Funivia, avevano tolto i freni?

Tre arresti nella notte: forse tolta la sicurezza alla cabina per evitare un malfunzionamento. Ipotesi gravissima. Scontro sui licenziamenti: Letta è il nuovo Salvini? La Cei riunita

Nella notte è arrivata la notizia di tre arresti, compreso il titolare dell’impresa, a confermare la prima ipotesi delle indagini sulla tragedia di domenica. Perché la cabina della funivia Stresa-Mottarone, ormai quasi arrivata a destinazione, torna indietro? Probabilmente cede o si spezza la fune d’acciaio portante e bisognerà capire la causa di questo primo (e teoricamente raro) evento. Ma poi perché la cabina non viene bloccata automaticamente dai freni di emergenza? Se fosse entrato in funzione il sistema frenante di sicurezza il disastro della funivia Stresa Mottarone si sarebbe evitato. La prima ipotesi dell’inchiesta è che gli addetti della Funivia, primi indagati, abbiano lasciato in azione il cosiddetto "forchettone", un elemento in ferro che mantiene aperte le ganasce del freno e impedisce che si attivi. È stato lasciato invece attivo, ma deliberatamente e per aggirare un malfunzionamento. Forse addirittura da 14 giorni. Questa è l’ipotesi che si affaccia in queste ore e che disegna una responsabilità gravissima. Intanto dall’ospedale di Torino arrivano notizie cautamente positive sul risveglio di Eitan, il bambino ebreo di 5 anni unico sopravvissuto.

Licenziamenti. Landini promette battaglia. Draghi sostiene che è stato fatto un passo avanti. La partita è difficile, altro che coprifuoco. Uscire dal virus non è solo uscire dal lockdown ma anche da tutte le forme di giusta protezione sociale scattate in questi mesi. Fra cui bonus, sussidi, blocco dei licenziamenti. Per quanto ancora devono durare? L’equilibrio fra giuste garanzie per i lavoratori e l’esigenza delle imprese di tornare ad un’attività economica redditizia è complicato da trovare. Orlando sul Corriere si difende dalle accuse sul metodo rivolte contro di lui da Confindustria.

Migranti. Il responsabile dalla Ong spagnola Open Arms ha rilanciato sui social alcune foto choc di corpi senza vita di bimbi riversi su una spiaggia della Libia, vittime dell'ennesimo naufragio. "Corpi abbandonati. Vite dimenticate. L’orrore tenuto lontano perché scompaia. Vergogna Europa", ha scritto Oscar Camps, oggi intervistato dal Manifesto. Draghi ha citato ieri il caso delle foto choc al Consiglio europeo dei 27 accusando: noi italiani siamo soli.

Il viaggio del Segretario di Stato Usa Blinken in Medio Oriente fa emergere le differenze, non piccole, fra Usa e Israele. Oggi Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla Bielorussia. È arrivato ieri un video del giornalista oppositore politico del regime, arrestato dirottando il volo della Ryanair, che sembra un messaggio di un ostaggio dell’Isis. Sul fronte dei vaccini, dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 486 mila 977 somministrazioni, ancora sotto l’obiettivo. I Vescovi italiani dicono che l’Italia e la Chiesa hanno bisogno di riconciliazione. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera insiste ancora sull’immediato futuro turistico: Draghi: vacanze, il pass sarà pronto a metà giugno. Ma Il Fatto dimostra con una sua inchiesta che in Europa si può viaggiare evitando ogni verifica: Importare il Covid: zero controlli. Mentre la Repubblica va sul tema diventato di stringente attualità con gli arresti delle ultime ore: Mottarone, il freno disattivato per errore. La Stampa denuncia: Funivia, è giallo sui freni lasciati liberi. Il Messaggero già identifica delle responsabilità: Funivia, ipotesi errore umano. Ancora su lavoro e licenziamenti, Il Giornale: L’assedio dei comunisti. Quotidiano nazionale: In 600 mila rischiano il licenziamento. Libero allude alla proroga e alle grandi opere: Chi ferma l’Italia. Cerca un po’ di ottimismo Il Sole 24 Ore, valorizzando un discorso del Capo dello Stato a Cremona: Mattarella: «La ripresa è avviata». Il Domani interpreta in chiave politica, raccontando: Il tentativo di fare fuori il Pd dal tavolo del Colle e delle nomine. La Verità si dedica al Ddl Zan: Fiumi di soldi dietro la trans mania. Mentre Italia Oggi riporta dati choc sulle aziende italiane che hanno cambiato titolarità negli ultimi mesi: Mafia, le mani sulle imprese. Avvenire sintetizza così il discorso iniziale di Bassetti all’Assemblea della Cei: Prima la persona. Mentre il Manifesto parla dei migranti, mettendo la foto di una scarpa abbandonata su una spiaggia libica con il titolo: Un’estate normale.

