I tormenti della Lega

Coda politica del caso Morisi: confronto nella Lega fra governisti e salviniani. Greta attacca i leader sul clima: solo bla, bla, bla. Stangata di luce e gas. Scholz cancelliere? Auguri a Mister B

La Lega di lotta e di governo è entrata in contraddizione con se stessa. È la conseguenza politica del caso giudiziario che ha coinvolto Luca Morisi, il guru della comunicazione social. Matteo Salvini si difende e denuncia di essere al centro di un attacco mediatico “a 5 giorni dal voto”. Ma emerge anche il contrasto con l’ala governista del partito, guidata da Giancarlo Giorgetti. Polemica interna rovente alla vigilia di un voto amministrativo che non si preannuncia proprio un trionfo. Sullo sfondo quella corsa al Quirinale, virtualmente aperta proprio da Giorgetti in favore di una candidatura di Draghi al Colle. Ieri i ministri Garavaglia (Lega) e Brunetta (FI) si sono detti d’accordo con questa ipotesi. Renzi non si è pronunciato: “Troppo presto”, dice.

Intanto i problemi reali del Paese non mancano. Se infatti i contagi della pandemia continuano a scendere, insieme alle relative polemiche sulle misure anti Covid, viene confermato il rincaro delle bollette da venerdì prossimo. Stangata su luce e gas, che non è stata evitata dai 3 miliardi e mezzo messi sul tavolo dal governo e dal taglio dell’Iva. La corsa dei prezzi dell’energia non si ferma e colpisce Cina e Gran Bretagna, con grande preoccupazione dei mercati. Greta a Milano guida la rivolta giovanile contro i leader mondiali che sul clima sarebbero capaci solo di “bla, bla, bla”. Tormenta ancora l’incubo incidenti sul lavoro, al centro proprio lunedì dell’incontro governo sindacati, ieri altre 6 vittime.

Dall’estero segnaliamo il caso del nuovo rettore dell’Università di Kabul, un guerrigliero talebano analfabeta, che vuole escludere ogni donna dagli atenei in Afghanistan. Mentre dalla Germania giungono notizie di una resa dei conti nei Popolari del dopo Merkel. I bavaresi della CSU hanno detto che tocca al socialdemocratico Scholz fare il Cancelliere. Dunque crescono le azioni di un governo “Semaforo”, giallo rosso e verde, con Spd, Liberali e Verdi. Ma che cosa sarà l’Europa del dopo Merkel? Ci vorranno settimane per capire la nuova linea di Berlino.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

La coda politica del caso Morisi alla vigilia del voto tiene banco nei titoli di prima pagina. Il Corriere della Sera lo dice chiaro: Scontro ai vertici della Lega. La Repubblica personalizza: L’ira di Salvini contro tutti. Sfida a Giorgetti. Il Giornale di Minzolini fa la stessa scelta ma attacca i ministri del Governo che vogliono Draghi al Quirinale, fra cui Brunetta: Lega a duello. Un altro argomento è il rincaro energetico. Il Quotidiano Nazionale spiega: Il governo non evita il salasso bollette. Il Mattino di Napoli annuncia: Bollette, stangata luce e gas. Il taglio delle tasse non basta. Libero denuncia: Rapina in bolletta. Il Domani tematizza la riunione di Milano sull’allarme ecologico: Greta e i giovani per il clima rovinano la festa al governo. La Stampa mette in rilievo l’emergenza incidenti: Strage sul lavoro, 6 morti. Landini: punire le aziende. Per il Manifesto è il: Turno di morte. Gasato Il Messaggero per la proposta Draghi-Raggi: Roma guarda a Expo 2030: «Affare da 45 miliardi». Entusiasmo condiviso da Avvenire: Roma si espone. Ottimista anche il Sole 24 Ore nel presentare i conti oggi all’esame del Governo: Il debito pubblico inverte la rotta. La Verità prosegue nella sua battaglia contro il certificato verde: Lo studio pagato da Speranza che demolisce il Green pass. Mentre il Fatto attacca le nuove norme sulla presunzione d’innocenza: Vogliono delinquere e vietarci di scriverlo. Per Travaglio sono tutti colpevoli, soprattutto la ministra Cartabia.  

CASO MORISI: IL TORMENTO LEGHISTA

Da caso giudiziario quello di Luca Morisi, l’ex guru dei social, rischia di diventare caso politico di divisione dentro la Lega. Emanuele Lauria per Repubblica.  

«Ha deciso di moltiplicare gli sforzi, di aumentare il già elevato numero di interviste a margine degli eventi che quel che resta della Bestia lancia in rete: ma soprattutto, Matteo Salvini, ha scelto di uscire dall'impasse del caso Morisi, e dell'affondo interno di Giorgetti, aggrappandosi agli alleati. E in serata, dopo lungo indugiare, ecco il calendario di due iniziative comuni con gli altri leader del centrodestra, Giorgia Meloni e Antonio Tajani: i tre chiuderanno insieme la campagna elettorale - domani e venerdì - rispettivamente a Milano e Roma. Che, per inciso, sono le principali città coinvolte dalle amministrative ma anche quelle in cui, a detta del ministro dello Sviluppo economico (che è anche vicesegretario della Lega), la coalizione non nutre chance di successo. Insomma, sarà un finale di competizione al cardiopalmo, per il leader del Carroccio che si gioca tutto, al culmine di un settembre nero che l'ha visto soccombere dentro il partito sul Green pass e infine barcollare, sul piano dell'immagine, a causa di un'indagine per droga che coinvolge il suo uomo-ombra, l'ex responsabile della comunicazione Luca Morisi. E Salvini ha deciso di giocarlo all'attacco, l'ultimo scampolo di campagna. Difende il suo spin doctor («Quello che gli sta capitando non lo augurerei al mio peggior nemico») ma ribadisce la linea dura nei confronti di coloro che maneggiano stupefacenti: «Chi spaccia droga è un delinquente, chi la usa è un cretino: e la differenza, da codice penale, è evidente». Il capo del Carroccio dice che la Lega è a centro di «un surreale processo politico a 5 giorni dal voto», se la prende con i giornali («Sono dispiaciuto delle schifezze mediatiche che condannano le persone») e non arretra sull'uso disinvolto che la Bestia ha fatto dei social: «Rifarei la citofonata allo spacciatore del Pilastro di Bologna». E poi la sfide a distanza con i 5Stelle che non hanno esitato un attimo a sottolineare la fine ingloriosa della macchina della propaganda salviniana: «Salvini è indulgente con gli amici, molto duro con gli altri», dice Giuseppe Conte. La reazione del senatore milanese è tagliente: «Non mi occupo dei problemi personali di Conte, di Grillo e dei suoi figli». Ma l'imbarazzo più grande, per Salvini, in queste ore è nei riguardi di Giorgetti: nessun commento ufficiale ma il leader della Lega è molto irritato per un attacco che, negli ambienti del Carroccio non lontani dal capo, viene addirittura paragonato allo strappo di Fini nel Pdl. L'idea che molti hanno, nel partito di via Bellerio, è che Giorgetti punti a guidare il cosiddetto partito di Draghi, con posizioni non abbastanza di rottura nei riguardi del Pd e soprattutto con lo sguardo su Palazzo Chigi. Ovviamente non c'è alcuna conferma di queste aspirazioni giorgettiane ma Salvini, pur prendendo atto di alcune successive rettifiche all'intervista del ministro alla Stampa , ieri ha risposto senza troppe premure al collega. Invitando a non tirare per la giacca Draghi e Mattarella per le elezioni del Capo dello Stato (carica per cui Giorgetti ha indicato l'attuale premier) e soprattutto rispondendo in modo brusco sulle amministrative: «Penso che a Roma Michetti abbia la competenza giusta per ripartire dalle periferie, non dai salotti di Calenda». E nella frase "i salotti di Calenda" c'è tutta la distanza di Salvini dal candidato, ex pd, verso il quale Giorgetti ha espresso parole di apprezzamento. Finisce che anche Giorgia Meloni attacchi duramente il ministro leghista: «Se Giorgetti sapesse qualcosa di Roma, saprebbe che Calenda non arriverà mai al ballottaggio, per cui non capisco il senso e poi non mi pare che Calenda sia stato un ministro così capace. Non vorrei - prosegue la presidente di Fdi - che Giorgetti fosse tornato alla vecchia Lega, che augurava a Roma il peggio». Che il fronte caldo sia quello interno alla Lega, però, è confermato dalle nuove tensioni fra Salvini e i governatori del Nord: questi ultimi sono prudenti sulle nuove aperture e sull'aumento delle capienze per sport e spettacolo, il segretario è come sempre più netto: «Apriamo tutto». Fra mille distinguo e smentite, un partito in fibrillazione si avvia alle elezioni di domenica e lunedì che avranno il senso di un redde rationem. Dopo, inevitabilmente, arriverà l'ora del chiarimento».

