Green pass solo per docenti

Fra 48 ore scatta l'obbligo del certificato verde. Da settembre per scuola e trasporti. Ma si valuta solo ai prof. Approvata la Cartabia, Di Maio promette fedeltà a Draghi. Scomparso Pennacchi

Vigilia del Green pass in tutta Italia. L’obbligo scatterà tra 48 ore. Mentre cabina di regia e Regioni studiano ancora le regole per scuola, trasporti e luoghi di lavoro, regole che inizieranno a valere da settembre. Per i docenti (già quasi tutti vaccinati) si va verso l’obbligo del Green pass, non per gli studenti. Intanto alla Regione Lazio non si è ancora usciti dalla crisi provocata dall’attacco hacker. Probabilmente le cose non saranno rimesse a posto prima della fine del mese. Forse è anche per lo stop del Lazio che ieri sono state fatte solo 462 mila 464 iniezioni. Agosto è partito malino come ritmo di vaccinazioni, bisogna che Figliuolo e le Regioni tornino ad accelerare.

Approvata ieri alla Camera la riforma della giustizia penale. È stata un’impresa non facile ma Draghi e Cartabia portano a casa un buon risultato. Il Senato se ne occuperà alla ripresa. Decisivo il ruolo di Giuseppe Conte che ha condotto i 5 Stelle nella difficile strettoia per ottenere miglioramenti della legge senza voler far cadere il Governo. Per Polito anche i grillini sono diventati “miglioristi”, per Di Maio, intervistato da Repubblica, è la prova della lealtà e dell’affidabilità del Movimento. Ferrara sul Foglio spera che sia la fine dei Pm “ciarlieri”. Intanto è stata fissata la data delle elezioni amministrative: si voterà il 3 e 4 ottobre a Roma, Napoli, Bologna, Torino, Milano e in altri Comuni.

Di queste elezioni, del semestre bianco e di molto altro, hanno parlato ieri in un faccia a faccia in Sardegna Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Strategia comune anche in vista del Quirinale? Berlusconi ha promesso “risarcimenti” dopo la rottura sulla Rai. Sallusti pone una questione non da poco: se si marcia uniti, si può tollerare che esponenti del centro destra vadano in piazza con i No Vax contro il governo Draghi?

Bruttissima storia dall’Ucraina dove è morto in circostanze misteriose un oppositore di Lukashenko. Mentre il Governatore di New York Cuomo è sotto accusa per molestie, Biden ne chiede le dimissioni. È scomparso lo scrittore Antonio Pennacchi, grande narratore dell’Agro pontino. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Giornali in ordine sparso, perché non c’è un solo tema che si impone. L’Avvenire resta sull’attacco hacker alla Regione Lazio: Barriera informatica. Così come il Quotidiano Nazionale, che sottolinea come i cyber pirati abbiano fatto breccia attraverso un dipendente di Frosinone che era in smart working: Gli hacker favoriti dal lavoro a casa. Fra due giorni entra in vigore l’obbligo di Green pass. Molto polemico il titolo della Verità: Tra 48 ore meno libertà e più ipocrisia. Il Corriere della Sera pensa ai prossimi passi del Governo: Green pass per scuola e viaggi. Il Giornale nota: Bomba sull’estate. 15 milioni senza pass. Il Messaggero prevede le regole d’autunno: Prof a scuola col green pass. Trasporti, obbligo a settembre. Il Mattino molto simile: Green pass, obbligo per i prof su treni e aerei da settembre. Il Fatto compara le cifre assolute di oggi con quelle dell’agosto 2020: Covid 19, più morti e ricoveri di un anno fa. La Stampa intervista Brusaferro dell’Iss: «Vaccini, terza dose ai più fragili». Di politica si occupa La Repubblica, dopo l’approvazione della riforma Cartabia con un’intervista al Ministro degli Esteri: Di Maio promette: dai 5S nessuna minaccia al governo. Mentre Libero celebra l’incontro a Villa Certosa fra Berlusconi e Meloni: Silvio e Giorgia, si riparte. Il Manifesto dà spazio al caso della 40enne rimasta uccisa in fabbrica: Il lavoro è morto. Il Sole 24 Ore sceglie il tema della mancanza di lavoratori nell’edilizia: Costruzioni, mancano 265mila addetti. Il Domani: Mai più casi Eni: il Parlamento può fermare le intimidazioni ai giornali.

ATTACCO INFORMATICO, SI CORRE AI RIPARI

Gli investigatori indagano anche per terrorismo, ma non è facile venire a capo dell’assalto hacker alla Regione Lazio. La cronaca di Rinaldo Frignani per il Corriere della Sera.

«Il virus è ancora nel sistema informatico della Regione Lazio. E poiché ha raggiunto i punti più profondi del database, ricompare ogni volta che viene riaccesa la macchina. Una minaccia infida, difficile da affrontare, che genera attacchi continui. Insomma un allarme tutt' altro che cessato, che mette a rischio non solo la campagna vaccinale (entro venerdì secondo la Regione saranno riattivati prenotazioni e anagrafe vaccinale), ma perfino i pagamenti degli stipendi di dipendenti. Senza contare i dati riservati che sono stati copiati e criptati dagli hacker, sui quali indagano Polizia postale e 007 del Dis. Si spera che tutto torni a posto per fine mese. La procura ha aggiunto ai reati ipotizzati (accesso abusivo e danneggiamento di sistemi informatici) l'aggravante della finalità di terrorismo. Gli accertamenti della Postale sono tuttora in corso: tre squadre di specialisti (composte ciascuna da tre investigatori informatici) si alternano 24 ore su 24 nella sede del Ced della Regione in via Cristoforo Colombo per analizzare decine di migliaia di file e ricostruire il percorso seguito dagli hacker che si sono sostituiti all'amministratore di sistema, residente a Frosinone e in smart working (gli sarebbero stati sequestrati pc domestici, ma per ora non sarebbe indagato), al quale hanno sottratto le credenziali personali approfittando di qualcuno in casa che navigava senza sicurezza sulla Rete. In mancanza di ulteriori protezioni oltre la password, gli incursori del web hanno poi dilagato rimbalzando anche all'estero. Oggi il Copasir, Comitato di controllo sui servizi segreti, ascolterà la direttrice del Dis Elisabetta Belloni. Ieri la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese ha evidenziato «la necessità di agire con urgenza per elevare il livello di sicurezza». Una falla diventata di dominio pubblico, che preoccupa anche fuori dall'Italia. «La Commissione europea prende la questione molto sul serio. Ci stiamo sforzando di assicurare uno spazio online resiliente e sicuro», spiegano dall'Ue, mentre la presidente del Senato Elisabetta Casellati sollecita «una risposta urgente delle istituzioni che garantisca la cybersecurity delle infrastrutture strategiche e la protezione dei dati individuali degli italiani». E proprio ieri sera definitivo via libera dall'aula di Palazzo Madama al decreto sulla cybersicurezza nazionale.». 

Seempre sul Corriere c’è un’intervista al nuovo presidente del Copasir Adolfo Urso.

