diceva di voler mediare in realtà mirava a cancellare l'identità di genere, ovvero escludere le persone trans da ogni tutela. La nostra fermezza non era per inseguire il consenso, ma per non lasciare indietro una delle comunità più vulnerabili e marginalizzate. Il presidente Biden ha detto che la loro protezione rappresenta l'equivalente dei diritti civili del nostro tempo. Se Renzi ha voglia di conoscere il populismo, può guardare alla Polonia o all'Ungheria dove Orbán - i cui alleati italiani sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, con i quali Renzi suggeriva di trattare - ha compresso prima le libertà civili e poi quelle democratiche. Sono stato al Pride di Budapest, capitale di un paese dove essere persona lgbt+ significa avere paura. Italia Viva chiedeva una mediazione con chi ha le stesse idee di Orbàn, ed è con loro che ha scelto di stare. Siamo grati alla stagione che ci ha dato le unioni civili, saremmo altrettanto grati se non ci fossero ogni volta ricordate come una magnanima concessione, come se dovessimo imparare ad accontentarci, a stare al nostro posto in attesa della prossima congiuntura favorevole, che potrebbe benissimo arrivare tra una generazione. Il ddl Zan uscito dalla Camera è stato il frutto di tante mediazioni, molte delle quali proposte proprio da Iv, ed eravamo disposti a raggiungere altre mediazioni. Quel che non avremmo potuto accettare era approvare una legge discriminatoria. Siamo andati sotto al Senato non perché non conosciamo la matematica, ma perché avevamo riposto fiducia in certi nostri compagni di strada. Fiducia forse mal riposta, ma ampiamente compensata dall'entusiasmo delle centinaia di migliaia di persone che in questi giorni riempiono le piazze italiane. Continueremo a portare la loro voce in Parlamento».

MANOVRA, MOBILITAZIONE SOFT DEI SINDACATI

Vertice ieri sulla manovra di Bilancio fra Landini, Sbarra e Bombardieri, che per ora hanno optato per iniziative regionali e di categoria. Enrico Marro per il Corriere.

«Cgil, Cisl e Uil avviano un percorso di mobilitazione contro la manovra, per ora limitato a iniziative a livello regionale e di categoria. Nelle prossime settimane le tre confederazioni faranno il punto per vedere se inasprire la lotta con una manifestazione nazionale (per ora non si parla di sciopero). Queste le decisioni prese ieri in un vertice in videoconferenza tra i segretari generali Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Dunque un inizio di mobilitazione morbido. «La mobilitazione - spiega Bombardieri - deve durare un giorno di più del percorso parlamentare della legge di Bilancio». Dipenderà quindi dalle eventuali modifiche, in particolare sulle pensioni, e soprattutto da come il governo deciderà di distribuire gli 8 miliardi per la riduzione delle tasse, l'inasprirsi o meno dello scontro. Come ha osservato ieri anche il presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, che pure dà un giudizio positivo sul carattere espansivo della prima manovra Draghi, la «vera sfida saranno le norme attuative». Nel vertice di ieri mattina i tre leader sindacali hanno parlato anche della mossa a sorpresa decisa qualche giorno fa dalla Fiom (metalmeccanici Cgil) che ha indetto 8 ore di sciopero in data da definire, senza concordarle con gli altri due sindacati di categoria (Fim e Uilm), che hanno immediatamente bocciato l'iniziativa. Che ha irritato anche Sbarra e Bombardieri e ha creato problemi allo stesso Landini. Se la Fiom voleva condizionare la linea del segretario della Cgil, l'effetto è stato contrario. Come sottolinea Sbarra, la mobilitazione per gradi è stata decisa ieri «unitariamente». Per ora la palla passa alle strutture territoriali e alle categorie. Gli edili hanno già in programma una manifestazione unitaria a Roma il 13 novembre, i tre sindacati dei pensionati riuniranno invece, sempre nella capitale, gli attivi unitari il 17 novembre, con la partecipazione di Landini, Sbarra e Bombardieri. Quanto ai metalmeccanici, i segretari di Fim e Uilm, Roberto Benaglia e Rocco Palombella hanno già bocciato lo sciopero Fiom. Criticato ieri anche da Bonomi: «Scioperare in questo momento è la strada sbagliata».

