Hacker contro i vaccini

Attacco informatico alla Regione Lazio. Bloccata la vaccinazione. Riforma Cartabia in fase finale. Parte oggi la corsa al Quirinale: Giorgetti manda segnali. Mr. B vede la Meloni. Gli ori di Tokyo

Un attacco hacker ha fermato la vaccinazione di massa nel Lazio. È un fatto inquietante che, al di là delle conseguenze pratiche sulla vaccinazione in una delle regioni chiavi del Paese, ricorda a tutti noi come i conflitti e i contrasti in questa epoca digitale sono tutti ancora da scoprire e comprendere. La sicurezza informatica è impalpabile ma la sua mancanza può innescare danni enormi. Intanto la campagna vaccinale procede con qualche rallentamento: nelle ultime 24 ore sono state somministrati solo 458 mila 548 vaccini. È da capire se si tratta dell’immediato contraccolpo per l’attacco hacker. Polemiche anche sul rincaro dei prezzi dei vaccini da parte di Pfizer Biontech. Sull’Avvenire l’ex ministro della Salute Balduzzi torna a chiedere con forza la sospensione dei brevetti.

Riforma Cartabia in dirittura d’arrivo stamattina, dopo aver superato i primi voti di fiducia. Ora Giuseppe Conte ha una partita molto importante da giocare all’interno del Movimento 5 Stelle. Ieri è stato oggetto di un attacco concentrico sui social da parte di attivisti e ci sono anche questioni interne come il ruolo di Luigi Di Maio. Vedremo che cosa succederà nei prossimi giorni.  

Primo giorno pieno oggi del cosiddetto semestre bianco, periodo nel quale il capo dello Stato non può sciogliere le Camere. Per i giornali è il segnale di partenza per la corsa al Quirinale e l’occasione per cominciare a parlarne. Sul tema ieri è stato esplicito un Quirinale-maker come Giancarlo Giorgetti, che ha notato: se eleggiamo Draghi, poi si sciolgono subito le Camere per nuove elezioni. Messaggio ai 5 Stelle? Sul Fatto un esperto di diritto avanza l’ipotesi di un Mattarella “provvisorio” fino a che non sia completata la riforma del numero dei parlamentari.

Dall’estero inquietanti notizie sulla diffusione dell’Isis in Africa. Mentre c’è ancora euforia per le medaglie degli azzurri a Tokyo: ieri ha vinto la nostra Vanessa Ferrari. Festeggiano Brambilla e Maraini. Vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

L’attacco via computer alla vaccinazione ne Lazio è uno choc anche per i giornali. Avvenire: Sanità sotto attacco. Il Corriere della Sera: Lazio ostaggio degli hacker. Il Giornale usa un’immagine da pandemia in formato elettronico: Il virus dei pirati infetta l’Italia. Il Quotidiano Nazionale sceglie le parole del presidente della Regione Zingaretti: «Attacco terroristico dietro gli hacker». Il Manifesto: Rete bucata. Il Messaggero punta sui ritardi per i cittadini laziali: «Gli hacker rallentano i vaccini». Per la Repubblica siamo all’arrembaggio via computer: Cyberpirati, ricatto all’Italia. Per Libero è in gioco la sicurezza nazionale: Italia sotto attacco. Sulla pandemia vanno il Mattino: Pass al lavoro, il governo frena. La Stampa: «Troppi pochi i lavoratori vaccinati». E La Verità che ogni giorno ha un titolo No Vax: Gli imbrogli per vaccinare i bambini. Il Sole 24 Ore annuncia le nuove misure dell’Agenzia delle Entrate: Evasione, ecco dove colpirà il fisco. Sulla vicenda della fusione tra banche, ci sono i titoli del Domani: È ora che la politica dica la verità sul Monte dei Paschi di Siena. E del Fatto: Quello che nessuno dice di Draghi&Mps.

ATTACCO HACKER ALLA REGIONE LAZIO

Un attacco hacker, di cui non si conosce ancora con certezza la provenienza geografica, ha colpito la Regione Lazio. Bloccate prenotazioni e sistema per i vaccini. Drammatica conferenza stampa di Nicola Zingaretti. Ecco la cronaca di Ilaria Sacchettoni per il Corriere.

«Il malware viene da lontano. Tra le certezze (ancora poche) raggiunte dagli agenti della polizia postale ce n'è una che spinge a guardare oltre i confini nazionali. Il virus che ha aggredito il cuore informatico del Lazio è partito dall'estero e ha criptato i dati del Ced regionale. Secondo il presidente della Regione Nicola Zingaretti, che ha convocato una conferenza stampa nel primo pomeriggio, si è trattato di un attacco «terroristico, potente e invasivo». Probabilmente il più grave avvenuto nei confronti di una pubblica amministrazione italiana, un attacco che ora minaccia da vicino altri enti istituzionali. Si indaga per accesso abusivo al sistema informatico (anche se formalmente il fascicolo non è ancora stato iscritto in attesa della prima informativa della polizia postale) senza escludere altre ipotesi di reato. Se davvero, per fare un esempio, fosse formalizzata la richiesta di un riscatto per «liberare» i codici di accesso al sistema, si tratterebbe di un tentativo di estorsione. Ma Zingaretti ha fatto sapere che qualunque siano le condizioni, non è «intenzionato a trattare o pagare». Nel frattempo si sta faticosamente portando avanti la campagna vaccinale con metodi manuali, si cerca di gestire le prenotazioni già prese, ma sono per il momento sono sospese nuove richieste. Mentre «sono attive e non si sono mai interrotte le attività del 112 e del 118, dei pronto soccorso, della sala operativa della Protezione civile e del centro trasfusionale», fa sapere il governatore della Regione. Nella notte un secondo tentativo di intrusione è stato respinto. Fortunatamente non sarebbe stata aggredita l'infrastruttura informatica che riguarda bilancio e Protezione civile: in altre parole, i dati sanitari delle persone sarebbero in salvo. L'ipotesi che sia stata un'incursione dei no vax non è stata ufficialmente esclusa ma l'eventualità di un cybercrime «puro», come qualcuno lo ha definito, è più che probabile a questo punto. Una breccia aperta nei sistemi attraverso una password rubata. Un meccanismo (ransomware) che avrebbe l'obiettivo di estorcere il pagamento di un riscatto in bitcoin. Una volta all'interno, i dati vengono criptati e viene lasciato un file con un link . Solo cliccandolo si fa partire la trattativa che può portare a una richiesta di riscatto per decrittare i dati. L'aggressione ha rilanciato il tema della cyber-sicurezza e dell'Agenzia nazionale. È Raffaella Paita, presidente della commissione Trasporti della Camera a rilanciare: «Il terribile e odioso attacco hacker contro il sistema vaccinale della Regione Lazio dimostra quanto sia vitale colmare i ritardi dell'Italia nel campo della cyber-sicurezza. La strada è quella suggerita dal sottosegretario Franco Gabrielli: una specifica agenzia centralizzata come accaduto in Francia e in Germania». Twitta Giorgia Meloni (FdI): «Il tema della cyber-sicurezza non può essere rinviato. L'Italia recuperi il ritardo tecnologico di questi anni di governi incapaci». Il Copasir è convocato domani alle 13 per l'audizione della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese e mercoledì alle 14 per la audizione del direttore del Dis Elisabetta Belloni». 

Ci sono dei sospetti, come sempre. Repubblica nota che questi hacker non attaccano mai interessi russi. Ne scrivono Lorenzo d’Alberigo e Giuliano Foschini.