«Questi criminali che chiedono il pagamento di riscatti con criptovalute, in Italia e all'estero, non sono una novità. Ma vanno combattuti con strumenti nuovi. Penso all'Autorità europea contro il riciclaggio appena istituita. Ecco, se posso permettermi, sono d'accordo col presidente dell'Abi, Patuelli: la sede giusta sarebbe proprio l'Italia, che nel contrasto al riciclaggio è all'avanguardia». Finalmente sta per partire l'Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Crede che servirà? «Ma certo, il decreto licenziato ieri sera anche dal Senato permetterà di partire subito, colmando una grave lacuna. L'Agenzia sarà a regime con 800 dipendenti del più alto livello, presi dalla Pubblica amministrazione e poi anche attraverso gare e chiamate dirette. La resilienza cibernetica diventerà realtà con in campo le imprese, le università, la P.A. e la formazione. L'accelerazione del passaggio al digitale, dalla profilassi vaccinale allo smart working determinato dal lockdown dovuto alla pandemia, ha aumentato a dismisura il raggio d'azione del sistema cibernetico e di conseguenza la sua vulnerabilità. Ciascuno di noi, perciò, deve diventare un bravo operatore digitale che sa di backup e di chiavi d'accesso così da poter scegliere il proprio antifurto migliore e contribuire alla difesa del Paese. Altrimenti sarà meglio tornare ai lucchetti e alle inferriate».».

Che cosa dice Marco Travaglio sul Fatto dell’attacco informatico alla Regione Lazio? È un effetto perverso del Conticidio. Non si volle ascoltare Giuseppe Conte a suo tempo.

«Qualcuno forse ricorderà che, tra le poderose ragioni della guerra dei renziani e del resto del centrodestra al Conte-2, insieme all'imprescindibile Mes, ai tecnici del Recovery e al Ponte sullo Stretto, c'era la fondazione o agenzia pubblico-privata per la cybersicurezza, coordinata dal Dis presso Palazzo Chigi. Il progetto, nato sotto il governo Gentiloni e rimasto nel cassetto sebbene finanziato con 2 miliardi di fondi europei, serviva ad attrezzare lo Stato contro gli attacchi hacker. Ma bastò che lo riproponessero Conte e il capo del Dis Vecchione per scatenare l'allarme democratico: orrore, scandalo, abominio, chissà cosa c'è sotto di losco. Il 6 dicembre, prima di bloccare il Pnrr in Consiglio dei ministri, l'italovivo Rosato tuonò: "Guai a inserire nella legge di Bilancio la cybersicurezza". E la sua spalla dem Delrio rincarò su Rep: "Sulla cybersicurezza, senza il parere positivo del Copasir, non si deve procedere". Il 9 dicembre, in Senato, l'Innominabile (intende Renzi ndr) strillò: "Così si aggira il Parlamento. Se nella legge di Bilancio ci sono norme sulla governance del Recovery e sulla Fondazione per la cybersicurezza, votiamo no" (lui che nel 2016 aveva tentato di piazzare l'amico Carrai a capo di un'Unità di missione sulla cybersecurity a Palazzo Chigi, poi stoppata da Mattarella). Il 30 dicembre Conte insisté col progetto, anche perché l'Italia rischiava di perdere i 2 miliardi Ue. Ma, oltre ai renziani, insorse pure il Pd: Linkiesta, mai smentita, scrisse che "Zingaretti, Orlando e tutto il vertice Pd hanno notificato a Conte che questa Agenzia non si farà mai". L'8 gennaio Conte incontrò le delegazioni di M5S, Pd, Leu e Iv per chiudere l'accordo sul Pnrr. Ma il capogruppo Iv Faraone gettò subito la palla in tribuna con i soliti Mes&cybersecurity. Una settimana dopo l'Innominabile aprì la crisi ritirando le sue ministre e tacciando il premier di "vulnus per la democrazia". Poi arrivò Draghi e il14 aprile Gabrielli, sottosegretario ai Servizi, annunciò un'Agenzia pubblico-privata per la cybersicurezza coordinata dal Dis presso Palazzo Chigi, finanziata con 2 miliardi Ue. Applausi scroscianti da Pd, Iv e destre. L'altro ieri l'attacco hacker alla Regione Lazio. Raffaella Paita (Iv): "L'agenzia per la cybersicurezza parta subito". E i giornali che gridavano all'attentato alla democrazia quando la voleva Conte si spellano le mani. Rep: "Siamo rimasti fermi al Giorno Zero con una sovranità digitale limitata o totalmente assente". Giornale: "Urso: siamo in ritardo, ma ok dal Senato prima delle ferie' ". Stampa: "L'Italia in ritardo ora corre ai ripari". Fusani (Riformista): "L'Italia, con un colpevole ritardo di tre anni, ha dato il via all'agenzia". Peggio dei cyberpirati ci sono soltanto i cyberspudorati».

GREEN PASS, VERSO L’OBBLIGO PER I DOCENTI

Fra due giorni scatta il Green pass per bar e ristoranti al chiuso e per luoghi di ritrovo. Si studia ancora come allargarlo a scuola, trasporti e luoghi di lavoro. La cronaca del Corriere.

«La scuola, prima di tutto. Per Mario Draghi la «priorità assoluta» è il rientro in sicurezza di tutti gli studenti di ogni ordine e grado, universitari compresi. Con questa bussola metaforicamente in mano, nelle ultime riunioni a Palazzo Chigi con i tecnici e i ministri il premier si è convinto che il green pass sia necessario anche per i professori e per il personale scolastico. Salvo colpi di scena dovuti alle tensioni politiche, nel decreto che domani sarà ultimato dal governo ci sarà dunque l'obbligo della certificazione verde, non solo per i trasporti, ma anche per la scuola (studenti esclusi). Per salire su aerei, treni e navi servirà il green pass dall'1 settembre e la stessa data potrebbe essere stabilita per le scuole. Resta aperto, oltre al tema delle imprese, quello del trasporto pubblico locale. «Gradualmente ci si può arrivare, ma procediamo un passo alla volta», prende tempo Roberto Speranza, che resta però convinto della necessità di estendere il green pass il più possibile per combattere il virus e la variante Delta. La stretta non piace alla Lega, che ieri è partita all'assalto dell'ultimo decreto sul green pass depositando in commissione Affari sociali alla Camera ben 916 proposte di modifica sui 1.300 emendamenti complessivi. «Lo stesso numero del Movimento 5 Stelle sulla giustizia», è la giustificazione che arriva da fonti leghiste. La mossa di Salvini, che ieri ne ha discusso al telefono con Draghi, è stata letta cone un tentativo di alzare la posta, se non di boicottare il green pass per la scuola. Domani a Palazzo Chigi si riunirà la cabina di regia con i capi delegazione dei partiti e i vertici del Cts, Locatelli e Brusaferro. A seguire, il premier e i ministri Gelmini e Speranza incontreranno i presidenti delle Regioni per avere il via libera alle nuove norme e infine si terrà il Consiglio dei ministri. L'obiettivo è far partire il nuovo decreto insieme al precedente, in vigore dal 6 agosto. Sono tre le condizioni che consentono di ottenere il green pass: essere guariti dal Covid 19, aver fatto un tampone (negativo) nelle 48 ore precedenti o essersi sottoposti ad almeno una dose di vaccino. Da venerdì 6 agosto bisogna presentare la carta verde per sedersi al tavolo di un ristorante al chiuso - fanno eccezione i clienti degli hotel - frequentare palestre, piscine, centri termali e altri luoghi dove c'è il rischio di assembramento, come cinema, teatri, sale da concerto, stadi o palazzetti sportivi. Green pass necessario anche per eventi, convegni e congressi. A Palazzo Chigi ieri è salito il ministro Patrizio Bianchi, determinato a far dimenticare la didattica a distanza. Fermi restando i protocolli, le distanze e le mascherine - ove gli spazi non consentano di separare gli studenti - si va verso l'obbligo del green pass per il personale scolastico, come già stabilito per medici e infermieri. La valutazione che si è fatta tra Palazzo Chigi e il ministero dell'Istruzione è che il livello di vaccinazione tra i professori sia già molto alto: 82% di prime dosi e 79,27% di seconde dosi. Questi numeri alleggeriscono il peso politico dell'obbligo, che trova la forte opposizione di Salvini. A settembre, dalle previsioni del commissario Figliuolo, la popolazione studentesca sarà ampiamente vaccinata, sia nella fascia 12-19 anni sia in quella 20-29. Visti i numeri, il governo pensa che non serva imporre il green pass anche agli studenti, ma ha allo studio una campagna comunicativa ad hoc per convincere le famiglie a vaccinare i figli. Nelle zone di rischio bianche o gialle la scuola sarà solo e sempre in presenza. Nelle zone arancioni e rosse invece saranno i sindaci a decidere, in caso di focolai, se e dove chiudere le scuole e far studiare gli studenti da casa. Anche la Camera dei deputati si adegua al decreto del governo. Da venerdì 6 agosto, a seguito della scelta del presidente Roberto Fico e di una delibera del Collegio dei Questori, scatterà l'obbligo di esibire il green pass per sedersi al ristorante, partecipare a convegni, conferenze stampa e iniziative culturali e istituzionali, per accedere alla biblioteca e all'archivio, e anche per le prove d'esame dei concorsi. «I deputati rispettano le regole che valgono per tutti», ha commentato Fico. Il governo lavora anche alla riduzione dei prezzi dei tamponi rapidi, che da 22 euro potrebbero scendere a 15, o anche a 10. Il presidente del Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha spiegato che il protocollo di Figliuolo prevede «circa un dimezzamento e per determinate categorie, come i minori, si ridurrà ulteriormente e ci sarà un contributo dello Stato». Domani i ministri Orlando e Speranza si siederanno al tavolo con i sindacati per un confronto sui protocolli e le vaccinazioni nei luoghi di lavoro. L'obbligo di green pass non dovrebbe essere nel prossimo decreto, perché Cgil, Cisl e Uil temono possa essere usato dai datori per licenziare o demansionare. Ma il tema resta aperto.». 

