I "Bla bla bla" stanno a zero

Inizia la Cop26 di Glasgow. Cina e India chiedono il diritto di inquinare. Greta incalza i politici. Rischio flop. Polemiche sul G20 romano. Si anima la corsa al Colle dopo la mossa di Conte

Che significa Cop26? È la 26esima Conferenza Convenzione quadro Onu sul cambiamento climatico, alla quale partecipano 196 Paesi più l'Unione Europea. Arriva cinque anni dopo la precedente Convenzione di Parigi (quella che fissò parametri che Trump non volle rispettare) e dovrebbe concordare nuovo impegni per garantire uno sforzo congiunto contro l’inquinamento del pianeta. Semplificando, ma non troppo, possiamo dire che i Paesi emergenti, in particolare Cina e India, rivendicano il diritto ad inquinare, accusando i Paesi occidentali di averlo fatto per decenni. Già il G20 di Roma si era concluso con vaghi propositi su questo tema, che peraltro l’India si è già rimangiati. Fuori dal “Palazzo” della Convenzione di Glasgow c’è Greta che guida la rivolta. In mezzo il Premier inglese Johnson, che rischia di doversi intestare un “Flop26”.

C’è un problema di fondo sul nostro modello di sviluppo che non può essere eluso. Il grande sociologo polacco Zigmunt Bauman ha scritto una volta con lucidità: “La vita della società liquida è sempre sospesa fra le gioie del consumo e l’orrore degli enormi mucchi di spazzatura da smaltire”. Papa Francesco, nelle sue encicliche, ha più volte condannato “l’economia dello scarto”, che segna il pianeta. Riusciranno i rappresentanti dei Paesi a rispondere all’ansia di cambiamento su questo difficile terreno? Impresa ardua e ambiziosa. Giusto sperarci, come suggerisce Avvenire.

La politica italiana è ancora segnata dalla mossa di Conte che ha rilanciato la candidatura di Draghi al Quirinale. Molte le reazioni, tutte un po’ tra le righe. Luigi Di Maio dalle colonne della Stampa (la trovate nei pdf) ha detto: “Di sicuro Draghi ha tutto il nostro supporto per il lavoro che sta facendo. E se permette io non ho nessuna intenzione di entrare nel dibattito sul toto-Quirinale, che può avere come unico risultato quello di bruciare i nomi migliori”. Salvini è sembrato convergere sull’idea che si possono comunque evitare, in quel caso, le elezioni anticipate subito. Dichiarazione che ha subito irritato la Meloni. Ma la corsa è ancora lunga. Certo è che le tensioni anche a sinistra aumentano, nel dopo voto sul Ddl Zan al Senato. Romano Prodi è sembrato criticare Letta sulla vicenda, subito ripreso, “strumentalizzato” dice lui, dai renziani. Brutto clima.

Dall’estero molte notizie. Impressionante l’escalation dei militari in Birmania, mentre Quirico sulla Stampa avverte che il modello Afghanistan (ritiro occidentale e vittoria del fondamentalismo) rischia di ripetersi nel Mali. Oggi segnaliamo l’inserto “Buone notizie” del Corriere della Sera, con tutte le notizie dal mondo del volontariato.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

L’incontro di Glasgow sull’emergenza clima raccoglie il testimone dal G20, anche nelle scelte dei quotidiani. Il Corriere della Sera celebra il premier: La spinta di Draghi sul clima. Per Avvenire: Clima, partita decisiva. Secondo il Domani il pessimismo può aiutare: La disperata speranza per la Cop26 che è l’ultima possibilità di salvarci. Il Fatto prende in giro l’arrivo dei Grandi in Scozia: Per salvare il clima volano su 400 jet. Il Giornale ha un titolo minaccioso: «Guerre e terrorismo senza intese sul clima». Geniale il Manifesto, che rilancia lo slogan delle proteste (Bla, bla, bla): Bla26. La Repubblica stampa una foto copertina che ritrae Greta: I Grandi siamo noi. La Stampa sottolinea lo scarto del premier Modi: Lo strappo indiano sul clima. Di pandemia si occupano gli altri giornali. Il Quotidiano Nazionale: Scuola, le regole: in Dad con tre positivi. Il Messaggero ritorna sul tema del richiamo: «Covid, terza dose per tutti». Il Mattino registra l’insofferenza verso i non vaccinati: L’Italia del sì vax alza la voce. Per Libero è addirittura una ribellione da Milano a Trieste della maggioranza finora silenziosa: Rivolta dei Sì-Vax. Dall’altra parte della barricata La Verità, che spalleggia i No Vax: In Italia vietato protestare, permessi solo rave illegali. Il Sole 24 Ore intanto avverte: Mutui, il tasso fisso torna a risalire.

COP26, VERTICE SUL CLIMA CON POCHE SPERANZE

Poche speranze di successo per la grande riunione internazionale in Scozia che dovrebbe fissare nuovi impegni e parametri per limitare l’inquinamento della terra. La cronaca di Luigi Ippolito sul Corriere.

«È come un film di James Bond: solo che purtroppo non siamo al cinema. All'apertura della Cop26, Boris Johnson ha paragonato l'emergenza climatica all'«ordigno dell'apocalisse» che 007 deve disinnescare: e ha fatto appello ai leader convenuti a Glasgow perché «disattivino la bomba del cambiamento climatico». «La tragedia - ha detto il premier britannico - è che questo non è un film e l'ordigno dell'apocalisse è reale. L'orologio sta ticchettando al ritmo furioso di centinaia di miliardi di pistoni e fornaci e motori con i quali pompiamo carbonio nell'aria sempre più velocemente». E ancora, citando Greta Thunberg: «C'ero come molti di voi a Copenaghen 11 anni fa, ero a Parigi quando convenimmo sulle emissioni zero. Tutte queste promesse rischiano di essere un "bla bla bla" e la collera del mondo sarebbe incontenibile». Con la crescita attuale del riscaldamento globale, ha ammonito Johnson, intere città come Miami, Shanghai o Alessandria «andranno perse sotto le onde». In caso di fallimento, le generazioni future non ci perdoneranno: «I bambini che ci giudicheranno non sono ancora nati - ha continuato il premier -. E ci giudicheranno con un'amarezza e un risentimento che eclisserà quello di qualsiasi attivista di oggi. E avranno ragione». Ma non tutto è perduto, secondo Boris, un accordo per limitare le emissioni è ancora possibile: «Sì, sarà dura, ma possiamo farcela». D'altra parte, il premier britannico non poteva darsi per vinto prima ancora di cominciare: certo, questa Cop parte in salita, ma Johnson ci sta scommettendo sopra buona parte della sua credibilità internazionale. E dunque alla fine bisognerà dire di aver ottenuto in qualche modo qualcosa. Ma le note più drammatiche del pomeriggio di apertura sono arrivate dal segretario dell'Onu, Antonio Guterres: «Ci stiamo scavando la fossa da soli», ha scandito dal palco. E un fallimento a Glasgow sarebbe «una condanna a morte» per milioni di persone. E così il principe Carlo ha ammonito che dobbiamo «metterci sul piede di guerra»: paragonando l'emergenza ambientale al Covid, ha sostenuto che «il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità non sono differenti: anzi, rappresentano una minaccia esistenziale ancora più grande». Le parole del premier Narendra Modi a Glasgow arrivano come una doccia fredda per la lotta al climate change : «L'India (che è il terzo inquinatore del pianeta, ndr) raggiungerà le emissioni nette zero nel 2070». L'intervento che ha toccato maggiormente le corde emotive è stato però forse quello di David Attenborough: le sue parole sono state accompagnate da video e musica, per sottolineare le conseguenze nel mondo dell'innalzamento delle temperature. Il naturalista ha ammonito che la vita sulla Terra è stata resa possibile da temperature stabili: ma ora questo equilibrio è messo a rischio dall'attività umana. Eppure sir David, che ha 95 anni, ha concluso su una nota di ottimismo: «Nella mia vita ho assistito a un terribile declino: nella vostra, potreste e dovreste assistere a un meraviglioso recupero». Chi ha dovuto recuperare in fretta è stato Joe Biden: che durante i discorsi è sembrato addormentarsi, finché un assistente non gli ha provvidamente sussurrato qualcosa all'orecchio. Riavutosi, Biden ha ricordato che «gli occhi della storia» saranno fissi sui leader mondiali, se falliranno. A concludere la tornata dei discorsi è stato il premier Draghi: che ha sottolineato l'urgenza del momento e ha rivendicato i risultati ottenuti al G20 appena concluso a Roma. E qui si è assistito a una specie di gioco delle parti fra britannici e italiani, che pure hanno organizzato assieme l'evento di Glasgow: se i secondi insistono sul lavoro concreto svolto fin qui, tanto da considerare la Cop26 poco più che una passerella, Johnson ha minimizzato l'esito del vertice romano, in modo da potersi attribuire ogni passo avanti. Adesso si aprono due settimane di negoziati, in un clima da grande kermesse funestato da non pochi problemi organizzativi iniziali, come le code chilometriche agli ingressi preda dell'inclemente meteo scozzese. Il tutto sotto gli occhi di decine di migliaia di attivisti, convenuti a Glasgow sotto la guida di Greta Thunberg, che faranno sicuramente sentire la loro voce».

