I conti col passato

Giustizia per gli ex terroristi arrestati in Francia. Cartabia: rieducazione, riconciliazione e riparazione. Sofri: Bravi! E adesso? Speranza salvato. DDL Zan in Senato. Record nei 100 giorni di Biden

Troppi anni sono passati. Troppi sia per lo Stato sia per i terroristi che erano scappati senza affrontare le conseguenze dei delitti commessi e avevano incredibilmente trovato asilo in un Paese europeo confinante come la Francia. Troppi anni a Parigi per i terroristi di sinistra, che hanno goduto di una copertura ideologica alla loro latitanza sfrontata. Troppi per una giustizia, la nostra, che ha perso credibilità ed uguaglianza nel trattamento dei cittadini non riuscendo ad applicare la pena stabilita nelle varie Corti d’Assise, e confermata fino in Cassazione. E tuttavia gli arresti sono un risultato storico, raggiunto anche grazie al lavoro iniziato dall’ex ministro Bonafede e da Conte. Draghi ha certamente ridato all’Italia un ruolo in Europa, ruolo che aveva perso da qualche tempo, e il presidente francese Macron ha avuto il coraggio di rompere con la tradizionale interpretazione della “dottrina Mitterand”. La ministra Cartabia dà garanzie di equilibrio, di clemenza e di garantismo. Mai come in questo caso abbiamo bisogno di affermare la prevalenza del diritto e della giustizia sulla violenza cieca e sui delitti del partito armato. Stamattina nelle due interviste, a Repubblica e al Corriere, Cartabia ricorda tre principi chiave della nostra Costituzione, che danno significato alla pena: rieducazione, riconciliazione e riparazione. Certo, fra le righe dei commenti c’è chi è afflitto dalla fine della latitanza degli ex Br (Sofri scrive irridente: “Bravi! E adesso che ve ne fate?”) e chi, sotto sotto, ancora li considera compagni che sbagliano. Oggi scrive un bel pezzo Benedetta Tobagi, figlia di Walter. A me piace ricordare il titolo di un articolo di fondo del Corriere della Sera, scritto e firmato da suo padre, che forse contribuì a costargli la vita: Non sono samurai invincibili. Era giusto scriverlo allora, quando sembrava che la storia li facesse vincere. È giusto ricordarlo oggi che sono, dopo tanti anni, sconfitti. Oggi che non hanno ancora accettato, e i loro leader di allora ancora oggi apertamente non accettano, di avere sbagliato. Come dice Gemma Calabresi: “Dovrebbe essere il loro turno di restituire un po’ di verità”. La giustizia, non la vendetta, finalmente trionfa.

Gli altri temi di oggi. Fallito il tentativo di sfiduciare il ministro della Salute, in 48 ore la Meloni ha rimediato due delusioni, sul coprifuoco e sulla mozione contro Speranza. Nasce un “centrodestra di governo”. Intanto a sinistra non si naviga in acque migliori, oggi si vedono Letta e Conte da Bettini. Sul fronte pandemia, domani è il giorno del monitoraggio, poi nel prossimo mese si va verso il coprifuoco alle 23. Bella notizia da Bruxelles sui vaccini: la von der Leyen ha chiuso un grande accordo con Pfizer per altri milioni di dosi alla Ue. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina in Italia sono state somministrate 384 mila 096 dosi. È stato “calendarizzato” il DDL Zan sulla omotransfobia, che sarà così discusso in Senato. I Vescovi italiani hanno emesso una nota, in cui auspicano un confronto aperto, visti i tanti dubbi anche a sinistra e fra le femministe. Due le questioni più controverse: l’identità di genere e la libertà di opinione.