5 STELLE, CONTE E I TG. DI BATTISTA IN CAMPO.

Giuseppe Conte è preoccupato della comunicazione pubblica del nuovo corso del Movimento. Così ha deciso che ai TG parlano solo i suoi cinque vice.

«Le prime mosse, la prima sfida (interna) e le tensioni (sempre) al livello di guardia. Giuseppe Conte inizia a tratteggiare la fisionomia dei «suoi» Cinque Stelle. E lo fa a partire dalla front-line, dai volti che andranno in tv a rappresentare il nuovo corso del Movimento. Il leader ha scelto i suoi cinque vice per dare voce al M5S nei tg. L'idea è quella di creare un'amalgama per la linea comunicativa, dando più chiarezza e incisività: una stretta che è anche un modo per dare compattezza mediatica prima di passaggi cruciali. Appena si è diffusa la notizia però sono partite anche le prime, numerose lamentele da parte del gruppo parlamentare. «Perché solo loro?», dicono alcuni esponenti M5S. E c'è chi sottolinea: «A che titolo andranno in tv? Per ora non c'è stata nessuna ratifica sul loro ruolo. Quando sarà?». C'è chi fa notare che uno dei vice, Riccardo Ricciardi, dovrebbe contestualmente lasciare il ruolo di vice a Montecitorio. E proprio la partita sui capogruppo si preannuncia come la prima sfida (politica) interna per il nuovo presidente. Una sfida che avrà un primo tempo già nei prossimi giorni. Tra mercoledì e giovedì si sceglierà il capogruppo a Palazzo Madama. Il favorito è il contiano Ettore Licheri, che attualmente ricopre l'incarico. A contendergli il ruolo nel direttivo Maria Domenica Castellone, che ha in mente una squadra al femminile e che all'Adnkronos ha precisato: «Non c'è nessuno scontro con Licheri, non siamo antagonisti». «Chi si aspettava faide rimane a bocca asciutta», precisano fonti parlamentari. Ma in realtà la candidatura di Castellone si preannuncia come una sorta di magnete per i delusi dalla nuova fase contiana, che puntano a contarsi. «I senatori sono 74: se Castellone passa i 25 voti è un campanello d'allarme, se supera quota 30 è una sirena», dice un pentastellato. Nel gruppo, inoltre, si inizia a discutere della riforma della legge elettorale, un tema che è strettamente legato alle chance di rielezione dei parlamentari. Il Movimento è diviso in varie anime e unito su un solo punto: «Non vogliamo essere il rimorchio del Pd». C'è chi preme per un ritorno al proporzionale (spinto inizialmente proprio dal M5S) per due motivi: non vuole trovarsi a sostenere in una parte degli uninominali figure come Calenda o Renzi e i loro fedelissimi e chi, come i contiani, per avere una campagna elettorale «più libera». Una minoranza, invece, si stringe attorno al maggioritario».

Alessandro Di Battista riparte da Siena e lancia una sua iniziativa. Tommaso Rodano sul Fatto.