Sul Corriere della Sera (titolo di apertura Scontro ai vertici della Lega) Francesco Verderami scrive che si è aperto il Congresso della Lega. Ancor prima dei risultati delle amministrative.

«È iniziato il congresso della Lega. Giorgetti lo ha aperto prima ancora che si chiudessero le urne, scommettendo su una sconfitta del disegno salviniano alle Amministrative. Se dopo la tumultuosa avanzata alle Europee il voto dovesse consegnare al Carroccio un risultato sotto la soglia del 10% al Centro e al Sud, tramonterebbe infatti l'obiettivo di una forza a dimensione nazionale. Sarebbe un ritorno alla Lega Nord, il nervo scoperto di Salvini, che va su tutte le furie quando per errore viene citata la vecchia denominazione. Il «ritorno alle origini» che immagina Giorgetti non è però la riproposizione del passato, ma un nuovo partito sul modello della Csu bavarese, staccato dalle logiche sovraniste e ancorato al Ppe. Ecco la sfida, che il «caso Morisi» ha amplificato perché l'inventore della «Bestia» era diventato la quintessenza del progetto salviniano, inviso da tempo a una larga parte del gruppo dirigente storico, che lo additava per un verso di aver cambiato il dna del partito e per l'altro di fomentare l'ostilità verso l'ala governista. La vicenda giudiziaria in queste ore sta alimentando i soliti sospetti nel Carroccio, ma il motivo del duello tra il segretario e il ministro dello Sviluppo economico era e resta politico. Ce n'è la prova nelle ultime lamentazioni di Giorgetti, secondo cui l'impostazione di Salvini era sbagliata: dalle scelte dei candidati per le Amministrative alla battaglia ingaggiata sul green pass, fino all'inopportunità di attaccare in questa fase la titolare del Viminale. Atteggiamento che aveva indotto persino Berlusconi e i suoi amici di una vita a manifestare riservatamente solidarietà alla Lamorgese. L'insieme di queste mosse contravveniva di fatto all'accordo interno raggiunto dai due dopo l'ingresso nel gabinetto Draghi: quello cioè di procedere verso nuovi lidi a livello europeo in vista della scalata a Palazzo Chigi. Così si è arrivati al punto di non ritorno. E il «no» di Giorgetti a Berlusconi per il Quirinale è parte del disegno, perché mira a far saltare la federazione di centrodestra a cui aspira Salvini, indicando invece a un pezzo di Forza Italia la strada per un'aggregazione dell'area moderata insieme ai centristi, a Renzi e a Calenda, citato non a caso per la corsa al Campidoglio. In questo scontro tutto interno al Carroccio giocano un ruolo anche i potenti presidenti di Regione, che nei giorni del braccio di ferro sul green pass avevano sottolineato come la linea della Lega fosse «la linea dei governatori». Il voto delle Amministrative sarà uno spartiacque e Salvini già si prepara a resistere sostenendo che i candidati del centrodestra «andranno tutti al ballottaggio». La chiusura della campagna elettorale insieme a Meloni e Tajani a Milano e Roma è un modo per blindarsi e per blindare la coalizione. Gli alleati del segretario leghista attaccano Giorgetti per aver rotto il patto di lealtà a pochi giorni dal voto: «Chi si fiderà più di uno come lui?». È chiaro che il ministro non può più tornare indietro: peraltro la citazione di Bossi nell'intervista alla Stampa è l'affondo più duro verso Salvini, siccome evoca la capacità politica del Senatùr di sapersi muovere nel Palazzo nonostante avesse meno consensi nel Paese. Il congresso della Lega è cominciato. E stavolta Salvini potrebbe avere come alleati anche i suoi rivali. Perché la mossa di Giorgetti, se riuscisse, cambierebbe la geografia politica nazionale, rianimerebbe lo spazio centrista che oggi è deserto, e minaccerebbe il disegno di Pd e Conte. Coincidenza vuole che il capo del Carroccio e pezzi autorevoli della dirigenza dem usino gli stessi termini per esorcizzare l'eventualità: «È roba da salotti». Salvini si limita a citare «il salotto di Calenda», i democratici si spingono a parlare di «salotti istituzionali». Così membri della segreteria dem iniziano a teorizzare che per far terra bruciata «forse sarebbe meglio votare Draghi al Colle e andare subito alle urne». E quel 60% di peones che non tornerebbe più in Parlamento, chi lo avvisa?».

Giuliano Ferrara sulla prima pagina del Foglio legge la vicenda di Matteo Salvini  come “decadenza di un bullo”. Un leader che si è illuso di poter conciliare draghismo e trucismo.

«Non si pente. Tipico atteggiamento di chi affronta con incoscienza una decadenza strategica, peggio di qualsiasi parabola declinante. Salvini non si pente di aver aizzato la Bestia contro gli avversari. Non si pente dei rapporti spuri con Putin o delle scemenze dette sull'ordine in Corea del nord. Non si pente dei rosari portachiave fornitigli dal senatore Pillon, un leghista che levati. Non si pente delle felpe law and order che hanno fatto ridere mezza Italia. Non si pente delle conseguenze dell'odio, che come insegna la sparatoria sui negher a Macerata, possono essere persino peggiori delle conseguenze dell'amore, per non dire del chemsex. Non si pente del Papeete, il gesto politico di un perfetto ubriaco da spiaggia. Non si pente della citofonata alla caccia dello spacciatore di quartiere, che gli è costata una delle sue più brucianti sconfitte a Bologna. Non si pente del suo cerchio magico, fatto di personalità pochissimo raccomandabili. Non si pente del bastaeuro. Non si pente del novaxismo allucinato dei suoi, amplificato dalle sue dichiarazioni per fortuna comune ineffettuali. Non si pente di aver suggerito che la Cdu- Csu avrebbe dovuto allearsi con i mezzi nazi dell'afd, sai che successone sarebbe stato. Non si pente degli eccessi banalmente cinici nella difesa dei torturatori di un tossico di strada e del personale aguzzino di un carcere meridionale. Non si pente delle circolari per tenere prigionieri i naufraghi sui barconi della Guardia costiera o delle ong. Non si pente del suo ridicolo, goffo trumpismo della bassa. Non si pente della Nutella, della pizza & fichi, dell'uso sconsiderato del suo ruolo di babbo, dei braccialetti e dei torsi nudi, tutte manifestazioni di conformismo travestito da scorrettezza politica. Che non si penta dell'amicizia sordida con Luca Morisi è il meno, le fragilità esistenziali sono sacre, è forse il suo atto più comprensibile, ma il resto? Come può uno che si picca di rivestire un ruolo pubblico e politico eminente non capire che la Trasfigurazione draghiana avrebbe dovuto comportare il costo di un riesame? La decadenza del senatore Salvini è entrata nel culo di sacco della cecità demenziale che gli dèi procurano a coloro che vogliono perdere. Aveva portato voti e chiasso di successo a un sistema di potere e di governo radicato nell'Italia più ricca e potente. Faceva il garibaldino all'incontrario con il titolo di Capitano, spadroneggiava nel centrodestra, cercando sistematicamente l'umiliazione degli alleati, aveva trasformato in nemici tutti coloro che gli sbarravano il passo ai quali attribuiva la corrosione di una critica ingiusta. Aveva invaso quella fogna a cielo chiuso che sono le tv, prima di tutto la Rai ma non solo, determinando uno stile politico fatto di volgarità e di consapevole culto dell'ignoranza, a parte la decisione di portare gli occhiali da combattimento. Si era scatenato contro i radical chic, i ricchi e viziati signori della sinistra da abbattere. Giocava scopertamente il ruolo del bullo delle periferie, menava le parole come un qualunque guappo mena le mani. E ha ritenuto che tutto questo, in successione e in simultanea, fosse compatibile con la partecipazione a un governo di emergenza nazionale presieduto da un tipo tosto e deciso come Mario Draghi, sollecitato e tutelato da Mattarella e dall'Europa intera. Pensava di potere condurre la danza a suo piacimento, e il bello è che a tratti sembrava perfino riuscirci per insipienza degli avversari, sempre con quell'effimero megafono che se ne fotteva delle fragilità esistenziali altrui. Ora ce l'hanno con Giorgetti che è sleale, con i governatori che non lo seguono nelle sue mattane sempre più estreme, dopate, con la rete dei piccoli e medi imprenditori che secoli di bossismo avevano saldamente ancorato, giù dalle valli verso quel fenomeno popolare nordista che era la Lega, a un'idea di Italia assurda ma che funzionava. Gli atti di pentimento e di contrizione servono appena a chi li compie, e spesso, non sempre, sono encomiabili condizioni di coscienza. Ma il riesame di una politica e di una immagine, anche a prescindere dalla comica, grottesca serie di incidenti che ha innescato la decadenza strategica di un leader capace di ballare una sola estate, è uno di quei requisiti della buona politica che solo un cattivo politico non conosce e non vuole riconoscere».

