Green pass di lotta e di governo

Niente fiducia posta dal Governo ma sorprese in aula sul certificato verde. Salvini vota un emendamento con Meloni. Governo talebano con mullah e terroristi. A Parigi si scelgono i bimbi sul catalogo

Draghi vuole accelerare sull’estensione del Green pass. Ieri Matteo Salvini ha prima ritirato i 900 emendamenti della Lega e poi ha deciso di far votare ai suoi un emendamento presentato da Fratelli d’Italia contro il Green pass nei ristoranti. Emendamento che ha raggiunto 134 voti, contro i soliti 50 dell’opposizione. Non è passato, per fortuna, ma ce n’è abbastanza per discutere. Salvini sul Corriere difende la sua linea, mentre il Pd chiede un chiarimento. Niente fiducia posta dall’esecutivo, per ora. Figliuolo torna ad annunciare il ricorso alla terza dose dalla fine del mese per i fragili. Ieri solo 203 mila 743 vaccinazioni. Il ritmo delle somministrazioni è calato drasticamente da un mese. Sul fronte dei vaccini per tutti, delusione per il G20: anche il virologo Usa Fauci sostiene che l’egoismo dei Paesi ricchi in materia può diventare un boomerang.

Il nuovo governo talebano ha una composizione che rispetta tutti i timori della vigilia: non ci sono donne. Il Premier è un leader religioso ricercato per terrorismo. La Difesa è in mano al figlio del Mullah Omar, il vice presidente è un negoziatore che Trump e Pompeo avevano accreditato, molti altri membri dell’esecutivo sono nella lista dei terroristi più pericolosi. BHL, ex “nuovo filosofo” francese, celebra il leone del Panshir, anche se la valle ora è nella salde mani dei Talebani. Sembra uno spot continuo contro l’Occidente. Una notizia confortante sull’Afghanistan è che Draghi ne ha parlato al telefono con il presidente cinese Xi, in vista del G20 a conduzione italiana. Anche se par di capire che l’Italia ha chiesto solidarietà diplomatica mentre la Cina ha ricordato gli impegni economici della Via della Seta.

Impressionante inchiesta di Avvenire che stampa un reportage su una fiera del “bambino à la carte” a Parigi. L’utero in affitto è una pratica illegale in parte d’Europa ma ampiamente pubblicizzata. In Italia si discute nel merito sul Reddito di cittadinanza. Il governo lo vuole mantenere, ma anche modificare. Sulla corsa al Quirinale, Il Fatto è schierato contro i “super partes” Draghi e Mattarella. Mentre Fioroni sul Foglio invoca un partito per Draghi.

Una notazione per i miei fedelissimi lettori: sui vaccini, ma anche sulla guerra (non) giusta in Afghanistan, come sulla scuola (sollecitati dall’intervento di Grassucci) ricevo da voi in queste settimane opinioni anche molto diverse fra di loro. Mi colpisce che fra coloro che seguono questa Versione ci siano persone con background e pensieri anche opposti. È una piccola ma confortante dimostrazione che l’internet non è solo la polarizzazione che spesso vediamo nei social. Che le idee possano ancora circolare e far riflettere. Che il mondo non è diviso fra pro e contro. Che il dialogo non è rinuncia alle proprie idee o alla propria identità. Grazie! Parlo ancora di noi per dire che teniamo fede all’orario antelucano di preparazione della rassegna e vi garantiamo la Versione entro le 8 di mattina, impegno che terremo dal lunedì al venerdì. Diversi abbonati sono gasati per l’altra grande innovazione di questi giorni: la possibilità di scaricare gli articoli integrali in pdf. Trovate il link alla fine della Versione. Se qualche cosa vi interessa consiglio di scaricarlo perché il file resta disponibile solo per 24 ore.

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Vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera registra le mosse di Salvini, di lotta e di governo: Alta tensione sul green pass. La Stampa è didascalica: Green Pass, Salvini vota contro Draghi. Il Fatto canzona il Governo: I Migliori: vai avanti tu che mi vien da ridere. Per il Quotidiano Nazionale: Green pass, nuovo strappo di Salvini. Per La Verità il certificato verde è una tragedia: Bandiera bianca sul Green pass. «Sui trasporti è impossibile». Il Mattino è ancora sulla pandemia: I vaccini italiani funzionano ma la ricerca è senza fondi. Il Messaggero annuncia a proposito dei test salivari: Scuola, i tamponi si fanno a casa. Il Manifesto dedica l’apertura al nuovo Governo di Kabul: Talequali. Poi ci sono i titoli sul Reddito di cittadinanza. Il Sole 24 ore: Doppio flop Regioni e navigator. Repubblica promette: Il Reddito resta, ma Draghi lo cambierà. Il Giornale si dedica alla legge sulla omotransfobia: Addio Ddl Zan. Avvenire pubblica un’inchiesta su una Fiera francese per l’utero in affitto: Bambini à la carte. Libero torna sulla discussione scatenata da Montanari: Ci vogliono vietare di difendere le foibe. Il Domani insiste nella sua campagna contro il sindaco di Venezia: Brugnaro punta all’affare del porto di Venezia dopo il decreto Grandi navi.

GREEN PASS, SALVINI VOTA CONTRO

Attivismo della Lega in Parlamento sul Green pass. La cronaca di Concetto Vecchio per Repubblica.

 «Il solito Matteo Salvini di lotta e di governo. Nella discussione alla Camera sulla conversione del decreto legge che dal 6 agosto ha reso obbligatorio il green pass per andare al ristorante, al cinema, in palestra, il leader della Lega fa il doppio gioco. Ritira dapprima gli emendamenti che aveva minacciato, inducendo il governo a non mettere più la fiducia, ma poco dopo annuncia che voterà le modifiche proposte da Fratelli d'Italia, salvo aggiungere che il governo «rischia zero». Poi alle 20, a voto segreto, l'emendamento di Giorgia Meloni di soppressione del Green Pass non passa, ma ottiene ben 134 voti. Si sospetta che siano in larghissima parte leghisti, visto che Fdi ha appena 37 deputati (che non erano tutti presenti) e l'opposizione non supera quota 50. «Tutta la Lega ha votato l'emendamento di FdI e quindi contro il governo: 134 voti sono in pratica la somma dei loro voti più quelli dell'opposizione», denuncia il pd Emanuele Fiano. «Ormai la doppiezza della Lega viene elevata a sistema. Non ha più fiducia in Draghi? Lo dica!» twitta il membro della segreteria Pd Enrico Borghi. «Sul Green Pass chiediamo chiarezza: non si può stare nella maggioranza e contemporaneamente nell'opposizione», commenta da Siena, il segretario Enrico Letta. Al netto della tecnica da guerrigliero parlamentare di Salvini la strategia di Mario Draghi però va avanti. Può apparire un paradosso in questo caos, ma è così. Già domani potrebbe esserci infatti un provvedimento che estende il Green Pass anche al privato e alla pubblica amministrazione. Come ha detto ieri il generale Figliuolo: l'Italia a breve sarà vaccinata all'80 per cento, ma con la variante Delta non può bastare ancora. Ci sono ancora 1,8 milioni di over cinquanta non immunizzati. E quindi ecco la necessità di ampliare la platea dell'obbligo. L'estensione del lasciapassare riguarderà statali, ristoratori, camerieri, barman, gestori di locali, istruttori nelle piscine e nelle palestre. Ma dovrebbe valere anche per i lavoratori nei trasporti, dai treni dell'alta velocità a navi e traghetti. A questi si aggiungeranno quasi certamente gli autisti dei bus nel trasporto locale, anche se per i passeggeri non è previsto al momento alcun obbligo. E varrà anche per gli operai nelle aziende. Questo dopo l'incontro dell'altra sera tra il leader Cgil Maurizio Landini e il premier Draghi e tra i sindacati e Confindustria. Draghi ha incontrato anche il leader degli industriali, Carlo Bonomi. «La Cgil ribadisce di non avere nulla contro il Green Pass, ma chiede che non diventi uno strumento per licenziare », specifica un ordine del giorno della Cgil. Landini insiste: «Governo e Parlamento si assumano la responsabilità politica di prevedere l'obbligo vaccinale». E adesso anche il leader M5S Giuseppe Conte non lo esclude. Al momento sono esentati dall'obbligo Green Pass lavoratori autonomi, come avvocati e commercialisti. A Montecitorio per entrare in aula non serve. Ma è richiesto invece per entrare al ristorante o a in biblioteca. Una strana maggioranza fatta di Fdi, Pd, Italia viva chiede venga introdotto».

“Draghi era avvertito”, dice Matteo Salvini nell’intervista a Marco Cremonesi del Corriere.

