Grillo e D'Alema tifano Cina

Biden accelera: pace sui dazi con l'Europa. E oggi vede Putin. Ma il Garante dei 5Stelle si schiera con Xi. Sui vaccini dietro front di De Luca, regioni allineate. Violante spinge la riforma del Csm

I grandi temi economici ed internazionali, dopo il G7 e il vertice Nato, tengono ancora banco. Perché tre fatti catalizzano l’attenzione della stampa: la pace fra Usa ed Europa sui dazi commerciali, il faccia a faccia fra Putin e Biden, che sarà oggi a Ginevra, e l’impressionante successo della prima vendita di Eurobond, i titoli che finanziano il piano di Recovery. Si tratta di vicende che avranno conseguenze sulle nostre vite, basti pensare ai prodotti alimentari italiani in Usa, che finalmente possono tornare su quel mercato. Anche la politica italiana viene condizionata da questo clima ed uno dei capitoli più interessanti diventa il grande favore di Grillo e D’Alema verso la Cina nel mirino di Biden, favore espresso polemicamente proprio in queste ore. Del resto fu il primo governo Conte a ricevere il presidente Xi in Italia con tutti gli onori. E firmare i memorandum sulla Via della Seta.

Veniamo al Covid. A leggere i giornali e a sentire certi commentatori, sembra che la campagna vaccinale sia fallita, dopo il divieto esplicito di usare AstraZeneca sotto i 60 anni. La realtà va da un’altra parte. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono stati iniettati 527 mila 150 vaccini. La media è sopra l’obiettivo delle 500mila somministrazioni al giorno. I Presidenti di Regione si sono allineati, anche De Luca ha dovuto fare dietrofront sulle seconde dosi. Ma l’opinione pubblica aspetta ancora chiarimenti da queste sei Regioni: perché Liguria (dove è morta la giovane Camilla), Lazio, Campania, Basilicata, Molise, Calabria, Sicilia e Puglia hanno proposto AstraZeneca ai giovani in cerca di protezione vaccinale, forzando la mano alle raccomandazioni di Roma?

Oggi inizia la Maturità (ristretta verrebbe da dire) per via del Covid. Solo orale. Ma a differenza dell’anno scorso teoricamente si può tornare a bocciare. In bocca al lupo per i 540mila candidati. Intanto Avvenire ci ricorda il dramma di quei minori, in Italia sono un milione, che pur essendo nati qui non possono dirsi italiani. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

È una giornata in cui i grandi temi internazionali, anche a risvolto economico, prevalgono. La Repubblica enfatizza la ritrovata unità atlantica: Usa-Ue, la pace dei dazi. Così come La Stampa: Usa-Ue firmano la pace sui dazi. MF, quotidiano finanziario, si spinge oltre: L’Italia riscopre l’America. Il Sole 24 Ore invece privilegia la prima storica emissione di titoli europei: Recovery, corsa agli Eurobond. Il Manifesto resta su un tema economico ma già parla dello sciopero del 26 giugno contro la revoca del blocco dei licenziamenti: Blocchi di partenza. Restano sulla campagna vaccinale, e l’emergenza Covid, il Corriere della Sera che riporta il parere di Figliuolo: «Vaccini, le dosi basteranno». Il Messaggero: L’emergenza verso la proroga. Mentre il Quotidiano Nazionale entra nel merito della somministrazione: Due dosi di vaccino contro le varianti. Il Mattino registra il contrordine del presidente della Regione Campania: Vaccini, la verità Aifa. De Luca fa dietrofront. Il Fatto sottolinea il malumore della categoria in assoluto più assente nell’emergenza Covid, quella della medicina di base, che ora riappare: I medici al governo: «Caos sui richiami». La Verità scopre un nuovo complotto: I 2 miliardi dietro al pasticcio vaccini. Mentre il Domani denuncia: Tutta Italia riapre ma la giustizia rimane in lockdown. Sceglie la politica e il centro destra Libero: Spallata di Berlusconi: «Subito il partito unico». Avvenire apre il giornale dando notizia di un rapporto choc sui minori di origine straniera, un milione nel nostro Paese: Quei piccoli italiani ancora senza patria.

VACCINI, LE REGIONI SI ADEGUANO

Oggi nuovo vertice a Roma fra il Commissario e i rappresentanti delle Regioni, per fare il punto sulla campagna vaccinale. La cronaca del Corriere.

«L'obiettivo di immunizzare l'80 per cento degli italiani entro fine settembre è ancora a portata di mano. «Entro settembre arriveranno oltre 54 milioni di dosi - riepiloga Figliuolo - mi ero preso margini di manovra d'accordo con Draghi. Siamo in grado di coprire entro quella data l'80 per cento della platea vaccinabile, come previsto dal piano, che è sostenibile». I presidenti di Regione ora sono tutti allineati. Certo, il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, invoca un parere dell'Ema sulla vaccinazione eterologa. Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia e della Conferenza delle Regioni, usa più o meno le stesse parole e rivendica in nome della categoria, la fine della «confusione sul vaccino AstraZeneca» di cui di certo «non sono responsabili le Regioni». E Vincenzo De Luca si piega alla vaccinazione eterologa per gli under 60 anche in Campania. Ma non rinuncia a un'intemerata: «Ci auguriamo che le vicende degli ultimi giorni convincano tutti della necessità di porre fine al caos comunicativo. È indispensabile parlare con una voce sola». L'invito più brusco è per Figliuolo: «Cessino le comunicazioni quotidiane del commissario» che De Luca vorrebbe «ricondotto a silenziosa funzione logistica». Tuttavia le preoccupazioni generali non sono (più) tanto di merito scientifico. Mentre una nota dell'istituto Spallanzani di Roma annuncia l'avvio di uno studio sull'efficacia e sulla sicurezza del mix e ricorda gli «incoraggianti risultati» raccolti in altri Paesi, il cuore della questione diventa logistico: arriveranno dosi sufficienti di Pfizer e Moderna per garantire sia il prosieguo della vaccinazione a tamburo battente anche dei più giovani, sia il richiamo dei 930 mila under 60 che hanno ricevuto la prima dose di AstraZeneca? Figliuolo è sicuro di sì, anche se ammette che le valutazioni sono in corso». 