«Prima della pandemia, i più scrupolosi tra gli hacker si erano dati la buona norma di non attaccare gli ospedali e gli archivi virtuali dei sistemi sanitari. Insomma, va bene fare i pirati ma la salute è un bene intoccabile. Poi è arrivato il Covid. Il coronavirus ha cambiato il mondo, la rete e anche le regole d'ingaggio degli hacker. Per il gruppo che ha messo sotto scacco il Lazio ormai ne vale soltanto una: vietato attaccare gli Stati dell'ex Unione sovietica. Un indizio che, facendo il paio con le briciole di codice lasciate alle proprie spalle dai criminali virtuali che hanno messo nel mirino la Regione di Nicola Zingaretti, porta in Russia. E da lì, rimbalzando da una parte all'altra del globo via proxy e Vpn per rimescolare identità e provenienza geografica, fino in Austria e poi in Germania. È tedesca l'ultima impronta digitale lasciata da quelli che il governatore dem ieri ha definito «terroristi». Una banda internazionale di hacker specializzati in ransomware, programmi che criptano i dati delle proprie vittime e poi chiedono in automatico un riscatto (ransom) da saldare in criptovalute, bitcoin in testa, per liberarli. In questo caso, come sta cercando di appurare la polizia postale, è entrato in gioco Lockbit 2.0. Un drago virtuale capace di autoriprodursi e, nel frattempo, mettere in ginocchio la preda di turno nel giro di poche ore. Per criptare un sito da 10 terabyte impiega esattamente 7 ore, 26 minuti e 40 secondi. In altre parole, nemmeno una notte. Ultimo arrivato tra i ransomware, Lockbit 2.0 è sviluppato da un'anonima di programmatori e poi affittato agli affiliati. Per ogni attacco andato a buon fine, i pirati versano una quota del bottino ai fornitori. Da giugno, quando è partito il primo silente attacco al Lazio, a oggi sono 57 le vittime accertate. Nell'ultima settimana? Ben 12. A tutte, pena la pubblicazione sul dark web dei dati criptati, è stato subito chiesto di pagare una taglia tra i 500 mila euro e i 10 milioni. «Non credo alla pista no vax, qui si tratta soltanto di soldi», dice Alberto Pelliccione. Esperto di cybersecurity e amministratore di ReaQta, è in prima linea contro l'avanzata dei ransomware: «Questi gruppi di hacker chiedono un doppio riscatto. Entrano una prima volta e criptano i dati, chiedendo un pagamento per togliere la cifratura dai file. Il secondo avvertimento di solito arriva con un tweet o un post su LinkedIn. Di solito i pirati danno un certo numero di giorni per rispondere». In assenza di repliche - a Roma, tanto per fare un esempio, è già accaduto con i documenti prelevati dai server dell'università di Tor Vergata - i dati vengono spiattellati in rete. A pagamento o in download libero. Il copione sarebbe lo stesso anche nel caso del Lazio. E non solo. L'ipotesi su cui sono al lavoro gli investigatori è che per fare breccia nei sistemi di Lazio Crea, azienda partecipata che si occupa della gestione del sistema virtuale della Regione, gli hacker siano passati per una società che dà supporto tecnologico a diversi clienti e tra gli altri lavora proprio con Lazio Crea. Lo stesso attacco avrebbe fatto tre o quattro vittime eccellenti, Lazio incluso. Un colpo a effetto (non dichiarato, forse perché i pirati ritenevano possibile avviare una trattativa sul riscatto) che, però, non deve lasciare stupiti. Stando agli ultimi report sulla sicurezza in rete, gli attacchi alle strutture sanitarie italiane sono esplosi con la pandemia: nel 2020 sono stati 20.777 i malware e 2.063 i ransomware lanciati contro ospedali, case di cura e sistemi di prenotazione di visite e vaccini. Dati del genere si registrano anche in Olanda, in Irlanda e nella stessa Germania che a sua insaputa ha fatto da base per l'assalto assestato al Lazio. Un sistema che tiene assieme iniezioni anti-Covid e bandi milionari e mette in apprensione i vertici della Regione. Per mettere al tappeto la sua impalcatura digitale è bastato un attacco, un secondo è stato sventato nella notte tra domenica e lunedì. Il problema ora è la ripresa: i dati criptati dagli hacker non hanno backup. Nessuna copia. Se non si recupera la chiave criptata non potranno essere recuperati».

In realtà, spiega Il Sole 24 ore con un articolo di Giancarlo Calzetta, si tratta di una forma di pirateria moderna molto diffusa.

«In Italia ogni giorno, avvengono oltre 600 reati informatici, tra truffe-phishing, frodi e attacchi hacker. L'attacco hacker di questi giorni ai sistemi informatici della Regione Lazio, pur nella sua criticità, è ben lontano dall'essere uno dei peggiori. Anzi, sembrerebbe ben mirato e di portata molto limitata, soprattutto se confrontato con le vere "pietre miliari" dei ricatti informatici. Il primo attacco ransomware su larga scala fu quello di "Wannacry" che iniziò il 12 maggio 2017. Il programma malevolo che criptava i file per chiedere un riscatto agiva come un worm, ovvero si propagava autonomamente grazie a una vulnerabilità di Windows detta EternalBlue, che faceva parte dell'arsenale informatico del Nsa americano rubato durante un attacco hacker. Wannacry colpì oltre 230mila computer in meno di due settimane coinvolgendo aziende come FedEx, Telefonica e anche l'Università degli Studi di Milano. Subito dopo Wannacry arrivò not-Petya, una attacco malware mirato che "finì male". L'operazione fu condotta da un Paese che voleva inficiare l'infrastruttura informatica governativa dell'Ucraina e delle sue aziende principali. Per impiantare il malware, gli hacker violarono il sistema di aggiornamento di un software dedicato alla gestione della fiscalità, ma dato che il ransomware che impiantarono usava la vulnerabilità EternalBlue, iniziò a colpire anche fuori dal bersaglio prefissato. Le conseguenze furono enormi: molte aziende denunciarono perdite per milioni di dollari, come Maersk che stimò un impatto di circa 300 milioni di dollari sulle sue operazioni. Venendo ai giorni nostri, è importante l'attacco condotto dalla banda di cybercriminali noti come REvil ai danni di Kaseya, un'azienda che produce software per il controllo remoto delle infrastrutture IT. A luglio del 2021, i pirati informatici hanno sfruttato delle vulnerabilità per prendere il totale controllo di tutti i computer dei clienti di Kaseya (e dei clienti dei loro clienti) per installare un ransomware. Oltre 1500 aziende si sono ritrovate coinvolte nell'attacco in poche ore con una richiesta di riscatto globale che ammontava a 80 milioni di dollari. A inizio 2021 dei pirati "presumibilmente" cinesi hanno iniziato a sfruttare una falla nei server Exchange di Microsoft che permetteva loro di spiare, copiare e criptare le email i calendari gestiti tramite questo popolare servizio. È stato stimato che le aziende colpite siano state centinaia di migliaia perché dopo l'iniziale attacco a opera di un solo gruppo criminale, decine di altri gruppi hanno iniziato a usare la stessa tecnica per colpire le aziende ancora esposte».

Alessandro Sallusti dedica l’editoriale di Libero a questo tema:

«L’attacco hacker in corso contro il cervellone della Regione Lazio che gestisce tutte le operazioni legate al Covid non è una bravata di qualche ragazzotto supertecnologico. Si tratta del primo atto di cyber terrorismo contro l’Italia. Da che parti arrivi lo sapremo (forse) ma il fatto è che non necessariamente - in questo caso lo escluderei - si deve trattare di uno Stato. È un salto indietro di un paio di secoli, a quando le minacce maggiori e più pericolose alla sicurezza e alla ricchezza di un Paese arrivavano non dagli eserciti ma dai pirati, gente senza patria e tanto meno scrupoli. E purtroppo saranno queste le guerre che ci attendono nel terzo millennio, non più aerei e carri armati, non più divisioni di soldati mandati all’assalto ma pochi click su un computer piazzato chissà dove per scatenare l’inferno. Difendere le nostre tecnologie da incursioni nemiche oggi è più importante e urgente che proteggere le frontiere fisiche. Il terrorismo internazionale avrà sempre meno bisogno di armi e kamikaze disposti al martirio, per colpire al cuore il nemico gli basterà bloccare aeroporti, ospedali, comunicazioni e tutto ciò che vive e funziona attraverso connessioni. «Già oggi mani esperte possono fermare per strada anche la tua macchina, se di ultima generazione, e chiuderti dentro», ho sentito dire di recente a Marco Carrai, grande esperto in materia e consulente di cybersicurezza del governo Renzi. Alla mia osservazione: «Ma se già possono fare questo perché ancora non è accaduto?», la risposta era stata gelida. La seguente: «Perché non ci hanno ancora pensato, come prima delle Torri Gemelle nessuno aveva pensato di trasformare gli aerei in bombe nonostante gli aerei fossero a disposizione da un secolo». Non più quindi aria, terra e cielo. Le nuove guerre, più o meno piratesche, si combatteranno nel cyberspazio a cui noi stiamo stupidamente affidando tutto ciò che possediamo, compreso il fatto di regalare a chissà chi tutti i nostri dati sensibili in cambio dell’accesso a un social o di una pizza portata a casa ancora calda a tempo di record. Da qualche parte nel mondo c’è un pirata che sa tutto di noi, compreso dove siamo, con uno scarto di pochi centimetri, nel preciso istante in cui decidesse di colpirci. Ma nonostante questo, c’è chi sostiene che il green pass è una limitazione delle nostre libertà e della nostra privacy…».