«Noi garantiamo un equilibrio tra il diritto alla salute e quello al lavoro. Se avessimo dato retta a Speranza e a quelli come lui, oggi saremmo ancora tutti chiusi in casa. A fare la fame». Matteo Salvini risponde al telefono pochi minuti dopo il (relativo) colpo di scena: la Lega - che aveva detto sì al green pass in Consiglio dei ministri e poi aveva ritirato tutti i suoi oltre 900 emendamenti - in Aula si è espressa a favore di quelli di Fratelli d'Italia. Partito che, diversamente dalla Lega, è all'opposizione. Segretario, che storia è questa? È al governo o è all'opposizione? «Noi abbiamo migliorato il green pass. E del resto, stavo ascoltando la discussione alla Camera e c'era una parlamentare di Forza Italia che sosteneva quello che sosteniamo noi». Salvini, non ci giri intorno: dalla maggioranza, che è poi anche la sua, in tanti la accusano di tenere i piedi in due scarpe e la parola più ripetuta è «ambiguità». «Ma quale ambiguità? I vaccini sono entrati in 40 milioni di case, e va benissimo. Il green pass anche va benissimo negli stadi, nei teatri e nelle manifestazioni pubbliche. Ma noi possiamo ancora avere la libertà di chiedere i tamponi gratuiti?». Beh, nessuno ve lo ha vietato. «Guardi un po', venti minuti fa mi hanno comunicato che sono saltati fuori la bellezza di 50 milioni di euro destinati ai tamponi gratuiti. Il dubbio è che se io non alzassi un po' la voce, i 50 milioni poi non salterebbero fuori». Ma il premier Draghi sapeva delle vostre intenzioni? «Tutti erano informati di tutto». Questi vostri colpi di scena non rischiano di disorientare, assai più che i politici, i vostri elettori? «Ma no. Poche ore fa stavo parlando con una mamma che ha tre figli, tre ragazzini che fanno sport: mi diceva che per coprire i figli con i tamponi, le servirebbero 600 euro al mese. È possibile? Noi abbiamo portato a casa l'estensione di validità del green pass da 9 a 12 mesi, abbiamo messo in sicurezza gli albergatori che rischiavano di perdere clienti a pranzo e cena, ora stiamo chiedendo che i ristoratori non siano ulteriormente penalizzati. Sono ben altre le cose difficili da capire». (…) Insomma, non è un po' strano ritirare i propri emendamenti per poi votare quelli dell'opposizione? «Macché. Alla fine noi votiamo tre o quattro emendamenti. E abbiamo ritirato i nostri perché in caso contrario avrebbero messo la fiducia e non ci sarebbe stata una discussione che io invece credo importante». Altre sorprese in vista? «Domani (oggi) si vota ancora e se accoglieranno altre nostre istanze, pensiamo a temi come le disabilità e provvedimenti per le famiglie in difficoltà, noi andremo a dormire contenti di aver fatto il nostro lavoro».

CORSA CONTRO IL TEMPO: I NO VAX FAVORISCONO LE VARIANTI

Il meccanismo è chiaro: chi non vuole vaccinarsi, con la sua scelta, aumenta la possibilità che non si esca dall’incubo pandemia. Lo dice alla Stampa in un’intervista il più famoso e accreditato virologo, l’americano Anthony Fauci.

 «Correre, correre, correre. Anthony Fauci ripete che tutto si gioca sul fattore tempo. Più vaccinati ci saranno e prima torneremo alla normalità. Anche perché - ammonisce dall'ufficio di Washington, dove dirige il National Institute of Allergy and Infectious Diseases - non c'è solo il Covid-19. Altre pandemie arriveranno. L'immunologo più famoso d'America, consigliere medico capo del presidente Biden, sarà protagonista della videointervista in programma, venerdì 10, al Teatro Carignano di Torino: l'occasione è il Festival di Salute, che debutterà giovedì a Roma e proseguirà con una serie di tappe a Trieste, Padova e Genova. Al centro il Covid e le sue lezioni, il futuro prossimo e quello più lontano, la medicina e non solo. Dottor Fauci, il Covid non finisce di stupirci e terrorizzarci: nuove varianti, come Delta e Mu, appaiono e riportano verso l'alto la curva di malati e vittime. Quanto è grave la situazione? «Ora negli Usa e nel mondo la variante Delta è predominante: abbiamo lo sguardo rivolto anche alla Mu e alle sue mutazioni, ma rappresenta meno dello 0,5%. Speriamo di tenere la Delta sotto controllo, visto che i vaccini funzionano molto bene: il problema negli Usa è che, mentre una buona fetta di persone è stata vaccinata, 75 milioni di individui, che potrebbero esserlo, non lo sono. Quando anche queste persone saranno vaccinate, avremo una migliore gestione della situazione». Come prevede l'autunno in Italia? «Penso che siate nella stessa condizione degli Usa. È necessario vaccinare il maggior numero possibile di individui. Dobbiamo essere sicuri che in Nazioni dove l'accessibilità ai vaccini è ampia, come in Italia, tutto proceda rapidamente. Se sarete veloci, in autunno si potrà tenere tutto sotto controllo». Sarà necessaria una terza dose? «È una buona idea. Abbiamo visto negli Usa, e in Israele, dove i programmi sono più avanzati, che dopo alcuni mesi l'efficacia dei vaccini diminuisce, sia nel caso di sintomi leggeri sia nel caso di quelli più gravi che necessitano di un ricovero. E questo soprattutto nel caso della variante Delta. Basandoci sui dati, prevediamo, entro settembre, di iniziare a distribuire negli Usa la terza dose di Pfizer, Moderna o Johnson&Johnson». Lei ha dichiarato che la normalità negli Usa potrebbe arrivare non prima della primavera del 2022. E in Europa? «Dipende. L'Europa è un'area avanzata e l'Italia seguirà una linea simile a quella Usa: se ci sarà un'alta percentuale di vaccinati, ci si avvicinerà gradualmente a una forma di normalità. Quando, invece, si guarda a nazioni più povere, dove l'accesso ai vaccini non è paragonabile al nostro, è chiaro che ci vorrà un periodo più lungo. Mi riferisco all'Africa e a una serie di nazioni in Asia e Sud America. È il motivo per cui ho enfatizzato le responsabilità dei Paesi più sviluppati perché aiutino quelli poveri a ricevere maggiori quantità di dosi. Dobbiamo controllare la pandemia non solo nelle nostre nazioni, ma in tutto il mondo». Come immagina il futuro del virus? Scomparirà o diventerà endemico? «Spero che scompaia, però non ne sono così sicuro. Credo che terremo sotto controllo la pandemia. Ci sono, in effetti, vari modi di affrontarla: la si può gestire, eliminare, eradicare. Ho molti dubbi che la si possa sradicare, ma credo che la potremo domare con i vaccini. Ci potranno essere ancora manifestazioni sporadiche e tuttavia nulla a che vedere con le minacce alla salute pubblica che viviamo ora. Negli Usa siamo ancora nel mezzo della pandemia e solo nell'ultima settimana abbiamo registrato 160 mila infezioni al giorno: è una situazione grave. Dobbiamo scendere molto rispetto a questa soglia». È d'accordo a rendere obbligatori i vaccini? «Credo che dovrebbero essere obbligatori: non necessariamente per disposizione del governo centrale, ma di sicuro a livello locale. Scuole e università e i luoghi del business dovrebbero richiedere che chi lavora in quegli ambienti sia vaccinato. È l'unico modo per controllare il virus. È ovvio che non tutti vogliono vaccinarsi, ma dobbiamo renderli consapevoli che solo così possono lavorare e operare». È favorevole a vaccinare tutti gli studenti, anche sotto i 18 anni? «Sì. E negli Usa si fa già. Il vaccino, quello Pfizer, è stato approvato per i dodicenni e i ragazzi più grandi. Intanto stiamo eseguendo gli studi clinici per determinare la sicurezza nei bambini di 11 e in quelli più piccoli, fino a sei. Se i test saranno positivi, potremo eseguire le vaccinazioni anche in queste fasce d'età». La pandemia ha enfatizzato approcci medici e politici diversi, come dimostrano Usa, Israele, Svezia o Italia. Chi è stato più bravo? «Non penso che si possano fare paragoni, perché ci sono differenti situazioni e condizioni. Per quanto riguarda i programmi di vaccinazione, penso che sia chiaro che Israele ha fatto molto bene. Si tratta, però, di una nazione piccola, con meno di 10 milioni di abitanti». No-vax e scettici non demordono e molti muoiono: lei come reagisce? «Sono molto preoccupato. Si tratta di contagi e di morti evitabili». Negli Usa c'è chi si cura con un anti-parassitario, l'Ivermectin, rischiando la vita e ignorando tutti gli avvertimenti: perché? «È difficile da spiegare. C'è molta disinformazione, soprattutto nei social. Quando questa circola, non funziona alcun meccanismo di controllo. Molte persone credono sia vero ciò che non è vero».

Alessia Guerrieri intervista per Avvenire Riccardo Moro, sherpa dei Civil 20, che non nasconde la delusione per la conclusione del G20 della Salute di Roma.