Non solo gli autocrati Erdogan e Putin, messi sotto osservazione e incalzati sul genocidio armeno e la detenzione di Navalnyj. Non solo la Cina, ridimensionata nelle sue pretese e contestata sui mancati diritti civili. Non solo l’Europa, in un rinnovato asse atlantico, messa di fronte alle sue responsabilità. I primi cento giorni di Biden sono un successo economico senza precedenti. Battuti i record di Kennedy, Bush padre e Trump. Lo racconta Il Sole 24 Ore. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il Manifesto titola: C’era una volta. Che cosa? La dottrina Mitterrand che proteggeva oltralpe i terroristi condannati in Italia. Ma non è una favola. Sono davvero stati arrestati. Il Corriere della Sera attribuisce il merito al Presidente francese: Terroristi, svolta di Macron. Per Il Giornale: Giustizia è fatta. Il Quotidiano Nazionale sceglie una dizione antica: Terrorismo rosso, l’atto finale. Simile la Repubblica: Anni di piombo, ultimo atto. Per La Stampa: Anni di piombo, la ferita risanata. Il Messaggero: Fine della corsa. Misurato, come al solito, Libero: Arrestati assassini e brigatisti che se la spassavano in Francia. I due quotidiani più anti governativi si occupano di altro, non sia mai che si riconoscano meriti a Draghi e alla Cartabia. Il Fatto: Dossieraggi al Csm: funzionaria indagata. La Verità: Nelle carte nuove violenze. Così è nata la svolta di Grillo. Anche il Domani insiste nelle rivelazioni giudiziarie, ma in questo caso contro l’ex premier: Nell’affare dell’hotel di lusso Conte lavorava col bancarottiere. La notizia economica internazionale da non sottovalutare è sul Sole 24 Ore: Biden, maxi piano di aiuti alle famiglie. E in 100 giorni Wall Street va alle stelle. Mentre Avvenire riporta la presa di posizione dei Vescovi sul DDL Zan: Legge anti-omofobia, ora un vero dialogo.

EX TERRORISTI ARRESTATI, LA FINE DELLA LATITANZA

Partiamo dal punto di vista delle vittime, per 40 anni rese doppiamente vittime dalla mancata giustizia. Mario Calabresi propone in un podcast in rete da stasera, targato Chora media e disponibile gratuitamente su tutte le piattaforme, un eccezionale dialogo con la propria madre Gemma, pubblicato in una doppia paginata di Repubblica.

«Gemma: Molteplici sono i sentimenti. Prima di tutto un chiaro e forte segno di giustizia e anche di democrazia. Certo, avrebbe avuto un altro senso per la nostra famiglia se fosse accaduto una ventina di anni fa. Tuttavia, penso che, da un punto di vista storico, quello che è successo sia veramente fondamentale. Mario: Credo anche io che con questo gesto sia stata finalmente sanata una ferita tra l'Italia e la Francia, una ferita che era aperta da troppo tempo. Anche perché la dottrina Mitterrand non è stata sconfessata da Macron con questi arresti, ma finalmente interpretata correttamente. Perché il presidente francese aveva previsto l'accoglienza e l'asilo in Francia per chi lasciava l'Italia, ma non per chi si era macchiato le mani di sangue. E quindi oggi questo è stato ribadito. Gemma : È per questo che dico che è un segno di democrazia, perché la Francia, che ha ospitato e tutelato degli assassini per troppi anni, oggi finalmente riconosce e accetta le sentenze dei tribunali italiani. Ricordo che durante il processo di revisione a Mestre tuo fratello Paolo mi disse: "Guarda bene Pietrostefani perché da domani non lo vedrai più". Era chiaro a tutti che sarebbe scappato in Francia. Mario: Però hai detto che dentro di te ci sono molteplici sentimenti. Il primo è un senso di giustizia. Cos' altro senti, cos' altro provi? Gemma: Oggi io sono diversa, ho fatto un mio cammino, ma credo che anche loro non siano più gli stessi. E tra l'altro sono anziani e malati. Mario: Cosa significa per te questo? Gemma: Che oggi non mi sento né di gioire né di inveire contro di loro, assolutamente. Mario: Ti aspetti qualcosa adesso? Gemma: Non voglio illudermi ma penso che sarebbe il momento giusto per restituire un po' di verità. Sarebbe importante che a questo punto delle loro vite trovassero finalmente un po' di coraggio per darci quei tasselli mancanti al puzzle. Io ho fatto il mio cammino e li ho perdonati e sono in pace. Adesso sarebbe il loro turno».

Adriano Sofri sulla prima pagina del Foglio chiede retoricamente: “Bravi! E adesso che ve ne fate?”