RINCARI DEI VACCINI E BIG PHARMA

Non ci sono solo le guerre dei pirati informatici. Avvenire con un’intervista all’ex ministro della Salute Renato Balduzzi torna sul tema dei rincari del prezzo dei vaccini e della mancata sospensione dei brevetti.

«Professore, se l'aspettava quest' aumento dei prezzi del vaccini? «Era una notizia nell'aria, ora confermata - ci risponde Renato Balduzzi, ex ministro della Salute e docente di Diritto costituzionale all'Università Cattolica -. Dal punto di vista del rapporto tra domanda e offerta è consequenziale alla situazione di mercato: non ci sono grandi concorrenti e gli oligopolisti fanno valere i loro interessi...». Verrebbe da dire: nulla di nuovo... «Adam Smith avrebbe detto che non dovevamo aspettarci il vaccino dalla benevolenza delle industrie farmaceutiche ma dai loro interessi; però non è tutto così semplice. In primo luogo, quando gli interessi del privato sono quelli di tutti, lo Stato dev' essere in grado di indirizzarlo verso la responsabilità sociale. E poi, non si dimentichi che l'iniziativa imprenditoriale che ci ha permesso di avere rapidamente i vaccini è stata sostenuta da investimenti pubblici che dovranno pur avere un peso nel momento in cui si negozia il prezzo del prodotto». Non crede che in queste occasioni l'Europa si riveli debole? «Più ampiamente, esiste un problema di armonizzazione fiscale e di regole complessive che si riverbera sul governo del farmaco: bisogna impedire che da una situazione di bisogno di tutti derivino vantaggi esorbitanti per pochi». Ci sono gli strumenti per evitarlo? «In emergenza valgono le regole d'emergenza. Il governo del farmaco chiama la politica a una forte assunzione di responsabilità e questa vicenda del rincaro conferma la necessità di dare una sola voce all'Europa». Sinceramente, un ministro ha davvero la forza di negoziare con le multinazionali? «In ogni trattativa c'è un margine di negoziazione ma qui il margine della parte politica sembrerebbe assottigliato dal protrarsi della pandemia e dalla circostanza che alcuni vaccini hanno avuto meno successo di altri». In altre parole, quando il gioco si fa duro vincono i duri? «Vince chi fa il proprio interesse, ma è una vittoria miope: l'industria farmaceutica ha un obiettivo problema di reputazione che in questo caso avrebbe consigliato di esercitare una maggiore generosità». Questo episodio rilancia la necessità di sospendere i brevetti sui farmaci? «Sulla questione brevetti auspicherei una maggiore e più chiara posizione italiana: abbiamo tutta la storia civile e istituzionale per poter prendere parola su questo tema in Europa». 

Si è discusso ieri a Palazzo Chigi fra Governo e sindacati sul Green pass nel mondo del lavoro. Il punto di Valentina Conte per Repubblica.

«Nessun obbligo di Green Pass in azienda e negli uffici (privati), per ora. E forse mai. Confindustria preme, i sindacati temono che sia una scusa «per discriminare e licenziare». E lo dicono chiaro al premier Draghi che convoca a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil per sondare una loro disponibilità a rivedere i protocolli sulla sicurezza con le imprese. «Non siamo ostili, ma sia il governo a introdurre l'obbligo per legge», dicono all'unisono. «Non è compito del sindacato di imporre il Green Pass ai lavoratori e tantomeno farlo tramite un accordo che non abbia valenza legislativa. Se credete, potete fare una norma come per i medici e i sanitari. Poi noi agiremo di conseguenza». La palla dunque torna nel recinto del governo. Dove però l'idea di intervenire come in aprile col decreto 44 che introduceva l'obbligo vaccinale per le professioni sanitarie viene trattata con la massima cautela. Perché c'è già il no della Lega. E perché qui si tratta non di obbligo vaccinale, ma di eventuale obbligo al Green Pass per lavorare e quindi: vaccino, tampone o dimostrare di essere guariti dal Covid. Il premier non vuole forzare né cerca scontri. La priorità è la scuola e in subordine il pubblico impiego: qui sì che le chance di un Pass obbligatorio sono più alte. Tutto il resto può attendere. «Non c'è questa urgenza, la campagna vaccinale generale procede spedita, sono molto ottimista», avrebbe detto il premier Draghi in conclusione di incontro, aggiornato a fine agosto o ai primi di settembre. Non prima però di aver fatto un ultimo tentativo per capire se esiste un modo per le imprese di sapere quanti lavoratori sono vaccinati. «Assolutamente no, sarebbe discriminatorio e una violazione della privacy», gli hanno risposto Maurizio Landini (Cgil), Luigi Sbarra (Cisl) e Pierpaolo Bombardieri (Uil). La domanda ha un senso e muove dal flop della vaccinazione in azienda. Confindustria aveva trionfalmente annunciato 7 mila hub pronti a immunizzare i dipendenti. Ma Luigi Sbarra ad esempio ne conta «non più di 700, un migliaio». Questo non significa che i lavoratori non si siano vaccinati: chi voleva si è prenotato in autonomia sfruttando i canali regionali. Significa solo che gli imprenditori non sanno - e non possono sapere - quanti dipendenti sono protetti e quanti no. L'idea però di risolvere la questione aggiornando il Protocollo sulla sicurezza siglato in lockdown nel 2020 viene respinta con la massima forza dai sindacati: «L'ipotesi non esiste, si proceda per legge». Landini (Cgil) anzi aggiunge che «il Green Pass non può servire per licenziare, demansionare o discriminare». Sbarra (Cisl) si dice piuttosto disposto «a sostenere la campagna vaccinale tra i lavoratori e rafforzare il Protocollo sulla sicurezza che ha impedito i focolai in azienda». Bombardieri (Uil) ricorda che lo stesso Protocollo è stato «recepito da un decreto ed è dunque diventato legge, per cui ora si può solo intervenire per legge». Poi aggiunge che di per sé il Green Pass non basta, perché neanche il vaccino mette al riparo al 100% da reinfezioni con la variante Delta. E dunque «in ogni caso le misure del Protocollo rimangono tutte, a partire da mascherine e distanziamento». Quindi anche smart working, laddove possibile. «Evitiamo forzature», insiste Bombardieri. «Anche perché l'unico Paese al mondo con l'obbligo vaccinale è l'Arabia Saudita, non proprio un modello per il Nuovo Rinascimento italiano». Ecco dunque che la strada del Green Pass per lavorare, almeno nel privato, si complica. D'altro canto senza una norma, si rischia di finire dritti davanti a un giudice. Com' è capitato a un'operatrice socio-sanitaria, dipendente di una cooperativa sociale di Terni che fa assistenza agli anziani, sospesa dal lavoro e dallo stipendio per 24 mesi per il rifiuto a vaccinarsi (nel suo caso obbligatorio per legge). Prima la Asl, poi il giudice del lavoro hanno respinto il suo ricorso. Il giudice ha detto anzi che la sospensione è «legittima, adeguata e proporzionata» perché il lavoratore ha «l'obbligo di prendersi cura della salute e sicurezza propria e delle altre persone presenti sul luogo di lavoro». Ma può valere solo fino al 31 dicembre».

RIFORMA CARTABIA IN DIRITTURA D’ARRIVO

Con i voti di fiducia andati lisci, stamattina ultimo atto alla Camera per la riforma della giustizia. Nei 5 stelle, si sono manifestati solo pochi “malpancisti”. La cronaca del Corriere.