I ragazzi di Glasgow guidati da Greta si propongono come i veri leader. La loro protesta invade i mass media. Antonello Guerrera per Repubblica.

«Questo è tradimento», dicono Greta Thunberg e altre tre giovani attiviste, l'ugandese Vanessa Nakate, la polacca Dominika Lasota, e Mitzi Tan delle Filippine. Le quattro ambientaliste hanno lanciato una petizione online che in poche ore ha raggiunto un milione e mezzo di firme. E che, dopo il G20 di Roma e la Cop26 appena iniziata a Glasgow, accusa i leader mondiali di continuare a non fare praticamente nulla per salvare il pianeta: «Per noi non è una sorpresa». Il manifesto si chiama "Appello di emergenza per l'azione sul clima!". «Siamo catastroficamente lontani dall'obiettivo cruciale di limitare l'aumento della temperatura a un grado e mezzo», si legge nel loro testo, «mentre i governi continuano a spendere miliardi sui combustibili fossili. Questo è l'allarme rosso per la Terra. Milioni di persone soffriranno le conseguenze di questa devastazione. Il futuro che ci aspetta è terribile. Ma può essere evitato. Perché voi», rivolto a lettori e firmatari, «avete il potere di decidere». La petizione non è solo l'ennesimo appello lanciato da Greta ai politici della Terra, ma incarna anche il profondo sentimento di esclusione dai negoziati che provano soprattutto gli attivisti più giovani. I quali, in questi giorni, protestano all'esterno dello Scottish Event Campus, dove si tiene il cruciale summit sul clima a Glasgow, per qualcuno già un "Flop26". L'ambientalista svedese, del resto, non è ufficialmente invitata al vertice e ieri ha ribadito in strada che «i veri leader continuano a dire solo Bla bla bla. I veri leader non sono là dentro, ma siamo noi».

Cina e India rivendicano il diritto di inquinare. Facile, sostengono, per l’Occidente oggi chiedere un sacrificio nella crescita proprio a noi mentre stiamo aumentando il Pil e i consumi.

«Sono i due Paesi che cresceranno di più al mondo nei prossimi due anni, secondo le ultime stime del Fondo monetario internazionale. L'India ancora di più della Cina: il Pil è visto in rialzo rispettivamente del 9,5% e dell'8%, mentre per il 2022 la corsa si fermerà al +8% e al +5,6%. Ma proprio per sostenere la ripresa, i due colossi asiatici hanno il problema di soddisfare la sete di energia delle proprie attività. E nonostante ogni anno aumentino gli investimenti nelle rinnovabili (la Cina è al primo posto davanti agli Usa per i fondi spesi negli ultimi dieci anni), ancora troppo consistente è il ricorso alle centrali a carbone: Pechino ne vuole aprire di nuove, Delhi dipende per oltre il 60% dal più inquinante dei fossili e vuole arrivare alla neutralità carbonica solo entro il 2070. Non per nulla, Cina e India rivendicano con forza il loro "diritto a inquinare". È vero che ora sono al vertice delle classifica delle emissioni di CO 2 , ma sono ancora lontani dalle prime posizioni se si guarda indietro ai dati storici: l'Occidente ha inquinato a lungo senza avere limiti da rispettare - è la loro tesi - e ora dobbiamo poterlo fare anche noi per raggiungere gli stessi livelli di crescita e benessere. La Cina Primo Paese al mondo per emissioni, ha avviato una difficile e lenta svolta verde: l'obiettivo emissioni zero è nel 2060».

Lucia Capuzzi cerca di trovare motivi positivi nel suo editoriale per Avvenire.

«L'espressione più efficace l'ha coniata Antonio Guterres: «Lascio Roma con le mie speranze insoddisfatte, ma non ancora ridotte in cenere». Perché se la distanza fisica tra la capitale italiana e Glasgow è di appena due ore d'aereo, quella politica tra il G20 e la Cop26 è ben più ampia. Il summit delle venti principali economie del Pianeta è, appunto, una riunione fra Grandi. L'obiettivo di ciascuno è misurare le forze dell'altro, attento a centellinare le aperture per non dare all'avversario il minimo vantaggio. Con Usa e Cina ai ferri corri, questo potrebbe spiegare la 'cautela' relativa al clima nella bozza conclusiva. Nel testo, c'è il magic number di 1,5 gradi, ovvero la determinazione a mantenere la temperatura globale entro la soglia di equilibrio individuata dagli scienziati. Più vistosi, però, sono gli impegni mancanti: dallo stop al carbone fino al termine del 2050 per azzerare le emissioni nette. Comprensibile, dunque, la delusione degli attivisti e degli esperti, anche perché i venti Grandi producono l'80% dei gas serra e senza la loro collaborazione, dunque, la transizione ecologica è destinata a restare un'utopia. Qualcuno, fuori dai cancelli dello Scottish Event Campus, ironizzava sulla caduta dell'enorme manifesto di benvenuto ' Together for our Planet', 'Insieme per il Pianeta', a poche ore dall'inaugurazione. Il negoziato si prospetta oggettivamente difficile. E le premesse non sono delle migliori. È, tuttavia, ancora presto per gettare la spugna. Alla 26esima Conferenza delle parti della Convenzione quadro Onu sul cambiamento climatico partecipano 196 Paesi più l'Unione Europea. I Piccoli - in senso geopolitico - in questo contesto non sono marginali. Lo hanno dimostrato alla Cop21 di Parigi: senza di loro, l'omonimo accordo - spartiacque nella diplomazia ambientale - non sarebbe mai stato raggiunto. Africa, America Latina, Sud-Est asiatico e isole del Pacifico hanno dei margini di manovra. E sono determinati a utilizzarli, dato che il maggior peso dell'aumento delle temperature grava sulle loro fragili spalle. «Esistiamo ora. Vogliamo esistere anche fra 100 anni», ha tuonato un'appassionata Mia Amor Mottley, premier delle Barbados, nell'appello rivolto ai colleghi in apertura dei lavori. Stavolta, inoltre, possono contare su un alleato di cui non disponevano sei anni fa: l'opinione pubblica mondiale, giovani in primis. A lungo prigioniero nella torre d'avorio dell'accademia e di pochi ben informati, il clima è entrato di forza nel dibattito pubblico. Merito indubbiamente degli scioperi climatici degli adolescenti. Ma anche della Laudato si' di papa Francesco, pubblicata alla vigilia della Cop21 e fondamentale nel legare indissolubilmente crisi sociale e crisi ambientale. Il concetto di «ecologia integrale» - che racchiude il grido della terra e quello dei poveri - è stato determinante nel superare le varie ideologie 'verdi' e far nascere, dentro e fuori la Chiesa, un ampio movimento di cura della casa comune. La frase «i nostri figli non ci perdoneranno se falliamo» di Boris Johnson, al di là della provocazione, raccoglie un fondo di verità. L'aggettivo 'nostri' non è secondario. I ragazzi del Nord del mondo sono agguerriti tanto quanto i coetanei dell'emisfero Sud. E stanno trascinando molti adulti. Un'opinione pubblica a cui i leader riuniti a Glasgow devono rendere conto. Le precedenti considerazioni non fanno la sfida meno ardua. Aumentano, però, le possibilità di un risultato quantomeno accettabile. Magari le probabilità non sono sei su dieci, come ha affermato il premier britannico. I giochi però sono aperti. La sfida è quantomai ambiziosa. Si tratta, come sottolineava la settimana scorsa 'The Economist', di creare una nuova economia mondiale, in cui la produzione sia svincolata dall'energia fossile. E ciò richiede una nuova politica internazionale, capace di tessere alleanze per la sopravvivenza comune. Lo scenario scelto è di buon auspicio. A Glasgow, James Watt inventò la macchina a vapore, inaugurando la rivoluzione energetica e il nostro attuale modello di produzione. Nella città scozzese, la Cop potrebbe ora aprire la strada a una nuova rivoluzione che renda il sistema compatibile con l'esistenza dell'umanità, presente e futura».