MOTTARONE, ERRORE UMANO. TRE ARRESTI NELLA NOTTE

I giornali cartacei sono già in parte superati dalle notizie della notte: tre persone sono state arrestate per ordine della Procura di Verbania. Gli indizi sono gravi, ma la ricostruzione del perché della tragedia appare già definito. Andrea Pasqualetto sul Corriere della Sera.

«Una dimenticanza? Una prassi? Altro? Comunque sia, il freno era disattivato e la prova è lì, fra i pini del Mottarone dove la cabina si è fermata dopo lo schianto. Si vede chiaro in alcune foto scattate domenica scorsa dagli uomini del Soccorso Alpino dopo aver cercato di salvare qualche vita. Due fascette rosse spuntano sul braccio della funivia sopra la vettura: è la prova che c'era una staffa, un «forchettone» per dirla nel gergo degli addetti ai lavori. Il forchettone è il primo sospettato della sciagura di Stresa. Che, dunque, potrebbe essere stata causata da questo pezzo di ferro. Succede infatti che quando il «forchettone» è inserito, i freni non funzionino più. Cioè, le ganasce rimangono aperte e la cabina non può bloccarsi in caso di emergenza. Se il problema è minimo non cambia nulla. Se però si rompe una fune, il rischio è il disastro. Potrebbe essere andata proprio così: spezzato il cavo traente, la cabina ha iniziato la sua folle corsa verso valle per uscire di strada al primo pilone e precipitare. L'inserimento del «forchettone» è dunque molto rischioso, soprattutto quando a bordo c'è gente. E infatti è vietato dal regolamento, durante il servizio pubblico. Com' è possibile che quel giorno sia rimasto lì? «Normalmente la staffa viene messa all'ultima corsa della giornata - spiega un ingegnere specializzato in questo tipo di impianti che conosce bene la funivia del Mottarone -. Si fa sulla cabina a monte (quella a valle infatti si è salvata, ndr) perché se succede che durante la notte, per esempio, va via la corrente, il freno scatta e blocca in sospensione la cabina. L'operatore che il giorno dopo apre l'impianto deve dunque andarla a sbloccare e questo è un disagio. Se c'è la staffa si evita l'inconveniente. Certo è che dopo la prima corsa, quando la vettura scende alla stazione di partenza, bisogna levarla». Stranezza: nelle foto sembra che uno dei freni (ogni vettura ne ha due) fosse attivo. Non si vedono «forchettoni». «Potrebbe essere saltato via nell'impatto - spiega il tecnico -, in questo caso dovrebbe trovarsi da qualche parte nella zona del disastro. Un solo freno in funzione può comunque non bastare a fermare la vettura».

Repubblica sottolinea però che se l’ipotesi sul freno d’emergenza disattivato per errore umano è verosimile, resta il grande mistero: come ha potuto cedere il cavo in acciaio della fune traente? Diego Longhin ha posto la domanda all’ingegnere responsabile dei controlli.

«Ivano Cumerlato, ingegnere, responsabile dell'Ustif, l'Ufficio speciale trasporti e impianti fissi del ministero dei Trasporti, sede di Settimo Torinese. Ingegner Cumerlato, conosce l'impianto di Stresa-Mottarone? «Sì, certo. È uno dei 217 impianti che seguiamo in Piemonte. E lo conosco bene perché l'ultima visita è stata fatta da me ad agosto del 2020.Un sopralluogo di quattro giorni, se non ricordo male. Comunque, il documento di via libera alla riapertura da parte nostra è stato rilasciato il 12 di agosto dopo aver svolto tutte le prove». (…) Che cosa è successo domenica? «Se non è stato disinserito il forcone il freno è stato inibito. Così si spiegherebbe il perché dello scivolamento a valle della cabina fino al primo pilone e della mancata azione del freno. Dalle foto che sono state pubblicate sembra proprio che il forcone sia inserito». Ciò spiega anche la rottura della fune traente dell'impianto? «No ,quella no. Non può essere dipesa dal forcone». E da cosa? «Non lo so spiegare. Al 12 di agosto era tutto in regola. E, dalle informazioni che abbiamo, le verifiche e i controlli venivano eseguiti periodicamente». In che cosa consiste la vostra attività di controllo e verifica? «C'è un'attività istruttoria sui progetti, in base a una legge degli anni Ottanta. Controlliamo tutti gli interventi per la revisione periodica e per l'adeguamento alle nuove normative, come nel caso proprio del Mottarone per i lavori di adeguamento alle nuove norme di sicurezza eseguiti nel 2016». È un lavoro solo sugli incartamenti? «No, prima verifichiamo i progetti, poi diamo il nulla osta sui progetti. Terminati i lavori, andiamo a controllare di persona se tutto è stato fatto a regola d'arte e se l'impianto rispetta le norme di sicurezza. Facciamo le prove, a vuoto e a pieno carico. Solo a quel punto viene rilasciato un nulla osta che permette il pubblico esercizio dell'impianto. E non ci sono solo i nostri controlli». Cosa intende? «Che i gestori degli impianti hanno tutte delle prescrizioni, delle verifiche periodiche, mensili, settimanali e giornaliere, da fare. Un po' come il libretto di manutenzione di un'auto. Ogni 5 mila chilometri bisogna fare un cambio olio? Bene, stessa cosa per gli impianti a fune. Ci sono degli interventi da realizzare».