«Se non è una discesa in campo, poco ci manca. Alessandro Di Battista riparte da Siena, dai guai del sistema bancario e dall'agonia senza fine del Monte dei Paschi. Una scelta che richiama le incursioni corsare di Beppe Grillo negli anni d'oro dei Cinque Stelle, 2013 e 2014, quando ogni assemblea di Palazzo Salimbeni diventava uno show. Quel Movimento non c'è più e Di Battista non ne nasconde la nostalgia, né l'ambizione di contenderne l'eredità: "Sono e sarò per sempre grillino", dice. A Siena lancia il suo tour "Su la testa": per adesso è una campagna di "opposizione extraparlamentare" visto che l'opposizione al governo Draghi "in Italia non esiste, pure la Meloni lo vuole portare al Quirinale". Che forma prenderà l'inquietudine dell'ex deputato grillino, non lo sa ancora nemmeno lui, ma c'è più di una mezza idea. Un partito? "Sono consapevole che c'è uno spazio politico, lasciato sguarnito dal Movimento Cinque Stelle attuale, che ha bisogno di essere rappresentato. Vedremo. Dipende anche dall'entusiasmo che troverò durante questi incontri". A Siena la risposta è positiva, anche se Di Battista è stato prudente: per il suo primo evento ha scelto una sala da 150 posti, che sono andati rapidamente esauriti (la selezione degli accrediti è stata affidata alla "vecchia" piattaforma Rousseau). Più di qualcuno è rimasto fuori, ma per prendere le misure del reale interesse attorno alla sua iniziativa bisognerà vedere se saprà riempire palcoscenici più grandi: "Questa è la data zero - dice -. Presto torneremo in piazza". Con lui c'è l'ex sottosegretario Alessio Villarosa, altro esule del M5S ("Di loro stasera non voglio parlare"). Il primo intervento è dell'avvocato Paolo Emilio Falaschi, piccolo azionista di Mps. Insieme a Villarosa ricostruisce la storia dei disastri della finanza pubblica e privata che hanno massacrato la terza banca italiana. Interviene da remoto anche Tomaso Montanari, che a Siena è rettore dell'Università per Stranieri: "Ho un ruolo istituzionale e non posso prendere posizioni di parte, ma da cittadino sono molto contento di partecipare a un'iniziativa in cui si parla di beni pubblici e beni comuni". Nel pubblico c'è Carolina Orlandi, figlia di David Rossi, il dirigente di Mps morto suicida (secondo la contestata versione ufficiale uscita dai tribunali). Di Battista esordisce leggendo un cartellone mostrato da una persona in platea: "Ciao David". Ringrazia i familiari presenti: "Sono profondamente convinto che non si sia suicidato". Poi spiega ancora le prospettive del suo impegno. La direzione sembra chiara: "A me non manca il palazzo, mi manca la politica. Non potevo non lasciare il Movimento Cinque Stelle". Scatta l'applauso più convinto. "Mi è costato molto anche sul piano personale, mi ha fatto perdere degli amici, che all'improvviso mi hanno ritrovato oltre la linea del nemico. Ma il Movimento non esiste più e non voglio dargliela vinta. Vediamo cosa riusciamo a fare, come va questo tour. Vediamo la partecipazione". Segue la chiamata alle armi: "Vi chiedo una mano e un supporto per organizzarci, se questa iniziativa dovesse davvero crescere, immaginate che genere di attacchi potranno arrivare. Ma ora ho le spalle più larghe". Nei confronti di Giuseppe Conte mantiene parole gentili: "È stato sostituito con Draghi per la debolezza della politica e per la forza dei poteri antidemocratici. Ad anticiparmi questa operazione fu un attuale ministro di Draghi nell'estate del 2020. L'esecutivo di Conte aveva dei limiti, sapete che non ero un grande fan, ma almeno era un governo politico e aveva una sensibilità sociale". Con lui - garantisce - "il rapporto è sempre buono". Ma la sfida è lanciata. Quella di Di Battista non è un'"opa ostile", per restare in tema finanziario: è un'opa e basta. Quante "azioni" grilline sia in grado di contendere, lo diranno i prossimi mesi».

CENTRO DESTRA, MICHETTI LASCIA

Nel centro destra epilogo non proprio felicissimo delle candidature civiche. Enrico Michetti ha annunciato ieri in un post su FB (roba da boomer ormai) che non entrerà in consiglio comunale. Lega e Fi all'attacco. Giuseppe Alberto Falci per il Corriere.