Il Fatto nota che l’Italia non ha ancora nominato il suo inviato speciale per il clima e il tempo è scaduto da un pezzo. Marco Palombi.

«La norma è inutilmente in vigore dal 24 giugno: "Al fine di consentire una più efficace partecipazione italiana agli eventi e ai negoziati internazionali sui temi ambientali, ivi inclusi quelli sul cambiamento climatico, il Ministro degli esteri e il Ministro della transizione ecologica nominano l'inviato speciale per il cambiamento climatico". È il ruolo, ad esempio, che John Kerry svolge per conto di Joe Biden e dell'amministrazione Usa: ecco, ieri è iniziata la Cop26 di Glasgow, l'appuntamento chiave per questa nuova figura, solo che il governo quell'inviato s' è scordato di nominarlo. D'altronde è un'abitudine: la norma arrivò in vista del G20 per il clima svoltosi a Napoli a fine luglio, a cui sono seguiti la pre-Cop26 di Milano e il G20 vero e proprio, ma l'inviato per il clima è ancora fantasma. La responsabilità è in capo ai ministri Luigi Di Maio e Roberto Cingolani, che in cinque mesi non hanno trovato modo di mettersi d'accordo. La prima proposta del 5 Stelle fu l'ex ministro Costa, bocciato senza appello dal suo successore, poi un diplomatico "di lungo corso" (cioè proveniente dal suo ministero), anche questo rifiutato. Il Mite non s' è ancora scoperto ufficialmente, ma la preferenza sarebbe per un nome famoso ma di scarso peso "politico". Il punto, dicono fonti di governo, è che qualsiasi nome dotato di poteri ampi e possibilità di ursarli finirebbe per togliere spazio proprio a Cingolani, a cui il ddl Bilancio ha già tolto la gestione dell'ex Fondo Kyoto per la cooperazione coi Paesi in via di sviluppo sul clima, passata a Cdp».

L’INCUBO INQUINAMENTO

Come inquiniamo nella vita di tutti i giorni? Vestiti, auto, email: così produciamo il Co 2, l’anidride carbonica. Dalla carne (14% dei gas serra totali) agli aerei (5%), niente nella nostra vita quotidiana è senza impatto. Ecco la scheda informativa di Irene Soave sul Corriere della Sera.

« La società di consulenza per la transizione verde Carbonfootprint, basata in Regno Unito, raccoglie dati da tutta Europa. È possibile così calcolare sul loro sito la propria «impronta ecologica» e capire che, praticamente, inquiniamo anche solo restando in vita. Dal 1 novembre 2020 a ieri, ad esempio, chi scrive - residente a Milano, sola, in un appartamento di classe energetica A dove usa spesso il condizionatore - ha prodotto 9 tonnellate di Co2: servirebbe un ettaro di nuova foresta per compensarle. La produzione media annua di un italiano è di 7,05 tonnellate: chi vive solo, in più, non divide l'impatto (alto) di elettricità, gas e trasporti. Incide l'acquisto di vestiti: secondo il programma per l'ambiente Onu, la produzione di vestiti negli ultimi 10 anni è stata la fonte del 10% delle emissioni causate dall'uomo. Ad esempio produrre un paio di jeans comporta l'emissione di 34 kg di gas serra, come guidare per 100 km, e l'uso di quasi 10 mila litri d'acqua che è quanto beve un adulto in un decennio. Il 14% delle emissioni globali causate dall'uomo viene invece dagli allevamenti: in particolare, spiega un report Fao, «dalla produzione di mangimi e dalle fermentazioni enteriche dei ruminanti». La carne a più alto impatto è quella rossa; per una porzione di manzo si impiegano fino a 12 kg di gas, e la più «inquinante» delle proteine vegetali, il tofu, ne produce un decimo del medesimo peso in pollo. Il 25% delle emissioni causate dall'uomo viene dai trasporti: peggio dell'auto fanno gli aerei a breve raggio, a cui da soli va la colpa del 5% del riscaldamento globale. Nemmeno stare sul divano a guardare film in streaming è senza impatto: le tecnologie digitali nel 2025 saranno responsabili per l'8,5% delle emissioni globali (nel 2009 era il 2%). E così via. La rivoluzione dei consumi che serve per abbattere le emissioni è ambiziosa per tutti, non solo per i Grandi».

ANCORA G20. MONTANARI E FELTRI CONTRO I GRANDI

Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, grande esperto di Barocco romano, ma anche polemista spesso molto estremista in politica (la sua uscita sulle Foibe fa ancora discutere), rilegge per Il Fatto l’icona simbolo del G20 di Roma. I capi di Stato e di governo che buttano le monetine nella fontana di Trevi per lui sono un esempio di “populismo delle élite”.

«La fotografia che immortala i sedicenti Grandi della Terra Quasi Tutti Maschi mentre, di spalle, buttano una moneta di speciale conio (con sopra il povero Uomo Vitruviano del povero Leonardo) nella Fontana di Trevi è particolarmente avvilente anche per i disastrosi standard culturali attuali. Come nel caso del dissennato giro trionfale del pullman della Nazionale dopo gli Europei, ne viene fuori un impietoso autoritratto del draghismo, che potremmo intitolare il "populismo delle élite", cioè il populismo di un establishment che pensa di essere antipopulista e invece è antipopolare. Coloro che si definiscono senza autoironie Grandi della Terra mentre il loro colpevole, imperdonabile blabla condanna a morte la Terra, si mostrano qua come semplici turisti replicandone le più trite, superstiziose, consuetudini. "Siamo come tutti voi - è il messaggio -, siamo il popolo": ma noi lo sappiamo che non è vero. Lo sappiamo che siete i nostri padroni, non i nostri servitori. Lo sappiamo che siamo in una post-democrazia: e che proprio per questo i nuovi sovrani hanno bisogno di legittimarsi con pose di degnazione tipiche dell'antico regime, pose grottesche che fino a vent' anni fa non sarebbero mai venute in mente a nessun leader del mondo libero. Ma per fortuna le immagini sono da sempre subdole, infide, polisemiche, libere: e la loro interpretazione è del tutto indipendente dalla volontà dei committenti e perfino da quella degli autori. E così è impossibile non leggere quella fotografia come una potente allegoria dell'irresponsabilità politica ed economica dei Grandi: potenti che gettano i soldi (di noi tutti) dietro le proprie spalle, senza nemmeno curarsi di vedere dove vanno a finire. Scherzano, ma attraverso quel motto di spirito dicono, malgrado se stessi, la verità. Non per caso la Caritas (cui sono destinate le monetine ripescate ogni settimana nella fontana) ha rotto la quarta parete della finzione, andando al sodo: "Speriamo che tra i frutti di questo meeting, in cui si parla di migrazioni e di vaccini ai Paesi meno sviluppati, per i poveri non ci siano solo le monetine della più bella fontana del mondo". E fa molto pensare anche un altro aspetto della foto: i potenti danno, appunto, le spalle a quello straordinario monumento dell'età barocca. Nella tradizione italiana le fontane sono monumenti "politici": unendo la funzione pratica di rendere accessibile l'acqua alla bellezza con cui danno forma alla città, esse sono volute e progettate come "manifesti" attraverso i quali i governi si rivolgono direttamente ai cittadini. La Fonte Gaia di Siena, per esempio, fu il coronamento della straordinaria impresa urbanistica di Piazza del Campo, e si decise di costruirla nel 1309, iscrivendone la delibera all'interno del Costituto, lo statuto comunale che metteva la "bellezza della città" al centro delle preoccupazioni dei governanti. Dietro ognuna delle nostre strepitose fontane monumentali sta la profonda convinzione che esse manifestassero visibilmente il "bonum commune", cioè il bene comune, l'interesse generale, ciò che tiene insieme la comunità civile. Ancor oggi esse offrono a tutti, e gratuitamente, l'"utilitas" dell'acqua, e lo fanno attraverso l'"ornamentum" dell'arte: utilità e bellezza, natura e artificio si trovano uniti nelle fonti monumentali come in nessun altro luogo delle città antiche. Cosa ha in comune con tutto questo una élite mondiale che non riesce a svincolare nemmeno la comune sopravvivenza del genere umano dal totalitarismo del mercato? Cosa possono capire di bene comune i Capi che non riescono nemmeno a vaccinare tutta l'umanità, per sordide questioni di soldi? Niente: per questo danno le spalle alla Fontana, per questo pensano solo alla moneta che hanno in mano. Mai ritratto fu più giusto».