Una foto simbolo è quella scattata ad Eitan dai suoi familiari sulla funivia qualche istante prima della tragedia. La cronaca del Corriere dall’ospedale Regina Margherita di Torino parte da lì.

«Per riacquistare la serenità che Eitan Moshe Biran aveva nell'ultima fotografia scattata dalla sua famiglia sulla funivia Stresa-Mottarone ci vorrà tempo. Moltissimo tempo. Il bambino israeliano di 5 anni, unico superstite del crollo della cabina, è ancora in prognosi riservata nel reparto di rianimazione dell'ospedale Regina Margherita di Torino, ma oggi i medici potrebbero risvegliarlo. Ieri mattina sono cominciate le procedure per ridurre la sedazione e le risposte sono state positive. Il primo colpo di tosse, alcuni movimenti e attimi di respiro spontaneo. Sono segnali di speranza in vista di una futura ripresa, che dovrà essere lenta e graduale. Non si possono fare previsioni, e l'unica certezza resta la zia Aya, la sorella di papà Amit, arrivata da Pavia domenica scorsa, per stargli accanto assieme ai nonni. Aya sarà al suo fianco anche nel momento in cui Eitan riaprirà gli occhi, come assicura il professor Giorgio Ivani, responsabile del reparto di rianimazione dell'ospedale infantile: «La nostra è una rianimazione aperta, ma in tempo di Covid non sarebbe possibile per un parente essere presente nella stessa stanza. In questo caso faremo un'eccezione perché sarà fondamentale per il bambino vedere un volto familiare e rassicurante non appena riprenderà conoscenza. Ma dobbiamo essere cauti, non è ancora fuori pericolo».

Un’altra vittima da aggiungere al conto dei morti per la tragedia della funivia. Un operatore giornalista freelance che è morto per un malore, mentre cercava di raggiungere il luogo del disastro per girare immagini. Ne dà notizia Repubblica.

«Si stava inerpicando per raggiungere il luogo del disastro e girare immagini della funivia precipitata. Un malore lo ha colto mentre camminava su un sentiero e non gli ha dato scampo: Nicola Pontoriero, giornalista freelance di 62 anni, residente a Sesto San Giovanni è morto ieri mattina mentre faceva il suo lavoro giornalistico e d'informazione, aggiungendo così il suo nome alla scia di dolore già provocata dalle 14 vittime di domenica mattina. Pontoriero, originario di Rombiolo (in provincia di Vibo Valentia), stava lavorando come operatore televisivo per un service esterno al gruppo Mediaset ed ha avuto un attacco cardiaco quando aveva quasi raggiunto il luogo dell'incidente. Nonostante sia stato immediatamente soccorso, i tentativi di rianimarlo sono stati inutili. «Un decano dei tele-cineoperatori, uno che non mollava mai, che arrivava sempre tra i primi sul luogo di una notizia e con la telecamera già accesa» lo descrivono i colleghi. Anche il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha espresso il suo cordoglio. Il fotoreporter, che aveva una lunga carriera alle spalle nella cronaca, lascia la moglie Silvia e due figlie».

SCONTRO SUI LICENZIAMENTI. PARLA ORLANDO

Federico Fubini intervista sul Corriere il Ministro del Lavoro Orlando, nell’occhio del ciclone nelle ultime ore, soprattutto per le accuse rivolte da Confindustria nei suoi confronti.

«La dinamica che può guidare un Paese in pandemia non è la stessa di un Paese che ne esce. O le forze di maggioranza ripongono le bandiere, oppure mettono a rischio la tenuta del quadro politico. E ciò riguarda prevalentemente la Lega, che è quella che agita più bandiere». Andrea Orlando, nato a La Spezia 52 anni fa, ministro del Lavoro del Pd, è stato al centro dell'ultimo caso nel governo di Mario Draghi: un blocco dei licenziamenti prorogato ancora per due mesi, fino a fine agosto, per le imprese che chiedono cassa integrazione Covid in giugno. Misura poi ritirata. Onorevole Orlando, com' è possibile non vi siate capiti in Consiglio dei ministri? «La norma è stata elaborata in poche ore in modo da dare più strumenti alle imprese per attenuare l'impatto della fine del blocco dei licenziamenti. La sostanza è rimasta, con gli incentivi alle imprese a usare la cassa integrazione fino a fine anno senza dovervi contribuire. In cambio si impegnano a non licenziare. L'altra norma, su chi chiede cassa Covid a giugno, era un corollario conseguente». Chi la critica dice che non era nel decreto e lei ha fatto un blitz, non parlandone in Consiglio dei ministri. «Mica l'ho scritta all'ultimo nei corridoi di Palazzo Chigi. Quella norma è stata inviata per posta elettronica certificata agli uffici legislativi competenti due giorni prima. In Consiglio ho solo rinviato al testo, come si fa in questi casi. E poi ne ho parlato apertamente in conferenza stampa, a fianco di Mario Draghi. Secondo lei lo avrei fatto, se ci fosse stato un sotterfugio?» Maurizio Stirpe di Confindustria dice che lei è un «arbitro con la casacca»: quella dei sindacati. «Non voglio alimentare polemiche, ci sono troppe cose da fare. Sono nelle istituzioni da tempo, credo di aver dimostrato sempre di saper ascoltare parti lontane fra loro. L'unica casacca che ho è quella della coesione sociale». Questa mini-crisi rivela una maggioranza che fatica a trovare compromessi. Sta cominciando a sfilacciarsi? «Finché la pandemia era in fase acuta, tutti o quasi convergevamo sull'esigenza della vaccinazione. Ora si vede che esistono ancora una destra e una sinistra. Tenere insieme questi fattori dipenderà dalla capacità di tutti di non agitare bandiere e non perdere il treno del Recovery. Ma non è un percorso che si fa naturalmente, senza la politica».