«Giovedì pomeriggio Enrico Michetti confida ad alcuni amici: «Non me la sento di stare in consiglio comunale». A quel punto c'è chi cerca di fargli cambiare idea, di dissuaderlo: «Enrì, aspetta: prova sei mesi e poi decidi... Innescheresti solo ulteriori polemiche». Non c'è verso, però. L'avvocato amministrativista non intende recedere: «No, no, basta...». La scelta dunque di non indossare la maglia di consigliere capitolino è fatta. Il confronto con il suo staff porta al post di Facebook di ieri. Nel testo non si troverà traccia dei malumori delle scorse settimane, degli scontri con gli alleati di coalizione per la sua campagna incentrata sull'antica Roma. «La mia decisione di dimettermi - argomenta - nasce dalla sempre più pressante consapevolezza dell'importanza di continuare ad assicurare in via prioritaria la formazione, l'aggiornamento e l'assistenza ad amministratori e funzionari pubblici». E ancora: «In tal modo - anche nella qualità di presidente della Fondazione Gazzetta amministrativa della Repubblica italiana - potrò continuare ad offrire un contributo civico alla buona amministrazione, indubbiamente superiore rispetto a quanto potrei garantire ove assumessi il ruolo politico di consigliere di opposizione». Dopodiché l'aspirante sindaco della Capitale ringrazia tutti quelli che lo hanno sostenuto, e assicura di essere «a disposizione di Roma Capitale per quelle che sono le mie specifiche competenze». Non aggiunge altro. Si conclude così la discesa in campo di questo avvocato amministrativista, ai più sconosciuto, scelto da Giorgia Meloni per la corsa al Campidoglio dopo il no di Guido Bertolaso, finito sotto i riflettori per le uscite radiofoniche sulla Shoah e i soccorritori di Rigopiano e poi ancora per una serie di gaffe. Cui poi si aggiunge una fascinazione per Roma Caput mundi, dimenticando le ragioni per cui era stato scelto: la pulizia della città, il nodo dei trasporti. Ma lui non riesce a trattenersi: «Riporterò Roma a essere la città dei Cesari, dei grandi papi, della cultura, della scienza». E ancora: «Nessuna civiltà è stata pari a quella di Roma, che dopo Giulio Cesare sembrava tutto finito, poi è arrivato Ottaviano Augusto». Anche gli antichi egizi finiscono nel mirino: «I grandi Cesari e i papi non avrebbero mai costruito le piramidi perché non erano di pubblica utilità, costruivano ponti, strade, acquedotti, anfiteatri per il benessere dei cittadini». Tutto finito, adesso. Lascia lo scranno al primo dei non eletti di Fratelli d'Italia, Federico Rocca. E torna ad indossare i panni del tecnico. Al più animerà Radio Radio. Tuttavia la sua non è un'uscita indolore. Non a caso Maurizio Gasparri, alto dirigente di Forza Italia, si dice sorpreso: «Francamente non ci pare una scelta rispettosa degli elettori e delle forze politiche che gli sono state accanto». Anche la Lega borbotta. «Non si può essere credibili se dopo aver perso una battaglia ci si ritira» affonda la deputata del Carroccio Barbara Saltamartini. Di parere avverso la meloniana Rachele Mussolini: «Ha scelto con senso responsabilità». Esplode la coalizione di centrodestra. «Non sappiamo se siano peggio le dimissioni di Michetti, nemmeno comunicate, o le imbarazzanti dichiarazioni di chi cerca di difendere questa fuga dal Campidoglio» sbotta in una nota il coordinamento romano degli azzurri. In tutto questo Michetti non si scompone, si tiene a distanza dall'ultima polemica che lo riguarda. E con i suoi amici tira un sospiro di sollievo e dice: «Torno al mio lavoro e di sicuro nessuno mi darà più del fascista. Io sono un democristiano».

VIRUS, IL MISTERO DELLA RECRUDESCENZA

Non è chiaro perché ma il virus, dicono i numeri dell’Iss, è ripartito. Il caso di Trieste, eletta capitale dai No Vax, fa pensare alla responsabilità di chi non è vaccinato. Ma non basta a spiegare una ripresa generalizzata del contagio in tutte le regioni. Michele Bocci per Repubblica.