Anche Vittorio Feltri su Libero torna sul G20 per criticare, monetine nella fontana comprese, i leader mondiali “grandi solo a parole”.

«Ciò che è apparso ridicolo e stupefacente è stato l'infantilismo dei cosiddetti potenti della terra i quali si sono comportati nella nostra Capitale come studenti liceali in gita premio. Nessuno di essi ha detto una cosa illuminante: hanno ribadito concetti elementari e discutibili soprattutto sul clima, solo frasi fatte, luoghi comuni che in bocca a Greta inteneriscono al massimo la plebe, ma che ribaditi in un vertice internazionale suonano quali stupidaggini. Quando poi il principe Carlo d'Inghilterra si intrattiene con Luigi Di Maio per discettare del surriscaldamento del pianeta ovvio che si tocca il fondo. Cosa volete che sappia il nostro ministrino degli Esteri del pianeta in procinto di friggere, il quale peraltro diventa rovente e talvolta si ghiaccia per motivi misteriosi. Il ragazzo campano e il vecchio aspirante monarca britannico cosa volete che si siano detti, se non banalità. Ovvio che d'estate si sudi e che d'inverno si battano i denti a causa del freddo. La dimostrazione è che in questi giorni autunnali si vada tutti in giro col cappotto, mentre l'estate scorsa le temperature sono state a tratti infernali. I potenti del mondo si sono comportati come nani di periferia, suscitando in noi la netta sensazione che essi siano fessacchiotti, non certo migliori di noi, visto che si sono divertiti quali turisti a gettare monetine nella fontana di Trevi, visitando inoltre il Colosseo e altre bellezze romane. Se volessimo riassumere il succo delle discussioni affrontate durante gli incontri di alto (o basso) livello del summit saremmo in difficoltà. Dovremmo limitarci a dire che il gruppo dei potenti si è impegnato nel giro di mezzo secolo a garantire che il termometro non salirà più di un grado e mezzo. Con quali strumenti? Su questo si è sorvolato perché nessuno sa quali potrebbero essere, dato che la Cina viaggia a carbone cui non intende rinunciare per sopravvivere economicamente. D'altronde anche noi occidentali siamo andati avanti a produrre energia con i fossili e ora non possiamo arrabbiarci perché Pechino, arrivata in ritardo sui mercati, li sfrutti per produrre. La stessa Russia ha confermato che fino al 2060 non avrà l'opportunità di abbassare l'inquinamento, che poi non si sa quanto esso incida sui mutamenti climatici. Anche gli scienziati più avveduti ignorano le circostanze che favoriscono il maggior calore sull'ambiente, figuriamoci se dobbiamo affidarci a Di Maio. Volendo essere cattivi, non ci sembra che neppure Draghi sul tema, nonostante la sua indubbia intelligenza, sia in grado di accendere la luce. Con tutta la nostra buona volontà non siamo capaci di trovare un solo punto interessante sortito dalla cena al Quirinale tra i buontemponi capi di Stato in vacanza sui Sette Colli. Sarà per un'altra volta, ma speriamo non ci sia».

CORSA AL QUIRINALE, DOPO LA MOSSA DI CONTE

L’interesse della politica italiana è catalizzato sulla mossa di Conte, di cui già ieri la Versione aveva sottolineato il valore. Il punto sull’argomento del Fatto di Luca De Carolis e Giacomo Salvini.

«Giuseppe Conte, domenica, lo ha detto dritto: "Mario Draghi al Quirinale? Non possiamo escluderlo". Un'apertura rumorosa, che si porta dietro un'incognita: cosa succederebbe in caso di elezione di Draghi? Si andrebbe al voto anticipato - ipotesi che Conte non vuole - oppure si potrebbe virare verso un premier con cui traghettare la legislatura al 2023, magari il ministro dell'Economia Daniele Franco (gradito ai 5S)? Domande a cui ha risposto Matteo Salvini. Il contesto è l'anticipazione del libro di Bruno Vespa ma non è un caso che le parole del leghista siano uscite proprio ieri: "Draghi lo voterei domattina, ma sul Quirinale gli scenari cambiano ogni momento. È certamente una risorsa per il Paese, ma non so se voglia andarci". E poi: "Se ci andasse, non credo che ci sarebbero le elezioni anticipate". Concetto che Salvini va ripetendo coi suoi: se Draghi resta la sua prima scelta per il Colle, il leghista sa che i parlamentari non hanno alcuna voglia di urne. Meglio un nuovo premier. E Franco, Salvini potrebbe accettarlo perché "la forza della Lega potrebbe emergere di più". Il ministro dell'Economia, dicono i leghisti, non ha la stessa autorevolezza di Draghi e i partiti avrebbero più spazio. L'uscita di Salvini però spacca il centrodestra. Secondo Giorgia Meloni Draghi si può eleggere se "dopo si va a votare" e a Salvini ha risposto il capogruppo di FdI Francesco Lollobrigida: "Il ritorno alle urne è una necessità". Per Ignazio La Russa le elezioni non "sarebbero certe". Da FI c'è irritazione: "Da giorni vuole B. al Colle e poi lancia Draghi. Non ci fidiamo". Finita qui? No, perché ieri a Domani è un altro giorno, Luigi Di Maio l'ha buttata lì: "Molte forze politiche parlano di Quirinale perché vogliono elezioni anticipate fra quattro mesi. Non è il caso di Conte, che ha risposto a una domanda, ma di altri sì". Nello specifico, raccontano fonti del M5S , Di Maio ce l'ha con Salvini e il centrodestra. Il ministro degli Esteri è convinto che il leghista non possa reggere fino al 2023 la pressione dell'ala di Giancarlo Giorgetti. E che soffra il sorpasso di FdI nei sondaggi. Per questo nel M5S sospettano che Salvini in realtà cercherà un pretesto per il voto anticipato, chiunque vada al Colle. "Stanno convincendo anche Berlusconi" sussurrano. Ma Conte nei colloqui privati ripete che no, non è tempo di urne. Anche perché prima l'ex premier vorrebbe cambiare la legge elettorale, con il proporzionale».

Nel suo consueto retroscena sul Corriere Francesco Verderami sembra non credere fino in fondo a ciò che ufficialmente i leader per ora dicono.