Nicola Porro interviene sul tema, nel fondo del Giornale. Il titolo Moriremo marxisti inconsapevoli:

«Nel governo si bisticcia su come allentare il blocco dei licenziamenti. Fino ad oggi c'è stato uno scambio perverso: lo Stato paga la cassa integrazione e le imprese stanno mute e non fanno fuori nessuno. Ne pagano le conseguenze (inintenzionali?) i meno garantiti e cioè giovani al primo impiego e donne part time. Già il punto di partenza è sbagliato: un imprenditore non licenzia per il piacere di licenziare, ma perché non è in grado di reggere il conto economico. Bloccare i licenziamenti per più di un anno, uccide in prospettiva le imprese (a meno che non sperino di avere incentivi in eterno) e danneggia il mercato del lavoro. Da sinistra sino a destra, in pochi ritengono questa norma emergenziale, semplicemente folle».

PRESTO IL CONFRONTO TRA DRAGHI E LETTA

Nei prossimi giorni ci sarà il faccia a faccia fra il segretario del Pd e il presidente del Consiglio. Ne scrivono Giovanna Vitale e Roberto Mania su Repubblica.

«Sarà molto chiaro Enrico Letta quando, nei prossimi giorni, incontrerà a quattr' occhi il presidente del Consiglio. Gli strappi dell'ultima settimana, sulla dote per i diciottenni e la proroga dei licenziamenti, hanno lasciato il segno. Che però il segretario del Pd non intende far degenerare: una ferita aperta nel cuore del governo comprometterebbe il cammino delle riforme necessarie al Paese. Un pericolo da scongiurare a ogni costo. Questo dirà Letta a Mario Draghi. Senza tuttavia nascondere la difficoltà di tenere insieme le battaglie identitarie di una forza di sinistra («Non c'è crescita senza diritti», è il suo mantra) e il sostegno a un esecutivo spesso più propenso ad ascoltare le ragioni dei forti anziché quelle dei deboli. Un sentiero impervio, che impone gambe ferme per evitare di inciampare. Col rischio di non trovare nessuno che venga in soccorso. Il leader Dem lo ha capito dai silenzi che hanno accompagnato lo stop del premier sulla norma Orlando: né Guerini, né Franceschini, gli altri due ministri della delegazione pd, hanno proferito parola. Lo ha intuito dalle tiepide dichiarazioni dei parlamentari di rito centrista, sempre più stupiti, e anche un po' contrariati, per la postura barricadera del segretario. «Se apri tanti fronti, poi qualche risultato lo devi portare a casa, altrimenti l'effetto bandierina che sventola a vuoto è assicurato», ragionano i critici in Transatlantico. Una linea che, per tanti, non paga: «I sondaggi ci danno inchiodati al 19% e alle amministrative le alleanze stanno a zero. Se adesso ci mettiamo pure a fare il controcanto a Draghi, dopo esserci proposti come il partito più affidabile, rischiamo di regalare il premier alla Lega e che nessuno ci capisca più». Una lettura respinta dal Nazareno. «Basta caricature: nei confronti del presidente del Consiglio non c'è subalternità e neppure insofferenza». Le divergenze sono fisiologiche in una maggioranza abitata da formazioni politiche radicalmente alternative. Ma la coabitazione forzata obbliga a tenere un doppio passo: «Sostenere con lealtà il governo e al tempo stesso avanzare proposte che riflettono i valori del Pd, entrano nei provvedimenti e li qualificano». Come è accaduto sulle riaperture graduali, «mentre la Lega voleva sbracare», o il pacchetto per l'occupazione. «Quelle che molti chiamano bandierine - è la tesi di Letta - sono battaglie di sostanza, per il lavoro e lo sviluppo, che rafforzano l'esecutivo».

Nel Retroscena di Francesco Verderami sul Corriere, il Letta dei licenziamenti ha preso il posto del Salvini del coprifuoco: un’inversione dei ruoli.