«È successo raramente che i ricoveri per Covid crescessero allo stesso ritmo, se non più velocemente delle infezioni. Di solito, ad esempio alla fine dell'estate 2020, si osservava la curva dei nuovi casi salire per la diffusione del virus tra i giovani e poi, dopo due o tre settimane, si vedevano i letti ospedalieri riempirsi perché i ragazzi avevano contagiato nonni e genitori. Questa volta no. L'Rt dei ricoveri, stimato dall'Istituto superiore di sanità nell'ultima Cabina di regia è già sopra la soglia di 1, cioè a 1,13. Il dato calcola quanto cresce di settimana in settimana il numero delle persone che hanno bisogno dell'assistenza ospedaliera. Se erano 100, diventano dopo sette giorni 113. L'Rt dei casi sintomatici comunicato venerdì è più basso, cioè 0,96, ma la previsione è che salga a 1,14. Si osserva quindi una crescita praticamente contemporanea. Cosa sta succedendo? Intanto l'Istituto superiore di sanità ieri ha reso noto che con l'incidenza che è salita in tutte le fasce di età, il 24% dei casi sono stati diagnosticati tra under 20, e oltre la metà (il 54%) tra chi non è vaccinabile, cioè gli under 12. Ma queste persone non vanno in ospedale. Quindi così non si spiega la crescita dei ricoveri. Gli esperti si arrovellano per capire come mai la pandemia sta riprendendo. Può essere l'effetto (un po' ritardato) dell'apertura delle scuole, come delle differenze di copertura vaccinale tra le Regioni o addirittura delle manifestazioni di piazza (lo suggerisce il caso Trieste). Ma la crescita è abbastanza omogenea tra le Regioni. Poi c'è l'elemento autunno, che porta le persone a stare negli spazi al chiuso, dove il contagio è più facile. Qualunque sia la ragione, gli ospedali vedono di nuovo un aumento dei malati. I ricoveri totali ieri erano 3.053, cioè oltre il 9% in più di quelli del sabato precedente. Inferiore l'aumento dell'occupazione delle terapie intensive. Prova a spiegare cosa sta accadendo Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società di malattie infettive e primario a Tor Vergata. «La situazione ci deve un po' preoccupare. Noi diciamo sempre che i vaccinati non fanno la malattia grave e questo è vero in termini assoluti ma non sempre nei casi specifici. Purtroppo qualche vaccinato con due dosi fragile sta iniziando ad arrivare in ospedale. Il numero non è alto ma dobbiamo stare attenti e soprattutto procedere con le terze dosi. allargandole in modo abbastanza rapido e generalizzato. Forse l'attesa di sei mesi dalla seconda è troppo lunga». Il calo delle coperture potrebbe giocare un ruolo nella crescita dei ricoveri. Andreoni spiega che «se lasciamo circolare troppo, questo virus si diffonde di nuovo. Dobbiamo ridurre i non vaccinati, fare le terze dosi ma anche continuare con le misure di contenimento». Nel rapporto settimanale dell'Istituto superiore di sanità però l'indebolimento dei vaccini ancora non si osserva. «Resta elevata l'efficacia vaccinale nel prevenire l'ospedalizzazione (92%), il ricovero in terapia intensiva (95%) o il decesso (91%) nella fase epidemica con variante Delta prevalente», è scritto nel documento. Tra i ricoverati sono più numerosi coloro che non hanno fatto la vaccinazione, anche se in tutte le fasce di età le persone che completato il ciclo di protezione sono molte di più (tra il 67 e l'87% del totale). Fanno eccezione gli ultra ottantenni ma in questa categoria i vaccinati sono 4.2 milioni contro 240mila. Per questo motivo gli anziani ricoverati che hanno ricevuto le somministrazioni sono più di quelli che non le hanno fatte. E infatti se si calcola il tasso di ospedalizzazione, cioè i ricoveri ogni 100mila abitanti, in questa fascia di età «si evidenzia come questo sia circa sette volte più alto per i non vaccinati rispetto ai vaccinati con ciclo completo». La stessa proporzione vale anche per i ricoveri in terapia intensiva, mentre il dato dei decessi è addirittura undici volte più alto nei non vaccinati rispetto ai vaccinati con ciclo completo».

AFGHANISTAN, UNA ONG AGGIRA I DIVIETI

Con 2.400 volontari disseminati in molte province, la Ong Pen Path «aggira» i divieti dei Talebani e offre la possibilità di studiare anche alle ragazze. Francesca Ghirardelli per Avvenire