«Formalmente, da ieri l'ostacolo maggiore alla candidatura di Draghi al Quirinale è stato rimosso, perché anche Salvini - dopo Letta e Conte - ha separato l'ipotesi dell'ascesa al Colle del premier dalla prospettiva delle elezioni anticipate: è come se i leader delle tre maggiori forze mettessero in sicurezza la durata della legislatura, garanzia necessaria per tranquillizzare un Parlamento balcanizzato e gestire così il voto segreto senza scossoni. In realtà, come spiega un autorevole ministro, «i partiti dipendono dalla scelta di Draghi e attendono la sua decisione. Se il presidente del Consiglio si convincesse al passo, nessuno avrebbe la forza di opporsi. Nemmeno i franchi tiratori: se lo bocciassero nell'urna, infatti, pensando così di arrivare fino al 2023, provocherebbero le sue dimissioni da palazzo Chigi. E si andrebbe dritti al voto». Più ci si avvicina all'appuntamento del Quirinale, però, più il clima si fa rovente nei due schieramenti. Neppure il tempo di godersi il largo successo alle Amministrative e nel Pd sono tornati allo sport preferito: una disciplina che è un misto di scherma e pugilato, e che la vigilia della Grande Corsa rende ancor più cruenta. A provocare questa rinnovata turbolenza tra i dem è il sospetto che il segretario - forte del suo ruolo e dei risultati ottenuti - miri al voto anticipato dopo il Colle. È un pensierino «andreottiano» che attraversa le correnti e che oggi è maggioritaria nei gruppi, dove viene messo in evidenza come al Nazareno viga ormai «una logica da campagna elettorale permanente». A nulla sono valse finora le parole pronunciate da Letta per dissipare i dubbi e scongiurare il derby interno, siccome la tesi è che il vertice del Pd stia lavorando all'obiettivo delle urne facendo attenzione a non lasciare le impronte digitali: una versione aggiornata della linea proposta da Goffredo Bettini, che in un'intervista al Corriere ha invitato il partito a «riflettere» sulla possibilità di votare Draghi al Quirinale per poi regolare i conti con il centrodestra alle elezioni. L'idea che alimenta il malcontento tra i democrat poggia per ora solo su sensazioni e stati d'animo, sul riflesso pavloviano che si dica una cosa e si pensi a un'altra. Ma certo ha colpito il modo in cui l'altro giorno Conte, che ha in Bettini un grande sponsor, ha spiegato cosa accadrebbe se Draghi andasse al Colle: «Non sarebbe automatico andare poi a votare». Un esponente del governo sostiene che l'ex premier volesse «solo tranquillizzare i grillini». Allora come mai ieri Di Maio ha sentito la necessità di avvisare che «se andassimo alle elezioni fra sei mesi bloccheremmo la crescita e il Pnrr»? E per spiegarsi meglio, il ministro degli Esteri ha aggiunto che «con il gioco del toto-nomine stiamo bruciando i nomi migliori». È chiaro a chi si riferisse. Una cosa simile peraltro Di Maio l'aveva detta già la scorsa settimana, all'indomani del colloquio tra Letta e Conte, quando nel tritacarne mediatico era finito Gentiloni, potenziale candidato al Quirinale inviso (anche) a una parte di M5S. Sarà un caso, ma subito dopo il voto sul ddl Zan il commissario europeo è parso togliersi un sassolino dalle scarpe con una dichiarazione nella quale ha sostenuto che «in Italia il dibattito si focalizza su temi molto importanti come i diritti, mentre sull'economia è come se pensassimo di avere i duecento miliardi del Recovery già in tasca». E sempre sul ddl Zan le parole pronunciate da Prodi in tv - «con il voto segreto si voleva creare l'incidente, e l'incidente c'è stato» - hanno prodotto una tensione nel Pd che ha costretto il Professore a precisare per non essere «strumentalizzato». C'è da scommettere che quel concetto non smentito sarà comunque usato domani come un oggetto contundente contro il Nazareno nella riunione dei senatori dem. Il timore del voto anticipato si annida tra i giallorossi come nel centrodestra, dove l'ipotesi di Berlusconi al Colle ovatta per ora le polemiche ma non le spegne. E se per un giorno Brunetta non pungola il leader della Lega, ci pensa il centrista Napoli a prendere quel ruolo: «Berlusconi e Salvini pensano di rovesciare il tavolo dopo il Quirinale?». La stessa domanda, la stessa ossessione».

PD-IV ANCORA SCINTILLE SUL DDL ZAN

Al termine della sua analisi, Verderami tornava sulla vicenda del Ddl Zan, che ha lasciato strascichi pesanti nel Pd. L'ex premier Romano Prodi aveva sostenuto, da Fazio in tv, il possibile accordo sulla legge “con piccole modifiche”, poi ha dovuto precisare. La cronaca di Avvenire.

«Una cosa è certa: volendo, il ddl Zan poteva essere approvato. Facendo «piccole modifiche, anche verbali, bastava farle ma si è strumentalizzato il tutto. Si voleva creare l'incidente e l'incidente c'è stato». Stavolta il parere è di Romano Prodi, da sempre in piena sintonia con Enrico Letta, ma che ospite domenica sera a 'Che tempo che fa', sembra bacchettare il segretario del Pd, che sul provvedimento non ha voluto prendere in considerazione ipotesi di mediazione, considerate strumentali ad affossare la legge contro l'omotransfobia. «È stata un prova di forza e sotto questo punto di vista la destra ha anche vinto» ripercorre il Professore. Un ragionamento, quello prodiano, che riapre la ferita di un Parlamento risultato incapace, o comunque indifferente, ad aprire una trattativa su un tema delicato come i crimini d'odio. E riaccende gli animi di Italia viva, che aveva prima stoppato il testo del parlamentare del Pd, perché secondo Matteo Renzi non avrebbe trovato i numeri sufficienti in Parlamento, e poi lo aveva rimesso in pista, nel tentativo di raggiungere un compromesso con il centrodestra. Molti i renziani convinti di avere la sponda di Prodi. Il capogruppo al Senato Davide Faraone torna sulla polemica: «Il Pd si è fatto prendere dal populismo sul ddl Zan. Credo che la strategia sia stata fallimentare perché si sono accontentati dello slogan, noi restiamo convinti che la legge serva. Le piazze sono necessarie e fanno bene a chiedere una legge necessaria», spiega. «Ora che anche Romano Prodi ha detto cose ragionevolissime sul ddl Zan, sostenendo che si poteva e si doveva trovare l'accordo e che, invece, si è preferito cercare l'incidente parlamentare, mi auguro che al Nazareno qualcuno rinsavisca», commenta Teresa Bellanova. «Ascoltate Romano Prodi ieri sera da Fazio - incalza Luciano Nobili -. Ha detto meritoriamente la verità sulle scelte folli del Pd e su cosa è andato in scena al Senato. Dopo le sue parole, qualcuno chiederà scusa a Italia viva per l'ennesima campagna di odio contro di noi?». Sorpresa nel quartier generale del segretario dem per le parole di Prodi e sul Nazareno cala il silenzio. Solo Andrea Marcucci, dal Pd, commenta, dopo aver caldeggiato a lungo nei mesi scorsi l'apertura di un dialogo con gli altri partiti. Ma nel pomeriggio di ieri è lo staff di Prodi a rettificare. «Considerato che si continua a strumentalizzare ciò che ieri sera (domenica, ndr) il presidente Romano Prodi ha detto sulla vicenda del ddl Zan, rispondendo a Fabio Fazio», recita una nota dell'ufficio stampa, «si ribadisce che il presidente Prodi ha sostenuto che correzioni eventualmente considerate migliorative erano possibili, ma l'inspiegabile richiesta di non discutere, articolo per articolo, ha affossato il ddl». Insomma, nessuna presa di distanza dalla linea di Letta. «Va però aggiunto, per completezza, che il presidente Prodi, alla puntuale domanda di Fazio, ha risposto che il ddl si sarebbe potuto approvare anche in assenza di correzioni». Piuttosto, incalza da M5s Luigi Di Maio, «non c'era dall'altra parte qualcuno che voleva mediare». Perché, secondo il ministro degli Esteri, «qui c'è gente che ha usato il ddl Zan per contarsi sul Quirinale».