«La truppa dei ribelli sembrava corposa e agguerrita, tanto da far temere un'altra insidiosa trappola per Giuseppe Conte. Poi il dissenso pentastellato si è dissolto e sono rimasti solo 4-5 malpancisti, tra quelli che non hanno partecipato al voto. C'è l'ex sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, poi Celeste D'Arrando, Giovanni Vianello e Dedalo Pignatone. Defezioni a cui Conte dovrà fare attenzione, specie visti i prossimi (e assai delicati) passaggi che lo attendono. Per raggiungere questo risultato, anche stavolta, oltre alla diplomazia di ministri e capigruppo, è stato necessario l'intervento in forze dell'ex premier, che ha incassato la pace dopo aver strigliato pubblicamente deputati riottosi (e fino ad allora semisconosciuti) come Alessandro Melicchio, Antonella Papiro, Elisabetta Barbuto. «Questa riforma della giustizia è un abominio», aveva tuonato Papiro, prima di dire che con «quelle parole mi ero fatta prendere dall'emozione». Idem Barbuto: «È stato un travaglio interiore molto lungo», prima di ingranare la retromarcia. Ma dietro le quinte, il passaggio diplomatico coi nervi a fior di pelle è stato quello per riuscire a far digerire ad Alfonso Bonafede il via libera del gruppo a una riforma che demolisce quella precedente dell'ex Guardasigilli. Conte ha incassato sì la pace (a tempo?), ma soprattutto la forza politica necessaria per tentare di raggiungere l'agognata incoronazione da leader del Movimento. Oggi saranno resi infatti resi noti i risultati della votazione sul nuovo statuto su SkyVote. Poi, se tutto filerà liscio, il professore si sottoporrà al giudizio per diventare ufficialmente presidente dei Cinque Stelle. E ieri, proprio facendo leva su una fase così delicata, contro l'ex premier si è scatenata una durissima campagna di contestazione sui social (in gran parte da profili fake), con l'hashtag #ConteServoDelSistema diventato tra i più cliccati su Twitter, dove si sono contati quasi 60 mila messaggi tra contestazione ed insulti. Una manovra, vista l'improvvisa e vasta potenza di fuoco, pianificata in anticipo da mani esperte. Durissimi i toni utilizzati, con un unico fil rouge: «Conte ti sei venduto al sistema». Tornando alla road map per la rifondazione del Movimento, Conte ha fatto capire ai suoi che la svolta si centrerà su una parola, ripetendola tre volte: «Competenza, competenza, competenza». Il professore, intanto, ha già voltato pagina. È pronto ad accelerare - approfittando della pausa estiva - sia sulle Comunali sia sull'agenda del M5S. Lo scopo è quello di essere più incisivi nell'azione del governo, provando a portare all'attenzione dell'esecutivo alcuni temi. E ovviamente c'è la volontà di rinsaldare anche il rapporto con la base e l'elettorato. Ecco perché Conte oggi e domani proseguirà gli incontri con i parlamentari iniziati la scorsa settimana prima della trattativa sulla giustizia: il leader vuole definire in tempi brevi un'agenda di priorità. «Il Movimento deve parlare a nuovi mondi», è il ragionamento che l'avvocato ha espresso a chi ha avuto modo di parlargli. I tasti su cui batterà sono indirettamente un guanto di sfida al centrodestra: tasse e imprese. I cavalli di battaglia come il reddito di cittadinanza non saranno abbandonati. Anzi, mentre Salvini e Renzi puntano a cancellarlo, l'ex premier ha in mente strategie per migliorarlo e ha ferma l'idea di difendere il provvedimento. Ma il focus ora si sposta. Perché adesso Conte, pallottoliere alla mano, attende che si sciolga l'ultima incognita: alla votazione online sul nuovo statuto dovranno partecipare oltre 50 mila persone, altrimenti servirà un'altra tornata (il 5 o 6 agosto) e ciò farebbe slittare ancora una volta la sua incoronazione da leader».

Federico Capurso su La Stampa, offre un retroscena secondo cui Conte taglierebbe fuori Di Maio dalla squadra che lo affiancherà ai vertici del Movimento.

«È mattina presto. Luigi Di Maio sta raggiungendo l'aereo che lo porterà in missione a Tripoli, in Libia. Deve ancora limare i dettagli del calendario fitto di incontri, ma trova comunque il tempo di leggere l'intervista di ieri di Giuseppe Conte su queste pagine. Soprattutto, i passaggi che lo riguardano. Hanno fatto lo stesso anche i parlamentari a lui più vicini, che inviperiti si scrivono: «Hai visto cosa dice di Luigi?». Il ministro degli Esteri, con loro, si mostra sereno, ma non ha bisogno di interpreti per leggere tra le righe della retorica diplomatica di Conte. A ogni domanda sul rapporto con Di Maio, la risposta nasconde un attacco al ministro, seppur foderato. Il diretto interessato fa buon viso a cattivo gioco e accoglie le rassicurazioni che gli arrivano poco prima della partenza da ambienti vicini all'ex premier: «Nulla contro di te», gli scrivono, anzi, la volontà era quella di «esaltare il vostro rapporto». Nessuna delle parti vuole alimentare l'idea di un conflitto interno. Tanto che lo stesso Di Maio, poco dopo, invita gli iscritti M5S a partecipare al voto per approvare il nuovo Statuto proposto dall'ex premier, che si chiuderà oggi: «Inizia una nuova fase per il Movimento con Conte al timone - scrive sui social - e con l'energia di un gruppo che ancora ha tanto da dare al Paese». Così, si chiudono le cerimonie e le riverenze. A palazzo Madama, in un lunedì agostano riempito solo dall'incessante canto delle cicale, l'aria che si respira dopo l'intervista è un tantino più arroventata: «In molti pensiamo che Conte è stato fin troppo morbido nei confronti di Luigi». Qui, dove le truppe fedeli all'ex premier sono folte - e il suo pensiero non viene interpretato, ma riportato fedelmente -, si condivide la posizione di partenza espressa da Conte su La Stampa: «Nessun dualismo con Di Maio». Ma, come spiega uno dei senatori più vicini al leader, si deve fare un passo in più: «Il dualismo non ci sarà, semplicemente perché, nel nuovo Movimento, Di Maio non eserciterà il potere che ha avuto fino a oggi». Il tono si fa acre. La volontà è quella di ridimensionare il ministro degli Esteri, di non renderlo più una voce rappresentativa del volere dell'intero Movimento. E infatti, aggiunge, «Di Maio non siederà nella segreteria del partito, né in altri organi politici». Le decisioni si prenderanno «altrove». Lasciarlo senza una poltrona nel nuovo organigramma si tradurrebbe in uno smacco. Tale da far riaffiorare in un attimo tutte le voci su un duello interno tra il leader attuale e il predecessore. Per ovviare al problema, dovrebbe arrivare la nomina di Di Maio in quel Comitato di Garanzia ora presieduto da Vito Crimi, dove i nomi - per gli organi «non politici» - vengono scelti da Beppe Grillo. Una presenza, quella nel comitato di Garanzia, che escluderebbe per questioni di opportunità la possibilità di ricoprire altri ruoli all'interno del Movimento. E almeno l'apparenza, così, sarebbe salva. Anche alla Camera c'è chi, in attesa dell'arrivo della riforma della Giustizia, mostra i denti. È un deputato di peso, che ha partecipato alla cabina di regia dei Cinque stelle, approntata la scorsa settimana per arrivare a un accordo sul testo Cartabia. E non gli sono piaciuti gli «atteggiamenti individualisti» del ministro degli Esteri. Racconta che a nessuno è piaciuto leggere sui giornali del «merito di Di Maio» di aver convinto Conte a spingere per un accordo al rialzo con Mario Draghi e la Guardasigilli Marta Cartabia: «Eravamo increduli. Lo abbiamo sentito chiaramente avvisare Conte di non alzare troppo l'asticella o sarebbe caduto il governo - assicura, mentre scorre sullo smartphone uno scambio in chat con i presenti alla riunione -. Lo abbiamo detto anche alle agenzie di stampa che la ricostruzione di quanto avvenuto era falsa». Resta un problema, che gli riconoscono anche i suoi avversari: «Si è speso per tenere unito il Movimento ed è uno dei pochi che sa fare politica». Insomma, l'idea di alcuni di ridimensionarlo togliendogli una poltrona sembra piuttosto fragile. Per non dire ingenua».

Al di là del dualismo con Di Maio, Maurizio Belpietro, in un articolo al vetriolo per La Verità, vede un Giuseppe Conte uscire in realtà sconfitto dalla vicenda della riforma sulla giustizia.

«Dallo streaming degli incontri parlamentari fino alla nomina dei candidati, con il voto sulla piattaforma online, hanno sempre voluto marcare la differenza dagli altri partiti, dando a intendere che nessuna scelta sarebbe mai stata presa senza l'approvazione dei militanti. Ma ora, grazie a Conte, cade anche questo ultimo tabù. Secondo l'ex avvocato del popolo, la riforma della giustizia «non merita una votazione tra gli iscritti», come avrebbe voluto fare una parte del Movimento. E sapete come mai non c'è alcun bisogno di sentire il parere degli attivisti o anche dei semplici sostenitori? Per il semplice motivo che «per tre quarti l'impianto normativo complessivo è targato Bonafede-M5s». Senza che gli scappasse da ridere, l'ex presidente del Consiglio ha addirittura aggiunto come sia «improprio parlare di riforma Cartabia, perché per buoni due terzi resta la riforma Bonafede». Sì, con le percentuali l'ex premier evidentemente non si destreggia così bene come con i dpcm, e dunque a volte siamo al 66 per cento dell'ormai decaduta legge firmata dal ministro della giustizia grillino, altre volte si sale al 75 per cento. Sta di fatto che alcuni parlamentari hanno definito la controriforma della riforma «un abominio». Ma Conte, intervistato dalla Stampa, non si scompone: «Nel nuovo corso dei 5 stelle la presenza compatta sarà la cifra della nostra forza politica». Eh, già: nonostante in tre anni i 5 stelle abbiano perso per strada circa un parlamentare su tre, passando da una truppa di 338 onorevoli a una pattuglia di 237, e sebbene una quarantina l'altro ieri si sia assentata per non dover dichiararsi a favore della Cartabia, Conte è convinto di ricompattare tutti. Esattamente com' era convinto di avere i numeri per asfaltare Matteo Renzi nel febbraio scorso e com' era certo di costringere i Benetton a vendere Autostrade con la minaccia di «caducazione» della concessione, ma anche com' era sicuro di liberare dal lock-down gli italiani prima dello scorso Natale grazie a un anticipo di arresti domiciliari. Diciamo che le previsioni non sono mai state il punto di forza di Conte, il quale poche volte ha centrato l'obiettivo, né della crescita economica, né degli sviluppi della pandemia». 