«Sono tempi duri, carichi di rischi e insidie, eppure fra i banchi di scuola o tra pile di libri a casa, con l'aiuto della rete là dove Internet arriva, in Afghanistan c'è chi resta sul campo, non pensa a espatriare, non rinuncia a provaci. Ha scelto di reagire così un'organizzazione per la promozione dell'istruzione, forte di contatti intessuti da tempo con leader tribali e religiosi, e di una fiducia conquistata tra la popolazione fin nelle aree più remote. Con 2.400 volontari disseminati in molte province, la Ong afghana Pen Path riparte dopo il trauma che ha investito il Paese. Cerca spazi percorribili, varchi rimasti aperti nelle maglie delle rigide regole appena imposte. Nell'Emirato islamico le bambine possono frequentare la scuola se hanno tra i sei e i dodici anni. Quelle più grandi, per ora, sono a casa. È così in 28 delle 34 province. Le università private hanno riaperto con classi separate, gli atenei pubblici restano chiusi. Non ha perso tempo, il fondatore di Pen Path Matiullah Wesa. Il 16 agosto, all'indomani della presa di Kabul, è partito per raggiungere le province di Kandahar, Kunduz, Jalalabad, Kunar, Logar, Zabul. «Ho incontrato leader tribali e religiosi, insegnanti, studenti», racconta. «Ho ricordato loro che la scuola è un diritto fondamentale, un diritto islamico (per il profeta Maometto l'istruzione è un obbligo per bambini e bambine). Li ho rassicurati che il nostro lavoro sarebbe continuato. Da loro ho avuto la promessa che avremmo proseguito insieme». Nel team di Pen Path lavora Zarlasht Wali, insegnante oggi impegnata su due fronti: «Incontro le famiglie di ragazze a cui, per l'età, non è permesso il rientro a scuola: molte, le più dotate, hanno subito un contraccolpo emotivo. La loro salute mentale è a rischio», racconta da Kabul. «Parlo con le ragazze, le incoraggio, le invito a studiare da casa, a seguire lezioni online, modalità già sperimentata con la pandemia. Le famiglie conoscono Zoom e Google Classroom», come le altre app per la formazione. Dico loro che imparare non significa necessariamente mettere piede in una classe». La professoressa Wali opera anche con le bambine più piccole, quelle che potrebbero presentarsi a scuola ma non lo fanno: «Avvicino i genitori per convincerli a riportare le figlie fra i banchi. Non le mandano perché non si sentono sicuri o perché con la crisi non se lo possono più permettere». Il calo degli studenti è consistente: «La frequenza in due scuole primarie di cui ho notizia a Kabul è passata da 650 alunni a 320. Parliamo di classi in cui le bambine sono ammesse. Il danno è per tutto il sistema». Intanto, Pen Path ha avviato una campagna social che vede capi villaggio e leader tribali «metterci la faccia», con foto postate online accompagnate da cartelli con l'invito rivolto ai taleban a riaprire gli istituti scolastici, sia quelli appena vietati alle ragazze, sia quelli sigillati da vent' anni perché in zone di guerra. «Invitiamo la popolazione a scrivere al ministero dell'Istruzione per riaprirle, a fare pressione per registrarne di nuove», aggiunge Matiullah Wesa, che ripone grande fiducia nel «potere delle persone» e sa quanto i taleban siano attenti ai social network. «In giro per il Paese incontriamo insegnanti e studenti, li troviamo spesso privi di speranze», aggiunge, ma lui è certo che la speranza c'è: «Alle persone diciamo che hanno un grande potere e che possono esercitarlo facendo pressione su chi governa. I taleban devono sapere che l'istruzione appartiene alla popolazione. Non possono non ascoltare la grande voce che proviene da lì».

SUDAN, DONNE IN PIAZZA CONTRO I GENERALI

Sudan. Per protestare contro il golpe dei generali in piazza ora vanno le donne. Ma l'esercito spara: tre morti e decine di feriti a Khartoum. Michele Farina sul Corriere.