PADOVA IN RIVOLTA PER BOLSONARO

Scontri tra polizia e antagonisti a Padova, dove ha fatto tappa ieri il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, la cui famiglia è originaria del Veneto. Enrico Ferro per Repubblica.

«È finita con le manganellate e gli idranti, le bombe carta, la guerriglia urbana. I centri sociali del Nordest hanno provato a rovinare la festa al presidente del Brasile Jair Bolsonaro. C'era un limite invalicabile sulla strada che conduce alla Basilica di Sant' Antonio, dove era atteso il capo di Stato. Hanno provato a oltrepassarlo ed è partita la carica, con lo schema già visto il 15 ottobre scorso al varco 4 del porto di Trieste. È l'istantanea conclusiva di una giornata senza sfumature. O con lui, o contro di lui. E altrimenti non poteva essere per questo leader politico così divisivo. Negazionista del Covid, contrario allo spirito ambientalista, incline alle posizioni omofobe. La commissione d'inchiesta del Senato in Brasile lo accusa di crimini contro l'umanità per la gestione che ha avuto nell'anno e mezzo di pandemia. E un Comune di 4mila abitanti della provincia di Padova gli conferisce la cittadinanza onoraria in virtù delle sue origini. Vittorio Bolzonaro lasciò Anguillara nel 1888 e si trasferì in Brasile, dove la "z" si addolcì al punto da diventare una "s". Era il bisnonno di Jair Bolsonaro. Eccolo quindi in Veneto, reduce dal G20 a Roma, con la voglia di andare incontro alle sue origini. Pazienza se poi le piazze si riempiono di fan e contestatori, con la polizia in mezzo a tenere separate le fazioni, con le guardie del corpo a petto gonfio mentre lui saluta trionfante la torcida carioca fuori da Villa Arca del Santo. "Mito, mito" e "Lula ladrone, Bolsonaro capitano". C'erano quasi 500 brasiliani ad Anguillara Veneta per provare a contrastare con il calore questa accoglienza glaciale che gli ha riservato Padova. Sindaco del capoluogo assente, Diocesi "imbarazzata", frati di Sant' Antonio tiepidi e forze democratiche indignatissime. Con il parlamentare Alessandro Zan che parla di scempio e accusa il governatore Luca Zaia di tacito assenso. Così fin dalle prime ore del mattino ecco il piccolo paesino di Anguillara si anima con le (uniche) due piazze contrapposte: davanti al municipio i brasiliani che lo acclamano, sotto il campanile le forze del centrosinistra che lo insultano. Quasi un migliaio di persone in tutto, numeri mai visti da queste parti. Il cambio di programma è quasi d'obbligo. Lo staff di Bolsonaro, d'accordo con il prefetto Raffaele Grassi e con il questore Antonio Sbordone, concorda di fare tutto a Villa Arca del Santo: consegna della cittadinanza onoraria e momento d'incontro con tutti i Bolzonaro di Anguillara, una ventina. Poi tutti a pranzo con il menù della cucina veneta. È l'ultimo momento tranquillo prima degli scontri del pomeriggio. Perché nel frattempo, in Prato della Valle a Padova, si radunano circa 300 manifestanti dai centri sociali del Nordest. In prima fila indossano i caschi e reggono scudi di compensato con scritto a caratteri cubitali "Fora Bolsonaro" (fuori Bolsonaro). Puntano alla Basilica del Santo, cercano il contatto con la carovana presidenziale. L'accordo con la Questura è per un sit-in statico ma poco dopo le 17 gli antagonisti iniziano ad avanzare. La falange non si ferma e partono le manganellate. Subito dopo gli idranti. Cartelli stradali sradicati e lanciati contro la polizia, bottiglie di vetro scagliate all'indirizzo degli uomini in divisa. Una ragazza di 19 anni viene fermata e trattenuta in Questura, mentre fuori i compagni danno vita a un corteo di protesta. Oggi Bolsonaro e con il suo staff presidenziale arriva a Pistoia dove ad attenderlo ci sarà il leader leghista Matteo Salvini. E altre contestazioni».

TRIESTE, IL VIRUS FERMA LE PROTESTE

Risale la curva dei contagi da Covid e mentre si studiano nuove misure, a Trieste il Prefetto vieta le manifestazioni, che sono state focolai del virus. Rabbia anche a Milano dei commercianti. Per Libero è la rivolta dei Sì Vax. Attilio Barbieri.

«La maggioranza silenziosa dei Sì vax, finalmente, alza la voce. Mentre il prefetto di Trieste vieta fino a fine anno le manifestazioni in Piazza Unità d'Italia dopo i 93 contagi scoperti tra i manifestanti che bloccarono il porto, il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, in conferenza stampa dà l'altolà ai No Vax («Basta stupidaggini antivacciniste»). E si moltiplicano le petizioni sulla piattaforma Change.org contro il blocco delle città che si ripete da quasi tre mesi a questa parte. I dati lasciano poco spazio alla fantasia. «Nella provincia di Trieste, nell'ultima settimana, si sono verificati 801 nuovi casi di Covid, con un'incidenza di 350 casi per 100mila abitanti», ha spiegato Fedriga, il doppio dei casi rispetto alla settimana precedente, con un aumento esponenziale». Il governatore friulano è stato durissimo in conferenza stampa: «Basta raccontare stupidaggini, basta fare danni alla salute e all'economia di questo territorio. Basta idiozie. In mezzo a una pandemia l'imbecillità non deve trovare spazio», ha affermato sbattendo i pugni sul tavolo nel corso del punto stampa sul coronavirus. «L'appello che faccio, a tutte le persone di buon senso, è quello di iniziare ad alzare la voce anche noi, a farci sentire. Facciamo sentire la nostra voce. La Regione lo farà. Ora sono curioso di vedere le minacce che riceverò, ma ve lo dico», ha concluso, «non ho paura di quattro scemi». Tra le misure allo studio in Friuli Venezia Giulia per bloccare la curva dei contagi ci sono pure sanzioni amministrative molto severe per i promotori di manifestazioni in cui non vengono rispettate le misure anti Covid. Preoccupato è anche il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza: «Siamo vicini alla zona gialla. È un momento molto grave in cui non c'è più rispetto delle regole, ora basta. Chiederò il rispetto delle regole e lo farò anche al limite della legge», ha detto in una conferenza stampa trasmessa anche sui social il primo cittadino triestino dopo il boom di contagi legato alle manifestazioni No pass. A far sentire la loro voce, da Milano, sono i commercianti che hanno lanciato una petizione contro le manifestazioni No vax che ogni sabato paralizzano per molte ore le vie del centro e costringono molti esercizi a chiudere. Solo per i commercianti di corso Buenos Aires e solo negli ultimi tre sabati, ammonta a oltre 10 milioni di euro il calo di fatturato di negozi, bar e ristoranti nelle ore interessate dalle manifestazioni No Green pass che da 15 settimane di fila si ripetono a Milano, causando grandi disagi a tante imprese nelle strade dello shopping nel centro della città. Per questo, Confcommercio ha deciso di lanciare una petizione su Change.org per fermare «cortei ripetitivi che spesso non rispettano le regole» e che provocano grandi danni economici. Una minoranza, qualunque essa sia», conclude la nota di Confcommercio, «non può imporre la propria volontà e tenere sotto scacco una grande città». Sempre ieri e sempre su Change.org, è partita un'altra sottoscrizione, promossa da un gruppo di triestini, intitolata "Appello a Trieste", per riaffermare la fiducia nella scienza e nei vaccini. In serata aveva già raccolto più di 31mila firme. Intanto i dati sulla pandemia confermano l'impennata di contagi- soprattutto fra gli under 20 - e, soprattutto, la risalita dell'indice di positività. I nuovi casi rilevati ieri sono stati 2.818, con 146.725 tamponi. Il tasso di positività che sabato era all'1% è schizzato all'1,9%. Per fortuna, grazie ai vaccini, i decessi sono stati soltanto 20, ma crescono sia le ospedalizzazioni nei reparti ordinari - più 108 ricoveri sia quelle in terapia intensiva, con 33 ingressi nelle ultime 24 ore. Nel giorno in cui secondo la Johns Hopkins University si sono superati i 5 milioni di decessi nel mondo, per il Coronavirus, arrivano notizie poco rassicuranti da molti Paesi. In Russia, dove i morti restano sopra i mille al giorno, Putin ha ordinato all'esercito di realizzare in fretta alcuni ospedali da campo dove ricoverare i malati di Covid. E in Grecia i contagi hanno raggiunto il nuovo record: 5.449 in 24 ore, con 52 decessi».