«Avrei voglia di essere cinico, per adeguarmi. C'è quell'aneddoto famoso sul novembre del 1947, la destituzione del prefetto di Milano Troilo, che era stato un comandante partigiano, e la ribellione della città. Manifestanti e partigiani occuparono la Prefettura, e da lì Giancarlo Pajetta telefonò a Roma. "Compagno Togliatti – disse fieramente - abbiamo occupato la Prefettura!" "Bravo, e adesso che ve ne fate?" Mercoledì mattina un'operazione congiunta di polizie e intelligence francesi e italiane - una retata, in ora antelucana, come da regolamento - ha portato all'arresto di "7 ex terroristi" a Parigi. Bravi! E adesso che ve ne fate? (…) Molti sono stati prescritti, alcuni sono morti di vecchiaia o di malattia, uno si è ucciso poco fa buttandosi giù da una finestra. La sporca decina che oggi fa i titoli di testa è il fondo del barile. A questa constatazione si lega la prossima, la più clamorosa. Nei decenni trascorsi dopo il rifugio in Francia, non uno - se non sbaglio - non uno dei condannati ha commesso un solo reato. Questa era del resto una condizione alla loro accoglienza, ma non è la spiegazione. La spiegazione sta in un radicale passaggio di pensieri, linguaggi, sentimenti e stati d'animo, come avviene dopo ogni guerra, anche le guerre più immaginate. Come avviene "la mattina dopo". Che nessuna e nessuno di quelle centinaia abbia più aperto conti con la giustizia penale è l'inesorabile dimostrazione che le loro azioni appartenevano a una temperie politica, comunque distorta, e non le sarebbero sopravvissute. Di recente un commentatore, uno dei migliori, aveva scritto sul suo quotidiano, col benigno proposito di negare ogni legame fra il "Sessantotto" egli adepti della "lotta armata": "Io non credo che appartengano, neri e rossi, alla storia della politica, se non come sfondo scenografico e come alibi, ma alla storia della criminologia". Non è vero: una vocazione al crimine per il crimine si sarebbe trovata un'intera gamma di alibi per continuare. Al contrario, la cosiddetta "dottrina Mitterrand", che è stata in realtà la pratica di Mitterrand, di Chirac, di Sarkozy, di Hollande e, fino a ieri, di Macron, ha realizzato il fine più ambizioso e solenne che la giustizia persegua: il ripudio sincero della violenza da parte dei suoi autori, e così, con la loro restituzione civile, la sicurezza della comunità. La Francia repubblicana è riuscita dove il carcere fallisce metodicamente».

Implicita risposta, molto efficace, ad Adriano Sofri è nell’ intervista alla ministra Marta Cartabia del Corriere della Sera. Che ricorda che i fini della pena, oltre alla rieducazione, sono la riconciliazione e la riparazione.   

«Cosa è cambiato rispetto al passato? «Questa vicenda si protrae da oltre quattro decenni. Dietro questa svolta c'è un lavoro che ha coinvolto negli anni vari soggetti a più livelli. Sin dal mio primo colloquio col ministro della Giustizia francese ho percepito una chiara sensibilità alla portata storica e politica del problema, un'umana partecipazione al dolore delle vittime e una netta determinazione ad impegnarsi per porvi rimedio. Non so se le origini italiane del ministro Dupond-Moretti, di cui va molto fiero, possano aver giocato un ruolo. Decisivo è stato anche il fatto che, mai come ora, tutte le nostre istituzioni si sono mosse in modo compatto e tempestivo. Una modalità d'azione, a cui ispirarsi sempre». L'Eliseo ha confermato la dottrina Mitterrand, ma ha concesso quello che prima negava. Perché? «Nel colloquio con Dupond-Moretti ho ribadito con fermezza l'importanza del fattore tempo, avendo ben presente il calendario delle imminenti prescrizioni. La prossima sarebbe stata il 10 maggio. E ho voluto anche fare chiarezza una volta per tutte sul duplice equivoco, che per anni ha ostacolato la concessione delle estradizioni: anzitutto stiamo parlando di persone condannate in via definitiva per reati di sangue e non processate per le loro idee politiche; in secondo luogo le condanne sono state pronunciate all'esito di processi celebrati nel pieno rispetto delle garanzie difensive del nostro ordinamento. Come in questi anni più volte è stato ricordato, con le parole di Sandro Pertini, "l'Italia ha sconfitto gli anni di piombo nelle aule di giustizia e non negli stadi"». L'amicizia fra Draghi e Macron ha avuto un ruolo? «So per certo che c'è stata una telefonata, ai miei occhi decisiva, tra il presidente Draghi e il presidente Macron». (...) Che giustizia è quella attuata con tanto ritardo sui fatti contestati? «Nessun ordinamento giuridico può permettersi che una pagina così lacerante della storia nazionale resti nell'ambiguità, e resti irrisolta. La storia offre numerosi esempi di giudizi celebrati e di vicende giudiziarie portati a compimento a molti anni di distanza. La nostra volontà di riproporre la richiesta delle estradizioni non risponde nel modo più assoluto ad una sete di vendetta, che mi è estranea, ma ad un imperioso bisogno di chiarezza, fondamento di ogni reale possibilità di rieducazione, riconciliazione e riparazione, fini ultimi e imprescindibili della pena». Si può ancora parlare di rieducazione della pena a distanza di 40 anni? «Qualunque processo di rieducazione e anche di riconciliazione personale e sociale, specie dopo ferite particolarmente profonde, non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto e da un'assunzione chiara di responsabilità. Non a caso, in Sud Africa, dopo l'Apartheid, è stata costituita una commissione denominata "verità e riconciliazione". Questo è forse il primo rilevante esempio di giustizia riparativa, che tra l'altro ha ispirato un analogo percorso qui in Italia tra protagonisti della lotta armata e i familiari delle vittime».