Il Fatto si chiede perché i numeri di ricoveri e decessi sono molto simili a quelli di un anno fa. Ma all’inizio dell’agosto 2020 eravamo appena usciti da un durissimo lockdown. Oggi siamo in quello che si suppone essere il picco della quarta ondata da variante Delta. Lo spiega bene, sullo stesso Fatto, il medico Paolo Spada.

«Il confronto da fare non è quello con luglio e agosto, ma eventualmente con ottobre 2020, perché quella che stiamo vivendo è una nuova ondata. La ragione sta tutta nella variante Delta, molto più contagiosa della precedente variante Alpha e, a maggior ragione, di quella del 2020: in poche settimane è passata da una diffusione sul territorio del 20% a una del 95%. Ma per capire cosa sta succedendo dobbiamo guardare i numeri, in primis quello dell'incidenza: oggi abbiamo 65 casi per 100 mila abitanti, quando in passato siamo arrivati a quota 400. Se, poi, guardiamo alle variazioni percentuali di incidenza, ricoveri, terapie intensive e decessi vediamo che hanno lo stesso andamento di ottobre, ma siamo a circa 30-40 punti più in basso. Come lo si spiega? Con le vaccinazioni. Rispetto al 2020 oggi siamo messi meglio perché siamo in buona parte vaccinati. Non possiamo escludere una risalita dei casi in autunno. Ma di certo se non avessimo i vaccini rischieremmo un'ondata molto peggiore di quella del 2020.».

VARATA LA RIFORMA GIUSTIZIA, VA AL SENATO

È stata approvata dalla Camera, nei tempo voluti dal Governo, la riforma della giustizia penale, così com’era stata proposta dalla ministra Cartabia. A settembre sarà esaminata dal Senato. La cronaca di Virginia Piccolillo per il Corriere.

«Ora sulla riforma Cartabia cala il sipario del primo atto. Si rialzerà a fine estate, quando il Senato comincerà ad esaminare per l'ok definitivo quel testo. Ma l'amarezza di quel «rospo» ingoiato, ha segnato i Cinque Stelle. Anche ieri hanno subito il fuoco incrociato degli sfottò di Forza Italia (e non solo) per «il colpo di spugna sulla legge del "fine processo mai"», e dell'accusa degli ex compagni di Movimento, ora in Alternativa C'è, di aver sottoscritto una riforma «pericolosa per i processi» e abiurato ai propri valori. Ha provato a indorare la pillola l'ex Guardasigilli Bonafede. Abito lucido, meno capelli e meno supporter dei giorni dello Spazzacorrotti, si è rivolto all'Aula e «a tutta la comunità M5S». Per dire: «La realtà è che oggi si vota la riforma Bonafede emendata dal governo Draghi. C'è lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado». E per rivendicare che di fronte all'improcedibilità senza proroghe prevista dalla prima bozza del governo, «abbiamo alzato le barricate. Siamo stati gli unici? Orgogliosamente sì. È nel nostro Dna essere in trincea per i valori della giustizia». Parole che hanno un po' rinfrancato i Cinque Stelle al termine di una seduta amara. Accesa in mattinata dall'ordine del giorno di Rossella Muroni (Gruppo misto) che chiedeva di concedere proroghe ai processi per reati ambientali prima della «tagliola» dell'improcedibilità, come per quelli per mafia, violenza sessuale e traffico di droga. Riformulato dal governo, il gruppo Cinque Stelle ha annunciato il voto a favore, condiviso da esponenti dem. Alla fine è stato respinto. Ma per un soffio: 186 no e 181 sì. Ma a far esplodere lo scontro in Aula è stata FdI, con un odg a favore della responsabilità diretta dei magistrati. FI, Lega e Coraggio Italia hanno annunciato l'astensione e Iv il voto libero, perché tema di referendum che loro sostengono. Immediato il richiamo alla «lealtà» della capogruppo dem Debora Serracchiani e di Federico Fornaro (Leu), diretto alla maggioranza. E la replica del renziano Roberto Giachetti: «Non ho visto lealtà quando in commissione con il M5S avete mandato sotto il governo o quando dal suo partito, Fornaro, è stato insultato Draghi». Fornaro è scattato verso i banchi di Iv. Subito richiamato da Fico. Ma l'ultima stoccata FdI l'ha diretta al M5S. Chiamandoli al voto su un odg in difesa dell'ergastolo ostativo (lo stop ai benefici carcerari per mafiosi che non collaborano). «Hanno risposto che non è la sede - ha rimarcato Giorgia Meloni in un post -, ma combattere la mafia è un dovere che va compiuto in qualsiasi luogo». Da Andrea Delmastro la chiosa: «Da onestà a omertà».

Giuliano Ferrara sul Foglio “festeggia”, con un certo distacco, la riforma della giustizia e sottolinea come l’interventismo pubblico dei giudici sia un’anaomalia.