BOLLETTE: LA STANGATA ARRIVA

Nonostante i 3 miliardi e mezzo stanziati dal Governo e il taglio dell’Iva, da venerdì piovono sulle famiglie italiane i rincari delle bollette di luce e gas. Elena Comelli per il Quotidiano Nazionale.

«La stangata tanto attesa è arrivata. Dal venerdì prossimo, 1° ottobre, entrano in vigore aumenti record per le bollette dell'energia, nonostante l'intervento del governo per «sterilizzare» una parte dei rincari: le tariffe per la famiglia tipo nel mercato regolato aumenteranno del 29,8% sull'elettricità e del 14,4% sul gas. «La straordinaria dinamica dei prezzi delle materie prime verso i massimi storici e le alte quotazioni dei permessi di emissione di CO2 avrebbero portato a un aumento superiore al 45% per la bolletta dell'elettricità e di oltre il 30% per quella del gas», spiega l'Autorità per l'energia, Arera, che ha potuto correggere la dinamica al rialzo dei prezzi soltanto grazie al decreto di urgenza del governo che ha stanziato oltre 3 miliardi per un intervento straordinario. Ma di quanto sarà la maggiore spesa per famiglie e piccole imprese? Partiamo dalla fornitura di energia elettrica: nel 2021 la spesa annuale per la famiglia-tipo sarà di circa 631 euro, con un aumento del 30% rispetto all'anno precedente (circa 145 euro in più). Passiamo alla bolletta del gas: la spesa complessiva nel 2021 sarà di circa 1.130 euro, con una variazione del +15% circa rispetto al 2020 (con un aumento di circa 155 euro). Nei confronti con il 2020, sottolinea l'Authority, «si deve però tener conto dei prezzi particolarmente bassi riscontrati nel periodo della pandemia». Per l'elettricità la spesa annua del 2021 è di poco superiore (+13%) a quella pre-Covid del 2019, mentre per il gas si è sostanzialmente tornati ai livelli del 2019. Quanto ha influito e su quali categorie l'intervento del decreto del governo Draghi, approvato giovedì scorso, nel tentativo di congelare una parte degli aumenti? Dei 3 miliardi stanziati, circa 2,5 miliardi sono stati destinati all'azzeramento degli oneri generali di sistema per il prossimo trimestre e 500 milioni circa al potenziamento dei bonus. A questo si è aggiunta una riduzione al 5% dell'Iva per le bollette gas. «L'intervento del governo, cui abbiamo fornito il necessario supporto tecnico, ammorbidisce gli effetti in una fase delicata della ripresa per proteggere i consumatori più fragili», spiega il presidente dell'Arera Stefano Besseghini, che torna a ribadire la necessità di lavorare per «sfruttare tutte le opportunità per una riduzione strutturale dei costi energetici». È infatti la seconda volta in tre mesi (lo aveva già fatto a luglio con un intervento da 1,2 miliardi) che il governo è costretto ad attivarsi per mitigare gli incrementi in bolletta legati ai rincari dei prezzi dell'energia. Chiedono interventi strutturali anche i consumatori, che giudicano insufficienti le misure del governo. «Le misure varate dal Governo per il prossimo trimestre non bastano, perché avranno effetti solo a tempo determinato: servono interventi strutturali per contenere la crescita delle bollette energetiche e ridefinire i criteri di calcolo delle tariffe, partendo dall'abolizione del canone Rai dalle bollette elettriche», sostiene Carlo Rienzi del Codacons. Dall'andamento del mercato dell'energia e delle materie prime, tutto fa pensare che il governo potrebbe essere costretto a intervenire con un altro stanziamento straordinario anche sotto Natale: i prezzi del gas sono cresciuti di oltre l'80% nel terzo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti e l'Italia è estremamente dipendente dal gas, perché lo brucia anche per produrre metà della sua energia elettrica. Lo fa capire senza tanti giri di parole la stessa Authority: «La rilevanza e straordinarietà degli interventi decisi dal governo per far fronte a una situazione di prezzi senza precedenti impongono comunque l'individuazione di interventi strutturali, già allo studio», per «fronteggiare i cambiamenti in corso nei mercati dell'energia che, almeno in parte, potrebbero essere non transitori».

Morya Longo sul Sole 24 Ore analizza la preoccupazione dei mercati internazionali che ieri hanno registrati perdite notevoli: il rincaro delle materie prime rallenta l’industria cinese e paralizza la Gran Bretagna.  

«E se quella storia che banche centrali e mercati si raccontano da mesi (cioè che il balzo dell'inflazione è solo temporaneo) fosse solo una favola? E se il boom economico post-Covid fosse già vicino al capolinea, soffocato dal rincaro di tutte le materie prime e soprattutto dalla loro carenza? E se il futuro non fosse idilliaco come lo si era immaginato, ma avesse in serbo uno scenario più simile a quello della stagflazione che a quello del boom economico? Come in un brusco risveglio, ieri (e non solo ieri) sui mercati tanti hanno iniziato a porsi queste domande: di fronte al prezzo del petrolio che ha sfondato gli 80 dollari al barile, di fronte agli ennesimi record di tutte le materie prime (non solo energetiche), di fronte ai problemi in Cina e alle code ai benzinai in Gran Bretagna, i mercati hanno avuto una sorta di brusco risveglio. Un brivido sulla schiena, sintetizzato nei numeri che arrivano da Borse e bond: Milano -2,14%, Parigi -2,17%, Francoforte -2,09% e indice Eurostoxx -2,56%. Nasdaq e Wall Street sulla stessa lunghezza d'onda. Il tutto mentre i rendimenti dei titoli di Stato salgono a passo veloce, soprattutto negli Stati Uniti dove i decennali sono tornati ai massimi da giugno all'1,53%. I dubbi del mercato: per capire i motivi di questo scossone, bisogna fare un passo indietro nel tempo. Il rally delle Borse e dei titoli di Stato nell'ultimo anno e mezzo è stato sostenuto da almeno tre elementi. Uno: le politiche monetarie ultra-espansive di tutte le banche centrali, che - si è sempre pensato - sarebbero rimaste tali a lungo per favorire la sostenibilità dei debiti pubblici e privati cresciuti a dismisura durante il Covid. Due: le politiche fiscali per la prima volta diventate ultra-espansive in tutto il mondo, anche nell'austera Europa. Tre: l'inflazione bassa, con un balzo solo temporaneo in questi mesi, che avrebbe consentito alle banche centrali di restare ultra-accomodanti a lungo. Questi tre elementi non sono certo venuti meno, sia chiaro. Ma ora la realtà sembra metterli quantomeno in dubbio. La scarsità di materie prime e i rincari nei prezzi sembrano più strutturali e duraturi di quanto la retorica delle banche centrali non abbia lasciato intendere. Se fosse davvero così, ci potrebbero essere due conseguenze potenzialmente negative: da un lato questo potrebbe ostacolare la forte crescita economica e dall'altro potrebbe far salire i prezzi alla produzione e dunque l'inflazione in maniera più che temporanea. Mettendo le banche centrali con le spalle al muro. Ieri sera anche il presidente Fed, Jerome Powell, ha ammesso che l'inflazione sembra più persistente del previsto. Le preoccupazioni sono rinvigorite dai dati economici che continuano ad arrivare, che testimoniano quanto Cina e Stati Uniti stiano rallentando la corsa economica. Come se non bastasse, le banche centrali (soprattutto la Fed) stanno per tagliare gli stimoli monetari, proprio in un momento così delicato. E per i mercati questo è un mix non indifferente: «L'idea che la riduzione degli stimoli sia prezzata sui mercati è una favola», sentenzia per esempio Matt King, global market strategist di Citigroup. Le reazioni di Borse e bond. A muoversi in maniera netta, di fronte a questo scenario, sono stati in primo luogo i rendimenti dei titoli di Stato. Soprattutto negli Stati Uniti. Dal 23 settembre, cioè dal giorno dopo la riunione in cui la Fed ha annunciato l'imminente riduzione degli stimoli, il rendimento dei titoli di Stato decennali è salito di oltre 20 punti base: dall'1,28% all'1,53% di ieri sera. Livello massimo da giugno. Meno pronunciato il rialzo per i titoli a 2 anni, da 0,20% a 0,30% nello steso arco di tempo. Si tratta comunque del massimo da aprile 2020. Idem in Europa: i tassi dei Bund tedeschi decennali sono saliti in un solo giorno (ieri) da -0,22% a -0,19%. Quelli dei BTp decennali da 0,78% a 0,85%. E lo spread è balzato di nuovo a 105 punti base. Questi numeri dimostrano che allo stato attuale il mercato è preoccupato più per l'inflazione che per la crescita. Ancora non guarda infatti al pericolo di frenata economica, perché questo porterebbe a un appiattimento delle curve dei rendimenti. Ma tanto basta a far cadere le Borse. Tassi più alti mettono infatti in fibrillazione innazitutto gli super-valutati titoli tecnologici, che infatti hanno perso il 4,79% in Europa e hanno trascinato il Nasdaq in un calo superiore al 2%. Ma i ribassi sono stati generalizzati. Come i dubbi e l'incertezza».