Benedetta Tobagi è la figlia del grande giornalista Walter, ucciso da Prima Linea, 41 anni fa, per aver scritto sul Corriere della Sera che i terroristi non erano “samurai invincibili”. Stamattina Tobagi insiste su un concetto nel suo commento per Repubblica: la giustizia è necessaria per tutti i cittadini, non si tratta di una vendetta postuma.

«Chi ricorda le macchie di sangue sui marciapiedi e il bollettino quasi quotidiano di ferimenti e omicidi della fine degli anni Settanta, come pure chi è stato colpito direttamente dal terrorismo, nella carne o negli affetti, ha provato sollievo e anche soddisfazione. Ma questo pezzetto di giustizia, pur tardiva, che finalmente si compie è per tutti i cittadini, non solo per le vittime e i sopravvissuti. Medica infatti una ferita che puzzava di arbitrio, discrezionalità, favoritismi, compromessi politici, ipocrisia. L'anomalia non sono gli arresti, ma la persistenza irragionevole della dottrina Mitterrand, il fatto che ci siano voluti tanti anni, e tanti sforzi, per sbloccare la situazione (risale al 2002 l'intesa con la Francia di arrestare i terroristi condannati per fatti di sangue). L'anomalia è il drappello di intellettuali francesi, che - portandosi dietro fette insospettabilmente ampie di opinione pubblica d'Oltralpe - trattano gli ex terroristi di casa nostra come poveri perseguitati politici, travisando in modo vergognoso la nostra storia e il contenuto dei processi, e ostentando di ignorare le ormai abbondanti ricostruzioni storiche. Nonostante il loro beniamino, l'ex terrorista dei Pac, poi scrittore, Cesare Battisti, dopo essere stato arrestato, li avesse già sbugiardati tutti, clamorosamente. (…) Una giustizia che compie il proprio corso è un tassello indispensabile per mantenere, o ricostruire, un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. La certezza della pena tiene fermo il principio che la legge è uguale per tutti, e laddove c'è stato uno strappo violento ci devono essere riconoscimento, sanzione e riparazione. La verità deve essere riconosciuta, insieme alle responsabilità e deve avere le conseguenze previste per legge. L'eventuale misericordia - in forma di attenuanti, arresti domiciliari, benefici di legge e quant'altro - può esercitarsi solo dopo. La storia e il profilo della ministra Cartabia sono un'ulteriore garanzia che questa vicenda così delicata sarà gestita con misura ed equilibrio, senza tracimare (era giusto e sacrosanto l'arresto di Battisti, ma fu vergognosa la passerella mediatica che accompagnò il suo sbarco in Italia). (…) Giustizia non vendetta».

Alessandro Sallusti nell’editoriale del Giornale insiste sull’idea che gli ex terroristi hanno sempre sostenuto di essere perseguitati politici e non hanno mai riconosciuto le loro responsabilità.

«Montanelli, sul Giornale di quel 29 luglio 1988, il giorno dopo gli arresti degli ex Lotta Continua (Sofri, Pietrostefani, Bompressi e Marino, diventati tutti nel frattempo insospettabili borghesi), titolò: «Giustizia per il commissario Calabresi». Non sapeva Montanelli che per chiudere definitivamente il cerchio della giustizia sarebbero dovuti passare altri 33 anni. Già, perché uno degli assassini Giorgio Pietrostefani - dopo la condanna definitiva si rifugiò in Francia, dove raggiunse altri terroristi italiani che si erano dichiarati perseguitati politici godendo della protezione del governo francese in base a una discussa legge emanata dal presidente socialista Mitterrand. Oggi per dieci di loro Pietrostefani compreso la latitanza dorata è finita grazie a uno storico accordo tra il governo italiano e quello francese. Per cui oggi possiamo riprendere anche noi quel «Giustizia è fatta» sperando che sia il titolo definitivo. Già qualcuno parla di «inutile vendetta dello Stato», di «un nonsenso dopo così tanto tempo» essendo passati, nel caso di Pietrostefani, quasi cinquant' anni. Mi limito a ricordare che, senza scandalo alcuno, la giustizia rincorre regolarmente presunti autori di delitti comuni avvenuti trenta e più anni fa, come recentemente è accaduto per il caso di Lidia Macchi, la studentessa uccisa nel Varesotto nel 1987. Ma soprattutto l'indulgenza civile e giuridica può essere applicata a chi, colpevole o innocente che sia, non fugge, a chi si pente. Di certo non agli assassini che per evitare la galera si rifugiano all'estero sostenendo di essere perseguitati politici. Questo Stato è stato semmai fin troppo clemente con chi di loro si arrese a tempo debito; ci mancava solo che rinunciasse a regolare i conti con gli irriducibili che ancora a distanza di anni irridevano, ben accomodati a Parigi, la nostra giustizia e le loro vittime.».