«Sarebbe la scoperta dell'acqua calda. Pare che adesso si siano decisi, ma lo scetticismo è di rigore, a togliere ai magistrati ciarlieri il diritto di parola, insomma a imporre loro il dovere di riserbo della funzione per via disciplinare. Non ci credo, ma mi adeguo. Esulto, anzi. Il primo magistrato della Repubblica è il suo presidente, che guida i togati, è capo delle Forze armate, sceglie un terzo della Suprema corte, scioglie le Camere, indica il presidente del Consiglio dei ministri eccetera. Infatti è eletto dal Parlamento per delega politica dei cittadini, e in quanto primo magistrato è il custode della Costituzione. Se al Capo dello Stato, con quei poteri e con quella legittimazione, è riconosciuto un diritto vago e tenue di esternazione, da quasi mezzo secolo siamo assordati dalla chiacchiera togata di chi non ha alcuno di quei poteri, nessuna legittimazione se non quella decisiva di applicare la legge, essere bocca della legge dopo l'as - sunzione nel ruolo in virtù di un concorso pubblico. Oggi il prefatore benevolo ( Nicola Gratteri) di un libello complottista di serie B, uno dei cui autori non è estraneo a bassi pregiudizi antisemiti, mentre l'altro ( un togato) incita le piazze dei No vax, si candida a capeggiare la procura più importante d'italia, Milano, e giudica e manda sugli atti del Parlamento in materia di riforma. Oggi i magistrati fanno tutto a mezzo stampa e tv, tutto quello che riguarda l'uso del loro potere legale: decidono della libertà personale, della vita e della proprietà dei cittadini, con l'accompagnamento verbale delle loro opinioni, e lo fanno in nome del diritto alla libertà d'opi - nione, che in questo caso è potere di schiacciare nella nullità e nell'impotenza il canone dello stato di diritto. Nei libri di Agatha Christie si dice "la parola alla difesa", perché il mestiere degli avvocati è quello di parlare liberamente a protezione dei diritti, ma nel libro della nostra vita quotidiana il magistrato rovescia i ruoli e parla, parla, parla a ruota libera dei processi di cui è responsabile, delle leggi e della Costituzione, dei fenomeni sociali, dei gruppi politici, parla di sé stesso e dei suoi, attribuisce e disdice accuse di massoneria, si accapiglia a mezzo intervista senza alcuna remora, senza che alcuno ardisca richiamarlo al dovere di riserbo, al lavoro ben fatto di applicazione dei codici decisi da altri. Il magistrato ciarliero, cioè moltissimi tra loro, certo i più in vista, i più ambiziosi, quelli che vogliono a tutti i costi, capricciosamente, essere considerati condottieri e guide della società italiana, si costituisce in partito d'opinione, sorveglia punisce controlla esternando, così come passa informazioni al giornale amico, amministra con parsimonia o con voluttuosa dissipazione le intercettazioni di un'inchiesta, forma correnti e partecipa a un suo gioco elettorale corporativo fatto di conflitti tra libere opinioni di tutti su tutto. Infine fa il salto nella politica, si fa ministro, sindaco, presidente di regione, spende in politica il credito e il discredito guadagnato nelle sue avventure processuali. Se si occupa di corruzione fa cinquina, se di mafia tombola, e il giorno per giorno della politicizzazione urlata della toga è sempre un terno secco, anche quando il fatto non sussisteva o non costituiva reato o il suo indagato e rinviato a giudizio si scopriva, in giudizi lontani nel tempo e ininfluenti da ogni punto di vista, non aver commesso il fatto. Un incubo. Si dice ora che devono stare zitti, devono parlare attraverso gli atti, come fanno i molti che contano meno dei più, che solo il procuratore può ragguagliare l'opinio - ne e altri corpi pubblicamente, si spera a proposito di inchieste giudiziarie rilevanti e solo per questioni di natura procedurale. Insomma devono smetterla di custodire loro la Costituzione, di riscrivere la storia patria a loro piacimento, di pronunciarsi ogni momento in contrasto con i poteri democratici elettivi, devono piantarla di fare strame della legge facendosi protagonisti del discorso pubblico nazionale, facendosi partito dei narcisi e degli affabulatori delle pandette. Si dice che andrà a finire così, con la riforma delle riforme. Si dice».

5 STELLE LEALI CON DRAGHI, PARLA DI MAIO

Fondamentale il ruolo dei 5 Stelle nell’approvazione della riforma sulla giustizia. Intervista di Annalisa Cuzzocrea per Repubblica a Luigi Di Maio.

 «Non ci saranno scossoni. Chi minaccia il governo, minaccia la ripresa del Paese». In questa fase lei sembra rappresentare l'anima più governista dei 5 stelle, Conte pare invece volersi mettere a capo di quella più barricadera. Questo non mette a rischio gli equilibri del governo Draghi? «Non vedo nessun rischio per l'esecutivo. E le assicuro che nel Movimento facciamo tutti parte della stessa comunità». Non vede neanche il rischio di un voto anticipato dopo l'elezione del nuovo presidente della Repubblica? «Non c'è in questo momento nessuno che parli di elezioni anticipate e non penso ci saranno scossoni nei prossimi sei mesi. Se pensiamo a nuove elezioni con 200 miliardi da spendere, non ci stiamo concentrando sui bisogni del Paese. La pandemia ha cambiato tutto e se la politica non si adegua si aprirà un vuoto. Le persone chiedono stabilità, prospettiva, concretezza. La sfida del Piano nazionale di ripresa e resilienza è l'ultima occasione che abbiamo per allinearci ai competitor europei. Se blocchiamo tutto in Europa diranno: ecco, sempre i soliti». La riforma della giustizia è passata alla Camera: il primo giorno 40 di voi non hanno votato la fiducia, il secondo 13. Siete in grado di garantire che al Senato il gruppo M5S non chieda di riaprire tutto? «La fiducia alla Camera è arrivata. E sarà così anche al Senato, perché la linea dei 5 stelle è votare a favore di questa riforma. Io direi che, alla fine, il Movimento ha dimostrato compattezza. Sta garantendo il suo supporto e continuerà a essere determinante». Già una volta avevate dato il via a una mediazione e poi siete tornati indietro. Adesso che se l'è intestata Conte è diverso? «Conte è il presidente del Movimento, è giusto se la intesti lui». Non lo è ancora. «Lo sarà, è il leader in pectore. Guardi, il tema della giustizia è simile a quello dei 5 stelle. Potevamo mollare, lasciare tutto al caso: ci saremmo trovati un Movimento spaccato e la cancellazione della riforma Bonafede. In entrambi i casi abbiamo invece deciso di mediare. Io mi sono esposto, andando incontro ad attacchi, ma l'ho fatto con in mente un obiettivo: trovare unità. Perché la mediazione, se non è al ribasso, porta sempre i suoi frutti. Che in questo caso sono stati avere il Movimento unito e la riforma della giustizia salva». Lei è stato molto attaccato per aver chiesto scusa con una lettera al "Foglio" all'ex sindaco pd di Lodi per i toni usati quando era indagato. Si è pentito di quell'uscita o crede che il Movimento debba ancora maturare su certe posizioni? «Non giudico le posizioni altrui, ma per me chiedere scusa non è un segno di debolezza. Tutt' altro. Cambiare idea non significa rinnegare principi e valori, ma capire gli errori per non ripeterli». Si è molto parlato di un dualismo tra lei e Conte. Eppure è stato lei, insieme al presidente della Camera Roberto Fico, ad andare a trovare Beppe Grillo salvando l'accordo che garantirà all'ex premier di diventare presidente dei 5 stelle. Cosa l'ha mossa? «L'amore per il Movimento. Con Roberto e con tutto il gruppo dei 7 abbiamo lavorato giorno e notte per scongiurare la scissione. Oggi siamo ancora qui e questo dimostra che c'erano i margini per farlo. Spesso mi dicono che sono eccessivamente moderato, ma penso che litigare non porti da nessuna parte e per questo faccio un appello alla compattezza: non facciamoci distrarre. Tutto il mondo sta prendendo grandi decisioni sui temi dell'ambiente, della sostenibilità: dobbiamo diventare un punto di riferimento intelligente e ragionevole su questo. Lavorare alle prossime amministrative, non lasciare soli i nostri sui territori, centrare gli obiettivi». Nell'intervista alla "Stampa" l'ex premier sembra accusarla di passare interpretazioni ai giornali per danneggiarlo. Vi fidate l'uno dell'altro? «In questi giorni si mette al centro il gruppo parlamentare per alimentare retroscena, io invece vorrei ringraziare tutti i deputati e i senatori perché stanno facendo un lavoro immenso. La fiducia tra me e Conte non è in discussione, ma da giorni sono io che ricevo attacchi con delle veline e confido ancora che arrivino smentite. Quello che non si è capito è che queste diatribe interne non indeboliscono solo il Movimento, ma chi lo guida. È sempre stato così». (…) Sul reddito di cittadinanza, accetterete le modifiche necessarie per migliorare la parte sulle politiche attive del lavoro o è un totem intoccabile? «Per effetto della transizione ecologica e digitale nei prossimi dieci anni si trasformeranno milioni di posti di lavoro. La cosa che dobbiamo fare adesso è agire sulla formazione lavorativa di giovani e meno giovani, puntando anche sulle nuove professioni. Provare a costruire a livello nazionale un accordo, un patto sul lavoro come hanno fatto l'Emilia-Romagna o il progetto di Manifattura Milano per aiutare i cittadini a reinserirsi nel mercato del lavoro. Quando ero al ministero del Lavoro ho dato oltre un miliardo di euro alle Regioni per fare questo, ma la gran parte di quei soldi non sono stati spesi. Quindi mi chiedo: che succede se i fondi fossero dati anche alle imprese per formare giovani e meno giovani?». È la sua proposta? Somiglia a quelle di Confindustria. «Non sono io a decidere, lo farà il ministro del Lavoro, che sta lavorando con grande impegno. Ma credo che sia necessario e urgente preparare le persone alla nuova rivoluzione industriale che sta arrivando». Si dice che con Fico potrebbe far parte del comitato di garanzia del M5S: quanto sarà importante quest' organo nella nuova organizzazione? «Per mia esperienza, e credo di averne un po', in questi anni tutto quello che riguardava il Movimento è passato attraverso il comitato di garanzia. Anzi, colgo l'occasione per ringraziare Vito Crimi che si è sobbarcato un lavoro enorme». 