Fausto Carioti su Libero semplifica “politicamente” l’analisi economica: i rincari di luce e gas sono la conseguenza delle misure anti Co2 varate dall’Europa. Se stai con Greta, sostiene, paghi il conto.

«La scelta è questa: o si dà ragione alla piccola Cassandra svedese e ai suoi amici ecoisterici, o si promette di combattere gli aumenti in bolletta, come quelli che scatteranno domani: +30% l'elettricità, + 14% il gas. L'una e l'altra cosa, insieme, non sono possibili. Non si può dire che Greta e i suoi discepoli rappresentano la meglio gioventù e allo stesso tempo promettere che il prezzo per far bollire l'acqua della pasta o fabbricare una piastrella di ceramica non aumenterà e non si perderanno posti di lavoro. Le due frasi si contraddicono, e chi le rifila agli elettori in un unico pacchetto, come fanno più o meno tutti, o non sa di cosa parla o ci sta prendendo in giro. Ieri, tra i tanti, ha lisciato i pelo ai gretini il sindaco di Milano, Beppe Sala, il quale li ha benedetti dicendo che «i giovani giustamente protestano e si lamentano, vogliono un mondo diverso». Sono le stesse cose che dirà agli industriali quando gli spiegheranno che i costi di produzione sono diventati insostenibili? L'altro giorno era stata la volta di tutti i candidati a sindaco di Torino, incluso quello del centrodestra, Paolo Damilano, che si è impegnato a «coinvolgere attivamente» nell'amministrazione della città gli emuli nostrali della Thunberg. A dimostrazione di quanto sia contagiosa l'idiozia climatica. Pure Roberto Cingolani, che è uomo di scienza e di solito non si fa problemi a denunciare gli «ambientalisti oltranzisti ideologici», ha paura di inimicarsi la divetta. Greta & Friends ripetono dinanzi a lui il loro sermone e lui prova a cavarsela dicendo - parole sue - «le stesse cose» dei piccoli menagramo, però «in modo diverso». Ma scusi, ministro, non era lei quello favorevole ad aprire le porte al nucleare di prossima generazione e ad estrarre il metano dai giacimenti sotto le acque italiane? Ne ha parlato con i piccoli indemoniati? Se non sono loro gli oltranzisti ideologici, chi lo è? Perché è proprio la crociata condotta contro i gas serra in nome della lotta al riscaldamento globale che sta mandando in orbita i prezzi dell'energia. La scelta europea di supertassare i fossili alza il costo del gas e di tutti gli altri combustibili, incluso il petrolio, e spinge chi può ad usare maggiormente le centrali a carbone, un po' più economico, ma assai più inquinante. Al resto provvede la corsa alle materie prime innescata dalla ripresa. Questo succede in tutta Europa, ma in Italia è peggio, perché gli altri hanno l'elettricità prodotta dalle proprie centrali atomiche e noi no. Noi abbiamo quella che ci vendono francesi, svizzeri e sloveni, generata nei reattori nucleari costruiti al di là delle Alpi e venduta a noialtri gonzi a carissimo prezzo».

A MILANO GRETA ATTACCA IL BLA BLA BLA DEI POLITICI

A proposito di Greta, ieri la giovane attivista era alla prima giornata dell’incontro milanese in preparazione al Pre-Cop e alla Cop26 di Glasgow che si svolgerà fra un mese. La cronaca di Giacomo Talignani su Repubblica.   

«Troppi «bla bla bla» e pochi fatti. Lacrime di dolore per il clima che uccide e scontri generazionali fra mondi in cerca di futuro. Inizia con speranza e tradimento il primo grande evento mondiale post pandemia, la Youth4Climate che a Milano ha dato il via alla tre giorni che porterà al Pre-Cop26, vertice che fa da traino alla Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite (Cop26) di Glasgow a novembre. C'è la fiducia dei 400 coloratissimi giovani accorsi da 200 Paesi per confrontarsi su come affrontare la sfida climatica, ma c'è anche la sfiducia in quei leader internazionali che finora - come ha detto Greta Thunberg dal palco - parlano senza agire, senza abbandonare da subito le fonti fossili o tagliare le emissioni. Ecco perché quando Greta arriva al MiCo, blindatissimo e con tamponi obbligatori, si dice stanca delle chiacchiere, di «30 anni di discorsi vuoti della politica» che promette e non agisce, che tradisce i sogni dei ragazzi «annegati nelle promesse vuote». Ha paura che anche questo summit - organizzato affinché i giovani producano contenuti da condividere il 30 settembre con i ministri internazionali della Pre-Cop26 - sia ancora una volta un gorgo di parole, un vortice privo di azioni concrete. Lo dirà anche al ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani: prima in un breve incontro privato e poi davanti alla platea. Il ministro ammette gli errori della sua generazione e di chi ha contribuito alla crisi ma ricorda ai giovani che «protestare è utile però oltre a quello bisogna trovare soluzioni». Il suo messaggio è limpido: va bene scioperare, ma «fate che le vostre idee si trasformino in soluzioni per salvare il Pianeta» dice invitando i ragazzi a suggerire ai «grandi» sistemi e investimenti per assicurare a tutti energia verde. Ma per Greta ogni parola uscita dalla bocca di un politico sembra ormai vuota, «basta usare termini come green economy o emissioni zero al 2050», basta con i «bla bla» ruggisce ancora. Per l'attivista 18enne il tempo della politica è scaduto: la Cop26 è l'ultima speranza. Così, dopo un pisolino per recuperare le energie, anche lei partecipa a uno dei quattro forum organizzati dai ragazzi per cercare quelle soluzioni alla crisi climatica che oggi esporranno a diversi ministri internazionali, dall'Oman alla Svezia, Luigi Di Maio e Patrizio Bianchi. Magari per rafforzare quel punto di intesa fra le due generazioni che già c'è: l'idea di trovare soluzioni differenti a seconda dei luoghi e delle situazioni su cui impatta il surriscaldamento. Lo ha detto anche Cingolani: «Non esiste una soluzione unica a questa crisi». Per questo ognuno degli under 30 presenti al MiCo, in rappresentanza del proprio Paese, avrà la facoltà di esporre le sue idee, i problemi del suo popolo, come quelli che già oggi pagano il conto di alluvioni, siccità e fenomeni meteo devastanti. Come Selina Leem che viene dalle Isole Marshall e sei anni fa, durante l'Accordo di Parigi, parlò davanti al Pianeta definendo l'incontro francese «un punto di svolta», ma ora si ritrova di nuovo qui ad alzare la voce perché nulla è cambiato. O come Kim Allen, con indosso fiero il suo copricapo colorato, che espone i problemi della Papua Nuova Guinea e di un Pacifico in sofferenza. Oppure Ahmed Badr, rifugiato di guerra in Iraq che ora rischia in futuro di diventare anche un rifugiato climatico. Per tutti «non si può più rimandare», è la scienza a dircelo: le emissioni di carbonio potrebbero aumentare del 16% entro il 2030 e sempre più bambini, sostiene un report Save The Children, ne pagheranno le conseguenze in termini di salute. In realtà sta già accadendo ora, come raccontano le lacrime di Vanessa Nakate. Ugandese, 24anni, l'attivista africana fondatrice del movimento Rise Up prende la parola dopo il sindaco di Milano Beppe Sala, Patricia Espinosa dell'Unfccc e Alok Sharma, presidente della Cop26. Quando sale sul palco trema, Greta non le stacca gli occhi di dosso: quasi fosse un passaggio di testimone convinta che Vanessa che ha sperimentato sulla propria pelle la velocità e devastazione del cambiamento climatico - sia oggi la persona più adatta a guidare la battaglia climatica dei giovani. «Ho visto i corpi» dice Nakate parlando delle vittime delle alluvioni e raccontando il "loss and damage", le perdite e i danni che porta la crisi climatica. Racconta di come l'Africa sta cambiando velocemente: «Ma non è ironico? L'Africa è la più bassa per emissioni eppure paga pesantemente la crisi». Cita la fame in Madagascar, le temperature bollenti in Algeria. «Chi pagherà per le persone che muoiono, che scappano, per le specie che scompaiono? Per quanto tempo ancora sarà così?», grida prima di scoppiare in un pianto. Tutti e quattrocento i giovani si alzano in piedi: applausi al posto di parole in attesa di fatti che cambino il mondo».