GIORGETTI: “SE ELEGGIAMO DRAGHI SI VOTA”

Oggi 3 agosto è il primo giorno ufficiale del semestre bianco. E per i giornali, pronti via, è la partenza per la corsa al Quirinale. Sergio Belardinelli sul Foglio:

«A partire da oggi, 3 agosto, insieme al cosiddetto semestre bianco, inizia ufficialmente la partita del Quirinale. Non che essa non sia già in corso da mesi, ma da oggi, volenti e nolenti, un po' tutti i leader politici dovranno incominciare a scoprire le loro carte. Le intenzioni nascoste verranno alla luce e si nasconderanno magari quelle manifeste, ma piano piano tutti, anche noi profani, incominceremo a vedere più chiaro. Che tipo di partita sarà? A guardar bene, i giocatori in campo sembrano essere piuttosto modesti. Quelli migliori se ne stanno per lo più in panchina. Quanto ai due soli fuoriclasse che abbiamo, uno fa l'arbi - tro e l'altro, impegnato com' è a risanare conti e credibilità del paese, possiamo soltanto sperare che abbia voglia di giocare, nonostante il campo sgangherato. Difficile quindi prevedere come finirà la partita. Ma proprio per questo diventa interessante e divertente azzardare previsioni, che nel mio caso si riducono drasticamente a tre, massimo quattro. La meno plausibile che mi viene in mente è che tutti i partiti, più o meno convintamente, rieleggano Mattarella chiedendogli di restare fino alla scadenza della legislatura, in modo da assicurare al governo Draghi almeno un anno e mezzo di vita in più. Al di là della ritrosia del presidente Mattarella rispetto a questa ipotesi, c'è il problema che con molta probabilità essa finirebbe per mettere l'elezione del suo successore nelle mani dei vincitori delle prossime elezioni, ossia il centrodestra, e quindi presumo che verrà scartata per gli stessi motivi per cui in questi ultimi anni si è fatto di tutto per non andare a votare. Per non dire della diffidenza del centrodestra nei confronti di un'operazione che, formalmente, potrebbe procrastinarsi anche oltre i tempi eventualmente stabiliti. La seconda ipotesi, quella più plausibile, è che, pur con tanti mal di pancia, soprattutto da parte dei 5 stelle, i partiti decidano di mandare al Quirinale Mario Draghi. L'ipotesi non sembra invero così plausibile quanto lo era qualche mese fa, ma resta quella che garantirebbe meglio l'interesse nazionale e, alla fine, anche quello dei diversi partiti. Con Draghi al Quirinale è molto difficile immaginare un futuro governo che possa stravolgere il Pnrr messo a punto da lui stesso in questi mesi, e questo sarebbe un risultato importantissimo per il paese e per la sua credibilità nei confronti dell'Europa. Quanto ai partiti, quelli che sostengono l'attuale governo potranno attribuirsi il merito della scelta, enfatizzando ciascuno l'aspetto dell'operazione che più corrisponde ai propri interessi politici e identitari ( più o meno come stanno facendo adesso con l'operato del governo): il centrosinistra potrà enfatizzare il proprio senso di responsabilità istituzionale e il centrodestra, magari con la stessa Meloni, potrà dire che finalmente viene eletto un presidente non imposto dal centrosinistra. La terza ipotesi prevede invece che venga eletto un nuovo presidente della Repubblica che, nei limiti del possibile, sia capace di garantire un po' tutti, che assicuri la durata del governo Draghi fino alla naturale fine della legislatura e che, soprattutto, magari senza dirlo, sia disposto a lavorare affinché dopo le elezioni del 2023 possa nascere un governo Draghi 2, whatever it takes, qualunque sia la maggioranza che lo sostiene. A tal proposito i candidati non sono molti; per quel che può valere la mia opinione, penso a Pier Ferdinando Casini o a qualcuno che abbia un profilo simile al suo, fatto di esperienza e affidabilità istituzionale, nonché di una sana, democristiana trasversalità».

Il primo ad affrontare il tema esplicitamente è stato Giancarlo Giorgetti, grande elettore come pochi altri. Lo ha fatto pubblicamente ieri. La cronaca del Corriere.

« Premier o presidente della Repubblica? «Politicamente è un problema serio...». La domanda la pone Bianca Berlinguer al ministro dello Sviluppo economico, nonché vicesegretario leghista, Giancarlo Giorgetti. Che non elude la domanda ma spiega: «Questa è una maggioranza chiaramente anomala, non è un'unità nazionale ma è su Draghi, una persona fisica». Giorgetti prevede tempi più difficili rispetto allo «stato di grazia» che sta vivendo il Paese: «Ci saranno le Amministrative e discrete crepe intorno al governo. Poi, arriverà l'elezione del capo dello Stato. Ma se Draghi dovesse decidere per la presidenza della Repubblica, non vedo come il governo potrebbe andare avanti». Il punto è che «serve un governo fortemente legittimato, e con l'uscita di Angela Merkel mancherebbe una guida sicura in Europa». Dunque, niente alternative: «Una strada è una forte legittimazione del presidente, se togli il presidente ci vuole una forte legittimazione popolare». Insomma: elezioni. Il vicesegretario leghista parla anche di contrasto al Covid. E sul green pass dice in modo chiaro quel che fin qui non era stato nitidissimo nella linea leghista: «Mi sembra una cosa talmente normale... Se vuoi, puoi anche non vaccinarti. Ma se vuoi andare in un luogo pubblico, mi dispiace ma il pass lo devi avere». È vero, Salvini in parecchie circostanze si è dimostrato più che cauto, molto spesso è sembrato pensare che il green pass possa essere un freno alla stagione turistica. Ma la posizione ormai dovrebbe essere acquisita: Salvini e Giorgetti nel pomeriggio si incontrano per 40 minuti nell'hotel Miami dell'europarlamentare Massimo Casanova. In ogni caso, Giorgetti rivendica: «È una posizione che ho espresso in Cdm che ha anche portato a delle decisioni». La via d'uscita sono i tamponi «a prezzi ragionevoli o gratis in farmacia», per consentire a chi non vuole vaccinarsi di fare un test senza costituire «un pericolo per gli altri. È un'altra cosa che abbiamo dato da fare al generale Figliuolo». Giorgetti è però contrario all'obbligo di vaccinazione sui luoghi di lavoro: «Ho votato a favore dell'obbligo di vaccino per il personale sanitario. Ma ogni lavoro ha profili diversi, ma la generalizzazione aprirebbe la strada a una forma di discriminazione che sarebbe da evitare». Di certo, «non mi sembrano paragonabili le leggi razziali con l'obbligo vaccinale, non vedo il paragone e mi sembra scandaloso». Chi invece si spende a favore della vaccinazione per gli insegnanti è Luca Zaia: «Da noi, l'82% dei docenti è vaccinato, ma io penso che la scuola vada messa in sicurezza con i vaccini». Ma Giorgetti interviene anche sulla federazione (o, in prospettiva, partito unico) del centrodestra di cui Berlusconi ha parlato anche ieri al telefono con Salvini: «L'idea ha senso, e mi pare positivo che si cominci a parlarne in anticipo. Al governo non si deve arrivare in modo improvvisato né nei programmi né nelle persone. Se ne parliamo in anticipo, quando sarà ora dovremo solo decidere e non discuterne». Giusto oggi, Giorgia Meloni sarà ospite di Berlusconi a Villa Certosa, in Sardegna. Il fondatore di FI l'altra sera aveva detto che il centrodestra aveva fatto uno sgarbo nei confronti della leader di FdI, parlando di «compensazioni» per l'esclusione dalla presidenza della Vigilanza Rai. In FdI si spiega che in ogni caso al centro del colloquio ci saranno le prospettive future del centrodestra e se l'esperienza di un governo con la sinistra sia «ripetibile».