«Il potere logora chi non ce l'ha. E siccome i partiti di maggioranza il potere oggi non ce l'hanno, cercano di sintonizzarsi con l'elettorato entrando in competizione con l'esecutivo. Cioè con Draghi. Epperò - come sottolinea un ministro - «questo schema di gioco è vecchio. E quanti lo adottano non si rendono conto che attorno a loro, nel Paese, è cambiato tutto. Prima o poi dovranno svegliarsi». Nell'attesa, il premier deve fare i conti con le manovre delle forze politiche. E l'irritazione maturata negli ultimi giorni non è dettata dalla necessità di trovare dei compromessi, semmai dal fatto che queste azioni tattiche stanno provocando ritardi al ruolino di marcia stabilito per i provvedimenti messi in cantiere. Fonti accreditate del governo ricostruiscono le cause dello scontro sul decreto Sostegni e raccontano che, mentre Lega e Forza Italia si erano mosse per tempo con le loro richieste, il Pd l'ha fatto «solo all'ultimo momento» con il pacchetto sul Lavoro: lo slittamento di un paio di settimane rischia così di ingolfare l'attività del Parlamento e di far saltare il timing per l'approvazione dei decreti e delle riforme. Ecco il punto. Siccome le scadenze sono parte dell'accordo con l'Europa, Draghi ha fatto sapere ai partiti che sulle norme per le Semplificazioni - dove c'è il delicato tema del Codice degli appalti su cui i dem minacciano le barricate - la trattativa non potrà contemplare ulteriori ritardi. Si vedrà se e come le forze politiche reagiranno. In principio era stato Salvini ad applicare il metodo «di lotta e di governo» sulle riaperture. Poi, come in una sorta di staffetta, il testimone è passato a Letta. Tanto che il leader della Lega ha restituito al segretario del Pd la battuta con la quale veniva attaccato: «Se Letta non se la sente, può uscire dal governo».

MIGRANTI. DRAGHI ALLE UE: “SIAMO SOLI”

L’altra grande questione che condizionerà le prossime settimane è l’emergenza migranti. Dopo lo choc dell’assalto marocchino a Ceuta, le foto dei cadaveri dei bambini sulle spiagge libiche hanno fatto il giro del mondo. Ieri Draghi è stato durissimo nel vertice coi 27 del Consiglio Ue: noi italiani siamo lasciati soli. Vincenzo Spagnolo su Avvenire:

 «Alla sua prima trasferta ufficiale al tavolo dei ventisette leader dell'Unione, riuniti nel Consiglio europeo straordinario conclusosi ieri a Bruxelles, sulla vexata quaestio delle politiche migratorie il premier italiano Mario Draghi porta a casa almeno un pareggio. Al prossimo vertice europeo di giugno, infatti, l'agenda dei lavori includerà anche il dossier migranti, oltre a quelli non meno complicati su Russia e Turchia. Ad annunciarlo è il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, spiegando che «diversi capi di Stato e di governo hanno chiesto che si torni al tema immigrazione al prossimo Consiglio europeo». Mentre la commissaria Ue agli Affari Interni, Ylva Johansson, fa sapere che l'appello di Roma, dopo l'intensificarsi degli sbarchi a Lampedusa nelle ultime settimane, non è caduto nel vuoto: «Abbiamo messo a punto un meccanismo di solidarietà apposito per l'Italia», assicura. Dal canto suo, da buon economista. Draghi resta uomo pragmatico e non incline alle illusioni. Così, chiede ai Ventisette «una risposta solidale, non di indifferenza», auspicando «che la buona volontà si traduca in fatti». Tanto più dopo la diffusione da parte dell'ong Open Arms, delle drammatiche foto dei corpi di bimbi sulla spiaggia di Zuwara, in Libia: «Le immagini di quei bambini - dice - sono inaccettabili». L'aumento degli arrivi e dei naufragi in mare, sommato alla consapevolezza di dover sminare un tema divisivo per la maggioranza che lo sostiene (ieri il segretario leghista Matteo Salvini lo ha ringraziato), hanno convinto Draghi a prendere direttamente in mano il dossier. Aiutato dal lavoro politico-diplomatico dei titolari di Interno ed Esteri Luciana Lamorgese e Luigi Di Maio, il premier ha giocato in Europa la carta della propria autorevolezza riuscendo a ottenere che si affrontasse il discorso, nonostante le questioni già sul tavolo e l'imprevisto Bielorussia: «Avevo detto che avrei sollevato il problema dell'immigrazione, ho offerto i numeri delle ultime settimane - ha spiegato -. Devo dire che, soprattutto da parte di Francia e Germania, c'è coscienza del problema, ma anche da parte di altri». Il riferimento è anzitutto a Spagna, Grecia e Malta, che condividono il peso degli arrivi via mare, contrapposti al blocco sovranista di Visegrad (con Ungheria e Polonia) e ad altri Paesi nordici. Una contrapposizione che ha messo in stallo il Patto per l'immigrazione e l'asilo proposto dalla Commissione Von der Leyen a settembre. La questione, ammette Draghi, era «assente dall'agenda per parecchio tempo. Ma mettere a dormire un problema non lo fa sparire». Un primo risultato è che ora la discussione «sarà in agenda nel prossimo Consiglio». Non è detto però che a giugno i nodi cari all'Italia (un meccanismo automatico di ricollocamento dei profughi e una modifica delle regole di Dublino sulla richiesta d'asilo nel Paese di primo accesso) vengano sciolti con successo. Fra gli scettici c'è il presidente francese Emmanuel Macron, col quale Draghi ha avuto un faccia a faccia a colazione: «Mentiremmo a noi stessi se dicessimo che a giugno risolveremo il pacchetto migratorio in toto - considera Macron -. I disaccordi sono ancora troppo profondi e il tema deve essere preparato». Italia sola fino a giugno. Così, nell'attesa, il nostro Paese dovrà continuare a esercitare l'italica arte dell'arrangiarsi almeno fino a giugno, fatta salva la disponibilità di qualche Stato volenteroso fra quelli del Patto di Malta del 2019: «Il nostro atteggiamento deve essere equilibrato, efficace ed umano - argomenta il presidente del Consiglio -. Pensiamo di avere l'aiuto dell'Europa per l'apertura di altri corridoi umanitari, ma la discussione non è arrivata a questo punto. Quindi continueremo a fare da soli fino al prossimo Consiglio Ue». La sponda francese sarà utile nel dialogo con Libia, Tunisia e altri Paesi africani: col presidente Macron «abbiamo intenzioni di lavorare insieme» sul Nordafrica, «anche con incontri ravvicinati», anticipa Draghi, che il 31 maggio riceverà il premier libico Dbeibah. «Vogliamo aiutare quei Paesi e far sì che l'Ue si muova economicamente in quell'area», conclude il premier, ma chiedendo il rispetto dei «diritti umani».