«Nessuna «road map» su vaccini e salute globale, nella dichiarazione finale dei ministri della Salute del G20. «C'è più di un'affermazione condivisibile dal punto di vista dei principi e degli auspici, quello che manca tuttavia è un piano di azione concreto». Riccardo Moro, sherpa del Civil 20 che coinvolge oltre 550 realtà della società civile internazionale provenienti da 100 Paesi, non nasconde che dal G20 ci si aspettava «qualcosa di più coraggioso», come «un'assunzione di responsabilità sulla dimensione nazionale e sul piano internazionale per rafforzare i processi multilaterali e mettere risorse a disposizione. E da questo punto di vista nel documento non ci sono né azioni concrete e né obiettivi precisi». In particolare, cosa manca? «Noi chiediamo con continuità un impegno sui vaccini che si metta in atto anche attraverso la deroga prevista dalle norme internazionali Wto/Trips di sospensione dell'applicazione dei diritti di proprietà su tutti i beni Covid, per consentire un aumento della produzione nel sud del mondo che in tempi più solleciti possibili permetta un accesso di tutti ai vaccini». Come si concilia la percentuale del 5% a fini umanitari che il G20 ha confermato con la terza dose di cui si parla nei Paesi ricchi? «Semplicemente non si concilia. In Italia la cura è un diritto previsto dalla Costituzione solo per nascita non per ricchezza o altre classificazioni. A livello globale nel caso del Covid ci siamo comportati in modo diverso. Ci siamo preoccupati come Ue che i cittadini europei potessero accedere ai vaccini e dopo abbiamo avviato la solidarietà, pur distribuendo una delle maggiori quote di vaccini nel sud del mondo. Quello che la società civile internazionale si aspetta è che vengano create le condizioni perché tutti possano accedervi; invece in questo momento abbiamo di fatto una situazione di mercato per cui chi riesce accede, gli altri vengono dopo e diamo loro un po' di solidarietà». Quindi? «Bisogna continuare con gli strumenti già messi in campo come Covax, ma ci vuole qualcosa di più coraggioso. Che non è la generosità dei ricchi che regalano dosi, ma fare in modo che le produzioni siano in tutto il pianeta. È appunto la deroga agli accordi Trips, abbiamo più di 100 Paesi nel mondo favorevoli ma c'è una resistenza dei Paesi più ricchi. Questo, però, significa mantenere un potere che è finanziario, tecnologico, e quindi politico, nelle mani di chi ce l'ha già, quando in questa fase abbiamo bisogno che quel potere sia distribuito e che non sia affermazione di qualcuno su altri ma diventi servizio». Il G20 ha posto il tema dell'approccio One Health, questo è un passo avanti… «L'approccio One Health è il risultato dell'idea che abbiamo bisogno di una visione olistica che guardi all'uomo dentro l'ambiente, come ha sottolineato anche papa Francesco nella Laudato si'. Questo tema però impone coerenza di politiche. Nella dichiarazione del G20 non sempre a principi condivisibili conseguono assunzioni di responsabilità. Abbiamo, ad esempio, un tema apertissimo legato all'uso dei fertilizzanti nel pianeta che non viene trattato negli stessi ambiti in cui si parla di One Health come il G20. Anche sul fronte della medicina di genere, forse non si è fatto abbastanza. Ci sono molti riferimenti nella dichiarazione, ma non indicazioni di natura più pratica. Manca insomma un approccio di genere, come manca anche il rapporto con le comunità. Secondo noi è importante che le politiche della salute siano costruite a partire dalle persone. Vanno infatti disegnati interventi sulla salute a partire dalle caratteristiche delle nostre comunità, coinvolgendole. E per fare questo c'è una questione finanziaria che entra in ballo. Siamo quindi preoccupati che determinate scelte siano rimandate dalla ministeriale Salute alla ministeriale congiunta Salute/ Finanze, perché temiamo che si affidino a soggetti che non hanno ricevuto questo mandato politico, come sono i ministri delle Finanze, la responsabilità politica di disegnare l'architettura dei sistemi sanitari». Che cosa proponete, dunque? «Chiediamo a chi ha la responsabilità finanziaria dei nostri governi di essere rigorosi nel creare dei sistemi di equità fiscale, perché arrivino risorse sufficienti per costruire sistemi di salute capaci di andare ad incontrare le persone nella loro dimensione comunitaria».

Zita Dazzi, giornalista di Repubblica, ha scritto una lettera aperta ai No Vax, che l’avevano messa nel mirino per un tweet a proposito del figlio ricoverato in un ospedale di Milano.

 «Cari no vax, cari manifestanti contro il green pass obbligatorio, vi scrivo da un grande ospedale milanese, dove sto assistendo mio figlio 16 enne, colpito per la seconda volta in un anno e mezzo da una patologia importante, che non ha nulla a che vedere col Covid. Vi scrivo perché proprio da questa stanza nella quale il ragazzo - e io con lui - è recluso da due settimane abbiamo guardato le immagini delle vostre proteste in piazza. Vi assicuro che, viste da qua, le vostre battaglie appaiono ancora più surreali che viste da fuori. Io ho il massimo rispetto per i dubbi e le paure altrui, capisco che le persone chiedano alla scienza di spiegare effetti e benefici dei vaccini. Ma credo anche nella forza dei numeri, che stanno dimostrando come i vaccini siano l'unica arma utile al momento per combattere il coronavirus. È la seconda volta che mio figlio è ricoverato e vi assicuro che le restrizioni oggi non sono molto diverse da quelle che ha subito durante il ricovero nell'aprile 2020, nel pieno della prima ondata. In effetti il virus, fuori continua a circolare, e questo anche grazie al fatto che c'è tanta gente che non si vaccina e che continua a far camminare l'infezione con le sue varianti. Vorrei dunque chiedervi di fare uno sforzo di immaginazione per capire che cosa provano i pazienti - i ragazzi come il mio, ma anche i tanti adulti, e gli anziani - chiusi negli ospedali, impossibilitati a ricevere visite dai familiari, a causa della circolazione del Covid 19 che continua imperterrita a distanza di 17 mesi. Chi deve stare in ospedale a lungo, soprattutto in reparti delicati come quelli della Pediatria, anche se ha ricevuto già due dosi di vaccino, anche se ha il green pass - com'è nel caso di mio figlio - non può vedere nessun parente, anche se si tratta di persone che hanno il certificato verde. Volete sapere perché? I medici ce lo hanno spiegato: "Anche se voi siete vaccinati, anche se lo sono gli altri vostri familiari, a causa della situazione che c'è fuori dall'ospedale, dove il virus continua a circolare, con 5 mila contagi al giorno, che ora rischiano anche di aumentare, non si possono ammettere ingressi di esterni. Non si possono introdurre persone che magari inconsapevolmente potrebbero fare entrare il Covid in corsia. Non ci possiamo permettere focolai in reparti dove ci sono pazienti immunodepressi, sottoposti a terapie pesanti. E purtroppo, con tante persone che non si vaccinano, giovani e meno giovani, persone che contraggono il Covid in maniera asintomatica, non si possono far entrare in ospedale nemmeno le persone vaccinate, per le quali sussiste un piccolo, ma non trascurabile margine di rischio di infettarsi, anche in quel caso in modo asintomatico". Sono argomentazioni chiare e per me completamente condivisibili, quelle che ci hanno riferito i medici del grande ospedale milanese dove mio figlio (e io con lui) è recluso da molti giorni con la prospettiva di stare dentro diverse altre settimane. Ma voi, quando andate a manifestare e inalberate i vostri cartelli contro la dittatura sanitaria, ci pensate a chi subisce le conseguenze di questa pandemia che non finisce mai? Voi che rivendicate la vostra libertà di non vaccinarvi - e quindi magari di ammalarvi e di contagiare altri - ci pensate mai a tutti quelli che non hanno la libertà nemmeno di vedere un fratello o una sorella durante mesi difficili di terapia e di attesa di una guarigione? Ci pensate mai ai medici e agli infermieri che da un anno e mezzo devono lavorare in queste condizioni, mentre voi si sciacquate la bocca con la vostra libertà di non vaccinarvi? Io sono sempre stata a favore della libertà di pensiero, ho sempre ammirato chi non accetta spiegazioni semplicistiche e imposizioni dall'alto. Ma credo che alla mia libertà esista sempre un unico limite: il limite è quello del punto dove iniziano le libertà degli altri. Lo ha detto molto meglio di me il Capo dello Stato, Sergio Mattarella: "Vaccinarsi è dovere morale e civico. Non si invochi la libertà, chi si sottrae mette a rischio la vita e la salute degli altri". Aggiungo solo a queste parole perfette, una mia piccola considerazione da mamma: prima di andare a fare la prossima manifestazione con quegli insensati, vergognosi richiami alla Shoah, pensate un attimo alle persone chiuse in ospedale. Agli anziani e ai bambini che rischiano di ammalarsi perché tanta gente non si vaccina. Solo un attimo. Grazie».

AFGHANISTAN, IL GOVERNO TALEBANO

Sarà provvisorio, ad interim, ma alla fine è arrivato l’annuncio del nuovo governo talebano. Tradizionale e religioso, per la sicurezza occidentale è fatto anche di pericolosi ricercati per terrorismo. Lorenzo Cremonesi sul Corriere.