MYANMAR, L’ESERCITO CONTRO I CIVILI

La pagina dagli esteri si apre con il Myanmar. A Thangtlang, una cittadina dello Stato Chin nell’ovest, sono state incendiate almeno 160 case e due chiese. La Rete interreligiosa della Rivoluzione di Primavera organizza la resistenza ai generali birmani. Gerolamo Fazzini su Avvenire.

«Ci saranno altre Thangtlang, se i civili continueranno a combattere contro i militari». Così ha scritto su Facebook, pochi giorni fa, il portavoce del Partito dell'Unione della Solidarietà e dello Sviluppo (Usdp), cui fanno capo i golpisti che dal primo febbraio scorso hanno preso il potere con la violenza in Myanmar. Benché il post sia stato successivamente rimosso, la minaccia dà l'idea del pesantissimo clima che si respira nel Paese, dopo 9 mesi di durissima repressione da parte dell'esercito, il famigerato Tatmadaw. Thangtlang è una cittadina dello Stato Chin, nell'ovest del Paese, dove, a causa dei bombardamenti aerei e degli attacchi dell'artiglieria, pochi giorni fa sono state incendiate almeno 160 case e due chiese. Anche un ufficio locale di Save the Children è stato bruciato. Molti dei residenti di Thantlang (in precedenza circa 10mila) sono fuggiti dalle loro case e ora non hanno più case in cui tornare. La maggior parte degli abitanti si è rifugiata nei villaggi al confine con l'India, altri hanno attraversato il confine. Quest' ultimo episodio di una lunga catena di violenze contro la popolazione civile è stato citato anche dall'ambasciatore U Kyaw Moe Tun nel suo discorso all'Assemblea generale dell'Onu il 29 ottobre, in cui ha sottolineato i continui crimini contro l'umanità compiuti dal regime birmano. Dal 1 febbraio ad oggi sono state arrestate più di 9mila persone; oltre 1.200 le vittime, di cui almeno il 10% sono state torturate a morte. Prende spunto proprio dall'attacco alla cittadina di Thantlang una dichiarazione molto dura della Rete interreligiosa della Rivoluzione di Primavera (Spring Revolution Interfaith Network), diffusa l'altro ieri. In essa i firmatari condannano senza mezzi termini l'accaduto (nel loro testo si parla di 300 case e chiese incendiate), esprimono la loro più profonda solidarietà nei confronti della popolazione così duramente provata e chiedono alla comunità internazionale e specificamente al Consiglio di sicurezza dell'Onu di «prendere immediate e concrete iniziative per fermare la disumana attività dell'esercito fascista del Myanmar che ha ripetutamente commesso crimini contro l'umanità». I firmatari del documento sono un drappello di personalità che rappresentano le varie religioni diffuse nel Paese, a cominciare dal buddismo (professato da oltre l'80 della popolazione), passando per l'Islam e il Cristianesimo. Portavoce dei cattolici è un prete, don Dominic Than Zin. I membri del gruppo si riuniscono dall'8 agosto scorso - anniversario della rivolta dell'8.8.88 - una volta alla settimana in una zona vicina al confine con la Thailandia: loro obiettivo è mobilitarsi per la fine della dittatura militare, lavorare alla costruzione di una Repubblica federale e realizzare «una nuova società capace di garantire il diritto alla libertà religiosa e alla sua pratica, e dove siano eliminate le discriminazioni contro le persone di diverse etnie». La figura più in vista del gruppo è Ashin Issariya, un monaco buddista noto col soprannome di King Zero, già leader della «Rivoluzione zafferano» affogata nel sangue nel 2007. Costretto a lungo all'esilio in Thailandia, è rientrato pochi anni fa in Myanmar, con un obiettivo: combattere il nazionalismo buddhista militante».

PORTOGALLO, IN CRISI IL GOVERNO DI SINISTRA

In Portogallo il governo del premier socialista António Costa va in crisi sulla legge finanziaria dello Stato. Daniele Mastrogiacomo su Repubblica.

«È bastata una bocciatura sofferta, più di principio che di sostanza, per chiudere un'alleanza che durava dal 2015. La sinistra si suicida in Portogallo con il voto contrario alla Finanziaria del 2022. È la fine della geringonça , il "marchingegno", come viene chiamato il vecchio patto tra i socialisti del premier António Costa, il Bloco de Esquerda e lo storico Partito comunista portoghese, oltre ai Verdi del Pev, che tra tanti compromessi e molte astensioni aveva portato il Paese verso una solida crescita economica e ad essere esempio di stabilità in Europa. Senza la Finanziaria, il governo Costa non può sopravvivere. Le elezioni anticipate sono all'orizzonte. Probabilmente a fine gennaio, inizi di febbraio. Elezioni che nessuno vuole. È il paradosso di questa crisi politica improvvisa e inaspettata. Non le vuole il presidente Marcelo Rebelo de Sousa, oggi arbitro della situazione, per ragioni di immagine internazionale e di opportunità; né la maggioranza dei 9 partiti presenti in Parlamento, per pura convenienza. La sinistra teme altre sconfitte dopo il crollo del settembre scorso quando, con un'astensione record del 46 per cento, i socialisti hanno perso le roccaforti di Coimbra, Funchal e la stessa Lisbona. Il Bloco e i comunisti sono andati peggio: hanno subìto un tracollo. Il centrodestra del Psd (socialdemocratici) vive un momento delicato interno con la leadership di Rui Rio, presidente del partito ed ex sindaco di Porto, contesa dal nuovo astro nascente Paulo Rangel. L'unica a gongolare è la destra radicale e populista di Chega. Vuole sfruttare il nuovo vento che soffia sul Portogallo. Potrebbe accadere anche l'impossibile: ritrovarsi al governo, in una coalizione di centro destra guidata dai liberali di IL e dai socialdemocratici. Un colpaccio. Battuto per una trentina di voti in Parlamento, senza legge Finanziaria, in attesa dei primi 16,6 miliardi da Bruxelles per il Piano di rilancio, Costa non ha potuto far altro che andare a Palazzo Belém per consultarsi col presidente. Rebelo de Sousa, espressione del centrodestra e l'unico a godere di grande popolarità tra i portoghesi, ha appoggiato l'intenzione del premier di non dimettersi ma anche chiarito che senza più una maggioranza in Parlamento è inevitabile andare a elezioni anticipate. Deciderà questa settimana. Ha ricevuto le delegazioni dei partiti, i sindacati, gli industriali. La sinistra e i rappresentanti dei lavoratori ritengono insufficiente l'aumento di 40 euro del salario minimo. La Confindustria ha protestato per non essere stata consultata sul documento, obbligando il primo ministro a "scuse" a posteriori. Ha annunciato di aver interrotto la concertazione con le rappresentanze sindacali. Il presidente non ha nascosto il suo disappunto. Considera le elezioni anticipate un grave errore, soprattutto davanti alla Commissione Europea. Costa le avverte come una sconfitta personale che vive come una "vera frustrazione". Nel documento programmatico c'erano interventi nella Sanità, con il nuovo accordo per i medici che non potranno più dividersi tra pubblico e privato, aumenti nelle pensioni, limiti alle ore di straordinario, asili nido gratuiti. Tutti obiettivi richiesti dalla sinistra che però ha contestato l'impianto della manovra. Troppo piegata ai rigori di Bruxelles. La geringonça non ha retto all'ennesima prova. «Era già morta nel 2019», commentano a sinistra per rintuzzare le accuse di sabotaggio. «Oggi abbiamo solo certificato il suo funerale».