INCONTRO BERLUSCONI MELONI

Nel centro destra ieri è stato il giorno dell’incontro faccia a faccia fra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. La cronaca sul Giornale di Fabrizio De Feo.

«Obiettivo 2023. Silvio Berlusconi invita Giorgia Meloni e Ignazio La Russa nel suo quartier generale estivo a Villa Certosa per ricucire la trama dell'alleanza di centrodestra dopo le recenti frizioni legate alla nomina dei due componenti del cda della Rai e l'esclusione di Giampaolo Rossi di Fratelli d'Italia. Un faccia a faccia utile a confrontarsi direttamente e a stemperare la tensione dei botta e risposta a distanza che hanno segnato le ultime settimane. L'incontro inizia in tarda mattinata e dura fino alle 15. Si pranza, dopo un giro con la macchina da golf, nei pressi del laghetto artificiale, con la splendida vista del Golfo di Marinella, in un clima cordiale grazie anche alla sortita del presidente di Forza Italia che sabato sera, alla festa della Lega Romagna di Cervia, ha ammesso che le nomine Rai hanno rappresentato uno sgarbo e ha promesso un risarcimento per il torto subito. Una apertura che ovviamente non è passata inosservata e ha restituito al Cavaliere il ruolo di naturale federatore del centrodestra. Berlusconi e Giorgia Meloni non entrano nel merito di poltrone e compensazioni. Fonti azzurre fanno sapere che «è stata superata ogni incomprensione e si è rafforzato il clima di collaborazione tra le diverse forze del centrodestra. La prospettiva è quella di andare uniti quando, nel 2023, finita la stagione del governo di Mario Draghi, tornerà il confronto tra centrodestra e centrosinistra». Una prospettiva di lungo termine che dovrà incrociarsi con necessità più vicine, come l'esigenza di remare tutti nella stessa direzione in vista delle Amministrative, rispondendo ad esempio all'offensiva congiunta scattata a Roma da parte del centrosinistra contro Enrico Michetti, in testa nei sondaggi per il Campidoglio. Fratelli d'Italia desidera soprattutto che sia chiarito un punto. Giorgia Meloni e Ignazio La Russa vogliono sentirsi dire che la maggioranza multicolor che sta sostenendo il governo Draghi resterà un unicum momentaneo e non sarà una esperienza replicabile. Insomma che il progetto del centrodestra, concepito e costruito negli anni, resterà l'unica prospettiva possibile. L'altra richiesta è che, al di là delle dichiarazioni - pure molto gradite - sulla questione Rai si passi dalle parole ai fatti e si rispettino gli accordi presi prima dello «sgarbo». Su entrambe le richieste le rassicurazioni di Berlusconi sono convincenti. «Io voglio stare in una coalizione in cui non devo guardare agli alleati come se fossero avversari», dice Giorgia Meloni. Nel giorno in cui scatta il semestre bianco, inevitabile iniziare a ragionare sull'elezione del presidente della Repubblica. La richiesta è che ci si ritrovi su un nome non ostile o estraneo alla coalizione. Se emergesse il nome di Berlusconi, racconta l'Agi, per Fdi non ci sarebbero problemi. C'è l'impegno a chiudere rapidamente il tavolo dei municipi. Sul progetto di federazione, Giorgia Meloni resta tiepida. Il Cavaliere rilancia proponendo una sorta di «coordinamento», richiesta molto più accettabile per Fdi. «L'unità, la forza, la compattezza della coalizione è un valore fondamentale, che ci differenzia da una sinistra divisa e litigiosa. Avanti con il progetto di Federazione, per sostenere compatti il governo Draghi, e per vincere con una coalizione compatta le elezioni del 2023», sottolineano in serata fonti leghiste. Infine, sulla leadership del centrodestra, l'ex premier avrebbe confermato la regola che il leader è colui che guida il partito con più voti. Una questione dirimente visto che ormai Giorgia Meloni e Matteo Salvini in base ai sondaggi viaggiano appaiati e la competizione per la premiership è apertissima. Berlusconi, nel corso della giornata, sente al telefono Catello Maresca, candidato sindaco di Napoli, con cui si confronta sulle proposte per lo sviluppo e contro la povertà. A Napoli arriva Antonio Tajani che commenta così l'incontro Berlusconi-Meloni. «Berlusconi è un federatore, troverà le giuste soluzioni per rafforzare il coordinamento nel centrodestra. Dobbiamo preoccuparci non solo di vincere nel 2023 ma di governare fino al 2050, puntando su alcuni punti fermi: Europa e Stati Uniti». Infine sul fronte delle Amministrative Matteo Salvini annuncia la disponibilità a candidarsi come capolista a Milano. «Se serve mi candido, per me Milano è l'anima e il cuore, sono a totale disposizione di Luca Bernardo e della città».

Contento dell’incontro ravvicinato, Alessandro Sallusti dalle colonne di Libero invita il centro destra a marciare compatto. Ma pone una condizione: non si può acconsentire a scendere in piazza insieme ai No Vax contro il governo Draghi.