«Il governo talebano non sarà affatto «inclusivo», come invece avevano promesso. Una doccia fredda e un segnale di ulteriore allarme per tutti, specie per chi auspicava che i talebani potessero moderarsi nella speranza del riconoscimento internazionale. La nomina a premier del Mullah Hasan Akhund, un duro della prima ora che appare sulla lista Onu del terrorismo, desta preoccupazioni. E la scelta di affidare gli Interni a Sarajuddin Haqqani è destinata ad aggravarle. Il primo fu ministro degli Esteri nel 1996, fiancheggiò il Mullah Omar nella decisione di garantire asilo a Osama bin Laden. Come tanti della sua generazione, le sue radici sono nei vicoli poveri di Kandahar, dove vendeva tessuti. Ma presto divenne un comandante militare e il vice dell'allora potente Mullah Rabani. Di lui dicono che ha un'istruzione molto limitata, ma sa controllare bene le sue reazioni citando di continuo versetti del Corano. Un estremista religioso che guarda alla democrazia come ad una sorta di trucco sporco degli infedeli. Ma Haqqani è ancora più pericoloso: il suo clan, forte nelle regioni pashtun tra l'Afghanistan orientale e le zone tribali pachistane, ha sempre mantenuto legami stretti con il terrorismo islamico e anche negli ultimi anni ha conservato rapporti di cooperazione con le cellule di Isis. Gli Stati Uniti hanno promesso 10 milioni di dollari a chiunque ne aiuti la cattura. La definizione di «governo di transizione» non deve trarre in inganno. Non ci saranno elezioni. Semplicemente nei prossimi mesi vedremo aggiustamenti e nomine dettati dai rapporti di forza tra le correnti inter-talebane. Nella lista presentata ieri non c'è neppure una donna, come era prevedibile. Manca anche la divisione tra potere politico e religioso all'iraniana, come invece tanti commentatori avevano predetto. Abdul Ghani Baradar, il pragmatico che aveva negoziato con gli americani, viene degradato a vicepremier. Resta nell'ombra anche il leader religioso dal 2016, Haibatullah Akhundzada. Appare ovvio che però i talebani dovevano in qualche modo elaborare un esecutivo di compromesso e cominciare a governare. Il Paese attende, la crisi economica si sta facendo grave, i ministeri devono funzionare. Le difficoltà per loro cominciano adesso».

Il commento di Giuliano Battiston sul Manifesto, che vede nel nuovo esecutivo anche una debolezza legata alle trasformazioni della società afghana:

«I vecchi mullah si trincerano dietro la tradizione religiosa. Un governo teocratico, di vecchi religiosi con la barba striata di bianco. Le giovani donne si espongono con nuovo protagonismo politico e sociale. Il nuovo governo dei turbanti neri viene annunciato poche ore dopo la violenta repressione di importanti manifestazioni a Kabul ed Herat con le donne come protagoniste. Conclusa la guerra, si apre all'insegna del conflitto sociale il nuovo Emirato islamico d'Afghanistan. I Talebani sembrano non accorgersene, ma si renderanno conto presto di quanto sia difficile gestire un conflitto che si gioca su un piano diverso da quello in cui sono riusciti a sconfiggere le potenze militari straniere. L'esecutivo nominato ieri sarà pure a interim, come ha ricordato il portavoce Zabihullah Muhajid, includerà anche gli esponenti anagraficamente più giovani del movimento, come Sirajuddin Haqqani, tra i veri vincitori della partita sulle nomine, e mullah Yaqub, garantiti per status famigliare più che per virtù personali. Ma è come se tracciasse una linea di continuità con il primo Emirato, quello rovesciato nel 2001 come rappresaglia agli attentati dell'11 settembre, di cui i turbanti neri non erano responsabili e di cui non erano stati avvertiti da al-Qaeda. Venti anni di occupazione militare in Afghanistan hanno prolungato la longevità di un movimento che, forse, avrebbe avuto vita più breve, travolto dalla spinta demografica e dai cambiamenti della società, molto più dinamica di quanto siamo abituati a pensare. Le proteste di questi giorni, incluse le ultime, più partecipate, sono chiare: l'idea che quella afghana sia una società statica, inerte, immune al cambiamento, è sbagliata. E pericolosa. È servita a chi in questi anni ha pensato che il cambiamento andasse innescato da fuori, perfino con un intervento militare. Che ha prodotto disastri. La clandestinità, il carattere sotterraneo delle attività dei Talebani hanno isolato il gruppo dalla società, radicalizzando le differenze. Preoccupati dal confronto con ciò che non conoscono e che temono, i turbanti neri si rifugiano nella tradizione, ammantata di sacralità. Oggi l'Amir al Mumineen, la guida dei fedeli, e combattenti, non è più mullah Omar, morto e sepolto da anni anche se a lungo tenuto in vita dalla propaganda. È Haibatullah Akhundzada, il leader nascosto, forse vivo forse morto, che incarna la massima autorità religiosa. A guidare l'esecutivo ci sarà mullah Hassan Akhund. Poco conosciuto, è l'uomo che nel 1996, a Kandahar, ha passato il caffetano che si dice appartenuto al profeta Maometto, indossato da mullah Omar per legittimare religiosamente il primo Emirato. Appena insediato, il secondo Emirato porta lo stesso nome, ma è a interim. Curioso per un governo la cui legittimità si dice fondata sul volere di Allah, forse momentaneamente impegnato. In realtà, il governo «facente funzione» è uno scudo per i Talebani: serve a gestire con maggiori margini di manovra gli eventuali rimpasti per tener conto della vivace dialettica interna, che ha trovato un equilibrio soltanto dopo 3 settimane dalla presa del potere. E serve a prendere tempo per provare a dare una sostanza giuridica e costituzionale a un governo che, per ora, funziona replicando la vecchia Repubblica islamica condannata come corrotta dai Talebani al potere».

Era stato evocato ieri dal commento amaro di Domenico Quirico e oggi, puntuale, ecco un suo intervento stampato in Italia da Repubblica. Stiamo parlando di Bernard-Henri Lévy, grande sostenitore del “leone del Panshir” e della ribellione ai Talebani. Ecco il passaggio finale del suo articolo sfogo.

«C'è poi questa sconfitta, di cui fatico a cogliere il senso... È un rovescio momentaneo? Una disfatta? Uno di quei crolli da cui ci vogliono cinquant'anni per riprendersi e che la Francia conosce bene? O, piuttosto, una ritirata per guadagnare tempo? Una tattica? Un cessate il fuoco per cercare rinforzi? C'è, nel Panshir, qualcosa di Masada? È stata la sconfitta di un'ultima battaglia per salvare l'onore? Non credo. Io affermo che la nobiltà, la bellezza, la grandezza dell'essere umano appartengono qui non ai vincitori, ma ai vinti. Non ai barbari, ma ad Ahmad Massud, che non mi pento di aver esaltato quando ho detto ai suoi comandanti che un giovane leone era sorto nel Panshir. Ci sono leoni che perdono delle battaglie. Ma non è grave. Perché non smettono di essere dei leoni. Tanto più perché c'è un fatto che rimane. Poche ore dopo il bollettino della vittoria dei talebani, Massud il giovane ha lanciato il suo nuovo e spettacolare appello alla "rivolta nazionale". È sempre la stessa storia. Mai e poi mai il potere, i carri armati e le esibizioni muscolari di forza porteranno umanità. Dalle trincee dell'Ucraina sguarnita alle montagne del Kurdistan, anch'esse circondate, in nessun luogo gli arroganti trionfano per sempre sui popoli perduti, dimenticati, ma eroici. E a coloro che credono di aver vinto, che sparano in aria e ridono dei cadaveri di cui hanno colmato le valli, bisogna ripetere che non hanno né la dignità dei provvisoriamente vinti, né lo splendore di quei pochi che, affermava André Gide, saranno i soli a salvare il mondo. L'Afghanistan ha perso battaglie, ma non la guerra. È nella fossa dove sono caduti i combattenti del Panshir, ma la sua fiamma non è spenta e il Panshir non ha detto la sua ultima parola. Giace nelle confuse scie in cui oggi si mescolano le acque di uno dei più bei fiumi della terra e il sangue, i corpi, il fango dei combattenti uccisi - ma è qui che i semi della rinascita stanno già crescendo. I partigiani del Panshir, costretti a indietreggiare ma risoluti, sono come le donne di Herat, di Kabul e di Kandahar, che si ostinano a sfidare i talebani. Sono ciò che rimane di misterioso nell'umanità e che nessuna sventura può sottomettere. Sono quella parte, non maledetta, ma benedetta, che resiste, sopravvive e si rafforza nel crogiolo delle prove condivise. Il resto dell'Afghanistan. La speranza. Comincia la resistenza».

DRAGHI A COLLOQUIO CON XI

A livello diplomatico, ieri importante colloquio fra il nostro Presidente del Consiglio e il Presidente cinese. Non si è ottenuto ciò in cui l’Italia sperava, ma è stato un passo avanti. Tommaso Ciriaco per Repubblica.