«In Sudan si riempiono le strade e gli ospedali: centinaia di migliaia di persone hanno sfilato e sfidato i militari. Hanno marciato ieri in diverse città del Paese per urlare il loro no al colpo di Stato di lunedì scorso. Nella capitale Khartoum, nella città gemella di Omdurman, a Port Said, a Nyala, Atbara. Hanno marciato disarmate, e le squadre dell'esercito e i gruppi paramilitari hanno sparato sulla folla uccidendo almeno tre persone e ferendone decine. La maggioranza delle vittime sono cadute nei pressi del Parlamento, e poi intorno al ponte di Manshia che attraversa il placido Nilo. Le forze dell'ordine usano proiettili veri, bloccano le arterie principali con il filo spinato. Quella di ieri è stata finora la più grande prova di forza dell'opposizione, mentre il capo dei golpisti, il generale Burhan, annunciava che presto nominerà un governo di tecnocrati per affrontare i problemi economici che attanagliano 40 milioni di abitanti. I militari sostengono che i civili non sono in grado di governare, ma la gente del Sudan canta: «No ai militari al potere». Il primo ministro arrestato, l'economista Abdalla Hamdok, è stato rilasciato con la moglie. Parlano per lui i manifestanti, tra cui spiccano ancora una volta le donne. Come nella rivolta che scalzò il dittatore Bashir nel 2019, la presenza femminile ha un grande significato nel contesto di un continente dove sono gli uomini che conducono tanto le danze del potere che quelle dell'opposizione. Sono insegnanti, dottori, avvocati, madri di famiglia. Marciano con le figlie, non hanno paura. Militanti del partito Umma, il maggiore del Paese, cantano a squarciagola con i megafoni in mano. Portano il capo coperto, e sfidano il potere dei militari uomini. E forse anche questo aspetto può suscitare le antipatie dei governanti di certi Paesi, dall'Egitto all'Arabia Saudita passando per gli Emirati, che guardano con preoccupazione le manifestazioni (molto femminili) del terzo Paese più vasto dell'Africa. Dittature e monarchie arabe hanno sostenuto e sostengono i generali sudanesi. L'Onu, la Banca Mondiale, l'Unione Europea sono alcuni degli attori internazionali che hanno chiesto il ritorno al governo civile. Mentre migliaia di persone marciavano ieri, il Segretario di Stato americano Antony Blinken è tornato a chiedere al regime di Khartoum di fare un passo indietro. O meglio in avanti, proseguendo nel percorso sancito dalla Costituzione che doveva (dovrebbe) portare a nuove elezioni democratiche nel luglio 2023. Quel percorso è stato interrotto. Gli Stati Uniti, principale sostenitore finanziario del Sudan, hanno congelato il pacchetto di aiuti per 600 milioni di euro. Anche gli organismi monetari internazionali hanno bloccato gli interventi. «Andatevene», urlano gli uomini e le donne sudanesi mentre i militari fermano le auto, smantellano le comunque fragili barriere di copertoni d'auto e pietre che i manifestanti cercano di presidiare nelle strade. Dietro al generale Burhan c'è tutta una casta di militari che controllano ampie fette dell'economia. I golpisti hanno chiesto e ottenuto l'appoggio dei piccoli partiti conservatori che hanno nostalgia del regime di Bashir. Le timide riforme messe in campo dal governo negli ultimi 21 mesi sul fronte della parità di genere non piacciono ai tradizionalisti che chiedono un'interpretazione rigida della Sharia. E non piacciono ai padrini arabi del Golfo, e al generale egiziano Al Sisi che non sopporta il profumo della democrazia».

INSIEME PER GLI ULTIMI, CAMPAGNA DI CARITAS E FOCSIV

Da domani e fino al 14 novembre raccolta straordinaria in televisione e radio per finanziare un progetto Caritas - Focsiv in Burkina Faso: sono 64 gli interventi sostenuti dalla campagna. Luca Geronico per Avvenire.