Roberto Gressi nell’articolo di fondo, sempre del Corriere, cerca di ridare razionalità alla vicenda:

«Siamo un Paese che ha pagato un prezzo altissimo, 127.101 decessi, ma che ora è secondo in Europa solo alla Germania nelle somministrazioni dell'antidoto. Il negazionismo è stato spazzato via e tutti sappiamo che cosa sarebbe successo se avesse vinto. Gli italiani si sono messi in fila per vincere il morbo e le regioni, il sistema sanitario, seppure con risultati diversi, si sono impegnati perché le code fossero ordinate, il più possibile veloci, quasi sempre con operatori instancabili ed educati alla gentilezza. Sarebbe insopportabile ora dover tornare anche solo a discutere con i terrapiattisti del vaccino. Non lo meritano le persone che con fiducia hanno permesso che in pochi mesi le morti e i contagi crollassero, non lo merita la scienza che, non dimentichiamolo, ci ha messo in mano l'arma per sconfiggere il Covid in un solo anno. Oggi possiamo addirittura permetterci che i negazionisti continuino a pensare e a agire come vogliono, perché la scelta compiuta dalla stragrande maggioranza degli italiani è sufficiente a proteggere anche loro. E adesso bisogna decidere come andare avanti. Stabilire quali siano i farmaci più adatti per quella parte della popolazione che non ha raggiunto i sessanta anni, con particolare attenzione ai giovanissimi e soprattutto alle giovani donne. Il dramma di Camilla, la ragazza morta di trombosi dopo aver ricevuto la prima dose di AstraZeneca, impone a tutti scelte consapevoli. Ieri ci sono stati 1.255 contagi e 63 morti. Molti, moltissimi in meno rispetto ai giorni bui, ma 27 in più del giorno precedente. La sfida non è finita, anche se il tasso di positività è sceso allo 0,6%, il più basso di sempre. Oltre 28 milioni di italiani hanno ottenuto la prima iniezione vaccinale, più di 14 milioni hanno completato il percorso con il richiamo. C'è pieno motivo per essere ottimisti e per non concedersi pause. Domani, stando a quello che pare deciso al momento, si riuniranno il governo e i presidenti delle Regioni. Hanno un dovere irrinunciabile: discutere, non nascondere nulla, fare chiarezza con tutti i dati che hanno a disposizione e alla fine decidere. Scegliere la via migliore per proseguire la campagna vaccinale, in modo assolutamente unitario, vietati trucchi e smarcamenti».

PARLA LA BATWOMAN CINESE, NEW YORK SENZA VIRUS

Dopo tanto clamore della stampa occidentale, arriva una presa di posizione da parte cinese. La dottoressa Shi decide di parlare con il New York Times. Guido Santevecchi per il Corriere:

«Si chiama Shi Zhengli, 57 anni, scienziata cinese del Wuhan Institute of Virology, nota come Batwoman per i suoi studi sui coronavirus originati nei pipistrelli. (…) Dopo mesi di silenzio, la virologa è tornata a parlare. «L'ho chiamata al cellulare e con mia sorpresa ha risposto», dice Amy Qin, corrispondente del New York Times. Prima domanda: perché non ha ancora fornito le prove della sua innocenza. La risposta è stata dura: «Come diavolo posso darvi la prova di qualcosa su cui non esistono prove, solo spazzatura lanciata contro di me?». «Non abbiamo avuto alcun caso, se potete, datemi i nomi dei tre per aiutarci a verificare», ha replicato la scienziata. L'Istituto di virologia di Wuhan impiega 300 ricercatori ed è uno dei due soli centri cinesi che hanno una sezione accreditata di Biosafety Level 4, la massima sicurezza che permette esperimenti di «gain of function» (guadagno di funzione), diretti a modificare i patogeni potenziandoli per studiarli meglio e scongiurare i rischi di nuove malattie infettive. Nel 2017, Shi e i suoi colleghi pubblicarono uno studio su un esperimento in cui avevano creato nuovi coronavirus ibridi da campioni prelevati nei pipistrelli che infestano le grotte dello Yunnan, quasi trasmissibili all'uomo. La scienza è divisa tra chi considera utili queste pratiche e chi le condanna come troppo rischiose. Ma Shi Zhengli assicura di non aver usato il «gain of function». Lunedì la tv SkyNews Australia ha trasmesso un filmato che sarebbe stato girato nel 2017, nel quale si vedono dei pipistrelli vivi in gabbia nel laboratorio di sicurezza 4 appena inaugurato a Wuhan: una circostanza non rilevata dalla squadra di esperti inviata in città dall'Organizzazione mondiale della sanità lo scorso febbraio. Una missione di un mese, ma sempre sotto stretto controllo cinese. Il team dell'Oms nel suo rapporto dichiarò «altamente improbabile» che il Sars-CoV-2 fosse stato isolato e poi sfuggito per un incidente dal laboratorio di Wuhan. Si concentrò sul salto dai pipistrelli a un animale intermedio e poi all'uomo. Il focolaio nel famigerato mercato Huanan di Wuhan, dove si vendeva pesce e carne esotica, restava la pista più calda. Però, il database cinese sullo scoppio dell'epidemia riporta che dei 174 primi casi, registrati dai medici cinesi a partire dall'8 dicembre 2019, solo il 28% aveva un collegamento con le bancarelle di Huanan; il 23% era passato attraverso altri mercati della città e il 45% non aveva «una storia di esposizione» ad alcun mercato. «Non c'è una chiara conclusione sul ruolo del mercato», dice il rapporto Oms. Restano i pipistrelli. Shi Zhengli era andata a studiarli molte volte nel lontano Yunnan, una nel 2012, quando tre operai incaricati di ripulire dal guano una miniera si ammalarono e morirono. Batwoman però osservò che i campioni prelevati dai corpi non contenevano coronavirus compatibili con il Covid-19. La scienziata cinese era stata eletta per il suo valore nella American Academy of Microbiology e aveva ricevuto fondi governativi americani per le sue ricerche (600 mila dollari). Quel finanziamento ora imbarazza Washington. Ultima e-mail di Shi: «Non ho fatto errori, non ho niente da temere, la questione è stata politicizzata». La parola torna all'intelligence americana».

Raggiunta l’immunità di gregge a New York: traguardo, non solo simbolico, per tutto il mondo. La cronaca del Quotidiano Nazionale.