Il Fatto spiega che ci sarà anche l’Eco Social Forum, che raduna i movimenti dal basso e si propone di essere “spina nel fianco” alla Cop26 dei grandi della terra.

«A Milano ieri non è partito solo il percorso verso la Cop26 di Glasgow, la 26esima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: com' era abitudine dei Social Forum vent' anni fa, sono iniziati anche gli incontri di associazioni e movimenti che propongono "dal basso" una loro strategia contro il climate change alternativa a quella ufficiale. La principale piattaforma di contestazione si chiama Climate Open Platform e riunisce un'ampia varietà di gruppi: dalle organizzazioni studentesche ai sindacati ai comitati locali, oltre a numerose associazioni ambientaliste. Ci sono ovviamente i Fridays for Future, il Wwf e Greenpeace, ma anche Mani Tese, Arci e Cgil, fra gli altri. L'obiettivo dichiarato è "essere una spina nel fianco dei potenti della terra e dei governi del mondo che si riuscono a Milano", per sottolineare che bisogna mettere insieme giustizia climatica e giustizia sociale. Secondo gli attivisti della piattaforma le istituzioni sono invece "succubi delle logiche di profitto di un sistema che sfrutta i territori e chi li abita". È questo l'Eco Social Forum, una tre giorni di iniziative auto-organizzate per tutta Milano per discutere come affrontare la crisi climatica coinvolgendo i cittadini e affermando allo stesso tempo la necessità di un approccio radicale. Martina Comparelli, portavoce dei Fridays for Future Italia, ha descritto così l'iniziativa al Fatto: "L'obiettivo è quello di obbligare ad agire i ministri e i capi di governo: l'ipocrisia di chi proclama la transizione ecologica e poi agisce per accelerare il collasso climatico non è più sostenibile. A Mario Draghi, Boris Johnson, al ministro Cingolani e agli altri che si ritrovano al Mico di Milano a fare greenwashing e youthwashing diciamo: il vostro tempo è scaduto". L'altra piattaforma "dal basso" è quella di Climate Justice Platform. Questa rete, più spiccatamente anticapitalista, organizzerà da giovedì a domenica un "campeggio climatico" con associazioni come Extinction Rebellion, i No Tav e alcuni centri sociali. Entrambe le realtà alternative alla transizione dei governi e delle imprese si incontreranno in due grandi marce: quella degli studenti dopodomani e la global march sabato».

L’INCUBO INCIDENTI SUL LAVORO

Ancora morti sul lavoro, proprio nella giornata seguente al vertice Governo-sindacati sul tema. La cronaca del Corriere della Sera a cura di Cesare Giuzzi.

«Sei morti sul lavoro in un giorno, dalla prima mattina alle otto di sera. L'ultimo è un imprenditore agricolo di 54 anni falciato dalle lame di una trebbiatrice a Pontasserchio, nel Pisano: c'è voluto l'intervento dei vigili del fuoco per liberare il suo corpo dalla macchina agricola. Prima di lui era morto Valerio Bottero, 52 anni, operaio della Lavor Metal di Loreggia (Padova), caduto da un'impalcatura alta 5 metri. E prima ancora era toccato a Leonardo Perna, titolare di una officina meccanica a Nichelino (Torino) anche lui precipitato al suolo da un ponteggio, e a Giuseppe Costantino, 52 anni, schiacciato a Capaci (Palermo) dal suo Tir mentre verificava un guasto. E poi ci sono il bresciano Emanuele Zanin, 46 anni, e Jagdeep Singh, origini indiane e residenza a Piamborno in val Camonica, asfissiati dall'azoto liquido a Pieve Emanuele (Milano) mentre riempivano di gas una cisterna dell'ospedale Humanitas. Erano entrambi padri di due figli piccoli. Singh era in prova, ex muratore, era stato assunto soltanto da pochi giorni alla «Autotrasporti Pe» di Costa Volpino (Bergamo), partner del Gruppo Sol che ha in appalto la fornitura dell'azoto per l'ospedale. Li ha trovati un addetto agli impianti che pensando avessero finito le operazioni è uscito sul retro dell'ospedale per chiudere il cancelletto della zona delle cisterne. Un'area esterna, ma non per questo sicura. I due operai sono stati trovati intorno alle 11.20 sul fondo di una sorta di cavedio di cemento armato, dove c'è il basamento delle cisterne da 6 mila litri di gas a -198 gradi utilizzato per conservare i campioni dei laboratori dell'ospedale. Erano arrivati un'ora prima per rabboccare i serbatoi. Operazione di routine che si svolge più volte alla settimana e in modo quasi automatico: si collega il tubo d'acciaio ad alta pressione al pannello, si fissa il manicotto con i dadi, si aprono le valvole e l'autocisterna riempie i serbatoi. Gli operai lavorano dall'esterno, di fianco al camion, non hanno in teoria la necessità di scendere nella «buca» a cielo aperto. Invece è qui che gli addetti alla sicurezza li trovano, uno accanto all'altro, in fondo ai gradini di una scala fissa di metallo. Per i medici del 118 e dell'Ats Milano est sono morti per asfissia da azoto. Sui corpi c'erano anche «ustioni» provocate dalla fuoriuscita del gas ad alta pressione. Da dove, però, non è ancora chiaro. Si pensa a una valvola difettosa o aperta. Ma quello che gli investigatori di Ats, carabinieri e Procura, coordinati dai magistrati Tiziana Siciliano e Paolo Filippini, ancora non si spiegano è perché i due tecnici siano scesi lì sotto. Una zona così pericolosa da essere costantemente monitorata dai sensori che misurano i livelli di ossigeno nell'aria. L'azoto infatti è più pesante, tende a scendere a terra, non ha odore né colore. Negli ambienti «confinati», anche se aperti verso l'alto, si sostituisce in pochi secondi all'ossigeno e provoca rapide asfissie. Il sospetto degli investigatori è che i due operai siano morti durante un tentativo di soccorso: il primo scende, si sente male, il secondo lo ragginge e resta a sua volta asfissiato. Ma per esserne sicuri si attende l'analisi delle telecamere di sorveglianza che puntano proprio sulle cisterne. Sotto la lente dei carabinieri ci sono anche le certificazioni delle aziende e la formazione obbligatoria dei lavoratori».

Marco Zatterin sulla Stampa intervista il segretario della CGIL Landini.

«Serve una norma che fermi le aziende sino a quando non sono ripristinate le norme di sicurezza», incalza il segretario della Cgil. Lunedì i sindacati hanno discusso con Mario Draghi come porre termine alla strage ed è cominciato un percorso, concede il sindacalista. Ora il confronto deve continuare, e ottobre deve essere il mese delle decisioni. Due obiettivi: coinvolgere il sindacato nella grande fase di riforme e impegnarsi per migliorare la qualità del lavoro. L'alternativa è la piazza, assicura Landini. Il che, spiega, non è una minaccia, ma «un esercizio democratico». Segretario, col premier progressi veri o solo parole sul dossier Sicurezza? «Progressi veri. La serie degli incidenti dimostra l'urgenza di agire. Qualità del lavoro, salute e sicurezza devono diventare una priorità nazionali». Servono norme dure... «Si, certo. Vanno aumentati i poteri ispettivi e le sanzioni. Con Draghi abbiamo condiviso la necessità che nelle imprese che non rispettano norme, o che sono soggette a incidenti, le attività possano essere sospese sino a che non si ripristinino le condizioni di sicurezza. Questo vuol anche dire, da subito, effettuare migliaia di nuove assunzioni negli ispettorati del lavoro, nelle Asl e servizi territoriali. Inoltre, è necessario rafforzare il vincolo della formazione per i datori di lavoro. L'incidente di Pieve Emanuele avviene nell'ambito di un appalto e, troppo spesso, le vittime sono lavoratori precari o neoassunti. Non si può restare a guardare». Voi volete la patente a punti della sicurezza aziendale. «E' la nostra richiesta. Il governo si è reso disponibile a lavorarci a partire dal coordinamento delle banche dati. Abbiamo condiviso più ampi poteri ispettivi e sanzioni per chi non rispetta le regole. Nessuna azienda deve rimanere senza rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza. Il nodo è prevenzione e formazione. La sicurezza deve essere considerata un investimento, non un costo». La chiave è lo stop delle aziende fuori norma, vero? «Sì. Senza sicurezza non si può lavorare». Da una settimana si dibatte su un Patto per l'Italia. L'idea è del governo? «Nell'incontro con Draghi, non s' è parlato di patti. Tutto è avvenuto sulla base della lettera inviata il primo settembre da Cgil, Cisl e Uil. Oggi l'esigenza è che il mondo del lavoro sia coinvolto nelle decisioni su riforme, azioni sociali ed economiche. S' è cominciato con Salute e Sicurezza. Siamo solo all'inizio».