Il Manifesto intervista Oscar Camps, fondatore dell’ong spagnola Open Arms, colui che ha pubblicato sui social le foto choc dei cadaveri dei bambini sulle spiagge libiche.

«Alcune persone sono state disumanizzate e la loro morte non fa più male», dice al manifesto Oscar Camps, fondatore della Ong Open Arms. Insieme alla giornalista Nancy Porcia, lunedì ha pubblicato lef oto di alcuni cadaveri restituiti dal mare sulla spiaggia di Zuwara. Tra loro due bambini. Le immagini sono arrivate sul tavolo del Consiglio d'Europa, ma non hanno prodotto grandi reazioni.Chi le ha inviato le foto? «Una fonte che non posso rivelare, per la sua sicurezza. Basta vedere il dibattito aperto dalla pubblicazione: se quei corpi siano rimasti lì un giorno, due, nessuno. Qualsiasi cosa a parte riconoscere che abbiamo ucciso quelle persone». Perché ha deciso di pubblicare immagini così dure? «Perché è orribile quello che sta accadendo. Soprattutto mentre si parla di rinnovare la cooperazione con Tripoli. Quei morti sono una conseguenza degli accordi con i libici. L'impegno di Open Arms e altre Ong è nato in risposta all'immagine di Alan Kurdi, nel 2015». Oggi qual è il significato delle foto dei bambini morti sulle spiagge libiche? «Non hanno lo stesso impatto. Quella del bimbo Alan Kurdi fu la prima foto choc a fare il giro del mondo. Ora sembra che queste immagini siano in bianco e nero, si vedano meno, abbiano minore importanza». Perché? «In questi sei anni si è cercato di annullare queste persone, di togliere loro ogni personalità. Per convertirle in «migranti», «irregolari», «invasori». La disumanizzazione fa sì che quelle morti non facciano più male. Oggi è evidente che dopo Alan Kurdi non sarebbe cambiato nulla nel Mediterraneo, che l'inazione dell'Ue e dei paesi costieri sarebbe continuata. Così questi esseri umani sono stati trasformati in carne morta, uccisi prima che affoghino». (…) Non c'è un'operazione di soccorso istituzionale. «Si finanziano milizie che intercettano le persone in acque internazionali, incluso in zona Sar europea, e le riportano con la forza a Tripoli violando i loro diritti umani. Queste politiche uccidono. La Open Arms è ferma da otto settimane a Pozzallo: due in quarantena, senza che a bordo ci fossero positivi, e le altre per il fermo amministrativo ricevuto successivamente. (…) A novembre la Guardia costiera ha dichiarato con un comunicato che la Open Arms era l'unica nave umanitaria con tutti i certificati in regola per le attività Sar. Poi ci hanno bloccato amministrativamente. È curioso». Dai tracciati navali sembrerebbe che le navi umanitarie spagnole, Open Arms e Aita Mari, non scendano più nelle acque internazionali della «zona Sar libica», rimanendo a pattugliare in quella maltese. Perché? «Scendiamo e abbiamo fatto diversi soccorsi in quell'area. Di Aita Mari non so, ma Open Arms ci va. Può capitare per le decisioni del capitano o per le condizioni meteorologiche di rimanere più a nord. Non c'è un modello, né una decisione predefinita: siamo in acque internazionali per intervenire in caso di necessità». Quindi non c'è una richiesta dello Stato spagnolo per riconoscere la certificazione Sar? «No, non nel nostro caso. Dopodomani le Ong incontrano la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese. Cosa vi aspettate? «Etica, principi e rispetto dei diritti umani, al di là degli schieramenti politici. Quando si riveste una carica istituzionale si hanno responsabilità importanti che vanno rispettate. Negoziare con le mafie libiche e delegittimare le organizzazioni umanitarie con ogni ostacolo non credo sia etico».