«Lo Stato di New York ha vaccinato contro il Covid-19 il 70 per cento della sua popolazione, soglia stabilita dal governatore Andrew Cuomo per revocare la maggior parte delle restanti restrizioni. Lo ha riferito l'emittente Abc, precisando che per festeggiare ieri sera ci sono stati fuochi d'artificio in tutto lo Stato. Cuomo aveva promesso che, una volta raggiunto il traguardo del 70%, sarebbero state rimosse le restrizioni sul numero dei partecipanti agli eventi al chiuso, sul distanziamento sociale e sui controlli sanitari in uffici, ristoranti, teatri e centri fitness. Tutto ciò ora sarà facoltativo, mentre resta l'obbligo di mascherina sui mezzi pubblici, negli ospedali e nelle scuole. «Non significa che quando raggiungiamo il 70% di immunizzazioni la battaglia è finita - ha affermato Cuomo -, significa che sta funzionando la nostra strategia». Il governatore ha fatto sapere che ora lo sforzo si concentra nelle zone dove c'è resistenza al vaccino. Intanto, la California, primo Stato Usa a chiudere a causa della pandemia, ieri ha revocato gran parte delle restrizioni, dal distanziamento sociale all'uso della mascherina per i vaccinati sino ai limiti di capacità dei luoghi indoor. Le mascherine restano sui mezzi di trasporto pubblico, negli ospedali e nelle carceri, a scuola e negli asili».

FINISCE LA GUERRA DEI DAZI USA-EUROPA

Covid e vaccinazioni a parte, oggi i riflettori sono tutti puntati sulle notizie internazionali. Finisce la guerra dei dazi fra Usa ed Europa. Francesca Basso per il Corriere.

«Il summit Ue-Usa, il primo da quando nel 2014 l'inquilino della Casa Bianca era Barack Obama, ha portato a una tregua per cinque anni sui dazi legati alla disputa Airbus-Boeing per gli aiuti di Stato illegali, che andava avanti da 17 anni. Per una soluzione alla guerra delle tariffe su acciaio e alluminio, scatenata nel 2018 dall'allora presidente Donald Trump, Ue a Usa hanno preso tempo. «Avremmo potuto prendere delle contromisure su acciaio e alluminio prima di questo vertice con Biden e non l'abbiamo fatto», ha spiegato in conferenza stampa la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, che ha aggiunto: «Avendole sospese per 6 mesi fino all'inizio di dicembre, c'è il tempo per discutere la soluzione a questo contrasto. La priorità ora era trovare un accordo su Airbus-Boeing». Il summit tra Ue e Stati Uniti, che si è tenuto a Bruxelles, penultima tappa europea del presidente Joe Biden dopo il G7 in Cornovaglia e il vertice Nato di lunedì scorso (oggi incontrerà il presidente russo Vladimir Putin a Ginevra), ha rilanciato le relazioni transatlantiche deterioratesi sotto la presidenza Trump, che non aveva esitato a definire l'Ue un nemico. Con Biden alla guida degli Usa rinasce l'alleanza nonostante in diversi ambiti gli interessi tra le due sponde dell'Atlantico rimangano distanti. Bruxelles sta portando avanti una nuova politica per raggiungere l'autonomia strategica in settori rilevanti dell'industria e in campo tecnologico per non dover più dipendere né dalla Cina né dagli Stati Uniti. E Washington difende i propri interessi. La rappresentante Usa per il Commercio Katherine Tai, anche lei a Bruxelles, ha precisato che l'accordo fissa dei limiti ai sussidi che l'Ue è autorizzata a fornire ad Airbus, e ha avvertito che gli Usa reintrodurranno miliardi di dollari di dazi se i sussidi dei Paesi Ue supereranno la «linea rossa». Ma c'è un terreno comune. «Ue e Usa condividono una lunga storia. Abbiamo plasmato gran parte del secolo scorso. Ora è il momento di dare forma a questo secolo sulla base dei nostri valori democratici condivisi», ha detto il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, invocando «un nuovo patto fondatore per un'alleanza più forte e un mondo migliore». La tregua sui dazi non riguarda solo il commercio, si inserisce nel più ampio impegno per contenere Pechino chiesto dagli Stati Uniti alle potenze occidentali. L'accordo sulla disputa Airbus-Boeing prevede una clausola che indica il percorso di un lavoro congiunto Ue-Usa per contrastare «l'ambizione cinese a costruire un settore dell'aviazione civile fuori dalle regole di mercato». Un approccio che vale in tutti i campi. Bruxelles e Washington hanno deciso di istituire un Consiglio per il commercio e la tecnologia tra Ue e Usa «per evitare - ha spiegato von der Leyen - nuove barriere ingiustificate». È lo stesso Biden a sottolineare che «l'intesa e l'impegno di Stati Uniti e Ue a lavorare insieme per contrastare le pratiche anticoncorrenziali della Cina, spingendo su elevati standard, investimenti e trasferimento di tecnologie può essere un modello su cui far leva per affrontare le altre sfide poste dal modello economico».».

Per l’Italia c’è un aspetto positivo nel nuovo clima di scambi commerciali Europa-Usa: la possibilità di riconquistare, con i nostri prodotti, quote del mercato alimentare americano. Ettore Livini su Repubblica:

«Festeggiano parmigiano-reggiano, gorgonzola, limoncello e salame - le vittime innocenti e collaterali del caso Airbus e Boeing - pronti a tornare in forze sul mercato nordamericano senza la zavorra dei super-dazi del 25% imposti nel 2019 da Donald Trump. «Una sovrattassa che solo per il parmigiano valeva 3,5 euro di prezzo in più al chilogrammo», dice il direttore del consorzio Roberto Deserti. Finisce invece il Bengodi per olio e vino tricolori che da oggi torneranno a competere ad armi pari con i rivali francesi, tedeschi e spagnoli penalizzati negli ultimi due anni - contrariamente ai prodotti made in Italy - dai balzelli di Washington. L'Italia può comunque essere contenta: «L'accordo vale almeno 500 milioni per le eccellenze della nostra tavola», dice Luigi Scordamaglia, numero uno di Filiera Italia. «E soprattutto ci toglie la spada di Damocle di un ulteriore giro di vite sui dazi che ci pendeva sulla testa - dice Antonio Auricchio, presidente del consorzio tutela Gorgonzola e di Afidop, l'associazione dei formaggi italiani - . Noi con Airbus e Boeing non c'entravamo niente e siamo finiti nel tritacarne solo per colpa della lobby dei farmer americani». Il colpo comunque è stato duro: "Le vendite di prodotti caseari negli Usa sono calate nel 2020 del 19%", calcola il presidente di Assolatte Paolo Zanetti. E nessuno è stato risparmiato: il Grana Padano ha pagato un pedaggio salato mentre la produzione di "parmesan" negli Usa - la copia farlocca del nostro dop - ha superato per la prima volta quella dell'originale tricolore. «Lo stop per cinque anni ai dazi è importante perché Washington è il primo mercato per il nostro settore alimentare fuori dalla Ue con importazioni per 4,9 miliardi nel 2020», dice Ettore Prandini, presidente di Coldiretti».