Interessante intervento del giudice Filoreto d’Agostino sul Fatto. Che sostiene questa tesi: con la riforma del numero dei seggi, questo Parlamento non è legittimato ad eleggere il Capo dello Stato. Prolunghiamo Mattarella a scadenza, quasi come Capo provvisorio dello Stato, così solo le nuove Camere potranno procedere alla vera elezione.

«All 'apertura del semestre bianco lo scompigliato quadro politico sconsiglia vaticini sull'elezione del futuro inquilino del Quirinale. Resta il pericolo di un accordino al ribasso su un candidato da eleggere, dopo il terzo scrutinio, con una risicata maggioranza. Ciò induce brevi riflessioni che partono dall'esito del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari e dalla conseguente nuova disciplina costituzionale, operativa dal 6 gennaio 2021, ma bloccata dalla pandemia. Senza Covid, era giocoforza che un Parlamento, delegittimato da se stesso e dal responso popolare, dovesse essere sostituito al più presto da nuove Camere. L'aver richiesto il consenso del popolo sovrano, peraltro, ha reso più nitido il contesto giuridico per la coincidenza della volontà popolare con quella del Parlamento: un doppio sigillo di favore per la riforma che ne preclude qualsivoglia ritrattabilità, imponendone per contro una celere attuazione. L'evidente ragione scaturisce dal rilievo che l'attuale composizione delle Camere non corrisponde più alla volontà del soggetto titolare della sovranità. L'immediata conseguenza è la precaria legittimazione del Parlamento, determinata dallo stato di necessità, cioè da una specie di prorogatio. Può tale organo legittimamente eleggere un nuovo capo dello Stato? In seguito al referendum del settembre 2020, è venuto meno, per volontà popolare, proprio quel rapporto politico e fiduciario e si è per l'effetto consumata la legittimazione primaria a esprimere scelte di autentica provenienza dal soggetto titolare della sovranità. Un'elezione che non tenga presente la nuova situazione si risolverebbe in un vulnus costituzionale: si renderebbe perplessa, nell'eletto, la prerogativa tipica del presidente della Repubblica di rappresentare l'unità nazionale, che accede all'indubbia qualità di quell'ufficio di provenire, seppure in via mediata, dal popolo e quindi dalla Nazione. È tuttavia imprescindibile procedere, nel febbraio 2022, a quella elezione per scadenza non prorogabile dell'attuale mandato. In tale frangente unica soluzione plausibile e appropriata si prospetta la rielezione, per il tempo necessario, dell'at tuale presidente, il quale vanta comunque un titolo proveniente da un Parlamento a suo tempo sicuramente abilitato a tradurre nell 'elezione la volontà popolare. Un'ulteriore permanenza temporalmente limitata a maggio o settembre 2023 assumerebbe il significato di rispettosa attenzione alle prerogative che eserciteranno pienamente le nuove Camere e agevolerebbe il rapporto di effettiva esponenza dell'unità nazionale nel presidente da eleggere dopo il rinnovo parlamentare. Il modello, caratterizzato dalla funzionale temporaneità della carica, presenta forti analogie con quello usato nel 1946 quando l'Assemblea Costituente elesse Enrico De Nicola capo provvisorio dello Stato per i tempi tecnici necessari per concluderei lavori e inaugurare l'ordinamento costituzionale della neonata Repubblica. Tutte le altre manovre e misere trame che i nostrani Talleyrand in sessantaquattresimo stanno studiando si rivelano, di conseguenza, frutto d'inesatta percezione dei principi costituzionali e, quasi certamente, di cinismo e mancanza di rispetto per il popolo sovrano».

IL CASO MONTEPASCHI E LA CATTIVA COSCIENZA DEI POLITICI

Il Domani si occupa del caso Montepaschi. Con una tesi molto polemica nei confronti dei partiti. Giovanna Faggionato.

«Quello che la politica sta sfoggiando sul Monte dei Paschi di Siena è un misto di propaganda e pensiero magico. Nell'attesa che domani il ministro dell'Economia, Daniele Franco, riferisca in parlamento sulla ipotesi di acquisizione da parte di Unicredit, il leader della Lega, Matteo Salvini, parla di non «svendere» la banca e di necessità di aggregazione con banche «pugliesi», «emiliane» e «liguri». La formula riecheggia l'idea spregiudicata, già dettagliata su questo giornale, di un'aggregazione con la popolare di Bari, salvata dallo stato, e con Carige, cioè la banca che, dopo Mps, è l'istituto italiano in maggiore difficoltà: ieri, dopo la pubblicazione dei cosiddetti stress test dell'Autorità bancaria europea, la banca di Genova ha perso in Borsa il 10,7 per cento. Il Pd si trova incastrato in un conflitto di interessi più che decennale, aggravato dal clamoroso caso di Pier Carlo Padoan, ex ministro, ex parlamentare e ora presidente-astenuto di Unicredit. Un coro nutrito e bipartisan chiede, anche comprensibilmente, di evitare i regali a Unicredit, trovando una alternativa. Il tutto senza che nessuno spieghi chi dovrebbe pagare per l'ennesimo tentativo di risanamento. Ieri il presidente della Toscana Eugenio Giani, che in campagna elettorale aveva promesso un Monte dei Paschi sano e pubblico, ha condensato la summa del pensiero magico in una manciata di dichiarazioni. Ha detto nell'ordine che «non bisogna correre per svendere la banca», che Mps è un simbolo di «buon governo finanziario», che i crediti deteriorati sono dovuti alla gestione di dieci anni fa e, in una corrispondenza di amorosi sensi con il leader leghista, che si dovrebbe pensare a una operazione con banche «paritarie». Nessuna di queste dichiarazioni ha a che fare con la realtà. I crediti deteriorati certo maturano nel tempo, ma non si possono fare sparire a costo zero, la corsa è una maratona di anni spesi alla ricerca affannosa di un compratore. Semmai si è perso troppo tempo e, a prescindere dalle scadenze Ue, nel settore bancario tempo e fiducia sono due fattori cruciali. Dopo il peccato originale dell'acquisizione di Antonveneta e le truffe dei derivati Santorini e Alexandria, tra 2011 e 2015, prima dell'ingresso dello stato nel suo azionariato, Mps ha registrato 14,3 miliardi di euro di perdite, ha raccolto 8 miliardi di euro sul mercato e ripagato due miliardi di aiuti di stato. Nel 2016 l'istituto è risultato negli stress test dell'Eba la peggiore delle 51 banche sorvegliate dall'autorità europea. A sua volta il governo di Matteo Renzi assieme al referendum ha fallito lo spericolato tentativo di far entrare nel suo capitale il fondo del Qatar. Da qui il salvataggio pubblico: la banca nel 2017 ha ingoiato altri 8,1 miliardi di euro, tra ricapitalizzazione, conversione di bond, compensazioni agli obbligazionisti e lo stato si è impegnato a uscire dal capitale entro il 2021. Quattro anni dopo siamo punto e a capo».

P2 E GLADIO, DRAGHI TOGLIE IL SEGRETO

Decisione non solo simbolica di Mario Draghi che ha deciso di togliere il segreto sui documenti ufficiali della nostra intelligence su P2 e Gladio. L’articolo per Repubblica di Miguel Gotor.