ROMA CANDIDATA ALL’EXPO 2030

Ieri il presidente del Consiglio Draghi ha lanciato la candidatura di Roma per l’Expo 2030. Suscitando grande entusiasmo nella sindaca Raggi. Francesco Malfetano sul Messaggero.

«La Capitale sarà candidata per ospitare l'Esposizione Universale del 2030. Così ieri Mario Draghi, in piena campagna elettorale per il Campidoglio, si è preso la scena, con un annuncio condensato in poche righe e destinato a cambiare non tanto le sorti del voto quanto l'immagine stessa di Roma. «Si tratta senz' altro di una grande opportunità per lo sviluppo della città» si legge nella breve lettera che, in maniera piuttosto inusuale, il premier - che conferma così il suo legame fortissimo con la città - ha indirizzato ai quattro principali candidati sindaci e non alla sindaca in carica. Il motivo? Non avvantaggiare in alcun modo uno dei contendenti a pochi giorni dalle urne. E non è passato inosservato anche il tempismo della comunicazione: in anticipo rispetto alla scadenza della domanda (da inviare a Parigi, dove ha sede il Bie, Bureau international des Expositions entro il 31 ottobre) e, proprio per evitare strumentalizzazioni, solo dopo l'estate. Cioè a più di 3 mesi da quando Virginia Raggi aveva invitato Roberto Gualtieri, Enrico Michetti e Carlo Calenda a formalizzare la richiesta al governo, poi diventata una lettera firmata congiuntamente. In qualche modo, però, questo è anche il lascito che Raggi destina al suo successore (che potrebbe anche essere lei stessa), quasi cercando di lasciarsi definitivamente alle spalle quel «no» alle Olimpiadi con cui aveva inaugurato il suo primo mandato. Un peccato originale che i concorrenti non hanno mancato di sottolineare in risposta al «Daje!» affidato dalla sindacata esultante ai social. «Noi non diremo mai no a grandi eventi che potranno dare risorse a Roma», promette il dem Roberto Gualtieri, plaudendo all'annuncio di Draghi («Un'ottima notizia, possiamo vincere»). «Ci voleva! Dopo aver rinunciato alle Olimpiadi e dopo questa idea penitenziale di non farcela: finalmente una bella sfida internazionale che Roma vincerà alla grande», rincara la dose Carlo Calenda. Per Enrico Michetti, l'uomo del centrodestra, la Capitale deve tornare ad essere la sede dei grandi eventi. «È stato un grave errore rinunciare alle Olimpiadi del 2024 - sottolinea pure lui - anche perché con i grandi eventi si creano importanti opportunità di sviluppo». In altri termini il treno Expo, anche guardando alla trasformazione subita da Milano, è uno di quelli che proprio non si possono perdere. Ne sono consapevoli i candidati e lo sono anche Draghi e l'intero governo che, ovviamente, non si è limitato ad un gesto d'affetto nei confronti della Capitale in difficoltà, ma ha presentato una candidatura tutt' altro che velleitaria, verificando la sussistenza di alcune triangolazioni geopolitiche fondamentali. Prima tra tutte l'essere, al momento, la sola città occidentale a concorrere, sfidando Mosca e Busan (Corea del Sud). L'idea, per cui si spenderanno molto l'esecutivo e l'apposito dipartimento che se ne occuperà all'interno della Farnesina, è fare squadra con l'Europa e tutto l'Occidente per riportare da questa parte del globo l'importante manifestazione dopo Dubai 2020 e Osaka 2025. La convinzione è che il tempo a disposizione è sufficiente. E che un ruolo decisivo in vista della scelta finale del Bie nel 2023, sarà giocato dalla capacità di mostrare al mondo una Capitale in cambiamento già con i preparativi per il Giubileo del 2025. Quello, nei piani, sarà l'innesco di un processo che ridisegnerà la città anche grazie ai fondi del Pnrr (da spendere entro il 2026) e in vista del 2033, cioè del bimillenario della passione di Cristo. Una concatenazione di eventi che sarà la stella polare del nuovo sindaco, che non a caso appena eletto sarà chiamato a definire un comitato promotore, cioè i manager che per primi giocheranno la partita. L'impegno di chi siederà al Campidoglio però non finisce qui. Anche perché nel caso di Gualtieri, Michetti o Calenda un secondo mandato, forti della visibilità internazionale conquistata, gli consentirebbe proprio di guidare la città nel 2030. Così nonostante l'apporto dell'esecutivo e delle imprese capitoline (già determinanti per la candidatura), il futuro sindaco si caricherà sulle spalle soprattutto la realizzazione più rapida possibile di tutte quelle infrastrutture, specie per la viabilità, già in cantiere. Dalla chiusura dell'anello ferroviario fino al prolungamento delle linee metropolitane. La logistica in pratica, è l'aspetto a cui più di ogni altro guarderanno gli stakeholder chiamati a decidere. Infittire la trama delle connessioni cittadine d'altronde, come avvenuto a Milano, è l'unico modo per trainare con un evento che si tiene in una specifica porzione cittadina (l'area individuata è quella dell'ex Sdo di Pietralata, a est della stazione Tiburtina) l'intera Capitale».

A CHE SERVE LA SCUOLA MEDIA?

Nel sistema educativo italiano la scuola media ha perso sempre di più significato. Una specie di limbo senza un chiaro obiettivo, come denuncia un’analisi della Fondazione Agnelli. Paolo Ferrario per Avvenire.    