CORSA AI PRIMI EUROBOND: L’EUROPA CHE SI INDEBITA PIACE AL MONDO

Altra gran buona notizia di ieri: la prima emissione di titoli di stato europei è stata un successo travolgente. Beda Romano sul Sole 24 ore da Bruxelles.

«La Commissione europea ha effettuato ieri la prima emissione obbligazionaria del pacchetto da 750 miliardi di euro che servirà a finanziare il progetto comunitario noto con l'espressione inglese NextGenerationEU. L'asta ha ottenuto grande successo sui mercati, a conferma di come l'Europa sia un investitore premiante a livello mondiale. La presidente dell'esecutivo comunitario Ursula von der Leyen ha parlato di «giornata storica per la nostra Unione europea». L'emissione è stata pari a 20 miliardi di euro con un titolo a scadenza decennale. In una conferenza stampa ieri sera qui a Bruxelles, il commissario al bilancio Johannes Hahn ha precisato che la domanda è stata pari a sette volte l'offerta. Da un punto di vista geografico, oltre il 50% degli investitori appartiene ai paesi dell'Unione europea; mentre il 13% è proveniente dall'Asia e dalle Americhe. Alla Cina è andata «una quota significativa», ha notato il commissario. Quanto agli investitori, il 25% dell'ammontare è andato a banche centrali, il 37% a gestori di fondi, l'11% a fondi assicurativi. «Sono molto contento del tipo di investitore emerso in asta», ha detto il commissario (tra le banche del consorzio IMI-Intesa Sanpaolo). Secondo Bruxelles, «si tratta della più grande emissione obbligazionaria istituzionale in Europa, la più grande transazione istituzionale a singola tranche e il più grande ammontare che la UE abbia mai raccolto in una singola transazione».Da un punto di vista politico, l'emissione ha un significato particolare. Nel luglio dell'anno scorso, durante un lunghissimo vertice europeo i Ventisette hanno deciso di superare il Rubicone, accettando di indebitarsi in comune per rilanciare l'economia dopo lo shock provocato dalla pandemia virale. Il progetto NextGenerationEU è a scadenza, ma la speranza dei governi più federalisti è che possa diventare una caratteristica permanente sulla scena europea».

IL FACCIA A FACCIA BIDEN-PUTIN

A Ginevra oggi ci sarà un faccia a faccia fra Putin e Biden. Appuntamento importante che durerà tutto il pomeriggio. Paolo Mastrolilli dalle colonne della Stampa analizza la vigilia dal punto di vista americano:

«Verrà considerato un successo, il duello di oggi a Ginevra tra Biden e Putin, se decideranno di rimandare i rispettivi ambasciatori a Mosca e Washington. Questo aiuta a capire perché i presidenti americano e russo concordano sul fatto che le relazioni bilaterali tra i due paesi sono al livello più basso dalla Guerra Fredda. Se invece ci sarà l'intesa per avviare il negoziato sul trattato che regolerà le armi nucleari dopo la scadenza del New Start, allora sarà lecito parlare di un potenziale nuovo inizio. Ammesso che il capo del Cremlino sia disposto a differenziare la sua posizione da quella dell'amico cinese Xi, nella sfida geopolitica epocale lanciata contro le democrazie. (…) Durante il volo di ieri da Bruxelles, un'autorevole fonte della Casa Bianca ha presentato così il match: «Non ci aspettiamo grandi risultati concreti. Puntiamo su tre cose basilari: primo, l'individuazione di una chiara serie di aree dove lavorare insieme può far avanzare il nostro interesse nazionale, e rendere il mondo più sicuro. Secondo, una chiara definizione degli interessi nazionali vitali dell'America, in cui le attività russe contrarie troveranno una risposta. Terzo, una chiara spiegazione della visione del Presidente riguardo i valori americani e le nostre priorità nazionali». Mosca ha lasciato trapelare che un primo passo potrebbe essere il ritorno degli ambasciatori, e la Casa Bianca ha aperto così: «È una possibilità». L'obiettivo più ambizioso sarebbe l'avvio delle trattative per rimpiazzare il trattato New Start sulle armi nucleari, che è stato appena rinnovato ma scadrà nel 2026: «Siamo flessibili - dice la Casa Bianca - sui tempi e i formati degli accordi. Potrebbe esserci un risultato più complessivo, oppure intese che toccano diversi aspetti in tempi diversi. Non è necessario aspettare la fine dello Start. Però è chiaro che scade nel 2026, e i due presidenti stanno cercando di stabilire cosa verrà dopo». 

Anna Zafesova, sempre su la Stampa, dà il senso dell’attesa da parte dei russi:

«Già la scelta del posto - nessuna visita bilaterale, nessun vertice ai margini di un evento multilaterale come un G20, ma un appuntamento in un Paese terzo, neutrale - è un segnale inequivocabile: non si tratta più di un incontro tra alleati o partner, e nemmeno di un tentativo di «reset» come era stato con il primo summit con Donald Trump. Biden ha chiamato Putin «killer». Putin ha inserito gli Usa nella lista dei «Paesi ostili alla Russia». I rapporti diplomatici, economici, culturali tra i due Paesi sono praticamente congelati. Nessuno spera di affascinare l'avversario. Non sono previsti siparietti informali che devono dimostrare il feeling reciproco e il «volto umano» dei presidenti. Sarà un negoziato tra nemici. Nessuna delle due parti spera in un cambiamento, e si prepara a un match freddo, pragmatico, teso: come ai vecchi tempi quando russi e americani si incontravano a Vienna, Helsinki o nella classica Ginevra, per discutere non su come cooperare, ma su come non farsi troppo male a vicenda. Per porre dei paletti, e discutere su come impedire all'avversario di oltrepassare le bandierine rosse. La lista degli accompagnatori di Putin a Ginevra mostra già quali sono le attese di Mosca: oltre alla scontata presenza del ministro degli Esteri Sergey Lavrov e dell'ambasciatore russo a Washington Anatoly Antonov, ci saranno il capo dello Stato maggiore Valery Gerasimov (proprio quello che un noto fake vuole autore della dottrina della «guerra ibrida»), il negoziatore russo in Ucraina Dmitry Kozak e il rappresentante speciale del Cremlino per la Siria Aleksandr Lavrentiev. Dunque, i dossier che Mosca è pronta a discutere immediatamente, anche in dettaglio pratico, sono il disarmo, il Donbass (soprattutto dopo che Biden ha promesso a Kiev una road map per la Nato) e il Medio Oriente».