SPERANZA, MELONI E IL CENTRODESTRA DI GOVERNO

Fratelli d’Italia della Meloni di nuovo isolati, la mozione di sfiducia nei confronti di Roberto Speranza non raggiunge neanche i 30 voti in Senato. E finisce per rafforzare lo stesso ministro della Salute. Dopo il compromesso sul coprifuoco nasce il “centrodestra di governo”, che adesso chiede l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia.  Paola Di Caro sul Corriere.    

«Il giorno dopo la spaccatura nel voto sugli ordini del giorno di FdI per abolire il coprifuoco - che ha portato Pd, M5S e Leu a votare contro e Lega e FI ad astenersi dal voto - la maggioranza si ricompatta e respinge le mozioni di sfiducia contro il ministro della Salute, Roberto Speranza, presentate sempre da FdI ma anche da componenti del Gruppo Misto. Non ha funzionato stavolta la «tenaglia» del centrodestra che tanto aveva fatto infuriare il resto della maggioranza, portando martedì all'approvazione da parte del governo di un Odg che impegna a valutare entro maggio la riduzione o l'abolizione del coprifuoco, se i dati lo permetteranno. E questo perché lo stesso centrodestra si è spaccato. Da una parte il partito della Meloni, che sfidava di fatto Salvini - molto critico nei giorni scorsi su Speranza - a passare dalle parole ai fatti. Dall'altra FI, Lega, Cambiamo e Noi per L'Italia che, con una dichiarazione comune a nome del «centrodestra di governo», hanno annunciato il no alla sfiducia ma anche la proposta di una «commissione parlamentare sulla pandemia». Proposta che è stata depositata ieri assieme ad un'altra di Italia Viva per indagare sulla gestione complessiva dell'emergenza Covid».

Amedeo La Mattina per La Stampa intervista proprio lei, Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, irritata dall’idea del centrodestra di governo:

«Meloni aveva proposto un intergruppo parlamentare del centrodestra: «Ci avrebbe consentito di lavorare con maggiore compattezza». E invece Lega e Fi votano contro il suo ordine del giorno contro il coprifuoco. Si aspettava che le dessero una mano? «Quando l'abbiamo presentata è per dare voce ai tantissimi italiani che pensano che Roberto Speranza sia inadeguato. La mozione di sfiducia è uno strumento di cui dispone l'opposizione per parlamentarizzare un dibattito sull'adeguatezza di un ministro. Le scelte che fa la maggioranza ovviamente dipendono da quello a cui sono vincolati i partiti della maggioranza. Scelte che io non voglio giudicare. Però si dice "Speranza rimanga al suo posto ma calendarizziamo la commissione d'inchiesta". Bene, io la richiesta di commissione d'inchiesta l'ho depositata il 16 aprile, a prima firma è mia, figuriamoci se io non sono d'accordo, e sono a disposizione per dare una mano». Per Salvini la commissione d'inchiesta vale più di 10 mozioni di sfiducia. «La cosa curiosa è che si vota per tenere un ministro che si ritiene debba essere processato, perché la commissione questo è, e quindi francamente non capisco. Però non giudico le scelte degli altri». Ma Salvini tiene "famiglia", cioè è in maggioranza, non può tenere bordone all'opposizione. Lei si sente centrodestra d'opposizione? «Io sono Fratelli d'Italia, partito d'opposizione e sto nel centrodestra. Le etichette mi interessano poco. Ognuno ha fatto scelte diverse. Io ho sempre ritenuto e ribadisco che il ruolo di Fdi in questa fase, soprattutto per il centrodestra, può essere importante perché noi, a differenza degli altri che legittimamente hanno scelto di stare al governo, non siamo vincolati a niente. Se ieri si è aperto il dibattito sul coprifuoco è grazie al lavoro che abbiamo fatto noi».

CONTE E LETTA DA BETTINI, FOR EVER DRAGHI?

Confronto oggi fra Enrico Letta e Giuseppe Conte, invitati al confronto da Goffredo Bettini per la sua think tank. È l’occasione per saggiare i rapporti fra i due alleati: Pd e 5 Stelle. Emanuele Buzzi sul Corriere.