IL VIAGGIO DI BLINKEN, IL MONDO CONTRO LUKASHENKO

Sono alleati ma hanno posizioni con differenze sostanziali Usa e Israele. Lo conferma il viaggio del segretario di Stato Blinken in Medio Oriente. Paolo Mastrolilli su La Stampa:

«Parlano quasi due lingue diverse, Usa e Israele, sul futuro del Medio Oriente dopo l'ultima guerra a Gaza. Almeno a giudicare dai toni usati dopo l'incontro di ieri tra il segretario di Stato Blinken e il premier Netanyahu. Tranne la volontà comune di escludere Hamas dalla ricostruzione, che potrebbe diventare l'elemento su cui basare la ripresa del dialogo, con il complicato obiettivo di indebolire i jihadisti nella Striscia e stoppare la loro espansione in Cisgiordania. Dopo il colloquio di ieri, Netanyahu ha sottolineato tre punti: «Primo, grazie a Biden per avere sostenuto il diritto all'autodifesa. E per l'Iron Dome, che riarmeremo. Se Hamas tornerà ad attaccare, la risposta sarà potente. Secondo, l'Iran. Spero che gli Usa non tornino nell'accordo Jcpoa, perché aprirebbe la porta all'arsenale nucleare. Terzo, vogliamo normalizzare le relazioni con gli arabi, e migliorare le condizioni palestinesi, in funzione di una pace formale. Ma questa pace potrà arrivare solo dal riconoscimento di Israele come Stato ebraico». Blinken ha risposto che Biden lo ha mandato in Medio Oriente con quattro obiettivi, non tutti allineati con Netanyahu: «La sicurezza di Israele, il consolidamento della stabilità regionale, la ricostruzione di Gaza, e del rapporto con l'Autorità palestinese». Sull'Iran ha promesso solo di consultare Israele, mentre si è impegnato ad escludere Hamas dalla ricostruzione e combattere l'antisemitismo riemergente negli Usa. Blinken poi è andato a Ramallah, dove Abbas lo ha ringraziato per la tregua e il rilancio delle relazioni. Ha promesso di tenere le elezioni appena Israele le consentirà anche a Gerusalemme, con lo scopo di creare un governo unitario, a cui però Hamas potrà partecipare solo se riconoscerà il diritto ad esistere di Israele. Blinken ha annunciato la riapertura del Consolato di Gerusalemme, che fungeva da ambasciata presso l'Autorità, ribadendo l'opposizione a qualunque iniziativa unilaterale che comprometta la soluzione dei due Stati». 

Il giornalista di opposizione Protasevich, arrestato costringendo un Ryanair ad atterrare a Minsk, ha parlato ieri in un drammatico video. Video che sembra un messaggio pronunciato sotto minaccia, tipo quelli dei rapiti dall’Isis o da Al Qaeda. Sulla Bielorussia di Lukashenko l’Europa sta esercitando il massimo di pressione internazionale. Cronaca de La Stampa.

«La Bielorussia di Lukashenko è sempre più isolata e sotto pressione internazionale. L'Europa sta tagliando i collegamenti aerei col Paese e prepara nuove possibili sanzioni contro il regime dell'«ultimo dittatore d'Europa», mentre l'opposizione chiede di essere invitata al G7 del mese prossimo in Gran Bretagna e - secondo fonti vicine all'Eliseo - ha già incassato l'appoggio di Macron. Il caso dell'aereo Ryanair costretto ad atterrare a Minsk per un allarme bomba poi rivelatosi infondato ha fatto tornare la Bielorussia tra le priorità internazionali. Secondo molti, il vero obiettivo del regime era quello di arrestare il giornalista d'opposizione Roman Protasevich, finito in manette non appena ha messo piede a terra, e oggi il Consiglio di Sicurezza dell'Onu terrà una riunione urgente sulla Bielorussia: un tema che sarà discusso anche il 16 giugno a Ginevra, nel faccia a faccia tra Biden, che valuta «opzioni adeguate» per quanto avvenuto, e Putin, che del despota Lukashenko è invece il principale (e unico) alleato. La Casa Bianca non crede che Mosca abbia giocato un ruolo nel «dirottamento» del Boeing, ma il Cremlino ha comunque difeso il regime e ha espresso «rammarico» per la decisione dell'Europa di tagliare i collegamenti aerei con la Bielorussia ed evitarne lo spazio aereo. «Se ci saranno reazioni della Russia, le vedremo», ha detto da parte sua il premier Draghi definendo le sanzioni sulla Bielorussia «equilibrate e ben dirette». Gli altri Paesi europei sono sulla stessa lunghezza d'onda e l'Ue ha sottolineato di non poter tollerare una «roulette russa con la vita dei civili». Lo stop ai sorvoli potrebbe essere un duro colpo economico per Minsk ma non è chiaro quali saranno le conseguenze delle sanzioni su un regime che resta avvinghiato al potere e nei mesi scorsi non ha esitato a reprimere con violenza le proteste pacifiche contro la vittoria di Lukashenko alle presidenziali di agosto. L'unica candidata dell'opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, è stata costretta a lasciare il Paese dopo il voto e ora chiede alla comunità internazionale nuovi provvedimenti».