Il nuovo presidente americano non fa solo notizia per i vertici e gli incontri diplomatici. Oggi i Vescovi cattolici Usa discutono sulla sua fede (Biden è cattolico, il secondo Presidente dopo Kennedy) e la possibilità di dargli la comunione. Dal Corriere della Sera:

«L'assemblea dei vescovi Usa si riunirà «virtualmente» in Rete da oggi a venerdì. E virtuali rischiano di restare i propositi bellicosi dei vertici conservatori della conferenza episcopale, che da mesi meditano di approvare un documento per impedire ai politici cattolici favorevoli alle leggi sull'aborto, e anzitutto al presidente Joe Biden, di fare la comunione. Da più di un mese il Vaticano ha avvertito i vescovi di non farlo. L'altolà è arrivato il 7 maggio con una lettera del cardinale Luis Ladaria, prefetto dell'ex Sant' Uffizio: «Sarebbe fuorviante se si desse l'impressione che aborto e eutanasia da soli costituiscano le uniche gravi questioni della dottrina morale e sociale cattolica». Joe Biden, secondo presidente cattolico dopo Kennedy, è personalmente contrario all'aborto ma sostiene le leggi per la libertà di scelta. Le regole della Chiesa sono definite nel Diritto canonico: non sono ammessi all'Eucaristia coloro che «ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto». Una formulazione abbastanza elastica da consentire interpretazioni differenti nel tempo. I vescovi conservatori e la destra cattolica evocano una «nota riservata» dell'allora cardinale Ratzinger, nel 2004. Ma il magistero cambia. E papa Francesco non accetta l'uso politico della comunione. Da ultimo ne ha parlato all'Angelus del 6 giugno: «L'Eucaristia non è il premio dei santi, ma il Pane dei peccatori». Il cardinale Ladaria ha scritto che, per evitare che il documento sia «fonte di discordia», ci vorrebbe un «consenso unanime» tra i vescovi, sapendo che non c'è. Il cardinale di Washington Wilton Gregory ha già chiarito che Biden è il benvenuto nelle chiese della diocesi». 

D’ALEMA E GRILLO, “CINESI” D’ITALIA

Se in Usa si discute della fede cattolica di Biden, da noi ci sono i credenti nella Cina, che si agitano in questi giorni di contrapposizione dell’Occidente. Salvatore Cannavò per Il Fatto racconta la posizione di Beppe Grillo:

«Il riallineamento dell'Italia agli Stati Uniti imposto da Mario Draghi non sembra aver vita facile. Il Garante, nonché fondatore, del Movimento 5 Stelle, infatti, ha lanciato ieri dal suo blog beppegrillo.it una dura bordata contro "la parata ideologica" che a suo dire i Paesi occidentali hanno allestito prima al vertice G7 in Gran Bretagna e poi al vertice Nato. Grillo ha affidato l'attacco anti -Nato al professore di Filosofia morale (è associato alla Statale di Milano) Andrea Zhok: "Negli ultimi due giorni abbiamo assistito a una parata ideologica come non se ne vedevano dalla caduta del Muro di Berlino", scrive il professore secondo cui "il G7 prima e la riunione della Nato poi hanno colto l'occasione per sparare a palle incatenate contro il 'nemico', nelle vesti di Russia e Cina". Zhok mette in evidenza il tentativo di Joe Biden di resuscitare la linea di frattura tra "noi, l'Occidente" e "loro, gli altri, che minacciano 'i nostri valori' ". Un modello argomentativo "sperimentato" nella guerra fredda e che rappresenta "un grande classico". Il testo del blog di Grillo non è inedito, ha qualche sapore sovranista o, come si direbbe in altri linguaggi, "campista", ma ripropone una frattura che agita la coalizione di governo e agita all'interno il M5S. La scorsa settimana è stata segnata dalla polemica della visita all'ambasciata cinese a Roma da parte dello stesso Grillo e di Giuseppe Conte il quale alla fine ha declinato l'invito "per impegni personali". Ma intervenuto domenica scorsa nella trasmissione di Lucia Annunziata su Rai3, l'ex premier ha ribadito una linea non identica a quella draghiana: "L'alleanza atlantica è un pilastro, ma noi dobbiamo saper cooperare anche con altri Paesi rilevanti, come la Cina". Era la linea che aveva portato il suo primo governo a siglare l'accordo sulla Via della Seta, oggi presentato dalla stampa mainstream come una specie di tradimento patriottico, e che potrebbe rappresentare il banco di prova della politica estera italiana. Acquista così rilievo la notizia, resa dalla rivista Formiche, di un documento del ministero degli Esteri in preparazione di un prossimo vertice Italia -Cina. Al vertice G7, infatti, Draghi ha parlato di una ripresa in esame del Memorandum con la Cina sposando a pieno il progetto B3W (Build Back Better World) che Biden ha messo in campo per sfidare l'iniziativa di Pechino».

Il Corriere della Sera ricorda che c’è anche D’Alema sulla Via della Seta:

«C'è anche un'intervista a Massimo D'Alema tra le diverse iniziative con cui Pechino si appresta a festeggiare i cento anni dalla fondazione del Partito comunista cinese. La chiacchierata con l'inviato cinese, in cui l'ex premier parla di «straordinari progressi», è stata raccolta a Roma a New China Tv, ed è stata rilanciata su Twitter . D'Alema elogia lo «straordinario salto verso la modernità e il progresso» compiuto dalla Cina, che, sottolinea, «è il grande merito storico del Pcc». Per l'ex premier «la cosa più importante che la Cina è riuscita a realizzare è stato fare uscire almeno 800 milioni di persone dalla povertà. Mai nessun Paese nella storia dell'umanità è riuscito a realizzare una così immensa trasformazione della vita delle persone». D'Alema si dice infine convinto che «lo sforzo principale debba essere quello di riprendere la via di una forte collaborazione», una frase che cade nel momento in cui al G7 sono stati usati toni diversi».

CENTRODESTRA A MILANO, L’ENNESIMA ORA FATALE

Venendo alle poche cose italiane di rilievo nella politica, il centro destra è ancora concentrato sul candidato sindaco di Milano. Crescono le quotazioni di Oscar di Montigny. Oggi ennesimo incontro forse decisivo. Maurizio Giannattasio sul Corriere.