«I leader del Centrodestra sono sicuramente Giorgia Meloni e Matteo Salvini (seguo l'ordine alfabetico per via dell'ondivago testa a testa nei sondaggi) ma tocca al vecchio Silvio tenere assieme tutto e sminare il campo di una coalizione che si trova per due terzi al governo e per uno all'opposizione. Due giorni fa il riconoscimento al capo della Lega («sei un vero leader»), ieri un lungo incontro a Villa Certosa con la presidente di Fratelli d'Italia, irritata da tempo con gli alleati per presunti (alcuni reali) sgarbi su importanti nomine. Difficile dire se si tratti di una tregua di Ferragosto o dell'inizio di un nuovo percorso a tre, comune nella forma e nella sostanza. Propendo per la seconda ipotesi, in fondo a nessuno conviene rompere un cartello elettorale dato stabilmente vincente e gli elettori non capirebbero alleanze diverse, tipo la grande ammucchiata più o meno centrista, di cui si parla nei corridoi della politica, che tagli fuori la destra della Meloni. Ovvio che la partita dell'unità non può che avere al centro l'elezione di un nuovo presidente della Repubblica condiviso tra i tre soci. Da lì deriveranno altre scelte strategiche ben più importanti di una nomina Rai, tipo se considerare finita la legislatura il giorno dopo l'insediamento del successore di Mattarella e provare quindi a imboccare la vie delle elezioni anticipate ose tirare fino alla scadenza naturale del 2023. Di questo, non del destino del decreto Zan, si parla nelle stanze che contano. Obiettivo? Creare le condizioni per portare Berlusconi al Quirinale o, in subordine, un presidente che garantisca al Centrodestra quella agibilità politica che negli ultimi vent' anni è stata, per usare un eufemismo, a corrente alternata. Se questo è l'obiettivo alto e nobile, converrebbe da subito smetterla con beghe di sottobosco e, sia pure nella differenza tra maggioranza e opposizione, usare un linguaggio sui temi più sensibili che dia l'idea che un progetto di Centrodestra di governo futuro c'è. E vorremmo già da ora sapere, per dire, se questo prevede di andare in piazza con i no vax a urlare che il virus è una invenzione di Draghi e di medici al servizio delle multinazionali del farmaco, come qualcuno della coalizione oggi fa». 

DDL ZAN, IL PD RINVIA LA LEGGE PUR DI NON MODIFICARL

Alla fine la strategia del muro contro muro voluta dal Pd di Enrico Letta ha provocato una conseguenza inevitabile: rinviare l’approvazione di una legge contro l’omotransfobia. Angelo Picariello per Avvenire.

«Si chiude con un nulla di fatto, e una mezza rissa in conferenza dei capigruppo al Senato, la discussione sul ddl Zan. C'era da decidere che fare, dopo la risicata bocciatura delle pregiudiziali di costituzionalità e delle richieste di sospensiva. Nella discussione hanno pesato i tempi stretti in vista della chiusura per ferie, ma soprattutto, proprio i numeri a rischio. Infatti se le pregiudiziali non erano passate per soli 12 voti, la richiesta di sospensiva era stata bocciata il giorno dopo per appena un voto, in presenza peraltro di decisive assenze nei gruppi di Lega e Forza Italia. Il muro contro muro ha prodotto, paradossalmente, l'unanimità per il rinvio della discussione a settembre. Prendendo la parola per ultimo, il capogruppo di Italia viva Davide Faraone aveva provato ad avanzare la proposta di aggiornare a oggi la riunione dei capigruppo, per cercare una mediazione nella maggioranza onde arrivare all'approvazione del provvedimento - emendato negli aspetti più ideologici contestati ad Lega e Forza Italia - con un'amplissima maggioranza e in velocità, per pas- sare all'approvazione dei decreti in scadenza. Non la prendeva bene il fronte Pd-M5s-Leu, arroccato sulla linea del ddl Zan da approvare così come votato dalla Camera (per renderlo immediatamente operativo). In particolare si alzavano i toni e i decibel con la capogruppo del Pd Simona Malpezzi, che accusava Faraone di aver fatto saltare tutto, considerando provocatoria la sua proposta. Al contrario il capogruppo di Italia viva rivendica di esser rimasto l'unico ad aver indicato una via d'uscita per salvare il provvedimento: «Da oggi i diritti sono ufficialmente in vacanza. Pd e M5s che per settimane non hanno parlato di altro hanno preferito il buen retiroestivo », accusa Faraone. «L'unica cosa che non va in vacanza è l'inaffidabilità di Italia viva. Se non avesse cambiato idea sul sostegno già espresso alla Camera, cercando impossibili e surreali mediazioni e presentando emendamenti che demoliscono il testo, le cose sarebbero andate molto diversamente», replica a brutto muso Monica Cirinnà, responsabile Diritti del Pd. Mentre i tre capigruppo Malpezzi (Pd), Santangelo (M5s) e De Petris (Leu) sottolineano che il calendario «è passato all'unanimità», e che «non c'è stata nessuna richiesta di inserimento in calendario da parte di Italia viva del ddl Zan». In realtà la proposta di Faraone, come detto, era quella di arrivare in Aula non prima di una intesa che avesse messo il testo in condizione di esser approvato velocemente e con il consenso di tutta la maggioranza di governo, ma questo tavolo di mediazione non è mai stato accettato dalle parti in causa. L'impressione è che, alla vigilia di una campagna elettorale amministrativa molto importante, tutti abbiano preferito arroccarsi sulle loro posizioni senza mostrare arretramenti. A questo punto è complicato formulare previsioni sul prosieguo della discussione e sul destino finale del ddl Zan davvero appeso a un filo, a un voto. Nel Pd, in particolare, sotto traccia, cresce il malumore per un provvedimento appesantito di troppe criticità con norme ideologiche e divisive. Ma l'apertura di una trattativa per togliere gli aspetti più controversi è una prospettiva ancora lontana. Tanto più che nella Lega ci sono ampi settori che, per ragioni opposte, di trattare sulla legge Zan non hanno alcuna intenzione».

LAILA, UN’ALTRA LUANA MORTA SUL LAVORO

Nuovo terribile episodio di una donna che ha perso la vita sul luogo di lavoro. Com’era accaduto alla giovane Luana due mesi fa. La cronaca di Avvenire.

«Laila El Harim viveva in Italia da vent' anni: la sua vita è stata spezzata alle 8.30 di ieri mattina, poco dopo aver iniziato il suo turno alla Bombonette di Camposanto (Modena), azienda specializzata nella produzione di cartone per packaging destinato alle pasticcerie. Per cause in corso di accertamento, è rimasta incastrata in una fustellatrice, macchinario utilizzato per eseguire tagli e pieghe, ed è morta. Lascia un compagno ed una bimba di quattro anni, che vivevano con lei a Bastiglia, un paese del Modenese poco lontano dal luogo dell'incidente. Carabinieri e Vigili del fuoco, insieme alla Medicina del lavoro sono intervenuti, chiamati dai colleghi di lavoro della donna, per fare chiarezza, insieme al 118 ma non c'era già nulla da fare: secondo quanto emerge la quarantunenne sarebbe stata colpita alla testa mentre effettuava un controllo al macchinario ancora in funzione. Una tragedia sul lavoro, l'ennesima, che ricorda quella dello scorso maggio, quando la ventiduenne Luana D'Orazio, madre di un bambino, morì stritolata dagli ingranaggi di un orditoio a Prato, con la giovane rimasta impigliata nel congegno per poi venire risucchiata dal rullo. Il bilancio dei morti sul lavoro nei primi mesi del 2021 è drammatico: 434 decessi fra gennaio e maggio (due in più rispetto al 2020 e 43 in più rispetto al 2019, ovvero una crescita dell'11%). ».

COSTRUZIONI, MANCANO 265MILA LAVORATORI

L’improvvisa ripresa dell’attività edilizia, dovuta al bonus del 110 per cento e alla ripresa economica, dopo anni di crisi, sta incontrando una clamorosa mancanza di addetti. Giorgio Santilli sul Sole 24 Ore.