L’ITALIA E LA CHIESA HANNO BISOGNO DI RICONCILIAZIONE

Entra nel vivo a Roma, all’hotel Ergife, l’Assemblea generale della Cei. La cronaca di Gianni Cardinale (nomen omen) è su Avvenire.

«La Chiesa che è in Italia - la nostra Chiesa, le nostre Chiese - non è mai stata e mai sarà in contrapposizione a Pietro, al suo magistero, alla sua parola. Per questo, oggi, come è sempre avvenuto nella nostra storia, ci sentiamo chiamati a vivere la sinodalità, a disegnare un "cammino sinodale"». Lo ha ribadito con fermezza il cardinale presidente della Cei Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, nell'ampia introduzione di ieri mattina alla 74ª Assemblea generale dei vescovi italiani che si è aperta lunedì con l'intervento e il colloquio dei presuli della Penisola con papa Francesco. Il porporato ha espresso particolare gratitudine al Pontefice «per il sostegno alle nostre Chiese e per la guida sicura, per la sollecitazione a essere Chiesa sinodale nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II», secondo «quell'ermeneutica della continuità e della riforma illustrata da Benedetto XVI». E per l'enfasi posta sul «santo popolo fedele di Dio». Tenendo sempre presente che il «senso di fede» del «popolo di Dio» non si esprime «con semplici meccanismi democratici, perché non sempre l'opinione della maggioranza è conforme al Vangelo e alla Tradizione». (…) Il cardinale Bassetti sottolinea quindi che la Chiesa e la società italiana oggi hanno «urgente» bisogno di «riconciliazione». Di riconciliazione ecclesiale, senza la pretesa di «elaborare e poi offrire un pensiero unico». E di «riconciliazione con il mondo», sulla scia del Concilio che ha «definitivamente mutato l'atteggiamento della Chiesa verso la modernità: non più il sospetto o il rifiuto, ma il dialogo e la profezia». Così «mentre emergono qua e là estremismi, che usano la violenza per affermare le proprie idee, la comunità ecclesiale, tutta intera, porta il contributo costruttivo della mediazione e della pace, della razionalità e della carità, costruendo ponti di comprensione con tutti e prendendo sul serio le domande antropologiche fondamentali». Nella sua riflessione Bassetti non ha mancato di lanciare uno sguardo sull'attualità nazionale e internazionale. Ha affrontato il dramma dell'inverno demografico(«Per risalire la china servono ovviamente gli interventi di carattere fiscale e amministrativo, riassunti ad esempio nell'"assegno unico"»). E la questione del lavoro («Chiediamo un'attenzione perché questo avvenga sempre in condizioni sicure»). Sul ddl Zan ha ribadito che c'è «ancora tempo per un "dialogo aperto" per arrivare a una soluzione priva di ambiguità e di forzature legislative». Mentre per quanto riguarda il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), il presidente della Cei osserva che «può essere una occasione importante di crescita collettiva», perché può «diventare un'opportunità per rilanciare l'economia del Paese, dando respiro e ristoro ad una società provata dalla persistente emergenza sanitaria, che sta producendo effetti molto pesanti sulla situazione socio- economica». Guardando alla situazione internazionale, Bassetti unisce la Cei «all'accorato appello del Santo Padre affinché in ogni area di conflitto - e, in particolare, in Terra Santa -tacciano le armi e ci si incammini sulla strada del dialogo e della riconciliazione». E annuncia che, dopo l'incontro di Bari del febbraio 2019 si sta «studiando un'altra occasione che possa far maturare ancora di più la coscienza di quanto sia attuale il sogno di La Pira». Riguardo poi al fenomeno migratorio, il cardinale ricorda che la Cei «ha garantito l'arrivo in Italia e l'accoglienza in sicurezza di oltre mille profughi dal Medio Oriente e dall'Africa, dimostrando che è possibile un'alternativa agli ingressi irregolari e alle morti in mare, su cui un giorno sarà severo e inappellabile il giudizio di Dio: "Dov' è tuo fratello?"».

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