«Dare una "missione" alla scuola media, la grande dimenticata del nostro sistema d'istruzione. Negli ultimi dieci anni, la scuola secondaria di primo grado non soltanto non è migliorata ma ha perso ulteriore terreno, risultando sempre meno attraente per alunni e insegnanti e cessando di rappresentare il ponte verso l'età matura, caratteristica che ha avuto fino all'innalzamento dell'obbligo scolastico. L'analisi impietosa dello stato in cui versa questo segmento importante della scuola italiana, che dovrebbe rappresentare il "trampolino" verso le scelte future, anche professionali, degli adolescenti, è firmata dalla Fondazione Agnelli che, a dieci anni di distanza dal primo Rapporto sulla scuola media del 2011, è tornata ad indagare sul "triennio di mezzo", tra elementari e superiori, oggi più che mai simile a un limbo senza un chiaro obiettivo. Ma soprattutto, stando ai dati della ricerca 2021 (che può essere consultata, gratuitamente, sul sito www.fondazioneagnelli. it), la scuola media italiana è un luogo dove «gli studenti imparano meno dei loro coetanei europei e degli altri Paesi avanzati» e le «disuguaglianze sociali e i divari territoriali si accentuano rispetto alla scuola primaria». A preoccupare è soprattutto quella che il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, chiama la «caduta degli apprendimenti tra scuola primaria e scuola media». Stando alle ultime rilevazioni internazionali Timss (matematica e scienze), gli alunni italiani di quarta elementare raggiungono 515 punti, superiori alla media Ocse, mentre in terza media il dato scende a 497 punti, sotto la media dei Paesi industrializzati. Inoltre, si legge nel Rapporto della Fondazione Agnelli, «la scuola media non riesce a ridurre e spesso accentua disuguaglianze sociali, divari territoriali e di genere, differenze di origine già evidenti nei risultati della scuola primaria». Il divario diventa ancora maggiore per gli studenti figli di genitori con un basso titolo di studio (licenza elementare o media) e per chi vive nelle regioni Meridionali. «Le disuguaglianze dovute all'origine sociale, misurate in base al titolo di studio dei genitori - sottolinea la curatrice del Rapporto, Barbara Romano - sono ben visibili già alla scuola primaria, con una differenza media di 26 punti tra uno studente figlio di laureati e uno che ha genitori con la licenza elementare. Ma poi deflagrano alla scuola media, arrivando fino a 46 punti, che equivalgono a una differenza di quasi tre anni di scuola». Non sorprende, dunque, che, se questo è il contesto, tanti adolescenti dichiarino apertamente di non trovarsi bene, di non "stare bene" alla scuola media. «È terribile», nota amaramente Gavosto. Già in prima media, non più del 30% delle ragazze e non più del 25% dei ragazzi dà un giudizio "molto positivo" all'ambiente scolastico. Al termine della terza media, il pieno gradimento si riduce ulteriormente, non superando il 10%. Grande è anche la fatica accumulata dagli studenti, nel passaggio dalla scuola elementare alla media che, sottolinea Gavosto, per come è strutturata, con tante materie e numerosi insegnanti, «è pensata per studenti più grandi, quasi fosse un mini-liceo e non per preadolescenti che, per esempio, hanno bisogno di lavorare in gruppo». Così, a partire dalla prima media, 4 su 10 si sentono stressati dal carico di lavoro, condizione che, in terza, riguarda il 48,4% dei maschi e 56,9% delle femmine. Le cose non vanno bene nemmeno sul fronte degli insegnanti: quasi il 30% è precario, quota che arriva al 60% del totale nel caso dei docenti di sostegno. «A dispetto delle attese - prosegue il Rapporto della Fondazione Agnelli - nonostante le numerose assunzioni in ruolo della legge della Buona Scuola del 2015 e il recente aumento dei pensionamenti, non si è verificato in questi anni il ringiovanimento dei docenti di ruolo della secondaria di I grado che auspicavamo nello scorso Rapporto: l'età media era poco più di 52 anni nel 2011, ora è poco meno. Mentre 1 docente su 6 ha 60 anni e oltre, coloro che vanno in cattedra prima di 30 anni sono invece un minuscolo drappello: 1 su 100. La scuola media, inoltre, è anche il grado più soggetto alla "giostra degli insegnanti": da un anno all'altro soltanto il 67% dei docenti rimane nella stessa scuola (83% nella primaria, 75% nelle superiori, dati del 2017-18), con le prevedibili conseguenze negative per la qualità didattica». Per affrontare le tante criticità evidenziate dal Rapporto, la Fondazione Agnelli avanza una serie di proposte, la prima delle quali riguarda proprio la «valorizzazione degli insegnanti» per «attirare all'insegnamento i migliori laureati». In secondo luogo, «la didattica va modellata alle esigenze specifiche della scuola media», pensandola «come percorso di orientamento al futuro, attraverso strumenti e metodologie didattiche che favoriscano la valorizzazione delle inclinazioni personali e diano indicazioni per le scelte successive». Infine, la Fondazione Agnelli «sostiene la necessità di un'estensione del tempo scuola alla secondaria di I grado, con la scuola del pomeriggio come scelta ordinamentale», con laboratori e attività sportive, artistiche ed espressive, musicali e coreutiche, teatrali. «Non sembra invece necessaria, in questa fase - conclude il Rapporto - una ristrutturazione dei cicli che porti al superamento della media: se ne è parlato spesso, ma non c'è evidenza convincente che la riorganizzazione possa da sola, senza un intervento sulla qualità della didattica e dei docenti, portare a benefici significativi».

IL COMPLEANNO DI BERLUSCONI

Per Paolo Guzzanti sul Giornale gli 85 anni di Silvio Berlusconi coincidono con la fine del giustizialismo e della stagione dell’odio. Ecco uno stralcio, l’articolo integrale è in pdf.

«Il miglior regalo di compleanno di Silvio Berlusconi, al quale auguriamo molti anni di felice vita, è quello di vedersi riconoscere giorno dopo giorno, evento dopo evento, di aver avuto ragione e per di più una ragione democratica, calma, costruttiva e mai gravata da pesantezze ideologiche. I fatti sono sotto i nostri occhi ormai da mesi: i giudici che confessano di sapere come fossero stati confezionati i processi per distruggerlo, il presidente Prodi che lealmente riconosce di essersi sbagliato quando disapprovava il cancelliere tedesco Kohl che voleva Forza Italia fra i popolari europei, la sentenza sull'inesistente trattativa Stato-mafia che ha assolto Marcello dell'Utri il quale costituiva un bersaglio proprio perché era un uomo vicino a lui ed è evidente che ne Paese anche dal punto di vista mediatico si sono spente le torce, specialmente quelle del dileggio e della demonizzazione».

I BAVARESI MOLLANO LASCHET: “SCHOLZ CANCELLIERE”

Dall’estero ancora in primo piano la Germania. Il leader socialdemocratico avvia la trattativa con Verdi e Liberali per il governo “Semaforo”, mentre nei popolari i bavaresi attaccano Laschet. La cronaca di Tonia Mastrobuoni per Repubblica.

«Dopo un'altra giornata sulle montagne russe Armin Laschet si salva ma viene commissariato. È la conclusione, riferiscono fonti Cdu, di una tumultuosa riunione con il gruppo parlamentare che era cominciata sotto i peggiori auspici. Alla fine di un'ora di discussione, i conservatori hanno deciso che Laschet potrà tentare di mettere insieme un governo "Giamaica" con verdi e liberali, ma sarà affiancato nei negoziati dal capogruppo Ralph Brinkhaus e dal leader della Csu Markus Soeder. Soprattutto: Laschet potrà cominciare a sedurre la Fdp e i Grünen solo dopo che sarà eventualmente fallito il negoziato del suo rivale Olaf Scholz per un governo "Semaforo". Laschet è riuscito a prendere tempo dopo che il barometro segnava tempesta. E i conservatori aumentano così la pressione su Scholz, che ora non può permettersi di fallire nel negoziato con Robert Habeck e Christian Lindner. Ma la tensione intorno a Laschet resta enorme. Nel pomeriggio il governatore della Baviera Soeder sembrava aver scritto la sua sentenza: «È Scholz ad avere le migliori chance di diventare cancelliere - chiaramente». E il leader Csu aveva aggiunto che «tocca a lui». Il devastante risultato elettorale, aveva spiegato, «non legittima moralmente alcun diritto a reclamare un incarico di governo». E, contrariamente a Laschet, si era congratulato con il leader socialdemocratico per la vittoria elettorale. Nella riunione della Cdu, alcuni esponenti come la parlamentare Sylvia Pantel hanno poi attaccato frontalmente Laschet chiedendone le dimissioni. Gitta Connemann, vicecapogruppo, ha parlato di una «catastrofe » e ha chiesto «e adesso chi se ne prende la responsabilità e quando?». Ma prima della riunione Laschet ha parlato a quattr' occhi con Jens Spahn, Friedrich Merz e Norbert Roettgen e ha prospettato loro, secondo una fonte, di diventare ministri nel caso di un governo Giamaica oppure di poter correre per la poltrona di capogruppo, nel caso di un fallimento dei negoziati. Anche questo ha disinnescato la bomba che rischiava di esplodere nell'incontro e i tre hanno appoggiato Laschet. Che ha confermato il capogruppo Ralph Brinkhaus per soli sei mesi. Anche la Spd ha riunito ieri il gruppo parlamentare, e l'incontro è stato «rilassato», racconta una fonte socialdemocratica. Il candidato cancelliere Olaf Scholz avrebbe spiegato: «Prepariamoci a fare delle concessioni ai Liberali e ai Verdi, non possiamo certo immaginare di realizzare tutte le promesse fatte in campagna elettorale». Ed è già chiaro che le concessioni più probabili con l'osso duro del negoziato, i Liberali, potrebbero riguardare il fisco, oltre che le poltrone del governo. Anche ieri la Fdp ha alzato il tiro ricordando a Scholz che la loro opzione preferita sarebbe una coalizione Giamaica a guida Laschet. Ma il vice del partito, Wolfgang Kubicki, ha detto di ritenere il candidato dei conservatori ormai arrivato al capolinea: «Temo che Laschet non sopravviverà a questa settimana. Le richieste di dimissioni arrivavano inizialmente da personalità secondarie. Ma ora quelle voci si rafforzano». Contro l'opzione di un governo "Semaforo", invece, qualcuno teme che possano posizionarsi più nettamente i parlamentari dei Giovani socialdemocratici riuniti intorno a Kevin Kuehnert. Senza di loro, un governo "Semaforo" a guida Scholz non avrebbe la maggioranza. Oggi i Verdi e i Liberali si incontreranno, intanto, per smussare gli spigoli e tentare convergenze, prima di vedere Scholz. Interpellato da Repubblica il parlamentare Spd Axel Schaefer sostiene che «non è affatto detto che Lindner alla fine sarà ministro delle Finanze. Il diritto di prelazione sul ministero ce l'ha sempre il secondo partito, e non il terzo, dunque i Verdi. Inoltre Lindner potrebbe capire che una scelta altrettanto valida è il ministero degli Esteri, in questa complicata fase internazionale, oppure un ministero dell'Economia potenziato. E non dimentichiamoci dei contenuti: Lindner potrebbe ottenere punti importanti da rivendersi con il partito e gli elettori, se noi rinunciassimo ad esempio alla patrimoniale».