IL MALI COME L’AFGHANISTAN

In Mali i francesi si ritirano e il governo decide di trattare con i jihadisti. Per Domenico Quirico sulla Stampa è l’effetto Afghanistan che arriva nel Sahel africano.

«Caratterizzata dalle medesime connotazioni inconfondibili, non artefatte, irresistibili per sé, ecco scodellata un'altra Doha, un'altra negoziazione finora impossibile con i demoni jihadisti, questa volta in Mali, nel Sahel. Sotterranea, ma non troppo, realizzata nei fatti ma finora negata ufficialmente per non indispettire il padrone francese che predicava guerra a oltranza, ora diventa esplicita, ufficiale: il governo maliano, per bocca del suo ministro del culto Mahamadou Koné, ha investito l'Alto consiglio islamico del Paese della missione di avviare il dialogo con i guerriglieri del «Gruppo di sostegno all'islam e ai musulmani», un arcipelago di implacabili islamisti di cui fanno parte sigle da metter paura, «Al Qaeda del Maghreb islamico», «Ansar dine», «al-Mourabitoune». Mentre i francesi cominciano la ritirata (metà del contingente di 5000 uomini che ha partecipato alla fallimentare operazione «Barkhane» contro i taleban del deserto se ne va) si innescano gli ingranaggi di un meccanismo che può rovesciare la geopolitica di questa parte del micidiale fronte africano della jihad. La resa ai taleban inizia dunque, a migliaia di chilometri di distanza, a produrre effetti a catena. Una sorta di coazione geopolitica a ripetere anche in altre realtà le stesse vicende storiche, che si ripresentano identiche o assai simili, con situazioni fisse, personaggi tipo, copioni che sembrano già formalizzati e predisposti: arrogante presenza straniera, una guerra feroce e senza sbocchi, dirigenti locali corrotti fino al midollo e al servizio degli stranieri, miseria diffusa tra le popolazioni che lambisce la fame, ribelli fanatici e pazienti, guerriglie irrimediabili, sfinimento politico, militare, umano. Al contrario dell'Afghanistan qui gli occidentali, i francesi, sono scavalcati, osservano furibondi. Il Mali sembra sfuggir loro di mano».

TORNA LO SPREAD, QUOTA 132

Torna a volare lo spread Btp-Bund, che arriva a 132 punti base. La bufera sui mercati arriva dopo le vaghe parole di Lagarde sul post piano di acquisti della BCE. Morya Longo sul Sole 24 Ore:

«Allo stato attuale mi aspetto che il programma di acquisti pandemici Pepp termini alla fine di marzo. Cosa la Bce farà successivamente? Questo è un tema su cui discuteremo al prossimo meeting del consiglio, a dicembre». Sono quasi le 15,30 di giovedì 28 ottobre. È in corso la conferenza stampa della Bce. Fino a quel momento è tutto tranquillo: la banca centrale non ha cambiato alcunché nella sua politica monetaria. Ma con queste parole Christine Lagarde getta acqua ghiacciata sul mercato dei titoli di Stato: annuncia infatti che il programma pandemico di acquisti di bond (il cosiddetto Pepp) non verrà prorogato dopo la sua scadenza a marzo 2022 e - soprattutto - comunica che allo stato attuale la Bce non ha deciso come evitare uno "scalone" negli acquisti da aprile in poi. Se la fine del Pepp non è una sorpresa, l'ipotesi dello "scalone" lo è. Così, in quel momento, sul mercato gli investitori colgono un messaggio ben chiaro: pur restando accomodante, tra quattro mesi la Bce potrebbe ridurre la rete di protezione che ha costruito durante il Covid sotto i titoli di Stato. Non è una certezza, sia chiaro, ma il dubbio basta a creare forte turbolenza sul mercato. Il grande riprezzamento A farne le spese sono stati soprattutto i Paesi del Sud Europa (quelli che più hanno beneficiato del programma di acquisti Pepp) e tra questi il più colpito è stato l'Italia. Così in pochi giorni i rendimenti sono tutti saliti: il decennale spagnolo è passato da 0,54% delle ore 15,00 di giovedì 28 a 0,64%, quello portoghese da 0,44% a 0,57% e quello italiano da 1,02% a 1,22%. Lo spread BTp-Bund è così volato da 112 punti base pre-Bce a 132 di ieri sera: massimo da un anno. E ha continuato a salire anche ieri, nonostante il positivo umore dei mercati testimoniato dalle Borse tutte in rialzo (Milano +1,23%). Alcune banche d'affari pensano che lo spread continuerà a salire: secondo Citigroup potrebbe arrivare a 150 punti base. Come detto, il motivo principale è legato al dubbio lasciato in sospeso da Lagarde: cosa farà la Bce dopo marzo 2020? Attualmente l'istituto di Francoforte acquista bond e titoli di Stato europei attraverso due programmi: con il Pepp (il programma pandemico) ne compra ogni mese per 70 miliardi di euro, mentre con l'App (il residuo del "vecchio" quantitative easing) acquista altri 20 miliardi. A marzo, stando così le cose, resterà in vita solo il programma App da 20 miliardi: il mercato è convinto che la Bce in qualche modo compenserà la chiusura del Pepp con qualche cosa di alternativo (la stessa Lagarde ha detto «noi possiamo avere flessibilità massima»), ma dato che a domanda precisa la presidentessa Bce non ha dato neppure una pur vaga rassicurazione, il mercato ha iniziato a preoccuparsi. A questo si aggiungono altre pressioni, che spingono in alto i rendimenti già da qualche tempo. Innanzitutto l'aumento dell'inflazione: Lagarde continua a ritenerla temporanea, ma il mercato teme di no e sta sfidando la Bce su questo. Tanto che da tempo sul mercato aumentano le aspettative di almeno un rialzo dei tassi Bce nel 2022. Inoltre sul mercato dei bond pesa il fatto che varie banche centrali nel mondo hanno avviato, o stanno per avviare, la riduzione degli stimoli: la scorsa settimana l'ha fatto quella del Canada, e domani la Fed Usa dovrebbe annunciare il tanto temuto tapering. Questo pesa sui titoli di Stato di tutto il mondo, soprattutto su quelli di Paesi iper-indebitati come l'Italia. I BTp italiani soffrono più di altri titoli per due motivi. Da un lato perché sono stati grandi beneficiari degli acquisti della Bce. Dall'altro perché, come detto, l'Italia ha un debito molto grande. Infine per un motivo tecnico: perché l'Italia è l'unico Paese del Sud Europa ad avere un contratto future efficiente sui titoli di Stato. Questo va sempre ad amplificare i movimenti dei nostri BTp: quando un investitore vuole coprirsi dal rischio di rialzo dei tassi nel Sud Europa, lo fa infatti spesso vendendo i future. E dato che solo l'Italia ha un future efficiente sui titoli di Stato, viene bersagliata dalle vendite per mancanza di alternative in Spagna o Portogallo. Detto questo, non c'è un "caso Italia". Il Paese avrebbe anzi tutti i motivi per attirare acquisti sui BTp. La crescita economica sta battendo le aspettative. Questo sta riducendo le necessità di emettere titoli di Stato: si stima che nel 2022 ne emetterà 50 miliardi in meno. La spesa per interessi continua a diminuire, e - considerando che la vita media del nostro debito è sui 7 anni - continuerà a calare anche se i tassi di mercato dovessero salire l'anno prossimo. E, ciliegina, S&P e Dbrs hanno appena alzato le prospettive sul nostro rating. Il Paese resta però ostaggio dei mercati per via del suo eccessivo debito: quello che accade oggi deve dunque ricordare che il sostegno della Bce non può essere dato né per scontato né essere considerato a tempo indeterminato. Che sia a marzo o più avanti, prima o poi il Paese dovrà camminare sui mercati con le sue gambe».

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