«Grido di allarme dell'Ance sull'attuazione del Pnrr e sulle prospettive di sviluppo del settore privato trainato dal Superbonus. Il settore delle costruzioni non trova più la manodopera per far fronte ai lavori programmati. «I primi effetti della forte ripresa dell'occupazione nel settore - dice il presidente dell'associazione dei costruttori, Gabriele Buia - sono già assolutamente evidenti con le imprese che segnalano fortissime difficoltà nel reperimento della manodopera a fronte di una domanda di lavoro in forte crescita. La situazione sta rapidamente diventando critica e sempre più lo sarà nei prossimi mesi». Il centro studi dell'Ance stima per il 2022 un fabbisogno occupazionale aggiuntivo diretto nel settore di circa 170mila uità cui si sommano 95mila unità nei settori collegati, per un totale di 265mila posti di lavoro. Le strozzature del mercato del lavoro sono già in atto: non si trovano il 52% degli addetti alle finiture e il 60% dei giovani operai specializzati richiesti. «La prospettiva offerta dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, dal Superbonus e da una ripresa del mercato immobiliare - dice Buia - è quella di un ritorno, a medio termine, ai livelli occupazionali registrati prima della crisi. Ma i 400mila lavoratori che abbiamo perso nella crisi iniziata nel 2008, sono ormai usciti dal settore e tocchiamo già con mano la difficoltà di formarne di nuovi, ma anche di convincere le risorse oggi fuori del mercato a rientrare in cantiere: in molti casi preferiscono la strada del reddito di cittadinanza e il freno è dato anche dall'assenza di competenze». L'Ance chiederà al governo un pacchetto di misure che favoriscano le assunzioni e la formazione di giovani per il lavoro. «Ho chiesto un incontro al ministro dell'Università - dice Buia - perché noi abbiamo bisogno di lauree professionalizzanti e anche di istituti tecnici superiori che siano profilati sulle esigenze delle imprese di costruzioni: ingegneri ambientali, certo, ma anche project manager». Per Buia la carenza di manodopera, sommata alle grandi difficoltà prodotte dal rincaro della materie prime e dalla carenza di alcuni prodotti intermedi (i ponteggi, per esempio) «rischiano di trasformare la grande opportunità di crescita in un collasso». Un lavoro del Centro studi dell'associazione conferma la fotografia di grande difficoltà. «L'andamento del settore delle costruzioni nel corso della prima metà del 2021 - dice una nota del Centro studi - sembra confermare la stima, elaborata all'inizio dell'anno, di una sensibile ripresa dei livelli di investimento, dopo più di un decennio di riduzioni importanti nella produzione del settore. La previsione elaborata dal Centro Studi Ance per il 2021 si basava su 11 miliardi di investimenti aggiuntivi nel settore delle costruzioni, che sono in grado di attivare, direttamente nel settore, 110mila occupati aggiuntivi, ed altri 60mila nei numerosi settori della filiera». Da qui la previsione di un rafforzamento della crescita e delle 265mila unità di lavoro aggiuntive previste per il 2022».

ATTIVISTA BIELORUSSO UCCISO A KIEV

Vitaly Shishov, oppositore del regime di Lukashenko e attivista di Casa Bielorussia, è stato ucciso ieri a Kiev, nella capitale dell’Ucraina, dove era rifugiato da tempo. A molti è apparsa un ritorsione per la clamorosa fuga dalla velocista bielorussa, che partecipava ai Giochi olimpici di Tokyo. Alessandra Muglia per il Corriere.

«Il cellulare trilla a vuoto per ore. Uscito di casa lunedì per il consueto jogging mattutino nel parco vicino casa, appena fuori Kiev, Vitaly Shishov non è più tornato. La sua compagna, Bozhena, dà l'allarme. Angoscia alle stelle. Partono le ricerche. In pista anche i suo colleghi della Casa Bielorussia, la ong da lui guidata nella capitale ucraina che supporta i connazionali in fuga dal regime. Uno di loro, Yuri Shchuchko, stava frugando tra i cespugli quando ieri intorno alle 7 del mattino riceve la chiamata attesa, ma che non avrebbe mai voluto ricevere: hanno trovato il corpo, dall'altra parte del parco. È toccato a Yuri identificarlo. Secondo alcuni attivisti Vitaly aveva il naso rotto. Il capo della polizia ucraina ha rilevato graffi sul naso, sul ginocchio sinistro e altre parti del corpo e ha aperto un'indagine per omicidio, senza tralasciare alcuna pista, inclusa quella di un omicidio camuffato da suicidio. Per la Casa Bielorussia però non ci sono dubbi: «Si tratta di un'operazione pianificata dai cekisti (agenti dei servizi segreti, ndr )», ha affermato la ong in una nota, accusando dell'omicidio la rete del presidente-dittatore Lukashenko, al potere da 27 anni. Il caso ha i contorni di un'esecuzione dimostrativa per mano del Kgb bielorusso e arriva nel pieno dello scandalo creato dalla velocista bielorussa che ai Giochi di Tokyo ha denunciato i soprusi della sua federazione, ha rifiutato di essere rimpatriata a forza e ha chiesto asilo all'Europa. Una ritorsione a orologeria: a essere colpita è la ong che ha aiutato Arsenij Zdanevich, il marito dell'atleta, a lasciare la sua casa e a mettersi al sicuro in Ucraina. Un attacco annunciato. Inseguimenti in macchina, appostamenti: Vitaly, 26 anni, originario di Rechytsa, cittadina a sud della Bielorussia, 300 km sopra Kiev, si sentiva sotto costante sorveglianza da quando l'anno scorso era fuggito in Ucraina, per via della feroce repressione di Lukashenko contro il movimento che contestava la sua rielezione. Di recente, al parco, era stato avvicinato da sconosciuti che gli chiedevano della vita nel suo Paese. La sua ong era stata avvisata dalle autorità ucraine e anche dalle stesse forze di sicurezza. «Vitaly mi aveva chiesto di prendermi cura delle persone vicine a lui. Aveva una sorta di presentimento» ha dichiarato Shchuchko al Global Time , sito russo indipendente in lingua inglese. Neanche chi fugge all'estero è al sicuro. Palina Brodik, del Free Belarus Center a Kiev , parlando con il Corriere mette in guardia l'Europa: «Sta crescendo la sensazione di insicurezza tra i 276 mila bielorussi fuggiti in Ucraina nell'ultimo anno. Quanto accaduto provocherà una nuova ondata di emigrazione dall'Ucraina verso l'Ue. Dobbiamo capire che la maggioranza di queste persone fugge dalla persecuzione politica: in Bielorussia si praticano violenze e torture di Stato, basta avere un canale Telegram sul telefonino per finire negli ingranaggi della repressione». Devastata dalla scomparsa di Shishov, Svetlana Tikhanovskaya, la leader dell'opposizione in esilio: «Io potrei sparire in ogni momento, questo lo so, ma devo fare quello che sto facendo, so che se anche un giorno dovessi sparire, questo movimento continuerebbe». La comunità internazionale ha reagito con preoccupazione: l'Onu ha chiesto un'indagine «rigorosa»; per il presidente dell'Europarlamento David Sassoli «il fatto che gli attivisti bielorussi siano presi di mira nei Paesi terzi è una grave escalation» da parte del regime».

IL GOVERNATORE CUOMO SOTTO ACCUSA

Accuse di molestie, anche fisiche, per il governatore di New York Andrew Cuomo. Lo racconta Anna Lombardi su Repubblica.