«Gli anniversari sono importanti: il 2 agosto 2021, quarantuno anni dopo la strage di Bologna, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha firmato una direttiva che dispone la declassifica e il versamento anticipato all'Archivio centrale dello Stato della documentazione conservata presso gli archivi degli organismi d'intelligence e delle amministrazioni dello Stato riguardante l'organizzazione atlantica Gladio e la loggia massonica P2. Il gesto assume un alto valore simbolico nel momento in cui si sta celebrando un nuovo processo che vede imputato, come mandante e finanziatore di quell'attentato, proprio il capo dello P2 Licio Gelli, già in passato condannato con sentenza definitiva per i depistaggi effettuati con alcuni alti ufficiali dei servizi segreti italiani. La nuova iniziativa del presidente del Consiglio amplia e dà un ulteriore impulso a quanto già deciso dai suoi predecessori Romano Prodi (2008) e Matteo Renzi (2014). In quest' ultimo caso, un'apposita direttiva aveva stabilito la declassificazione delle stragi che hanno insanguinato la storia d'Italia a partire dalla bomba di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 in poi, indipendentemente dal tempo trascorso dagli attentati. Per verificare la complicata attuazione di queste direttive è stato istituito un comitato di controllo alle cui sedute partecipano anche i rappresentati delle associazioni delle vittime del terrorismo. In una di queste riunioni è emersa la disponibilità da parte dell'ex direttore generale del Dipartimento delle Informazioni per la sicurezza (Dis) Gennaro Vecchione di non limitarsi a rendere pubblici gli atti relativi alle stragi, ma di ampliare lo spettro documentario a strutture come Gladio e la P2, per l'appunto. La «direttiva Draghi» consentirà ora di approfondire non soltanto le dinamiche dei singoli attentati, ma anche il tema dei mandanti, dei depistaggi e delle infiltrazioni che riceveranno un sicuro impulso insieme con lo snodo centrale dell'individuazioni di eventuali responsabilità internazionali collegate allo sviluppo della strategia della tensione in Italia. In particolare si segnalano tre questioni. Anzitutto bisogna continuare a finanziare le procedure di digitalizzazione in modo che i documenti messi a disposizione possano diventare effettivamente fruibili per gli studiosi in un tempo ragionevole e con inventari ben fatti. Così anche sarà decisivo intrecciare le carte scaturite da queste direttive con quelle, non meno preziose, conservate dai tribunali, dove anche è in corso una informatizzazione che consentirà, incrociando i singoli dati e nominativi, un sicuro approfondimento delle nostre conoscenze. In secondo luogo si evidenzia la questione specifica riguardante i documenti ancora segretati da parte delle Commissioni di inchiesta parlamentari. Non possono esserci due pesi e due misure ed è giusto che soprattutto il Parlamento si adegui allo spirito di queste direttive riguardanti le altre amministrazioni dello Stato senza ulteriori indugi. Infine sussiste un problema serio a proposito dell'attuale ministero delle Infrastrutture. Quel ministero, infatti, ha ereditato le funzioni di vari dicasteri come le Ferrovie e la Marina mercantile e si è letteralmente perduta traccia degli archivi di queste strutture, alcune delle quali nel frattempo sono diventare società per azioni, ossia enti di diritto privato che rischiano di smarrire la coscienza storica della propria continuità archivistica. La questione potrebbe sembrare di lana caprina, invece è decisiva perché gran parte delle stragi sono avvenute sui treni e, quindi, i primi a intervenire erano proprio gli agenti della polizia ferroviaria. Anche la strage di Ustica, riguardante un aereo civile, sarebbe interessata da un provvedimento ad hoc che affrontasse il nodo della ricostruzione degli archivi del ministero degli Trasporti. La nuova "direttiva Draghi" costituisce un ottimo provvedimento, ma è necessario fornire le energie finanziarie e organizzative adeguate per farla avanzare tra le nebbie e gli scogli della storia d'Italia».

LA MELONI DAL CAV: IL FUTURO DEL CENTRO DESTRA

Oggi Silvio Berlusconi riceve nella sua villa in Sardegna Giorgia Meloni. La cronaca di Sabrina Cottone sul Giornale.

 «Ci stiamo lavorando, penso che agosto possa essere il mese giusto per avere un centrodestra di governo unito, compatto e coerente. La federazione nascerà sul buonsenso entro agosto» dice il segretario della Lega, Matteo Salvini, in un'intervista a SkyTg24. Nei giorni scorsi, in collegamento con Silvio Berlusconi dalla festa di Cervia con la supervisione di Bruno Vespa, il leader leghista aveva rivelato: «Io e Silvio ci sentiamo ogni giorno, prima facciamo la federazione e poi l'annunciamo». Berlusconi aveva risposto: «Bravo Matteo». Insomma, un asse privilegiato tra Lega e Forza Italia, con Salvini che ieri ha anche parlato di «un candidato del centrodestra al Quirinale». Al contempo però, e nonostante le frizioni sul Copasir e sul cda Rai, il Cavaliere vuole mantenere saldo il rapporto con Giorgia Meloni e con Fratelli d'Italia, convinto del ruolo da perno di Forza Italia, tanto più in campagna elettorale, perché «senza Forza Italia non si vince» e «non vogliamo ammainare le nostre bandiere», ruolo ribadito da Berlusconi parlando in videocall, con Antonio Tajani, a ministri, sottosegretari, vertici del partito e coordinatori regionali: «Il Centro-Destra unito o federato non annulla le specificità delle diverse forze politiche». Già da Cervia aveva parlato dell'importanza di ricoinvolgere la Meloni. Oggi è atteso un incontro a Villa Certosa, in Sardegna. Si parlerà anche delle future nomine di Viale Mazzini («la compensazione attesa», come spiegano anche da Fdi), oltre che del centrodestra e delle amministrative, sulle quali si stanno scaricando le tensioni dei mesi scorsi. Finora i fatti parlamentari hanno portato molto più spesso a convergenze al centro con Italia viva, come nel caso del ddl Zan (lo stesso Salvini ha detto che ha sentito l'ultima volta Renzi proprio su questa tema). Se è vero che Fdi ha ottenuto la guida del Copasir con Alfonso D'Urso (pur dopo una lunga battaglia, soprattutto con la Lega), il partito della Meloni è rimasto escluso dal cda della Rai: nessun posto è toccato all'opposizione. L'europarlamentare Carlo Fidanza per conto di Giorgia Meloni conferma che «la federazione riguarda le forze che stanno al governo e anche questo centrodestra unito e federato riguarda loro». Fidanza aveva difeso il diritto della Meloni a essere leader della coalizione, Salvini ha risposto che lo sarà il leader del partito più votato. Ma è chiaro che sono discussioni teoriche, anche se testimoniano lo scontro tra i due leader, che si contendono il primato elettorale in base ai sondaggi, in un eventuale ruolo da premier. «Sappiamo che dal governo Draghi», «di emergenza e nel quale ogni giorno emergono contraddizioni», «non ci possiamo attendere tutto quello che farebbe il nostro governo, tutto quello che invece faremo noi nel futuro, quando torneremo a guidare l'Italia. Sappiamo anche, però, che questo governo segna una profonda discontinuità con il passato», ha detto ancora Berlusconi. In campagna elettorale arriva anche l'invito ad andare con i gazebo, a puntare sulla «qualità dei candidati» e a firmare per i referendum sulla giustizia».

IN ISRAELE SI DISCUTE SULL’ ANTISEMITISMO

Susanna Nirenstein per Repubblica dà conto di un’uscita politica non banale di un nuovo leader della politica israeliana: il ministro degli Esteri Yar Lapid. Lapid ha invitato a ripensare il tema dell’antisemitismo.

«Pochi giorni fa, al Global Forum sull'Antisemitismo che si teneva a Gerusalemme, il neo-ministro degli esteri israeliano, Yair Lapid, il capo di Yesh Atid (C'è Futuro), il partito di maggioranza più corposo e laico della Knesset, colui che tra due anni dovrà sostituire l'attuale primo ministro Naftali Bennet, ha tenuto un discorso che capovolge un'idea identitaria che permea Israele e il sionismo. La sua convinzione è che l'odio per gli ebrei non sia diverso da tutti gli altri razzismi, che gli antisemiti non siano stati "solo nel ghetto di Budapest" (dove il padre di Yair, il famoso intellettuale Tommy Lapid scomparso nel 2008, si nascondeva durante l'occupazione nazista, e dove il nonno fu catturato e mandato nelle camere a gas), come ha ricordato, ma anche sulle navi negriere "che incatenavano gli schiavi", tra "gli Hutu in Ruanda che massacravano i Tutsi", tra "i musulmani fanatici che hanno ucciso milioni di altri musulmani nell'ultimo secolo": "gli antisemiti sono in Isis e Boko Haram, coloro che picchiano a morte gli appartenenti alla comunità Lgbt". "Antisemitismo non è il nome proprio dell'odio, è il cognome" ha aggiunto. Dunque nessuna unicità dell'antisemitismo? Per un mondo che ha visto per millenni le persecuzioni antiebraiche, l'enormità della Shoah, e tutt'oggi assiste al moltiplicarsi degli attacchi fisici e virtuali contro gli ebrei, le parole di Lapid rappresentano una sfida. L'intenzione di Lapid è piuttosto evidente e innovativa se detta da un'autorità politica israeliana: suggerire di emanciparsi dall'immagine di una intolleranza persecutoria e sterminatrice ereditata dalla diaspora, invitare a convivere con l'antisemitismo riducendone l'importanza, a non averne paura perché sarà sempre presente, e soprattutto a cercare alleati in chiunque combatta le intolleranze, in chi si vede discriminato per la sua fede, per la sua identità sessuale, per le sue origini o colore della pelle. Un'impostazione che qualcuno ha chiamato "postmoderna" perché in effetti oggi sul pianeta tutte le rivendicazioni delle minoranze vengono rispettate come "verità" da proteggere e far avanzare (si pensi a Black Lives Matter o al MeToo) fuorché quelle degli ebrei, specie se riuniti nel loro Stato. Un gesto quello di Lapid che comunque ci fa capire quanto Israele, il sionismo (a cui sicuramente Yair Lapid appartiene), sia sempre pronto a ridiscutersi, a rivoluzionarsi, mostrando la sua estrema vitalità, e come possa avere mille facce diverse, basti pensare allo stesso nuovo governo del paese, un esecutivo che va dall'estrema destra all'estrema sinistra fino a comprendere gli arabi di Ra'am, partito filoislamista». 