«Nonostante le attese della vigilia, non è ancora il passo decisivo. Ma è di certo un passo in avanti che avvicina il G20 straordinario sull'Afghanistan, lascia trapelare a sera Palazzo Chigi. Perché il presidente cinese Xi Jinping durante la telefonata con il premier Mario Draghi non ha chiuso all'ipotesi. E anzi, apre al percorso diplomatico verso il summit. Ora, le diplomazie spenderanno i prossimi sette giorni per limare la bozza di piattaforma comune da sottoporre ai Venti. A metà della prossima settimana, poi, sarà convocata una riunione dei ministri degli Esteri. Se tutto dovesse filare liscio, saranno loro a bollinare il progetto e permettere alla Presidenza italiana di convocare il vertice. I tempi restano stretti. L'idea è quella di provare a ospitare la riunione il prossimo 29 settembre, oppure al più tardi entro il 7 ottobre. La ragione è semplice: bisogna attendere gli sviluppi dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si terrà nella quarta settimana di settembre, ma senza finire troppo a ridosso del G20 "ordinario" del 30 e 31 ottobre a Roma. Al telefono con Xi, Draghi insiste soprattutto su un punto: «Occorre una soluzione multilaterale». Per costruirla, serve il colosso asiatico. Il leader cinese non si mostra ostile all'opzione, trapela dal governo, ed è già un risultato. La roadmap che il presidente del Consiglio sottopone all'interlocutore prevede due punti, sostanzialmente. Elaborare innanzitutto una soluzione umanitaria per permettere di evacuare gli afghani a rischio verso altri Paesi dell'area e - in prospettiva - nella direzione dell'Occidente. E poi costruire una strategia condivisa nella lotta al terrorismo, prioritaria per la Russia. Bisogna far combaciare ancora molte caselle. Si dibatte ad esempio sulla platea dei Paesi "extra G20" da ospitare al summit. Il Pakistan e l'Iran, in particolare. E poi la necessità di costruire un documento che tenga insieme la volontà degli Stati Uniti e della Cina. Ben sapendo che non sarà Pechino a trasformarsi nel principale sponsor di una soluzione multilaterale. Dallo stallo afghano, infatti, Xi ha tutto da guadagnare: intanto perché una relazione privilegiata con il regime talebano gli permetterebbe di costruire un vero e proprio protettorato economico. E poi perché certificherebbe il fallimento della strategia di Usa e Occidente. Per questo, l'eventuale G20 assumerebbe un valore ancora maggiore. Certo, il comunicato con cui Pechino riferisce dell'incontro non menziona il summit straordinario e "benedice" solo lo sforzo per il vertice di Roma di fine ottobre. In particolare, la versione cinese fornita dal network di Stato Cctv considera positivo l'impegno italiano sul fronte dell'economia globale e della lotta alla pandemia. E ricorda all'Italia il precedente del protocollo "Belt and Road", la cosiddetta Via della Seta firmata ma di fatto ancora congelata. Si ipotizza anche un sostegno reciproco per ospitare con successo le Olimpiadi invernali di Pechino e le Olimpiadi invernali di Milano/Cortina 2026. Di questi ultimi due punti non si parla nella ricostruzione italiana. Mentre si insiste sul valore del dialogo nella crisi afghana e in quello attorno all'emergenza climatica, in vista del G20 di fine ottobre. Dopo la telefonata con Xi, è tempo per la diplomazia di tirare le somme. Domani Luigi Di Maio parteciperà a una riunione interministeriale con il segretario di Stato americano Tony Blinken, la Nato e i Paesi Ue (ma la Russia diserterà). Poi, nei prossimi sette giorni, si costruiranno le condizioni per il vertice dei ministri degli Esteri del G20. Di Maio ovviamente insiste sull'opzione a Venti - «stiamo verificando condizioni, modalità e tempistiche per un vertice straordinario» - ma contestualmente rilancia l'idea di «una presenza congiunta in Afghanistan formata da funzionari di più Paesi sotto l'ombrello dell'Ue o delle Nazioni Unite». Avrebbero funzioni «prevalentemente consolari». Una sorta di «punto di contatto immediato » per tenere vivo il dialogo diplomatico e impostare eventuali futuri corridoi umanitari».

BOLSONARO TENTATO DAL GOLPE?

Che succede in Brasile? Davanti a centinaia di migliaia di fan in piazza, il leader attacca i magistrati che indagano su di lui: «O i giudici della Corte Suprema si calmano oppure potrebbe accadere qualcosa che non vogliamo». Lucia Capuzzi per Avvenire.

«Un obiettivo l'ha raggiunto: portare la polarizzazione politica a un livello mai visto negli ultimi 36 anni di democrazia. Nel 199esimo anniversario dell'Indipendenza dal Portogallo, Jair Bolsonaro ha trasformato la "Spianata dei ministeri" - cuore istituzionale del Brasile - nel campo di battaglia della guerra ormai aperta tra potere esecutivo e potere giudiziario. Per oltre un mese, il presidente e i suoi fedelissimi hanno bombardato il pubblico dei social con la richiesta di scendere in piazza a difesa «del popolo» minacciata da «minoranze » che «vogliono sovvertirne la volontà». Ovvero la Corte Suprema e, in particolare, il magistrato Alexandre de Moraes che, il 4 agosto, ha aperto un'inchiesta sul leader dell'ultra-destra per aver diffuso notizie false sul sistema elettorale. Proprio di fronte all'Alto tribunale, a Brasilia, Bolsonaro ha chiamato a raccolta i suoi che hanno risposto in massa. Centinaia di migliaia - 150mila per la sicurezza, il doppio per i promotori - hanno inondato la Spianata o piazza dei Tre Poteri - i cui edifici sono appunto concentrati là - fin dall'alba. In attesa dell'evento tradizionale, a cui il presidente si è presentato a bordo in una Rolls-Royce guidata dall'ex campione di Formula 1, Nelson Piquet. «O il capo della Corte Suprema tiene a bada il suo giudice o alla Corte potrebbe accadere ciò che non vogliamo», ha tuonato il leader. Una minaccia nemmeno troppo velata nei confronti di de Moraes, rinnovata qualche ora dopo nell'Avenida Paulista di San Paolo, scenario della principale delle manifestazioni serali convocate dal presidente in quattordici capitali federali e decine di città. Di fronte alla folla, il presidente ha chiamato «canaglia» il magistrato e l'ha esortato a lasciare. La partita, però, va al di là dei togati. La negazione a oltranza della pandemia ha inferto un duro colpo alla credibilità di Bolsonaro, la cui gestione è oggetto di inchiesta di un'apposita commissione parlamentare. E di decine di richieste di impeachment. Ai guai personali si sommano quelli familiari, con i figli sospettati di essere coinvolti in una serie di scandali di mazzette e legami con gruppi paramilitari. L'indice di disapprovazione ha, così, raggiunto il record dall'entrata in carica, il primo gennaio 2018: 60 per cento. I margini per la rielezione, alle presidenziali del 2022, sono stretti. Tanto più che Bolsonaro si troverà di fronte, con tutta probabilità, Luiz Inácio Lula da Silva. Un candidato forte, con cui avrebbe dovuto vedersela già alle scorse elezioni se le condanne non l'avessero tagliato fuori. Da aprile, però, quelle sentenze sono state annullate proprio dalla Corte Suprema. E Lula è già in corsa, con il 40 per cento dei consensi, quasi il doppio rispetto all'attuale leader il quale, per affrontare la crisi, ha scelto il "metodo Trump", suo mentore e riferimento politico. Per prima cosa, Bolsonaro ha agitato lo spettro di brogli al prossimo voto e ha chiesto di modificare il sistema elettorale. Di fronte allo sbarramento di Parlamento e magistratura, s' è scagliato contro il bersaglio più ambizioso: i giudici, appunto. La prova di forza di ieri è stato il coronamento di questa strategia. A partire da ora, il Brasile entra in una guerra istituzionale i cui esiti sono difficili da prevedere. Già ieri ci sono stati scontri quando i sostenitori di Bolsonaro hanno cercato di oltrepassare il cordone di sicurezza per attaccare l'alto Tribunale. Nonché tafferugli sparsi, in serata, tra bolsonaristi e oppositori. Un clima avvelenato che i discorsi infuocati del presidente hanno ulteriormente esacerbato. «Intervento militare ora», gridavano i più scalmanati, incitando la polizia militare - considerata vicina al governo - a prendere in mano la situazione. Uno slogan inquietante per una nazione che ha vissuto 21 anni di dittatura dei generali».

QUIRINALE, IL FATTO CONTRO I SUPER PARTES

L’uscita del guru del Pd Goffredo Bettini alla festa del Fatto ha aperto i giochi sull’elezione al Quirinale. Bettini vorrebbe Draghi al Colle ed andare ad elezioni anticipate a primavera 2022. Letta, il segretario, invece vuole arrivare fino al 2023, alla fine della legislatura. E Conte e i 5 Stelle? Travaglio, direttore del Fatto, lo consiglia di votare chiunque altro purché non siano gli odiati Draghi e Mattarella. Di non accettare insomma la logica del “super partes”, che oggi è la più accreditata. Sul Fatto di oggi Salvatore Cannavò cerca di dipingere la possibile “base”, il “Centrone” che sosterrebbe Draghi.