IL RETTORE DI KABUL NON VUOLE PROF DONNE

I Talebani e la cultura. Un guerrigliero ignorante è stato nominato Rettore dell’Università e ha già annunciato che le donne non potranno insegnare e frequentare. Dall’inviato del Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi.    

«Un giovane guerrigliero ignorante, che di recente esaltava l'assassinio dei giornalisti, nominato al posto di un professore laureato a Parigi e conosciuto nelle migliori accademie internazionali. I docenti dell'Università di Kabul hanno postato sulle loro chat la foto di Mohammad Ashraf Ghairat, il nuovo rettore voluto dei talebani, a fianco di quella di Mohammad Osman Boburi, appena dimesso per ordine inappellabile del nuovo Emirato. Il contrasto è terrificante. Ne accennano preoccupati. Sono trascorsi pochi giorni dalla sua nomina e già il neo «magnifico» fa parlare di sé. «Finché un vero ambiente islamico non sarà garantito per tutti, alle donne non sarà permesso di venire all'università o di lavorarci. L'Islam viene per primo», annuncia via Twitter. Il social figlio della modernità globalizzata solo in apparenza fa a pugni con il ritorno dell'oscurantismo della lettura talebana del Corano, in realtà ne centuplica la brutalità. Il timore tra studenti e docenti è che ora Ghairat approfitti della situazione per eliminare del tutto la presenza femminile nell'ateneo. I leader talebani un mese fa avevano lasciato capire che le donne potevano tornare in classe, «secondo le norme della legge islamica». Nessuno però ha mai chiarito con precisione cosa ciò comporti. Era seguito una sorta di decalogo, dove si enunciava per esempio che le classi con più di 15 studentesse andavano scomposte in due, assieme a regole estremamente complesse per evitare che uomini e donne si mischiassero durante gli intervalli. Poi, però, i capi dell'Emirato avevano ordinato che le elementari miste potevano continuare, mentre a ragazze e donne insegnanti delle superiori e nelle università era assolutamente vietato tornare in classe, sino a nuovo ordine. L'attesa si protrae. Non sono pochi a paventare che sia un modo per vietare del tutto la scuola alle donne, cercando tuttavia di non annunciarlo formalmente ed evitando così lo scontro frontale con la comunità internazionale. «A causa della carenza di professoresse, stiamo lavorando ad un piano che garantisca ai docenti maschi, se possibile non troppo giovani, di insegnare da dietro una tenda alle ragazze», continua Ghairat. L'incertezza prevale. «L'arbitrarietà è totale. Non c'è alcun sistema per influenzare le scelte dei leader talebani. Chiunque di noi può essere licenziato da un momento all'altro», ci diceva ieri un gruppo di docenti di fronte alla facoltà di Veterinaria. L'unica studentessa incontrata nel campus è una neolaureata riuscita a superare a fatica le sentinelle talebane all'entrata, spiegando che doveva ritirare l'attestato di laurea. «Non tornerò mai più. Mi trattano da criminale. Non invidio mia sorella più giovane che dovrebbe iscriversi al primo anno. Io vorrei emigrare», ci ha detto».

PROCESSO A ZAKI, NUOVO RINVIO

Ieri seconda udienza del processo a Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna ingiustamente detenuto. Si è conclusa con un nuovo rinvio. La cronaca del Manifesto.

«Seconda udienza, secondo rinvio. Si è concluso così ieri nel tribunale per la sicurezza di Mansoura, la città natale di Patrick Zaki, il secondo atto del processo contro il giovane studente egiziano dell'università di Bologna. Il clima è un altro rispetto alla detenzione cautelare che lo ha tenuto prigioniero dal 7 febbraio 2020 alla scorsa estate: stavolta è un imputato e lo si capisce subito al suo ingresso in aula. Ammanettato, vestito con la tuta bianca dei detenuti egiziani, subito condotto nella gabbia insieme ad altri prigionieri. In aula erano presenti amici, giornalisti e rappresentanti diplomatici di Italia e Canada. Il giudice ha vietato di fare foto e video. L'udienza è durata pochissimo, due minuti: i legali di Patrick hanno chiesto copia degli atti per preparare la difesa (finora potevano solo visionarli negli uffici giudiziari) e dunque un rinvio della seduta. «Finora ci hanno presentato gli atti senza fornircene una copia o fotocopia ufficiale - ha spiegato all'Ansa l'avvocata Hoda Nasrallah, aggiungendo che questa è la volontà di Patrick - Abbiamo alcuni punti in mente ma per fare memorie è necessario avere i documenti in mano in modo da poterli utilizzare in ogni punto». Poco dopo il giudice ha accordato le richieste: gli avvocati potranno accedere agli atti, udienza rinviata. Ma con tempi ben più lunghi del necessario: si salta al 7 dicembre, gli amici glielo hanno gridato mentre saliva sul furgone che lo avrebbe ricondotto in cella a Mansoura. «Un rinvio lunghissimo che sa di punizione - il commento di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, mentre si svolgeva un sit-in dell'associazione all'ambasciata egiziana a Roma - Quel giorno saranno trascorsi 22 mesi dall'arresto: 22 mesi di crudeltà e sofferenza inflitte a Patrick, ma anche di grande resistenza da parte sua». Nelle stesse ore Tarek al-Molla, ministro egiziano del petrolio, si trovava al salone dell'energia di Ravenna, l'Offshore Mediterrean Conference and Exhibition. Presenza non casuale visti gli stretti legami che l'Italia, attraverso l'Eni, mantiene con il settore energetico del Cairo dopo la scoperta dei mega giacimenti sottomarini di Zohr e Noor. Ai giornalisti che gli hanno chiesto conto del processo, ha risposto come ogni esponente del regime ha trattato finora il caso dello studente e l'omicidio del ricercatore Giulio Regeni: «È una questione trattata in tribunale dalle autorità giudiziarie, come ministro non posso rilasciare commenti. Le nostre istituzioni sono indipendenti». Nessun accenno alle iniziative parlamentari, italiane ed europee, sul tavolo. Né alle due mozioni votate quest' anno da Camera e Senato che chiedono al governo di concedere a Zaki la cittadinanza, né alla lettera di 40 eurodeputati, inviata ieri alla presidente della Commissione Ue Von der Leyen e all'Alto rappresentante Ue per gli affari esteri Borrel, su iniziativa degli italiani Pierfrancesco Majorino (Pd) e Fabio Massimo Cataldo (M5S). Si chiede a Bruxelles «una forte presa di posizione per chiedere l'immediata liberazione di Zaki, come già richiesto peraltro dal Parlamento europeo», con una risoluzione dello scorso 18 dicembre. Insomma, muovere la diplomazia in attesa del 7 dicembre, anche alla luce degli sviluppi giudiziari: inizialmente accusato (senza rinvio a giudizio) di diffusione di notizie false, istigazione alla protesta e propaganda sovversiva, oggi su Patrick pende solo la prima accusa a partire da un articolo del luglio 2019 in cui raccontava le discriminazioni subite dai copti egiziani. Per la procura, un articolo con lo scopo «di danneggiare gli interessi nazionali e creare allarmismo nell'opinione pubblica», reato che non prevede appello. È il tentativo di dare corso legale a una persecuzione che non ha basi reali. Si va a processo portando sul banco degli imputati la realtà del paese. In questo Patrick non è il primo egiziano a subire una repressione simile. L'ultimo è il professore di comunicazione alla Cairo University, Ayman Mansour Nada: è stato arrestato ieri per aver criticato pubblicamente il rettore del suo ateneo e figure vicine al regime, aver accusato il governo di censura sui media e aver lodato la diaspora egiziana, più capace di raccontare la realtà di quanto non lo siano giornali e tv nazionali. Era stato licenziato lo scorzo marzo, ieri l'arresto, oggi la prima udienza con le accuse di «intimidazione e disturbo delle istituzioni statali».

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