IL CONGO NELLE MANI DEI JIHADISTI

Sul Manifesto Stefano Mauro racconta l’ascesa dell’ADF, affiliato all’Isis, in Congo e nell’Africa, diventata ormai epicentro del jihadismo internazionale.  

«Sono stati liberati nella serata di martedì 27 luglio oltre 150 ostaggi dopo tre giorni di scontri tra i militari della Repubblica democratica del Congo (Rdc) e le Forze democratiche alleate (Adf) nel nord-est del Paese con sette soldati e 15 miliziani jihadisti morti nei combattimenti. «Gli ostaggi erano in pessime condizioni senza cibo, acqua e medicine da diversi giorni - ha detto il governatore militare della regione Johnny Luboya all'Afp - e venivano usati dai ribelli dell'Adf come scudi umani contro le nostre operazioni militari». I combattimenti di questi giorni si aggiungono ai numerosi attacchi dell'ultimo mese contro la popolazione civile che hanno causato almeno un centinaio di morti e, secondo il governo centrale di Kinshasa, sarebbero tutti opera dell'Adf, il più mortale dei circa 122 gruppi armati stimati nella Rdc orientale. Una situazione di generale insicurezza per la popolazione locale delle regioni di Kivu che ha portato alla morte, lo scorso febbraio, dell'ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo, uccisi in un agguato da sette uomini armati. Mentre il governo centrale ha da subito escluso che quell'attacco fosse di matrice islamista, accusando le Forze democratiche di Liberazione del Ruanda (Fdlr) - che hanno subito «smentito ogni loro coinvolgimento» -, restano ancora forti dubbi riguardo ai reali esecutori dell'agguato, anche perché i miliziani dell'Adf «non rivendicano mai direttamente le loro azioni». L'Adf, composto principalmente dai ribelli musulmani ugandesi che usavano le regioni orientali di Kivu come basi operative per i loro attacchi contro l'Uganda, si è definitivamente stabilizzato in queste regioni ricche di minerali dalla metà degli anni '90. Dall'aprile 2019 alcuni attentati dell'Adf sono stati rivendicati dallo Stato Islamico - attraverso i suoi consueti canali sui social -, che designa il gruppo come sua «Provincia dell'Africa centrale» (Iscap). Dallo scorso marzo gli Stati uniti hanno inserito l'Adf nella lista delle «organizzazioni terroristiche affiliate all'Isis». Il Kivu Security Tracker (Kst), rispettato osservatore della violenza nella Rdc orientale con sede negli Usa, incolpa l'Adf di aver causato dal 2017 oltre 2mila morti nella sola area di Beni. Così la Rdc, il più grande Paese dell'Africa subsahariana, oltre alle centinaia di gruppi armati nati sulle ceneri delle due guerre del Congo (1996-1997 e 1998-2003), si trova alle prese con un nemico che da alcuni anni terrorizza tutte le sue regioni orientali e che ha creato legami con gli altri network jihadisti del continente: dal Sahel alla Somalia, dalla Nigeria al Mozambico, rendendo l'Africa l'epicentro del jihadismo internazionale. «Una nuova internazionale del jihadismo - spiega Pierre Boisselet, coordinatore di Kst - costituita da ugandesi, ruandesi, tanzaniani, kenioti, somali e più recentemente mozambicani, con compiti ben definiti: i somali insegnano agli adolescenti le tecniche per fabbricare bombe artigianali, tanzaniani e ugandesi si occupano dell'addestramento militare e dell'insegnamento del Corano».

ORO ALLA PATRIA

Grande entusiasmo, anzi ancora euforia per la doppia vittoria, nei 100 metri e nel salto in alto, degli atleti azzurri a Tokyo. Il Quotidiano Nazionale sottolinea ancora lo “STATO DI GRAZIA”, come titola stamane. Ecco uno stralcio del commento di Michele Brambilla.

«Mario Draghi è bravo e fortunato. Diventa presidente del Consiglio e arrivano finalmente i vaccini. Insedia il suo governo e fra le prime cose da fare c'è la gestione non di nuove tasse, ma di nuovi investimenti: arrivano infatti anche i soldi dell'Europa. Poi arrivano gli Europei di calcio e l'Italia - che godeva di discreta stampa, ma non certo del favore del pronostico - vince: per bravura ma anche appunto per un po' di fortuna, semifinale e finali ai rigori, con gli inglesi che ne sbagliano tre di fila. Domenica due medaglie d'oro (e che medaglie: cento metri e salto in alto), ieri l'argento di Vanessa Ferrari. Lo stato di grazia continua». 

Dacia Maraini per la Stampa di Torino è sulla stessa linea, anche se “da sinistra”.

«Ci volevano due ori alle Olimpiadi per accendere un poco di fuoco in un Paese che da due anni si era addormentato sotto le ceneri di un sonno torbido e spento. Sono due anni che ci autodenigriamo, che cerchiamo le parole più dure per accusare chi reputiamo responsabile di questo torpore. Naturalmente il governo, ma poi, con la pandemia, i virologi, gli immunologi, i medici, perfino gli infermieri. Il nostro è uno strano paese, individualista fino alla paranoia, anarchico ma di una anarchia venata di cinismo e voglie distruttive. Non parlo di istinti biologici ma di una storia di dominii stranieri che ci hanno abituati alla furbizia, al distacco dallo Stato, alla gioia di farla franca contro tutti i controlli e le imposizioni, anche quelle che cercano di creare una convivenza pacifica e regolata. Ci piace tanto contraddire tutto ciò che sa di prestigio, di competenza, in nome di un io che sta al di sopra di tutto e di tutti e che la sa più lunga, perché gli altri sono lì per infinocchiarci. Ma naturalmente chi la pensa così è pronto a infinocchiare a sua volta il prossimo, con coscienza leggera e autogiustificatoria. Per questo, per quanto io non sia una tifosa, mi rallegro della vittoria alle Olimpiadi perché capisco che è il sale che si sta versando su una coscienza scipita e stanca per le troppe risse, le troppe autodenigrazioni. La decisione dei più preparati e dei più appassionati è ormai solo la fuga. Creando voragini di vuoto professionale. Il Paese ha bisogno di un poco di fiducia in se stesso, ha fame di un poco di allegria, e di affetto. È importante potersi guardare allo specchio senza sputarsi addosso, per una volta riconoscendo una faccia vitale, generosa e consapevole. Le facce che in questi giorni troviamo nei campi della competizione olimpionica e che risultano esultanti perché vittoriose. Che sarà una vittoria ai cento metri? dicono i soliti scettici. Ma non è così. Ricordo di avere parlato tempo fa con un umile emigrato in Germania e mi diceva che da quando avevamo vinto una gara internazionale l'atteggiamento dei suoi collaboratori e dei suoi superiori era cambiato. Lo guardavano con più rispetto e attenzione, quasi fosse stato lui a vincere quella gara. Credo che sia così. Non a caso gli sportivi brandiscono bandiere. Che lo si voglia o meno, rappresentano il Paese per cui gareggiano. E anche chi pensa che si dovrebbe giudicare una nazione per ben altre scelte e competenze, le vittorie sportive hanno un peso specifico di antica tradizione. Vince non solo chi è personalmente più bravo, ma chi ha dietro di sé un paese solidale, un paese preparato, capace; in altre parole simbolicamente, un paese forte e progredito. Le loro vittorie non sono mai personali, ma collettive. Per questo dobbiamo esultare. E nell'esultare per la valorizzazione simbolica del nostro popolo, dovremmo trovare l'energia per uscire dalla pandemia, ma non con una caccia cieca e insensata agli untori, bensì con il riconoscere le nostre abilità, le nostre straordinarie capacità di ripresa, la nostra generosità sociale. Per una volta non CONTRO ma CON».

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana   https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.