«Circola una battuta tra persone informate dei fatti circa le ambizioni di Renato Brunetta. Il re della lotta ai "fannulloni", oggi convertitosi alla demolizione dello smart working, è il ministro più anziano dopo Mario Draghi e in caso di impedimenti del presidente del Consiglio toccherebbe a lui prenderne il posto. Ma Brunetta pensa davvero che quell'incarico potrebbe finire a lui in forma stabile. Sogni di un professore che ha quasi vinto il Nobel e si è dovuto accontentare della Pubblica amministrazione? Oppure solo voci malevole (messe in giro però anche da amici suoi)? Non è questo il punto. La questione è che esiste uno schieramento largo, il "Centrone" di Draghi secondo cui la formula politica che attualmente governa l'Italia debba durare più a lungo. Almeno fino al 2023, forse anche dopo. Questo è il nodo del contendere dietro la partita del Quirinale. L'ipotesi di un Mattarella bis (sciagura costituzionale) servirebbe a consolidare il "Centrone", ma anche una salita di Draghi al Colle potrebbe attivare vari dispositivi di prolungamento della legislatura. Intanto perché un Draghi presidente della Repubblica avrebbe le carte in regola per gestire una fase 2 della sua esperienza al governo. E poi perché le elezioni non le vuole nessuno se non la destra e una parte della Lega. A questo schema lavorano ormai in tanti ed è questo che, ad esempio, aiuta a capire il senso sia della paginata consegnata al Foglio dall'ex segretario Pd Nicola Zingaretti, con cui ha messo in guardia il suo successore, Enrico Letta, dalle pastoie di una formula modello "larghe intese", sia l'allarme di Goffredo Bettini alla festa del Fatto Quotidiano, con cui ha invitato il Pd a ritornare alla prospettiva dell'alleanza con Giuseppe Conte e il M5S. Questi allarmi rendono evidente che una parte del "Centrone" abita proprio dentro il Partito democratico. Facile, infatti, collocare nel partito di Draghi, le frattaglie centriste che sono rimaste in circolazione, a partire da Italia Viva di Matteo Renzi. Il quale definisce Draghi il suo "capolavoro politico" e sa bene che in una formula come quella attuale i partiti inesistenti, ma presenti in Parlamento, hanno più spazi. Stessa cosa per Azione di Carlo Calenda - il quale a Roma punta ad assestare un colpo diretto al Pd per favorirne la vocazione centrista - e in realtà anche per Forza Italia per quanto quel partito sia in balia degli eventi e incapace di darsi una prospettiva propria. Certo, in caso di voto anticipato gli azzurri non si farebbero mettere ai margini e quindi il patto con Salvini è bell'e pronto, ma nell'attuale palude draghiana ministri come Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, oltre al già citato Brunetta, si trovano in una comfort zone. Messa così, però, il centro infinito che ruota attorno a Draghi non avrebbe sostanza. A sorreggerne le speranze sono le due ali di Pd e Lega. Nel partito di Letta i "renziani in sonno" hanno come occupazione costante quella di sparare contro ogni possibile riavvicinamento strategico al M5S. Da Lorenzo Guerini ad Andrea Marcucci al presidente della Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, il punto dirimente resta questo. E, come in una sala degli specchi, a sorreggerne la prospettiva c'è la componente della Lega capeggiata da Giancarlo Giorgetti, che sembra avere poco appeal di massa, ma che si fa forte del sostegno di leader locali come Luca Zaia. Salvini viene marcato a vista anche se non bisogna sottovalutare l'attrazione che anche per il leader leghista il grande calderone potrebbe avere soprattutto in asse federativa con Forza Italia. Il "Centrone" lo si capisce meglio se lo si guarda dai giornali più importanti. L'alfiere di questo schieramento è Repubblica diretta da Maurizio Molinari, basta leggere gli editoriali di Stefano Folli. Lo stesso vale per il Corriere della Sera dove prevale un po' di più l'attrazione fatale per ogni cosa che sappia di tecnico autonomo dal Parlamento (si vedano gli ultimi editoriali di Massimo Franco e Sabino Cassese). Confindustria, ovviamente, con Carlo Bonomi che uno schieramento così filo-industria se lo sogna, oltre ad altre forze collaterali (in particolare la Chiesa). Il Centrone in fondo è una grande Democrazia cristiana, placida e tranquilla, che governa l'esistente e garantisce gli interessi consolidati. E deve tener fuori le parti che non conformano all'obiettivo. In primis il M5S e Giuseppe Conte in particolare. Ovviamente la sinistra di Pier Luigi Bersani e i dem renitenti come Bettini o quella parte del partito che si riconosce nel vicesegretario, Peppe Provenzano. Mario Draghi che nell'era Dc è nato e cresciuto, per poi costruire il curriculum all'estero, rappresenta un punto di riferimento eccellente. Ecco, il vero limite del Centrone è che senza Draghi le grandi ambizioni qui descritte vanno a farsi benedire. Ecco perché si spera in san Sergio (Mattarella). Bis». 

A proposito di ex democristiani che vogliono costruire un partito per Draghi, manco a farlo apposta Il Foglio ospita un’opinione di Giuseppe Fioroni, Pd e già ministro.

« A sorpresa l'Italia ha ripreso a correre. (…) Chi rappresenta, sul piano politico, la realtà di un Paese che si protende in avanti, ma cerca di farlo con equilibrio, non mettendo a rischio la generale tenuta di un quadro politico? L'anomalia del governo Draghi sedimenta nella percezione comune un senso di positività che in verità doveva risultare improponibile nella visione politologica del maggioritario. Si va configurando addirittura una condizione di "indipendenza" dell'esecutivo, talché la dialettica interna alla maggioranza finisce per spegnersi nella produttività dell'azione governativa. Non è responsabile immaginare la fuoriuscita da questo perimetro di sicurezza definendo scenari incompatibili con l'assicurazione di questa esigenza di stabilità. Proporre allora il passaggio di Draghi al Quirinale risponde a un ossequio di per sé comprensibile e perciò formalmente incontestabile nei riguardi della personalità più illustre della vita politica nazionale, ma ciò in effetti confligge con la preoccupazione di non smantellare un "equilibrio dinamico" appena raggiunto, da cui l'Italia può trarre ulteriori benefici. Abbiamo bisogno di Draghi alla guida del governo: il suo lavoro non è finito, anzi possiamo dire, con tutta onestà, che è solo agli inizi. Su questo punto la posizione di Letta fa chiarezza rispetto alle tentazioni movimentiste, interessate a drenare un consenso funzionale alla rinascita di una sinistra più di lotta che di governo, per le quali il Pd dovrebbe emanciparsi - non importa a quale prezzo - dall'attuale linea di solidarietà nazionale. Ovviamente non basta una dichiarazione del segretario Pd a diradare le nubi dell'incertezza. Se da sinistra muove un'istanza di autonomia, come se l'assetto odierno rappresentasse un vincolo inaccettabile, anche da destra viene una spinta, forse anche più radicale e dunque più pericolosa, alla pura e semplice cancellazione dell'esperimento politico odierno. In sostanza, l'eccezionalità del momento sarebbe da considerarsi alla stregua di una parentesi da chiudere in fretta. In questo modo si andrebbe a innescare un processo d'inesorabile e rapida consumazione della risorsa rappresentata dalla vigente tregua politica. Non si farebbe tesoro della "novità" di Draghi, né si agirebbe in funzione di un nuovo e più avanzato equilibrio di forze. Sull'altare della competizione tra destra e sinistra - entrambe riconsegnate alla loro presunta purezza - verrebbe meno l'impegno a rinforzare la spinta centripeta dell'Italia profonda. Ecco perché, come risposta alternativa, è auspicabile invece un'operazione di coagulo delle forze che trovano nel disegno di ampia convergenza nazionale un elemento di verità. Più che pensare al "partito di Draghi" serve concentrarsi però sull'idea di un "partito per Draghi", chiarendo subito che in questa locuzione rientra egualmente una possibile formula di coalizione, a patto che venga rispettato e valorizzato. in un modo o nell'altro, il dinamismo innovatore della prospettiva qui appena accennata, intanto sotto forma di preliminare scelta di campo». 

RESTA IL REDDITO DI CITTADINANZA. MA COME?

Draghi vuole tenere il reddito di cittadinanza ma l’intenzione è cercare di cambiare qualcosa, rispetto ad oggi. Roberto Mania per Repubblica.