«L'alleanza tra Pd e M5S scricchiola già prima di essere ufficialmente varata. La fase di incertezza del Movimento insieme all'urgenza dei dem di dare risposte alle diverse istanze locali stanno mettendo a dura prova il fronte in vista delle Amministrative. Oggi potrebbe esserci già un «momento di confronto» tra Enrico Letta e Giuseppe Conte a margine dell'incontro online «Verso le Agorá» promosso dal think tank di Goffredo Bettini. Da parte dei vertici M5S infatti c'è «molta delusione nel caso il Pd decida di correre da solo a Torino». Il candidato della Mole è - insieme al Campidoglio - una nota dolente dei rapporti trai due partiti. Il Pd ha annunciato l'intenzione di fare le primarie. «I dem lascino perdere l'idea dei gazebo, altrimenti consegnano la città alla destra», dicono fonti qualificate M5S. E rincarano la dose: «Se chiudiamo accordi solo in una città o due, allora tanto vale mettere in discussione anche l'alleanza per le Politiche. Se è un problema allearsi, noi rimarremo ago della bilancia». Parole di fuoco, perché il fronte del Nord targato M5S è a dir poco sul piede di guerra sia nei confronti dei dem sia dei big M5S. Oltre a Torino, anche a Milano e a Bologna - gli altri capoluoghi di Regione interessati dal voto - Pd e M5S sono sul punto di imboccare strade diverse. In Lombardia Beppe Sala ha fatto capire che preferisce andare da solo, il Movimento gli contrapporrà probabilmente o Simona Nocerino o Gianluca Corrado. In Emilia-Romagna, l'alleanza si è arenata sul ruolo di Italia viva, che punta su Isabella Conti. «Possiamo raccontarcela come vogliamo, autonoma e libera, ma è una candidatura di Matteo Renzi», dice Max Bugani. Lo stallo fa crescere i malumori in Parlamento».

Antonio Padellaro, nella sua rubrica sul Fatto, torna sull’intervista di Renato Brunetta di ieri, chiedendosi icasticamente: a Palazzo Chigi, oppure al Quirinale, Draghi for ever?

«"Un governo Draghi anche dopo il 2023? Il punto è che la credibilità di Draghi è un asset. L'Italia di Draghi può fare deficit e debito senza pagarne le conseguenze nel giudizio dei mercati" (Renato Brunetta sul Corriere della Sera). "Draghi oltre la pandemia. Siamo sicuri che un governo tra forze politiche ideologicamente opposte debba essere considerata come un'esperienza unica piuttosto che una nuova normalità?" (Michele Salvati sul Foglio). Lo stesso giorno, e più o meno lo stesso concetto. Draghi forever a Palazzo Chigi. Due indizi che sono per ora una coincidenza? O una mezza prova? A gennaio di quest' anno, quando già molto si parlava di lui a Palazzo Chigi al posto di Giuseppe Conte, non erano in pochi a chiedersi se con la rischiosa cucina di governo (e con le inevitabili mandrakate di Matteo Salvini) il possibile futuro premier avrebbe potuto compromettere, da superfavorito, la corsa al Quirinale del 2022. Mentre altri sostenevamo che, al contrario, Palazzo Chigi sarebbe stato il trampolino ideale per scalare il Colle, e in tempo utile per consegnare le patate bollenti in mani altrui, possibilmente fidate. Brunetta coglie il punto essenziale quando dice di Draghi che "chiunque lo facesse cadere avrebbe la strada sbarrata, perché porterebbe l'Italia al default"; e "invece di avere un Paese potenzialmente leader in Europa avrebbe un Paese fallito". Infatti è un'ipotesi che, allo stato attuale, neppure un Salvini caricato a mojito prenderebbe in considerazione. Anche se la domanda è un'altra: quanto e per quanto tempo conviene a Draghi rivestire il ruolo di "garante" del mostruoso debito italiano, oltre che del Recovery plan e del connesso, accidentato Pnrr? Vero è che il programma del Recovery" è di sei anni e vincola anche il prossimo governo, essendo un contratto" (ancora Brunetta). Ma quando, in autunno, il premier dovrà dare attuazione concreta alle famose riforme di struttura annunciate in Parlamento (Pubblica amministrazione, Giustizia, Fisco e ammortizzatori sociali) - tutta roba tosta, senza contare a che punto sarà il decorso della pandemia - cosa potrebbe accadere? Siamo così sicuri che rinuncerà al certo (il settennato al Quirinale) per una navigazione di governo imprevedibile per definizione?».