«Oggi il vertice. Dalle 14 alle 15. Un'ora. Per qualcuno è il segnale che la partita per il candidato da opporre a Beppe Sala è giunta al termine. Per altri, tra cui lo stesso Salvini, bisognerà aspettare la fine della settimana. I bookmaker scommettono sul ticket Oscar di Montigny sindaco e Gabriele Albertini vicesindaco, la coppia su cui punta Salvini. Molto dipenderà dal sondaggio che dovrà saggiare la «consistenza» del binomio. Albertini, sembra proprio che lei ci sarà. No alla candidatura a sindaco, sì a vicesindaco. Perché? «Per correttezza e per gratitudine». Nei confronti di chi? «Delle tante persone che mi hanno sostenuto durante la lunga fase che mi ha portato a un passo dal candidarmi. Mi è sembrato giusto, dopo aver detto no, mettermi a disposizione. Chiaramente se è interesse del candidato e delle forze politiche». Resta la domanda: perché no alla candidatura a sindaco e sì a vice? «Per un sindaco i cinque anni del mandato sono un vincolo fortissimo, via lui, via tutti. È anche la forza. Io ho governato nove anni con la lettera di dimissioni in tasca e questo mi ha permesso di avere la massima libertà. A differenza del sindaco, il vicesindaco e gli assessori sono intercambiabili». Pensa a un mandato a tempo? «Non sto affatto dicendo che se vinco mi ritiro prima della fine del mandato, dico che psicologicamente esiste questa possibilità. È un po' come quando ho corso la prima Stramilano della mia vita. La corsa non è il mio sport e allora mi sono detto: "corro per un'ora e poi vedo come va, se mi sento vado avanti, altrimenti mi fermo"». Come è andata? «Sono andato avanti». Ha parlato con il suo potenziale capo? «Per pura combinazione l'avevo incontrato in un webinair e mi aveva fatto un'impressione eccellente. Mi ha molto incuriosito e ho comprato due dei suoi libri, "Il tempo dei nuovi eroi" e "Gratitudine". Danno il senso di una persona di grande umanità, sensibilità e cultura». Le è stato chiesto di fare il braccio destro? «Confermo che si è fatto vivo. Io avevo già fatto l'operazione Minoli. O per meglio dire chi ha provocato l'operazione Minoli è stato Giancarlo Giorgetti. Ci siamo sentiti nel giorno in cui stavo per pubblicare sul sito la lettera in cui rinunciavo definitivamente alla candidatura e Giorgetti mi ha chiesto se c'era qualcuno a cui avrei potuto fare da vice. Gli ho consigliato Minoli, così è nata l'idea del vicesindaco». Torniamo a di Montigny. «Ho dato la mia adesione alla sua candidatura anche perché il suo curriculum è ragguardevole. Qualcuno può considerare i suoi libri come delle magnifiche utopie rispetto al mestiere di sindaco. Però se non si guarda in alto poi si finisce a strisciare nel sottobosco». 

Esordio di Minzolini per il suo saluto iniziale ai lettori del Giornale. Il nuovo direttore va ben oltre le sessanta righe canoniche dei classici fondi di Indro Montanelli e si accapiglia con Travaglio:

«Basterebbe rifarsi all'antico motto, che recitava: «La notizia prima di tutto». Invece, la notizia talvolta viene «mediata», «piegata» a fini di parte, o, peggio, «ignorata». È quello che avviene nei regimi conclamati, in quelli nascosti, e in quelli che hanno una natura tutta particolare, cioè quelli «mediatici» o, peggio ancora, mediatico-giudiziari, quelli che trasformano l'informazione in un coro che esulta sotto il patibolo o la ghigliottina di turno. Una parolaccia per qualsiasi liberale. Un insulto per Il Giornale che ha scolpita sotto la testata la frase «dal 1974 contro il coro». E così continuerà ad essere, senza se e senza ma. Anche perché mai come ora la cultura «liberale» anima l'opinione pubblica. Saranno state le chiusure del lockdown, la voglia di risorgere, di reagire, nell'economia e nella società, sta di fatto che nel vecchio continente spira un vento di libertà quando i cittadini sono chiamati a dire la loro: dalla Madrid di Isabel Diaz Ayuso alla Sassonia della Cdu. Anche il Belpaese ne ha un incontenibile bisogno. Il colore viene dopo. È una condizione dell'anima che incoraggia gli individui a rischiare, a mettersi in gioco come negli anni della Ricostruzione del secondo dopoguerra. (…) È l'ottica in cui questo Giornale darà il suo contributo, innanzitutto verso le culture che gli sono più affini, di un centro che guarda verso la destra. Confrontandosi, però anche, all'insegna del pragmatismo e del dialogo, con chi ha opinioni diverse. Sempre nel rispetto, ma senza nutrire paure o timori. P.s. Appunto, rispetto. A Marco Travaglio, che millanta una discendenza diretta da Montanelli e sprizza veleno da tutti i pori perché da mesi fa a botte con la notizia che Giuseppe Conte non è più a Palazzo Chigi, si attaglia un giudizio che il grande Indro dedicò ad un giornalista ben più degno di lui: «Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante». Ad una tale patacca del giornalismo nostrano (non ricordo scoop del personaggio a parte le «carte» di qualche Pm amico), che si diletta a leggere il casellario giudiziario tranne il lungo capitolo dedicato a lui alla voce «diffamazione», non dedicherò più una parola».

NAPOLI, CAPITALE DEL NUOVO 5S DI CONTE

Se la destra guarda a Milano, i 5S guardano al Sud. Il Giuseppe Conte leader del rifondato Movimento è stato a Napoli, per la campagna elettorale delle amministrative. La cronaca de la Stampa:

«Il "patto per Napoli" come laboratorio-guida per il resto d'Italia. Una giornata da leader maximo per l'ex premier Giuseppe Conte, che ieri in un hotel di Napoli - dove ha lanciato la volata a Gaetano Manfredi, candidato civico "giallorosso" al Comune - non ha nascosto il piacere di ritrovare i bagni di folla con i fan, che l'hanno stretto in un pacchetto di mischia rugbystico insieme con i fotografi e i cameramen accorsi in massa. Assembramenti in stile prima Repubblica anche per il prudente equilibrio delle dichiarazioni (dribblati, ad esempio, i riferimenti al governatore o ad altri) e lo scenario: una coalizione ad ampio spettro già ribattezzata "fusione fredda". Scelta che non è piaciuta a tutti, ma ieri i contestatori a stento bastavano per reggere lo striscione con una scritta a dir poco tardiva: «No agli accordi». Non sono mancati all'appello i vertici pentastellati, almeno quelli partenopei: Roberto Fico e Luigi Di Maio (che non hanno parlato) e sul palco le consigliere Gilda Sportiello e Valeria Ciarambino, che hanno ricordato il ruolo del movimento. Sebbene reduce dall'incontro con alcuni operai dello stabilimento Whirlpool (chiuso nonostante gli impegni presi), il sorridente Conte si è lasciato andare a un piccolo amarcord: «L'ultima volta a Napoli ero con Macron, a cui spiegai il senso del "caffè sospeso"», dice ai cronisti (poi non si farà mancare gli altri cliché: la pizza, il corno portafortuna, la maglia di Maradona e una full immersion in un mercatino popolare. «Chi ama Napoli lo deve dimostrare con i fatti», ha detto riferendosi al possibile allargamento della coalizione. Poi, consapevole di trovarsi in una città dove le chiacchiere spesso sopravanzano i fatti, ha sottolineato due punti-chiave: «Niente più versioni edulcorate della realtà, qui c'è un dissesto finanziario di quasi 5 miliardi di euro (l'ex rettore aveva già chiarito il concetto: «È la città più indebitata d'Italia»). Nei prossimi anni ci saranno 100 miliardi di euro per il Sud, servono amministrazioni in grado di saperli spendere». Infine, il professor Manfredi ha così sintetizzato le priorità per Napoli: «Legalità, sicurezza, lavoro, istruzione, cultura, pulizia, trasporti, qualità della vita. E uscire dall'isolamento ricostruendo i rapporti». In pratica tutto quello che è mancato dal Dopoguerra a oggi. E in qualche caso anche da prima».

RAPPORTO: I MINORI CHE NON POSSONO ESSERE ITALIANI

I problemi reali del Paese sono anche altri. Avvenire sottolinea un rapporto choc, secondo il quale un milione di bambini, di origine straniera, sono in Italia in cerca di educazione e cittadinanza. Fulvio Fulvi: 

«Sono più di un milione i minori di origine straniera residenti nel nostro Paese. Un numero in crescita (+15,6% tra il 2012 e il 2018), a fronte di un forte calo generalizzato della natalità. Si tratta di bambini e ragazzi - l'11% dei minorenni che vivono in Italia - che, nella stragrande maggioranza, frequentano la stessa scuola dei loro coetanei italiani, parlano la medesima lingua, giocano insieme, hanno uguali speranze, paure e fragilità legate all'età. Ma, in base alla legge, non possono essere cittadini italiani. Molti di loro sono arrivati in Italia solo dopo la nascita, altri, quelli di "seconda generazione" sono nati sul suolo italiano da genitori stranieri. E poi ci sono i minori non accompagnati, bisognosi di una specifica assistenza. Tra le Regioni, la presenza di stranieri che hanno un'età compresa tra gli 0 e i 17 anni è diffusa soprattutto nel centro-nord e nelle città piuttosto che nei piccoli paesi: superano il 16% dei residenti in Emilia-Romagna e Lombardia, toccano il 14,5% in Toscana e il 13,7% in Piemonte, Veneto e Liguria. La provincia con la più alta concentrazione di bambini e adolescenti è Prato, con il 28,8%. Se si tiene conto inoltre che il 31,2% delle famiglie di stranieri con figli minorenni si trovano in povertà assoluta (la media nazionale, su dati 2019, è del 9,7%) ecco un'altra emergenza educativa a cui si deve far fronte. "Una sfida dell'inclusione", la definisce in un'anticipazione di Avvenire il rapporto curato da "Con i bambini-impresa sociale" e Fondazione Openpolisnell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. «L'integrazione è un vantaggio per tutti, non solo per i bambini e le famiglie straniere - è scritto nella ricerca - perché una società più inclusiva significa meno conflitti sociali e culturali e un miglioramento del clima di convivenza nel Paese». Fallire la sfida, si precisa nel documento, può comportare allora gravi conseguenze: meno opportunità per chi è rimasto fuori dai percorsi educativi, redditi più bassi, maggiori diseguaglianze e, non ultimo, il rischio di segregazioni e marginalità. Nuovi ghetti, insomma. La scuola, l'istruzione di qualità, diventano quindi essenziali. E se è vero che al crescere del titolo di studio aumentano le possibilità di occupazione, due dati del Report fanno riflettere: il 36,5% dei giovani tra i 18 e i 24 anni senza cittadinanza italiana ha lasciato la scuola prima del tempo contro una media del 13,5% e solo il 24,4% degli alunni delle superiori con cittadinanza extra-Ue frequenta il liceo, a fronte del 48,8% degli italiani. Inoltre, l'abbandono scolastico, secondo lo studio elaborato da Openpolis-Con i bambini, fenomeno che in Italia tra il 2004 e il 20219 ha segnato un calo generale del 9,6%, «è il sintomo più evidente di un processo di inclusione che rischia di lasciare fuori ancora troppi ragazzi». E tra i giovani stranieri il tasso di interruzione degli studi rimane 3 volte superiore rispetto a quello degli italiani: è un aspetto, questo, che incide sulla possibilità di integrazione perché la scuola è il luogo naturale non solo per apprendere la lingua ma anche per sviluppare una rete di socialità e di amicizie, necessità ancora più sentita per chi viene da Paesi lontani e ha contatti solo con la famiglia e la propria comunità di origine, quando c'è».

VIOLANTE: LA GIUSTIZIA VA RIFORMATA

Luciano Violante su Repubblica offre una riflessione significativa sulla perdita di credibilità della magistratura, mettendo in fila una serie di episodi allarmanti. Per concludere: una riforma della giustizia è necessaria.   

«L'eventuale occultamento di prove che avrebbero favorito gli imputati nel processo Eni costituisce il più recente segnale di allarme sulla affidabilità della magistratura. Se l'accusa fosse fondata sarebbe compromessa la reputazione professionale di una parte della Procura di Milano. Se così non fosse, sarebbe compromessa la serietà professionale dei magistrati di Brescia che hanno ordinato alla polizia giudiziaria di acquisire il contenuto dei pc dei colleghi di Milano. Si aggiungono le vicende del gip di Bari arrestato per corruzione e possesso di armi da guerra, il caso del procuratore di Firenze che avrebbe aggredito sessualmente una collega, le questioni Palamara, lo strano caso dei verbali segreti consegnati al dottor Davigo, il processo contro il procuratore di Taranto e altre vicende meno note ma altrettanto gravi. È il tempo della responsabilità per tutti. La magistratura è una istituzione decisiva per qualsiasi democrazia e ancora di più per la nostra, che alla magistratura ha affidato, sconsideratamente, una parte del sistema di governo del Paese. La Commissione sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, nominata dalla ministra Cartabia e presieduta dal professor Luciani, ha proposto due interventi costituzionali ricostruttivi che possono determinare un cambio di fase: la nomina del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura da parte del presidente della Repubblica, che del Csm è presidente, e la costituzione di un'alta Corte che giudichi dei ricorsi contro i provvedimenti disciplinari e amministrativi del Csm e dei Consigli di presidenza delle altre magistrature. (…) Il Parlamento, il governo, i partiti devono sentire la responsabilità che grava su di loro dopo la redazione di questo documento. La legislatura ha ancora due anni davanti; se spesi bene sono sufficienti. Chi non si muove favorisce il declino della giustizia, con il rischio che domani qualcuno, da qualunque parte provenga, possa impadronirsene».