«Il Reddito di cittadinanza non si tocca. Sarà rafforzato nell'azione di contrasto alla povertà e sarà collegato alle politiche attive del lavoro, ma non sarà superato. Ribaltando lo schema: il reddito a valle degli interventi per favorire l'occupazione e non il contrario, come in parte si è pensato di poter fare tre anni fa circa quando l'istituto è stato approvato dalla precedente maggioranza giallo-verde del Conte I, cioè M5S e Lega. È questo il perimetro entro il quale il governo ha deciso di giocare la partita sul tagliando al Reddito di cittadinanza, nonostante le divisioni (molto elettorali e poco sul merito) tra le forze politiche di maggioranza. D'altra parte, quando lo stesso presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha detto di condividere «il concetto» alla base del reddito ha fissato un paletto che difficilmente potrà essere rimosso. L'Italia è arrivata penultima, prima solo della Grecia tra i Paesi europei, a dotarsi di uno strumento per sostenere le fasce della popolazione più povere, sarebbe poco comprensibile privarsene tanto più che durante il biennio della pandemia il reddito è stato importante per sostenere i meno abbienti, in particolare nelle regioni meridionali. Si parte dalle politiche attive del lavoro, il grande assente strutturale nel mercato del lavoro italiano. Ed è grazie alle risorse europee che nel Recovery Plan si trovano 5 miliardi per provare a reinserire nel mercato del lavoro 3 milioni di persone ricorrendo alla leva della formazione e della riqualificazione professionale. Nel Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) sono indicati i percorsi per rendere occupabili (il piano si chiama Gol, Garanzia di occupabilità dei lavoratori) soprattutto giovani e donne che coinvolgeranno direttamente le Regioni, visto che le politiche del lavoro sono ripartite con lo Stato centrale. Oggi il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, incontrerà su questo le parti sociali, Confindustria e sindacati. Potrebbe essere l'incontro conclusivo del negoziato, dopo la palla passerà alla Conferenza Stato- Regioni per il via libera definitivo. Poi le politiche passive, quelle degli ammortizzatori sociali. Nella prossima legge di Bilancio ci sarà la riforma degli ammortizzatori sociali che entrerà in vigore dal 2022. L'idea centrale della riforma è quella di un sistema di ammortizzatori sociali uguali per tutti, indipendentemente dal settore di appartenenza (manifattura o servizi, per esempio) e dal contratto di lavoro. Per questo dovrà essere finanziato da tutte le imprese e nella prima fase richiederà l'intervento di risorse pubbliche (fino a 10 miliardi di euro). Non dovrebbero più verificarsi i casi di lavoratori in cassa integrazione per decenni perché scatteranno politiche per favorire la rioccupazione. Infine il Reddito di cittadinanza, per chi è povero e si trova ai margini del mercato del lavoro rischiando di restarci perennemente. A marzo, il ministro Orlando ha istituito un Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza, presieduto dalla sociologa Chiara Saraceno. Questa commissione si è impegnata a presentare le sue proposte entro la fine di settembre. Ci si muove su due binari: rafforzamento delle misure per contrastare la povertà; aggancio alle politiche attive del lavoro. In totale, le persone che nel 2020 hanno ricevuto il Reddito (o la pensione) di cittadinanza sono state 3,7 milioni, per 1,6 milioni di nuclei familiari. Ma la misura (per i criteri di accesso) ha escluso più della metà degli indigenti. Da qui l'idea, per esempio, di ridurre da 10 a 5 gli anni di residenza in Italia richiesti e di valutare diversamente il patrimonio posseduto. C'è poi la questione della cosiddetta scala di equivalenza: l'attuale reddito favorisce i single e penalizza le famiglie numerose. Bisognerà riequilibrare il meccanismo perché il 44 per cento dei beneficiari è composto da un nucleo singolo mentre sono solo poco più del 7 per cento i nuclei composti da cinque persone. Ci sarebbe anche il tema delicato del diverso costo della vita nelle regioni del Nord e del Sud, ma il governo non sembra affatto intenzionato a sollevarlo. Sistemata questa parte, si cercherà di fare del reddito di cittadinanza un ponte verso il lavoro, sapendo, però, che circa due terzi di coloro che ora lo ricevono non hanno le caratteristiche per essere occupabili».

Nel dibattito sul Reddito si inserisce il Forum delle famiglie guidato da Gigi De Palo. Ne scrive Marco Iasevoli su Avvenire.

«La materia è scivolosa, perché sull'abbattimento del Reddito di cittadinanza Lega e Fratelli d'Italia ci hanno impostato la campagna elettorale delle amministrative. Però dopo il voto, quando si inizierà a lavorare sulla legge di bilancio, è plausibile che la polvere cada a terra e si ricominci a ragionare sul merito delle misure. Ed è in vista di quel momento che il Forum delle famiglie sta preparando una proposta forte, in grado, è l'auspicio, di unire ancora una volta il Parlamento: utilizzare proprio il passaggio dall'assegno-ponte all'assegno unico universale per 'aggiustare' alcune delle distorsioni contenute nel Reddito di cittadinanza. Una proposta cui ha accennato il presidente del Forum, Gigi De Palo, durante un convegno svoltosi lunedì a Palazzo Giustiniani e organizzato dalla senatrice Paola Binetti: «Quando si arriva a parlare di misure fiscali si è soliti creare contrapposizioni - ha detto De Palo -. La misura per la famiglia contro quella per le imprese, quella sul cuneo fiscale contro il Reddito di cittadinanza... Noi crediamo che proprio un ulteriore e definitivo investimento sull'assegno unico e universale possa risolvere alcuni dei problemi che ci portiamo dietro». In realtà mezza strada è già tracciata proprio nell'assegno ponte entrato in vigore a luglio e che termina il proprio compito a dicembre. Lo spiega il parlamentare dem Stefano Lepri: «Nessuno se ne è accorto, a quanto pare, ma già con l'assegno-ponte noi andiamo a sostituire la 'componente- figli' del Reddito di cittadinanza proprio con il nuovo assegno, con un miglioramento economico per le famiglie con minori e una riduzione di spesa per il Reddito di cittadinanza». Si tratta di una correzione, quindi già in vigore, di una delle debolezze del Reddito di cittadinanza: cospicuo per un singolo, debole per una famiglia numerosa a causa di 'scale di equivalenze' per figli molto basse. L'assegno-ponte ha in parte riparato all'errore. Contemporaneamente, l'assegno- ponte ha già contribuito a ridurre l'esborso per il Reddito di cittadinanza, in una misura che i tecnici stimano in circa 700 milioni (i conti andranno fatti a consuntivo). Da qui la possibilità di proseguire in un percorso lineare: se, come chiede il Forum, venissero aumentate le risorse a disposizione del nuovo assegno unico e universale previsto dal primo gennaio, si andrebbe ulteriormente a potenziare il reddito disponibile per le famiglie numerose più deboli recuperando risorse ora drenate quasi integralmente dal Reddito di cittadinanza. Se, ad esempio, l'assegno unico per i ceti economicamente più svantaggiati arrivasse a 250 euro a figlio al mese, in una famiglia con tre bambini entrerebbero 750 euro e una parte del Reddito di cittadinanza potrebbe essere conservato come 'quota integrativa'. La richiesta del Forum è di «fare le cose per bene e non lasciarle a metà». Ovvero: mettere quei 6 miliardi che consentirebbero all'assegno unico di migliorare la condizione di tutte le famiglie o comunque della stragrande maggioranza, dando significato a quell'aggettivo, «universale», che ancora non si riscontra nell'attuale assegno-ponte. L'assegno unico e universale, infatti, ha il compito di sostituire integralmente detrazioni e i vecchi 'assegni' e di coprire anche autonomi e partite Iva. È chiaro che se non fossero disponibili queste risorse aggiuntive sarebbe forte il rischio per diversi nuclei di non vedere migliorato il 'saldo' tra il nuovo regime e il vecchio. Anzi, qualcuno potrebbe perderci. A quel punto, tanto varrebbe prorogare l'assegno-ponte che ha portato più ossigeno tra i ceti deboli, ha finalmente introdotto le partite Iva nel welfare familiare e ha anche migliorato la situazione per i lavoratori dipendenti. Insomma un investimento sull'assegno potrebbe portare un risparmio sul Reddito ma senza 'togliere soldi' a chi ne ha bisogno. Una scommessa quantomeno da indagare. Senza dimenticare che per il governo e il Parlamento si avvicina l'ora della riforma fiscale: una riforma su cui sono stati postati appena 2 miliardi. I partiti si stanno già sfidando sull'uso di questi 2 miliardi, che però non cambiano strutturalmente i carichi fiscali su imprese o lavoratori. Investirli sull'assegno potrebbe essere un'altra delle ipotesi da considerare per completare una riforma che il premier Mario Draghi ha definito «epocale», ma che rischia di restare una incompiuta all'italiana se non verrà fatto l''ultimo miglio'».

DDL ZAN, SE NE PARLA AD OTTOBRE

Laura Cesaretti sul Giornale sostiene che il Ddl Zan non è stato calendarizzato su richiesta del Partito democratico, per evitare imbarazzi e polemiche in campagna elettorale.