«Insieme per gli ultimi», con Caritas e Focsiv, perché la sfida di sconfiggere la povertà richiede una mobilitazione generale: se l'anno scorso, a causa del Covid-19, si è avuta la peggiore recessione globale dalla fine della Seconda guerra mondiale, la ripresa dipende da quali politiche di sostegno si vorranno intraprendere. Questo perché la "pandemia della fame" non è finita: le motivazioni della campagna "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" lanciata da Caritas e Focsiv nel luglio 2020 sono più che mai attuali. La ripartenza autunnale, con il nuovo slogan «Insieme per gli ultimi», è ai nastri di partenza: da domani fino al 14 novembre è aperta la sottoscrizione con sms solidali o telefonate da rete fissa al numero 45580, che avrà il suo momento topico il 12 novembre con una maratona informativa su Tv2000 e radio InBlu. L'obiettivo, oltre che di sostenere i 64 progetti già in campo per rispondere all'emergenza Covid, è di spingere autorità nazionali e organizzazioni internazionali a progettare una ricostruzione globale che sia sostenibile e non allarghi la forbice tra ricchi e poveri. Quanto siano alte le onde e violenti i venti della tempesta post Covid lo fotografano le seguenti statistiche. Il rapporto Sofi 2021 - (State of food insecurity and nutrition) stilato congiuntamente da Fao, Unicef, World Food Programme - stima che siano tra 720 e 811 milioni le persone nel mondo che fronteggiano la fame, 161milioni in più rispetto al 2019. Inoltre quasi 2,3 miliardi di persone nel 2020 non hanno avuto accesso a cibo adeguato, con un incremento di 320 milioni solo in un anno. Molto pesante l'impatto sui minori: secondo il rapporto Sofi 2021 sono infatti 149,2 milioni i minori colpiti da arresto della crescita, deperimento o sovrappeso. Così la "lunga marcia" per centrare l'obiettivo di sconfiggere la povertà - a cominciare dall'obiettivo Onu di sconfiggere la fame entro il 2030 - il 12 novembre diventerà una maratona televisiva e radiofonica di Caritas e Focsiv su Tv 2000 e radio InBlu 2000. Una "12 ore" di dibattito su come superare le diverse forme di povertà - alimentare, ma anche educativa, di genere, di accesso al vaccino e alla sanità - e sostenere i 64 interventi in 45 Paesi, proposti da 41 Ong della Focsiv (Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontario) e da 19 Caritas locali. «La maratona è la formula giusta per far aumentare la consapevolezza sugli effetti della pandemia che ha inasprito le disuguaglianze soprattutto di genere e fra chi ha povertà educative » spiega Ivana Borsotto, presidente Focsiv. La «narrazione» delle povertà, «ci spinge poi a chiedere alla politica un maggiore impegno per la cooperazione internazionale: Aoi, Cimi e Link 2007 con la Focsiv stanno per lanciare la campagna 0,70 chiedendo, come stabilito nel lontano 1970, di destinare lo 0,70% del Pil alla cooperazione internazionale». L'ascolto dei territori, afferma Paolo Beccegato responsabile dell'Area internazionale di Caritas Italiana, «rivela che la pandemia non è finita dal punto di vista sanitario, ma anche sociale. Aumenta la povertà e si deve rinnovare il nostro impegno al fianco di queste comunità, talvolta sperdute e dimenticate, che ci interpellano con domande urgenti». La maratona «vuole unire gli sforzi della cooperazione internazionale, ma anche dell'informazione, per far giungere la voce di chi soffre: questo voler cooperare, mettendo assieme sensibilità e competenze, è quanto mai urgente », sostiene Beccegato. «La voce degli ultimi è sempre più forte ma sempre meno ascoltata», osserva il direttore di Tv2000 - InBlu2000 Vincenzo Morgante. «Per questo Tv2000 e InBlu2000, alla vigilia della Giornata Mondiale dei poveri, sono scese nuovamente in campo al fianco di Caritas italiana e Focsiv. Vogliamo essere un megafono aperto sul mondo e coinvolgere il nostro pubblico in un'importante iniziativa a sostegno di chi ha più bisogno». L'emergenza Covid «ci ha ricordato che facciamo tutti parte di uno stesso mondo. Se crescono i poveri cresce anche la nostra povertà. Tv2000 e InBlu2000 sono sempre in prima linea sul fronte della solidarietà. È per noi il servizio pubblico più alto da offrire a chi ci segue ogni giorno», conclude Vincenzo Morgante».

ADDIO AL PADRE DEL TIRAMISÙ

Dulcis in fundo oggi per La Versione. Il Quotidiano Nazionale ha dedicato una pagina intera al 93 enne inventore del tiramisù. Nel suo ristorante di Treviso cadde del mascarpone nella ciotola con uova e zucchero: il sapore era irresistibile…

«Il tiramisù - che secondo gli enogastronomi è nato a Treviso negli anni '60, - ha perso il suo 'papà', Ado Campeol, scomparso all'età di 93 anni. La storia vuole che il dolce fu frutto di un incidente. Durante la preparazione di un gelato alla vaniglia a Roberto Linguanotto, chef del ristorante le 'Beccherie' di cui Campeol era il titolare, cadde un po' di mascarpone nella ciotola delle uova e zucchero. Assaggiando il cucchiaio sporco, rimase estasiato e, insieme alla signora Alba, moglie di Campeol, provò quell'impasto su savoiardi bagnati con il caffè, dando vita a uno dei dolci più richiesti nei ristoranti di tutto il mondo. Campeol non brevettò mai la ricetta e ciò negli anni ha fatto fiorire varie ricette e leggende sull'origine, da cui sono nati dolci talvolta completamente diversi. La ricetta delle Beccherie fu depositata con atto notarile presso l'Accademia Italiana della Cucina solo nel 2010. L'enorme successo del dolce, anche all'estero, ha dato vita ad una battaglia sulla sua paternità, in particolare tra Friuli Venezia Giulia e Veneto. Ma secondo l'Accademia del tiramisù le sue origini 'quasi certe' sarebbero in un'antica locanda del trevigiano diventata nel tempo il locale Beccherie di Treviso. Nell'anno della pandemia, il 2020, il tiramisù è stato il re del food delivery in Italia, con oltre 22mila chilogrammi ordinati. Roma è la città del tiramisù a domicilio per eccellenza, con oltre 7.300 chili ordinati nel 2020».

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