DDL ZAN IN CALENDARIO, APRIRE IL CONFRONTO

Dunque la legge sulla omotransfobia, dopo l’approvazione alla Camera, approda al Senato. Qui sulla Versione abbiamo seguito il dibattito sul merito della legge che si è sviluppato, soprattutto a sinistra, e nel mondo delle femministe, di cui ha parlato in quasi completa solitudine nelle ultime settimane Avvenire. Ieri, in contemporanea alla calendarizzazione, i Vescovi italiani hanno emesso una nota in cui auspicano un dialogo aperto e un confronto non pregiudiziale. Sempre da Avvenire Francesco Ognibene.

«E se fosse arrivata finalmente l'ora di un vero confronto? Sembra suggerirlo il convergere - del tutto casuale - ieri della sofferta decisione da parte della commissione Giustizia del Senato di avviare la discussione sul «ddl Zan» e della nota con cui la Chiesa italiana chiede «un dialogo aperto e non pregiudiziale» per sciogliere i «troppi dubbi» sulla legge già approvata alla Camera. Da un lato il segnale dell'avvio di un confronto tra fautori e critici della bozza legislativa; dall'altro l'indicazione di un metodo per chiarire bene i termini di un delicatissimo intervento normativo che se «intende combattere la discriminazione» tuttavia - scrive la Presidenza Cei - «non può e non deve perseguire l'obiettivo con l'intolleranza, mettendo in questione la realtà della differenza tra uomo e donna». Per i vescovi, che ribadiscono «il sostegno a ogni sforzo teso al riconoscimento dell'originalità di ogni essere umano e del primato della sua coscienza», occorre che «un testo così importante cresca con il dialogo e non sia uno strumento che fornisca ambiguità interpretative». Dunque i «dubbi» sul testo licenziato il 4 novembre 2020 da Montecitorio, emersi in queste settimane e «condivisi da persone di diversi orizzonti politici e culturali», come sanno bene i lettori di Avvenire, devono indurre tutti ad aprire ora un confronto «non pregiudiziale», in cui pesi anche «la voce dei cattolici italiani». Al netto degli ormai rituali toni polemici, la rotta - per chi vuole vederla - è assai chiara: meglio accantonare diktat, asserzioni apodittiche e marce forzate, mettere fuorigioco le forme di denigrazione del dissenziente, e aprirsi a un confronto sui - non pochi - nodi irrisolti di una proposta di legge che voci dello stesso campo progressista definiscono «pasticciata».

LA SINISTRA DEVE TORNARE A KEYNES

Giorgio La Malfa e Luigi Zanda intervengono sui compiti del Pd, dopo il discorso con cui Draghi ha accompagnato il varo del Pnrr. Che cosa propone il centro sinistra, e in esso il Pd, come ricetta per la politica economica del nostro Paese? “Recuperare Keynes”, suggeriscono La Malfa e Zanda.   

«La sinistra, il centrosinistra e il Pd in particolare hanno la necessità di offrire una piattaforma di politica economica e sociale che ritorni ad assicurare loro un consenso nei vasti ceti popolari che negli anni più recenti si sono allontanati. Perché è avvenuto questo distacco? Perché l'affermazione dell'idea di un mercato totalmente privo di vincoli e la riduzione del ruolo dello Stato che hanno dominato il mondo negli ultimi 40 anni, hanno reso impossibili quelle politiche di redistribuzione dei redditi che, fino all'avvento di Reagan e di Thatcher, avevano accompagnato il Dopoguerra. Ma il capitalismo sfrenato sperimentato a cavallo del secolo porta con sé diseguaglianze ed esclusione sociale. E se le forze democratiche di sinistra non sono in grado di dare risposte a questi problemi, cedono la rappresentanza del disagio sociale alla estrema destra, come si è visto nella Francia dei Le Pen o negli Stati Uniti di Trump. Questo è oggi il grande tema che non può essere eluso. Le impostazioni del passato che la sinistra è stata costretta ad abbandonare si basavano essenzialmente sulla redistribuzione dei redditi affidata al sistema fiscale e agli istituti della sicurezza sociale. Oggi esse debbono essere sostituite da nuove proposte e da nuovi strumenti. La forza ancora non pienamente utilizzata dalla sinistra democratica è recuperare il pensiero keynesiano, aggiornandolo e collocandolo nel contesto contemporaneo. Non si tratta soltanto del recupero dell'idea dell'intervento dello Stato per sostenere la domanda aggregata e il reddito. Si tratta di recuperare l'idea che è possibile cambiare, attraverso gli investimenti, il rapporto fra beni privati e beni pubblici. E si può pensare di impostare questo cambiamento proprio nel momento in cui la pandemia attacca le nostre società. "Serve un piano - scrisse Keynes in un momento grave e difficile per il suo Paese - che utilizzi un periodo di sacrifici generali non come giustificazione per rinviare riforme desiderabili, ma come opportunità per procedere più oltre di quanto si sia fatto finora in direzione di una riduzione delle diseguaglianze". Se la sinistra democratica saprà inserirsi in questa riflessione e caratterizzare l'azione del governo Draghi in questa direzione, essa avrà posto le basi per un futuro diverso per il nostro Paese».