«Ricordate il ddl Zan? Ecco, scordatevelo: ieri, con l'avallo del Pd, è stato rinviato sine die. Ed è assai improbabile che riemerga dalle secche del Senato, se non profondamente cambiato. Fino a un mese fa la legge contro l'omotransfobia sembrava la priorità numero uno nell'agenda politica del Pd: «Su questo andremo avanti, punto - giurava a luglio Enrico Letta - chi ci vuole attrarre in un pantano di negoziazioni vuole solo far saltare una legge necessaria e urgente». Lo slogan «Ddl Zan subito» veniva ripetuto senza tregua sui social dalla propaganda dei partiti della sinistra, le accuse di ostruzionismo omofobico contro la destra che ne ostacolava l'approvazione si sprecavano. Poi, con l'avallo del Pd, il ddl è stata rinviata a dopo le vacanze, prima che l'aula di Palazzo Madama iniziasse a votarlo. Alla ripresa dei lavori, secondo quanto avevano promesso i dem, la legge sarebbe dovuta tornare immantinente all'attenzione del Senato: «Chiederemo subito la calendarizzazione», avevano giurato i dirigenti parlamentari del Pd. Ieri era finalmente l'occasione, con la prima conferenza dei capigruppo post-vacanze, convocata per decidere il calendario con la legge anti-omotransfobia in testa alla lista dei provvedimenti rimasti in sospeso. Ma il Pd non solo non ne ha chiesto l'inserimento all'ordine del giorno, ma si è anche detto contrario alla richiesta in tal senso fatta dal capogruppo di Iv Davide Faraone. Risultato: di ddl Zan non si parlerà più fino a ottobre inoltrato, dopo il secondo turno delle amministrative. «Anche Letta non vuole: troppi provvedimenti delicati in ballo, e il clima pre-elettorale non aiuterebbe», è stato il succo delle spiegazioni che la capogruppo Simona Bonafè ha dato a chi tra i suoi chiedeva ragione della ritirata. In realtà, le ragioni sono le stesse per cui il Pd volle il rinvio del Ddl a dopo le vacanze: i voti per approvarlo non ci sono. Nei Cinque Stelle e nel Pd stesso serpeggiano dubbi e resistenze, e tutti sanno da tempo che a voto segreto il testo originario verrebbe crivellato di colpi. E che l'unico modo per varare una legge contro le discriminazioni è quello di trattare con l'opposizione, modificando alcuni articoli tra i più contestati, per ottenerne il voto. Salvini si era detto disponibile, ma il Pd ha sdegnosamente rifiutato la mediazione: «Vogliono cambiare il testo solo per rimandarlo alla Camera e scordarselo. Meglio votare subito», era il refrain dei dem. Ora è il Pd che preferisce scordarselo, per evitare di andare al voto amministrativo dopo una sconfitta in aula, o dopo essersi rimangiato il «no» alle modifiche e avere aperto la trattativa con la Lega, come li invitava da tempo a fare Matteo Renzi. Si prende tempo fino alle elezioni, e dopo si deciderà: o il ddl Zan verrà definitivamente sepolto, col silenzioso assenso del Pd, oppure si cercherà un accordo con la Lega per farlo passare. Ma è una mossa che il Nazareno può permettersi solo a urne chiuse, per non perdere la faccia con i suoi elettori. Dal centrodestra si prende di mira la ritirata dem: «Vogliono parlarne dopo le elezioni», dice Ignazio La Russa, «ci hanno fatto impazzire, ci hanno fatto portare il provvedimento in aula prima che fossero conclusi i lavori della commissione per l'urgenza che avevano. Adesso se ne parla dopo le elezioni. Strane le urgenze a doppia velocità».

INCHIESTA DI AVVENIRE SULL’UTERO IN AFFITTO

L'inchiesta è frutto di una collaborazione tra Avvenire e la Coalizione internazionale per l'abolizione della maternità surrogata (Ciams), che raggruppa una 40ina di associazioni femministe e in difesa dei diritti umani in 13 diversi Paesi. L'autrice, Carlotta Cappelletti, giurista e militante femminista, ha visitato il Salone della procreazione assistita 'Désir d'enfant', che si è svolto per la seconda volta a Parigi sabato 4 e domenica 5 settembre.

«Sono le 11 di un sabato mattina (il 4 settembre, ndr), il sole fa capolino in una giornata che a Parigi si annuncia variabile, non si capisce se sarà bella oppure piovosa. Parcheggio il motorino davanti all'Espace Champerret, dove si tiene nel weekend l'evento Désir d'enfant, desiderio di un figlio. Subito mi trovo davanti i contestatori della Gravidanza per altri (Gpa), le femministe da una parte e i cattolici dall'altra. Due mondi diversi, ma che condividono la battaglia contro una pratica che considerano contraria alla dignità umana e ai diritti delle donne e dei bambini: la maternità surrogata, pubblicizzata al Salone parigino, che è arrivato alla sua seconda edizione. All'entrata controllano i biglietti, le borse, e i Green pass. Poi scendo le scale, lo spazio di esposizione è sotterraneo. Strana coincidenza: si sceglie uno spazio dal sapore un po' losco, buio, per pubblicizzare una pratica che resta illegale sul suolo francese. Strana coincidenza o scelta azzeccata, penso fra me e me. Entro nei locali, al mio fianco l'amica che ha acconsentito ad accompagnarmi in questa avventura esplorativa. Facciamo un giro, gli stand delle varie cliniche sono a ridosso l'uno dell'altro: foto di donne incinte, coppie felici con i loro bebè fra le braccia, bambini gioiosi, ritratti di famiglie radiose che sembrano avere realizzato il loro 'désir d'enfant', desiderio di genitorialità. Ci sono cliniche spagnole specializzate nella fecondazione in vitro, una cipriota leader nel trasporto di materiale genetico, e poi le cliniche di maternità surrogata (o di sostituzione), tutte americane, tranne una ucraina. Ci dirigiamo verso la prima conferenza alla quale vogliamo assistere. Si parla di maternità surrogata, prendono la parola un papà e un'avvocata francesi e una madre surrogata americana. La mia attenzione si rivolge in un primo momento al pubblico, che non è particolarmente numeroso. Saremo una decina ad assistere. Ci sono coppie gay, e, con mia grande sorpresa, noto diverse ragazze sole. Le ritroverò poi alle altre conferenze, e una di loro a uno stand di maternità surrogata. La procedura viene descritta dal giovane papà come un'idilliaca avventura, «un percorso umanamente straordinario ». I suoi occhi brillano, ci dice di essere il padre felice di due bambini, nati ovviamente grazie all'utero in affitto. Ci descrive questa avventura come magica, ci dice che lui e il suo compagno considerano la madre surrogata come «un membro della famiglia», e ovviamente a supporto delle sue considerazioni mostra su uno schermo foto con i figli, il compagno e lei. Sono tutti sorridenti e sembrano davvero una famiglia felice. «Se dovessi tornare indietro rifarei tutto, senza alcun dubbio, mi rilancerei in questo percorso esattamente nello stesso modo», con gli occhi lucidi questo papà ci fa comprendere quanto per lui tutto sia stato per- fetto. La madre surrogata, in piedi accanto a lui, lo guarda commossa. In quel momento mi sento travolgere da una serie di sensazioni che non lasciano spazio alla comprensione o alla tenerezza. A essere onesta, mi sembra uno spettacolo teatrale neanche troppo ben recitato. Certo, per il pubblico poco informato, che realmente prende in considerazione l'idea di poter intraprendere la stessa strada, questa descrizione deve essere stata illuminante. L'avvocata francese, invece, ricorda a chiare lettere che la Gpa è illegale in Francia, ma che non è assolutamente un delitto se ci si reca all'estero. Vuole rassicurare il pubblico, si rivolge a noi come «voi, futuri genitori intenzionali», termine giuridico utilizzato per identificare la coppia, o la persona, che sceglie di avere un figlio tramite la maternità surrogata. Un brivido mi percorre la schiena. Io non vorrò mai fare un figlio così. I donatori di gameti maschili e femminili si scelgono su un catalogo, e ovviamente ogni clinica vanta il proprio come il migliore e il più fornito. Per la madre surrogata stessa cosa, si sceglie su un database quella che più 'corrisponde' alle nostre personalità, alle nostre inclinazioni. La dottoressa della San Diego Fertility, che ha 17 anni di esperienza alle spalle, ci spiega che uno o due embrioni possono essere impiantati nell'utero della madre surrogata, ma che è consigliato impiantarne soltanto uno perché meno rischioso. La cosa interessante però è che alla domanda «quanti embrioni possono essere impiantati?», risponde: «Quanti ne volete». Rimango sbalordita: ci ha appena detto che già impiantarne due è rischioso, ma volendo potremmo utilizzarne anche tre o quattro, o forse più? In fondo, come in ogni attività commerciale, l'importante è che il cliente sia soddisfatto. Spesso vengono ripetute frasi come «noi siamo qui per aiutarvi a realizzare il vostro sogno», «per accompagnarvi in questo cammino verso la genitorialità ». In poche parole, le cliniche sono lì per soddisfare ogni vostra domanda, come se stessero vendendovi un appartamento. Se il primo non vi piace, perché poco luminoso, ve ne offriamo un altro, e poi un altro ancora, fino a che la domanda non incontra l'offerta. La presenza di giornalisti o 'infiltrati' è ben nota agli organizzatori, che bisbigliano fra di loro: «Ci sono non pochi giornalisti che si aggirano fra gli stand». Nonostante lo spettro di cronisti che si muovono in incognito all'interno del salone, i cosiddetti 'esperti' sembrano disponibili a rispondere a tutte le mie domande. È così che mi viene detto dalla rappresentante di una clinica americana, senza ritegno alcuno, che se voglio spendere di meno posso chiedere una madre surrogata canadese, «perché in Canada», prosegue, in teoria dovrebbero ricevere solo un «rimborso spese, ma in realtà è un pagamento», mi dice. Essendo però la legge nel Paese nordamericano più restrittiva, le madri sono pagate meno e quindi questo permetterebbe ai genitori intenzionali di ridurre un po' i costi. Addirittura nel pomeriggio si tiene una conferenza dedicata al 'controllo dei costi'. Soddisfatti o rimborsati: è la promessa di una delle cliniche che hanno presentato i loro servizi al Salone della fecondazione assistita di Parigi «Désir d'enfant» ».

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