«Il governatore Andrew Cuomo ha molestato numerose donne e si è vendicato di chi denunciava pubblicamente la sua condotta. Ha creato un ambiente di lavoro tossico. E violato la legge federale e statale»: ovvero il regolamento da lui stesso sottoscritto e sbandierato sull'onda del movimento #MeToo. Sì, l'indagine indipendente avviata a marzo sull'uomo più potente di New York è finita. E l'agguerrita procuratrice generale dello stato, l'afroamericana Letitia James, non ha dubbi: le 11 accusatrici dicono la verità. Una conclusione imbarazzante per i dem: la Casa Bianca definisce «ripugnanti» le accuse, il presidente Biden chiederà le dimissioni al tre volte governatore italoamericano - a sua volta figlio di Mario, governatore dello stato fra 1983 e 1994 - ed ex marito di una Kennedy, Kerry. Un anno fa considerato perfino papabile alla presidenza per il modo fermo con cui aveva gestito l'emergenza Covid di New York, grazie a quelle sue colorite conferenze stampa che gli valsero perfino un Emmy, l'Oscar della tv. «La verità è più forte del potere» sentenzia l'ex procuratore Joon Kim, parlando alla stampa insieme all'avvocatessa Anne Clark, che con lui ha guidato l'indagine indipendente sulle accuse. E pazienza se, lo racconta il New York Times , durante l'interrogatorio del governatore dello scorso 17 Luglio durato ben 11 ore, Cuomo l'ha apostrofato più volte, accusandolo di essere «interessato», avendo condotto «per fini politici» altre inchieste contro di lui e i suoi alleati. «Abbiamo seguito solo i fatti, senza favoritismi né paura» afferma durissimo Kim. Spalleggiato da James che allude pure ai pettegolezzi su di lei (sarebbe in pole position proprio per la poltrona di Cuomo): «Si è cercato tanto di minare e politicizzare l'inchiesta con attacchi offensivi contro di me e il mio team. Ma la nostra attenzione è rimasta focalizzata sulle 11 coraggiose che hanno svelato una condotta capace di corrodere il carattere del nostro governo statale, mostrando che c'è ingiustizia pure ai più alti livelli». D'altronde, insiste, «il rapporto di 165 pagine, già distribuito ai membri dell'assemblea legislativa di New York, si basa sulle voci di 179 testimoni e la revisione di migliaia di documenti. Lo abbiamo costruito usando le parole di chi ha trovato la forza di denunciare pur in un ambiente di lavoro tossico, ostile e intimidatorio». Affermando di aver trovato riscontri alle testimonianze delle principali accusatrici Lindsey Boylan, Charlotte Bennett e Anna Ruch. Già capo dell'ufficio economico dello stato, Boylan, 37 anni aveva descritto le attenzioni sgradite del governatore a dicembre 2020 in un post pubblicato sul sito Medium.com: «Mi toccò la schiena e le gambe, mi baciò senza consenso. Durante un volo mi propose di giocare a Strip Poker ». Per quello, racconta la procuratrice James, sarebbe stata denigrata dai più stretti collaboratori di Cuomo con una lettera a giornalisti e colleghi di partito dove la si definiva "trumpiana". Charlotte Bennett, 25 anni, è un'ex assistente del politico: «Era morboso, durante l'emergenza Covid chiedeva della mia vita privata, dicendosi aperto a una relazione con una donna più giovane. Mi fece capire di voler venire a letto con me, mettendomi a disagio». Spingendola a lasciare il posto: «Ho rinunciato alla carriera per colpa di un uomo annoiato», ha detto agli investigatori. Anna Ruch, 33 anni, è la donna della foto scattata a un matrimonio dove in realtà lui le tiene solo le mani sulle guance. Appare scioccata: aveva appena ricevuto una pacca sul fondoschiena. Credibile, secondo l'indagine, pure la "state trooper", l'agente donna di Albany, dove ha sede l'Assemblea di New York, molestata in ascensore: «Mi toccò senza il mio consenso. Una volta facendo scivolare il suo dito dal mio collo fino all'osso sacro. Un'altra dall'ombelico alla pistola. Facendo commenti offensivi». Atteggiamenti misogini «che niente hanno a che fare con quelli da lui definiti "comportamenti fuori moda"» tuona l'avvocatessa Clark. Sì, perché Cuomo da tempo chiama in causa le sue origini italiane per quella "tattilità" forse eccessiva: «Mi hanno frainteso scambiando scherzi magari inopportuni per tentativi di flirt». Una posizione ribadita anche ieri: il governatore ha infatti annunciato che ribatterà online a ogni singola accusa: «Saprete direttamente da me come sono andate le cose. Non ho mai toccato nessuno in modo inappropriato o fatto avance sgradite. Ho 63 anni. Ho vissuto la mia intera vita adulta in pubblico. Non sono e non sono mai stato un molestatore». Tanto più, lo ha detto la stessa James, «che quegli atti non sono di natura penale». No, Cuomo non molla. Ma la richiesta d'impeachment è già partita. Pure se non finirà in tribunale il rapporto suona già come una sentenza».

MORTO PENNACCHI, CHE RACCONTÒ L’AGRO PONTINO

Paolo Di Paolo su Repubblica ricorda Antonio Pennacchi, scrittore scomparso ieri e autore di “Canale Mussolini”, che gli valse il premio Strega.

«Quando si dice che un'opera, un'opera artistica, letteraria, somiglia all'autore, si esagera sempre un po': per eccesso o per difetto. Nel caso di Antonio Pennacchi, scomparso ieri a 71 anni dopo un malore che lo ha colpito nella sua casa di Latina, c'è invece una corrispondenza piuttosto marcata tra gli umori, la temperatura emotiva dei romanzi e il suo modo di essere: un narratore dentro lo spazio della scrittura e fuori, con le stesse accensioni, lo stesso tono di voce. Che si alza all'improvviso e poi si abbassa di colpo, per sussurrare, quasi borbottare, bofonchiare, e poi tornare su, in un movimento spezzato, vorticoso. Intemperante Pennacchi; insofferente a ogni briglia, combattivo, pressato dall'urgenza di chi si sente investito da un compito anche per conto terzi: il largo, generoso atto di restituzione che la letteratura può essere per chi non ha avuto, non ha forza e spazio per raccontare. È su questo che ha fondato il suo narrare: sull'impeto di chi sente una mancanza e vuole colmarla, sulla necessità di una storia, se non alternativa, complementare. L'epopea dell'Agro Pontino, che ha il suo vertice in Canale Mussolini , premio Strega nel 2010, trae la sua forza non solo da una prospettiva familiare, genealogica, ma anche dalla volontà di dire il troppo poco detto, il troppo poco raccontato. Né prudenza "ideologica" né rispetto di letture dominanti l'hanno condizionato: «Lei dice che la libertà in Italia l'avrebbe levata il fascismo? Ma in Italia non c'è mai stata la libertà, che t' ha potuto levare il fascismo? », si legge in una pagina di Canale Mussolini . «Ai signori gliel'avrà levata, ma i poveracci non ce l'avevano mai avuta». Il fasciocomunista Pennacchi, per riprendere il titolo del suo romanzo autobiografico del 2003, aveva già per tempo superato blindature, vissuto complesse "conversioni". Fratello, letteralmente fratello, però molto anomalo, di militanti di sinistra, si iscrive al Msi e ne viene espulso; in divisa di operaio dell'Alcatel di Latina, trova la via del marxismo maoista. Socialista infine, vive la turbolenza politica tra gli anni Settanta e gli Ottanta dal fronte sindacale, anche lì provocando o subendo attriti, baruffe, espulsioni. In un'intervista si definì, usando le parole di sua madre, «catabrighe»: «Non un attaccabrighe. Catare, in veneto, significa trovare. Io uscivo e trovavo le brighe». Ci mette la stessa ostinazione nel trovare uno spazio suo, lo spazio Pennacchi, anche nei territori della letteratura». 

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  

https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.

La Versione si prende qualche giorno di riposo. Ci rivediamo lunedì 9 agosto.