BIDEN, I PRIMI 100 GIORNI SONO DA RECORD

Il Sole 24 Ore mette in prima pagina un bilancio economico senza precedenti per la presidenza di Joe Biden. Battuti, nel confronto numerico, Kennedy, Bush padre e Trump.

«I primi 100 giorni di Biden a Wall Street sono un successo senza precedenti. Pur portando indietro le lancette del tempo fino al 1950 non si riesce a trovare una performance vicina al +24% messo a segno dall'indice S&P 500 a 100 giorni dalla data di insediamento presidenziale (ieri poco mossa). Solo il risultato di J.F. Kennedy nel 1961 (+18%) può reggere in parte il confronto. Segue il +12,5% di George Bush (padre). Quanto a Trump, il suo +11,4% risulta più che doppiato da Biden che, a conti fatti, si sta rivelando tutt' altro che "sleepy" vista anche la velocità con cui sta procedendo all'approvazione di mega piani di rilancio infrastrutturali e fiscali a favore di famiglie e imprese che potrebbero portare nella migliore delle ipotesi il Pil Usa a crescere dell'8% in questo 2021, come non accadeva dal 1983. Se poi il conteggio parte da novembre, da quando difatti Biden ha vinto le elezioni, il rialzo dell'S&P 500 è ancora più fragoroso: +29%. Va però detto che una grande mano al guinness di Biden la stanno dando le grandi società tecnologiche che continuano a macinare utili e ricavi da record, certificati poi da valutazioni in Borsa mai viste prima. Le prime cinque della classe, le cosiddette Famag (Facebook, Apple, Microsoft, Amazon e Google) valgono messe insieme oltre 8mila miliardi di dollari. In 12 mesi hanno inglobato capitali per oltre 3mila miliardi. Se alle "big five" aggiungiamo anche la sesta in classifica, ovvero Tesla con i suoi 700 miliardi di market cap, il valore della "major" si avvicina ai 9.000 miliardi di dollari, quanto il Pil di Giappone e Germania messi insieme per intenderci. Inizialmente gli investitori temevano un forte aumento della tassazione da parte di Biden nei confronti dei colossi industriali ma a conti fatti, per ora, non è stato così. E questo ha rimesso il turbo alle big».

LE CARTE DI PAPA LUCIANI TORNANO A ROMA

Compie un anno di vita la Fondazione Giovanni Paolo I, istituita da Papa Francesco per tutelare il patrimonio lasciato dal “Papa del sorriso”. Ieri se ne è occupato l’Osservatore Romano, insieme a Le Monde uno dei pochi giornali che escono al pomeriggio, con un articolo di Stefania Falasca, che si è occupata anche della causa di beatificazione di Giovanni Paolo I.

«Un imponente bagaglio personale aveva sempre accompagnato i suoi passaggi nelle diverse sedi episcopali e giunse anche nell’appartamento pontificio, l’indomani della sua elezione al Soglio di Pietro il 26 agosto 1978: le sue carte, quelle dell’Archivio privato di Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo I. Sono le carte di una vita: dal 1929 al 1978. Carte della cui esistenza si venne a conoscenza solo agli inizi del Duemila e della cui prima ricognizione fui incaricata nel 2007 dall’Inquisitio diocesana suppletiva, disposta dal vescovo di Belluno Feltre nell’ambito della causa di canonizzazione del Papa di origini venete. (…) Con la sua morte e la successiva elezione di Giovanni Paolo II (16 ottobre 1978) tutte le carte e i libri di Papa Luciani, compresa l’agenda e il taccuino del pontificato, nei giorni seguenti vennero spedite all’indirizzo del Palazzo patriarcale della Serenissima, dove rimasero fino al 2001 quando vennero versate presso l’Archivio Storico del Patriarcato di Venezia. Sotto l’egida della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I, il primo dicembre 2020, dopo 42 anni, per la quarta volta l’archivio di Luciani ha risalito le acque della laguna. Ora è ritornato a casa. Dove l’attende una nuova vita di studio».

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