VELENO, LA VERITÀ DEL “BAMBINO ZERO”

A proposito di casi di mala giustizia, Lucia Bellaspiga per Avvenire torna sulla vicenda dell’inchiesta sui diavoli della bassa modenese, una storia inventata e costruita da inquirenti e psicologi, per cui 16 bambini furono allontanati dalle loro famiglie e un prete morì di crepacuore per le accuse ingiuste. Dopo tanti anni Pablo Trincia svelò la verità con l’inchiesta “Veleno” per Repubblica. Ora parla il “bambino zero”, primo accusatore, evidentemente plagiato e spinto a dire il falso.  

«Diavoli della Bassa»: 30 anni dopo una testimonianza mozzafiato «Ero un bambino di sette anni, i colloqui con psicologi e assistenti sociali duravano ore, ti martellavano con domande ripetitive. Alla fine per disperazione ho detto quello che si volevano sentir dire, anche se non era vero. (...) Ho accusato anche mio fratello e i miei genitori, che per colpa mia hanno fatto la galera, ho inventato di essere stato abusato, ho inventato i riti satanici nei cimiteri. Ma i miei genitori oltre a essere poveri non mi hanno mai fatto del male. Ho inventato tutto per i mal di testa che in quei colloqui mi facevano venire». Toglie il fiato la testimonianza rilasciata a 'Repubblica' da Davide, il «bambino zero» dalle cui parole alla fine degli anni 90 partì l'inchiesta sui 'Diavoli della Bassa', finita con ben 16 bambini da 0 a 11 anni portati via a genitori accusati di pedofilia e riti satanici: alcuni furono condannati e scontarono anni di carcere, altri furono completamente assolti o addirittura non vennero mai indagati, ma non rividero più i figli. Da subito 'Avvenire' seguì da vicino la terribile vicenda, in cui i paesini della Bassa Modenese sembravano improvvisamente nascondere turpi rituali e omicidi di un'efferatezza che di umano non aveva nulla. Dopo Davide, gli altri piccoli allontanati dalle famiglie e sottoposti a mesi di interrogatori crollavano uno a uno aggiungendo racconti: bambini sgozzati di giorno e di notte nei cimiteri, legati a croci, abusati e decapitati, infine caricati sul Fiorino del parroco don Giorgio Govoni e da lui gettati nel fiume Panaro. E a uccidere sarebbero stati loro stessi, portati lì dai genitori, che li violentavano, li inducevano a squartare, a bere sangue, a trovare nuovi bambini da irretire. Il tutto senza che per anni nessuno si accorgesse. E soprattutto senza che all'appello dei vivi mancasse un solo bambino... I conti non tornavano. Noi giornalisti indagavamo, ma la gente del posto scuoteva la testa con decisione e il fiume, dragato con spese ingenti, non restituì alcuna salma. D'altra parte, però, come potevano bambini così piccoli inventare storie tanto cruente e inverosimili? La risposta ci fu offerta nel 2004 in una casa del Ferrarese, dove ci mostrarono qualcosa di inaudito: il video dell'interrogatorio subìto da una delle presunte piccole vittime di abusi. Non era Davide, ma le dinamiche erano le stesse: 'L'orco poteva essere il dottore?', chiedevano assistenti sociali e psicologi al bimbo, che distrattamente confermava. 'Ma poteva essere il sindaco?', di nuovo sì. 'Ma anche il prete?', sì... La tesi precostituita mirava al parroco, amatissimo dalla gente. 'Può anche chiamarsi don Giorgio?'. Ecco trovato il capo della setta. Per don Govoni fu chiesta una condanna a 14 anni, ma il giorno stesso morì di crepacuore, era il 19 maggio 2000. «Pena estinta per morte del reo» la sentenza. Per un giusto processo non ci fu il tempo, e l'assoluzione gliela diede la comunità intera. I riti cimiteriali risultarono alla fine inesistenti. Ma come si era arrivati a tutto questo? La Carta di Noto, che indica le modalità con cui psicologi e giudici devono raccogliere i racconti dei bambini, raccomanda di evitare domande suggestive che stimolano la risposta voluta, ma i consulenti della Asl di Mirandola e del Tribunale dei Minori di Modena aderivano a un'altra teoria, basata sul 'disvelamento progressivo'... Lo denunciò, all'epoca, l'inviato di 'Avvenire' Giorgio Ferrari, raccontando della «tecnica rozzamente induttiva che partiva da frammenti di sogni o sensazioni per approdare gradualmente a un quadro accusatorio...». Nel 2017 il giornalista Pablo Trincia scoprì il resto, pubblicando video, interrogatori dei bambini e testimonianze nell'inchiesta web in sette puntate 'Veleno'. Sono passati decenni e i sedici bambini sono diventati adulti lontani dalle loro famiglie naturali, seguiti per anni da servizi sociali e psicologi. Alcuni ancora oggi confermano gli orribili ricordi riemersi nei lunghi interrogatori di decenni fa. Altri non sono più sicuri di niente e non vogliono sapere («troppo doloroso, ora mi basta vivere la mia vita », ci ha detto la figlia di uno dei condannati a 11 anni di carcere) o addirittura ritrattano le antiche accuse, come oggi fa Davide, motivando il tutto con una introspezione che stride con la sua faccia da eterno bambino: «Vedevo che le storie che inventavo prendevano piede, 'sei coraggioso, sei il primo a parlare' mi dicevano, e alla fine mostrandomi gli altri piccoli tirati in causa da me 'questi sono i bambini che hai salvato': mi sono sentito morire dentro». Il suo messaggio lo manda a loro, agli altri bambini di un tempo: «Nessuno ce l'ha con noi, noi siamo le vittime». In fondo è questa l'unica verità inoppugnabile, da qualsiasi parte la si guardi».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana   https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.